La battaglia per gli open data passa da Pompei

Uno scorcio di Pompei

… che poi qualcuno potrebbe dire: “Ma che mi frega di sapere quali cantieri archeologici  sono in corso a Pompei in questo momento e quanto costano?”. Certo, ma poi non lamentiamoci se si urla allo spreco di fondi pubblici. Più che altro, se vorremo unirci al coro di chi parla di tali sprechi, potremo effettivamente farlo con i dati alla mano. Sì perché dall’8 settembre sono finalmente disponibili, sul sito della Soprintendenza Speciale di Pompei, i primi dati aperti sui cantieri del Grande Progetto Pompei (GPP). Il progetto che ha permesso tutto ciò (che sembra poco, i dati relativi a 25 cantieri in corso, ma che poco non è assolutamente) è OpenPompei, un progetto che ha come scopo la trasparenza di dati amministrativi sull’archeologia, sugli appalti, sui costi dei cantieri archeologici e di restauro, dati che consentono di monitorare una parte del nostro lavoro che i più ignorano, fatta di costi e di prezzi: certo, niente di romantico o di affascinante, e se già vi fanno sbadigliare le notizie che parlano di cocci, di tombe senza corredo e di scoperte di muretti conservati per due filari non di più, figuriamoci quanto vi possono entusiasmare questi. Però è importante che questi dati siano aperti, consultabili liberamente (e sul sito di OpenPompei si trova, oltre alla mole dei dati, un tutorial per aiutare nella navigazione) e questo risultato va accolto con un grande applauso alla caparbietà di chi ha insistito e ci ha creduto e, certo, all’amministrazione che ha acconsentito, perché è inutile che vi dica che non è cosa scontata, per un’amministrazione, mettere online, rendere di pubblico dominio dati di questo tipo.

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

Siccome mi occupo poco di open data in archeologia, ma conosco chi da anni ne ha fatto la propria battaglia personale e professionale, preferisco lasciare la parola a lui. Si tratta di Gabriele Gattiglia, che lavora nel team del Mappa Project, da sempre si occupa di open data in archeologia e collabora, tra l’altro, proprio con OpenPompei. A lui ho chiesto quindi di raccontare qualcosa in più, come persona informata sui fatti ;-)

Perché è importante OpenPompei? Perché è importante che se ne parli?

OpenPompei, aprendo i dati amministrativi dell’archeologia rappresenta il primo passo per arrivare ad aprire i dati più propriamente archeologici, quelli cosiddetti ‘scientifici’ (rilievi, schede, piante, foto, ecc.). Pompei è un luogo simbolo, e se Pompei apre i suoi dati, piano piano anche gli altri seguiranno. Personalmente la considero una rivoluzione per l’archeologia italiana. OpenPompei è importante, inoltre, perché cerca di fare politiche di coesione nel sud Italia utilizzando i beni culturali e un luogo simbolo, come’è, appunto, Pompei.

Come nasce OpenPompei?

OpenPompei nasce da fondi europei ed è stato fortemente voluto da Fabrizio Barca quando è stato Ministro della Coesione Territoriale durante il governo Monti. Qui trovi un po’ di info: http://www.openpompei.it/cose/

Perché sono importanti i dati aperti e perché è importante che sempre più istituzioni seguano l’esempio di OpenPompei?

I dati che sono stati aperti ora, cioè quelli sui cantieri del Grande Progetto Pompei, sono importanti perché permettono ai cittadini di monitorare come sono stati spesi i loro soldi e di sviluppare una nuova cultura della trasparenza anche nel campo dei beni culturali. I dati aperti che vorremmo aprire, quelli archeologici, sono importanti non solo per gli studiosi, ma anche per i cittadini che vogliono conoscere e tutelare il proprio patrimonio, e anche per chi ha idee e vuole sviluppare dei modelli di business legati ai beni culturali. Perché tutte queste cose siano efficaci non basta che ci siano un po’ di dati, ma ne servono tanti, i dati devono diventare un’abitudine (sia pubblicarli, sia riutilizzarli), per questo è importante che si faccia formazione e per questo è importante che un luogo simbolo dell’archeologia e dei beni culturali come Pompei apra i suoi dati, perché può dare il via a numerosi epigoni, ad un processo virtuoso in cui tutti vogliano dimostrare la propria disponibilità ad aprire i dati.

Ringrazio tantissimo Gabriele per la sua disponibilità. Tra l’altro lui stesso mi ha segnalato la pagina FB di OpenPompei. E io la segnalo a voi…

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d7/Via_Stabbiana_Pompeii.jpgDigg This
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Censimento! Censimento!

Twitter-DGValBeh, chi l’avrebbe mai detto! A qualcosa è servita davvero quella Giornata Informativa sui Social Network organizzata dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del Mibact all’inizio dell’estate! In quell’occasione, se ricordate, era emersa da un lato la volontà del Ministero di aprirsi ai canali social (canali che la maggior parte dei funzionari e dipendenti continua a guardare con sconcerto e diffidenza) con tutto ciò che di positivo può comportare, mentre dall’altra parte era emerso come sia e sarà difficile riuscire a smuovere del tutto la farraginosissima macchina statale. I difetti e i problemi sono tanti, in quell’occasione emersero soprattutto dal dibattito che si sviluppò in livetwitting, ma va detto che qualcosa si sta effettivamente muovendo. Per cui, invece di criticare e basta, in quella circostanza mi ero messa nell’ottica, che continuo a perseguire, di guardare il buono della situazione.

In quell’occasione, una fin troppo entusiasta Direttrice Generale Buzzi espresse l’intenzione di far diventare quell’Incontro il primo di una serie di incontri di formazione. Sinceramente sto ancora aspettando. Però è successa un’altra cosa che invece non mi sarei aspettata: una circolare alle varie sedi periferiche del Ministero che invita i propri responsabili dei canali social a registrarsi su un particolare form messo a disposizione sul sito della Direzione Generale per la Valorizzazione: il Censimento dei profili social.

