13/11/2009
RINGRAZIAMO ATLANTIDE...
Ringraziamo Atlantide, il programma televisivo de La7 di stampo documentaristico/culturale che ogni tanto casca nella trappola dell’effetto Voyager con effetti devastanti (si cita a titolo d’esempio quella volta che hanno fatto datare una roccia col C14...)...Ringraziamo Atlantide, noi tutti che facciamo per mestiere, o per diletto, o quanto meno ci proviamo, gli archeologi.
La puntata di ieri 12 novembre 2009 aveva per oggetto l’avventurosa vita e il pericoloso lavoro degli archeologi. Roba che potrebbe convincere qualche romantico giovanotto fresco di liceo ad iscriversi ad archeologia all’università, convincendosi che anche lui da grande potrà vivere grandi avventure (ne ho incontrato, nel mio cammino...qualcuno invero ci spera ancora!): d’altronde l’icona di questi inguaribili romantici, Indiana Jones, consiglia a gran voce “Se vuoi diventare un bravo archeologo esci dalla biblioteca!”.
E fuori dalla biblioteca cosa trovi?
Nella puntata di ieri ospite d’onore, nonché personaggio di forte impatto mediatico, l’inossidabile Zahi Hawass (quello che, ricordiamolo, al VI Incontro Nazionale di Archeologia Viva confessò di amare il suo lavoro perché all’inizio della sua carriera scoprì una bellissima statua di dea egizia...li mortacci sua!) ha raccontato che nel corso della sua pluridecennale esperienza sul campo è finito in una trappola, ha respirato l’aria velenosa di una tomba, ha avuto un infarto e si è beccato un terremoto! Alla faccia del bicarbonato di sodio! Indiana Jones è un dilettante! E in più Indiana Jones ha paura dei serpenti (sfigato!), l’altro enorme pericolo in cui possono incorrere gli archeologi, diceva La7 ieri (chiaramente trattasi di boa, anaconda e cobra, non già di vipere cornute che vivono sulle Alpi Carniche).
Ma non solo, i pericoli per gli archeologi vengono anche dall’uomo stesso: dai trafficanti d’arte, dagli scavatori clandestini, insomma, dai tombaroli, organizzati in veri e propri eserciti (stile Cartello di Medellin colombiano) pronti a sparare ai prodi difensori del passato, che fanno scudo col proprio corpo al grido di “Questo dovrebbe stare in un museo!”.
Immagino mia nonna, che sa che faccio, o provo a fare, l’archeologa, mentre ieri guardava questa puntatona di Atlantide sui pericoli che vive quotidianamente la sua irresponsabile nipote: ogni fotogramma che passa è un grano di rosario, un pater noster e chissà cos’altro per allontanare la tragedia sempre incombente sul mio capo...poi fa caso un attimo alle immagini che scorrono e tira un sospiro di sollievo: i servizi mandati in onda per convincere il pubblico a casa mostrano solo scavi in Egitto (dove il monopolio di Zahi Hawass fa sì che solo pochi possano arrivare), in Sudamerica (e sono i più avventurosi: strano, eh?) e nel deserto dei Gobi, narrando l’epopea di grandi ricercatori di uova di dinosauro e di Indiana Jones ante litteram. Nessun accenno, quindi alla vita di tutti i giorni, alla quotidianità del lavoro degli archeologi, che il massimo dell’aria velenosa che possono respirare è quella di un condotto fognario in un centro storico perché devono fare assistenza archeologica ai lavori pubblici.
Che dire? Anch’io nel mio piccolo, comunque, commentavo con un mio esimio collega ieri, qualche avventura degna di Zahi Hawass e non solo, l’ho vissuta: il terremoto innanzitutto: ero nelle Marche a settembre quando c’è stata una scossa alle 6 del mattino che mi ha paralizzato nel letto (era domenica, maledizione!): scossa piccola, ma tant’è, il terremoto ce l’ho.
