Invasioni Digitali: la Soprintendenza Archeologia della Liguria alla Rovere

Anche quest’anno le Invasioni Digitali sono tornate a riattivare la cultura in Italia secondo la formula, vincente fin dal primo anno, di promuovere la conoscenza del proprio patrimonio “dal basso”, dalle comunità locali, dalla gente, quella che spesso vorrebbe avvicinarsi a luoghi chiusi, sbarrati, illeggibili. Fin dalla nascita seguo le Invasioni Digitali, fin dall’inizio ve ne ho parlato qui, ho fatto sì che in un’edizione venisse organizzata un’Invasione al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, poi ho guardato. E quest’anno ho visto una cosa che mi è piaciuta molto. Per due motivi.

Motivo numero Uno: è stata organizzata un’invasione nel mio borgo natìo

Motivo numero Due: l’ha organizzata, insieme ad molte altre invasioni, una Soprintendenza Archeologia. Esatto, una di quelle soprintendenze che avrà ancora vita breve ma che, evidentemente, non ha nessuna intenzione di tirare i remi in barca.

La Soprintendenza Archeologia della Liguria si è fatta promotrice di una serie di Invasioni in vari siti archeologici più o meno, ma soprattutto meno, noti della Liguria, proponendo un calendario variegato e un’offerta che va da est a ovest, o meglio da Levante a Ponente.

Le Invasioni sono state organizzate dai funzionari della Soprintendenza (Marcella Mancusi  e Neva Chiarenza) di concerto con la Digital Ambassador (così si chiamano i referenti delle Invasioni) della zona di Luni – La Spezia Angela Tanania, per quanto riguarda il Levante, e da Luigi Gambaro della Soprintendenza Archeologia per il Ponente insieme al Digital Ambassador Nicola Ferrarese (LiguriaInside).

Di tutto l’impegno che la Soprintendenza ha profuso nelle invasioni liguri parlerò più diffusamente in un articolo che pubblicherò presto su Archeostorie, il Magazine di Archeologia Pubblica; qui invece mi soffermo sull’aspetto più intimo delle Invasioni: la loro capacità di smuovere il cuore. Il mio in questo caso.

La mia vita si è sempre svolta, almeno fino ai 20 anni, all’ombra della Madonna della Rovere (san Bartolomeo al Mare, IM): santuario mariano al quale sono legati momenti importanti della mia vita e al quale mi sento molto legata, a prescindere da ogni questione religiosa. Accanto c’è la mia scuola elementare, sotto la quale all’inizio degli anni ’80 vennero in luce i resti della mansio romana che la Tabula Peutingeriana chiama Lucus Bormani, tappa lungo la Via Julia Augusta che nei dintorni ha lasciato un’altra traccia del suo passaggio: un cippo miliare nella frazione di Chiappa, nell’entroterra di San Bartolomeo al Mare. Non credo che aver imparato a leggere e scrivere sopra i resti romani sia responsabile delle mie scelte professionali da adulta, pur tuttavia sono legata anche a questo sito archeologico. Che pur non ho mai visitato, in quanto sempre chiuso, da che ne ho memoria. In effetti non è né facilmente accessibile, né di facile lettura: le poche strutture conservate hanno elevati davvero risibili, e in mezzo al sito sono comunque gettati i piloni che sorreggono la scuola (fu proprio per la costruzione della scuola che si scoprì la mansio). Mai visitata dunque. Né io né nessun altro.

Ma, potere delle Invasioni Digitali, proprio la mansio romana di San Bartolomeo al Mare, quel Lucus Bormani sempre sentito nominare, ma mai visto di persona, per un giorno è diventato accessibile. La Soprintendenza Archeologia ha aperto le chiavi del suo cancello e ha permesso ad una schiera eterogenea di Invasori di poter finalmente essere messi a conoscenza di un pezzo di storia che appartiene loro! Io non ho potuto partecipare, ma non volevo che in famiglia andasse perduta l’opportunità di avvicinarvisi, e ho iscritto alle Invasioni Digitali per il 30 aprile mia madre. La quale forse non è tanto digitale, ma ama sufficientemente la sua terra da capire l’importanza e il valore di quello che le stavo proponendo (partecipare al posto mio), e ha accettato con entusiasmo.

Un'immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Un’immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Il racconto che mi ha fatto, così minuzioso e appassionato, e le foto che mi ha mandato sono la dimostrazione migliore del fatto che la formula delle Invasioni Digitali funziona. Non solo perché apre le porte di luoghi altrimenti sbarrati, ma perché riesce a far dialogare anche più enti: l’invasione della Rovere ha impegnato infatti sia la Soprintendenza Archeologia, con il funzionario Gambaro che ha fatto da guida al sito, il Comune di San Bartolomeo, col sindaco che ha partecipato alla manifestazione, il Santuario, il cui preposto ha fatto da guida svelando storie e dettagli poco noti agli stessi parrocchiani. Ne è nato un racconto corale, nel quale i vari protagonisti si sono avvicendati per portare ai presenti la conoscenza del sito.

La copertura sui social (mia madre a parte) è stata buona: tra instagram, facebook e twitter ho visto parecchie immagini: vi posso assicurare che è difficile far parlare 4 sassi, ma a giudicare dai contenuti immessi in rete il messaggio dev’essere arrivato. Se cercate sia su twitter che su instagram il tag #sanbartolomeoalmare troverete tutte la immagini caricate dagli Invasori.

Per quanto riguarda me, ho vissuto l’Invasione alla Rovere per interposta persona, ma in pieno spirito di condivisione, tipico delle Invasioni Digitali, vi prometto, finalmente, dalle pagine di questo blog, un post archeologico, in cui racconterò anche a voi il sito del Lucus Bormani. Ma lo farò a modo mio: attraverso gli occhi della bambina che non ha mai potuto accedervi, attraverso gli occhi di mia madre che invece ha potuto farlo, e infine attraverso gli occhi dell’archeologa, Sennò che archeoblogger sarei? Chissà, potrei anche dedicare una storia su snapchat ;-)

Stay tuned!