Il censimento di Betlemme, Peter Bruegel il Vecchio, 1566. Bruxelles, Museo Reale delle Belle Arti del Belgio

Gioia e giubilo e anche una certa incredulità: nella circolare si legge proprio che a seguito della richiesta emersa durante la Giornata Informativa, di contare quanti account social esistono in modo da poter fare rete e da poter elaborare strategie comuni di promozione, si è deciso di bandire questo censimento. Che spettacolo! Ora, non per vantarmi, ma ricordo che a quell’incontro feci presente che sarebbe stato utile sapere chi siamo e quanti siamo sia per fare rete, sia perché così sarebbe anche più facile per la Sede centrale sapere su chi può contare per lanciare strategie comuni di comunicazione.

salutida-MiBACTPer esempio, scopro oggi da Facebook per caso che l’attivissima Direzione Generale per la Valorizzazione ha bandito un concorso (tra l’altro fotografico, ohibò), che si svolge sui social, in particolare su facebook. Si chiama Saluti da… e consiste nell’inviare una propria foto-cartolina che rappresenti un borgo, un centro storico, un monumento, insomma, il luogo bello dal punto di vista storico-artistico e culturale che abbiamo incontrato nel corso delle ferie estive. In palio l’ingresso gratuito nei luoghi della cultura statali per un anno. Un concorso che strizza un po’ l’occhio a Wiki loves Monuments (e che non sarebbe mai stato ideato se Wikimedia Italia non avesse tanto scassato i cabassisi con ‘sta storia delle fotografie libere ai monumenti… ;-) ) e al concorso della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum che ha bandito qualcosa di analogo, e che sinceramente mi ha spiazzato. Positivamente intendo (anche se… vabbé).

Ma manca ancora una cosa, ed è qui che si ritorna e che voglio insistere: se ci fosse già un elenco dei profili social del MiBACT io in quanto social media manager (me lo dico da sola, non esiste questo ruolo all’interno del Mibact) per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana avrei ricevuto un’e-mail, un messaggio su FB, un tweet, un piccione viaggiatore, qualcosa che mi informasse di quest’iniziativa. Perché è un’iniziativa che nasce dalla sede centrale, ma ha bisogno delle sedi periferiche per essere ampiamente diramata. E’ proprio a questo che spero che serva il censimento: a informare tempestivamente, attraverso un canale ufficiale, le sedi periferiche social delle iniziative a livello nazionale. Credo di intuire dal censimento che la direzione sarà questa. E spero di non sbagliarmi.

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L’Italia e il “Day of Archaeology”

È passata ormai qualche settimana, anzi, quasi un mese, dall’evento archeologico 2.0 più importante di tutti i tempi: il Day of Archaeology. Per chi non lo conoscesse, si tratta nientepopodimenochè un blog (alla faccia di coloro che ancora non ci credono) che raccoglie in una giornata, quest’anno è stato l’11 luglio, una serie di post che raccontano “what archaeologist really do“: il progetto è quanto di più semplice e geniale allo stesso tempo si possa concepire: sono chiamati a raccolta potenzialmente tutti gli archeologi da tutto il mondo a raccontare il loro lavoro, la loro formazione, la loro esperienza, la loro quotidianità, le soddisfazioni o al contrario le frustrazioni di questo che è il mestiere più bello ma più difficile da praticare del mondo. E gli archeologi che partecipano vengono davvero da tutto il mondo: scorrendo l’homepage ci si imbatte negli Stati Uniti, nel Messico, nella Turchia, nella Finlandia, nella Macedonia, ovviamente nella Gran Bretagna, dove questo progetto è nato nel 2011 – e dov’è molto sentita l’Archeologia Pubblica come branca dell’archeologia fondamentale nell’accompagnare lo sviluppo della ricerca – e nell’Italia. Anzi, va detto che l’Italia quest’anno ha partecipato in forze, riuscendo a costituire una categoria di post a sé stante perché, se lo scopo del DayofArch è raccontare il lavoro dell’archeologo all over the world, agli archeologi italiani preme far sapere in giro che si combina a casa nostra, quali sono le tante sfaccettature del nostro mestiere, quali sono le difficoltà e quali le soddisfazioni, quali sono gli sbocchi professionali anche se di lavoro ce n’è poco…

dayofarch

Il merito di riunire gli archeologi, partendo da quelli che hanno più confidenza con i blog, ovvero gli archeoblogger, è stato Francesco Ripanti in arte @Cioschi di Archeovideo, supportato dal grande entusiasmo trascinatore di Cinzia Dal Maso di Filelleni che come un generale ha dettato i tempi e i modi e ci ha decisamente spronato ad esserci. E infatti abbiamo partecipato in forze, nonostante la difficoltà, almeno per me, di scrivere in inglese. Comunque è stata una bella esperienza sia scrivere che trovarsi lì riuniti, ed è stato importante soprattutto perché finalmente cominciamo a fare qualcosa in quella direzione che Cinzia è già da un anno che accarezza, di costituire veramente un gruppo di archeoblogger in grado di far rumore, di farsi sentire, di avere una voce squillante. Siamo partiti con il DayofArch, ma andremo avanti, perché grandi cose bollono in pentola…

Qui trovate il link a tutti i post della categoria Italy al Day of Archaeology 2014. La panoramica, come vi dicevo, è piuttosto ampia: si va dalla didattica all’archeologia digitale, passando dalla vita sul cantiere di scavo, da progetti di ricerca all’archeologia urbana, quindi ai video e alla radio, con i ragazzi di Let’s Dig Again, il canale radiofonico dedicato proprio all’archeologia.

Vi invito a dare un’occhiata per farvi un’idea. Soprattutto se siete studenti di archeologia alla ricerca di una vostra collocazione nel mondo, forse vi farà bene vedere quali sbocchi, ma anche quali difficoltà si incontrano quotidianamente in questa professione. Eh sì, perché la nostra è una professione, riconosciuta a tutti gli effetti. Finalmente.

