#bronzifirenze: Il primo blogtour per archeoblogger

Sono molto contenta di essere stata coinvolta nell’organizzazione e realizzazione del primo blogtour per archeoblogger che sia mai stato pensato per la blogosfera archeologica italiana. L’iniziativa è partita da Palazzo Strozzi, che nelle persone di Giulia Sabbatini e Benedetta Scarpelli ha voluto coinvolgere me e la mia collega Silvia Bolognesi in quanto blogger di Archeotoscana, il museumblog della ormai Soprintendenza Archeologia della Toscana, per organizzare un evento dedicato agli archeoblogger per far scoprire loro le mostre attualmente in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Museo Archeologico Nazionale, “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico” e “Piccoli Grandi Bronzi“: due facce diverse, in grande e in piccolo, della stessa medaglia, che è ben riassunta nell’ashtag #bronziFirenze, con il quale entrambe le mostre vengono descritte fin dalla loro apertura lo scorso marzo. Le due mostre hanno infatti per oggetto la scultura in bronzo di età ellenistica: Palazzo Strozzi, con un taglio decisamente più spettacolare e di forte richiamo mediatico, ha puntato sulla scultura di grandi dimensioni, mentre il MAF (che a Palazzo Strozzi ha prestato 4 dei suoi “Grandi Bronzi”: l’Arringatore, la Minerva di Arezzo, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi appositamente restaurata e l’Idolino di Pesaro) si è dedicato alla scultura in bronzo di piccole dimensioni, che però altro non è che uno strumento, per gli studiosi di arte antica, per risalire alle iconografie e ai modelli di sculture in bronzo di grandi dimensioni. Si pone dunque il problema della copia, dell’originale e del modello, delle varianti iconografiche, ma anche e soprattutto del collezionismo, perché le piccole sculture in mostra al MAF appartengono tutte alla vastissima collezione medicea e lorenese di antichità etrusche, greche e romane.

Che Palazzo Strozzi sia attento all’aspetto della comunicazione non è una novità: già in passato ha dato prova anzi di voler promuovere le proprie iniziative ed attività attraverso gli strumenti che il web 2.0 e i social consentono: aderì alla prima edizione delle Invasioni Digitali e, qualche tempo dopo, organizzò un’attività specifica per blogger fiorentini. L’evento per gli archeoblogger si inserisce dunque in questa serie ed è giustificato dal tema della mostra, l’arte antica, intimamente legata con l’archeologia dato che buona parte delle sculture esposte provengono da ritrovamenti archeologici talora fortuiti, come il Generale Romano rinvenuto nel mare di Brindisi.

Così #bronziFirenze è stato l’ashtag utilizzato lo scorso 30 aprile in occasione del blogtour, che ha visto riuniti insieme alcuni blogger di archeologia italiani. Alcuni, anzi la maggior parte, sono anche tra gli autori di Archeostorie, il Manuale non convenzionale di archeologia vissuta di cui vi ho parlato nello scorso post.

Ognuno di essi ha osservato le mostre dal proprio punto di vista: chi più interessato agli aspetti museografici, chi alla comunicazione e all’accessibilità, chi a particolari tipologie di opere esposte. I blogger presenti hanno vissuto l’esperienza del blogtour vivendolo alla luce della propria personalissima sensibilità e formazione. Gli archeologi non sono tutti uguali, ognuno ha la propria specializzazione. E gli archeoblogger, che sono archeologi al pari degli altri (anzi, con un interesse per la comunicazione particolarmente sviluppato), hanno anch’essi ciascuno la propria specializzazione, seguono le proprie naturali inclinazioni ed esprimono la propria personalità attraverso i post che pubblicano in rete. Leggere i loro post sull’evento è senz’altro interessante per vedere attraverso i loro occhi le due mostre, ma anche per capire, prendendoli tutti insieme, quanto vasti possano essere gli interessi e gli sguardi degli archeologi, quanto tutti insieme riescano a costruire un racconto corale.

Intanto un assaggio di questa pluralità di voci e di sguardi si può cogliere scorrendo lo storify dell’evento. Dopodiché ci sono i post: e vi propongo intanto quelli che sono già stati pubblicati:

Archeotoscanahttps://archeotoscana.wordpress.com/2015/05/06/gli-archeoblogger-a-firenze/

Archeokidshttp://archeokids.tumblr.com/post/119264622399/che-cosa-ci-fanno-un-falsario-un-collezionista-e

Professione Archeologohttp://www.professionearcheologo.it/bronzifirenze-impressioni-di-una-archeoblogger/

Liberarcheologiahttp://liberarcheologia.altervista.org/bronzo-e-non-solo/

DjedMeduhttps://djedmedu.wordpress.com/2015/05/07/legitto-di-provincia-i-bronzi-ellenistici-di-palazzo-strozzi-e-del-museo-archeologico-nazionale-di-firenze/

Un blogtour dedicato ad una categoria speciale di blogger automaticamente riconosce quella categoria di blogger! Dunque l’evento di Firenze è tanto più importante in quanto finalmente si parla di archeoblogger che partecipano ad eventi appositamente creati per loro. Finalmente si comincia a vedere un po’ di quella “notorietà di ritorno” che molti blog di vario tipo acquisiscono nel momento in cui si parla di loro anche al di fuori della rete. Il fatto che il Direttore di Palazzo Strozzi sia venuto appositamente a salutarci implica che è riconosciuto il valore degli archeoblogger come comunicatori culturali al pari dei giornalisti e anzi, con una marcia in più: la competenza in materia.

Non posso far altro che augurarvi buona lettura dei post che vi ho linkato. E arrivederci al prossimo archeoblogtour!

Alla fine dell'evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF

Alla fine dell’evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF: sono Francesco RIpanti, Mattia Mancini, Paola Romi, Domenica Pate.

