Blogger, Archeoblogger, Museumblogger

Il 23 maggio a Pisa si svolgerà Opening The Past 2014, il cui tema è ben espresso nelle prime due righe di presentazione :“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

Tema che mi interessa da sempre, quello della comunicazione dell’archeologia. Mi ha fatto quindi molto piacere ricevere da Gabriele Gattiglia di Mappa Project l’invito a partecipare: il mio intervento, come recita il programma, sarà un autobiografico racconto di come da blogger ho cominciato a scrivere di archeologia e di come da archeoblogger sono diventata museumblogger. Si tratta di 3 anime che convivono in me, ognuna necessaria, perché ognuna scaturisce dall’esperienza di quella precedente e non avrebbe forza né efficacia senza quella precedente.

In questi giorni concitati in cui, tra l’altro, sto chiudendo la tesi di dottorato, devo dunque riordinare le idee per preparare un intervento che sia sensato e possibilmente non autocelebrativo (a tal proposito, portatevi i pomodori da tirarmi se comincio a dire troppe volte “io io io”); mi metto al lavoro ahimè nei ritagli di tempo (ma anche, perché no, in sala in museo…). E capita, giusto giusto, a rintuzzare il fuoco un intervento radiofonico di Alessandro-Alex O’love che parla di archeoblogger come figura professionale cui però manca un mercato del lavoro, cui fa seguito un’animata discussione su facebook, lanciata da Cinzia Dal Maso, che si conclude con un post di Alex O’love che vuole chiarire la sua posizione sulle definizioni, ammesso che ce ne sia bisogno, di archeoblogger e museumblogger (cui segue un bello scambio di commenti con Cinzia, cui vi rimando).

La discussione capita proprio a fagiolo, perché siccome Alessandro cita proprio la mia esperienza (a proposito, grazie Ale, ne sono onorata!), questo mi permette di riflettere meglio su chi sono io: blogger, archeoblogger o museumblogger? Una, nessuna, centomila? Tutte e tre le cose o nessuna delle tre? E’ necessario distinguere? O le distinzioni sono pura semantica, come dice Alessandro? Per quanto riguarda la mia esperienza, infatti, non potrei scrivere per blog di musei se non fossi prima di tutto archeoblogger. Ma non potrei essere la blogger di archeologia che sono se non fossi nata come blogger di tutt’altro genere. Ho studiato e monitorato blog di archeologia per un sacco di tempo, proprio perché mi interessava il mondo nel quale ero e sono immersa, e ho tratto le mie conclusioni.

scrivere_sul_blog

Il mondo dei blog è talmente fluido che è impossibile fare delle classificazioni: non siamo frammenti ceramici da ricondurre ad una forma, siamo esseri umani pensanti e dotati di ingegno, creatività, voglia di comunicare. Ognuno è blogger, e archeoblogger, a modo suo, chi fa pura opinione, chi fa divulgazione, chi informazione, chi fa tutte e tre le cose. Lo fa con i propri contenuti, le proprie idee, si assume la responsabilità di ciò che scrive, sceglie i temi da affrontare e lo stile con cui affrontarli.

E chi gestisce un blog museale? Non fa forse la stessa cosa? Certo, ha dei limiti, dettati dall’istituzione stessa per cui scrive, sia a livello di scelta dei temi: non posso parlare dei crolli a Pompei dal blog del Museo Archeologico di Venezia, mentre dovrò scrivere a proposito della tale mostra o della tale iniziativa che il museo propone. Devo scrivere del museo e di ciò che gli ruota intorno. Il blog museale, poi, ovviamente, non è un blog in cui si fa opinione, ma è un luogo di comunicazione, di informazione, di incontro con i lettori/visitatori. Ma per il resto, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, la scelta dei contenuti, o meglio di come trattare i contenuti, è mia, così come mio è lo stile e il taglio che dò ad ogni singolo post. Perché anche se sul blog di museo pubblico un comunicato stampa, faccio in modo che quel comunicato venga ampliato, spiegato, contestualizzato e arricchito. Non solo, ma il mio essere archeoblogger esce fuori nel momento in cui scelgo le parole chiave con cui far rintracciare su Google il post, nel momento in cui dò visibilità attraverso i canali social del museo, nel momento in cui stabilisco online e offline una serie di contatti con altri blogger, creando una rete che mi porta visibilità, nel momento in cui, e questa è la parte più difficile, organizzo eventi o iniziative che uniscono insieme il museo reale e il museo virtuale. In questo senso allora l’archeoblogger sviluppa una professionalità, che non è solo quella di comunicare contenuti culturali attraverso una pagina web, ma è ben più ampia.

La figura del blogger che scrive nel suo spazio personale sperando che qualcuno lo legga è superata. In molti nascono ancora così, aprono un blog per il puro desiderio di scrivere, ma poi la voglia di farsi leggere, di scambiare opinioni aumenta, e il blogger sviluppa alcune capacità, uno stile, riconosce il suo pubblico. E il pubblico è proprio la chiave per capire la differenza nella mia attività di archeoblogger e di museumblogger. Perché il pubblico che legge questa pagina confusa di appunti e di idee che non ha né un capo né una coda non è lo stesso che legge i blog dei musei per i quali scrivo. Questo è il luogo della riflessione, dello studio, della formazione anche, sui temi della comunicazione in archeologia, mentre i blog museali sono i luoghi in cui le idee che mi sono fatta in merito trovano il loro compimento.

Ok, ho buttato giù queste righe sconclusionate perché spero che mi aiutino a presentare qualcosa di più coerentemente organizzato ad Openingh The Past 2014. Vi chiedo però, se siete riusciti ad arrivare fino in fondo con la lettura, di dirmi la vostra su questo tema. Sarà importante leggervi, e sarà bello rispondervi il 23 maggio.

La #museumweek in Italia: ma non eravamo “bradipi tecnologici”?

Ricordate l’articolo de LaStampa in cui si accusavano indistintamente i musei italiani di essere dei “bradipi tecnologici”, disinteressati alla rete e alla presenza sui social network, vecchi dentro, eccetera eccetera? Ebbene, in quell’occasione mi ero sentita chiamata in causa e mi ero giustamente inalberata, perché non è corretto fare di tutta un’erba un fascio, perché ci sono tante realtà museali in Italia decisamente attive sui social. La #museumweek che si è appena conclusa è una risposta molto importante a chi crede che i musei italiani, piccoli, medi, statali e non, siano tutti dormienti.

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù...

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù…

Come ormai vi ho detto fino alla nausea, oltre ad essere twittera di me stessa, io curo l’account twitter del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, e insieme alla mia collega Silvia Bolognesi del MAF mi occupo dell’account del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e, non senza un certo divertimento, dell’account della Chimera di Arezzo, archeostar del MAF (intervistata qui). Potete dunque immaginare che in questi giorni le mie dita hanno letteralmente preso fuoco, che la batteria del mio smartphone mi ha abbandonato più e più volte (mentre twitter mi crashava nei momenti meno opportuni) e che col pc non riuscivo a stare dietro al continuo cambio di account per rispondere da una parte e dall’altra. La #museumweek è decisamente impegnativa per il social media team di un museo; costringe ad essere creativi, a immaginare, a inventare, ad osservare, a rispondere e a coinvolgere. E la cosa, vi assicuro, non è semplice.