PS: se siete curiosi di scoprire cosa ho raccontato per il Day of Archaeology, lo trovate qui. Oppure, andatevelo a cercare nella categoria Italy… e soffermatevi a leggere gli altri post… ne vale la pena!

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#Genovanuragica: la Sardegna Nuragica in mostra a Genova

Eh? Cosa? Ma ho letto bene?

Sì, hai letto bene: #Genovanuragica è l’ashtag scelto per condividere tutto, foto soprattutto, della mostra “La Sardegna nuragica” in mostra al Palazzo Reale di Genova fino a fine luglio. Perché ne parlo? Perché la mostra è gratuita, è stata introdotta in modo simpatico dall’allora neonata pagina facebook della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ha questo ashtag, #genovanuragica, con cui si consiglia caldamente di condividere l’esperienza di visita su twitter e, soprattutto, è una mostra che, senza inventarsi spettacolari ma spesso fini a se stessi espedienti tecnologici di ultima generazione, riesce ad essere comunicativa. E non lo dico io, ma lo dice mia madre, di madre sarda, con qualche reminiscenza dovuta più alla passione per la sua terra d’origine e alle vacanze trascorse in Sardegna fino a 20 anni fa che non a una preparazione archeologica specifica in materia (cosa che, peraltro, per quanto attiene la civiltà nuragica, manca anche a me): è lei che, avendo l’opportunità di poter approfondire un aspetto dell’archeologia delle sue più antiche origini, è uscita dalla mostra soddisfatta e davvero con qualcosa in più. E questo mi sembra un gran risultato.

Dopo un primo livello di carattere generale, sugli aspetti più generali della civiltà nuragica, il secondo livello entra nello specifico, caso per caso, dei singoli nuraghe che hanno restituito modelli di nuraghe. Eh già, perché la mostra non è sui nuraghe in generale, ma su un aspetto specifico: i modelli di nuraghe che erano un oggetto simbolo sia per i Nuragici che per i loro successori; non solo, ma dal punto di vista archeologico, sono un’importante fonte iconografica per capire come fossero fatti davvero i nuraghe, che, nella loro completezza, erano più simili a torri vere e proprie (come la torre degli scacchi, per esempio) che non ai tronchi di cono che conosciamo, e questo perché probabilmente la parte superiore doveva avere un ballatoio in legno che non si è conservato. Per me, nipote di sarda, ma soprattutto archeologa, una scoperta grandiosa, per mia madre, sarda nel cuore, nell’animo e nel sangue, a maggior ragione, ancora di più!

modello-altare in arenaria dalla "capanna delle riunioni" di Palmavera

modello-altare in arenaria dalla “capanna delle riunioni” di Palmavera

Sono davvero numerosi i nuraghe che hanno restituito modellini di se stessi: di ciascuno è offerta una descrizione su pannello, con diversi gradi di lettura, così che se non te li vuoi leggere tutti puoi saltare alle informazioni principali. Questo ci ha permesso di soffermarci sui nuraghe a noi più familiari (come il Palmavera, che ho visitato da bambina piccina e di cui possiedo veramente un vaghissimo ricordo), ricordando magari episodi legati a qualche vacanza in Sardegna: e certo la conoscenza diretta dei luoghi aiuta sicuramente, li fa sentire più “propri” soprattutto quando si sente di avere un legame particolare, “di sangue”, con quella terra. In effetti è stato bello osservare l’interesse di mia madre per l’esposizione: vederla così coinvolta e curiosa, proprio perché si tratta di scoprire un passato che sente suo, e soprattutto vederla soddisfatta alla fine è stata una bella sensazione: la mostra è arrivata laddove doveva arrivare. Oltre ai modelli di nuraghe, in mostra si possono vedere modellini in bronzo e bronzetti vari tra cui le navicelle nuragiche: e si scopre così che l’albero della nave terminava con un modellino di nuraghe…

Per il resto, accennavo all’inizio all’attesa creata intorno all’evento: perché la pagina facebook della Soprintendenza archeologica della Liguria ha giocato sulla presenza di una mostra dedicata alla civiltà nuragica a Genova creando ad hoc delle particolari indicazioni stradali che, nei fans più attenti, devono aver creato un minimo di curiosità…

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra "La Sardegna Nuragica"

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra “La Sardegna Nuragica”

Anche la possibilità, anzi l’invito a fare foto all’interno della mostra e di condividerle con twitter è stata una bella mossa, anche se, ahimé, è ancora troppo poco il pubblico di twitter che visita le mostre di archeologia e sfrutta questi strumenti. Ma l’importante è che si possano fare foto e quelle le fanno davvero tutti, da sempre.

E allora bene, bravi, bis! Per carità, se vogliamo fare le pulci anche a questa mostra, sicuramente qualcosa di migliorabile c’è (ad esempio, se oltre alla grande mappa in apertura con l’indicazione di tutti i nuraghe, ci fosse stata per ogni pannello di nuraghe la localizzazione, non sarebbe stata una cattiva idea: così suggerisce mia madre! :-) ), ma per una volta ho voluto dismettere i panni dell’archeologa ipercritica ed ho preferito osservare le reazioni della persona che era con me la quale, priva di ogni preconcetto e di malizie di museologia, è senz’altro il giudice migliore e il termometro di gradimento più affidabile per giudicare. E lei ha detto “Per me è sì“.

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La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

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Giornata Informativa sui Social Network del MiBACT? Mi piace! (ma con qualche appunto)

Twitter-DGValIeri si è svolta a Roma la Giornata Informativa sui social network del MiBACT. Promossa dalla Direzione Generale per la Valorizzazione, presieduta dalla Direttrice Generale A.M. Buzzi, ha visto partecipare quanti (non tutti) all’interno dei vari Istituti statali si occupano o vorrebbero occuparsi dell’aspetto social della promozione e della valorizzazione.

Sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia ho già raccontato di cosa si è trattato. Qui cercherò di approfondire ulteriormente la questione (magari con qualche spunto critico in più)

Dico da subito che aldilà dei problemi che ci sono e che sempre ci saranno, insiti in una struttura che fa fatica a recepire il nuovo anche perché retta principalmente da persone poco aperte al nuovo (nonché appartenenti ad un’altra generazione) io mi ritengo soddisfatta. E vi spiego subito perché:

    • E’ importante che si sia fatto, è importante che la sede centrale abbia deciso di guardare in faccia almeno una volta chi in periferia si occupa della comunicazione via social. E’ importante perché dato che non esiste (ancora) un coordinamento a livello centrale, almeno cominciamo a guardarci e a contarci, così magari smettiamo di essere tante isole sperdute che ignorano l’esistenza l’una dell’altra. Ma soprattutto, è importante che si sia fatto in modalità aperta! Streaming, livetwitting con un ashtag appositamente creato, #MIBACTsocial: è stato senza dubbio un importante segnale da parte del Ministero. Soprattutto perché non era scontato, anzi, sinceramente mai più l’avrei immaginato (troppi choc tutti insieme, poi: innanzitutto un incontro specifico sul tema social, poi il live, e pure il wifi aperto per i presenti in sala!)
    • Dunque finalmente ci riuniamo tutti insieme e la Direzione Generale per la Valorizzazione si prende in carico di incontrarci (più o meno) tutti. Ma c’è un ma: essendo partito tutto per iniziativa di singoli (parlo della presenza sui social da parte dei vari Istituti), nonostante una Direzione Generale per la Valorizzazione attiva su facebook dal 2009, che avrebbe potuto quantomeno suggerire ai vari Luoghi della Cultura di fare qualcosa in merito, sul territorio social ci sono forti disparità. Nella sala erano riunite insieme persone relativamente esperte e persone totalmente ignoranti in materia. La stessa Direttrice Generale Buzzi non dimostra di avere molto le idee chiare in merito.
    • Non sto a disquisire troppo sui contenuti dei due interventi di Giuseppe Ariano, l’ “uomo social” del MiBACT, e di Livia Iacolare di Twitter Italia (colei che, per capirci, ha seguito la #museumweek). Lei ha spiegato dall’ABC come si usa twitter dato che in molti tra i presenti non conoscevano lo strumento. Da Ariano mi sarei aspettata qualche esempio in più di buone pratiche dagli esempi già esistenti in Italia. Bello il video della serata al Louvre per i fans della pagina FB, ma siccome non siamo in Francia e molti qui non hanno neanche idea di cosa sia Facebook, forse poteva valere la pena di far vedere esempi semplici, da cui trarre magari qualche idea realizzabile per il futuro (tra l’altro, l’idea di Brera sui film ambientati nei musei è molto bella, chissà che non la riprendiamo a Firenze… ;-) ). Inoltre, vorrei far notare che dietro la pagina facebook del Louvre c’è una progettualità che noi manco ce la sogniamo. E torno a dire alla Direttrice Generale Buzzi che non possiamo “aprire aprire aprire” pagine facebook e account twitter come se piovesse, ma dobbiamo aprire con criterio, con cognizione di causa, sapendo fin dall’inizio cosa e a chi vogliamo comunicare.
    • Si è parlato di usare i social solo per promuovere. Ma la promozione è solo un aspetto della comunicazione, importante certo, ma non esclusivo. Per questo si deve occupare dei social personale interno, che conosce l’Istituto di cui parla, ma non solo: anche personale che conosca la materia (sì, sto parlando di quell’esercito di assistenti alla vigilanza ecc ecc di cui faccio parte anch’io, che sono più che formati nella loro disciplina e che sanno utilizzare questi strumenti). Il tema non è così banale: chi se ne occupa? Chi se ne deve occupare? E quale ruolo deve avere all’interno dell’Istituto? A chi diceva “mancano le risorse, manca il personale”, un’ottima Paola Villari rispondeva che le figure ci sono e sono proprio quei giovani assistenti alla vigilanza ecc ecc che sono stati assunti con l’ultimo concorso (e un’agghiacciante Buzzi chiedeva “Che concorso, scusi?”). Ma soprattutto nessuno in sala ha detto il nome della figura professionale che serve: il social media manager. Ma del resto non mi stupisco. Per fortuna ci ha pensato il pubblico a casa a ricordarlo…
  • Oggi si è parlato in generale, ma mancano delle linee guida e un coordinamento che va fatto. Va fatto perché siamo tutti istituti periferici che devono per forza di cose riferirsi ad un organo centrale. Quindi pur nella discrezionalità dei singoli, e nelle varie attività a livello periferico che ciascuno decide di promuovere, occorre che il @MiBACT dia delle direttive comuni, delle strategie, magari, soprattutto contribuisca a creare una rete, metta in collegamento per esempio tutti gli Istituti afferenti, che ne so, all’archeologia in modo che possano fare un determinato tipo di comunicazione, e colleghi dall’altra parte tutte le biblioteche, sempre per esempio: l’unione fa la forza, e questa è solo un’idea. Ma io non ho i mezzi per farlo, occorre che chi sta al centro coordini una rete di questo tipo.
  • è stata lanciata l’idea, che probabilmente avrà attuazione, di fare altri incontri di questo tipo, e che da informazione si passi a formazione. Personalmente proporrei che nel corso di questi incontri futuri si presentassero delle buone pratiche, degli esempi, si stabilissero quelle linee guida di cui c’è bisogno, si costruisse davvero il concetto di rete. Staremo a vedere. Ah, e visto che pare che il 30 ottobre a Paestum si parlerà di social network (così mi ha informato un tweet) non sarebbe pensata male di farsi vedere compatti e con un’idea.
  • Il bilancio comunque è positivo. Bene che se ne sia parlato, bene l’intenzione di rinnovare questi appuntamenti, bene che il tutto si sia svolto in modalità open. Il livetwitting (che ho raccolto in uno storify) non deve rimanere lettera morta: le conversazioni sviluppatesi nel corso della diretta streaming anche e soprattutto tra i non-MiBACT, ovviamente più critici, sono ricche di spunti di riflessione su cui sono convinta che la Direzione Generale per la Valorizzazione dovrebbe riflettere.
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E Invasione (digitale) sia!