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Yelp e archeologia

Da un anno e mezzo faccio parte della community di Yelp Firenze. Per chi non sa cos’è Yelp, dirò semplicemente che trattasi di spazio virtuale dedicato principalmente alla recensione dei luoghi, dalle attività commerciali ai monumenti. Fin qui sarebbe una copia di Tripadvisor, ma con la differenza che con yelp si fanno anche e soprattutto i check-in nei luoghi in cui si va. Ah, allora è sulla falsa riga di Foursquare! No, perché qui su yelp si fanno i check-in, si recensiscono i luoghi ma, soprattutto, si entra a far parte di una community. Una community in carne ed ossa, però, che esce insieme la sera, va a provare locali nuovi, partecipa ad eventi organizzati apposta per gli iscritti, permette che i membri della community organizzino eventi. Questa pubblicità che ho fatto a Yelp non è fine a se stessa e non è sponsorizzata, ma è il necessario cappello introduttivo per contestualizzare ciò che io e altre 12 persone, membri della community di Yelp, abbiamo fatto domenica 18 gennaio, a Firenze, in un bel pomeriggio di sole. Nell’insieme delle attività che i singoli yelper propongono, ho buttato là come proposta, qualche tempo fa, una passeggiata nel centro di Firenze, sulle tracce della Firenze romana. Parlo di tracce, perché in effetti è decisamente poco quello che si può vedere, dato che Firenze si è evoluta su se stessa, da città romana a medievale a rinascimentale: i resti romani o sono stati distrutti o sono stati inglobati dalla città successiva, sicché si può solo immaginare come potesse essere l’antica Florentia.

yelp

Ho lanciato la mia proposta, quasi oziosamente, direi. Non avrei mai immaginato di suscitare tanto entusiasmo. Invece mi è stato chiesto di programmare e organizzare il giro, tutti curiosi com’erano di scoprire qualche curiosità sulla città in cui vivono.

Hanno aderito, community manager in testa, 12 persone. Target di età: intorno ai 30 anni, con l’eccezione di una famiglia con bambino di 8 anni. Titolo di studio: vario, ma per la maggior parte laureati, chi in architettura, chi in ingegneria.

Il tema del tour non era facile: non è semplice, infatti, mostrare e parlare di qualcosa che non c’è più. Ci vuole un sommo sforzo d’immaginazione e ignorando il livello di conoscenza di base del mio “pubblico” non ho potuto dare niente per scontato. Al tempo stesso avevo bisogno di non perdermi troppo in lunghe descrizioni e spiegazioni, perché era fondamentale mantenere alta l’attenzione.

Così ho agito in questo modo: ho organizzato una passeggiata che toccasse i punti fondamentali e preparato alcune slide di immagini e ricostruzioni per aiutare la comprensione della città romana. Siamo partiti da Piazza della Signoria, dopo un corroborante caffè, e qui ho fatto innanzitutto una presentazione generale del tour che avremmo fatto e del grande sforzo d’immaginazione che avrei richiesto. Poche parole sulla città romana, sulla continuità di vita, sugli scavi che sono stati condotti dall’800 a oggi, dopodiché ho cominciato a mettere alla prova la loro fantasia già in piazza della Signoria, raccontando delle domus al di sotto della piazza e al di sotto della chiesa di Santa Reparata, che a sua volta è al di sotto del Duomo di Firenze.

Poi siamo partiti per il tour. Abbiamo percorso lungo via del Proconsolo all’incirca l’antico tracciato delle mura e, quasi all’altezza del Museo del Bargello, di fronte, ci siamo fermati davanti alla vetrina di una boutique, al di sotto della quale il pavimento in vetro lascia intravvedere i resti di un tratto delle mura cittadine con tanto di torre circolare. Poco più giù la traccia di un’altra torre circolare è segnata sulla pavimentazione della strada e segnalata da un pannello: tutte cose cui nessuno, mai, fa caso. Un vero peccato.

Ma proseguiamo. Usciamo dalla cinta muraria per raggiungere l’anfiteatro romano, in zona Piazza Santa Croce. Anfiteatro? Non vedo nessun anfiteatro! Ma soprattutto cos’è un’anfiteatro? Arriviamo in via Torta, il cui nome già ci indica l’andamento della strada e dei palazzi medievali che affacciano su di essa. Ma se dal basso si nota solo che quest’area della città è piuttosto bizzarra, dall’alto è sorprendente vedere come l’incrocio e l’andamento delle vie determini proprio una forma ellittica: la forma dell’antico anfiteatro romano, che oggi non esiste più, se non nelle fondazioni dei palazzi medievali, che hanno preferito sfruttare le poderose strutture preesistenti, piuttosto che spianare tutto e ricostruire daccapo secondo l’impianto urbanistico della città medievale. L’anfiteatro ha decisamente stimolato i miei compagni di tour che, sfruttando appieno le potenzialità di Yelp, hanno fatto check-in presso l’Anfiteatro romano, sottolineando come questo “luogo” non esista più fisicamente, ma che senza di esso non esisterebbe via Torta e questo particolarissimo angolo di centro storico.

via torta firenze

Dall’alto si legge benissimo l’impianto ellittico dell’anfiteatro romano di Firenze

Siamo poi ritornati verso Piazza della Signoria, fermandoci davanti all’ingresso degli scavi di Palazzo Vecchio, che hanno portato in luce parte del teatro romano di Firenze, e che sono visitabili, ma in particolari condizioni e occasioni. E comunque di difficile lettura se non si è accompagnati da una guida che spieghi la successione delle murature, dei tagli e dei tratti di viabilità, nel passaggio dal monumento romano al quartiere medievale e alla costruzione di Palazzo Vecchio. Due cenni sugli scavi di Piazza della Signoria, mentre il bello deve ancora venire, e l’ho tenuto per ultimo: Piazza della Repubblica, che occupa lo spazio che a suo tempo fu il Foro della città romana. Di nuovo un grande sforzo di immaginazione, mostrando le ricostruzioni della piazza con il tempio capitolino incastrato sotto i portici oggi occupati dalla libreria Feltrinelli Red e spiegando la monumentale iscrizione sull’arco di fondo “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito“, che si riferisce proprio alla sua antica destinazione, poi divenuta nel medioevo sede del ghetto e del mercato del pesce e infine, in occasione di Firenze Capitale, ritornata ad essere piazza monumentale, questa volta in senso moderno, con lo sbancamento del quartiere medievale.

piazza della repubblica

L’arco di Piazza della Repubblica

La passeggiata “archeologica” si conclude qui. Iniziano quindi alcune considerazioni.

