Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

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Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

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Storie nascoste nei sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi

Brutta bestia, la stratigrafia. Muri che tagliano altri muri, strati che coprono altri strati, i quali obliterano pavimenti che a loro volta sono intercettati da strutture cui si appoggiano le fondazioni di edifici successivi, per la cui realizzazione è stata rasata ogni struttura precedente… un vero guazzabuglio, un rompicapo per gli archeologi che si confrontano durante lo scavo con le unità stratigrafiche, con tagli e riempimenti, con i materiali, cercando di ricostruire la storia di un sito sulla base delle minime tracce sopravvissute allo scorrere del tempo. Leggere stratigrafie complesse (e tutte le stratigrafie sono complesse) non è facile per gli archeologi, figurarsi per chi non è del mestiere. Così tutto quell’intrico di muri, di canalette, di pavimenti tagliati e di strati sovrapposti, bianchi, neri, gialli, argillosi, ghiaiosi, eccetera, eccetera, rischia di trasformarsi in un grande immenso immane “boh”. Per questo è importante mettere sempre il visitatore in condizioni di poter capire cosa sta guardando, su cosa sta camminando, dove si trova.

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

È ciò che sta avvenendo a Firenze in questi giorni. Da oggi fino al 25 gennaio è stato predisposto un calendario di visite guidate ai sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi. La residenza medicea progettata da Michelozzo, che nel Seicento fu acquistata dalla famiglia Riccardi è già un museo. Nel suo percorso in particolare spicca la Cappella dei Magi dipinta da Benozzo Gozzoli, capolavoro della pittura rinascimentale; i sotterranei vanno così ad ampliare l’offerta museale. Gli scavi sono visitabili sempre, ma volete mettere la possibilità di ascoltare direttamente dalla voce dell’archeologa che vi lavora dal 2012, la spiegazione di ciò che ci si para dinanzi agli occhi? E così non ho potuto aspettare oltre, e stamani io e Stefania di Memorie dal Mediterraneo ci siamo presentate alle 12, orario della visita guidata odierna, per scoprire cosa si nasconde sotto Palazzo Medici-Riccardi.

L’archeologa si chiama Carlotta Bigagli, di B&P Archeologia. Ci accompagna attraverso questo percorso che è stato inaugurato appena giovedì scorso, ma che ancora è ben lungi dall’essere terminato: il progetto di musealizzazione infatti è ancora in fieri, perciò ancora meglio: mi sembra di assistere ad un’anteprima.

Per prima cosa, per farci capire dove ci troviamo, Carlotta ci mostra i plinti di fondazione delle colonne del Cortile di Michelozzo, che sta sopra le nostre teste. Tali plinti scendono ben in profondità, fino a 6 m, dove incontrano le ghiaie che costituiscono il terreno vergine. Laddove può, Michelozzo invece sfrutta le preesistenze: come poco più avanti, dove intercetta un poderoso muro rettilineo, forse di epoca addirittura tardoantica. Ma lo vedremo più avanti.

Alla nostra sinistra troviamo la struttura più interessante, o almeno più spettacolare a vedersi, e quella che ha già fatto fantasticare i media locali: un forno nel quale qualcuno, più per attirare l’attenzione che per altro, ha voluto vedere un forno alchemico di epoca medicea: i Medici, si sa, erano profondamente interessati all’alchimia e questo aspetto più “misterioso” dei Signori di Firenze affascina il grande pubblico. Ma siamo spiacenti di comunicarvi che quello che le agenzie di stampa hanno detto essere un “forno che serviva probabilmente per bruciarvi aromi” (cito da Repubblica.it, ma anche altre testate online l’hanno scritto) è più semplicemente (si fa per dire) il forno di una cucina.

Il forno della cucina del 1780

Il forno della cucina del 1780

Che delusione! Delusione? No, invece, perché, e qui viene il bello del mestiere dell’archeologo, e viene soprattutto la soddisfazione nel poterlo raccontare dopo, questa non è una cucina qualunque, ma una cucina che fu costruita in un preciso momento storico e con una precisa funzione. Siamo in una delle fasi più tarde di vita del Palazzo, l’epoca cosiddetta Riccardiana, quando il palazzo era ormai da parecchio tempo di proprietà dei Riccardi, mentre a Firenze governavano i Lorena. I Riccardi erano famiglia incline alle feste e alla bella vita, noti proprio per i loro sontuosi banchetti che animavano la vita nobiliare fiorentina. L’elenco delle feste, ben documentate, che si svolsero a Palazzo Medici-Riccardi è piuttosto lungo, ma tra tutte le feste, una in particolare viene ricordata per essere stata particolarmente sontuosa. Il 21 maggio 1780 infatti, i Riccardi per celebrare la visita di Ferdinando d’Asburgo governatore di Milano indirono una festa da ballo alla quale invitarono oltre 4000 persone. Per un così alto numero di ospiti era necessario un esercito di inservienti, almeno 250, i quali, durante lo svolgersi della festa, dovevano pur nutrirsi! Ecco che allora, in funzione di questa festa fu costruita questa cucina, per realizzare la quale furono impiegati mattoni refrattari prodotti in Scozia, i primi del genere, bollati Morningside e che hanno aiutato a datare la costruzione. Tutto ciò in barba a chi invece sostiene trattarsi di un forno alchemico di epoca medicea: è la stratigrafia stessa che non consente una datazione al Cinquecento, in quanto la condotta dell’aria che alimentava il forno vero e proprio taglia un pozzo che già serviva una cucina precedentemente costruita sul posto, che si data al Seicento. Sottolineo questo aspetto perché mi preme far notare come sempre prima di dare la notizia spettacolare a tutti i costi occorra documentarsi con tutti i dati scientifici possibili a disposizione. Il forno alchemico è dunque una suggestiva invenzione per la stampa. In realtà ci troviamo nella cucina della servitù della festa del 21 maggio 1780. Il bello, in tutto ciò, è che le fonti dell’epoca ci raccontano tutti i dettagli di quella serata, dalle spese sostenute per i preparativi al menu, alla progettazione: ed è così che è la fonte stessa a dirci che per l’occasione fu costruita questa nuova cucina per la servitù nei sotterranei del palazzo. Solo la lettura incrociata dei dati archeologici e delle fonti scritte (ovviamente quando in nostro possesso) può portare ad una corretta interpretazione dei contesti che vengono in luce. E non potete immaginare la soddisfazione dell’archeologo, nel momento in cui si dipana la matassa, grazie al riscontro incrociato dei dati di scavo con altri tipi di fonte.

La sezione disegnata sul cantiere con la successione dei pavimenti nell'ambiente delle stalle medicee

La sezione disegnata sull’impalcatura con la successione dei pavimenti nell’ambiente delle stalle medicee

Procedendo incontriamo gli ambienti che furono destinati alle stalle medicee. In realtà siamo davanti ad una sezione lungo la quale si succede una serie di pavimenti sovrapposti, intervallati da riempimenti vari, che segnano volta volta i vari cambiamenti di destinazione d’uso dell’ambiente. La sezione, disegnata sull’impalcatura da Carlotta, aiuta a comprendere la successione stratigrafica dei vari livelli. Ma quello che è stato fondamentale è il ritrovamento, inglobato nella malta, di un frammento di ciotola il cui decoro ha permesso di datare il pavimento della stalla al ventennio 1440-1460. Non è cosa da poco, considerato che pochissimi anni dopo, verso il 1470, le stalle furono spostate più a Nord. Successivamente qui doveva essere impiantata una pasticceria, quando il palazzo era già proprietà dei Riccardi. Un pozzo qui vicino serviva ai bisogni della stalla, mentre un altro pozzo, più avanti, doveva essere lo scolmatore del palazzo. Questo si trova in corrispondenza dell’area meno spettacolare alla vista e però più interessante archeologicamente (almeno per me: sono di parte): gli scavi infatti hanno individuato in questo punto l’antico letto del fiume Mugnone, che in età romana si buttava nell’Arno all’altezza di Ponte Vecchio e che fu poi deviato, e un suo argine, in un terreno limoso molto compatto. Il letto è riempito di sedimenti di età romana che hanno restituito vari materiali, tra cui strumenti chirurgici e in particolare una ligula in bronzo, una sorta di cucchiaino minuscolo per unguenti (o farmaci) da attingere da vasetti piccolissimi) a forma di essere umano in stato di decomposizione: un oggetto molto molto particolare. Inoltre, è stata rinvenuta una sepoltura isolata (tagliata da qualche intervento successivo) che è stata datata al C14 ad età tardoantica. Si trova così isolata e forse va messa in relazione con uno spesso muro di fondazione che le corre accanto del quale non si sa nulla se non che taglia i depositi di età romana: l’ipotesi, tutta da dimostrare, è che si tratti del muro di un qualche edificio religioso al quale poteva essere pertinente un cimitero, così come succedeva solitamente in età tardoantica. Ma, ripeto, al momento questa è solo un’ipotesi. Certo che è raro trovare una sepoltura isolata, per cui bisogna pensare che essa facesse parte di un cimitero molto più vasto, asportato in un qualche momento successivo e di cui non si ha né traccia né notizia.

