29/12/2011

Gli Etruschi? Per gli Australiani sono una “fantasia classica”

Etruscans: a classical fantasy” è il titolo di una mostra inaugurata recentemente a Sydney, presso il Nicholson Museum. Fin dal titolo, la mostra fa discutere sull’approccio che si ha in Australia in merito all’archeologia di casa nostra.

locandina mostra "Etruscans: a classical fantasy"

 

Un piccolo spazio ricavato all’interno della già di per sé piccola sala che ospita il Nicholson Museum ospita la mostra, allestita a luglio 2011, “Etruscans: a classical fantasy”. Sono esposti i pezzi etruschi acquistati da Nicholson sul mercato antiquario durante uno dei suoi viaggi in Italia, con il nobile intento di portare a conoscenza del pubblico australiano una popolazione italica preromana non proprio tra le più note su scala mondiale. Nobile intento, certo, ma fin dal titolo, avvertiamo che c’è qualcosa che non va. Spesso all’archeologia, nell’ambito della divulgazione di massa, viene associato il termine mistero, nonostante misteri non ce ne siano, ma casomai risposte più approfondite da trovare. In questo caso, invece, per il curatore australiano della mostra gli Etruschi non sono avvolti nel mistero, ma addirittura nella fantasia!

 

Al visitatore vengono fornite poche informazioni: alcune sono fondamentali, come una cartina dell’Italia nella quale localizzare le principali città etrusche (cosa che manca, ad esempio, nella sezione etrusca del Museo Archeologico Nazionale di Firenze!);  altre sono totalmente erronee: ad esempio è citato un testo di D.H. Lawrence (edito nel 1932, ma scritto almeno … anni prima!), testo evocativo in cui si dice che le sole conoscenze che si hanno sugli Etruschi provengono dalle tombe, senza commentalo né sconfessarlo sulla base delle più recenti ricerche; sempre ad esempio, è citato un articolo del Guardian del 2007 che parla di un test sul DNA che dimostrerebbe che gli Etruschi sarebbero giunti nel Tirreno dalla Turchia, quando invece è assodato in ambito accademico che essi sono una cultura nata e sviluppatasi nell’Italia centrale dall’VIII-VII secolo a.C. Informazioni erronee che si fondano effettivamente nella fantasia, sicché il titolo della mostra può allora essere appropriato. Stupisce come il team di curatori dell’esposizione non abbia consultato bibliografia scientifica recente (un articolo del Guardian, scritto da un giornalista, non può essere paragonato ad un contributo della rivista scientifica Studi Etruschi, i cui autori sono studiosi di Etruscologia, per fare un esempio). E la scelta terribile di citare il discutibile studio del Guardian dandolo come verità di fede, inficia fortemente la scientificità della mostra.

 

Il resto dell’esposizione è fin troppo semplicistico e banale: il classico tema del banchetto, della morte, del bucchero e della toeletta femminile, illustrati in poche righe e con pochi oggetti di qualità non troppo elevata (del resto, ciò è dovuto alle scelte arbitrarie del Nicholson: avrà acquistato gli oggetti per lui più belli, i meno costosi o semplicemente quelli che il mercante di turno gli offriva?).

"etruscans: a classical fantasy", sydney

Non credo che i visitatori di questa mostra usciranno dal museo con le idee chiare sugli Etruschi: avranno piuttosto poche idee, e sbagliate, perché la volontà di semplificare per rendere accessibile un argomento tanto lontano dalla formazione culturale dell’Australiano medio è stata sopraffatta da una ricerca a priori superficiale. Sarebbe bastato poco: sarebbe bastato chiedere un consulto ad un etruscologo vero, magari italiano, che sarebbe stato lieto di sciogliere qualche nodo essenziale e, magari, di correggere qualche grossolano errore.

 

Eppure le intenzioni erano buone, ottime! Alla mostra era stata data visibilità nazionale e persino internazionale (la pubblicità compare sulla rivista ufficiale della compagnia aerea australiana Qantas). E invece no. Peccato, è stata sprecata una gran bella occasione.

 

 

Marina Lo Blundo

Un museo di archeologia classica nel cuore di Sydney: il Nicholson Museum

Il Nicholson Museum è un piccolo museo universitario che costituisce il solo museo di Archeologia del Mediterraneo e del Vicino Oriente Antico dello stato australiano del New South Whales, di cui Sydney è capitale. Visitarlo permette di capire che idea hanno gli Australiani dell’archeologia classica.