Il gruppo si è dimostrato davvero incuriosito e in qualche frangente pure divertito dalla possibilità di scoprire aspetti inconsueti della città in cui ciascuno di loro ha sempre vissuto e che però non conosce fino in fondo. Dai feedback che il tour ha ricevuto (attraverso le recensioni fatte dai partecipanti), molti hanno colto proprio l’aspetto del “questa me la rivendo” (ad esempio la posizione dell’anfiteatro e il tratto di mura visibile in via del Proconsolo), altri sono rimasti impressionati dal fatto che la città si sia sviluppata su se stessa, e che tracce di queste Firenze si siano formate una sopra l’altra in continuità. Dal mio punto di vista è stato bello vedere che tante volte basta davvero così poco per coinvolgere persone che con l’archeologia hanno davvero poca familiarità; la difficoltà di non avere resti monumentali davanti agli occhi è stata colta come una sfida ma, certo, mostrare delle ricostruzioni ha aiutato molto, anzi, è stato fondamentale. Per me è stato un utilissimo esercizio di comunicazione, perché ho dovuto tener conto di un particolare registro linguistico, ho dovuto ricorrere ad esempi e immagini familiari, ho dovuto sorvolare su molti aspetti e isolare quelli davvero importanti e al tempo stesso che più potessero fissarsi in mente. E’ un esercizio che noi archeologi calati ogni giorno nella nostra quotidianità dovremmo fare più spesso e il più possibile. Personalmente mi sono divertita, e sono convinta che se tra qualche tempo chiederò a questi ragazzi di venire a visitare anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, risponderanno di sì con entusiasmo. In ogni caso, vi farò sapere.

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La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum

La Chimera ha scoperto che le piace viaggiare. Ha scoperto che le piace andare in tournée, però mica per stare esposta in mostra, che poi dalla sua postazione non si può muovere e anzi deve stare in posa a farsi ammirare da torme di visitatori. No, a lei piace andare in giro, ogni volta che può chiacchierare con qualcuno. Da quando è su twitter è diventata una chiacchierona incredibile, non la si tiene più. E così è voluta venire a Paestum con me, a controllare quello che avrei raccontato al Social Media & Heritage Forum, un’occasione molto importante di scambio e confronto tra social media manager di istituzioni pubbliche (io per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e Stefano Rossi per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria), osservatori attenti (Alessandro d’Amore per SvegliaMuseo, Astrid D’eredità con la sua grande esperienza in materia) e soprattutto la Direttrice Generale per la Valorizzazione A.M. Buzzi, dirigente del MiBACT, anzi, di quella fetta di MiBACT che si occupa di Social Media.
20141030_155252_1In vista della partecipazione della Buzzi la Chimera si era lisciata il pelo e rifatta le unghie, mentre io le avevo affilate: insieme a Stefano Rossi volevo far passare il messaggio che il nostro lavoro di comunicatori social delle rispettive soprintendenze è importante e non può essere fatto nei ritagli di tempo. Del resto Stefano ha mostrato come da mansionario del ministero sia prevista la figura di funzionario per la promozione e la comunicazione (e già l’assistente alla vigilanza, che entrambi ricopriamo, ha nel suo ruolo una mansione di comunicazione). Mi permetto di sottolineare che la Buzzi continua a non aver proprio chiarissimo il problema (che non è un problema, ma un’opportunità!) in tutte le sue sfaccettature, ma che il solo fatto che sia stata presente e abbia partecipato al dibattito mettendosi in gioco è stata una cosa assolutamente positiva. Bene così. Peccato che il vero uomo social del MiBACT sia arrivato quando ormai io e Stefano avevamo ultimato le nostre comunicazioni, perché rappresentando lui il centro e noi la periferia, forse poteva svilupparsi un dibattito più concreto, portato sulle vere problematiche di tutti i giorni. Comunque mi consola sapere che anche lui come me è costretto ad utilizzare i propri devices e il proprio pacchetto dati internet dato che al ministero hanno bloccato facebook (e su questo lascio a voi ogni commento…).
Apro una parentesi: è stato molto bello l’incontro casuale, la mattina dopo, con Fernanda Bruni, sempre del MiBACT, la quale mi ha espresso l’entusiasmo per quello che stiamo facendo e le perplessità per come a livello centrale viene gestita la cosa. Mi ha anche spronato a darci da fare dalle periferie perché è necessario (parole sue) che le soprintendenze si dotino di personale veramente comunicatore e che la comunicazione non sia lasciata ai tecnici informatici con la scusa che sanno usare il pc e (eventualmente, aggiungo io) i social, ma ci sia personale davvero in grado di farlo. “Abbiamo risorse interne, non vedo perché pagare un ufficio stampa esterno (avercelo, un ufficio stampa, signora mia!)”. Insomma, è stata una bella chiacchierata, insieme alla Soprintendente della Campania la quale raccontava dei suoi sforzi per la valorizzazione di Paestum al grido di “Il giardiniere di un cimitero non lo voglio fare”.