Nel mio piccolo mi posso ritenere soddisfatta. Mentre per il Museo di Venezia ho voluto chiedere l’autorizzazione alla direttrice Michela Sediari, sia perché non mi andava di prendere iniziative senza informarla, sia perché soprattutto so quanto lei crede nei social media (e la cosa meravigliosa è stata che lei in prima persona ha iscritto il museo alla Museumweek), per Firenze io e Silvia abbiamo agito di nostra sponte, anche e soprattutto perché abbiamo avuto già da qualche tempo carta bianca (certo nei limiti della decenza) dal Soprintendente Andrea Pessina. Ma il lato negativo di questa libertà è che lui (e non solo lui) ignora il mazzo che ci siamo fatte. Non per il mazzo in sé, non mi interessa fargli sapere che lavoro per il buon nome virtuale del museo anche fuori dell’orario di lavoro (sono ancora in quella brutta fase in cui mi diverto, per cui mi ci dedico anima e còre anche nel tempo libero), ma perché un evento di questo tipo merita di essere risaputo. Perché comunque nel nostro piccolo stiamo creando un certo network che non mi sembra di poco conto, considerato che fino a poco tempo fa non esisteva nulla e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze poco si sapeva.

A #museumweek conclusa, voglio fare delle riflessioni, raccontare come si è lavorato, cosa abbiamo voluto fare e come secondo noi ci è riuscito. Fermo restando, non per giustificarmi, ma per mettere le cose in chiaro, che i mezzi sono quelli che sono (e sono i dispositivi personali miei e di Silvia, principalmente smartphone ed eventualmente pc) e i tempi sono quelli che sono (e sono in parte il tempo libero e in parte a lavoro, con il problema che stando in sala a fare vigilanza è proprio brutto spippolare al telefonino davanti ai visitatori). Per quello che potevamo fare, secondo me abbiamo fatto miracoli. E i numeri parlano chiaro. Lo splendido grafico pubblicato da @LaMagnética sul 2°giorno di #museumweek è molto eloquente: l’Italia è stata attivissima e i musei che seguo personalmente sono presenti con un buon numero di legami con altri musei e utenti. Certo, non siamo ai livelli di Palazzo Madama Torino, che da anni lavora con i social ed è un modello da seguire sempre e comunque, ma a mio parere ci siamo difesi bene.

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Naturalmente ogni account, che sia il proprio personale, che sia di un museo, che sia di un’opera d’arte twittante, ha bisogno di approcci, linguaggi e contenuti specifici. Per cui dal mio account personale ho twittato in modo più libero, con i contenuti che più mi aggradavano e, magari, “giocando” con gli altri miei account: sì, l’interazione forse è stata falsata, visto che me la cantavo e me la suonavo, ma se con questo giochetto sono riuscita a coinvolgere altri utenti, tanto meglio! Tra @MAF_Firenze e @ChimeraMAF l’interazione e la conversazione è stata costante per forza di cose, perché l’una non esisterebbe senza l’altro, e l’altro ne esce assolutamente rafforzato. Questa simbiosi che con Silvia abbiamo creato negli scorsi mesi è proprio in occasioni come questa che fa vedere la sua forza. La creazione (non da parte nostra) dell’account dell’Arringatore, ora che è in mostra a Cortona, ci ha assicurato un ulteriore giro di interazioni quotidiane, che male non fa! E fare rete con il @maec_Cortona è senzadubbio un legame da mantenere anche oltre la mostra “Seduzione etrusca” che ha appena inaugurato (motivo per cui l’Arringatore del MAF è a Cortona).

In questi giorni sono aumentate le interazioni con i musei, ma quello che mi interessava di più sviluppare, e che comunque si è verificato, è il rapporto con il pubblico. La giornata di #museumMemories, in cui si è chiesto direttamente al pubblico di parlare dei propri ricordi, è stata bella proprio perché ha permesso a molti di rompere quel muro che c’è tra visitatore e museo. Temo invece che #museumMastermind abbia un po’ frenato la gente: la giornata chiedeva ai twitteri di rispondere a domande sui musei, sulle collezioni, sulle opere d’arte. Credo che molti si siano bloccati con la paura di dare una risposta sbagliata. Ho letto un tweet (non saprei più dire di chi e a proposito di cosa) di una ragazza che diceva “ho avuto l’ardire di rispondere“: l’ho trovato molto significativo, come se la gente avesse paura di fare brutta figura. Forse, idea per il prossimo anno, #museumMastermind lo metterei verso la fine della settimana, quando la gente ha ormai preso confidenza con i musei che segue, ci ha fatto per così dire amicizia, e quindi osa di più, senza “avere l’ardire”, ma per il puro piacere di giocare.

Se occuparmi del @MAF_Firenze è stato più facile perché ci sono di casa, occuparmi di @museoarcheoVene mi ha posto ancora più del solito problemi di non poco conto. Perché non essendo fisicamente a Venezia tante cose non le posso fare in tempo reale. Fondamentale è stata la collaborazione non solo con la direttrice del Museo, che si è messa a mia totale disposizione per rispondere alle mie domande giorno giorno, ma anche con Angelo, un mio collega assistente alla vigilanza lì a Venezia  che solitamente si occupa della pagina FB del museo, e al quale ho chiesto immagini e ricordi per poter twittare. Ne è nata una serie di twitt che hanno avuto un buon riscontro. E un twitt ispirato alle sue parole nella giornata di #museumMemories, ha suscitato la risposta più bella di sempre:

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Dovendo fare un bilancio, allora, dico che la settimana è stata positiva, ha permesso ai musei di conoscersi tra di loro e di creare una rete che spero possa mantenersi anche oltre la #museumweek. Quello di questa settimana non dev’essere un evento eccezionale, ma una buona pratica di mantenere sempre (magari con ritmi più blandi, però… ;) ).

Certo, per Firenze mi piacerebbe tanto che si colmasse quel divario, quello scollamento, tra il museo virtuale e quello reale, ancora troppo fermo dal punto di vista della comunicazione (il guizzo del 20 marzo, di esporre il Vaso François fuori dalla sua vetrina è stato uno choc positivo dal quale non mi riprenderò facilmente). Ma, anche in questo caso, mi sembra che stiamo davvero facendo i miracoli, per cui va bene così.

Concludo ribadendo il concetto che sì, l’Italia ha risposto più che entusiasticamente all’iniziativa. La vera sfida ora è mantenersi attivi e reattivi, non lasciar cadere quanto di buono si è seminato in questi giorni. Non ritornare nel torpore generale (dal quale, comunque, molti stanno uscendo e/o sono già usciti), ma continuare così.

Un’ultimissima riflessione: attraverso la #museumweek molti musei sono riusciti a farsi conoscere da un pubblico più vasto (il @MAF_Firenze ha superato i 200 nuovi followers durante la settimana) e anch’io, nel mio piccolo, come privata, dialogando su twitter con l’uno e con l’altro tra i musei presenti, ho espresso in cuor mio il desiderio di andarli a visitare presto o tardi. E lo farò, potete starne certi. Come io ho espresso questo desiderio, che equivale un po’ a come voler conoscere di persona un amico di penna, penso che in molti l’abbiano fatto (e qualcuno l’ha proprio twittato!). Ebbene, credo che se un museo riesce a ottenere per la sua attività comunicatrice su twitter e non solo, che anche un solo follower si trasformi in visitatore, ebbene, secondo me ha raggiunto un importantissimo risultato: perché (e parlo dalla mia esperienza in un museo nazionale a Firenze) vale più un solo visitatore consapevole e interessato che migliaia di visitatori da turismo di massa che non sanno neanche dove si trovano. E’ a quel visitatore che io dedico anima e corpo le mie energie. Perché vorrei che altri le dedicassero a me.