Nicholson Museum, Sydney

 

Sydney, ottobre 2011. È un museo piccino, il Nicholson Museum, museo universitario formatosi a seguito della donazione fatta a fine Ottocento da Sir Charles Nicholson, medico, politico, uomo dal multiforme ingegno appassionato, tra le altre cose, di archeologia del Mediterraneo, dagli Egizi agli Etruschi ai Romani. Costui nel corso dei suoi viaggi in Italia e in Egitto acquistò i pezzi della sua costituenda collezione sul mercato antiquario di due terre che ancora, per ragioni storiche innanzitutto, non avevano un’organica legislazione in materia di compravendita di antichità. In vecchiaia, a Sydney volle rendere pubblica la sua collezione riconoscendone l’indubbio valore culturale per una nazione piva di un remoto passato storico (gli studi archeologici sulle popolazioni aborigene erano ancora ben lontani dal vedere la luce).

 

Museo piccolo, silenzioso, ben illuminato, a ingresso gratuito, la collezione originale si compone di materiali provenienti dall’Egitto – mummie, coperchi di sarcofagi – dalla Grecia – vasi attici innanzitutto – e dall’Italia – Pompei, Roma, Toscana – acquistati secondo il gusto estetico di Nicholson e non certo con un criterio classificatorio, cui si aggiunge una sezione, di creazione più recente, dedicata al Vicino Oriente e una a Cipro che accoglie i risultati degli scavi della Missione Archeologica Australiana nell’isola.

 

L’esposizione museale presenta l’uomo, Charles Nicholson, e la sua collezione su scala tematica rispondendo al tentativo di illustrare l’archeologia del Mediterraneo per sommi capi. In questo senso si rispetta la volontà di Nicholson di un museo che insegnasse agli Australiani, per la maggior parte all’epoca di discendenza e origine europea, la loro storia più antica, il legame culturale con l’Europa. L’Egitto è illustrato scegliendo come riferimento il testo di Erodoto, la cultura materiale romana è riecheggiata nel riferimento a Pompei e ad Ercolano: si cerca in questo modo di dare un’idea, certo incompleta, e certo viziata da una visione ancora romantica del passato antico, delle civiltà più antiche e più significative per la cultura occidentale.    

In Australia non esistono per l’archeologia classica grandi istituzioni museali sul modello americano del Metropolitan Museum di New York o del Paul Getty Museum di Malibu. Il Nicholson Museum è l’unico, insieme ad un altro piccolo museo ad Adelaide (South Australia), ad occuparsene. Visitare il Nicholson Museum vuol dire rendersi conto della percezione che in Australia si ha dell’archeologia classica e del Mediterraneo: essa è lontana, una materia che non appartiene agli Australiani, che desta curiosità, più che interesse, che si alimenta di suggestioni. Nonostante ciò, la volontà di avvicinarsi un po’ di più ai suoi temi è palpabile: in contemporanea si svolgono in questo periodo una mostra a Melbourne dedicata al faraone Tutankamon e al suo tesoro, e una a Sydney, proprio al Nicholson Museum, dal significativo titolo “Etruscans: a classical fantasy”, che lascia intendere molto sull’idea confusa e avvolta quasi nel sogno, che aleggia negli animi australiani quando si parla di archeologia classica.

Marina Lo Blundo

What about Archeologia in Australia?

Inizia con questo articolo un breve dossier sull’archeologia in Australia. Terra scoperta solo a fine Settecento e colonizzata a partire dal secolo successivo, non vanta una grande tradizione archeologica, sia perché gli insediamenti coloniali e le prime testimonianze dell’occupazione europea vengono studiati giustamente con metodo storico, sia perché lo studio dei siti aborigeni, completato dagli scavi archeologici, trae linfa vitale dall’apporto dell’antropologia culturale. Chissà allora come viene percepita l’archeologia classica…

 

pitture rupestri Kakadu National Park

 

Sydney, ottobre 2011. In Australia in realtà non esistono musei archeologici nel senso che noi attribuiamo al termine (o, se esistono, non sono però segnalati sulle Guide a uso e consumo dei turisti). La comunicazione delle scoperte archeologiche legate ai siti aborigeni, e che derivano in certi casi da veri e propri scavi preistorici, per l’epoca cui risalgono, viene affidata ai vari Museum of Australia, sparsi nelle capitali degli Stati, e che hanno però più l’impronta del museo di storia naturale e di etnologia che di archeologia vera e propria, oppure ai centri di documentazione/centri culturali aborigeni, sparsi nei territori di cui gli Aborigeni sono stati riconosciuti proprietari tradizionali (tra i più importanti, il Cultural Centre di Uluru, ad Ayers Rock, e il Cultural Centre di Waradjan nel Kakadu National Park, Nothern Territory), nei quali l’impostazione è di tipo antropologico/etnografico, non archeologico. In questi casi l’informazione che deriva al visitatore è senz’altro più completa, visto che il dato archeologico è integrato da altri dati che lo scavo da solo non può restituire. Scompare però, nella presentazione al pubblico, l’idea della ricerca archeologica come fattore per ricostruire il passato. L’idea stessa di archeologia mal si coniuga con la cultura aborigena che affonda la sua ragion d’essere in un passato che però è sempre vivo nel presente. Gli stessi siti aborigeni noti per la presenza di pitture rupestri e perciò inseriti nei percorsi turistici non vengono chiamati siti archeologici, perché tuttora sono considerati sacri e vissuti come tali dagli aborigeni di oggi, eredi e custodi di una cultura orale che si trasmette di padre in figlio, di madre in figlia, e che non a tutti può essere rivelata.