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/05/DSCN4718-300x225.jpgDigg This
Submit to reddit

Mythes Fondateurs. La mostra del Louvre che ruota intorno a Star Wars

la locandina della mostra Mythes Fondateurs alla Petite Galerie du Louvre

la locandina della mostra Mythes Fondateurs alla Petite Galerie du Louvre

Sono stata a Parigi (anche) per vedere la mostra Mythes Fondateurs, di cui molti hanno parlato (me compresa) pur senza averla vista. Mi correggo, non sono andata a Parigi per vedere questa mostra, ma già che “dovevo” andare al Louvre perché il mio compagno, mai stato a Parigi prima, “doveva” vedere il Louvre, allora ne ho approfittato per visitare una mostra la cui idea di base mi aveva entusiasmato fin da che ne avevo letto la prima volta, e della quale ero curiosa di scoprire l’allestimento: un conto, infatti, è avere un buon tema e una buona intuizione, un conto è renderla nella pratica, vedere come arriva al visitatore.

Vi dico subito cosa mi attirava della mostra: la maschera di Darth Vader, originale di scena del 1979, recante i segni delle battaglie, qualche scalfittura sulla superficie, sul casco, in corrispondenza delle viti. Come me, immagino che molti siano stati attratti da essa e dall’idea di considerare Star Wars una saga mitologica dei tempi moderni, al pari delle centauromachie o delle amazzonomachie greche. Il sottotitolo della mostra è infatti “De Hercules à Darth Vader” ricomprendendo in sé praticamente tutte le mitologie occidentali.

La mostra parte da ancora più indietro, dagli Egizi e addirittura risale alle società più primitive, al Tempo del Sogno degli Aborigeni australiani, tanto per dirne una. Il perché è spiegato con una semplicità estrema, nella prima sezione, “Alba del mondo“. Riporto la frase (tradotta) per intero, perché è un esempio di chiarezza che sbalordisce per la sua completezza: “Tutte le civiltà hanno inventato storie per raccontare l’origine del mondo e capire il posto dell’uomo nell’Universo. Sono i miti, che si trasformano e si trasmettono. Essi sono al centro della creazione artistica, della preistoria a oggi, e raccontano una storia del mondo. Essi tentano, poi, di dare senso alla morte e ai disordini delle nostre società. Essi esprimono le preoccupazioni dell’uomo“.

È un rapido excursus attraverso i miti principali del mondo. Una sezione è dedicata ad Eracle, l’eroe per eccellenza della mitologia greca, e una sezione è dedicata, appunto, a Star Wars, attraverso un video che fa capire come la saga di George Lucas sia stata percepita come “mito” dagli stessi attori dei nuovi episodi.

Il pannello a forma di clava, vero e proprio messaggio visuale

Il pannello a forma di clava, vero e proprio messaggio visuale

Alcune soluzioni allestitive sono geniali: il pannello che parla di Eracle è scritto all’interno di una clava, suo simbolo per eccellenza, mentre a proposito degli eroi in generale il pannello è iscritto all’interno del disegno fumettistico di Superman che si strappa la camicia: il messaggio visivo e quello scritto vanno di pari passo.

La mostra è ricca di spunti. Ma restano ahimè spunti. Una mostra del genere a mio parere poteva essere sviluppata in spazi molto più ampi e tirata più per le lunghe. Invece sfrutta gli ambienti della Petite Galerie. Che è davvero Petite.  3 sale, niente più. Spazi risicati che più che offrire una mostra offrono un antipasto. Arrivata in fondo mi son detta “Tutto qui?”. Troppo, troppo breve. Ha messo sul piatto delle belle riflessioni, ma mi sarei aspettata un’esposizione più ampia, con altri dati, oltre che spunti. Così, la maschera di Darth Vader sembra il vero motivo per cui è stata organizzata la mostra (e tra l’altro la maschera non si può fotografare, cosa che mi ha abbastanza destabilizzato) e questo svilisce particolarmente il senso di tutto il discorso. La maschera è ciò che richiama il pubblico, c’è poco da fare. Proprio per questo avrei strutturato un discorso più ampio, che indagasse il perché della nascita dei miti e soprattutto come accade che anche in tempi moderni una saga possa diventare mito. Anche Il Signore degli Anelli, o Harry Potter, sono nuove mitologie. E allora, qual è il processo mentale collettivo che porta a rendere mitiche quelle che altrimenti sarebbero semplicemente storie? Quali valori si ritrovano, costanti, a far sì da creare un mito? E i supereroi allora? Cui ora peraltro è dedicata una mostra al MANN? Non sono anch’essi i nuovi miti? Tutto questo manca, è appena accennato. Mi risulta una mostra interessante in potenza, ma poco efficace all’atto pratico. E dal Louvre, francamente, mi aspettavo qualcosa di più.

La maschera di Darth Vader, originale del 1979 (vero oggetto archeologico!)

La maschera di Darth Vader, originale del 1979 (vero oggetto archeologico!)

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/04/affiche_LesMythesFondateurs-page-expo_0-199x300.jpgDigg This
Submit to reddit

A chi serve la #museumweek

Si è conclusa la #museumweek. Direi anche finalmente. La mia è probabilmente una voce fuori dal coro, che molti giudicheranno pessimista e distruttiva. Pazienza, devo dire quello che penso.

museumweek 2016

Va bene che è un evento eccezionale, va bene che siamo tutti felici che i musei siano su twitter ed è bello vedere quanto questi musei twittino e cinguettino tutto il giorno senza posa. La domanda però è questa: sono davvero necessari tutti questi tweet?

La #museumweek è un evento mondiale, ormai. l’ashtag va in trendtopic in tre minuti. Non c’è bisogno di twittare cose inutili del tipo “Quant’è bella la #museumweek!” per fare un tweet in più: rivela mancanza di idee, mancanza di contenuti e soprattutto contribuisce a creare un sacco di inutile “rumore“, che rischia di trasformare un momento di dialogo e di comunicazione, di valorizzazione della propria istituzione, in caciara. Ho provato a seguire la conversazione #museumweek per 3 minuti, dopodiché sono fuggita. Se i tweet emettessero suoni, sarebbe stato il mercato del pesce, una confusione urlata da cui non si vede l’ora di fuggire. È vero che alla fine le statistiche riveleranno qual è il museo che ha avuto più interazioni e ha twittato di più, e ognuno ha la segreta ambizione di arrivare primo, ma serve a qualcosa? Davvero serve ritwittare la qualunque?