In difesa dei “bradipi tecnologici”..

Stamattina ero (e sono tuttora) a lavoro con la mia collega/compagna di avventure 2.0 Silvia per Archeotoscana, il blog della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che curiamo ormai da maggio 2013. Mentre pubblichiamo un aggiornamento del blog, smartphone alla mano, mi arriva la notizia di un articolo pubblicato su LaStampa.it: I Musei? Bradipi tecnologici “Cinguettano” poco e male. Interrompo la redazione del prossimo post che verrà pubblicato sul blog e mi dedico alla lettura.

Molti probabilmente, leggendo quest’articolo diranno “eh, sì, già, vedi? come al solito! Abbiamo il patrimonio più grande del mondo e lo curiamo poco e male” e altri luoghi comuni di questo tipo. Ma chi è interessato ad articoli su questi temi si sarà stufato di leggere sempre le stesse cose, no? Io per esempio, che sono abbastanza addentro al tema, potrei dire di aver letto le stesse identiche cose un anno fa. Di nuovo nell’articolo c’è infatti solo la citazione di @paolina_BB, opera d’arte twittante tra le più famose in questo momento in Italia (tra l’altro, grazie di esistere!).

Ma che racconta quest’articolo, tanto da spingermi a scrivere una risposta?

Semplicemente racconta che i musei italiani sono gli ultimi degli ultimi per quanto riguarda la promozione in rete e nel mondo dei social media, che gli esempi americani come al solito sono al passo coi tempi mentre in Italia siamo pessimi. Qualche dato alla mano alquanto triste, certamente, le eccellenze (e menomale, almeno quelle) che però afferiscono ai musei di arte contemporanea e quindi per vocazione più sensibili alle formule “nuove” di interazione e di engagement col pubblico. E poi si spara sulla croce rossa, ovvero nominando i casi più noti: e il @polomuseale di Firenze, e i musei Vaticani (che non sono Italia!), e Pompei (ma come, cade a pezzi [altro luogo comune] e pretendete che abbia twitter?) e il povero Museo Egizio di Torino che ha 128 followers e neanche un tweet.

Orbene, per un museo egizio che non twitta e per un polo museale che non sta dietro ai suoi mille-e-passa followers, esistono una serie di realtà più piccole, ma non per questo meno importanti, di musei su twitter. Musei che evidentemente l’autrice dell’articolo de La Stampa non conosce. Musei che però sono attivi e utilizzano i social media perché alle spalle hanno persone che credono che sia questa la frontiera NON della promozione, ma proprio della COMUNICAZIONE. Altrimenti a che pro creare conversazioni, inserirsi qua e là, rispondere ai followers, comunicare con musei anche dall’altra parte del mondo? Mica solo per promuoversi. Fosse tutto lì, sarebbe molto triste e limitato. E chi usa twitter con questo mero scopo non ha capito nulla.

Il motivo per cui mi sono sentita punta nel vivo è che io ne gestisco due di account di musei (archeologici e statali, tra l’altro) su twitter, mica uno! E con la mia collega (e con la collaborazione delle altre mie colleghe della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana) gestiamo anche la pagina Facebook e Pinterest. Che non mi sembra poco. Quindi parlo a ragion veduta di cose che la giornalista de La Stampa evidentemente conosce poco. Senza presunzione, né polemica, le spiego come lavoriamo per Archeotoscana.

Archeotoscana è un sistema che si compone di blog, di pagina facebook e di Pinterest, dedicato alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ad essi si aggiunge la fondamentale presenza di @MAF_Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, su twitter. Dico fondamentale non perché son ganza io, ma perché twitter è il luogo migliore in cui si riesce a fare comunicazione e a stringere conversazioni e relazioni con tutti i tipi di utenza. All’account twitter del MAF si aggiunge, certo non ufficiale, ma molto importante, l’account della @chimeraMAF (e questo non è un fake). I risultati li abbiamo, e sono a mio parere molto positivi: perché se tramite la rete che costruiamo nei social riusciamo a portare anche uno solo dei nostri followers a visitare il museo reale, fosse soltanto per vedere quella chimera che twitta in continuazione.. beh, abbiamo raggiunto il nostro scopo. Il nostro scopo è portare gente a visitare i musei, non avere un milione di followers!

Twitter è un mezzo, non è un fine, così come il blog è un mezzo, così come la pagina facebook è un mezzo. Serve a poco twittare se poi il museo reale non è accogliente. Di questo sono assolutamente convinta. Per questo lavoro ogni giorno e in questo credo. Non mi piace, poi, leggere sempre notizie negative: maledizione, ci sono le pratiche positive, perché non si parla mai di quelle? Perché piace per forza fare polemica? Perché dover dire per forza che le cose non vanno? Perché invece non dire che ci sono delle realtà che funzionano, o che per lo meno si sforzano di funzionare, perché non dire che ci sono dei buoni esempi in giro? Perché non dovrebbero far notizia le buone pratiche? Leggeremo mai un articolo che invece di intitolarsi “Musei italiani bradipi tecnologici cinguettano poco e male” si intitoli “Il risveglio dei musei italiani riempie la rete di cinguettii“?

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Aggiungo una cosa: siamo in un momento in cui da più parti si sente la necessità di svegliare i musei italiani dal loro torpore, meglio, dal loro arroccamento in un’istituzione chiusa e che considera se stessa come già da sé giustificatrice di fare cultura. Molti sono i musei che pensano (li personifico nei loro direttori) che basti che il museo esista con i suoi reperti sistemati nelle vetrine, per fare cultura. Questo non andava bene già nell’800, figuriamoci ora! Il museo, in quanto calato nella società deve evolversi con essa. Progetti molto belli come #svegliamuseo e le invasioni digitali sono esempi di scosse date dall’esterno ai musei, ma che molti musei stanno recependo. Non sarà il @poloMuseale a recepirli, pazienza, ma in Italia, se dio vuole, non ci sono solo gli Uffizi.

Detto questo, e concludo, non voglio incensare il mio lavoro: io non faccio altro che mettere in pratica per i musei idee che mi sono fatta osservando la rete e traendo le mie conclusioni. Voglio solo sottolineare che non è tutto così negativo in Italia. Al contrario, è tutto molto fluido. Ed è bello che sia così.

#Bellichessiàmo: le opere d’arte twittano. Ed è moda (ed è divertente).

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In principio erano i Bronzi di Riace.