 

Sovereign Hill, Ballarat Nel caso dei primi stanziamenti coloniali, la ricerca è condotta a tutto campo riferendosi ad un’ampia gamma e varietà di fonti – d’archivio, artistiche e, vista l’epoca recente in molti casi, fotografiche – il che consente un’acquisizione di conoscenza molto approfondita, per non dire completa, dalla quale derivano in alcuni casi ricostruzioni filologicamente corrette, come nel caso di Sovereign Hill, presso Ballarat (Victoria). Qui è ricostruita la primitiva città di Ballarat, che nacque intorno alla prima miniera d’oro scoperta nella regione. Il parco, che ha più l’aspetto di un parco divertimenti, è però realizzato tenendo conto di documenti grafici e fotografici d’epoca (II metà dell’Ottocento), e restituisce filologicamente l’aspetto degli edifici della cittadina e della miniera d’oro. Certo, non si può e non si deve parlare di archeologia in questo caso, ma non viene meno, anche in un parco di questo tipo, l’intento di fornire un’informazione storica corretta.

 

Esistono, sia chiaro, istituti di archeologia in Australia, che conducono studi di carattere preistorico sui siti aborigeni e moderno sui primi stanziamenti coloniali. Esistono pubblicazioni scientifiche di archeologia australiana, ma la grande divulgazione preferisce non parlare di archeologia, proprio perché mai come nel caso australiano la disciplina è contaminata da metodologie afferenti altre discipline, ed è completata dagli apporti derivanti da esse. Il museo archeologico e il sito archeologico come lo intendiamo noi non esistono, o almeno non esistono sotto questa definizione. 

Marina Lo Blundo

Homo Sapiens. Viaggio alla ricerca delle nostre radici

Questo post è una mia recensione della mostra "Homo Sapiens" che si sta svolgendo a Roma, Palazzo delle Esposizioni, e che ho pubblicato su "Indirizzi Visuali", una piccola rivista online di informazione culturale che ancora deve crescere e deve trovare una sua identità, ma che intanto aggiunge una voce al coro dei blog di informazione culturale fatta bene, di cui in Italia abbiamo sempre e comunque bisogno.

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Ha inaugurato l’11.11.11 a Roma, Palazzo delle Esposizioni, la mostra “Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana”. Un percorso che tocca le tappe fondamentali che da ominidi ci hanno trasformato in uomini. Con un messaggio molto importante: oggi la specie umana, e la razza umana, è una sola, ma è esistito un tempo in cui più specie di Homo convivevano. Viaggio alle radici del perché non possiamo essere razzisti…

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Il piano nobile di Palazzo delle Esposizioni a Roma ospita una mostra-evento dedicata ai nostri più antichi antenati e al percorso che da ominidi, australopitechi abitanti dell’Africa, ci ha portati ad essere uomini. La storia dell’umanità inizia con i piedi, scrisse nel 1964 André Leroi-Gourhan, antropologo tra i padri della preistoria moderna, e di fatto, senza la stazione eretta l’uomo non sarebbe tale: ed è da questo primo tratto evolutivo che si distingue l’australopiteco, il primissimo dei nostri antenati. Lo sviluppo della scatola cranica verrà poi, col tempo, nel corso del passaggio da ominide a Homo e ancora oltre, fino alla definitiva conquista di tutte le capacità cognitive e culturali con l’Homo Sapiens.