La trappola effettivamente mi manca, ma una volta sono finita in una sottospecie di sabbie mobili. Nessuna paura, nonna: era semplicemente un bel banco di sabbia bagnatissimo un po’ per le infiltrazioni d’acqua e un po’ per la pioggia: d’altronde avevano appena aspirato via il mare che la copriva, doveva pur vendicarsi! Impressione decisamente brutta, di impotenza mentre ti rendi conto che se non ti togli gli stivali di gomma non ne esci.
L’aria velenosa di una tomba no, è vero, ma l’aria mefitica delle camerate al mattino è un’esperienza che posso condividere con molti giovani e non più giovani archeologi.
L’infarto...beh, ancora no, se dio vuole, ma ciò vuol dire solo che sono evidentemente più sana di Zahi Hawass, il quale, se si vuole ritirare per motivi di salute, può trovare in me una sostituta di sana e robusta costituzione (a richiesta fornisco il certificato medico).
Infine i serpenti...ecco, i serpenti no, ma giusto quest’anno mi sono imbattuta nel ragno “Oh mio dio”, un ragno così brutto e grosso che quando lo vedi puoi solo dire “Oh mio dio”, appunto.
E i tombaroli? Quelli italiani non faranno la guerriglia, ma sono ugualmente dannosi per la ricerca archeologica e per il nostro patrimonio culturale, per quello che noi archeologi cerchiamo tutti i giorni di difendere con la ricerca, con lo studio e con la divulgazione, quel poco di buona divulgazione che per lo meno riusciamo, non tutti, a fare.
Se la7 invece di spendere soldi per documentari americani esagerati scendesse nella piccola realtà italiana, fatta anch’essa a suo modo di avventure, di gesta eroiche e di tombaroli, magari riuscirebbe a sensibilizzare meglio una popolazione che guarda con ammirazione Zahi Hawass ma che poi lascia i topi morti sullo scavo ai ragazzi che fanno scavi d’urgenza sotto casa sua in città.
Marina Lo Blundo
10:17
Scritto da : maraina81
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04/11/2009
Addio a Levi-Strauss, 100 anni dedicati all'antropologia
E' morto a Parigi, alla veneranda età di 100 anni, Claude Levi-Strauss, un simbolo e un'icona, una pietra miliare negli studi di antropologia culturale, fondamentali anche nel progredire degli studi di preistoria condotti dal secondo Novecento in avanti.
16:21
Scritto da : maraina81
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Addio a Levi-Strauss, 100 anni dedicati all'antropologia
16:17
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16/10/2009
Nasce ARCHEOLOGIAVIVA.TV: i documentari a portata di click
L'annuncio in anteprima era già stato dato al pubblico del VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva lo scorso 1 marzo 2009. Ora Archeologiaviva.tv, il primo canale web interamente dedicato all'archeologia apre i battenti.
La rivista Archeologia viva ha fatto il salto, andando ad aggiudicarsi un posto importante nel panorama dei media: internet.
La nuova TV-on line inaugurerà il 20 ottobre 2009 alle ore 11.30 presso GIUNTI Editore (Firenze, via Bolognese 165): per la prima volta il passato dell’uomo, dalla preistoria al medioevo, potrà essere rivissuto “in diretta” in casa propria grazie ai migliori documentari, ai servizi sulle ultime scoperte, a news su mostre e convegni, e ad interviste a tema.
Archeologiaviva.tv è una realizzazione di Archeologia Viva (Giunti Editore) e Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico (Museo Civico di Rovereto). Si tratta certamente di un interessantissimo esperimento che, mi auguro, funzionerà e richiamerà un buon successo di pubblico. Io, perlomeno, penso proprio che contribuirò a innalzare l'audience!
All'evento interverranno:
Sergio Giunti - editore
Guglielmo Valduga - sindaco di Rovereto
Piero Pruneti - direttore Archeologia Viva
Franco Finotti - direttore Museo Civico Rovereto
Dario Di Blasi - direttore Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico.