la Chimera a Paestum

la Chimera a Paestum

Ma ritorniamo all’Incontro degli Archeoblogger. L’incontro, come era prevedibile, è stato molto interessante e partecipato. Naturalmente il dibattito sui social media e il Ministero è stato il più vissuto, forse perché mi interessava di più, forse perché l’intervento istituzionale della Buzzi ha dato il senso del “non ce la cantiamo e suoniamo, ma il dibattito arriva laddove deve arrivare”. E questo, nel bene e nel male, è fondamentale. La sessione sui blog ha gettato elementi di novità rispetto all’anno scorso: mostra una blogosfera archeologica viva, attiva e soprattutto matura. La più matura di tutti è naturalmente Galatea, Mariangela Vaglio, la quale è blogger dal 2005 e quindi ha sicuramente dei consigli da dare a chi è più nuovo del mestiere. Intanto le metriche sono importanti (e già Gabriele Gattiglia ce l’ha detto, che è importante conoscere il nostro pubblico per capire come e quanto investire in comunicazione e social); poi fa una riflessione sul pubblico dei blog, che è cambiato negli anni, diventando più massificato. E allora il pensiero che sorge è che non necessariamente ad avere molto pubblico corrisponde avere un pubblico di qualità. E con pubblico di qualità intendo il pubblico che legge perché realmente interessato, il pubblico che porta a popolarità al di fuori della rete le tematiche che vengono trattate nel blog. E poi, ancora, proclama la legge fondamentale dei social media: sui social la comunicazione dev’essere emozionale. E i musei devono lavorare sempre di più in questa direzione. E ancora, ad Antonia Falcone che, presentando il blog di Professione Archeologo, si stupiva che la pagina più letta fosse “Chi siamo” risponde che l’autorevolezza del blogger è fondamentale; le fa eco Cinzia Dal Maso, che ribadisce il concetto. E ciò tra l’altro è a maggior ragione importante per blog di settore quale il nostro, dove è facile incappare in mistificazioni e in archeobaggianate. Conclude Cinzia Dal Maso spendendo una parola sull’importanza della tempestività nel fornire le notizie, caratteristica che i blogger devono avere in comune con i giornalisti, e soprattutto sull’avere uno sguardo globale e non provinciale. Tendiamo a chiuderci entro le quattro mura di casa nostra, senza guardare all’esterno, e all’estero. Sbagliato: apriamo gli occhi e guardiamo cosa c’è la fuori.
Va detto che l’abbiamo fatto: quest’estate, per esempio, abbiamo guardato fuori dall’Italia e siamo approdati in massa al Day of Archaeology. L’abbiamo fatto talmente bene che ci hanno dedicato una categoria a sé, per ritrovarci tutti, per fare community. E l’abbiamo fatto con tanto entusiasmo e trasporto, oltreché con la serietà professionale che ci contraddistingue, che da lì a decidere di scrivere un libro sui mestieri dell’archeologo il passo è stato breve. Il Day of Archaeology serve infatti per far conoscere il lavoro degli archeologi in tutte le sue sfaccettature. Anche noi archeoblogger italiani dunque abbiamo raccontato il nostro lavoro, e abbiamo deciso che chi meglio degli studenti di archeologia all’università dovrebbero sapere cosa li aspetta una volta laureati? Così presto fatto, e nasce Archeostorie, che sarà pubblicato a marzo, ma che è stato presentato in anteprima ieri. A cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti, vede la partecipazione di molti di noi archeoblogger, e vuole essere uno strumento di orientamento per i giovani futuri archeologi che ancora non sanno cosa faranno da grandi. A tal proposito ricorderò sempre cosa disse a Genova la mia futura docente di storia dell’arte greca e romana all’incontro di orientamento cui partecipai prima ancora di immatricolarmi, nell’ormai lontano 2000. Disse “Nel settore non ci sono molti sbocchi occupazionali, se davvero avete intenzione di diventare archeologi, sappiate che dovrete inventarvi il lavoro.” Non fu proprio incoraggiante, ma fu sincera. Apprezzai il consiglio, ma mi buttai ugualmente nella mischia. Alla fine, credo proprio di averlo seguito, il suo consiglio, e di essermi inventata se non un lavoro, quantomeno un’esperienza e una professionalità in un settore che per l’archeologia è ancora poco sfruttato nelle sue enormi potenzialità, quello della comunicazione 2.0 e social per i musei. Archeostorie può aiutare i giovani studenti di oggi, futuri archeologi di domani, a capire e a riconoscere le loro potenzialità, in un ambiente universitario che è ancora scollato dal mondo reale (come ha detto Giuliano De Felice, l’università forma bravissimi potenziali ricercatori, che rimangono però potenziali).
La Chimera è molto soddisfatta di Archeostorie: nel libro c’è anche lei, perché in qualche modo è stata la musa ispiratrice della mia strada. Ed è molto soddisfatta del suo viaggio a Paestum, dove è stata accolta come mascotte degli archeoblogger. Ora le toccherà partecipare sempre alle nostre conventions. Ma non penso proprio che le dispiacerà… ;-)

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A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

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“Sguardi aumentati” sui musei all’Internet Festival 2014 di Pisa

Twitter è una cosa meravigliosa: conosci nel salotto social una serie di persone, di entità con cui dialoghi, con cui hai magari scambi sui temi che più ti interessano e che ti appassionano, con i quali condividi idee ed esperienze, quindi le segui nelle loro attività ed opinioni, spesso condividendole, qualche volta intervenendo nelle loro discussioni… poi finalmente accade che hai la possibilità di vederle dal vivo, quelle entità cinguettanti, e anzi, sei portata a prendere parte ad un evento proprio perché sai che interverranno loro.

Così è stato ieri: avevo sottovalutato il programma dell’Internet Festival 2014, presa come sono ultimamente dalle mie questioni personali, e mi ero persa totalmente l’evento “Sguardi aumentati: risorse digitali per i musei”. Poi, potenza di facebook, questa volta, ci ho sbattuto per bene il muso dentro. Ed ho pensato che sarebbe stato stupido non andare, visto che Pisa sta ad appena un’ora di treno da Firenze. Ma soprattutto ho letto due nomi sulla locandina, che mi hanno convinto: Miriam Failla e Maria Elena Colombo. Antonella Gioli l’avevo invece già conosciuta a maggio ad Opening The Past 2014 ed è stata una gradita nuova occasione di incontro. Quanto a Miriam e a Maria Elena, invece, le seguo da sempre perché, anche se virate su tematiche di Storia dell’Arte, hanno a cuore gli stessi problemi che ho a cuore io in fatto di comunicazione, soprattutto dei musei, e soprattutto sono attivissime sui social network, in particolare su twitter.

E dunque eccomi qua, a Pisa, alla Leopolda, sede dell’incontro, a seguire un incontro che parte dai musei per parlare di comunicazione e di utilizzo delle risorse digitali proprio a fini comunicativi.