Fin dal primo anno la #museumweek è stata molto autoreferenziale. Ma in quel caso, tutto sommato, non fu un gran danno, anzi: molti musei strinsero legami in quella settimana e portarono avanti un dialogo, fecero rete insomma, riuscendo ad accrescere la qualità dei propri contenuti anche grazie al confronto e alla conoscenza con altri musei cinguettanti. Mancò allora l’interazione col pubblico, un pubblico ancora poco avvezzo a vedere i musei sui social.

talk+too+much+tweetQuest’anno se pure c’è stata più interazione col pubblico, essa è stata completamente travolta dal “rumore” che dicevo prima: una serie, mille serie di tweet autoreferenziali di un museo che tagga altri 9 musei sperando di farsi ritwittare, cui a ruota gli altri 9 musei rispondono però senza opporre un contenuto valido, ma solo un “che bello!” “oh, interessante!“, “Grazie del RT!“. Non sto inventando: andate a guardarvi #museumweek e incapperete in dialoghi di questo tipo. Se mi metto nei panni del cittadino di twitter che vuole capire cos’è la #museumweek e vuole seguire nello specifico l’attività di un museo che gli sta a cuore, rischia di incappare invece in un continuo rimando di retweet, risposte, ecc., che nulla hanno a che vedere con quel museo e quindi col significato della #museumweek.

Twitter è il luogo dell’instant message. Scorrono tweet sulla timeline di continuo. Tantissimi contenuti si disperdono nel nulla, semplicemente perché già coperti da altri migliaia di tweet lanciati nello stesso momento. Invece di continuare a ritwittare contenuti altrui (non sempre pertinenti, peraltro) occorrerebbe, a mio parere, curare i propri, o ritwittare, casomai, i contenuti in qualche modo pertinenti alla propria istituzione, per similarità di intenti, di interessi, di collezioni.

Non voglio fare quella ganza che spiega come si fa. Assolutamente no. E non voglio dire a nessuno “#museumweek: lo stai facendo nel modo sbagliato“. Non mi permetterei mai perché non mi ritengo un guru. Ma qualche idea me la sono fatta, e vi voglio dire come abbiamo lavorato io e Silvia per @MAF_Firenze.

Abbiamo programmato. Abbiamo studiato i temi giornata per giornata, abbiamo trovato i contenuti adeguati, abbiamo preparato le foto, i testi e programmato i tweet. Li abbiamo organizzati per argomenti, secondo un filo logico, in modo che chi avesse voluto seguirci lo avrebbe potuto fare secondo un ordine sensato. Abbiamo organizzato i contenuti in modo anche da poterli sfruttare in occasioni future: non vogliamo che il lavoro vada perso, per cui per ogni tema, o almeno per alcuni, sfrutteremo i contenuti per costruire post per il blog del Museo. Durante le varie giornate abbiamo tratto volta volta uno storify con i soli nostri tweet in modo che anche i lettori del blog possano vedere di cosa si è parlato su twitter. Insomma, lavorando per la #museumweek abbiamo lavorato per noi. Questa è stata la nostra strategia.

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

Durante le giornate abbiamo interagito solo con musei e istituzioni che avessero una qualche attinenza con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze: con il Museo Egizio di Torino, dato che ospitiamo un Museo Egizio, con la Chiesa della SS.Annunziata, con la quale siamo vicini di casa, col Louvre per via della comune origine di una parte della loro collezione egizia, per dirne tre. Abbiamo interagito, ovviamente, con le persone che ci hanno contattato direttamente per avere chiarimenti in merito a qualche tweet appena trasmesso. Non abbiamo ritwittato i millemila tweet in cui eravamo taggati non perché ce la tiriamo, ma perché ai fini del nostro modo di intendere la #museumweek non ci è sembrato né utile né pertinente. Forse avremo sbagliato, e mi piacerebbe conoscere le ragioni di un punto di vista diverso dal mio (scatenatevi nei commenti), ma ci è sembrato più funzionale e più in sintonia col senso generale della #museumweek agire come abbiamo agito. Non ci ripagherà in termini di numeri e di statistiche, ma penso che abbiamo fatto la nostra parte.

Naturalmente, dopo aver criticato, un po’ di sana autocritica non guasta: ho capito, guardando gli altri tweet e le loro interazioni, e un articolo sull’Espresso, che ai followers, intesi come persone, non come musei, piace vedere i volti dietro le istituzioni, piace sapere che interagiscono con persone e non con un’entità indistinta. Il lato umano del museo è la chiave del successo della #museumweek, e noi come @MAF_Firenze l’abbiamo sfruttata molto poco, quasi nulla. Il lato umano è importante. Ma certo, non dev’essere l’unica cosa da mostrare.

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/04/mw1.jpgDigg This
Submit to reddit

Il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

La Chimera è fiera. È nato il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

header museumblog

Se seguite questo blog, sapete che già da qualche anno esiste il blog della Soprintendenza Archeologia della Toscana. Ebbene, da quando la riforma del MiBACT ha distinto i Poli Museali regionali dalle Soprintendenze, si è reso necessario distinguere anche nel web 2.0 le due realtà. Il direttore del Museo, Mario Iozzo, non ha avuto dubbi fin dall’inizio: il museo deve avere il suo blog. E figurati se non sono d’accordo! Io e Silvia, la mia collega che si occupa con me della comunicazione, siamo entusiaste all’idea di metterci a lavorare al blog del nostro museo. Nostro, sì, perché ci lavoriamo da 5 anni anzi 6 e, se permettete, un po’ nostro lo sentiamo.

chimerinaIl blog è nato da una costola del blog Archeotoscana, dal quale abbiamo importato tutti gli articoli già esistenti relativi al museo di Firenze (non sono pochi). Questo comporta una serie di problemi pratici non da poco come, uno per tutti: modificare tutti i link e rimandi interni che devono rimandare ora a post del nuovo blog e non più di Archeotoscana (perché non esistono più). Però ci perdonerete. E vorrete seguire sul nuovo blog tutte le attività del museo reale di cui daremo conto.

Sono sempre stata convinta che il blog sia uno strumento utilissimo per comunicare il museo, per farlo arrivare al pubblico, per far trasmettere un’immagine che non sia di un contenitore chiuso, fermo, statico e impolverato come le vetrine che non vengono mai pulite, ma un luogo dove si fanno cose, dove tra mostre, eventi, attività didattiche, conferenze e visite guidate straordinarie nessun giorno è mai identico al precedente.

Quando al workshop di Archeosocial (di cui ho parlato qui) si doveva decidere quali canali 2.0 e social aprire per far comunicare il proprio museo o area archeologica, più di un gruppo ha scelto il blog come strumento utile. Redigendo un piano editoriale che prevedeva un giusto equilibrio tra l’informazione sulle attività e la divulgazione, intesa come illustrazione delle opere, delle collezioni, dei percorsi museali e didattici, ho visto nascere dei potenziali utilissimi blog. Peccato che all’atto pratico però, gli esempi siano veramente pochi: tenere un blog, organizzare un piano editoriale e trovare sempre argomenti nuovi e interessanti da proporre accanto alla promozione dei propri eventi non è impresa facile. Inoltre per costruire un buon post ci vuole tempo e attenzione, buona conoscenza dell’argomento e documentazione di base. Se è vero che un archeoblogger deve fare buona comunicazione, nel caso del museumblog l’autore ha una responsabilità ancora più elevata nel momento in cui trasmette un’informazione: attraverso di lui parla il museo, non so se mi spiego.