In mostra apprendiamo che dall’Africa, dove tutto ebbe inizio, partirono due grandi ondate migratorie, due momenti in cui l’Homo decise di spostarsi, a caccia di nuovi territori, di condizioni di vita migliori, seguendo magari le sue prede. La prima volta è l’Homo Ergaster, che dall’Africa passa in Eurasia, dando il via, con la prima migrazione, alle prime diversificazioni, che portano al differenziarsi di alcune specie. Così quando l’Homo Sapiens, comparso intorno ai 195mila anni fa nella valle dell’Omo, in Etiopia, a sua volta lascia l’Africa, circa 40.000 anni fa trova in Eurasia altre 4 specie umane con cui per qualche tempo convive e probabilmente in qualche caso si accoppia: l’Homo di Denisova, che vive in Siberia, l’Homo di Flores (noto col soprannome Hobbit Man), l’Homo Erectus Soloniensis in Indonesia, l’uomo di Neanderthal. È questo anzi, il nostro cugino più stretto, ma è una specie a sé, come hanno dimostrato i più recenti studi genetici condotti da quelli che vengono chiamati “archeologi del DNA”. Neanderthal: così simili, così diversi, tanto che un bel momento si estinguono, mentre l’Homo Sapiens rimane l’unico del genere Homo sul pianeta. Eppure già il Neanderthal aveva un linguaggio, aveva manifestazioni che potremmo definire “culturali”: la cura dei morti, seppelliti in posizione fetale, per esempio. Con l’Homo Sapiens però giungono a compimento quei processi che, sviluppando l’intelligenza, sviluppano tutte quelle attività che vanno sotto il nome di cultura. E ancora: l’Homo Sapiens continua ad espandersi, raggiunge l’America da una parte e l’Australia dall’altra: qui ancora ora gli aborigeni raccontano in termini mitologici quei tempi, quando gli antenati cantavano le cose ed esse prendevano forma o vita; è il Tempo del Sogno, e risale a circa 50mila anni fa.

Dalla rivoluzione neolitica in avanti, poi, è un crescendo: l’homo sapiens ormai è chiamato semplicemente uomo, si stanzia, costruisce città, crea gerarchie sociali, sviluppa sempre nuove forme di socialità e di cultura. Non esistono più specie, né razze, ma popolazioni, popolazioni che sviluppano culture diverse in rapporto agli stimoli ambientali, innanzitutto. E giungiamo a noi, alle grandi esplorazioni geografiche che portarono gli Europei a incontrare gruppi umani fino allora sconosciuti. L’impatto non è dei migliori, come la Storia ci insegna. Il razzismo nasce in quei momenti, e non si sradicherà più, fino ad oggi.

La mostra allora, attraverso questa esposizione colorata, a tratti interattiva, ricca di calchi di ominidi e di ricostruzioni, forse un po’ troppo densa di informazioni non sempre semplici, nonostante il linguaggio volutamente colloquiale, ci vuole ricordare che la storia dell’uomo è lunga, fatta di incontri, di viaggi, di contatti tra specie umane differenti. Siamo un’unica specie, figlia però di grandi diversità. Ed è proprio questo il bello della natura umana.

A margine “L’Italia nell’unità della diversità”: piccola sezione della mostra che gioca sui 150 anni dell’Unità d’Italia per ripercorrere la storia del popolamento del territorio italiano, dai primi abitatori in grotta ai Balzi Rossi e alle Arene Candide, agli Etruschi (con quella teoria tutta da dimostrare, ma dura a morire, che li vorrebbe far giungere dalla Turchia!), al formarsi dell’italiano come lingua molto prima che come nazionalità.

Allestita come se fosse stata concepita per i ragazzi delle scuole, in realtà si rivolge a tutti. Il tema educativo di fondo senza prevalere sui contenuti scientifici tuttavia si fa avvertire, continuamente, come una colonna sonora, e di fatto è lo scheletro portante intorno a cui ruota tutto il resto. Un messaggio sociale nascosto in una mostra di antropologia/preistoria. Un nuovo modo di intendere il ruolo educativo del nostro passato.

09/11/2011

Ventimiglia e il suo territorio dalle origini ai giorni nostri

Sabato 12 novembre alle ore 16.00 nella Sala “Emilio Azaretti” del Museo Civico Archeologico “Girolamo Rossi” di Ventimiglia (IM)  si svolgerà il primo appuntamento col consueto ciclo di conferenze “Ventimiglia e il suo territorio dalle origini ai giorni nostri”, giunto quest'anno alla XVIII edizione, realizzato in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura della Città di Ventimiglia e con la Sezione Intemelia dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri.

Il Direttore dell'Area Archeologica di Nervia (Ventimiglia) Luigi Gambaro, insieme a Giulio Montinari della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, con la conferenza Insediamenti e commerci nel corso della seconda età del Ferro e la romanizzazione (IV – II sec. a.C.) tra Roia e Argentina. Ricerche in corso, presenterà i risultati delle ultime ricerche sugli insediamenti abitativi e sugli scambi commerciali nell'estremo Ponente Ligure tra IV e II secolo avanti Cristo, cioè in quella fase storica che vide i Liguri Intemeli assorbiti nella sfera del nascente dominio romano.

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INFO:

Museo Civico Archeologico “Girolamo Rossi”

Via Verdi 41 - 18039 Ventimiglia IM

Tel./fax 0184 351181 - www.fortedellannunziata.it - museoventimiglia@libero.it

21/09/2011

Giornate Europee del Patrimonio: chi vince nell'offerta culturale?