L'antica sponda e l'antico letto del fiume Mugnone, affluente dell'Arno

L’antica sponda e l’antico letto del fiume Mugnone, affluente dell’Arno

Trovate Carlotta Bigagli ben lieta di raccontare anche a voi ciò che ha raccontato a noi durante le feste natalizie e nel mese di gennaio secondo il seguente calendario:

giovedì 24 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
sabato 26 dicembre 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 28 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
giovedì 31 dicembre 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
venerdì 1 gennaio 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 4 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
mercoledì 6 gennaio 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
venerdì 8 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 11 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 25 gennaio 1 visita negli orari 11.00

In biglietteria mi hanno detto che sarebbe opportuno prenotare la visita direttamente presso di loro. Sinceramente non credo che ci sia bisogno, ma nel dubbio prenotate. Non vorrei che poi vi arrabbiaste con me! Qui, intanto, trovate materiale utile per cominciare a documentarvi.

Mi raccomando, se passate da Firenze non perdete l’occasione di una visita guidata con l’archeologa e soprattutto spargete la voce!

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Che la forza sia con te: Star Wars, l’arte e le contaminazioni

Oggi 16 dicembre è il giorno giusto. Non avrei potuto parlarne prima, e parlarne domani sarebbe troppo tardi. Ma oggi, giorno in cui al cinema esce Star Wars VII – La rinascita della Forza, non potevo restare insensibile alle suggestioni che da più parti mi piovono addosso. Sembra che ovunque mi giri, mi imbatta in Star Wars. E non parlo di merchandising, di tv, di giornali; parlo di arte, arte contemporanea che reinterpreta l’antica in una chiave… beh… giudicate voi. A me, vedendo quanto segue, viene da dire “L’arte antica colpisce ancora”. Ma magari sono io che esagero…

Tutto è iniziato quando ho saputo dell’esistenza della superba mostra del Louvre, attualmente in corso, “Mythes fondateurs. D’Hercule a Dark Vador”: ovvero come spiegare la nascita e l’essenza del mito attraverso un percorso che dai miti dell’antichità arriva fino ai miti di oggi. Star Wars come esemplificazione del mito moderno, Darth Vader affiancato ad Eracle per spiegare come i miti sono presenti in tutte le civiltà, dalle antiche a quella contemporanea, passando per il medioevo, quando i Cavalieri della Tavola Rotonda erano gli eroi dell’immaginario collettivo.

La (superba) locandina della mostra “Mythes fondateurs” al Louvre

L’idea di questa mostra (che ha inaugurato a ottobre e proseguirà fino a luglio 2016) mi ha fulminato: roba da desiderare di andare a Parigi solo per visitarla (e anche per andare a prendere un té da Mariage Frères, ma questa è un’altra storia..). Anche perché nel frattempo si appressava la data del grande ritorno, quello di Star Wars, quello della Rinascita della Forza.

A riprova della Forza (scusate il gioco di parole) di questo mito contemporaneo nel nostro immaginario collettivo, ultimamente sono apparse in rete alcune manifestazioni artistiche che facendo ricorso a Obi Wan Kenobi e compagni, hanno dato vita a vere reinterpretazioni artistiche. Le fonti sono state principalmente tratte dall’arte antica. Ve ne propongo un paio. E vi dico subito che la prima impressione al vederle è stata innanzitutto di puro divertimento, e poi di riflessione. Ma vediamo intanto le opere:

Icons of Science Fiction di Alex Ramos non sono altro che icone bizantine reinterpretate: al posto di ieratiche figure di santi bizantini e di Madonne con bambino qui abbiamo Yoda, Chewbacca, Obi Wan Kenobi e la principessa Leila, con tanto di didascalie in cirillico. La più bella di tutte secondo me è la Madonna con bambino costituita dai due robot C-3Po e R2D2.

C-3PO in versione Madonna con bambino sull'icona simil-bizantina di Alex Ramos

C-3PO in versione Madonna con bambino sull’icona simil-bizantina di Alex Ramos

Valutate voi e ditemi la vostra preferita. Le trovate a questo link:

http://www.alexramosstudio.com/#!icons/lptc3

Pensavate di aver visto tutto? E invece.

Lo scultore Travis Durden (pseudonimo per un artista che vuole restare sconosciuto, sulla sia di Banksy, per capirci) unisce insieme nelle sue opere l’arte antica e la cultura pop contemporanea: nei personaggi di Star Wars egli individua delle figure mitologiche a tutti gli effetti in quegli esseri mezzi umani, mezzi animali e mezzi macchine, e degli eroi: et voila, ritornando al concetto espresso dalla mostra del Louvre, gli eroi dei nuovi miti sono serviti, rappresentati però come gli dei e gli eroi del mondo classico. Così yoda è raffigurato nelle sembianze di Cupido, Obi Wan Kenobi è rappresentato in nudità eroica, il droide C-3PO nell’atteggiamento di Amore e Psiche del Canova. Vi segnalo il post che ha scritto al riguardo Astrid su Archeopop.

http://travisdurden.com/index.php/oeuvres

Cosa sono queste? Espressioni in chiave antica di un mito contemporaneo? Semplici esercizi di stile? Sicuramente sono opere che sono immediatamente riconoscibili al grande pubblico (eccetto quei tre o quattro poveretti dispersi su tutto l’orbe terrarum che ignorano cosa sia Star Wars!) e che diventano attraverso di esse veicolo anche di riconoscimento (e perché no, apprezzamento) di valori artistici altrimenti lontani. La citazione dell’opera d’arte antica suscita incredulità, da un lato, ma stimola il riconoscimento e il ricordo di categorie artistiche che molti magari conoscono poco o in parte. Mi riferisco ad esempio anche alla serie di Star Wars nello stile dei vasi greci a figure rosse di Aaron McConnell, che ci regala diverse chicche, tra cui un droide R2D2 reinterpretato come Civetta, o Chewbacca rappresentato come il Minotauro…

Il droide R2D2 rappresentato come una civetta nei disegni in stile arte greca di Aaron McConnell

Del resto, se cercate in rete, potete imbattervi in finti vasi greci dipinti con supereroi quali Spiderman e Batman. L’idea dunque di applicare a categorie dell’arte antica eroi moderni già esiste da un pezzo e con altri soggetti. A questo link, comunque, trovate le altre opere in stile grecizzante: http://aamcconnell.com/2015/05/05/greek-star-wars/

Per chiudere questa carrellata, due suggestioni: una scena da Star Wars in stile egittizzante, nella quale si assimila Darth Vader ad un faraone, e che a sua volta è parte di un papiro, pardon, di un disegno più grande che riguarda molti supereroi del cinema contemporaneo, e la scena madre della saga, “Luke, io sono tuo padre” sull’Arazzo di Bayeux.

STAR WARS

E con queste, buona visione! E che la Forza, sia con voi!

Scusate, l’update è necessario. Avevo deciso che basta, non avrei più pubblicato nulla. Però questa è necessaria. Il Laocoonte è fenomenale. Grazie alle #archeognock che lo hanno segnalato :-)

Ecco a voi il Laocoonte...

Ecco a voi il Laocoonte…

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#uffiziArcheologia: le radici degli Uffizi, ovvero la Firenze nascosta che nessuno conosce

Con l’archeoblogtour #UffiziArcheologia siamo stati anche accompagnati a visitare in esclusiva l’area archeologica al di sotto della Chiesa di San Pier Scheraggio; meglio, ex-chiesa, che oggi è inglobata nel complesso degli Uffizi. Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci abbiamo potuto leggere un capitolo della storia antica di Firenze altrimenti dimenticato e ignoto ai più.

L'abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

L’abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

La storia archeologica di Firenze è complicata e legata ai lavori pubblici che in più occasioni hanno interessato a città nella sua storia più recente, ovvero da fine ’800 ai primi anni ’80, dai grandi scavi per la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, al grande cantiere di Piazza della Signoria (mai pubblicato del tutto), passando per gli scavi di Santa Reparata, sotto il Duomo, e davanti al Battistero, e ancora, in via del Proconsolo, lungo le mura, e da ultimo sotto Palazzo Vecchio, dove scavi recenti hanno portato in luce le strutture del teatro romano. E altri scavi nel corso dell’ultimo secolo e in anni recenti hanno dato tante informazioni sull’antica città romana di Florentia.