Una vecchia slide che riassume alcuni aspetti fondamentali dell'essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Una slide della presentazione che portai a Opening The Past che riassume alcuni aspetti fondamentali dell’essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Nel mondo dei grandi musei, anche in Italia il blog accanto al sito web istituzionale si sta imponendo come utile strumento di comunicazione col pubblico, potenziale ed effettivo. Esempi virtuosi ne sono nati ultimamente, senza allontanarmi da Firenze: a partire dal blog del Grande Museo del Duomo, che ha seguito dapprima le fasi del riallestimento in vista della grande apertura di ottobre e che ora procede nella sua opera di informazione e insieme divulgazione, in una visione ampia che guarda anche alla città, visto che il Duomo è il fulcro di Firenze; un altro blog di un’importante istituzione fiorentina è quello recentemente aperto da Palazzo Strozzi che, inaugurato da un post del direttore Arturo Galansino, conduce anch’esso un’opera di informazione e approfondimento a margine delle mostre che periodicamente allestisce.

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Quanto ai blog di musei archeologici nazionali, tolta la novità del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la situazione un po’ langue: faccio un mea culpa per il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia che viene aggiornato con poca frequenza, ma anche il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche è fermo da giugno 2015, mentre il blog del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari non viene più aggiornato dall’inizio di dicembre 2015. E insomma, la situazione non è incoraggiante. Bisogna stare attenti al rischio di un blog incostante, che fa perdere fiducia nei lettori, per i quali l’incostanza diventa sintomo di non professionalità. Non vogliamo che i nostri musei abbiano blog inconstanti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, o tanto vale non avviare affatto un’impresa del genere.

Il segnale positivo visto ad Archeosocial però mi incoraggia. La nuova/vecchia avventura del blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze mi dà nuova energia per portare avanti, pur con tutte le difficoltà del caso, anche gli altri blog che seguo. Spero che stia entrando sempre di più nelle mentalità l’importanza di una comunicazione più ragionata, più mirata, più approfondita della pagina facebook, meno statica della pagina web istituzionale: il museo ha bisogno dei blog, di questo ne sono convinta da sempre.

A tal proposito, vi chiedo di segnalarmi, qui o su twitter, i blog di musei archeologici italiani che conoscete. Voglio poter fare un censimento dello stato dell’arte in materia. Vediamo com’è la situazione, vediamo se davvero quell’intenzione che si è vista ad archeosocial davvero si concretizza in esperienze e se queste esperienze possono definirsi positive.

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/03/header.jpgDigg This
Submit to reddit

Quando un archeologo diventa un simbolo: Khaled Al Asaad

A 6 mesi dalla sua morte, ancora si parla di lui. E se ne parlerà ancora a lungo, nei mesi e negli anni a venire. Khaled Al Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, in Siria, è stato barbaramente ucciso dagli uomini dell’ISIS nell’agosto del 2015. Dopo torture varie, quest’uomo di più di 80 anni è stato giustiziato sulla pubblica piazza, reo di non aver collaborato con gli uomini del Califfato che volevano trafugare i reperti del museo di Palmira. Per tutta risposta l’anziano archeologo è stato massacrato e con lui il sito di Palmira è stato barbaramente offeso, sia fisicamente, dato che alcuni suoi importanti monumenti sono stati letteralmente fatti saltare in aria, sia moralmente, dato che il grande teatro è diventato luogo di una memorabile esecuzione pubblica. Ne ho parlato già qui, per cui oggi non sto a ripetermi.

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell'ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell’ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Oggi piuttosto voglio concentrarmi sulla figura di Khaled Al Asaad, o meglio, su quello che è diventato subito dopo la sua morte. Un archeologo tranquillo, o forse no, che svolgeva il suo lavoro con impegno e passione: questo era Al Asaad. Un archeologo come tanti ce ne sono al mondo, con i suoi pregi e senz’altro i suoi difetti, un essere umano come tutti. Era il direttore di Palmira, dunque non era il primo venuto. Era anche parecchio anziano, ma questo non lo ha minimamente turbato nell’ultimo periodo della sua vita, anzi.

Non conosciamo esattamente come sono andate le cose, perché molto ci sfugge in una nebulosa fatta di luoghi comuni, di sentito dire, di rimbalzato sui media e di propagandato dall’ISIS. Possiamo solo supporre come sia andata.

Allo scoppio della crisi in Medio Oriente le missioni archeologiche straniere sono state invitate a sospendere le proprie ricerche e ad andarsene (è ciò che è successo ad esempio ad Ebla); sono rimasti i preposti ai siti archeologici, che comunque vanno manutenuti, vanno preservati, vanno messi in salvo. Palmira, sito archeologico tra i più importanti del Vicino Oriente, è uno di questi. Alla sua guida, Khaled Al Asaad non ha dubbi sul da farsi. Mi immagino che abbia avuto qualche avvisaglia, magari lo ha avvertito qualche collega di altri siti, o magari vengono direttamente da lui gli emissari del Califfato, che con le buone cercano di farsi vendere o indicare i reperti archeologici più preziosi, e i loro depositi, dicendogli “in questa situazione di pericolo, è più prudente se li affidi a noi“. Immagino una situazione simile a quella che si verificò in Europa durante la II Guerra Mondiale, dove accanto all’occupazione nazista c’era la requisizione delle opere d’arte dei più importanti musei per farle confluire nella collezione del Fürher Museum. In questo caso, però, nessuna collezione si vuole arricchire, se non quella di collezionisti talmente malati da essere disposti a fare patti col diavolo (letteralmente) finanziando il terrorismo internazionale. Non è un segreto per nessuno: la notizia è risaputa ed è di dominio pubblico; anzi, si conoscono benissimo le dinamiche, come racconta quest’articolo del The Guardian, come funziona la domanda e l’offerta. Eppure non si costruisce ancora un’azione di contrasto efficace a questo mercato.