Questo week-end, 24-25 settembre 2011 si tiene l'evento, a valenza europea, delle Giornate Europee del Patrimonio. Tutta l'Italia delle istituzioni culturali, degli enti di ricerca, delle amministrazioni locali e degli enti preposti alla tutela e alla valorizzazione, dà appuntamento agli Italiani, anche a quelli che si accorgono di avere un patrimonio culturale solo quando si tratta di indignarsi per il crollo di un muro a Pompei o di firmare un'assurda petizione per il ritorno della Gioconda, attraverso una serie di iniziative a carattere culturale, quali mostre, convegni, visite guidate, aperture straordinarie, e poi concerti, rappresentazioni ecc, per celebrare, far meglio conoscere, rivelare il nostro patrimonio culturale, anche il più nascosto o il più sconosciuto. Quest'anno, poi, il leit-motif è il 150enario dell'Unità d'Italia, quindi buona parte degli eventi è in qualche modo legata al Risorgimento, all'800, ai primi passi del piccolo Regno d'Italia, il che rende l'edizione di quest'anno sicuramente peculiare e unica rispetto alle proposte che potevano essere state presentate nelle precedenti edizioni.

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Sulla pagina ad hoc del MiBAC c'è l'elenco completo, regione per regione, degli eventi culturali organizzati. Mi sono allora divertita a guardare i numeri e guardate cosa ho scoperto:

  • Gli eventi in programma sono, per tutta la Penisola, isole e regioni a statuto speciale comprese, 1313. Se andiamo a vedere regione per regione, ecco chi sale sul podio:
  1. Lombardia (279 eventi)
  2. Emilia Romagna (207 eventi)
  3. Liguria (113 eventi)
  • Cooosa??? Liguria? Quella sottile striscia di terra che ha le province così piccole che sopravviverà solo quella di Genova è capace di organizzare 113 eventi? Complimenti! La Toscana ne organizza solo 66, il Lazio non è da meno, la Campania una settantina (e la Sicilia 12...!!!)... Insomma, la Liguria supera per numero di iniziative regioni che sia per superficie che per emergenze archeologiche, beni artistici, complessi monumentali, beni paesaggistici e etnoantropologici contano un numero molto maggiore di potenziali beni da valorizzare.
  • Hip hip Hurrà per la Liguria, il cui programma è parecchio eterogeneo, spaziando dall'archeologia alla storia risorgimentale, ai beni ecclesiastici, alla musica e a quant'altro sia venuto in mente ai fantasiosi organizzatori. Dico fantasiosi in senso buono, perché sicuramente ci vuole fantasia, estro e l'intuizione di dire "perché non facciamo questo?" dopodiché ci vuole la capacità di non mettere il mare tra il dire e il fare, e quindi di organizzare il tutto anche con semplicità. Perché basta poco, veramente poco, per organizzare una visita guidata (come sanno bene all'Archeologico di Diano Marina), o un'apertura straordinaria, o la presentazione di un libro (l'autore ne sarà felicissimo).
  • Ma non in tutte le regioni la pensano così. Il Lazio con Roma capitale dell'Impero e del Papato, e la Toscana con Firenze e Siena, culle del Rinascimento, non sentono il bisogno di valorizzare ancora di più il loro conosciutissimo patrimonio. Ma proprio qui sbagliano, perché il nostro patrimonio culturale è un pozzo senza fondo...
  • Non sto qui a valutare la qualità dell'offerta. In genere si guarda con occhio sospettoso la sovrabbondanza di eventi, in quanto mettendo tanta carne al fuoco si rischia di fare troppo e male. Ma qui si tratta di tanti organismi indipendenti gli uni dagli altri - tra enti pubblici, privati, locali, non locali, associazioni ecc - uniti insieme sotto l'egida del MiBAC, in cui ognuno ha organizzato la sua fetta e l'avrà fatto sicuramente nel miglior modo possibile.

Premiamo l'iniziativa e lo spirito di iniziativa che ha animato gli organizzatori e gli ideatori di ogni singolo evento. Dalle buone idee, di solito, nascono buoni frutti.

14/08/2011

ora mi incazzo

Ora mi incazzo. Perché? Guardate qui:
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-6c049a95-c19e-4e3f-be83-bac7eb664daa-tg2.html#p=2