Bronzo A e Bronzo B, o meglio @a_bronzo e @bronzoB, alla vigilia della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, a novembre, si mettevano a cinguettare e lo facevano in modo alquanto bizzarro: facevano ridere, facevano battute su battute, ironizzavano su se stessi, in un botta e risposta di tweet che coinvolgeva pian piano coloro che iniziavano ad accorgersi di loro. Anch’io, appena ho iniziato a seguirli, entrata nel clima, ho cercato di farmi invitare a cena: ero sola a Paestum quella sera, hai visto mai… ;-) Poco tempo dopo si è scoperto l’arcano: guarda caso il ministro Massimo Bray ha cominciato a portare avanti una battaglia non solo mediatica per riportare i Bronzi a casa, al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dal quale mancavano da troppo tempo. Tanti temi caldi tutti insieme: un tesoro culturale di inestimabile valore, quale sono i Bronzi, appunto, un museo che aspettava di riaprire in una terra, la punta della Calabria, che non riesce ad inserirsi in percorsi di turismo culturale decenti, quindi la problematica del turismo sostenibile, problema del Sud Italia ma non solo, problema che hanno tutte le realtà che non sono in grado di fare una politica territoriale adeguata, problema che anche la Borsa di Paestum ha tirato fuori. I Bronzi su twitter hanno dato il loro contributo alla causa: l’hanno fatto con simpatia, attirando l’attenzione su di sé, su Reggio Calabria, sulle problematiche del restauro e della valorizzazione del territorio. Hanno promosso se stessi e così facendo hanno promosso e stanno promuovendo il museo che li ospita.

Poi è arrivata Paolina Borghese, pardon, @Paolina_BB, la quale, dalla sua bella dormeuse a Galleria Borghese twitta in un romanaccio coatto che fa piegare e che stride terribilmente con l’immagine di nudo perfetto, da dea classica, che Canova le conferì. E’ proprio questo il suo bello, però: è un vero personaggio, con una sua identità, che twitta, ritwitta, instaura relazioni e conversazioni, si fidanza con @a_bronzo ed è gelosa, ma al tempo stesso promuove le iniziative museali e culturali che la riguardano o che riguardano tutta Italia.

Da lì in avanti è stato tutto un fiorire di personaggi storici, opere d’arte, addirittura fossili, che hanno cominciato a twittare per promuovere se stessi e soprattutto il museo che li ospita e il contesto che rappresentano. Una vera operazione di comunicazione culturale, un po’ sui generis se vogliamo, ma perfettamente in linea con lo spirito leggero di twitter. Nasce @Cirosauro, ovvero Ciro, il baby dinosauro di 110 milioni di anni rinvenuto a Pietraroja (Benevento) e che aspira a “diventare la mascotte della bellezza del patrimonio culturale italiano”, quindi arriva, tra fiamme e ruggiti, la Chimera di Arezzo, @Chimera_MAF, che contribuisce con i suoi tweet a promuovere il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, presente peraltro su twitter con un suo account, @MAF_Firenze; sono i due aspetti diversi della comunicazione: l’uno, quello ufficiale, più serio, l’altro più farlocco, giocato su questo mostro mitologico che viene dipinto come una gattona coccolosa che vuole tanti croccantini…  Ma su Chimera ci torniamo…

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Poi è stata la volta di Lucio Vero, @LVero_Marengo, busto in argento dal Tesoro di Marengo, custodito al Museo di Antichità di Torino (anch’esso su twitter: @museoarcheTo) e a seguire, sempre da Torino, @il_Sileno, ovvero la statua in bronzo di Sileno Inginocchiato dalla città romana di Industria. Infine è arrivata @CarolCarditello, Carolina d’Asburgo, regina di Napoli che viveva nella Reggia di Carditello, recentemente tornata alla notorietà grazie all’interesse rivoltole dal ministro Bray, ispiratore inconsapevole di tutto questo movimento su twitter.

Questa nuova tendenza non è un’invenzione italiana, va detto: all’estero già da tempo esistono personaggi parlanti che fanno comunicazione per conto del proprio museo: un esempio è il sarcofago egizio di @Djehutymose che twitta dal @KelseyMuseum nel Michigan, ma altri se ne trovano, saltellando di tweet in tweet.

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Chi c’è dietro questi account? Dietro i Bronzi di Riace non lo so, sicuramente però qualcuno molto vicino ad essi, talmente vicino da poterne seguire le ultime operazioni di restauro e il trasporto al Museo di Reggio Calabria. Ma dietro gli altri si nascondono gli assistenti alla vigilanza dei musei di pertinenza delle opere. E non credo di sbagliare affermando che sono tutte donne! Insieme siamo una bella squadra, ci divertiamo e, mi sembra, divertiamo anche chi ci segue, interagendo quando possibile per creare conversazioni al limite del surreale, ma che generano allegria e interesse. Ormai l’avrete capito, dietro l’account della Chimera ci sono io, ma voglio sottolineare che l’idea non è stata mia, e che la principale attrice è Silvia Bolognesi, l’altra mia collega che con me si occupa dell’account @MAF_Firenze, nonché del blog di Archeotoscana, e che su twitter si nasconde dietro @fancyhollow. Come lavoriamo? E’ semplice: cerchiamo stimoli, cerchiamo la trovata divertente o promozionale, cerchiamo l’interazione con gli altri personaggi e con gli utenti che ci seguono. Inutile dire che bisogna avere inventiva, quel pizzico di umorismo che male non fa, spirito di osservazione e soprattutto conoscere per bene l’opera, il suo contesto, il suo museo, tutto quello che le ruota intorno. Altrimenti sono buoni tutti a interpretare un personaggio mitologico senza capo né coda. Invece il bello è proprio questo: mentre si twittano stupidaggini su croccantini e ciotole vecchie, l’occasione per buttare lì qualche notizia vera non manca, ed è lì, nascosta in quei 140 caratteri, che passa l’informazione culturale.

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Per ora, noi che siamo dietro la Chimera certo ci divertiamo molto, anche perché sembra poi che ci sia un ritorno, come se gli altri utenti in qualche modo si affezionassero a noi. Volete un esempio? Ecco qua:

Screenshot_2014-01-21-17-10-43-1Francamente non so se questo sia il più efficace dei modi di comunicazione culturale che si possono fare tramite twitter, anzi non credo. Ma male non fa, ed è un modo come un altro per sperimentare le infinite vie che un mezzo come twitter offre. D’altronde siamo tutti degli sperimentatori e ogni giorno, ogni nuovo post è un esperimento, una ricerca delle parole giuste e uno studio degli effetti che avrà sui followers. E se con anche uno solo dei nostri tweet avremo attirato qualcuno in museo, sarà stato già un gran risultato. Perché lo scopo, non dimentichiamolo, è quello…

Un appello per salvare il Centro Luigi Pecci

Mi è stato chiesto di sottoscrivere e diffondere un appello per salvare il Centro Luigi Pecci di Prato, centro per l’Arte Contemporanea di Prato che rischia di veder chiudere la propria Biblioteca e il Centro di Documentazione, Didattica e Ricerca: un grave danno sia per la vita culturale di Prato e della Toscana, che per l’Arte Contemporanea in Italia e , ovviamente, per le 9 persone attualmente impiegate negli istituti a rischio, che da un giorno all’altro potrebbero ritrovarsi senza lavoro. Mi è stato chiesto di spargere la voce, di dire a chiunque il più possibile di sottoscrivere l’appello, inviando un’e-mail all’indirizzo appositamente creato appellomuseopecci@hotmail.it. E lo faccio, nel modo che so fare meglio: scrivo un post e lo spammo in rete, e chiedo a tutti voi di fare altrettanto, perché siamo sempre lì, tutti i giorni, a parlare di cultura, a farci belli con i Bronzi di Riace che fanno notizia perché tornano al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ma poi nella vita culturale italiana di tutti i giorni le realtà che fanno meno notizia (una biblioteca di un Centro per l’arte contemporanea: ma chi se la fila?) sono perennemente in pericolo, a rischio chiusura. E’ questo il problema del Patrimonio Culturale Italiano, che se non fa notizia va affossandosi giorno dopo giorno nell’indifferenza più totale.