E’ con viva e vibrante soddisfazione che vi annuncio che per la prima volta nella mia vita ho organizzato qualcosa. Questo qualcosa è l’Invasione Digitale al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Invasione MAF

Vista la mia scarsa attitudine all’organizzazione – di me stessa in particolare, ma soprattutto di eventi – questo per me è un grande passo in avanti. Ma soprattutto è un passo avanti per il MAF ed è un passo avanti in una direzione che a me piace particolarmente, di compenetrazione tra attività del museo reale e attività “social” del museo. Perché le “Invasioni Digitali” nascono on line, proprio sui social. Non vi sto a raccontare un’altra volta ancora di che si tratta: trovate tutte le info al sito web delle Invasioni Digitali ed eventualmente ad un mio post dell’anno scorso dedicato proprio al fenomeno/boom delle Invasioni.

Proprio l’anno scorso, anche se avrei avuto una voglia matta di organizzare già un’invasione al MAF, avevo preferito soprassedere perché cose ben più grosse (per me) bollivano in pentola: stava per prendere vita, infatti, il blog di Archeotoscana e tutta l’impalcatura social della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ma mi ero ripromessa che alla prima occasione utile anch’io mi sarei cimentata nell’impresa.

L’invasione al MAF del 3 maggio sarà una cosa molto semplice, ma non per questo meno efficace: si inizierà alle 10.30 con una visita guidata del nostro splendido giardino, che ancora in troppo pochi conoscono, nonostante ultimamente sia stato aperto in più occasioni e pubblicizzato sui vari canali social, più una visita ai capolavori del museo: Minerva, Chimera e Vaso François. Il resto del museo, in particolare il Museo Egizio, è poi a libera disposizione degli invasori (e chi non vorrebbe farsi un #selfie con una mummia?).

Questo il link all’invasione, dal quale si arriva all’evento da prenotare necessariamente su Eventbrite:

http://www.invasionidigitali.it/it/invasionedigitale/invadiamo-il-museo-archeologico-nazionale-di-firenze

Cari invasori, vi aspettiamo!

http://generazionediarcheologi.myblog.it/wp-content/uploads/sites/68681/2014/04/Invasione-MAF.jpgDigg This
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Blogger, Archeoblogger, Museumblogger

Il 23 maggio a Pisa si svolgerà Opening The Past 2014, il cui tema è ben espresso nelle prime due righe di presentazione :“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

Tema che mi interessa da sempre, quello della comunicazione dell’archeologia. Mi ha fatto quindi molto piacere ricevere da Gabriele Gattiglia di Mappa Project l’invito a partecipare: il mio intervento, come recita il programma, sarà un autobiografico racconto di come da blogger ho cominciato a scrivere di archeologia e di come da archeoblogger sono diventata museumblogger. Si tratta di 3 anime che convivono in me, ognuna necessaria, perché ognuna scaturisce dall’esperienza di quella precedente e non avrebbe forza né efficacia senza quella precedente.

In questi giorni concitati in cui, tra l’altro, sto chiudendo la tesi di dottorato, devo dunque riordinare le idee per preparare un intervento che sia sensato e possibilmente non autocelebrativo (a tal proposito, portatevi i pomodori da tirarmi se comincio a dire troppe volte “io io io”); mi metto al lavoro ahimè nei ritagli di tempo (ma anche, perché no, in sala in museo…). E capita, giusto giusto, a rintuzzare il fuoco un intervento radiofonico di Alessandro-Alex O’love che parla di archeoblogger come figura professionale cui però manca un mercato del lavoro, cui fa seguito un’animata discussione su facebook, lanciata da Cinzia Dal Maso, che si conclude con un post di Alex O’love che vuole chiarire la sua posizione sulle definizioni, ammesso che ce ne sia bisogno, di archeoblogger e museumblogger (cui segue un bello scambio di commenti con Cinzia, cui vi rimando).

La discussione capita proprio a fagiolo, perché siccome Alessandro cita proprio la mia esperienza (a proposito, grazie Ale, ne sono onorata!), questo mi permette di riflettere meglio su chi sono io: blogger, archeoblogger o museumblogger? Una, nessuna, centomila? Tutte e tre le cose o nessuna delle tre? E’ necessario distinguere? O le distinzioni sono pura semantica, come dice Alessandro? Per quanto riguarda la mia esperienza, infatti, non potrei scrivere per blog di musei se non fossi prima di tutto archeoblogger. Ma non potrei essere la blogger di archeologia che sono se non fossi nata come blogger di tutt’altro genere. Ho studiato e monitorato blog di archeologia per un sacco di tempo, proprio perché mi interessava il mondo nel quale ero e sono immersa, e ho tratto le mie conclusioni.

scrivere_sul_blog

Il mondo dei blog è talmente fluido che è impossibile fare delle classificazioni: non siamo frammenti ceramici da ricondurre ad una forma, siamo esseri umani pensanti e dotati di ingegno, creatività, voglia di comunicare. Ognuno è blogger, e archeoblogger, a modo suo, chi fa pura opinione, chi fa divulgazione, chi informazione, chi fa tutte e tre le cose. Lo fa con i propri contenuti, le proprie idee, si assume la responsabilità di ciò che scrive, sceglie i temi da affrontare e lo stile con cui affrontarli.