Immagino che Khaled Al Asaad abbia subodorato il pericolo e se già stava correndo ai ripari, si sia impegnato ancora di più per nascondere i reperti in un posto sicuro. E questo non è piaciuto al Califfato, che se vuole comprare armi ha bisogno di vendere sul mercato nero quante più opere d’arte antica possibile. I tentativi saranno diventati sempre più insistenti, le minacce anche, fino all’arresto, alla prigionia, alle torture. E niente. Khaled Al Asaad non parla, non rivela. Potrebbe essere il nonno di qualcuno dei ragazzetti armati che gli punta il fucile contro e che non ha manco idea di cosa sia Palmira. Trascinato sulla pubblica piazza, una volta appurato che l’archeologo non ha niente da perdere, che tanto sa che farà una brutta fine, e che forse il rimorso di tradire il suo credo di custode dell’antico e della memoria sarebbe peggio di qualunque altra cosa, viene barbaramente giustiziato.

La notizia fa il giro del mondo. E se dio vuole, Khaled Al Asaad diventa un martire. Un martire della cultura, il simbolo della difesa ad ogni costo del Patrimonio culturale mondiale. L’Italia da subito dichiara giornata di lutto nazionale, le occasioni di commemorazione si sprecano. Ma è bene che succeda. La gente deve sapere. Deve sapere che Khaled Al Asaad con la sua morte ci testimonia un evento che avviene sotto gli occhi di tutti, in continuazione: la distruzione di siti, opere archeologiche, monumenti, per camuffare l’esportazione di beni verso il mercato clandestino mondiale di opere d’arte. La favoletta dell’ideologia iconoclasta non ci incanta più. O meglio: è quella che fa presa sulle masse in Siria e in Iraq, per convincerle che il Califfato lotta anche contro gli Idoli del passato, blasfemi e corrotti. In realtà, l’ISIS ha proprio bisogno di quei beni, per poter mettere su un giro d’affari di migliaia, milioni di dollari, quelli necessari ad autofinanziarsi. Non si sa chi siano questi finanziatori. Paolo Matthiae, a TourismA, parlava di “tanti protagonisti occulti“.

Khaled Al Asaad in pochi mesi è diventato simbolo del patrimonio dell’umanità ferito, indifeso, stuprato, abbandonato, annientato alla cui distruzione noi restiamo impotenti, inebetiti, impietriti. Però, vuoi per coincidenza, vuoi per caso, da quando lui è stato ucciso qualcosa si è mosso: la proposta dei Caschi blu della cultura, che è diventata operativa pochi giorni fa, per esempio, è un primo passo. Ma un altro passo, importante, è l’informazione. Perché se circolano le notizie, se si sposta l’occhio dell’opinione pubblica su ciò che sta succedendo non solo in Siria, ma anche in Iraq, forse si riesce a fare una qualche azione di disturbo.

L’ICOM e l’UNESCO, ognuna per il suo specifico, stanno lavorando alacremente per trovare soluzioni. L’ICOM ha pubblicato una redlist dei materiali trafugati in Mesopotamia, dunque in Iraq, dove le distruzioni ai danni di Ninive/Mossul e di Nimrud sono sconcertanti. Il Califfato ha un suo ministero, Diwan-al-Rikaz, che letteralmente significa “Dipartimento delle cose preziose che vengono da sottoterra“: non ci vuole molto a capire che non si riferisce solo allo sfruttamento del petrolio, ma anche a ben altre “cose preziose“.

In un docufilm trasmesso a TourismA 2016, “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, Khaled Al Asaad lamentava il fatto che il patrimonio archeologico di Palmira è disperso nei vari grandi musei del mondo. Quella frase ascoltata oggi stona tantissimo. Se lui era dispiaciuto allora, chissà cos’ha provato quando neppure con la propria vita è riuscito a fermare la distruzione. Ormai lui non si può più opporre. Ma se il suo sacrificio è valso a qualcosa, ora tocca al mondo intero proteggere un patrimonio che non è solo palmireno, non è solo siriano, ma appartiene all’umanità tutta.

PS: questo post nasce a margine di TourismA 2016, durante il quale è stato dedicato più di un incontro alla situazione disastrosa del patrimonio culturale mediorientale.

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/02/asaad.jpgDigg This
Submit to reddit

Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? ;-)

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gifDigg This
Submit to reddit

Condividi anche tu una kykix!

Tutto è partito da un meme.

kylix1

Un meme recita “Basta con foto di cani e gatti: condividi anche tu una kylix”. In mezzo campeggia l’immagine di una kylix, la coppa greca che veniva usata durante i banchetti degli aristocratici ateniesi, e non solo, per bere vino e per giocare al kottabos, il gioco secondo il quale un invitato doveva colpire un bersaglio con il vino rimasto nella coppa; antesignano delle nostre freccette. Quella scelta nella foto è una kylix del gruppo cosiddetto dei “Piccoli maestri”, caratterizzato da figurine piccine, rappresentazioni non necessariamente mitologiche e uno spiccato gusto da parte dei ceramografi per lo stile miniaturistico. Il tipo di kylix più nota, però, quella che rimane più impressa, è la cosiddetta kylix a occhioni.

kylikes a occhioni dal Museo Archeologico Nazionale di FirenzeLa kylix a occhioni si ammanta di un fascino tutto particolare: è decorata all’esterno con due grandi occhi apotropaici, portafortuna, mentre all’interno le rappresentazioni possono essere svariate, dal mito di Dioniso e i pirati di Exekias al gorgoneion, anch’esso apotropaico. Siamo nei secoli VI-V-IV, la cultura greca la fa da padrona nel Mediterraneo, il simposio è un evento importante nella vita sociale degli individui (di ceto elevato): momento di aggregazione, le mogli ne sono escluse, solo le etère, l’equivalente delle nostre escort, possono partecipare. Sulle  kylikes sono rappresentate scene del mito, amori divini, avventure divine, storie che gli aedi durante i banchetti cantano al suono della lira e che i convitati possono leggere come in un fumetto sul fondo della coppa…

Il meme è diventato virale nella cerchia degli archeologi 2.0.

maiolica arcaica

La kylix è un oggetto del mondo antico come un altro. Perché è stata scelta dagli archeologi (perché è un archeologo il primo che l’ha lanciata) in contrapposizione ai micetti pucciosi? Perché è stata scelta come contenuto virale?

È bastato poco, in realtà. Uno ha l’idea giusta, la condivide e per il gioco dei 6 livelli di conoscenza per cui io potenzialmente conosco Mark Zuckelberg, questo meme sta rischiando di apparire davvero sulla timeline di Zuckelberg. Ma, a meno che non abbia qualche amico archeologo ciò non succederà.