Non mi perdo in altre chiacchiere, vi riporto molto semplicemente il testo dell’Appello. Leggetelo e sottoscrivetelo!

Dopo l’abbandono del progetto per un Museo d’arte contemporanea nell’area delle ex Officine Galileo a Firenze, la chiusura del Palazzo delle Papesse a Siena e in seguito ancora a Firenze di Ex3, il mondo dell’arte in Toscana apprende dalla stampa la riprovevole situazione generata al Centro Luigi Pecci di Prato dalla ventilata dismissione di aree e servizi essenziali, quali Biblioteca e Centro di Documentazione, Didattica e Accoglienza, e la conseguente messa a rischio di 9 posti di lavoro.

La notizia sconcerta, perché da qualche anno il Centro Pecci è considerato museo regionale, finanziato dalla Regione Toscana con un contributo annuale di 500.000,00 euro “a fronte di attività espositive ed educative volte alla promozione dell’arte contemporanea”, e anche perché essa viene presentata quasi in contemporanea all’inaugurazione di un ampliamento dell’edificio museale, che dovrebbe servire a garantire un nuovo rilancio dello stesso Centro; non da ultimo, essa cade in mezzo alle polemiche generate dal tentativo di riportare in auge il progetto per realizzare sulla Calvana il Monumento al ventodell’artista Dani Karavan, suscitando la netta opposizione di geologi ed ambientalisti, operazione che costerebbe all’Amministrazione Comunale l’accensione di un mutuo di 500.000 euro.

Dopo aver assistito allo smantellamento di alcuni centri essenziali per la ricerca contemporanea, ci rifiutiamo di assistere al definitivo depotenziamento ed alla probabile futura chiusura di biblioteca e servizio educativo del Pecci  camuffati comeesternalizzazione dei servizi; un’operazione che avviene, tra l’altro, in assenza del parere di un Direttore artistico, il cui posto è attualmente vacante.

Ricordiamo che la biblioteca denominata Centro Informazione e Documentazione (CID)/Arti Visive è nata prima dello stesso museo, per volontà di un gruppo di studiosi diretti da Egidio Mucci e Pier Luigi Tazzi e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, e costituisce oggi una delle più importanti sedi di studio e di ricerca per l’arte contemporanea a livello nazionale, fondando la propria autorità informativa su una rete di scambio di pubblicazioni con musei, centri di documentazione e biblioteche specializzate su base internazionale, su un catalogo di oltre 40.000 titoli, realizzato in collaborazione con il Servizio Bibliotecario Nazionale, e su un’emeroteca con oltre 100 riviste internazionali di arte, fotografia, architettura e design a disposizione degli utenti, assieme a un servizio di orientamento e assistenza alla ricerca. In quest’ultimo anno è iniziata l’inventariazione dell’archivio dell’artista fiorentino Mario Mariotti, ed è in programma quello dell’archivio e biblioteca di una protagonista dell’arte di grande prestigio come Lara Vinca Masini, fondi che vanno ad aggiungersi a quelli di Ferruccio Marchi, editore del Centro Di, di Giancarlo Politi, editore di Flash Art, di Francesco Vincitorio, fondatore della rivista NAC, di Ermanno Migliorini filosofo e docente di estetica, e di altri studiosi, collezionisti e istituzioni che hanno creduto nel progetto e, infine, di una significativa raccolta di libri d’artista.

Dal momento della sua nascita (1983) ad oggi il CID ha progressivamente ridotto le sue competenze e orari di apertura per la diminuzione di fondi dovuta alla sempre più evidente crisi economica in cui versa la città di Prato, ed è ormai giunto a un punto tale che qualsiasi ulteriore depotenziamento comprometterebbe in maniera fatale le sue funzioni originarie. Una biblioteca specializzata non può essere ridotta, come si evince del piano di ristrutturazione e dalle interviste dell’attuale Sindaco Cenni, ad un semplice magazzino chiuso, a cui si accede solo per richiesta, ma deve rimanere un luogo aperto alla consultazione di artisti, studenti ed operatori del settore, e di chiunque voglia accedervi.

A sorprendere e sconcertare in tutta questa vicenda è la posizione di Regione Toscana e Comune di Prato, che dopo aver finanziato per 25 anni un centro di ricerca giungono ad una incomprensibile ipotesi di snaturamento e smantellamento che non potrà che ripercuotersi sulla stessa natura del Museo, trasformando quest’ultimo in un mero Centro Mostre, secondo criteri, a quanto si legge, di attendibilità assai dubbia. Ma tale conseguenza è evidentemente desiderata dall’attuale Consiglio di Amministrazione del Museo, se si deve credere alle dichiarazioni rese; che essa sia condivisa dalla mano pubblica appare perlomeno sospetto, e certo non eticamente meritevole.

Non è pensabile che i risparmi delle pubbliche amministrazioni avvengano sempre a spese di ricerca e cultura.

Al momento della sua nascita l’Amministrazione comunale di Prato non pensava al futuro “museo” come ad una istituzione con una vocazione unicamente espositiva e conservativa, ma come un “centro d’arte”: “una struttura culturale vivace, prevalentemente rivolta a promuovere la ricerca, la produzione e l’informazione nel campo delle arti visive…”, prese di posizione ben distanti da quelle dell’attuale consiglio d’amministrazione e dell’attuale sindaco di Prato che per la biblioteca prevedono “orari di apertura al pubblico più ristrettiprestiti su prenotazione ed on-linecosì da utilizzare il personale addetto anche in altre attività” snaturando così definitivamente ogni funzione della biblioteca come luogo d’incontro e scambio di idee e informazioni. A leggere queste dichiarazioni si comprende che i redattori della ristrutturazione non sono minimamente informati su come funzioni una biblioteca specializzata, su quale sia l’occupazione di un bibliotecario o su cosa significhi catalogare libri o archivi d’artista, acquisire materiali tramite un’attività di interscambio con altri musei e istituzioni internazionali.

Un Centro per l’arte contemporanea non può esistere senza servizi indispensabili come biblioteca e didattica, che garantiscono la crescita e l’interesse del pubblico del futuro per lo stesso Centro. Le motivazioni prettamente economiche che vengono addotte si rivelano deboli e pretestuose, allorché la stessa amministrazione che vuol ridurre il personale e l’orario dei servizi si propone di realizzare contemporaneamente un oneroso monumento pubblico, ad opera di un artista cui è già stato dedicato ampio spazio, e che, suscitando le resistenze e le proteste di un ampio settore della cittadinanza, getta un’ombra anche sulle reali motivazioni (apparentemente non dettate da interessi artistico-culturali pubblici) che spingono l’attuale Amministrazione a insistere per la sua realizzazione.