I primi interventi, quello di Antonella Gioli e di Miriam Failla, sono stati un importante spunto di riflessione sul ruolo dei musei come luoghi del tempo, in cui si deve lavorare sul concetto del passaggio del tempo. In particolare Antonella Gioli ha illustrato il progetto “La vita delle opere: dalle fonti al digitale”: si tratta di un lavoro di studio delle opere d’arte che le prende in considerazione dal punto di vista della loro storia conservativa; le opere non sono nate per stare nei musei e non sono nate nei musei, ma nei musei ci sono arrivate nel capitolo finale della loro vicenda: non è la fine della loro vita, ma un nuovo inizio in cui si ammantano di nuovi significati; spesso però questi nuovi significati fanno perdere di vista tutto il resto. La storia conservativa delle opere diventa allora una chiave di lettura diversa, nuova e che, aiutata dagli opportuni strumenti, può trasformare una visita in museo passiva in un’esperienza attiva, dando vita ad un “aumento di sguardi”. Il progetto prevede la creazione di un’App alla quale sarà affidato il compito di raccontare questa storia conservativa delle opere. Per costruire un’App occorre però condurre dapprima un’analisi sulle esigenze scientifiche che muovono il tutto, sulle competenze necessarie, sul linguaggio e sulla fruizione, ovvero sul pubblico. Questo lavoro richiede richiede d’altro canto che lo storico dell’arte si interroghi sul suo lavoro, sul museo e sul suo ruolo nella società.

Miriam Failla conduce un’interessante riflessione sul museo come istituzione proiettata nel futuro: il fatto stesso che conservi opere del passato per trasmetterle ai posteri ha in sé questa tensione al futuro. E invece i musei nell’immaginario collettivo sono considerati un mondo a parte rispetto al mondo dell’innovazione tecnologica. Non solo, ma spesso al museo è associata l’idea di cimitero, di tomba, di vecchiume. E ciò contrasta enormemente con l’apertura al futuro che i musei dovrebbero avere. Proprio il concetto di tempo è la chiave su cui giocare: il passaggio del tempo sugli oggetti, da trasmettere attraverso uno sguardo multiplo e da contrapporre alla fruizione dell’opera come totem fine a se stesso, che non è altro che uno svilimento dell’opera, che invece è molto più densa di significato. In questo sguardo multiplo necessario ad una nuova visione dell’opera, l’utilizzo dei social network diventa un importante veicolo di comunicazione, anche e soprattutto grazie alla trasmissione di immagini con le quali si condivide l’esperienza dell’opera d’arte e la loro storia. Ad una nuova visione della comunicazione dell’arte, che passi sempre più attraverso i social network, va abbinata la creazione di professionalità adeguate. L’università è chiamata in causa per far sì che le nuove generazioni di studiosi siano in grado di stare al passo con la società, perché se non cambiano gli approcci alla comunicazione, la storia dell’arte morirà.

Maria Elena Colombo, digital media curator del Museo Diocesano di Milano porta la sua esperienza lavorativa, che poi è quella che fa sì che il MuDI di Milano sia una delle realtà italiane più avanzate dal punto di vista dell’utilizzo di risorse digitali per la fruizione. Innanzitutto Maria Elena si sofferma sulla definizione del suo ruolo: digital media curator, definizione che si è data da sé, ma che racchiude in sé due anime, la conoscenza del museo e delle sue opere, e dall’altra parte la conoscenza dei canali di comunicazione. È evidente, ascoltando lei, quanto ciò sia fondamentale anche per l’archeologia: chi si occupa di comunicazione, nel web 2.0 come sui social network, dev’essere innanzitutto uno del settore, formato nel settore dei BBCC e che conosca gli strumenti di comunicazione sui quali lavora. Peccato che in Italia non esista, negli organigrammi dei musei, una figura professionale anche solo lontanamente legata alla comunicazione, la quale è relegata a compiti di amministrazione (o, come nel mio caso, agli assistenti alla vigilanza). Maria Elena racconta poi le cose concrete che il MuDI ha realizzato negli ultimi tempi: innanzitutto “Scatta e condividi”, per invitare i visitatori a scattare fotografie nel museo e a condividerle sui social, condividendo così la loro esperienza di visita; poi le app che il MuDI ha realizzato: Mela Project, Costantino 313 e ArtGuru Chagall e la Bibbia. Infine, sottolinea l’importanza di analizzare le metriche relative all’andamento dei profili social e del sito, per capire in quale direzione muoversi quando si attua una strategia di comunicazione.

Sara Bruni ci ha condotto in una carrellata che presenta un po’ lo stato dell’arte nel rapporto tra musei e social network, con particolare attenzione a Facebook e a ciò che si muove su twitter. Difficile fare delle categorizzazioni: come sottolinea la stessa Sara il mondo dei social è talmente fluido e in continua evoluzione che ciò che ci ha detto questo pomeriggio rischia già di essere stato superato stasera. E comunque cita quelli che ormai sono diventati i “soliti noti” su twitter in tema di musei: la #museumweek, la #museumschool, lo #smallmuseumstour, le #invasionidigitali, #askacurator e il lavoro di @svegliamuseo, che continua a monitorarci, a stimolarci, a pungolarci ;-)

Irene Bernardeschi parla invece di App e musei, distinguendo alcune tipologie di app utili alla causa: sono le app turistiche, le app dedicate ad un singolo sito, quelle dedicate ad un museo o ad un sistema museale, quelle su mostre temporanee, oppure su singole opere e infine tematiche. Naturalmente non è tutto oro quello che luccica, perché non sempre le app si adattano a tutti i generi di dispositivo, il che comporta un danno alla comunicazione: personalmente mi innervosisco subito se non mi si apre o mi funziona male l’applicazione, sicché se la visita aumentata grazie all’app si deve trasformare in una sofferenza o in un singhiozzo allora preferisco chiudere e continuare la mia visita nel modo tradizionale. Le app invece avrebbero in sé proprio il vantaggio di far scegliere al fruitore il percorso e l’approfondimento che più gli aggrada, dandogli modo di soffermarsi ogni qualvolta sia incuriosito a scendere nel dettaglio dell’informazione.