La kylix ha avuto seguito ovviamente, tra gli archeologi. Improvvisamente sono scomparsi da facebook cani e gatti, mentre è stato un proliferare non solo di kylikes, ma anche di kantharoi (altro vaso per il banchetto, più alto, col calice più lungo e anse molto più sviluppate), di maioliche arcaiche, per accontentare la quota medievista, e di bifacciali per strizzare l’occhio alla componente facebook preistorica.

Il risultato? Facebook è diventato in questi giorni, almeno sulla timeline degli archeologi, un piccolo museo archeologico. Noi archeologi ridiamo, condividiamo, commentiamo ammiccando… ma poi? Chi oltre noi capisce di cosa stiamo parlando?

bifaccialeQuesto meme, con i suoi derivati, creato esclusivamente per archeologi, non rischia di isolarci ancora di più nella nostra torre d’avorio? Perché invece non condividiamo cani e gatti anche noi, ma magari archeologici? Opere d’arte antica non ne mancano, dai cani degli Uffizi alle varie rappresentazioni della dea Bastet, la dea a forma di gatto degli Egizi. E sì che gli archeostickers stanno andando nella giusta direzione, attualizzando opere d’arte antica con messaggi attuali, attualissimi; oppure alcune conversazioni su twitter, come #archeozoo, recentemente tirata in ballo da Archeopop e Professione Archeologo, creata un paio di anni fa da @MAF_Firenze e confluita nella sua board di Pinterest

O altrimenti, condividiamo pure una kylix! Ma diciamolo a cosa serviva: per bere vino e per brindare. Perché cambiano gli oggetti, nella storia dell’uomo, ma non le esigenze che li producono: in questo caso la convivialità, la festa, la gioia di vivere e di incontrarsi. E vedete bene che brindare con una kylix piena di vino resinato o con un tumbler pieno di whisky on the rocks è la stessa identica cosa.

La degna conclusione dell’utilizzo smodato di kylikes è però la seguente: gli occhioni delle coppe interpretati come emoticons. Un lavoro degno di un archeonerd e che di nuovo mi richiama alla mente archeostickers. Che le coppe rappresentate siano state anche utilizzate per bere? Il dubbio viene, ma nonostante questa possa sembrare una critica negativa, in realtà approvo sempre queste manifestazioni, che sono la vetrina della nostra capacità di saperci reinventare con stile e tanta ironia. Tra l’altro, chiamo a testimoni le mie amiche thatters su whatsapp, le emoticons tratte dalla kylix a occhioni non solo sono piaciute, ma sono state assolutamente capite e apprezzate!

kylix2E infine, siccome non si riesce a stare dietro a tutte le novità che i social portano con sé, e che in qualche modo hanno visto una parte attiva nella corrente antichista e archeologica che qui si rappresenta, una menzione va fatta nei confronti di #petaloso. Il piccolo Matteo c credo che odierà l’Italia alla fine, oppure diventerà novello Dante, fatto sta che ha inventato una parola, la maestra ha chiesto aiuto all’Accademia della Crusca e l’Accademia della Crusca ha risposto “Si può fare! Purché tutti la usino”, ed ecco che tutti effettivamente la usano. Compresi gli archeologi, da quando Archeopop ha creato la gif.

Infine, e qui chiudo, perché altrimenti non pubblico più e domani sarà uscito qualcosa di nuovo, voglio spendere una parola in favore, o a sfavor, dei nuovi #facebookreaction, i pulsanti che oltre al classico like consentono di esprimere ulteriori pareri. Gli appassionati (non vorrei definirli diversamente) della romanità hanno già trovato dei degni pulsanti:

like

E con questa vi saluto. Mo’ anche basta, eh?

 

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/02/kylix1.jpgDigg This
Submit to reddit

Qualcosa di cui andare fieri

Ogni tanto ci vuole. Una botta di fiducia, un motto d’orgoglio, un risveglio della coscienza.

"A nation stays alive when its culture stays alive"

“A nation stays alive when its culture stays alive”

Nello sfacelo della solita Italia in cui il Ministero dei Beni e Attività Culturali e Turismo fa riforme a singhiozzo di se stesso, destabilizzando chi vi lavora e chi vi si deve rapportare, dando a intendere che più che un processo di cambiamento sia in atto una serie di operazioni giustapposte, e dimostrando ancora una volta che la mano destra non sa cosa fa la sinistra; nell’Italia in cui per non turbare l’animo sensibile del capo di stato Iracheno si preferisce nascondere le opere d’arte nude (come se fosse una loro colpa) invece che trovare soluzioni alternative che non imbarazzino nessuno; ebbene quest’Italia qui, quest’Italia che ci fa esasperare, imbestialire e dispiacere, qualcosa di buono ogni tanto lo fa.

La morte di Khaled Al-Asaad ha fortemente scosso le coscienze. In Italia in particolare

La morte di Khaled Al-Asaad ha fortemente scosso le coscienze. In Italia in particolare

L’uccisione di Khaled Al-Asaad aveva già scosso gli animi. All’indomani della notizia della sua esecuzione, l’Italia aveva dichiarato lutto nazionale, come se l’uccisione di un difensore dell’archeologia, dunque della memoria storica della Siria, toccasse in qualche modo tutti noi. Il messaggio, da alcuni osteggiato e letto in chiave demagogica, non è rimasto invece fine a se stesso. Perché è sempre l’Italia che l’estate scorsa ha proposto ad un’UNESCO che chiedeva aiuto per far fronte alla continua distruzione e dilapidazione del patrimonio culturale sotto il controllo dell’ISIS, la costituzione dei Caschi Blu della Cultura.

Inutile dire che la proposta sia stata accolta con entusiasmo. L’Italia non ha fatto una sparata a caso: occorre una task force che sappia occuparsi di salvaguardia, di tutela, di restauro e di recupero dei beni culturali in pericolo (o distrutti) nei luoghi di guerra e non solo. I Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale sono da questo punto di vista un’eccellenza a livello mondiale. Potranno mettere a disposizione le loro competenze e la loro esperienza decennale per costituire un organismo capace di prevenire e di contrastare le operazioni di distruzione e di svendita del patrimonio culturale in mano ai terroristi dell’ISIS.