Proprio perciò chiediamo di sottoscrivere e diffondere questo appello a tutti coloro che hanno interesse alla salvaguardia di servizi essenziali del Centro Luigi Pecci, per lo studio e la ricerca sull’arte contemporanea, e perchè esso continui così a svolgere la sua funzione pubblica.

le mail di adesione vanno inviate a questo indirizzo

appellomuseopecci@hotmail.it

A tutti coloro che aderiscono all’appello sarà fornito un aggiornamento progressivo delle nuove adesioni
è sufficiente la dicitura sottoscrivo l’appello seguito da nome cognome, eventuale professione, e luogo di residenza

Per chi vuole approfondire il tema, segnalo anche un articolo apparso recentemente su ArtTribune sull’argomento.

Io ho fatto la mia parte, ora tocca a voi: abbiamo pochissimi giorni per sottoscrivere l’Appello e cercare di salvare il Centro Pecci di Prato. Io firmo, e voi?

Ostia V. Pubblicato il volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia

La copertina del volume Ostia V

La copertina del volume Ostia V

Pare che quello di oggi sia uno di quegli eventi da segnare sul calendario. E non perché la mia professoressa, Maura Medri, e una mia cara amica, Valeria Di Cola, hanno portato a compimento, e quindi presentato al pubblico, il loro volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia, ma proprio perché finalmente Medri e Di Cola si sono prese la briga di continuare la pubblicazione di scavi realizzati negli anni ’60-’70. Scavi diretti da un giovane Andrea Carandini che (come ha ampiamente raccontato stasera) aveva appena appreso il metodo stratigrafico di Nino Lamboglia e non vedeva l’ora di applicarlo, e che aveva scoperto l’importanza della ceramica nella datazione/interpretazione dei contesti (sempre grazie a Lamboglia), segnando sicuramente un momento importante e fondamentale negli studi ceramici, e quindi negli studi sui commerci e sui traffici dell’antichità, di quegli anni, pietra miliare, per molti versi, ancora oggi.

Non entro nel merito della descrizione del lavoro, decisamente analitico, frutto di un più che meditato lavoro di riflessione, analisi appunto, sintesi e di nuovo riflessione, ripensamento e chi più ne ha più ne metta: perfezionismo? Perché no, del resto, perché se l’archeologia non è una scienza esatta ciò non vuol dire che non possa provare ad essere verosimile. Valeria Di Cola si è occupata di un lavoro non da poco: l’analisi stratigrafica: perché sì che Carandini ha applicato il metodo stratigrafico di Lamboglia, magari adattandolo alle sue esigenze specifiche, ma sicuramente non era il metodo stratigrafico attuale, con cui Valeria si è formata, con cui noi archeologi di oggi siamo ormai abituati a confrontarci. Quindi, per dirla con le parole della Di Cola, lei, ultima arrivata (è più giovane di me, fate voi!) su un cantiere che aveva visto il passaggio di così grandi e così tanti uomini illustri (che all’epoca ancora non sapevano di poter diventare tali), ha dovuto compiere “uno scavo nella testa” di quelle persone, interpretare le loro intuizioni, segnate sui giornali di scavo e segnate sulle planimetrie e sui prospetti. Non dico niente di nuovo agli archeologi che mi leggono: se prendete in mano una documentazione che non avete realizzato voi, sicuramente la troverete lacunosa e insufficiente. Ecco, nella stessa situazione si dev’essere trovata Valeria (solo che non lo poteva dire e nemmeno pensare, immagino, visto che lo scavo era diretto da Carandini…).

Il lavoro a questo punto diventa doppio, ma conosco Valeria, e infatti ce l’ha fatta. Conosco anche Maura Medri, che ha curato la parte interpretativa, e infatti anche lei ce l’ha fatta.

Carlo Pavolini, chiamato a presentare il volume, ha ripercorso l’indice del volume e insieme la storia, complessa, decisamente complessa, dell’edificio, fornendo sempre dei rimandi con l’urbanistica di Ostia. Forse l’intervento più interessante e descrittivo. Del resto, chi meglio di lui poteva calare le Terme del Nuotatore nel contesto cittadino di Ostia Antica? Per chi non lo sapesse, infatti, è autore sia de La vita quotidiana a Ostia, per Laterza, che della Guida Archeologica di Ostia sempre della Laterza. Non è proprio l’ultimo arrivato, ecco.

Patrizio Pensabene era invece più concentrato a proporre se stesso, i suoi lavori e le sue ipotesi che a parlare di Ostia V: Patrizio mio, non ne hai bisogno, davvero, la giornata non è la tua, i tuoi lavori li proporrai in un’altra occasione! L’unica cosa utile, il suo insistere sull’orientamento inconsueto dell’isolato in cui sorgono le Terme del Nuotatore, dovuto ad una viabilità preesistente parallela alla via Laurentina. Gli studenti in sala hanno senz’altro ringraziato, effettivamente.

Janet DeLaine, molto polite nei modi, dice una cosa importante (soprattutto perché detta da lei): questo lavoro segna una svolta, è già un punto di riferimento per i futuri studi sulle terme da parte di chiunque, sia per il metodo che per i risultati e le interpretazioni discusse. Non mi sembra poco.

Clementina Panella, alle Terme del Nuotatore sin dalla prima campagna di scavo, sottolinea il lavoro di ricostruzione degli ambienti che è stato fatto, e chiude con una battuta provocatoria: sì, la pubblicazione delle Terme del Nuotatore arriva dopo molti, troppi anni, ma il lavoro che è stato pubblicato oggi, così completo e analitico, non sarebbe stato possibile all’epoca. Per cui, forse, meglio così.

Fa eco la Medri stessa, che ribadisce lo stesso concetto: questo volume non avrebbe potuto essere pubblicato prima, ma neanche dopo: è il frutto meditato di uno studio di anni, che anno dopo anno si è arricchito di nuove suggestioni, di nuovi confronti, di nuove riflessioni e di nuove domande, che sono alla base di ogni ricerca archeologica. E anche oggi, tra l’altro, io personalmente, avrei giurato di vedere la Medri e la Di Cola, sedute accanto, discutere di qualche dato da incasellare in modo ancora più chiaro. Una cosa mi è piaciuta del breve intervento di Maura Medri: la sua idea del concetto di “determinazione”. Senza determinazione non si va da nessuna parte. Sarà che sono sua allieva, sarà che sono sua allieva proprio perché c’è qualcosa in lei che mi piace, ma il suo concetto di determinazione è il mio e, se posso permettermi, in questo frangente particolarmente oscuro, la determinazione dovrebbe essere la nostra arma per vincere le nostre battaglie. A partire dal #riconoscimento della professione, per esempio.