Firenze si è sviluppata su se stessa. Città a continuità di vita dall’età romana a noi, da un lato questa è stata la sua fortuna, perché si sono preservate, sotto la città che cresceva, si stratificava, diventava comune medievale, città signorile e capoluogo granducale, le vestigia della città romana del passato, almeno a livello di fondazione. In qualche caso il monumento ha condizionato lo sviluppo dell’urbanistica successiva, ed è il caso dell’area di via Torta, dove ancora oggi si intuisce la presenza dell’antico anfiteatro; altre volte sarebbe stato impossibile capire cosa vi fosse un tempo, ma per corsi e ricorsi storici un’area della città si è naturalmente riappropriata della sua naturale vocazione, ed è piazza della Repubblica, che un tempo era il foro di Florentia. In altri casi i ritrovamenti archeologici nascosti non stupiscono: è il caso di Santa Reparata, la prima cattedrale di Firenze, sotto il Duomo, o di un tratto di mura lungo via del Proconsolo, o ancora, della chiesa longobarda sotto San Pier Scheraggio.

Colonna affrescata all'interno di San Pier Scheraggio

Colonna affrescata all’interno di San Pier Scheraggio

Già bisognerebbe sapere cos’è San Pier Scheraggio. E sono sicura che molti fiorentini non la conoscono. San Pier Scheraggio è la chiesa in via della Ninna della quale voi individuate a mala pena qualche colonna sul lato esterno degli Uffizi. Da un lato della via si erge infatti Palazzo Vecchio, dall’altra si trova la Galleria degli Uffizi. Ebbene, gli Uffizi inglobano questa chiesa che oggi non è aperta, se non di rado, e che al suo interno ospita alcuni affreschi eccezionali, oltre all’Annunciazione del Botticelli. Il progetto di inglobare la chiesa risale fino al Vasari, progettista degli Uffizi.

Qui un tempo scorreva, a marcare la fine della città romana di Florentia, il torrente Scheraggio, che fu deviato nel XII secolo, ma del quale rimase il nome nella chiesa, San Pier Scheraggio, appunto. La chiesa era più ampia nel bassomedioevo, occupava anche una parte di via della Ninna, il cui nome si rifà alla ninnananna, ninnananna che una Madonna di scuola giottesca sembrava cantare al bambinGesù in grembo, e che era sita nella chiesa (oggi perduta). Ma la costruzione di Palazzo Vecchio, del palazzo comunale, sede del potere politico e civile, costrinse a una restrizione della chiesa nel XII secolo.

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell'abside della preesistente chiesa longobarda

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell’abside della preesistente chiesa longobarda

Ciò che non si sapeva, e che venne invece in luce negli anni ’20-’30 del Novecento è che San Pier Scheraggio non era un luogo di culto scelto a caso, ma sorgeva a sua volta su una chiesa di età longobarda, epoca di Liutprando, per la precisione (VI secolo d.C.) della quale non è rimasto molto, solo un’abside in muratura. Successivamente, in età romanica, quest’abside non fu distrutta, ma anzi fu raddoppiata, dando vita ad un ambiente sotterraneo circolare nel quale si aprivano nicchie per ospitare le sante reliquie. Era il Sancta Sanctorum della chiesa di San Piero. La chiesa poi si sviluppa nelle forme attuali, con colonne dipinte alle navate, fino ad essere inglobate negli Uffizi; in tempi recenti ha costituito dapprima l’accesso al museo, poi è divenuto deposito di lusso per alcune opere. Insomma, occupa oggi una parte marginale degli Uffizi.

Ma torniamo al sancta sanctorum della chiesa romanica, e ancora prima alla chiesa longobarda. Le sue strutture si appoggiavano sui resti di un’antica domus della quale si è conservato davvero ben poco, ma importante: porzioni di decorazioni parietali dipinte, cose che noi solitamente attribuiamo giusto a Pompei e a Roma, ma che dobbiamo invece immaginare come pratica consolidata nelle domus di tutto l’impero: gli affreschi ricordavano un giardino, un viridarium, come quello, molto più noto, della Villa di Livia a Prima Porta ricostruito al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

Al di fuori della chiesa longobarda in tempi molto recenti è stato rinvenuto un vero e proprio cimitero (che ha fatto notizia, tra l’altro): sepolture veloci, disordinate, segno della necessità di seppellire tanti corpi nel più breve tempo possibile, indice, questo, di una probabile epidemia. Siamo fuori della città romana: le mura corrono appena al di là della chiesa, sul lato di Palazzo Vecchio, e appena fuori della città nel VI secolo si sviluppa dunque una necropoli di cui, col tempo, si perderà memoria. Così come della chiesa longobarda al di sotto di San Pier Scheraggio. Sotto gli Uffizi, dunque, fino all’Arno, si stendeva un cimitero.

Solo con gli scavi degli anni ’30 del Novecento viene in luce questa pagina di storia della città. Ma per forza di cose viene ricoperta e nuovamente dimenticata. Solo in anni recenti con gli scavi del teatro romano sotto Palazzo Vecchio (visitabili) si è ripensata la possibilità di un’apertura integrata degli scavi, per far percepire al visitatore interessato la complessità della stratificazione archeologica fiorentina, ma anche per riuscire a dare in 3D la sensazione di poter camminare in una Firenze veramente di altri tempi. E’ un’operazione molto difficile (e infatti ancora irrealizzata), e di difficile comunicazione, perché i resti archeologici da soli parlano poco e male. Ma la speranza è che, invece che dire “impossibile, non si può fare”, si studino delle soluzioni sostenibili sia in termini di fruizione che di comunicazione di un’area tanto piccola quanto significativa della città antica.

Immaginate infatti, in un solo colpo, di poter visitare nella stessa occasione il teatro romano con le sue successive modificazioni e stratificazioni (prima di diventare Palazzo Vecchio l’area divenne un quartiere abitativo con tanto di strade), la chiesa di Santa Reparata, che a sua volta sorgeva su un sistema di domus nell’area residenziale della città, nei pressi settentrionali delle mura (e che ebbe lunga vita, finché non fu letteralmente tagliata in due dalla decisione di costruire al di sopra l’attuale duomo) e infine la chiesa longobarda e poi romanica di San Pier Scheraggio. Segno di una città che, una volta terminata l’età romana, comunque sopravviveva e cresceva forte nel segno della fede cristiana.

Ricostruzione della Firenze romana (fonte: Firenzeonline)

Ripeto, non è facile riuscire a costruire un sistema del genere. Ma bisogna farlo, per voi. E perché altrimenti non ha senso che un gruppo di archeobloggers l’abbia visto in esclusiva per poi raccontarvelo. Raccontare non è lo stesso che vedere con i propri occhi. Mi auguro perciò che quello che oggi è solo un sogno, un’idea, possa al più presto essere realizzato, nel migliore dei modi.

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Il Louvre svuotato, la Seconda Guerra Mondiale e le ricerche d’archivio

Ho scovato una foto del Louvre come non l’avete mai visto. E come si spera che non dovrete mai più rivederlo (e con lui, tutti i musei del mondo, si intende).

La Grande Galerie del Louvre svuotata delle opere durante la Seconda Guerra Mondiale

La Grande Galerie del Louvre svuotata delle opere durante la Seconda Guerra Mondiale

Twitter è indubbiamente una fonte di stimoli continui: stimoli ad approfondire, a riflettere, a portare all’attenzione nuove cose, ad appassionarsi a determinati temi.

Così, quando ieri notte, durante una delle mie #certenottialmuseo mi sono imbattuta nel tweet qui sopra, ho deciso che era giunto il momento di scrivere un post che tenevo nel cassetto da un po’ di tempo. Un post che parla di musei e di Guerra. Il tema potrebbe sembrare attuale, e forse lo è, dato che il nostro Patrimonio Culturale Mondiale vive perennemente nel pericolo di essere distrutto, che si tratti di ISIS, di attentati nei musei, ma anche di furti che se non sono atti terroristici, non per questo non fanno meno danno.

La Guerra di cui vi parla questa foto, e di cui vi voglio parlare io, è però la Seconda Guerra Mondiale. Una guerra che per la prima volta ha visto schierata, accanto all’esercito, una vera organizzazione di uomini che va sotto il nome di “Monuments Men”. Costoro sono stati portati al giusto riconoscimento mondiale del loro valore solo ultimamente, con l’omonimo film di George Clooney, che ha due meriti, uno dei quali* è quello di avermi appassionato ad un capitolo di storia che ignoravo pressoché totalmente.

Ho visto il film, ho letto il libro da cui è tratto, e ho capito che il film è una storia quasi totalmente romanzata: persino i nomi dei protagonisti sono diversi, mentre la storia per grandissime linee, giunge al medesimo epilogo. Il libro, invece, è la ricostruzione storica il più possibile fedele, condotta da uno storico sulla base di documenti, di racconti diretti, che rende con drammaticità i fatti che avvennero intorno alla formazione dapprima, e all’operato poi, della MFAA. Il libro si occupa nello specifico proprio del settore Francia/Belgio/Germania. E in Francia la parte da protagonista la svolge Parigi.

Così vedere questa foto della Grande Galerie del Louvre svuotata, con le cornici abbandonate sul posto, mi ha fatto inevitabilmente tornare in mente quanto letto sulle fasi concitate del trasporto in ricoveri sicuri (tra cui il Jeu de Paume), ma soprattutto sui biechi tentativi, riusciti in molti casi, di razzia da parte dei gerarchi nazisti, e sul salvataggio rocambolesco di migliaia di tele e di opere d’arte non solo del Louvre, non solo di Parigi, ma anche del Belgio e dell’Italia, salvate sempre sul più bello, con colpi di scena da film, effettivamente, quando in un castello, quando in una miniera di sale.