Il 16 febbraio è stata ufficializzata a Roma la costituzione dell’ITRECH, International Training and Research center on the Economics of culture and World heritage, un centro che avrà sede a Torino e che sarà l’interlocutore dell’UNESCO per la formazione, la ricerca, la lotta alle forme di distruzione del Patrimonio culturale mondiale, che come abbiamo imparato in questi mesi non sono semplicemente l’esplosione e la cancellazione fisica di un sito o di un’opera d’arte, ma anche la vendita sul mercato illecito di buona parte di ciò che scampa alle distruzioni, con conseguente dispersione di materiali, perdita dei contesti e soprattutto finanziamento delle attività terroristiche che continueranno a distruggere questi “elementi di umanità”, come li ha definiti il ministro della Difesa Pinotti.

Al grido di #unite4heritage, il 16 febbraio sono stati costituiti i Caschi Blu della Cultura. Tale dicitura, che è entrata a far parte del logo dei Carabinieri del Nucleo Tutela, è il nome che prende questa task force di ideazione totalmente italiana. Una Task Force per cui ieri è stato firmato l’avvio. Al grido di #unite4heritage i Caschi Blu della Cultura saranno chiamati a intervenire ogni qualvolta uno Stato abbia bisogno di proteggere o di recuperare i suoi Beni Culturali. Attraverso operazioni di monitoraggio, di intervento in caso di danni, di formazione sul posto di figure in grado di contrastare il fenomeno, di recupero di materiale trafugato, i Caschi Blu della Cultura vogliono essere la risposta ad un sistema che sta peggiorando sempre più e cui assistiamo impotenti giorno dopo giorno.

I Caschi Blu della Cultura dunque da oggi esistono; ne hanno accolto con entusiasmo la nascita tra gli altri il ministro MiBACT Franceschini, che denuncia:

e Irina Bokova, Direttore UNESCO, la quale, guardando ammirata all’impegno italiano dice:

Ora inizia la parte più difficile: dare esecuzione e seguito ad #Unite4heritage. Gli occhi del mondo guardano a noi, in questo momento, come a un faro di speranza e di impegno sincero. Non possiamo deluderli.

 

PS: Il video della diretta della Presentazione di #unite4heritage è disponibile sul sito web del Ministero della Difesa

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/02/CbVHx70W0AAmlOT.jpgDigg This
Submit to reddit

Volare o scavare? Questo è il problema

Vivo a Firenze. Da buona viaggiatrice romantica, quando passo dall’aeroporto di Peretola guardo sempre in alto sperando di vedere un aereo in fase di atterraggio o di decollo. Da buona fiorentina (acquisita), quando è stato presentato il nuovo progetto di ampliamento dell’aeroporto di Firenze, ho osservato con attenzione l’idea, il plastico ricostruttivo, la simulazione di atterraggio (degna di un’esperienza 4D da sala giochi) e ho pensato che sì, effettivamente una città come Firenze può aver diritto a un aeroporto più grande di quello che ha già, con una pista più lunga, adatta ad aerei più grandi che non rischino di andare a scontrarsi contro il Monte Morello, che non si debbano piantare in caso di nebbia e che assicurino alla città un flusso di aerei intercontinentali. Firenze è la seconda, forse la terza, ma forse la prima, città più visitata d’Italia: perché non dovrebbe avere un collegamento degno di questo nome con tutto il resto del mondo?

La vista che preferisco: l'aereo che si abbassa mentre passo in autostrada

La vista che preferisco: l’aereo che si abbassa mentre passo in autostrada

Così la Toscana Aeroporti, dopo una lunga gestazione, ha presentato un progetto, che è stato approvato, di ampliamento della pista di atterraggio, che prevede la rotazione della pista stessa di 90° (Qui 10 cose da sapere sulla pista dell’aeroporto). Questo vuol dire che se non ci sarà più nessun volo che mi attraverserà l’orizzonte visivo mentre entro a Firenze dall’autostrada, in compenso quando ne torno da Prato verso la capitale del Granducato avrò un aereo che sorpasserà la mia pandina. Un interessante plastico, in esposizione qualche tempo fa in Piazza della Repubblica a Firenze, mostrava come, da Prato in poi, il boeing proveniente da Singapore potrà abbassarsi fino ad atterrare sulla nuova superpista di Peretola.

Il progetto di ampliamento della pista aeroprotuale

Il progetto di ampliamento della pista aeroprotuale

Quello che dai progetti e dai plastici non si riesce a intuire, se non marginalmente, è l’impatto enorme che un progetto del genere può avere sulla popolazione. Il progetto in sé mira a dimostrare come le aree interessate dall’atterraggio dell’aereo siano scarsamente popolate. Quello che non dice è quanti campi coltivati, visto che siamo in una piana a vocazione agricola, dovranno essere (e forse già lo sono) espropriati in vista del progetto.

La popolazione è divisa. Chi vuole un aeroporto internazionale degno di questo nome e chi invece vede nel progetto una nuova TAV, nonché un fantasma dei lavori a rilento della tramvia di Firenze. Ad opporsi sono ovviamente gli abitanti della piana e in particolare gli agricoltori. Ma ora un nuovo nemico si sta insinuando e mina le certezze di tutti.

La notizia arriva il 27 gennaio 2016; prima di raggiungere gli organi di stampa parte da facebook, su cui viene data notizia di ruspe nell’area della futura pista. Orrore! Hanno già iniziato i lavori? Senza avvisare? Ma no, assicurano poi, sono “solo” gli archeologi che effettuano qualche controllo. “Solo” fino a un certo punto. Perché quando arriva l’archeologo su un cantiere, urbano o meno, la strizza regna sovrana: bloccheranno i lavori? Rallenteranno il ritorno alla normalità? Verranno a spazzolarci anche l’ingresso di casa con quel loro pennellino?

Aiuto! Arriva la ruspa!!!

Aiuto! Arriva la ruspa!!!

Sapete com’è, la piana di Sesto ha restituito spesso e volentieri materiali e siti archeologici. L’emporio etrusco scoperto a Gonfienti (Prato) ne è la testimonianza più eclatante, ma senza andare troppo nel dettaglio dei singoli rinvenimenti, basta citare la villa romana rinvenuta durante la realizzazione del parcheggio dell’Ipercoop di Sesto: una recinzione con qualche pannello nel parcheggio interrato racconta ai clienti del supermercato con le borse cariche di spesa perché hanno dovuto parcheggiare un po’ più in là.

A Sesto e Prato, insomma, ci sono abituati all’archeologia. Ma che ti spunti lì fuori dal nulla, nel bel mezzo di un campo coltivato, lascia un bel po’ perplessi. Anche perché, e qui mi permetto di fare una critica, alla domanda “che cosa avete trovato di importante?” il/la funzionario/a di Soprintendenza ha risposto un elusivo “Durante i saggi sono stati individuati, nei terreni a Peretola, alcuni livelli in cui è presente materiale che va dalla preistoria all’età romana” UAU! E cioè?