Nino Lamboglia, l’inventore del metodo stratigrafico in Italia fin dagli anni ’40 del Novecento

Naturalmente, l’intervento che, nel bene e nel male, mi suscita più riflessioni, è senza dubbio quello di Andrea Carandini. L’archeostar per antonomasia si è lanciato in un amarcord che certo non ha lasciato indifferente l’uditorio (soprattutto gli studenti, sui quali il mito vivente già aleggia – quelli più anziani e sgamati se ne stanno sganciando, se dio vuole). Personalmente, da sentimentale quale sono, ligure fin nel midollo importata a Firenze, ma pur sempre della West Coast, che ha passato buona parte dei suoi anni da archeologa da campo a scavare laddove era già passato Lamboglia (Area del Gas a Ventimiglia, Ville della Foce e di Bussana a Sanremo, Costa Balenae, SS. Nazario e Celso a Diano Marina, Battistero di Albenga), sentir parlare in termini così elogiativi di “Nino” come maestro, come inventore di un metodo, quello stratigrafico, e come intuitore dell’importanza della ceramica nella comprensione e nella datazione degli strati e degli scavi in generale, beh, mi ha fatto gonfiare il petto di orgoglio! Sentir nominare la cara Albintimilium, la Ventimiglia romana, dove ho scavato a più riprese, decenni dopo Carandini, con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande e d’importante. E, a differenza di molti dei presenti, sapevo di cosa Carandini stava parlando. Che non è poco. Poi che dire? Carandini è sempre troppo autocelebrativo, ha cominciato a usare il plurale majestatis a un certo punto, ha parlato di guerre tra fazioni opposte dell’archeologia italiana (romana) che perdurerebbero ancora oggi, che non mi stupiscono e che non fanno notizia, francamente, ma che affascinano le giovani menti dei giovani futuri archeologi (che così fin dall’inizio si convincono di far parte di un sistema sbagliato e quindi forse si adattano ad essere vittime del sistema: a voi dico “No! Non dev’essere così! Determinazione dev’essere la vostra parola d’ordine!”).

Che altro? Segnalo un siparietto che mi riguarda: a fine presentazione, mentre chiacchieravo con Daniele Manacorda della mia tesi di dottorato, sento appressarsi una figura di un certo spessore: è Carandini, nientemeno, il quale si interessa dello stato di salute di Manacorda. Pensavo di aver visto tutto e invece arriva anche Giuliano Volpe – al quale vorrei urlare “Ehi, piacere, la seguo su Twitter!”, ma per ovvi motivi mi manca il cuore – che si unisce all’allegra combriccola che sfotte bonariamente l’incidente occorso a Manacorda. Penso che un momento così non ritornerà mai più. Che c’entra, io sono totalmente trasparente a loro in questo momento, ma non importa, il bello è che se 10 anni fa mi avessero detto che mi sarei seduta accanto a Manacorda a discutere del mio dottorato semplicemente avrei riso loro in faccia, se mi avessero detto che mi sarei trovata nella stessa stanza con lui e Carandini idem! E invece le cose cambiano e la determinazione, quella stessa che diceva Maura Medri, fa sì che esse si trasformino.

Questo è il mio commento alla giornata e il mio consiglio ai giovani d’oggi: la parola d’ordine è determinazione. Non arrendetevi, provate, provate e provate. Non diventerete dei Carandini e troverete dei Carandini ad osteggiarvi o semplicemente a non considerarvi, troppo impegnati a promuovere se stessi, ma non scoraggiatevi. Non subito, per lo meno. Voglio riportare, e spero che mi perdonerà per la lesione della sua privacy, lo stato che ha messo su fb un giovane studente de La Sapienza (Ei fu RomaTre):

E poi tra tanti mostri sacri del tuo campo che parlano, si confrontano, si scambiano idee, raccontano aneddoti ed esperienze – e tu in quel momento hai l’ennesima conferma sul fatto che abbiano fatto un pezzo (e che pezzo!) di storia – ti chiedi: potrò mai anche solo sperare di fare una piccola parte di quanto hanno fatto loro?speranzoso.

Fa tenerezza, e anche un po’ rabbia, forse, perché vorresti che i giovani si sentissero meno oppressi dal peso dei loro “maestri”, ma che il sistema è ancora troppo incardinato in questo modo perché le cose possano cambiare. Forza ragazzi, alzate la testa, tanto i professoroni fuori dall’Università non ci sono ad aiutarvi!!!

Infine, una piccola, spero, riflessione, in forma di dialogo, che non vuole togliere nulla alla pubblicazione di Ostia V, ma che risponde a tematiche attuali e a me care. Questo dialogo, che è reale (cambieranno forse alcuni congiuntivi) l’ho avuto giusto l’altroieri con un mio amico, non archeologo, il quale mi chiedeva cosa andavo a fare a Roma:

- Vado alla presentazione del libro della mia Prof. su delle Terme di Ostia Antica: le ha studiate per una vita, ora le pubblica.

- Ah, ma che libro è? Voglio dire, è difficile o è per tutti?

- Eh, no, è difficile, anzi, piuttosto “cattivo”, molto molto analitico.

- Ah, quindi una cosa solo per voi archeologi. Ma non era meglio fare un libro adatto a tutti?

- Beh, per ogni scavo che si fa bisogna fare una pubblicazione scientifica dei dati, che sia il più analitica e precisa possibile e che possa essere un’ottima base di studio per gli studi futuri e quindi, sì, anche per le pubblicazioni di divulgazione, “per tutti”

- Ok, però secondo me dovrebbe essere prevista fin dall’inizio oltre alla pubblicazione scientifica anche una pubblicazione più divulgativa, “per tutti”.

Meditate, gente, meditate: perché si torna sempre lì: perché il nostro lavoro non rimanga fine a se stesso, dev’essere tradotto anche, non solo, in un linguaggio che sia accessibile ai più. Ed evidentemente, non siamo solo noi del settore, a dirlo, ma la domanda viene anche da fuori…

Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice

L’invasione dei blogger a Paestum 2013

Ho scritto questo post per il blog della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013. Quest’anno per la prima volta a Paestum si riuniranno alcuni tra i più attivi blogger di archeologia in Italia, in un incontro organizzato apposta per loro e dal titolo “Archeoblog” che non lascia spazio a fraintendimenti di sorta. Cinzia Dal Maso del blog Filelleni ci ha chiamato alle armi, noi abbiamo risposto. Ma prima di incontrarci di persona cominciamo a fare un po’ di casino qua e là in rete. Perché di cose da dire ne abbiamo, e molte.