E chi gestisce un blog museale? Non fa forse la stessa cosa? Certo, ha dei limiti, dettati dall’istituzione stessa per cui scrive, sia a livello di scelta dei temi: non posso parlare dei crolli a Pompei dal blog del Museo Archeologico di Venezia, mentre dovrò scrivere a proposito della tale mostra o della tale iniziativa che il museo propone. Devo scrivere del museo e di ciò che gli ruota intorno. Il blog museale, poi, ovviamente, non è un blog in cui si fa opinione, ma è un luogo di comunicazione, di informazione, di incontro con i lettori/visitatori. Ma per il resto, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, la scelta dei contenuti, o meglio di come trattare i contenuti, è mia, così come mio è lo stile e il taglio che dò ad ogni singolo post. Perché anche se sul blog di museo pubblico un comunicato stampa, faccio in modo che quel comunicato venga ampliato, spiegato, contestualizzato e arricchito. Non solo, ma il mio essere archeoblogger esce fuori nel momento in cui scelgo le parole chiave con cui far rintracciare su Google il post, nel momento in cui dò visibilità attraverso i canali social del museo, nel momento in cui stabilisco online e offline una serie di contatti con altri blogger, creando una rete che mi porta visibilità, nel momento in cui, e questa è la parte più difficile, organizzo eventi o iniziative che uniscono insieme il museo reale e il museo virtuale. In questo senso allora l’archeoblogger sviluppa una professionalità, che non è solo quella di comunicare contenuti culturali attraverso una pagina web, ma è ben più ampia.

La figura del blogger che scrive nel suo spazio personale sperando che qualcuno lo legga è superata. In molti nascono ancora così, aprono un blog per il puro desiderio di scrivere, ma poi la voglia di farsi leggere, di scambiare opinioni aumenta, e il blogger sviluppa alcune capacità, uno stile, riconosce il suo pubblico. E il pubblico è proprio la chiave per capire la differenza nella mia attività di archeoblogger e di museumblogger. Perché il pubblico che legge questa pagina confusa di appunti e di idee che non ha né un capo né una coda non è lo stesso che legge i blog dei musei per i quali scrivo. Questo è il luogo della riflessione, dello studio, della formazione anche, sui temi della comunicazione in archeologia, mentre i blog museali sono i luoghi in cui le idee che mi sono fatta in merito trovano il loro compimento.

Ok, ho buttato giù queste righe sconclusionate perché spero che mi aiutino a presentare qualcosa di più coerentemente organizzato ad Openingh The Past 2014. Vi chiedo però, se siete riusciti ad arrivare fino in fondo con la lettura, di dirmi la vostra su questo tema. Sarà importante leggervi, e sarà bello rispondervi il 23 maggio.

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La #museumweek in Italia: ma non eravamo “bradipi tecnologici”?

Ricordate l’articolo de LaStampa in cui si accusavano indistintamente i musei italiani di essere dei “bradipi tecnologici”, disinteressati alla rete e alla presenza sui social network, vecchi dentro, eccetera eccetera? Ebbene, in quell’occasione mi ero sentita chiamata in causa e mi ero giustamente inalberata, perché non è corretto fare di tutta un’erba un fascio, perché ci sono tante realtà museali in Italia decisamente attive sui social. La #museumweek che si è appena conclusa è una risposta molto importante a chi crede che i musei italiani, piccoli, medi, statali e non, siano tutti dormienti.

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù...

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù…

Come ormai vi ho detto fino alla nausea, oltre ad essere twittera di me stessa, io curo l’account twitter del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, e insieme alla mia collega Silvia Bolognesi del MAF mi occupo dell’account del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e, non senza un certo divertimento, dell’account della Chimera di Arezzo, archeostar del MAF (intervistata qui). Potete dunque immaginare che in questi giorni le mie dita hanno letteralmente preso fuoco, che la batteria del mio smartphone mi ha abbandonato più e più volte (mentre twitter mi crashava nei momenti meno opportuni) e che col pc non riuscivo a stare dietro al continuo cambio di account per rispondere da una parte e dall’altra. La #museumweek è decisamente impegnativa per il social media team di un museo; costringe ad essere creativi, a immaginare, a inventare, ad osservare, a rispondere e a coinvolgere. E la cosa, vi assicuro, non è semplice.

Nel mio piccolo mi posso ritenere soddisfatta. Mentre per il Museo di Venezia ho voluto chiedere l’autorizzazione alla direttrice Michela Sediari, sia perché non mi andava di prendere iniziative senza informarla, sia perché soprattutto so quanto lei crede nei social media (e la cosa meravigliosa è stata che lei in prima persona ha iscritto il museo alla Museumweek), per Firenze io e Silvia abbiamo agito di nostra sponte, anche e soprattutto perché abbiamo avuto già da qualche tempo carta bianca (certo nei limiti della decenza) dal Soprintendente Andrea Pessina. Ma il lato negativo di questa libertà è che lui (e non solo lui) ignora il mazzo che ci siamo fatte. Non per il mazzo in sé, non mi interessa fargli sapere che lavoro per il buon nome virtuale del museo anche fuori dell’orario di lavoro (sono ancora in quella brutta fase in cui mi diverto, per cui mi ci dedico anima e còre anche nel tempo libero), ma perché un evento di questo tipo merita di essere risaputo. Perché comunque nel nostro piccolo stiamo creando un certo network che non mi sembra di poco conto, considerato che fino a poco tempo fa non esisteva nulla e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze poco si sapeva.

A #museumweek conclusa, voglio fare delle riflessioni, raccontare come si è lavorato, cosa abbiamo voluto fare e come secondo noi ci è riuscito. Fermo restando, non per giustificarmi, ma per mettere le cose in chiaro, che i mezzi sono quelli che sono (e sono i dispositivi personali miei e di Silvia, principalmente smartphone ed eventualmente pc) e i tempi sono quelli che sono (e sono in parte il tempo libero e in parte a lavoro, con il problema che stando in sala a fare vigilanza è proprio brutto spippolare al telefonino davanti ai visitatori). Per quello che potevamo fare, secondo me abbiamo fatto miracoli. E i numeri parlano chiaro. Lo splendido grafico pubblicato da @LaMagnética sul 2°giorno di #museumweek è molto eloquente: l’Italia è stata attivissima e i musei che seguo personalmente sono presenti con un buon numero di legami con altri musei e utenti. Certo, non siamo ai livelli di Palazzo Madama Torino, che da anni lavora con i social ed è un modello da seguire sempre e comunque, ma a mio parere ci siamo difesi bene.