19:41
Scritto da : maraina81
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06/10/2009
UN IMPERATIVO: SALVARE PETRA
Petra, tesoro meraviglioso, Patrimonio mondiale dell'Umanità, è in pericolo. Ovvio, secoli e secoli di esposizione alle intemperie, unitamente al turismo di massa di questi ultimi anni portano inevitabilmente al degrado delle strutture. Quello che vediamo oggi e che già ci affascina doveva essere ancora più grandioso quando fu costruito. A contribuire alla bellezza di Petra, oltre agli straordinari monumenti di età nabatea e romana, è la vivacità stessa dei colori della roccia nella quale questi stessi monumenti sono scavati. Non a caso Petra è conosciuta anche come la “città rosa”: le vivaci venature della sua pietra, capace di creare coloratissime striature, sono in parte responsabili della bellezza di questi luoghi. E anch'esse si stanno rovinando. Un tempo Petra era ricca di sorgenti e di acqua, mentre oggi intorno è un arido paesaggio roccioso e desertico. Questo cambiamento, insieme al vento e alla sabbia, ha provocato un'inarrestabile erosione che si consuma giorno dopo giorno sotto gli occhi dei turisti e di chi fa di tutto per fermare questo dannoso fenomeno.
Il progetto ora in corso, che merita attenzione e pubblicità, è stato ideato dal Professor Talal Akasheh che è riuscito ad aggiudicarsi, per la sua opera, il Rolex Award 2008. Il progetto consiste in una prima fase di mappatura dei monumenti e di tutta la valle di Petra al fine innanzitutto di dotare il parco archeologico di uno strumento di controllo e di conoscenza, sul quale poi andare a intervenire nei punti che maggiormente lo richiedono. La conoscenza, infatti, è il primo passo imprescindibile dal quale partire per poter tutelare e resaturare. Sulla base dei rilievi fatti e della documentazione acquisita si va poi ad intervenire a piccola scala sulla microgeologia (leggi: infiltrazioni d'acqua che alla lunga rovinano la roccia) sia a grandissima scala sull'ambiente circostante, l'urbanizzazione delle aree relativamente vicine (leggi: aumento di smog e di altri fattori nocivi) e infine l'afflusso di pubblico, che bisognerà regolamentare perché continui ad essere una risorsa senza costituire più un pericolo per i monumenti. Interventi mirati per ogni monumento, che in quanto unico ha caratteristiche sue proprie che vanno studiate di volta in volta con l'aiuto di tecnologie innovative.
In bocca al lupo al Prof. Akasheh e in bocca al lupo a Petra, naturalmente.
Per ulteriori info: http://cultech.org
20:24
Scritto da : maraina81
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UN IMPERATIVO: SALVARE PETRA
Petra, tesoro meraviglioso, Patrimonio mondiale dell'Umanità, è in pericolo. Ovvio, secoli e secoli di esposizione alle intemperie, unitamente al turismo di massa di questi ultimi anni portano inevitabilmente al degrado delle strutture. Quello che vediamo oggi e che già ci affascina doveva essere ancora più grandioso quando fu costruito. A contribuire alla bellezza di Petra, oltre agli straordinari monumenti di età nabatea e romana, è la vivacità stessa dei colori della roccia nella quale questi stessi monumenti sono scavati. Non a caso Petra è conosciuta anche come la “città rosa”: le vivaci venature della sua pietra, capace di creare coloratissime striature, sono in parte responsabili della bellezza di questi luoghi. E anch'esse si stanno rovinando. Un tempo Petra era ricca di sorgenti e di acqua, mentre oggi intorno è un arido paesaggio roccioso e desertico. Questo cambiamento, insieme al vento e alla sabbia, ha provocato un'inarrestabile erosione che si consuma giorno dopo giorno sotto gli occhi dei turisti e di chi fa di tutto per fermare questo dannoso fenomeno.