Archeoblog, Paestum 2013

Saremo agguerriti. Soprattutto saremo entusiasti. Perché per la prima volta in Italia i blogger di archeologia si incontrano per presentarsi, per raccontare se stessi e le proprie esperienze, per condividere idee e proposte, per riconoscersi come categoria: non semplicemente archeoblogger, ma Cultural Heritage Blogger, per accogliere la definizione che ha creato per noi Cinzia Dal Maso, colei che, blogger e giornalista, ha promosso l’incontro Archeoblog alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum 2013. La situazione è questa: l’Italia, il nostro patrimonio culturale, ha bisogno di essere raccontato; per farlo c’è bisogno di figure che lo conoscano e lo capiscano, che ne conoscano l’importanza e la sappiano trasmettere agli altri. Oggi il maggiore scambio di notizie avviene online, in rete, attraverso i social network e i blog ed è questo il luogo in cui bisogna insistere per promuovere il nostro patrimonio, sempre più abbandonato a se stesso per croniche e sempre più aggravate carenze di fondi e di progettualità. Ma soprattutto abbandonato perché non se ne parla, o se ne parla demagogicamente o soltanto quando il danno è ormai irreparabile. Se la situazione nei media è questa, nel web è ancora peggio: mancano voci coordinate che promuovano il patrimonio, che contribuiscano alla diffusione della sua conoscenza. Le voci ci sono, oggi, e sono quelle dei blogger, ma sono spesso troppo slegate tra loro, e per quanto vedano le stesse problematiche e siano mosse dagli stessi interessi, non hanno ancora la forza (o la consapevolezza) di formare una corporazione. Come i travelblogger sono ormai una realtà che detta legge nel mondo del turismo, così gli archeoblogger, anzi, i cultural heritage blogger, devono riuscire a imporsi nel mondo della comunicazione online, divenendo figure necessarie nel campo della comunicazione culturale, e dare vita ad una nuova figura professionale, della quale da più parti si sente ormai il bisogno: perché chi conosce è il miglior promotore, e noi archeologi per troppo tempo abbiamo demandato e delegato altri per la comunicazione del nostro patrimonio. Dobbiamo dunque riprenderci questo spazio che ci appartiene. I presupposti ci sono, alcuni esempi, per quanto pochi, si trovano in Italia, e sono i blog dei musei che impiegano personale qualificato per promuovere le proprie attività e le proprie collezioni. Al momento, però, sono ancora troppo pochi i giovani che riescono a fare del blogging culturale una professione, ma la domanda c’è ed è questo il momento di fare fronte comune per far sentire la nostra esistenza, la nostra presenza e la nostra attenzione.
Il 14 novembre 2013 a Paestum discuteremo di questo e di altro, ognuno dei blogger porterà la propria esperienza, si confronterà con gli altri, non solo blogger di archeologia, vedrà, in sostanza, che non è solo. Facciamo rete: è un’esortazione, ed è la parola chiave di Archeoblog.

Il problema è che noi archeologi siamo romantici…

Ostia Antica, Domus di Amore e Psiche

Ho avuto modo recentemente di fare più volte questa riflessione: a noi archeologi ci fregano e continueranno a fregarci (e ci freghiamo da soli, ovviamente), perché sotto sotto siamo dei gran romanticoni. Amiamo il bello, lo cerchiamo, lo perseguiamo e ci affezioniamo ad esso, e siamo romantici, molto romantici. Altrimenti non ci saremmo scelti un mestiere che vive, si nutre e si alimenta di sola passione. Ne ho avuto l’ennesima conferma nelle ultime settimane, quand’ero impegnata a Ostia a ultimare una campagna di rilievo con l’Università di RomaTre e ogni volta che sollevavo lo sguardo su Via degli Augustali mi bloccavo in estasi a osservare quant’è incantevole il basolato incorniciato da quel superbo cipresso che lo chiude sulla destra. Oppure, lungo il decumano massimo, mi incantavo a guardare i meravigliosi scorci che gli alti pini di Ostia creano, perfettamente integrati nel percorso archeologico della città romana.

996631_10201714019159622_1045142348_n.jpg Ostia Antica, archeologi romantici

E se non tutti gli archeologi sono romantici (ma io direi di sì, visto il successo che le foto che ho pubblicato su instagram, facebook e twitter da Ostia hanno avuto un bel riscontro), io lo sono di sicuro. E il mio essere romantica si manifesta non solo nel sapermi ancora meravigliare di fronte ad un bel paesaggio, ma anche nell’affezionarmi ai luoghi in cui ho scavato. Così, quando l’Istituto Internazionale di Studi Liguri mi ha chiesto se potevo pubblicizzare la loro ennesima campagna di scavo alle mura settentrionali di Ventimiglia, ho pensato che anche se questo blog ormai ha intrapreso tutt’altra via e tutt’altro tipo di contenuti, tutto sommato un pensiero e un sorriso affettuoso ai luoghi che hanno contribuito alla mia formazione ci poteva stare.

ventimiglia, scavi archeologici, iisl

E così eccomi, scusandomi per il ritardo, a dirvi che sta per partire (da lunedì) la XII Campagna di Scavo presso l’area delle Mura Settentrionali di Ventimiglia (IM). Lo scavo si rese necessario anni fa, quando venne in luce un tratto della cinta muraria di Albintimilium dall’orientamento piuttosto inconsueto e con una piccola porta urbica aperta in essa. Lo scavo riguarda la necropoli tardoantica e altomedievale che si installò a cavallo di questo settore delle mura e che pone i problemi – a me peraltro molto cari – dell’abbandono e della trasformazione d’uso di un settore di quella che in età imperiale era stata una fiorente città. Avevo chiesto all’Istituto di ricevere qualche info in più per poter descrivere meglio lo stato dei lavori (io manco dal 2009), ma non avendo ricevuto ulteriori aggiornamenti vi lascio soltanto il manifesto nel quale trovate tutte le info del caso. Il mio saluto e il mio “buon lavoro” a tutti coloro che dal 7 al 31 ottobre lavoreranno sul cantiere delle Mura Settentrionali, dalla direttrice, Daniela Gandolfi, ai suoi responsabili Lorenzo Ansaldo e Viviana Pettirossi, agli studenti di archeologia di belle speranze che qui verranno a farsi le ossa, e soprattutto a imparare a riconoscere la ceramica: perché Ventimiglia è il luogo in cui Nino Lamboglia fece le sue classificazioni della ceramica romana, e l’Istituto Internazionale di Studi Liguri ne porta ancora avanti l’eredità.

Musées (Em)portables

Segnalo e diffondo volentieri questa notizia che mi ha girato Caterina Pisu dell’Associazione Italiana Piccoli Musei. Si tratta di Musées (em)portables, un concorso francese dedicato ai musei che prevede una regola alquanto… bizzarra? No, non direi, perché tanto vale che ci abituiamo all’idea… insomma, il concorso prevede di girare un breve video relativo ad un museo con un telefono cellulare, uno smartphone, un tablet o una fotocamera digitale. Il video può essere girato da chiunque e per qualunque scopo, dal promuovere il museo attraverso le sue collezioni al dietro le quinte da parte di chi nel museo lavora. L’importante è lo strumento che si utilizza. E lo scopo. Che riporto direttamente dal blog di Caterina Pisu:

“L’idea di questo concorso è nata dall’osservazione che esiste uno stretto collegamento tra la diffusione dei cellulari e di altri dispositivi mobili e la sempre più estesa modalità “globale” della comunicazione. Sono un miliardo i dispositivi mobili in circolazione in tutto il mondo: perché non utilizzarli per qualcosa di creativo? La proposta, allora, è quella di realizzare un filmato in un museo, perché se è vero, come affermano gli organizzatori, che la sicurezza impone le sue regole e spesso non è concesso filmare o fare fotografie nei musei, si possono rompere schemi troppo rigidi a vantaggio della libertà e di una maggiore soddisfazione dei visitatori, tenendo conto di poche, semplici regole.”

musées (em)portables

Il concorso è giunto alla sua 3° edizione. I filmati presentati l’anno scorso sono visibili a questo link: http://www.museumexperts.com/musees_em_portables/video/.

A questo link trovate tutte le info utili per partecipare. L’idea mi piace perché sperimenta un modo diverso di promuovere e di far vivere il museo, coinvolgendo sia i visitatori che chi nel museo lavora, dando l’immagine del museo come di un luogo che ci appartiene, nel quale possiamo muoverci liberamente e con familiarità. Volete partecipare anche voi con un video sul “vostro” museo? Avete tempo fino al 13 dicembre 2013!