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Naturalmente ogni account, che sia il proprio personale, che sia di un museo, che sia di un’opera d’arte twittante, ha bisogno di approcci, linguaggi e contenuti specifici. Per cui dal mio account personale ho twittato in modo più libero, con i contenuti che più mi aggradavano e, magari, “giocando” con gli altri miei account: sì, l’interazione forse è stata falsata, visto che me la cantavo e me la suonavo, ma se con questo giochetto sono riuscita a coinvolgere altri utenti, tanto meglio! Tra @MAF_Firenze e @ChimeraMAF l’interazione e la conversazione è stata costante per forza di cose, perché l’una non esisterebbe senza l’altro, e l’altro ne esce assolutamente rafforzato. Questa simbiosi che con Silvia abbiamo creato negli scorsi mesi è proprio in occasioni come questa che fa vedere la sua forza. La creazione (non da parte nostra) dell’account dell’Arringatore, ora che è in mostra a Cortona, ci ha assicurato un ulteriore giro di interazioni quotidiane, che male non fa! E fare rete con il @maec_Cortona è senzadubbio un legame da mantenere anche oltre la mostra “Seduzione etrusca” che ha appena inaugurato (motivo per cui l’Arringatore del MAF è a Cortona).

In questi giorni sono aumentate le interazioni con i musei, ma quello che mi interessava di più sviluppare, e che comunque si è verificato, è il rapporto con il pubblico. La giornata di #museumMemories, in cui si è chiesto direttamente al pubblico di parlare dei propri ricordi, è stata bella proprio perché ha permesso a molti di rompere quel muro che c’è tra visitatore e museo. Temo invece che #museumMastermind abbia un po’ frenato la gente: la giornata chiedeva ai twitteri di rispondere a domande sui musei, sulle collezioni, sulle opere d’arte. Credo che molti si siano bloccati con la paura di dare una risposta sbagliata. Ho letto un tweet (non saprei più dire di chi e a proposito di cosa) di una ragazza che diceva “ho avuto l’ardire di rispondere“: l’ho trovato molto significativo, come se la gente avesse paura di fare brutta figura. Forse, idea per il prossimo anno, #museumMastermind lo metterei verso la fine della settimana, quando la gente ha ormai preso confidenza con i musei che segue, ci ha fatto per così dire amicizia, e quindi osa di più, senza “avere l’ardire”, ma per il puro piacere di giocare.

Se occuparmi del @MAF_Firenze è stato più facile perché ci sono di casa, occuparmi di @museoarcheoVene mi ha posto ancora più del solito problemi di non poco conto. Perché non essendo fisicamente a Venezia tante cose non le posso fare in tempo reale. Fondamentale è stata la collaborazione non solo con la direttrice del Museo, che si è messa a mia totale disposizione per rispondere alle mie domande giorno giorno, ma anche con Angelo, un mio collega assistente alla vigilanza lì a Venezia  che solitamente si occupa della pagina FB del museo, e al quale ho chiesto immagini e ricordi per poter twittare. Ne è nata una serie di twitt che hanno avuto un buon riscontro. E un twitt ispirato alle sue parole nella giornata di #museumMemories, ha suscitato la risposta più bella di sempre:

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Dovendo fare un bilancio, allora, dico che la settimana è stata positiva, ha permesso ai musei di conoscersi tra di loro e di creare una rete che spero possa mantenersi anche oltre la #museumweek. Quello di questa settimana non dev’essere un evento eccezionale, ma una buona pratica di mantenere sempre (magari con ritmi più blandi, però… ;) ).

Certo, per Firenze mi piacerebbe tanto che si colmasse quel divario, quello scollamento, tra il museo virtuale e quello reale, ancora troppo fermo dal punto di vista della comunicazione (il guizzo del 20 marzo, di esporre il Vaso François fuori dalla sua vetrina è stato uno choc positivo dal quale non mi riprenderò facilmente). Ma, anche in questo caso, mi sembra che stiamo davvero facendo i miracoli, per cui va bene così.

Concludo ribadendo il concetto che sì, l’Italia ha risposto più che entusiasticamente all’iniziativa. La vera sfida ora è mantenersi attivi e reattivi, non lasciar cadere quanto di buono si è seminato in questi giorni. Non ritornare nel torpore generale (dal quale, comunque, molti stanno uscendo e/o sono già usciti), ma continuare così.

Un’ultimissima riflessione: attraverso la #museumweek molti musei sono riusciti a farsi conoscere da un pubblico più vasto (il @MAF_Firenze ha superato i 200 nuovi followers durante la settimana) e anch’io, nel mio piccolo, come privata, dialogando su twitter con l’uno e con l’altro tra i musei presenti, ho espresso in cuor mio il desiderio di andarli a visitare presto o tardi. E lo farò, potete starne certi. Come io ho espresso questo desiderio, che equivale un po’ a come voler conoscere di persona un amico di penna, penso che in molti l’abbiano fatto (e qualcuno l’ha proprio twittato!). Ebbene, credo che se un museo riesce a ottenere per la sua attività comunicatrice su twitter e non solo, che anche un solo follower si trasformi in visitatore, ebbene, secondo me ha raggiunto un importantissimo risultato: perché (e parlo dalla mia esperienza in un museo nazionale a Firenze) vale più un solo visitatore consapevole e interessato che migliaia di visitatori da turismo di massa che non sanno neanche dove si trovano. E’ a quel visitatore che io dedico anima e corpo le mie energie. Perché vorrei che altri le dedicassero a me.

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In difesa dei “bradipi tecnologici”..

Stamattina ero (e sono tuttora) a lavoro con la mia collega/compagna di avventure 2.0 Silvia per Archeotoscana, il blog della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che curiamo ormai da maggio 2013. Mentre pubblichiamo un aggiornamento del blog, smartphone alla mano, mi arriva la notizia di un articolo pubblicato su LaStampa.it: I Musei? Bradipi tecnologici “Cinguettano” poco e male. Interrompo la redazione del prossimo post che verrà pubblicato sul blog e mi dedico alla lettura.