Il progetto ora in corso, che merita attenzione e pubblicità, è stato ideato dal Professor Talal Akasheh che è riuscito ad aggiudicarsi, per la sua opera, il Rolex Award 2008. Il progetto consiste in una prima fase di mappatura dei monumenti e di tutta la valle di Petra al fine innanzitutto di dotare il parco archeologico di uno strumento di controllo e di conoscenza, sul quale poi andare a intervenire nei punti che maggiormente lo richiedono. La conoscenza, infatti, è il primo passo imprescindibile dal quale partire per poter tutelare e resaturare. Sulla base dei rilievi fatti e della documentazione acquisita si va poi ad intervenire a piccola scala sulla microgeologia (leggi: infiltrazioni d'acqua che alla lunga rovinano la roccia) sia a grandissima scala sull'ambiente circostante, l'urbanizzazione delle aree relativamente vicine (leggi: aumento di smog e di altri fattori nocivi) e infine l'afflusso di pubblico, che bisognerà regolamentare perché continui ad essere una risorsa senza costituire più un pericolo per i monumenti. Interventi mirati per ogni monumento, che in quanto unico ha caratteristiche sue proprie che vanno studiate di volta in volta con l'aiuto di tecnologie innovative.
In bocca al lupo al Prof. Akasheh e in bocca al lupo a Petra, naturalmente.
Per ulteriori info: http://cultech.org
20:22
Scritto da : maraina81
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04/09/2009
Un avvenimento mondiale! Una missione archeologica subacquea italiana in Giappone!
Un archeologo subacqueo che ho avuto la fortuna di conoscere a giugno proprio in occasione di un corso di Archeologia Subacquea, Salvatore Agizza, mi ha segnalato la notizia di archeologia che vi fornisco qui di seguito. Sono entusiasta di poterla pubblicare, perché si tratta nientemeno che di una missione archeologica tutta italiana in Giappone, alla quale proprio Salvatore Agizza ha avuto l'opportunità di partecipare. Mi fa quindi estremo piacere poterla diffondere (nonché poter affermare, con un certo orgoglio "io lo conosco"...).
Ecco la notizia, così come è stata pubblicata sul sito web di archeologia subacquea:
Progetto Ojika - Missione archeologica della Soprintendenza del Mare in Giappone in collaborazione con l’Università di Bologna
Il progetto di collaborazione tra Italia e Giappone (20 agosto 2009, per una durata di circa 15 giorni) nell’isola di Ojika (prefettura di Nagasaki – Kita Kyushu), vede la realizzazione di ricognizioni del fondale in previsione di effettivi scavi subacquei.
Quanto ritrovato finora (ceramica, ceppi d’ancora ecc), è stato datato al XIII – XIV secolo ed è di provenienza cinese. Ciò legherebbe le suddette evidenze a quelle rinvenute nei fondali dell’isola di Taka-shima e quindi molto probabilmente relative alla flotta di Kubilai Khan distrutta nel 1281 da un tifone durante il tentativo di invasione dell’arcipelago. Tale accostamento supporta la teoria che la flotta sia affondata in vari punti lungo la rotta del tifone e l’isola di Ojika (come tutto l’arcipelago di Goshima, di cui fa parte) si trova proprio sulla suddetta traiettoria.
L’utilizzo di attrezzature ad alta tecnologia, permetterebbe un più approfondito, nonché rapido, risultato rendendo quindi la presenza di adeguate strumentazioni fortemente auspicabile. Si tratta di indagini da effettuare ad una profondità di circa 24 metri. Lo scopo del progetto è quello di creare un Museo Archeologico Sommerso ed un itinerario turistico, con tutti i possibili sistemi di gestione predisposti a tal fine.
I Giapponesi, nella persona di Hayashida Kenzo, Presidente dello A.R.I.U.A. (Asian Research Institute for Underwater Archaeology), nella consapevolezza dell’esperienza maturata dagli italiani nella realizzazione di parchi sommersi, hanno richiesto ferventemente la collaborazione tra i due paesi ed in particolare della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.
Il museo sommerso di Ojika risulterebbe essere il primo e, finora, l’unico in tutto il Giappone ed in Asia orientale. Inoltre, l’evento storico a cui le evidenze fanno riferimento, risulta essere estremamente importante, in quanto ha condizionato tutta la storia di un Impero, quello mongolo, che ha inciso profondamente nella storia del mondo euro-asiatico. Ancora, ha permesso la rilettura di un importante evento finora conosciuto unicamente attraverso fonti scritte.