Chiude i lavori Sara Nocentini, Assessore alla Cultura della Regione Toscana che parla della volontà di creare un sistema museale regionale che sia percepito come tale dai visitatori. Parla poi di accessibilità e dell’importanza di curare il contesto nel quale i musei si collocano.

Incontro positivo e ricco di stimoli: l’attivissima Maria Elena Colombo che ha stratwittato durante l’incontro ha anche realizzato uno storify che vi propongo qui. E’ stato importante avere la conferma che archeologi e storici dell’arte navigano verso una direzione comune nel campo della comunicazione dei musei. Bisogna unire le forze, dal confronto dei due settori possono nascere (perdonatemi il twittologismo) #solocosebelle.

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La battaglia per gli open data passa da Pompei

Uno scorcio di Pompei

… che poi qualcuno potrebbe dire: “Ma che mi frega di sapere quali cantieri archeologici  sono in corso a Pompei in questo momento e quanto costano?”. Certo, ma poi non lamentiamoci se si urla allo spreco di fondi pubblici. Più che altro, se vorremo unirci al coro di chi parla di tali sprechi, potremo effettivamente farlo con i dati alla mano. Sì perché dall’8 settembre sono finalmente disponibili, sul sito della Soprintendenza Speciale di Pompei, i primi dati aperti sui cantieri del Grande Progetto Pompei (GPP). Il progetto che ha permesso tutto ciò (che sembra poco, i dati relativi a 25 cantieri in corso, ma che poco non è assolutamente) è OpenPompei, un progetto che ha come scopo la trasparenza di dati amministrativi sull’archeologia, sugli appalti, sui costi dei cantieri archeologici e di restauro, dati che consentono di monitorare una parte del nostro lavoro che i più ignorano, fatta di costi e di prezzi: certo, niente di romantico o di affascinante, e se già vi fanno sbadigliare le notizie che parlano di cocci, di tombe senza corredo e di scoperte di muretti conservati per due filari non di più, figuriamoci quanto vi possono entusiasmare questi. Però è importante che questi dati siano aperti, consultabili liberamente (e sul sito di OpenPompei si trova, oltre alla mole dei dati, un tutorial per aiutare nella navigazione) e questo risultato va accolto con un grande applauso alla caparbietà di chi ha insistito e ci ha creduto e, certo, all’amministrazione che ha acconsentito, perché è inutile che vi dica che non è cosa scontata, per un’amministrazione, mettere online, rendere di pubblico dominio dati di questo tipo.

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

Siccome mi occupo poco di open data in archeologia, ma conosco chi da anni ne ha fatto la propria battaglia personale e professionale, preferisco lasciare la parola a lui. Si tratta di Gabriele Gattiglia, che lavora nel team del Mappa Project, da sempre si occupa di open data in archeologia e collabora, tra l’altro, proprio con OpenPompei. A lui ho chiesto quindi di raccontare qualcosa in più, come persona informata sui fatti ;-)

Perché è importante OpenPompei? Perché è importante che se ne parli?

OpenPompei, aprendo i dati amministrativi dell’archeologia rappresenta il primo passo per arrivare ad aprire i dati più propriamente archeologici, quelli cosiddetti ‘scientifici’ (rilievi, schede, piante, foto, ecc.). Pompei è un luogo simbolo, e se Pompei apre i suoi dati, piano piano anche gli altri seguiranno. Personalmente la considero una rivoluzione per l’archeologia italiana. OpenPompei è importante, inoltre, perché cerca di fare politiche di coesione nel sud Italia utilizzando i beni culturali e un luogo simbolo, come’è, appunto, Pompei.

Come nasce OpenPompei?

OpenPompei nasce da fondi europei ed è stato fortemente voluto da Fabrizio Barca quando è stato Ministro della Coesione Territoriale durante il governo Monti. Qui trovi un po’ di info: http://www.openpompei.it/cose/

Perché sono importanti i dati aperti e perché è importante che sempre più istituzioni seguano l’esempio di OpenPompei?

I dati che sono stati aperti ora, cioè quelli sui cantieri del Grande Progetto Pompei, sono importanti perché permettono ai cittadini di monitorare come sono stati spesi i loro soldi e di sviluppare una nuova cultura della trasparenza anche nel campo dei beni culturali. I dati aperti che vorremmo aprire, quelli archeologici, sono importanti non solo per gli studiosi, ma anche per i cittadini che vogliono conoscere e tutelare il proprio patrimonio, e anche per chi ha idee e vuole sviluppare dei modelli di business legati ai beni culturali. Perché tutte queste cose siano efficaci non basta che ci siano un po’ di dati, ma ne servono tanti, i dati devono diventare un’abitudine (sia pubblicarli, sia riutilizzarli), per questo è importante che si faccia formazione e per questo è importante che un luogo simbolo dell’archeologia e dei beni culturali come Pompei apra i suoi dati, perché può dare il via a numerosi epigoni, ad un processo virtuoso in cui tutti vogliano dimostrare la propria disponibilità ad aprire i dati.

Ringrazio tantissimo Gabriele per la sua disponibilità. Tra l’altro lui stesso mi ha segnalato la pagina FB di OpenPompei. E io la segnalo a voi…

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d7/Via_Stabbiana_Pompeii.jpgDigg This
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Censimento! Censimento!

Twitter-DGValBeh, chi l’avrebbe mai detto! A qualcosa è servita davvero quella Giornata Informativa sui Social Network organizzata dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del Mibact all’inizio dell’estate! In quell’occasione, se ricordate, era emersa da un lato la volontà del Ministero di aprirsi ai canali social (canali che la maggior parte dei funzionari e dipendenti continua a guardare con sconcerto e diffidenza) con tutto ciò che di positivo può comportare, mentre dall’altra parte era emerso come sia e sarà difficile riuscire a smuovere del tutto la farraginosissima macchina statale. I difetti e i problemi sono tanti, in quell’occasione emersero soprattutto dal dibattito che si sviluppò in livetwitting, ma va detto che qualcosa si sta effettivamente muovendo. Per cui, invece di criticare e basta, in quella circostanza mi ero messa nell’ottica, che continuo a perseguire, di guardare il buono della situazione.