Ma la foto del Louvre ha fatto di più: mi ha fatto pensare che non solo il Louvre, ma tutti i musei sia di Francia (per difendere il Patrimonio culturale dalle razzie tedesche) sia d’Italia (dapprima per difendere il Patrimonio culturale dalle distruzioni delle forze Alleate [v. Cassino], poi da quelle tedesche) si ritrovarono in condizioni analoghe: Pinacoteche svuotate, dipinti staccati dalle loro pareti, in molti casi dai loro supporti, caricati in casse spedite in qualche deposito scelto tra qualche bella e antica villa o castello, nella speranza di non essere né scovate né distrutte dal nemico, in alcuni casi imbracciando una vera e propria lotta contro il tempo, per evacuare ulteriormente le opere dai rifugi quando fossero state in pericolo.

I Monuments Men (quelli veri) restituiscono al Louvre alcune delle opere recuperate

I Monuments Men (quelli veri) restituiscono al Louvre alcune delle opere recuperate. Credits: LeFigaro.fr

Da buona abitante di Firenze, mi sono appassionata, per una serie di coincidenze, proprio a questo aspetto della II Guerra Mondiale: le operazioni di difesa del Patrimonio durante la Guerra. Come per il resto d’Italia, si inizia fin dal 1934 con le prime misure di difesa antiaerea, una serie di decreti che poi diventeranno necessariamente operativi a partire dal 1940. Tali decreti tra le varie cose prevedevano per quanto riguarda i beni mobili la redazione di una lista delle opere più importanti per rilevanza storica e culturale, specificando dove si sarebbe potuto ripararle in caso di guerra; per i beni immobili prevedevano di redigere una lista degli edifici e dei monumenti più importanti, di segnalarli con segni ben evidenti, di scrivere un piano di difesa antiaerea e di realizzare una documentazione fotografica, utile nel caso di una distruzione ad opera di un bombardamento. Il governo italiano, insomma, si era dato un gran daffare e in effetti durante la Guerra chiunque ricopra cariche di responsabilità, i direttori dei musei, i soprintendenti, i restauratori e quanti impiegati in prima linea nella difesa del Patrimonio Culturale, dimostrarono di essere più fedeli proprio al loro impegno nei confronti del Patrimonio che non allo Stato: una vera e propria vocazione alla difesa del Patrimonio, altro che stipendio.

Firenze, Gallerie dell'Accademia, il David viene imballato in ossequio alle misure di Protezione Antiaerea credits:

Firenze, Gallerie dell’Accademia, il David viene imballato in ossequio alle misure di Protezione Antiaerea credits: edapx

Per Firenze e la Toscana (non conosco la situazione delle altre città, Roma per esempio potrebbe rivelarmi delle importantissime testimonianze) la difesa del Patrimonio storico-artistico e architettonico è stata particolarmente studiata sin da subito quando, alla fine della Guerra, si dovettero fare i conti con le distruzioni dei Ponti sull’Arno e dei quartieri medievali intorno a Ponte Vecchio, e con i restauri delle opere danneggiate, sia in anni recenti. Per quanto riguarda il Patrimonio Archeologico, invece, la situazione è un pochino più complessa, perché nessuno (eccetto la sottoscritta nei ritagli di tempo) si è ancora preso la briga di andarsi a scartabellare nell’Archivio della Soprintendenza Archeologia della Toscana tutti i carteggi relativi agli anni della Guerra, ai criteri di selezione delle opere da riparare altrove o nei sotterranei del Regio Museo Archeologico (oggi il Museo Archeologico Nazionale), agli elenchi delle opere effettivamente rimosse dalla loro collocazione per essere trasferite altrove. So ad esempio, perché in un rapporto al Ministero il Soprintendente dell’epoca ne fa cenno, che i Grandi Bronzi, ovvero la Chimera di Arezzo, la Minerva di Arezzo e l’Arringatore, erano stati ricoverati nella Villa Medicea di Poggio a Caiano insieme ai Marmi Antichi della Galleria degli Uffizi; ma ancora non ho trovato il documento che sancisce davvero questo spostamento. E come questo tante altre cose mi sfuggono ancora. Quel poco che so, però, l’ho già in parte raccontato in 3 post che abbiamo pubblicato sul blog Archeotoscana e che vi elenco qui di seguito:

  1. Firenze e il Patrimonio Archeologico Toscano durante la Seconda Guerra Mondiale
  2. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze durante la Seconda Guerra Mondiale
  3. 2 aprile 1950: riapre il Museo Archeologico Nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale

In particolare quello che racconta del Museo durante la Guerra e soprattutto durante la Battaglia di Firenze (il n.2) è quello che mi ha dato più soddisfazione scrivere: leggere quei documenti, il rapporto del Soprintendente Minto al Ministero, in particolare, trasporta proprio a quei drammatici giorni; sembra di vederli i Patrioti che fanno irruzione nel museo e controllano tutte le sale per scovare il presunto franco tiratore fascista. Tale è la potenza e l’immediatezza del documento d’archivio, che è proprio lo strumento attraverso il quale si può avviare la ricostruzione storica.

Chi è avvezzo alle ricerche d’archivio conosce bene quel sentimento di incredulità, poi di trionfo, quasi di onnipotenza che si prova man mano che i documenti da soli dipanano la matassa e scrivono la storia; e altrettanto bene conosce lo scoramento che deriva dal non trovare più nulla, ad un certo punto.

Ebbene, è da qualche mese che non porto più avanti questa ricerca, un po’ perché presa da altro, un po’ per pigrizia. Ma la foto di stasera, della Galleria del Louvre vuota, immancabilmente mi ha fatto pensare al MAF vuoto nello stesso identico periodo per la stessa analoga motivazione. E penso che mi toccherà rimettere mano ai documenti impolverati che aspettano soltanto che qualcuno dia loro di nuovo voce.

Ah, per la cronaca: ho cercato su Google Immagini “Louvre pendant la Deuxiéme guerre mondiale“. Et voila:

Crediti fotografici: LeFigaro.fr; Louvre.fr; next.Liberation.fr; archives.quercy.net; news.artnet.com;

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*l’altro è quello di aver voluto nel cast Jean Dujardin. E so che le quote rosa in lettura saranno d’accordo con me

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Bene che se ne parli: “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità” a Paestum

All’indomani della distruzione del tempio di Bel a Palmira, ho reagito in maniera piuttosto accorata per i miei standard. Tanto è stato lo scoramento che non ho potuto fare a meno di scrivere così:

distruzione palmira

Quando è uscito il programma della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2015, ho deciso subito che avrei seguito l’evento “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità”: è un tema che ci tocca molto da vicino perché è attuale, intorno a noi, ora, e ci spinge a interrogarci sull’importanza del nostro patrimonio culturale mondiale e sul reale valore che hanno le culture e le civiltà dell’intero orbe terrarum. Nel passato intere civiltà sono state cancellate dall’odio e dalla pulizia etnica e culturale del più forte, del prevaricatore e del conquistatore. Ormai quelle distruzioni deliberate le possiamo assumere solo come fatti accaduti, storicizzati, li intendiamo pertanto come fatti storici, e come tali li studiamo. Mi riferisco ai Cristiani che distruggevano templi e statue di dei pagani, mi riferisco ai Conquistadores che distrussero forse anche non del tutto consapevolmente le civiltà mesoamericane, mi riferisco all’iconoclastia bizantina. Sono fatti avvenuti, non possiamo che prenderne atto, e imparare dalla storia.

Ma ciò che accade nel presente no. Abbiamo l’obbligo morale di impedire che ciò accada. Siamo testimoni del nostro tempo e assistere impassibili alla distruzione della memoria storica e del passato di un popolo è cosa che non si può più tollerare. Bisogna intervenire. Già a livello di UNESCO si inizia a parlare, relativamente ai crimini contro l’Umanità, dell’obbligo di salvaguardare la vita umana e le “pietre”. E se ancora qualcuno pensa che quei “4 sassi” siano inutili, ora vi racconto perché non è così.