Molti probabilmente, leggendo quest’articolo diranno “eh, sì, già, vedi? come al solito! Abbiamo il patrimonio più grande del mondo e lo curiamo poco e male” e altri luoghi comuni di questo tipo. Ma chi è interessato ad articoli su questi temi si sarà stufato di leggere sempre le stesse cose, no? Io per esempio, che sono abbastanza addentro al tema, potrei dire di aver letto le stesse identiche cose un anno fa. Di nuovo nell’articolo c’è infatti solo la citazione di @paolina_BB, opera d’arte twittante tra le più famose in questo momento in Italia (tra l’altro, grazie di esistere!).

Ma che racconta quest’articolo, tanto da spingermi a scrivere una risposta?

Semplicemente racconta che i musei italiani sono gli ultimi degli ultimi per quanto riguarda la promozione in rete e nel mondo dei social media, che gli esempi americani come al solito sono al passo coi tempi mentre in Italia siamo pessimi. Qualche dato alla mano alquanto triste, certamente, le eccellenze (e menomale, almeno quelle) che però afferiscono ai musei di arte contemporanea e quindi per vocazione più sensibili alle formule “nuove” di interazione e di engagement col pubblico. E poi si spara sulla croce rossa, ovvero nominando i casi più noti: e il @polomuseale di Firenze, e i musei Vaticani (che non sono Italia!), e Pompei (ma come, cade a pezzi [altro luogo comune] e pretendete che abbia twitter?) e il povero Museo Egizio di Torino che ha 128 followers e neanche un tweet.

Orbene, per un museo egizio che non twitta e per un polo museale che non sta dietro ai suoi mille-e-passa followers, esistono una serie di realtà più piccole, ma non per questo meno importanti, di musei su twitter. Musei che evidentemente l’autrice dell’articolo de La Stampa non conosce. Musei che però sono attivi e utilizzano i social media perché alle spalle hanno persone che credono che sia questa la frontiera NON della promozione, ma proprio della COMUNICAZIONE. Altrimenti a che pro creare conversazioni, inserirsi qua e là, rispondere ai followers, comunicare con musei anche dall’altra parte del mondo? Mica solo per promuoversi. Fosse tutto lì, sarebbe molto triste e limitato. E chi usa twitter con questo mero scopo non ha capito nulla.

Il motivo per cui mi sono sentita punta nel vivo è che io ne gestisco due di account di musei (archeologici e statali, tra l’altro) su twitter, mica uno! E con la mia collega (e con la collaborazione delle altre mie colleghe della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana) gestiamo anche la pagina Facebook e Pinterest. Che non mi sembra poco. Quindi parlo a ragion veduta di cose che la giornalista de La Stampa evidentemente conosce poco. Senza presunzione, né polemica, le spiego come lavoriamo per Archeotoscana.

Archeotoscana è un sistema che si compone di blog, di pagina facebook e di Pinterest, dedicato alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ad essi si aggiunge la fondamentale presenza di @MAF_Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, su twitter. Dico fondamentale non perché son ganza io, ma perché twitter è il luogo migliore in cui si riesce a fare comunicazione e a stringere conversazioni e relazioni con tutti i tipi di utenza. All’account twitter del MAF si aggiunge, certo non ufficiale, ma molto importante, l’account della @chimeraMAF (e questo non è un fake). I risultati li abbiamo, e sono a mio parere molto positivi: perché se tramite la rete che costruiamo nei social riusciamo a portare anche uno solo dei nostri followers a visitare il museo reale, fosse soltanto per vedere quella chimera che twitta in continuazione.. beh, abbiamo raggiunto il nostro scopo. Il nostro scopo è portare gente a visitare i musei, non avere un milione di followers!

Twitter è un mezzo, non è un fine, così come il blog è un mezzo, così come la pagina facebook è un mezzo. Serve a poco twittare se poi il museo reale non è accogliente. Di questo sono assolutamente convinta. Per questo lavoro ogni giorno e in questo credo. Non mi piace, poi, leggere sempre notizie negative: maledizione, ci sono le pratiche positive, perché non si parla mai di quelle? Perché piace per forza fare polemica? Perché dover dire per forza che le cose non vanno? Perché invece non dire che ci sono delle realtà che funzionano, o che per lo meno si sforzano di funzionare, perché non dire che ci sono dei buoni esempi in giro? Perché non dovrebbero far notizia le buone pratiche? Leggeremo mai un articolo che invece di intitolarsi “Musei italiani bradipi tecnologici cinguettano poco e male” si intitoli “Il risveglio dei musei italiani riempie la rete di cinguettii“?

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Aggiungo una cosa: siamo in un momento in cui da più parti si sente la necessità di svegliare i musei italiani dal loro torpore, meglio, dal loro arroccamento in un’istituzione chiusa e che considera se stessa come già da sé giustificatrice di fare cultura. Molti sono i musei che pensano (li personifico nei loro direttori) che basti che il museo esista con i suoi reperti sistemati nelle vetrine, per fare cultura. Questo non andava bene già nell’800, figuriamoci ora! Il museo, in quanto calato nella società deve evolversi con essa. Progetti molto belli come #svegliamuseo e le invasioni digitali sono esempi di scosse date dall’esterno ai musei, ma che molti musei stanno recependo. Non sarà il @poloMuseale a recepirli, pazienza, ma in Italia, se dio vuole, non ci sono solo gli Uffizi.

Detto questo, e concludo, non voglio incensare il mio lavoro: io non faccio altro che mettere in pratica per i musei idee che mi sono fatta osservando la rete e traendo le mie conclusioni. Voglio solo sottolineare che non è tutto così negativo in Italia. Al contrario, è tutto molto fluido. Ed è bello che sia così.

http://www.seduzioneattrazione.com/wp-content/uploads/2011/11/bradipo-seduto.jpgDigg This
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