In quell’occasione, una fin troppo entusiasta Direttrice Generale Buzzi espresse l’intenzione di far diventare quell’Incontro il primo di una serie di incontri di formazione. Sinceramente sto ancora aspettando. Però è successa un’altra cosa che invece non mi sarei aspettata: una circolare alle varie sedi periferiche del Ministero che invita i propri responsabili dei canali social a registrarsi su un particolare form messo a disposizione sul sito della Direzione Generale per la Valorizzazione: il Censimento dei profili social.

Il censimento di Betlemme, Peter Bruegel il Vecchio, 1566. Bruxelles, Museo Reale delle Belle Arti del Belgio

Gioia e giubilo e anche una certa incredulità: nella circolare si legge proprio che a seguito della richiesta emersa durante la Giornata Informativa, di contare quanti account social esistono in modo da poter fare rete e da poter elaborare strategie comuni di promozione, si è deciso di bandire questo censimento. Che spettacolo! Ora, non per vantarmi, ma ricordo che a quell’incontro feci presente che sarebbe stato utile sapere chi siamo e quanti siamo sia per fare rete, sia perché così sarebbe anche più facile per la Sede centrale sapere su chi può contare per lanciare strategie comuni di comunicazione.

salutida-MiBACTPer esempio, scopro oggi da Facebook per caso che l’attivissima Direzione Generale per la Valorizzazione ha bandito un concorso (tra l’altro fotografico, ohibò), che si svolge sui social, in particolare su facebook. Si chiama Saluti da… e consiste nell’inviare una propria foto-cartolina che rappresenti un borgo, un centro storico, un monumento, insomma, il luogo bello dal punto di vista storico-artistico e culturale che abbiamo incontrato nel corso delle ferie estive. In palio l’ingresso gratuito nei luoghi della cultura statali per un anno. Un concorso che strizza un po’ l’occhio a Wiki loves Monuments (e che non sarebbe mai stato ideato se Wikimedia Italia non avesse tanto scassato i cabassisi con ‘sta storia delle fotografie libere ai monumenti… ;-) ) e al concorso della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum che ha bandito qualcosa di analogo, e che sinceramente mi ha spiazzato. Positivamente intendo (anche se… vabbé).

Ma manca ancora una cosa, ed è qui che si ritorna e che voglio insistere: se ci fosse già un elenco dei profili social del MiBACT io in quanto social media manager (me lo dico da sola, non esiste questo ruolo all’interno del Mibact) per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana avrei ricevuto un’e-mail, un messaggio su FB, un tweet, un piccione viaggiatore, qualcosa che mi informasse di quest’iniziativa. Perché è un’iniziativa che nasce dalla sede centrale, ma ha bisogno delle sedi periferiche per essere ampiamente diramata. E’ proprio a questo che spero che serva il censimento: a informare tempestivamente, attraverso un canale ufficiale, le sedi periferiche social delle iniziative a livello nazionale. Credo di intuire dal censimento che la direzione sarà questa. E spero di non sbagliarmi.

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L’Italia e il “Day of Archaeology”

È passata ormai qualche settimana, anzi, quasi un mese, dall’evento archeologico 2.0 più importante di tutti i tempi: il Day of Archaeology. Per chi non lo conoscesse, si tratta nientepopodimenochè un blog (alla faccia di coloro che ancora non ci credono) che raccoglie in una giornata, quest’anno è stato l’11 luglio, una serie di post che raccontano “what archaeologist really do“: il progetto è quanto di più semplice e geniale allo stesso tempo si possa concepire: sono chiamati a raccolta potenzialmente tutti gli archeologi da tutto il mondo a raccontare il loro lavoro, la loro formazione, la loro esperienza, la loro quotidianità, le soddisfazioni o al contrario le frustrazioni di questo che è il mestiere più bello ma più difficile da praticare del mondo. E gli archeologi che partecipano vengono davvero da tutto il mondo: scorrendo l’homepage ci si imbatte negli Stati Uniti, nel Messico, nella Turchia, nella Finlandia, nella Macedonia, ovviamente nella Gran Bretagna, dove questo progetto è nato nel 2011 – e dov’è molto sentita l’Archeologia Pubblica come branca dell’archeologia fondamentale nell’accompagnare lo sviluppo della ricerca – e nell’Italia. Anzi, va detto che l’Italia quest’anno ha partecipato in forze, riuscendo a costituire una categoria di post a sé stante perché, se lo scopo del DayofArch è raccontare il lavoro dell’archeologo all over the world, agli archeologi italiani preme far sapere in giro che si combina a casa nostra, quali sono le tante sfaccettature del nostro mestiere, quali sono le difficoltà e quali le soddisfazioni, quali sono gli sbocchi professionali anche se di lavoro ce n’è poco…

dayofarch

Il merito di riunire gli archeologi, partendo da quelli che hanno più confidenza con i blog, ovvero gli archeoblogger, è stato Francesco Ripanti in arte @Cioschi di Archeovideo, supportato dal grande entusiasmo trascinatore di Cinzia Dal Maso di Filelleni che come un generale ha dettato i tempi e i modi e ci ha decisamente spronato ad esserci. E infatti abbiamo partecipato in forze, nonostante la difficoltà, almeno per me, di scrivere in inglese. Comunque è stata una bella esperienza sia scrivere che trovarsi lì riuniti, ed è stato importante soprattutto perché finalmente cominciamo a fare qualcosa in quella direzione che Cinzia è già da un anno che accarezza, di costituire veramente un gruppo di archeoblogger in grado di far rumore, di farsi sentire, di avere una voce squillante. Siamo partiti con il DayofArch, ma andremo avanti, perché grandi cose bollono in pentola…

Qui trovate il link a tutti i post della categoria Italy al Day of Archaeology 2014. La panoramica, come vi dicevo, è piuttosto ampia: si va dalla didattica all’archeologia digitale, passando dalla vita sul cantiere di scavo, da progetti di ricerca all’archeologia urbana, quindi ai video e alla radio, con i ragazzi di Let’s Dig Again, il canale radiofonico dedicato proprio all’archeologia.