Trattasi di servizio andato in onda al tg2 dell'11agosto (edizione serale, la più seguita), nel corso del quale si sponsorizza l'attività di un gruppo archeologico che scava a Cerveteri. Sin qui niente di male, ma é quando la giornalista dice, con un tono inequivocabile "loro non sono pagati per scavare, loro sono volontari che dedicano parte delle loro vacanze all'archeologia" che io mi incazzo. Perché tra i volontari c'é un dentista che fa l'archeologo per passione mentre io non mi sognerei mai, per passione, di svolgere la sua professione, per esempio; ma mi incazzo ancora di più perché ancora una volta, nonostante gli sforzi fatti dai colleghi precari e militanti di tutta Italia per far valere le proprie ragioni, per far riconoscere la professione, si fa un enorme passo indietro, proprio quando (mi) sembrava che finalmente qualcosa si muovesse. E invece niente. Prevale il luogo comune, prevale la musichetta di Indiana Jones cui gli archeologi (veri) sono allergici da anni, prevale il pressapochismo e l'ignoranza di chi pensa che andare su uno scavo o andare al mare sia la stessa cosa.
Mi cascano le braccia. Uno fa degli sforzi, cerca nel suo piccolo di sensibilizzare l'opinione pubblica e cosa ottiene? Un branco di esaltati premiati perché lavorano gratis! Non va bene, non é giusto. E sia chiaro, non ce l'ho col dentista che gioca all'archeologo (sono intimamente convinta che se il mio dentista avesse fatto l'archeologo io ne avrei tratto vantaggi), ma col tg2, che dà un'immagine distorta e zuccherosa dell'archeologia, un'immagine che niente ha a che fare con la realtà. Una notizia falsa, insomma, di cui l'archeologia in Italia non ha proprio bisogno. Perché il succo del problema é questo: quella dell'archeologo ancora non é riconosciuta come una professione. Anni di sforzi per richiedere un albo e cosa otteniamo? Che può giocare all'archeologo chi é iscritto effettivamente a un albo. A quelli dei dentisti, però.

12/08/2011

Indiana Jones non passa mai di moda...

E' inutile:abbiamo passato anni, noi archeologi del Vecchio Continente, noi archeologi da campo impegnati giornalmente sui cantieri urbani, a toglierci di dosso l'immagine mitologica ma scomoda di Indiana Jones. E' colpa sua se la gente viene a chiederci se abbiamo trovato il tesoro, è colpa sua se la gente si appassiona alle grandi scoperte archeologiche e ai misteri dei Maya e degli Inca, ma poi si incazza se andiamo sotto casa armati di trowel a fare un'assistenza archeologica. Forse è perché in mano abbiamo la trowel e non la frusta che non veniamo apprezzati, forse perché invece dell'inconfondibile cappello abbiamo una bandana nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore siamo spettinati, sudaticci, puzzolenti e, diciamocelo, non proprio attraenti come Harrison Ford.

Ma Indiana Jones tira sempre, non passa mai di moda. Anche se l'ultimo film è una totale tavanata galattica, lui, l'eroe, l'archeologo più famoso del mondo (secondo solo a Zahi Hawass?) ne è uscito ancora più forte. Così, se qualcuno tra i nati negli ultimi 10 anni si fosse perso il mito creatosi con i tre film precedenti, in questo modo l'ha recuperato, e può pensare che è lui, Indiana Jones, l'archeologo vero mentre noi, quelli da battaglia, siamo solo delle pallide sfigate imitazioni.

indiana jones et l'aventure archeologique

Da decenni si parla del mito di Indiana Jones, anche, incredibilmente, a livello accademico. Oggi, però, si fa di più: al nostro eroe viene dedicata una mostra: Indiana Jones et l'Aventure Archeologique. Si svolge fortunatamente nel posto più lontano del mondo, a Montreal in Canada, fino al 18 settembre 2011, sponsorizzata nientepopodimenoché dalla LucasFilm e dal National Geographic (Tu quoque?), e si pone come una mostra interattiva - e non potrebbe essere altrimenti - che tra spezzoni di film, oggetti del set cinematografico, attività più o meno extrasensoriali e, finalmente, qualche reperto archeologico vero, vorrebbe spiegare principalmente ai bambini (mi auguro e mi spavento allo stesso tempo) come funziona il mestiere dell'archeologo. Già a guardare il sito web sembra di vedere un parco divertimenti, non un'sposizione archeologica! La domanda che sorge spontanea allora è: quale immagine avrà dell'archeologo e della ricerca archeologica un visitatore medio di una mostra di questo tipo? Capirà che la vita non è un film e che l'archeologia non sempre è una mirabolante avventura? Oppure tornerà a casa sognando di fare l'archeologo da grande e per prima cosa chiamerà il cane Indy? (per l'appunto, il mio cane si chiama Indy, ma giuro, giuro, che il nome non l'ho scelto io!).