Comunque, per esperienza, so che basta già solo questo per far drizzare i capelli in testa alla popolazione della piana. Ohiohi gli archeologi! Oh icché vogliano!? Oh un gli bastano quelle du’ tombe a Sesto e quel museo a Firenze?* Sempre qui ni’mezzo a rompe’ i xxx…

La cosa che mi ha interessato di più è in effetti la reazione all’intervento della Soprintendenza. Intervento che, ricordo, è nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni di tutela e di ricerca sul territorio. La cosa che mi ha stupito delle reazioni della gente non è tanto il non sapere cosa di preciso la Soprintendenza abbia rinvenuto (anche perché ogni dato che viene registrato, ogni strato che viene alla luce e viene documentato e scavato, va poi interpretato, e insomma l’operazione richiede del tempo e dello studio, per cui non si può sparare subito una vaccata a caso, ma bisogna essere sicuri), ma se e quanto il “lavoro” della soprintendenza possa o meno rallentare i lavori.

Scavi di archeologia preventiva in corso sul tracciato della futura pista aeropotuale di Peretola

Scavi di archeologia preventiva in corso sul tracciato della futura pista aeropotuale di Peretola

Una notizia del 4 febbraio, quindi piuttosto fresca, registra lo stato d’animo della gente del posto. Si dice, in questo articolo, che a seguito degli importanti ritrovamenti archeologici, non si esclude la richiesta di modificare il progetto di partenza. Ancora non si conoscono i dettagli dell’entità delle scoperte, se possa essere verosimile un’opzione del genere. Il funzionario della Soprintendenza non indora certo la pillola: dice infatti “il nostro parere è vincolante, ed è accaduto in passato che questi progetti abbiano subìto dei bypass o delle varianti dopo il parere della Soprintendenza“. Ma tanto basta a far saltare su gli animi più appassionati, o più interessati in materia.

Le opinioni infatti si dividono e sono discordanti. Chi vuole l’aeroporto vede nel rallentamento della Soprintendenza Archeologia della Toscana (finché dura, stante la recente riforma) un ostacolo inutile alla modernità; chi non vuole l’aeroporto vede negli scavi di archeologia preventiva la speranza di una scoperta talmente sensazionale da costringere a un ripensamento nel progetto. La maggior parte della gente, però, vi vede solo il rallentamento di un’agonia, e comunque un’attività di cui non capisce il senso: passi radere i campi coltivati a zero e tracciare nel mezzo una pista asfaltata con tutte le lucine, ma andar lì con una ruspa per trovare 4 sassi proprio non serve a nulla. La chiusa dell’articolo del 4 febbraio detta proprio i termini della questione: a proposito delle indagini preventive della Soprintendenza parla di “problema”.

Cantiere archeologico playmobil, con tanto di Umarells

Cantiere archeologico playmobil, con tanto di Umarells

L’archeologia preventiva, dunque, è recepita ancora come un problema, come un’odiosa situazione da eludere al più presto. Eppure, nel caso dell’aeroporto, il problema non pare essere solo l’archeologia preventiva, ma pare essere l’aeroporto stesso. Se leggete i commenti all’articolo del 4 febbraio che continuo a linkarvi, quello dell’archeologia sembra l’ultimo dei problemi. La gente ha paura di ciò che è nuovo, di ciò che è diverso. Tutto ciò che provoca un disagio, a meno che non sia risarcito nell’immediato, non piace, è guardato con sospetto, è oggetto di mugugno. E se l’archeologia non riesce a dimostrare la sua importanza per il territorio, continuerà ad essere considerata una questione aliena al normale procedere di questo mondo.

indiana pipps

Scoperte archeologiche? Per l’archeologo Indiana Pipps sono “ordinaria amministrazione”

L’aspetto che più mi stuzzica della vicenda (che continuerò a seguire, visto che si tratta del mio territorio) è il rapporto della gente con l’Antico, da alcuni visto come il Babau, da altri come il Deus ex Machina che con un soffio di vento farà spostare la nuova pista aeroportuale. Mai come qui, mai come ora, l’archeologia ha avuto e ha una forte responsabilità sociale. E in tempi come questi, in cui pare che le Soprintendenze Archeologia cesseranno di esistere, sapere che l’archeologia preventiva e di tutela fa ancora parlare di sé l’opinione pubblica è un fatto molto positivo.

In sostanza l’archeologia, volente o nolente, è divenuta un argomento di cui discutere: è utile? é inutile? Bloccherà i lavori pubblici? Ma sarà un bene o un male? La gente è portata per forza di cose a scontrarvisi, nel bene o nel male. Il concetto che stenta ad approdare alla società è che l’archeologia preventiva è una pratica imprescindibile nell’approccio allo studio e all’intervento su un territorio. Per questo la collaborazione tra i diversi enti preposti porta a comuni accordi e progetti e a comuni intendimenti. Per questo serve un’archeologo nella pianificazione paesaggistica. Ognuno gioca la sua parte, e l’archeologia gioca la sua intervenendo in quelle aree già sottoposte a vincolo archeologico per rinvenimenti precedenti, solitamente. L’archeologia preventiva non è il male, ma una pratica all’interno dei lavori pubblici che serve a mediare tra le istanze del cantiere edile e quelle della ricerca più prettamente scientifica. In mezzo si pone il rapporto con la gente, con coloro che da un momento all’altro si trovano in una piazza recintata senza sapere nemmeno perché.

Nessuno vuole che i lavori dell’aeroporto di Firenze si fermino per sempre “per colpa” di 4 sassi. Ma è importante che si recuperi la memoria di ciò che la piana di Sesto significò per l’uomo nei tempi antichi. I lavori di archeologia preventiva intanto proseguono a ritmo serrato, mentre di pari passo procede lo studio dei materiali: l’intenzione è di restituire a Sesto Fiorentino e al territorio circostante, fino a Prato, la storia del proprio luogo di origine. E tutto assume un senso più grande, quando si ritrovano le proprie salde radici.

 

*Magari tutti gli abitanti della piana (e di Firenze, e della Toscana) conoscessero il Museo Archeologico Nazionale di Firenze…

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/02/aeroporto-firenze.jpgDigg This
Submit to reddit

Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

2tourisma

Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2016/01/2tourisma.jpgDigg This
Submit to reddit