I Giapponesi provvedono al vitto e all’alloggio di tutti i componenti del gruppo di ricerca siculo - bolognese che rappresenta la prima missione archeologica italiana che abbia mai fatto ricerche in Giappone.
I componenti della missione:
S. Tusa (Sopmare) - archeologo subacqueo direttore
D. Petrella (Unisob Napoli) – archeologo subacqueo direttore
V. Li Vigni (Museo d’Aumale) - antropologo subacqueo
P. Selvaggio (Sopmare - Unibo) - archeologo subacqueo
S. Agizza (Unisob Napoli) (Scuola di Specializzazione in Archeologia Classica di Lecce) - archeologo subacqueo
G. Lino (Sopmare) - ingegnere subacqueo
F. Agneto (Sopmare) - tecnico subacqueo
G. Trojsi (Unisob Napoli) - archeometra
La missione italiana si è conclusa ieri col rientro a casa, in Italia, dei protagonisti di quest'avventura archeologica nella terra del Sol Levante.
Ecco le prime impressioni di Salvatore Agizza:
"é stata un'esperienza sicuramente professionalmente notevole che ha visto il lavoro di equipe di professionisti/ amici. La mia partecipazione alla missione è stata possibile grazie alla fiducia che il direttore Daniele Petrella ha riposto nella mia professionalità e nella mia persona. Si è lavorato bene con confronto e senza scontro tra le professionalità italiane e nipponiche che anzi ci hanno dato fiducia sebbene fosse la prima collaborazione italiana in giappone. Sebastiano Tusa e il suo team della Soprintendenza del Mare hanno già esperienza di parchi sommersi, conoscono bene tale realtà e la attuano costantemente in sicilia anche attraverso la videosorveglianza tramite webcam.
Alla base c'è stato un grosso lavoro di documentazione circa l'argomento. Il problema di fondo come al solito sono i fondi ma bisogna lavorarci. La missione era finanziata dall'Italia attraverso il ministero degli Affari esteri e dal Giappone attraverso un'organizzazione loro in collaborazione con l'Asian Research.
Negli anni scorsi erano state fatte solo fatto prospezioni che avevano rintracciato dei ceppi d'ancora. Quest'anno invece sono stati effettuati i primi saggi, nei quali è uscita ceramica di quel periodo (XII-XIV secolo) riferibile molto probabilmente alla flotta ma sicuramente ad un relitto vista la presenza delle ancore.
I giapponesi avevano fotografi subacquei che hanno documentato le fasi di scavo e i reperti in situ. In serata si facevano riunioni per fare il punto e decidere le mosse successive. Sia l'équipe italiana che quella giapponese si è cimentata, insieme, sia nelle operazioni di scavo che nelle prospezioni, tanto che i turni di immersione erano "misti", italiani e giapponesi. Chiaramente nulla da dire sulla precisione del team giapponese sugli orari e i turni d'immersione, oltre che il trasporto e la logistica varia.
E' stato bello, poi, entrare in contatto con la cultura giapponese: hanno un ordine mentale diverso dal nostro modo di vedere le cose. E abbiamo sicuramente da imparare da loro dal punto di vista umano, relazionale."
14:56
Scritto da : maraina81
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03/09/2009
Un modo divertente e scanzonato per raccontarci il "magico" mondo dell'archeologia
Mi sono imbattuta in questo divertente post che l'archeologa Eugenia Salza Prina Ricotti ha pubblicato sulle pagine web di archeorivista.