Per contro, la mostra di Montreal se apre qualche perplessità nei puristi del Vecchio Continente (sarei io, nella fattispecie), tuttavia ha il merito di parlare di archeologia in una terra che di offerta archeologica ha poco o nulla. Non sono mai stata in un museo archeologico canadese, ma ho presente la collezione archeologica del Metropolitan di New York, e credo che ad un visitatore qualunque, a vedere tutta quella abbondanza di reperti bellissimi e antichi (greci, egizi, romani e vicinorientali, innanzitutto), verrebbe in mente di chiedersi come hanno fatto ad arrivare lì, chi li ha trovati, come e perché, qual'è la domanda che spinge un uomo a mettersi sulle tracce del passato. Credo che il visitatore medio americano di una collezione archeologica negli uSA e in Canada si possa porre queste domande. La mostra di Montreal allora fornisce, a suo modo, la risposta. Purchè la spettacolarizzazione e il richiamo a Indiana Jones non prevarichi sulla bontà delle informazioni serie che si vogliono fornire, credo che tutto sommato l'intento sia buono in una società, qual'è quella americana, dove l'archeologia come la intendiamo noi è un concetto piuttosto astratto.

11/08/2011

Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo

Questo piccolo e prezioso libro in realtà non rientrerebbe in una biblioteca di archeologia. Marc Augé è un antropologo della contemporaneità, lui studia l’uomo e i luoghi che esso frequenta, non parla del nostro passato. O forse sì?

In Rovine e Macerie, Augé affronta le rovine sotto vari punti di vista. E inizia prendendo spunto da un’illustre citazione: Sigmund Freud il quale, giunto per la prima volta ad Atene, sull’Acropoli pensa “Dunque tutto questo esiste veramente, proprio come l’abbiamo imparato a scuola?”: da qui parte una riflessione sul senso del tempo davanti alle rovine di un’antica civiltà, meglio, di un sito archeologico (ne conosciamo bene degli esempi, vista l’abbondanza in Italia), un tempo che indica semplicemente il passato, ma che non riesce a raffigurare il succedersi storico. Ciò è ben evidente in una città come Roma, ad esempio nei Fori Imperiali: i resti monumentali appartengono al passato di epoca romana della città, ma non sono stati tutti costruiti nello stesso momento, né erano utilizzati tutti contemporaneamente; in sostanza il paesaggio archeologico attuale non corrisponde a nessun momento preciso della storia antica di questa parte della città, ma è la somma delle diverse fasi storiche, architettoniche, monumentali che si sono succedute. Da qui anche la difficoltà, per un visitatore in un’area archeologica, di capire a fondo ciò che sta vedendo.

Augé passa poi a fare un discorso sul paesaggio – non esiste paesaggio senza sguardo (p. 37) – in cui contempla un paesaggio costituito da rovine integrate nella natura: l’esempio cui ricorre è la città maya di Tikal in Guatemala (ma lo stesso ritorna anche per Angkor, in Birmania), vista all’alba, quando ancora non è stata invasa dai turisti. Di nuovo fa una riflessione sul tempo che le rovine ci suggeriscono (del resto, è questo il tema del libro): “Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali”(meno essi devono all’intervento umano), più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali” (p. 37). E ancora, parla di indeterminatezza temporale, per definire la sensazione che si prova davanti a rovine di architetture complesse, che solo una guida o una spiegazione efficace può chiarire.

L’antropologo della contemporaneità, anzi della surmodernità, non può non affrontare anche qui un tema a lui caro, quello dei non-luoghi: “gli aeroporti, le catene alberghiere, le autostrade, i supermercati sono nonluoghi, nella misura in cui la loro principale vocazione non è territoriale, non mira a creare identità singole, rapporti simbolici e patrimoni comuni, ma tende piuttosto facilitare la circolazione (e quindi il consumo) in un mondo di dimensioni planetarie” (p. 87). E qui mi viene in mente un discorso che faceva tempo fa il Prof. Daniele Manacorda dalle pagine di Archeo sul rischio che le tante piccole aree archeologiche che ogni tanto si aprono nelle città italiane, prive di qualsiasi attrattiva e spiegazione per chi le vede, abbandonate a se stesse tra erba incolta e cartacce abbandonate, possano diventare dei non-luoghi per chi le vede ma non le capisce, aree prive di identità, identiche a tante altre, estranee agli abitanti di quell'area.

A chiudere le riflessioni di Marc Augé, tre capitali europee, Roma, Berlino e Parigi, e tre problematiche differenti: a Roma il tema/problema dell’archeologia urbana che genera paesaggi di rovine e deve porsi il problema di volta in volta se far diventare una nuova scoperta parte di quel paesaggio, o se piuttosto essa deve essere coperta per favorire lo sviluppo della città attuale; città che ha vissuto più di ogni altra il fenomeno dell’uso pubblico della storia in età fascista, epoca cui risalgono i grandi scavi e lavori che hanno portato alla formazione di Via dei Fori Imperiali. A Berlino, dopo la caduta del muro, la città è al tempo stesso un laboratorio e un museo (p. 107): da una parte c’è Postdamerplatz, alla cui realizzazione in forme avveniristiche hanno contribuito i maggiori architetti contemporanei, dall’altra c’è un percorso che attraversa la città per andare a ricercare i frammenti ancora in piedi del Muro. La città rivela la sua incompiutezza, palpabile nei cantieri ancora aperti e leggibile nella storia del XX secolo. Parigi invece è il percorso dell’Autore attraverso il quartiere della sua infanzia, per scoprire che la città giorno dopo giorno sta cambiando, in una costante distruzione/ricostruzione in forme nuove, ma prive di personalità e di identità, di edifici e talvolta quartieri, cosicché ci si pone il problema della città storica: la città storica di domani sarà la stessa che si intende oggi? E l’autenticità di alcuni quartieri non viene forse enfatizzata in favore del turismo di massa, facendo di fatto perdere l’identità originaria? Sono problemi che ci si pone, oggi, nella società delle immagini in cui chi viaggia, di fatto va a vedere con i propri occhi immagini che già conosce.