A Paestum, all’incontro che si è tenuto il 30 ottobre nella Basilica Paleocristiana, non c’erano persone comuni, “personaggetti” che si sciacquano la bocca lanciando vuoti proclami e opinionisti della domenica. Non era un talk show quello cui abbiamo assistito; c’erano, piuttosto i protagonisti veri, le voci più in capitolo per poter parlare delle distruzioni perpetrate dall’Isis a Palmira e agli altri siti archeologici e non solo siriani. Mohamad Saleh mi ha colpito particolarmente: un uomo alto, magro, negli occhi una tristezza indicibile, nella voce una commozione che solo chi ha vissuto e vive quotidianamente un dramma può provare: Saleh è stato l’ultimo Direttore per il Turismo di Palmira: ha lavorato fianco a fianco per anni con Kalhed Al-Ashaad, per dire; ha vissuto da molto vicino le paure reali e i tormenti che hanno ucciso il suo collega. Nel suo intervento cerca di essere il più distaccato possibile. Ma al tempo stesso ogni coppia di immagini che mostra è uno strazio: mostra Palmira prima e dopo: il tempio di Bel nella sua interezza e la sequenza delle immagini che ne mostrano la distruzione; mostra il Road Silk Festival che si svolgeva ogni anno nel Teatro di Palmira e un nuovo festival, dell’Isis, celebrato quest’anno. Non ce lo racconta subito, ci viene svelato dopo, in un video che fa tremare: l’ISIS festival è un’esecuzione multipla eseguita da un plotone di soldati bambini. Il tutto avviene appunto nel teatro romano di Palmira, davanti agli occhi non solo del pubblico presente, ma di tutta la comunità internazionale che può godersi lo spettacolo su youtube.

"ISIS Festival" a Palmira. Fonte: https://themuslimissue.wordpress.com

“ISIS Festival” a Palmira. Fonte: themuslimissue.wordpress.com

Tornando all’archeologia, dopo queste incredibili immagini, non è solo Palmira ad essere stata distrutta: Palmira è il sito che fa notizia, il più noto a livello mondiale, ma quanti altri siti sono stati distrutti e saccheggiati, nel silenzio più totale perché, essendo sconosciuti ai più, non interessano alla comunità internazionale. Mohamad Saleh però ce li mostra, ci mostra anche le 5 mummie di Palmira, bruciate per la strada con un disprezzo che non è solo per l’oggetto archeologico, ma anche per gli esseri umani che queste mummie un tempo erano.

La scusa dietro la quale si nascondono i militanti dell’ISIS che distruggono è l’integralismo religioso. Ma quale religione!, risponde Mohamad Saleh: costoro hanno distruttto persino la Casa del Profeta, di Maometto, in Siria! Saleh è molto duro, non crede minimamente all’integralismo o al fanatismo religioso: ha visto con i propri occhi troppe contraddizioni. È disincantato, è duro, è arrabbiato. E non accetta la giustificazione religiosa. C’è altro.

Cos’è l’ “altro” lo dice Mounir Bouchenaki, UNESCO, che parla da subito del mercato illegale sempre più fiorente in quanto è una delle forme di autofinanziamento dell ISIS. In sostanza le distruzioni dei siti archeologici sono la punta di iceberg di un progetto di distruzione del patrimonio più vasto, che vede nel commercio clandestino di oggetti d’arte e d’archeologia il business maggiore. Bello schifo direte voi. E lo dico anch’io, perché un conto è pensare che un gruppo fanatico distrugge secondo un’ideologia malata che vede nelle testimonianze del passato un’idolatria da distruggere e nelle immagini di esseri viventi l’intento di sostituirsi a dio, unico fautore di tutte le cose animate; un altro conto è invece vendere al miglior offerente oggetti dei quali evidentemente il valore almeno economico è riconosciuto. Siamo tutti colpevoli, allora, tutti conniventi di questo sistema. Perché da dove credete che provengano i collezionisti disposti a pagare milioni per una statua della dea Ishtar? Dall’Occidente, quello stesso Occidente che condanna, senza però intervenire, le distruzioni.

Nel centro Mohamad Saleh, all'estrema destra Mounir Bouchenaki - foto BMTA

Nel centro Mohamad Saleh, all’estrema destra Mounir Bouchenaki – foto BMTA

L’UNESCO si impegna, racconta Bouchenaki, per salvare il salvabile, per educare i direttori delle antichità e dei musei e per sensibilizzare l’Interpol e attraverso di essa le polizie locali a contrastare il mercato illecito. Stante che omai le distruzioni sono state perpetrate, poi, quantomeno bisogna iniziare a pensare al dopo, al restauro. Per questo i Caschi Blu della Cultura, proposti dall’Italia, sono stati accolti con favore. Per ora sono una proposta, non c’è nulla di concreto, ma è già qualcosa.

Chi pensa che sarebbe più utile preoccuparsi degli uomini piuttosto che delle “pietre” è bene che abbia ben presente che quelle pietre sono il simbolo identitario della cultura di una nazione (nello specifico, quella siriana). Distruggendo quelle si distrugge la memoria, l’identità culturale, si cancella il concetto stesso di nazione. Per dirla con le parole di Paolo Matthiae, altro ospite ben informato sui fatti presente alla Borsa, si fa tabula rasa della memoria e della cultura. L’idea alla base è quella di creare un uomo nuovo, senza passato, senza legami, totalmente manovrabile. E questo dovrebbe fare tanta più paura. Matthiae racconta la sua esperienza come archeologo che dopo quasi 50 anni di lavoro a Ebla è stato costretto ad allontanarsi per la situazione della Siria e che ogni giorno guarda con preoccupazione ad una terra che sente sua.

Anche la testimonianza di Ivan Grozny è importante: lui, reporter di guerra, non ci parla dei beni culturali distrutti, ma in poche brevi pennellate ci dipinge un quadro della situazione in Siria: e capiamo che quello del Patrimonio Culturale è solo uno degli aspetti di questa distruzione di massa del popolo siriano. E allora torna la necessità di salvaguardare la vita umana, certo, ma anche le “pietre”, se vogliamo preservare l’identità di una nazione.

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

Il tema della distruzione del Patrimonio archeologico da parte dell’ISIS è, giustamente, particolarmente sentito. La Borsa di Paestum ha dedicato anche un premio a Kalhed Al-Ashaad, l’archeologo di Palmira morto “martire” per la difesa della città antica. L’Italia, è stato ricordato, è stato l’unico Paese a reagire alla notizia della sua morte: giornata di lutto nazionale, bandiere a mezz’asta. Un segnale forte di cordoglio nazionale perché evidentemente abbiamo riconosciuto nell’inutile uccisione di questo archeologo tutta la barbarie di questo conflitto.

E ancora: un incontro della Borsa è stato dedicato all’attentato al Museo del Bardo di Tunisi. L’evento è stato intitolato #pernondimenticare. E infatti è giusto avere sempre ben in mente cos’è successo e perché è grave un attentato in un museo, soprattutto quando quel museo è simbolo del passato di una nazione. A parlare c’era il direttore del Bardo, Moncef Ben Moussa, il quale ancora non si capacita di un tale atto di violenza, sottolineando il ruolo storico e culturale della Tunisia quale ponte tra l’Africa e l’Europa attraverso il Mediterraneo: storicamente e archeologicamente parlando, la Tunisia è terra di tolleranza e accoglienza e il Museo del bardo ne è testimonianza. Nonostante il dolore per il dramma nel quale il museo del Bardo è stato coinvolto, Ben Moussa ha portato un messaggio di speranza, concludendo che “Cultura ed educazione sono le uniche armi pacifiche per evitare la guerra”.

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#uffiziarcheologia. La rivincita della Venere (Medici)

Voi che visitate gli Uffizi in lunghe code e, trascinati dalla corrente delle migliaia di visitatori, siete ora sbattuti davanti a Botticelli, ora a Leonardo, e che percorrete la grande Galleria velocemente, perché pare che i Botticelli e i Leonardo non possano aspettare un minuto di più senza di voi, e sfiorate, senza neppure vederla, una lunga schiera di volti e di personaggi che vi fissano immobili, ebbene sappiate che quella schiera di volti e di personaggi è la ragione stessa dell’esistenza degli Uffizi.

Pathos con vista - Uffizi, Galleria

Pathos con vista – Uffizi, Galleria

Passa la fiumana di gente. Passa vociando, chi a passo svelto, girando la testa di scatto da una parte e dall’altra per cercare di trovare per primo una sala, chi invece cammina più lento, lo sguardo in basso rivolto ad interrogare una guida sulla quale sono scritti numeri romani cui corrisponde qualcosa di imperdibile da vedere. Che ciurma indisciplinata di individui, tutti armati di macchina fotografica e telefonino, tante greggi di pecore che seguono il loro pastore con un’asta variopinta in mano, tutti vestiti alla stessa maniera: giacchetta antipioggia, cappellino antisole, scarpe comode da passeggio. Ogni tanto qualcuno ha l’ardire di guardare fuori dai finestroni: almeno costui vagamente capisce cosa sia la bellezza: e il panorama sul fiume, su Ponte Vecchio, su Oltrarno per qualche secondo strappano da questo fiume in piena di gente. Tutti i giorni così. La Galleria degli Uffizi è un corridoio di passaggio, illuminato con tante belle finestre e niente più.

Nessuno si accorge di noi.