Divertente, a tratti dissacrante, scanzonato sicuramente: casca bene in questo momento in cui giovani ex-liceali si affacciano al mondo dell'università e si chiedono se valga la pena di studiare archeologia. Da subito l'autrice di questo post mette in guardia: scordatevi i soliti triti e ritriti Indiana Jones e Lara Croft...niente avventure di quel tipo! Quanto a situazioni spiacevoli però, se si perseguirà lungo questa strada, quelle, si può star certi non mancheranno! E anche se ancora non mi sono mai imbattuta in scorpioni o vipere nella mia esperienza, capisco bene lo stato d'animo dell'autrice in certi momenti...
" Eugenia Salza Prina Ricotti ci racconta come si effettuano le scoperte archeologiche
Non credo che esista un giovane che imbocchi la strada dell’archeologia senza vedersi dritto su un podio mentre sta per comunicare sensazionali scoperte. Specie se il ragazzo ha visto un certo numero di film di Indiana Jones o di Tomb Raider finirà coll’immaginare questa carriera come un sogno. Ho qualche novità per voi: non è così facile.
Quello che normalmente capita una volta ottenuta la laurea e vinto qualche concorso è di entrare in una Soprintendenza; setacciare tonnellate di terra; raccogliere i cocci che ci sono in mezzo; lavarli in tinozze d’acqua e lungamente e noiosamente catalogarli. Nessuno leggerà quello che avete scritto e neanche i più cari amici: se fanno il vostro stesso mestiere hanno ben altro a cui pensare.
In compenso quelle belle scene di Indiana Jones che con la sua frusta in mano ed il cappellaccio in testa naviga tra serpenti, ratti e bestiacce di ogni genere, bene, state tranquilli – anche se non in quantità industriali come nei film di Hollywood – quelle bestiacce capiteranno anche a voi. In Africa ricordo le masse di sciacalli che ululavano alla luna e non si sa mai se tra di loro non ce ne sia qualcuno cha abbia la rabbia, senza contare che nel deserto è bene non rivoltare i sassi con le mani (come invece io facevo spesso) per via degli scorpioni o, ancora peggio, dell’aspide di Cleopatra che con un morso vi manda al creatore in un paio di minuti e il siero di trova solo in Algeria.
Ma non è che in Italia si stia molto meglio: ho passato sei mesi dei miei 40 anni a Villa Adriana a rilevare il complesso di grandi gallerie sotterranee allora chiamate “gli Inferi”. Finita l’opera ho scoperto che quelle grandi gallerie sotterranee non erano come credeva il colto e l’inclita una rappresentazione dell’inferno, ma un grande parcheggio sotterraneo con ben 262 mangiatoie per i cavalli, muli ed asini e quindi, sfatando la bella leggenda, lo ho ribattezzato il Grande Trapezio.
Quindi si fanno scoperte? Certo: capita! Quella del parcheggio sotterraneo la raccontai in un congresso sui criptoportici e gallerie varie e nessuno mi ha detto grazie: era molto più romantica la rappresentazione degli Inferi ed io l’avevo rovinata. Inoltre per fare quella scoperta ho dovuto vivere per sei mesi in quei luoghi bui e umidi pieni di ratti grossi come gatti e con milioni di pipistrelli che, con la luce di una lampada parabolica (ma senza molti risultati), cercavamo di ricacciare in fondo alle gallerie. I pipistrelli sono noiosi ma in fondo più che svolazzare non fanno e i ratti non ci tengono poi tanto ad un incontro ravvicinato del terzo grado con un essere umano. Poi però ci sono i serpenti, senza contare che dato che quasi nessuno tiene più maiali nelle fattorie locali, ce ne sono molti di più e bisogna sempre girare con la borsa termica ed il siero antivipera. Vipere ne ho incontrate parecchie a CastelPorziano quando lì ho scoperto il Laurentino di Plinio il Giovane. Molte vipere e tutte velenose, ma non tutte erano rettili.
Come è che si fanno scoperte? Io vi posso dire la mia esperienza. Io nelle scoperte ci ho sempre inciampato. Sta tutto lì? Beh, non proprio tutto. La migliore qualità che può avere un archeologo è la curiosità e quando vede qualcosa che non capisce non ha pace se non se la spiega. Perché mai è stata fatta una cosa e a che diavolo serviva?