Altre parole si potrebbero ancora dire sul senso del tempo legato all'archeologia, per esempio dal punto di vista dell'archeologo: le rovine non sono altro che la punta di iceberg di ciò che ci viene restituito del passato. I nostri sforzi di archeologi di tentare di comprendere le dinamiche di vita delle società del passato non sono che vani tentativi di fronte alla complessità di infinite situazioni che potevano sussistere. Come si fa da poche pietre sconnesse che identificano un crollo in una fase tardoantica di una città romana a capire come essa effettivamente andò in rovina? Perché lì e non altrove? Perché in quel momento e non in un altro? E qual è esattamente il momento? Cosa e perché ha provocato l'abbandono di una città che fino ad un secolo prima era fiorente? Ma era davvero un secolo? Può un semplice frammento di ceramica raccontarmi i commerci, la vitalità economica e sociale di una città romana? E può l'assenza di quel frammento raccontarmi di quando e come quella vitalità è scomparsa? Ma è stato un processo rapido o un lento declino? E in questo modo l'archeologo si pone dinanzi al senso del tempo, cercando di districarsi e di districarlo, di dipanarne la matassa. Sostanzialmente, di capirci qualcosa.

27/07/2011

Archeologia in rovina: (più di) un blog e tanti, troppi casi

Leggevo l'articolo di Repubblica di oggi segnalato dall'Associazione Nazionale Archeologi in cui si racconta l'ennesima brutta storia di malarcheologia in Italia. Questa volta a farne le spese non è tanto il patrimonio, ma l'archeologo che, impegnato sul cantiere per quei pochi miseri euro l'ora (ormai ha rinunciato da tempo alla poesia dello scavo archeologico) a rischio della salute perché altrimenti perde il contratto, alla fine, giunto ad un'età e ad una condizione familiare in cui non si può più sperare che la situazione migliori, decide di appendere per sempre la cazzuola al chiodo. Ce l'hanno costretto, anni di vessazioni hanno riempito un vaso che ormai ha traboccato. L'articolo di Repubblica racconta questa storia - e i protagonisti in negativo andrebbero denunciati dal primo all'ultimo, perché non si può tollerare un comportamento del genere nel 2011 in una società civile nei confronti del lavoratore - ma altre ce ne sono in Italia e sempre ce ne saranno, e sempre di più probabilmente. Perché le Soprintendenze, che dovrebbero tutelare oltre al Patrimonio anche le condizioni dei lavoratori, sono le prime ad essere latitanti.

L'articolo di Repubblica suggerisce un link, che segnalo qui, ad un blog, Archeologiainrovina.wordpress.com, che ne segnala a bizzeffe di deplorevoli casi di malarcheologia, sotto tutti i punti di vista. Questo, insieme ad archeologhecheresistono.wordpress, denuncia la situazione degli operatori del settore che in questo caso non sono, no davvero, gli ispettori di soprintendenza, ma tutto quell'esercito di archeologi precari che ancora ci credono e ci vogliono credere e che, consapevoli della loro formazione e della loro professionalità, non possono veder calpestati i loro diritti di lavoratori. E di lavoratrici, off course, che hanno ben altri problemi lavorativi dovuti al loro sesso, primo tra tutti la maternità e secondariamente ma non troppo (mi dispiace, ma in molti casi è così), l'essere considerate poco o nulla da chi ci ritiene ancora il sesso debole.

Associazione Nazionale Archeologi e Confederazione Italiana Archeologi sono le due realtà che attualmente in Italia portano avanti i diritti dei lavoratori nel ramo dell'archeologia preventiva. La loro attività mai come nell'ultimo anno ha portato risultati: risultati che sono articoli su testate giornalistiche, passaggi in tv e tam-tam su internet. Non porteranno risultati tangibili nell'immediato, forse, ma intanto se ne parla, e in questa società dell'immagine, dell'informazione e della comunicazione tutto fa brodo.

Buon lavoro ragazzi, e in bocca al lupo!