Eppure noi sappiamo tutto di voi. Vi osserviamo attraverso i nostri sguardi immobili, scolpiti nel marmo; i nostri volti vi scrutano uno per uno, i nostri corpi inutilmente cercano di parlarvi. Niente, non ci vedete, non ci vedreste nemmeno se fossimo ancora a colori, figurarsi così, nel nostro immortale candore. Puri oggetti d’arredamento, anche meno, forse: ci considerate una schiera di teste tutte uguali, di dei ed eroi così lontani da voi da renderci tutt’altro che interessanti. Eh già, voi volete i colori. Voi volete la pittura rinascimentale. Per questo siete qui, agli Uffizi. Perché questo è il tempio della pittura rinascimentale.

Non sapete, invece, che gli Uffizi furono per prima cosa Galleria di antichità, proprio per ospitare noi, un esercito bianco e silente di imperatori, dee e principesse, di generali, di eroi e di sventurati, le cui gesta di offesa agli dei sono rimaste per sempre impresse nel marmo, a ricordo e insegnamento morale perenne: parlo di Marsia, che sfidò Apollo e fu scuoiato senza pietà, parlo dei Niobidi, figli di Niobe, che osò burlarsi della madre di Apollo e Diana, i quali senza pensarci su li uccisero a uno a uno, quei 14 figli. Sono riuniti in una sala, splendore dorato creato apposta per loro, per rendere eterna gloria e memoria agli dei, ma anche a quegli antichi che nel mito costruirono i fondamenti dell’antico vivere civile e che all’arte affidarono il compito di tramandarli nei secoli.

La sala dei Niobidi

La sala dei Niobidi

Non sapete che quello che voi chiamate Rinascimento avrebbe avuto un corso ben diverso se prima non vi fosse stata una certa “Rinascita dell’Antico”, un interesse antiquario verso tutte quelle antichità che la terra stava restituendo, a Roma e in Grecia, e che erano a detta di tutti capolavori di un’età dell’oro che non era più. Quel mondo antico, greco e romano, conosciuto fino allora solo attraverso i codici tramandati da secoli di trascrizioni degli autori antichi e attraverso le rovine di antichi monumenti che impressionavano per la loro resistenza al Tempo e che perciò incutevano una sorta di timore reverenziale, cominciò ad apparire non più solo fatto di voci e di pietre, ma anche di uomini, di personaggi, di artisti che sapevano infondere la vita ai blocchi di marmo che scolpivano.

Non sapete che senza la ri-scoperta della statuaria antica gli artisti rinascimentali non si sarebbero mai interrogati – o lo avrebbero fatto in altro modo – sull’uomo, sulla natura e sulle sue rappresentazioni; invece l’arte antica ha condizionato a tal punto la loro ispirazione da dare un nuovo corso all’arte del Quattrocento e del Cinquecento. Non sapete dunque che ciò che voi bramate di osservare, con i vostri occhi o attraverso lo schermo di una fotocamera, è il frutto di un’arte che guardava a noi, opere d’arte antica, come modelli di riferimento.

Arianna dormiente

Arianna dormiente

Siete rapiti dall’incanto e dall’aura di sacralità di certe madonne, e non vi rendete conto che furono gli scultori greci i primi a dare vita a volti perfetti nella loro bellezza, senza tempo, alle statue di dei e dee; siete attratti dall’estremo realismo nelle espressioni di certi condottieri, e non vi accorgete che ancora furono gli scultori greci i primi a concepire il ritratto in senso moderno nei volti di re, atleti, filosofi ed eroi nei quali infondevano non solo le caratteristiche fisiche, ma anche i sentimenti, il pensiero, il pathos. Restate ammaliati di fronte alla fisicità di certi corpi nudi, di certe muscolature tese fino allo spasmo, e ancora non vedete che gli scultori greci studiarono per primi l’anatomia umana e realizzarono corpi perfetti, muscolosi, atletici, trovando il canone nelle proporzioni del corpo e la posa più naturale per metterle in mostra.

L'atto finale del pancrazio. Corpi perfetti, muscoli tesi allo spasmo, pathos

L’atto finale del pancrazio. Corpi perfetti, muscoli tesi allo spasmo, pathos

Ma forse a voi non piace il bianco, vi annoia e non rende in fotografia. Forse voi cercate il colore. Il colore che solo i dipinti possono mostrare. Il colore che solo i pittori rinascimentali conoscevano talmente bene e dosavano in modulazioni di toni da mettere i brividi. Potreste perdere ore e ore ad osservare le singole pennellate su una tela (certo, se solo ne aveste il tempo), ad osservare la purezza dell’incarnato femminile, la palpabilità di certe vesti sontuose, la leggerezza dei veli delle madonne, la ruvidezza delle pelli di cui è vestito San Gerolamo, la vaghezza delle nuvole in cielo, la precisione dei fiori di un prato, le rapide pennellate che annunciano un paesaggio sullo sfondo… Non sapete, perché nessuno ve l’ha detto e perché è difficile che ve ne possiate accorgere, che un tempo eravamo dipinte anche noi, statue di marmo reso bianco dal tempo che scorre inesorabile sulla superficie, ma che non riesce ad intaccare la sostanza. Il mondo antico non è bianco come siete abituati a immaginarlo, ma al contrario vivace, colorato: i templi erano sgargianti, i ritratti avevano l’incarnato roseo, i capelli biondi o bruni, le labbra rosse, gli occhi azzurri, castani o neri, proprio come nei volti dei dipinti, proprio come nei volti degli esseri umani vivi. Anche i nostri abiti erano colorati, di indaco, di vermiglio, di ocra, di porpora, e non avevano nulla da invidiare alle tonalità che usano i pittori. Siete innamorati delle bionde chiome della Venere del Botticelli e non sapete che un’altra Venere agli Uffizi aveva capelli color dell’oro: la Venere Medici. Le tracce dorate le furono tolte, però, non più tardi di due secoli fa: non era credibile, all’epoca, che le statue antiche potessero essere colorate. L’antico è bianco, è marmo prezioso che esprime la lucentezza propria del suo candore. Il colore è per contro una corruzione: così dicevano eruditi e restauratori. E invece quale errore! Quanto della nostra forza espressiva questo candore ci toglie, fissandoci per sempre in qualcosa che nell’antichità non era, e che invece oggi è l’idea stessa di antico!

Venere Medici (credits: Antonia Falcone)

Venere Medici (credits: Antonia Falcone)

Venite qui per rendere omaggio alla Venere del Botticelli, per ammirarne le forme sinuose e perfette, la chioma dorata che si fa accarezzare dal vento, e non sapete, non sapete!, che ben altra Venere era un tempo l’oggetto del desiderio di chi veniva in visita qui, agli Uffizi: la Venere Medici, di nuovo lei torna sulla mia bocca, perché fu a lungo considerata, dalla sua scoperta a Roma nel Quattrocento, capolavoro indiscusso della scultura antica; era considerata perfetta, e quando i Medici la acquistarono e poi la posero negli Uffizi, non si limitarono a sistemarla in Galleria come noi altri comuni ritratti di marmo, no: fu posta nella Tribuna degli Uffizi, la sala più bella e inaccessibile, lo scrigno del palazzo. E all’interno dello scrigno non poteva che esserci la perla più preziosa, sotto una volta stellata di gusci d’ostrica che riflettono di madreperla. Era lei la Venere cui tutti tributavano il più alto omaggio e il più alto elogio; solo in un secondo tempo, molto vicino a voi, peraltro, quell’altra Venere, quella dipinta da Botticelli, è diventata il vostro idolo. Ma fino a due secoli fa la Venere Medici era considerata l’incarnazione della bellezza stessa, l’ideale femminile, sensuale e carnale, e al tempo stesso algido e inafferrabile, proprio quale è l’essenza di una dea, capace di fare impazzire gli uomini e di prendersi beffe dei sentimenti.

Voi che passate davanti all’Arianna dormiente mentre aspetta invano il suo Teseo e puntate diritto verso il Tondo Doni: è chiaro che ancora una volta il colore vi attrae; altrimenti almeno uno sguardo lo dedichereste a questa fanciulla che dorme: e invece siete voi che dormite, che non notate la sublime bellezza, l’abbandono di questa fanciulla che sembra così reale, così vero! Nulla, passate oltre anche se è in mezzo alla stanza, e non vi interessa neanche sapere chi sia, questa eroina del mito. Già, i miti: gli Uffizi sono zeppi di narrazioni mitologiche; e non mi riferisco solo al mito di Arianna, o a Eracle che uccide Nesso, o ad Apollo e Marsia, o ai Niobidi, o al Laocoonte divorato da un mostro marino o al bagno di Venere rappresentati nelle sculture antiche. Perché di miti greci è impregnata la pittura rinascimentale: e torna ancora una volta la nascita di Venere, nella quale la dea che esce dalla spuma del mare non è altro che la trasposizione pittorica rinascimentale di un mito greco. Cosa sarebbe la cultura occidentale senza i miti greci? Senza Zeus, Eracle, la Guerra di Troia, Ulisse e la sua Odissea? Sarebbe cosa ben diversa, e ben più povera. È dunque importante guardare ai miti antichi con attenzione, con partecipazione, con curiosità: andando oltre la favoletta per bambini scoprirete tante basi del vostro comune pensiero quotidiano. Il vostro comune sentire, che vi piaccia o no, affonda le sue radici nella cultura greca e romana, di cui noi, statue rese pallide dal tempo, ma non per questo inespressive, siamo testimoni perenni. Interrogateci: sono tante le storie che possiamo raccontarvi.