Un altro segreto è fare da sé il proprio rilievo e farlo col vecchio metodo che dura mesi e mesi: non con le macchinette che in un paio di giorni vi rilevano tutti i 126 ettari di Villa Adriana. Col vecchio sistema – tacheometro e triangolazioni – uno è costretto a star lì e a sbattere il naso su tutte le pietre che si incontrano, su tutti i buchi che si aprono nel terreno. Non vi potete neppure immaginare quante cose quelle pietre e quei buchi sanno raccontarvi. Io per fare la pianta di Villa Adriana ci ho messo 2 anni e passa, ma mi sono fruttati: e come!
Poi è indispensabile leggere. Leggere tutte le fonti antiche perché erano i loro autori quelli che vivevano a quei tempi e solo loro sanno bene di cosa parlano. Inoltre è necessario legger le fonti in latino ed in greco. Perché in latino ed in greco? Perché a volte le traduzioni sono pericolose. Io sotto nomi illustri ci ho trovato altrettanti illustri errori, sbagli che se li avessi fatti io al liceo di Tripoli non l’avrei mica passata tanto liscia. Ringrazio Iddio di aver avuto un professore severissimo come il Prof. Todesco che voleva sapessimo leggere latino e greco come se si trattasse del giornale. Mi è molto servito.
Poi, ovviamente, dovete aver fortuna e di tanto in tanto inciampare. Auguri. "
tratto da http://www.archart.it/rivista-archeologia/redazionale/eug...
10:21
Scritto da : maraina81
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20/08/2009
“Non pensavo che potesse essere così ricco di storia un luogo di villeggiatura!”
Questo commento, lasciato sulla pagina delle firme del Museo Civico di Diano Marina (IM), dove temporaneamente ho l'opportunità di lavorare, mi dà spunto per riflettere su alcune cosette. Cercherò di dare ordine ai miei pensieri.
Dunque, ecco cosa emerge dalle mie riflessioni:
1- E' ancora forte in Italia l'idea che solo i grandi centri che parlano da soli, come Roma, Pompei, Agrigento per l'archeologia e Firenze e Venezia per l'arte siano degni fulcri di storia e di cultura. I grandi musei vanno necessariamente visitati: code agli Uffizi e ai Capitolini, folle di visitatori al Colosseo, orde di turisti a Pompei...e i piccoli musei?
2- L'Italia ha un patrimonio storico-artistico-archeologico incredibilmente ricco e variegato. Inutile dilungarsi su questo aspetto. Questo patrimonio non si limita ai tesori delle città d'arte, ma si sviluppa lungo tutto il territorio, nell'entroterra, sulla costa, in montagna, in pianura, sulle isole, al lago. Sta alla sensibilità delle singole amministrazioni saper riscoprire questi tesori.
3- Riscoprire questi tesori vuol dire saperne capire l'importanza da un punto di vista scientifico/storico/paesaggistico, e significa - ed è il passaggio mentale più difficile - leggerli come un'opportunità di sviluppo, come una risorsa da saper sfruttare. Alcune regioni italiane, come la Toscana, capofila nel settore, o anche le Marche, hanno saputo cogliere l'occasione: ecco che ogni singolo paesino, ogni minuscolo borgo ha il suo piccolo museo locale, organizzato (è il caso della Toscana) in una rete di musei che punta a valorizzare il territorio anche grazie all'aspetto storico/archeologico.
4- Altre regioni italiane sono un po' indietro da questo punto di vista. La Liguria, che è il caso che meglio conosco, non può dire di vantare una rete museale degna di questo nome. Certo, la Liguria rispetto ad una Toscana, ad un Lazio, ad una Campania o ad una Sicilia ha sicuramente meno vestigia del passato da mostrare. Ma è proprio questo il punto.