Arianna dormiente

Arianna dormiente

Oggi vi ho raccontato tutto questo perché vi fermiate a guardarci, la prossima volta che attraversate la Galleria. Non camminate ad occhi bassi o con lo sguardo già proiettato sul prossimo dipinto. Fermatevi a guardare anche noi, a scoprire le nostre storie, i nostri perché, ad andare oltre la fredda perfezione del marmo. Ne ricaverete un tesoro, un tesoro che oggi vi è stato svelato.

Quest’invenzione nasce in seguito all’archeoblogtour #uffiziarcheologia al quale ho preso parte insieme ad altri blogger archeologi alla scoperta delle collezioni di antichità degli Uffizi, che sono l’essenza stessa del Museo, ma cui nessuno presta mai veramente attenzione. #Uffiziarcheologia è stata anche l’occasione per presentare il progetto Gold Unveiled, un progetto di ricerca che studia le tracce di colore sulle statue antiche, a partire proprio dai marmi degli Uffizi e dalla Venere Medici, che a suo tempo fu la vera icona del museo (qui trovate proprio i risultati delle ricerche sul colore della Venere). Oggi è un’altra Venere l’icona degli Uffizi, ma questo non vuol dire che dobbiamo dimenticare o mettere da parte l’altra: al contrario è riscoprendo la vera ragione dell’esistenza degli Uffizi, che possiamo apprezzarli nella loro interezza.

Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci per la splendida opportunità data a noi archeoblogger. Buon lavoro a Gold Unveiled!

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26° Rassegna del Cinema Archeologico. Il giudizio degli archeoblogger

Si è svolta n egli scorsi giorni la 26° Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, appuntamento annuale ormai imperdibile per gli amanti del docufilm di argomento archeologico.

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Non è semplice girare un video, figurarsi un documentario o un film. Quando poi si tratta di dover produrre qualcosa di divulgativo è ancora più difficile. Perché puoi avere un ottimo argomento, ma una regia povera, puoi avere un’ottima fotografia, ma un testo troppo scientifico; oppure puoi avere una semplice buca di palo e realizzarvi sopra un film da oscar. Tutto sta a saper combinare l’idea, il concept, con una buona regia, che si avvalga di una buona fotografia, di contenuti validi e soprattutto comprensibili al grande pubblico, che sappia dosare i tempi giusti, che sappia magari utilizzare sfondi musicali adatti, che riesca nell’intento di coinvolgere lo spettatore, che abbia quel guizzo in grado di farti dire “caspita che bel film!”. Non serve a niente mandare in onda 50 minuti di immagini accompagnate da un testo piatto e oscuro ai più: non è che perché siccome si tratta di un video allora è di per se stesso comunicativo. Ci vuole ben altro.

Non è facile girare docufilm archeologici e non è facile, mi sono resa conto in questi giorni, giudicarli. Ma è questa la sfida che è stata proposta agli archeoblogger per quest’edizione della Rassegna. Sfida che abbiamo accolto con entusiasmo, nonostante l’impegno che ha richiesto (vedere film in lingua originale, ad esempio) e che ci ha costretto sul serio, per una volta, a porci dal punto di vista del pubblico. Non a caso abbiamo avuto la responsabilità di aggiudicare la “menzione speciale archeoblogger” al film che a nostro parere meglio riesce a raggiungere il pubblico con un messaggio di valorizzazione e conservazione. E, torno a dirvi, non è stata impresa facile.

giuriaarcheoblogger2Ma noi archeoblogger, che amiamo le sfide, non ci facciamo certo impressionare. Ci siamo messi di buzzo buono per tirare fuori il documentario più comunicativo, quello che fa un miglior uso dello storytelling, per capirci, quello che semplicemente non mostra, ma racconta.

Ecco chi siamo:

Michele Stefanile di Archeologia Subacquea Blog

Marta Coccoluto, blogger per Il Fatto Quotidiano

Domenica Pate, Paola Romi e Antonia Falcone di Professione Archeologo

Astrid D’Eredità di Archeopop

Mattia Mancini di Djed Medu Blog di Egittologia

Alessandro Tagliapietra di Archeologia Subacquea

Siamo stati una squadra attiva e orgogliosa. Abbiamo giudicato i film tenendo conto di particolari criteri, insistendo però su tre punti fondamentali: la chiarezza di linguaggio, la presentazione accattivante dell’argomento e il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Insomma, ci siamo dati da fare. E alla fine abbiamo decretato, in maniera piuttosto unanime, un vincitore: Cose di donne, uno splendido docufilm sulle donne di Sicilia, donne di oggi e di ieri. Antonia Falcone, moderatrice della nostra giuria, è andata a Rovereto a consegnare la Menzione speciale, ed ha letto la motivazione, che vi riporto qui:

Dal passato prossimo al passato remoto. Un viaggio al contrario che guarda a tutto tondo al mondo femminile. Per noi questo è Cose di Donne. Ci è piaciuto il suo sguardo innovativo sul passato, che percepisce la storia come patrimonio condiviso. I ricordi personali delle protagoniste rischiarano di una luce contemporanea, forte e capace di suscitare grande empatia, le testimonianze dei resti archeologici che si scrollano di dosso la loro polvere secolare e divengono vivi e attuali, comprensibili, segni tangibili di vite reali. Il documentario diventa così una storia corale, di ricerca e sacrificio, una continua domanda di senso, una riflessione aperta sulla donna di ieri e di oggi. Lo abbiamo molto amato: come archeologi e comunicatori crediamo che Cose di Donne rappresenti bene il senso di fare ricerca archeologica oggi ed incarni perfettamente le ragioni per cui la conservazione e la tutela del nostro patrimonio culturale sono di fondamentale importanza per la definizione stessa della nostra identità di cittadini e di società.

La continuità tra passato e presente è l’arma vincente di questo film: data come un dato di fatto, come un processo naturale, è la ragione dell’essere donna, in questo caso nella Sicilia di oggi. Le donne che si raccontano davanti alla telecamera sono solo alcune e danno voce con la loro testimonianza a tutte le donne, di ieri, di oggi e anche di domani. Così i reperti archeologici, che noi possediamo numerosi, ma non nella loro totalità, sono la testimonianza attraverso la quale possiamo conoscere la storia di tutte le donne, che attraverso gli oggetti della loro vita quotidiana di un tempo ancora oggi possono raccontare la loro storia a chi sia in grado di dare loro voce e la sappia trasmettere a noi tutti.

Vi consiglio vivamente di vedere il film non appena ne avrete l’opportunità (qui intanto trovate il trailer). Fare buona comunicazione, trasmettendo un messaggio sociale oltre che archeologico in senso stretto, è possibile. Cercare nuove vie per veicolare un messaggio, un messaggio che è antico e però quantomai attuale. Perseguiamo in questa direzione, è quella giusta.

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Musei in vetrina? No grazie! Gli Archeoblogger all’arrembaggio degli Uffizi

Agli Uffizi??? E perché? Che ci azzeccano gli Uffizi con l’archeologia? Non sono forse il Museo del Rinascimento? Non sono forse il museo dei Botticelli, dei Leonardo, dei Michelangelo e via di seguito?

#uffiziarcheologia

Eheh, cari miei, gli Uffizi sono molto di più. Non sono semplicemente (e si fa per dire) una pinacoteca, anzi LA pinacoteca, ma sono una raccolta vastissima di arte in tutto il suo significato più ampio, ivi compresa l’arte antica. I Medici, coloro grazie ai quali abbiamo oggi gli Uffizi e la temperie culturale da cui si generò il Rinascimento, raccolsero infatti, nel loro fervore collezionistico, un’ingente collezione archeologica, consistente in sculture di età romana, copie di famosi originali greci, e poi di bronzetti, monete e cammei, e di quant’altro potesse soddisfare il loro spirito collezionistico e la passione per l’Antico, che nel Cinquecento fu oggetto di una vera e propria riscoperta, supportata soprattutto dalle tante scoperte archeologiche che pian piano avvenivano, e dal commercio che dei manufatti antichi si era sviluppato. L’archeologia dell’epoca era diversa da quella di oggi. Non era ancora Archeologia, innanzitutto, ma piuttosto Antiquaria, e l’interesse per l’antico si limitava al bell’oggetto, possibilmente in materiale prezioso, marmo, bronzo oppure oro. La collezione medicea è amplissima e si arricchì in continuazione di nuove acquisizioni, sia acquistate sul mercato antiquario che provenienti da scoperte fortuite (come la Chimera e la Minerva di Arezzo, scoperte a metà del Cinquecento e subito volute da Cosimo I a Firenze). La collezione di antichità per un certo tempo ebbe tutta sede agli Uffizi, e solo con la creazione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze si decise di staccarne una parte (Chimera e Minerva in primis). Ma la maggior parte della statuaria antica in marmo è rimasta nel museo più famoso d’Italia, e occupa la Galleria, rimanendo spesso invisibile alle orde di visitatori a caccia di Michelangelo e dei Caravaggeschi.