5- Diano Marina è nel Ponente Ligure. La vallata dianese, al centro della quale essa sorge, che va da Capo Berta a Capo Cervo, è stata frequentata dall'uomo fin dalla Preistoria. I Liguri preromani erano sicuramente stanziati nell'immediato entroterra (un piccolo insediamento vicino a Cervo) e soprattutto avevano qui nella vallata un luogo di culto, un bosco sacro, un Lucus Bormani di cui rimane traccia e memoria eterna nella più importante cartografia dell'antichità, la Tabula Peutingeriana. Il Lucus Bormani diviene una tappa lungo la Via Iulia Augusta che attraversa la Liguria e arriva sino in Gallia. Diviene una cosiddetta mansio, una stazione di sosta, un punto di ristoro e riposo per chi viaggiava lungo le vie dell'Impero. Insomma, già dalla prima età imperiale, già dal I secolo d.C., la zona di Diano Marina sviluppa una vocazione per l'ospitalità.
6- Oggi, a 2000 anni di distanza, quella vocazione per l'ospitalità è tornata. Diano Marina, così come le vicine San Bartolomeo e Cervo che si affacciano sul Golfo Dianese, è un'accreditata meta di villeggiatura lungo la Riviera Ligure. Turismo per famiglie, i vacanzieri vengono qui per il mare, per l'atmosfera tranquilla, per il bel clima. Qualcuno poi, timidamente, si affaccia a Palazzo del Parco, entra e scopre che c'è un museo archeologico, piccolo museo del territorio che segue la storia del Golfo Dianese dalla Preistoria agli albori del Medioevo.
7- Chi più chi meno, alla fine tutti escono soddisfatti e, credo, arricchiti. Chi entra chiedendo provocatoriamente "ma cosa c'è di importante da vedere?" esce ammettendo che "sì, effettivamente è interessante". E c'è chi dice "Non pensavo che potesse essere così ricco di storia un luogo di villeggiatura!"
8- Già, perché, come dicevo in apertura, la maggior parte della gente intende per archeologia in Italia quella di Roma e di Pompei, e vede nei piccoli musei delle strutture poco interessanti. Colpa loro, o colpa nostra?
9- Bene. Allora di chi è la colpa? Dei potenziali visitatori, che non conoscono la storia del luogo in cui passano le vacanze, o colpa di chi gestisce i musei, amministrazioni locali e addetti ai lavori, che fanno poca pubblicità alle proprie strutture culturali? C'è spesso l'idea che la cultura possa annoiare il turista in vacanza, che va invece tenuto sveglio e allegro con concerti, sfilate, spettacoli di cabaret, fuochi d'artificio. Non dico che queste cose siano inutili o sbagliate, tutt'altro, ma forse varrebbe la pena di inserire qualche iniziativa in più per attirare pubblico e l'interesse sull'archeologia anche dei piccoli centri.
10- E' un serpente che si morde la coda: paradossalmente in Italia si ha paura ad investire in cultura. Quando vi si investe, la si considera in sé e per sé, chiusa in un compartimento stagno rispetto al resto. Manca da più parti la capacità di unire l'aspetto culturale ad altri quando si concepisce un progetto di sviluppo. Alle volte basta poco. Gli esempi di spettacolarizzazione di Roma e Pompei che si possono vedere sull'homepage del sito web del MiBAC sono sicuramente poco riproducibili in contesti meno esagerati, ma si può guardare alle iniziative messe in cantiere dalla Toscana, che propongono itinerari pluritematici in contesti anche molto piccoli per avere un'idea di ciò che intendo. Calare la cultura, intendendo con essa l'archeologia e l'arte dei piccoli centri nella vita di tutti i giorni, calarla nella giornata dei vacanzieri, inserirla nell'agenda da proporre ai turisti è la mossa vincente per far sì che la prossima volta non ci sia più nessuno che si sorprende e dice "Non pensavo che potesse essere così ricco di storia un luogo di villeggiatura!"
Marina Lo Blundo
21:33
Scritto da : maraina81
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17/07/2009
Gli Horti Pompeiani al Giardino di Boboli
Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.
Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!
Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.
Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.
Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.
Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.
Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.
Marina Lo Blundo
Questo articolo è pubblicato anche su Archeoblog
20:25
Scritto da : maraina81
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