Questa lunga premessa era doverosa per spiegare perché lunedì 21 settembre un gruppo di agguerrite archeoblogger avrà l’opportunità di visitare (a museo chiuso, privilegi che voi umani non potete immaginare) gli Uffizi secondo una prospettiva diversa dal consueto percorso turistico. Ma a cosa è dovuta questa fortuna?

La Galleria degli Uffizi. Credits: Cristiana Barandoni per @archeoapuov e @goldunveiled

Partiamo dal titolo: “MUSEI IN VETRINA? NO GRAZIE!”: con questo slogan gli Uffizi sono sempre più social! Lunedì 21 settembre, infatti, avverrà il lancio del nuovo progetto di valorizzazione della Sezione Archeologica: #UFFIZIARCHEOLOGIA a cura di Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci. Il Dipartimento di Antichità Classiche degli Uffizi promuove e facilita la conservazione, lo studio e la valorizzazione della propria collezione archeologica. Le attività comprendono lo sviluppo di nuovi strumenti di conoscenza, la disseminazione di informazioni complesse ai vari pubblici, la promozione del proprio patrimonio attraverso eventi e giornate speciali (una per tutte quella tenutasi il 16 Ottobre 2014 in occasione dell’International Archaeology Day). Da aprile 2014 il Dipartimento ha attivato una sezione interamente dedicata allo sviluppo e alla progettazione di percorsi e strumenti di comunicazione, anche attraverso l’attivazione di profili/account sui maggiori social media mondiali, che si rivolgono al grande pubblico dei fruitori digitali, senza mai perdere di vista la sostanza scientifica delle nozioni messe in rete. Dopo il rilevante successo di GoldUnveiled© (www.goldunveiled.it), primo progetto del Dipartimento in questo ambito, lunedì 21 settembre sarà lanciato un nuovo sistema di comunicazione web, l’hashtag #uffiziarcheologia con lo scopo di focalizzare l’attenzione dei visitatori, reali e virtuali, sull’ingente patrimonio archeologico, sia statuario che architettonico disseminato nella Galleria, patrimonio spesso inosservato o messo in ombra dalle più note e prestigiose opere d’arte, conosciute in tutto il mondo, motivo principale della visita al museo. Per il lancio di questo progetto il Dipartimento ha deciso di invitare un team di Archeobloggers ai quali affidare il compito di promuovere il progetto attraverso i nuovi media e i social network più importanti del mondo. Due turni di visita speciale a porte chiuse, uno la mattina (statuaria) e uno il pomeriggio (architettura) per svelare l’enorme patrimonio archeologico della Galleria alla comunità virtuale. Chi sono gli Archeobloggers? Archeologi che hanno capito l’importanza fondamentale dei media quale veicolo di disseminazione della cultura anche e soprattutto ai pubblici dei non addetti ai lavori; hanno risposto all’invito:

Antonia Falcone, Professione Archeologo (www.professionearcheologo.it)

Astrid D’Eredità, ArcheoPop (www.archeopop.it)

Francesco Ripanti, ArcheoKids (archeokids.tumblr.com/)

Marina Lo Blundo, Generazione di archeologi (http://generazionediarcheologi.myblog.it/)

Silvia Bolognesi, ArcheoToscana (https://archeotoscana.wordpress.com/)

Stefania Berutti, Memorie dal Mediterraneo (www.memoriedalmediterraneo.com/)

L’intera giornata potrà essere seguita, oltre che sui blog, anche sui profili social del Dipartimento: FACEBOOK: Pagina Gold Unveiled TWITTER: @GoldUnveiled INSTAGRAM: GoldUnveiled

E allora l’appuntamento è per lunedì mattina. Scarpe comode, smartphone carico e quadernino per gli appunti (che fa molto vintage) pronto. E pronti anche voi, a seguirci in questa esplorazione a museo chiuso. So già che si rivelerà densa di sorprese… ;-)

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2015/09/12028941_1478038655825245_693673973_n.jpgDigg This
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Paestum Digital Storytelling School

Negli ultimi anni la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum ci ha abituato a confrontarci con i temi del digitale, della comunicazione social, della ricerca di nuovi modi per comunicare, anzi raccontare l’archeologia al pubblico globale, al pubblico sempre connesso, al pubblico che vuole e che chiede nuovi stimoli ad una disciplina che ha evidenze tanto affascinanti quanto, spesso e volentieri, mute. Gli incontri degli archeoblogger del 2013 e del 2014 sono ricordi ancora ben vividi nel mio cuore e nella mia mente. Ma c’è ancora tanto da fare. Ancora stamani ho mio malgrado assistito ad una conversazione da bar sport (con tutto il rispetto per i vari Bar Sport d’Italia) in cui si commentavano le distruzioni di Palmira dicendo “Sì che poi, se guardi bene, alla fine sono quattro pietre e poco più“. Il mio cuore ha sanguinato, perché è evidente che c’è tanto lavoro da fare, ma tanto, e non solo per trasmettere la bellezza e l’importanza del patrimonio archeologico che abbiamo sotto casa, ma anche di quello globale. Abbiamo ora più che mai bisogno di saper comunicare la nostra disciplina, il nostro lavoro, la nostra professione, certo, ma anche di saper raccontare i luoghi e gli oggetti, le storie che vi stanno dietro, che le hanno rese possibili. Per questo, se voglio raccontare le opere dei musei dei quali curo il blog, mi piace affrontare l’aspetto della “storia conservativa delle opere” (un progetto di Antonella Gioli di cui si parla qui), ovvero di come sono arrivate ad occupare quel posto in quella sala? Perché la descrizione nuda e cruda della Chimera “statua in bronzo di fattura etrusca, fusione a cera persa, fine V-inizi IV secolo a.C.” interessa il giusto, mentre molto più appassionante è raccontare le vicende della sua scoperta, del suo legarsi al destino di Firenze, del restauro che ha portato la sua coda ad assumere quella posa così strana, con la coda a testa di serpente che addenta il corno della testa di capra sul dorso dell’animale ormai morente. Solo così, forse, un abitante di Arezzo capirà perché non è vero che il museo archeologico nazionale di Firenze l’ha rubata alla sua città, come in molti credono.

Le "quattro pietre e poco più" del tempio di Bel a Palmira fatte saltare in aria. Dobbiamo davvero rimboccarci le maniche, cari storytellers (credits: Archeomatica)

Le “quattro pietre e poco più” del tempio di Bel a Palmira fatte saltare in aria. Dobbiamo davvero rimboccarci le maniche, cari storytellers (credits: Archeomatica)

Mi rendo conto che ci vuole ben altro per comunicare adeguatamente il nostro patrimonio. Bisogna sviluppare una sensibilità ed una capacità più diffusa a raccontare storie di archeologia. Se non è l’Università a farlo, perché nessuno nasce imparato, allora è bene che qualcuno si prenda la briga di insegnarlo. E Paestum è il terreno giusto per cominciare.

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum 2014

Nasce quest’anno la Paestum Digital Storytelling School, nome internazionale e altisonante per un corso che è stato ideato dalla giornalista nonché archeoblogger Cinzia Dal Maso e dall’archeologo (anch’egli archeoblogger) Giuliano De Felice per stimolare gli archeologi – ma anche operatori culturali, insegnanti, ricercatori, artisti, curiosi – ad osservare con occhi nuovi, a porsi domande e a pensare “out of the box”, e produrre un “racconto storico digitale”. Paestum offrirà l’ispirazione, le lezioni frontali indagheranno le tecniche di narrazione del passato attraverso l’uso combinato di testi e immagini, e poi tutti i partecipanti saranno messi alla prova con penne, matite, pennelli (virtuali), e computer, foto e videocamera. I risultati del loro lavoro, che li vedrà impegnati tra i templi di Paestum, le mura di Velia e il santuario di Hera Argiva, saranno presentati ufficialmente alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico durante l’incontro Rocking the way for revolution: Archeostorie e l’archeologia pubblica italiana (Museo archeologico di Paestum, sabato 31 ottobre alle ore 17). Il corso è promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in collaborazione con Associazione M(u)ovimenti. Proprio a questo link sul sito di M(u)ovimenti trovate la scheda di iscrizione. Potete iscrivervi fino al 15 ottobre. Ragazzi, studenti che state ultimando o frequentando l’università, professionisti,  non perdete quest’occasione. Perché se da grandi vorrete lavorare per l’archeologia, raccontare il vostro lavoro e trasmetterne il senso attraverso le evidenze archeologiche e/o i materiali esposti in un museo sarà il fattore fondamentale del vostro successo e della vostra soddisfazione personale (che non è da sottovalutare): non basta sapere le cose, bisogna saperle spiegare, usando gli strumenti giusti nel modo corretto.

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