Vi invito a dare un’occhiata per farvi un’idea. Soprattutto se siete studenti di archeologia alla ricerca di una vostra collocazione nel mondo, forse vi farà bene vedere quali sbocchi, ma anche quali difficoltà si incontrano quotidianamente in questa professione. Eh sì, perché la nostra è una professione, riconosciuta a tutti gli effetti. Finalmente.

PS: se siete curiosi di scoprire cosa ho raccontato per il Day of Archaeology, lo trovate qui. Oppure, andatevelo a cercare nella categoria Italy… e soffermatevi a leggere gli altri post… ne vale la pena!

https://fbexternal-a.akamaihd.net/safe_image.php?d=AQC898x4CxAnbjxX&w=484&h=253&url=https%3A%2F%2Ffbcdn-sphotos-c-a.akamaihd.net%2Fhphotos-ak-xfa1%2Ft1.0-9%2F10547500_658620114229539_1688581774743194884_n.jpg&cfs=1Digg This
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#Genovanuragica: la Sardegna Nuragica in mostra a Genova

Eh? Cosa? Ma ho letto bene?

Sì, hai letto bene: #Genovanuragica è l’ashtag scelto per condividere tutto, foto soprattutto, della mostra “La Sardegna nuragica” in mostra al Palazzo Reale di Genova fino a fine luglio. Perché ne parlo? Perché la mostra è gratuita, è stata introdotta in modo simpatico dall’allora neonata pagina facebook della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ha questo ashtag, #genovanuragica, con cui si consiglia caldamente di condividere l’esperienza di visita su twitter e, soprattutto, è una mostra che, senza inventarsi spettacolari ma spesso fini a se stessi espedienti tecnologici di ultima generazione, riesce ad essere comunicativa. E non lo dico io, ma lo dice mia madre, di madre sarda, con qualche reminiscenza dovuta più alla passione per la sua terra d’origine e alle vacanze trascorse in Sardegna fino a 20 anni fa che non a una preparazione archeologica specifica in materia (cosa che, peraltro, per quanto attiene la civiltà nuragica, manca anche a me): è lei che, avendo l’opportunità di poter approfondire un aspetto dell’archeologia delle sue più antiche origini, è uscita dalla mostra soddisfatta e davvero con qualcosa in più. E questo mi sembra un gran risultato.

Dopo un primo livello di carattere generale, sugli aspetti più generali della civiltà nuragica, il secondo livello entra nello specifico, caso per caso, dei singoli nuraghe che hanno restituito modelli di nuraghe. Eh già, perché la mostra non è sui nuraghe in generale, ma su un aspetto specifico: i modelli di nuraghe che erano un oggetto simbolo sia per i Nuragici che per i loro successori; non solo, ma dal punto di vista archeologico, sono un’importante fonte iconografica per capire come fossero fatti davvero i nuraghe, che, nella loro completezza, erano più simili a torri vere e proprie (come la torre degli scacchi, per esempio) che non ai tronchi di cono che conosciamo, e questo perché probabilmente la parte superiore doveva avere un ballatoio in legno che non si è conservato. Per me, nipote di sarda, ma soprattutto archeologa, una scoperta grandiosa, per mia madre, sarda nel cuore, nell’animo e nel sangue, a maggior ragione, ancora di più!

modello-altare in arenaria dalla "capanna delle riunioni" di Palmavera

modello-altare in arenaria dalla “capanna delle riunioni” di Palmavera

Sono davvero numerosi i nuraghe che hanno restituito modellini di se stessi: di ciascuno è offerta una descrizione su pannello, con diversi gradi di lettura, così che se non te li vuoi leggere tutti puoi saltare alle informazioni principali. Questo ci ha permesso di soffermarci sui nuraghe a noi più familiari (come il Palmavera, che ho visitato da bambina piccina e di cui possiedo veramente un vaghissimo ricordo), ricordando magari episodi legati a qualche vacanza in Sardegna: e certo la conoscenza diretta dei luoghi aiuta sicuramente, li fa sentire più “propri” soprattutto quando si sente di avere un legame particolare, “di sangue”, con quella terra. In effetti è stato bello osservare l’interesse di mia madre per l’esposizione: vederla così coinvolta e curiosa, proprio perché si tratta di scoprire un passato che sente suo, e soprattutto vederla soddisfatta alla fine è stata una bella sensazione: la mostra è arrivata laddove doveva arrivare. Oltre ai modelli di nuraghe, in mostra si possono vedere modellini in bronzo e bronzetti vari tra cui le navicelle nuragiche: e si scopre così che l’albero della nave terminava con un modellino di nuraghe…

Per il resto, accennavo all’inizio all’attesa creata intorno all’evento: perché la pagina facebook della Soprintendenza archeologica della Liguria ha giocato sulla presenza di una mostra dedicata alla civiltà nuragica a Genova creando ad hoc delle particolari indicazioni stradali che, nei fans più attenti, devono aver creato un minimo di curiosità…

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra "La Sardegna Nuragica"

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra “La Sardegna Nuragica”

Anche la possibilità, anzi l’invito a fare foto all’interno della mostra e di condividerle con twitter è stata una bella mossa, anche se, ahimé, è ancora troppo poco il pubblico di twitter che visita le mostre di archeologia e sfrutta questi strumenti. Ma l’importante è che si possano fare foto e quelle le fanno davvero tutti, da sempre.

E allora bene, bravi, bis! Per carità, se vogliamo fare le pulci anche a questa mostra, sicuramente qualcosa di migliorabile c’è (ad esempio, se oltre alla grande mappa in apertura con l’indicazione di tutti i nuraghe, ci fosse stata per ogni pannello di nuraghe la localizzazione, non sarebbe stata una cattiva idea: così suggerisce mia madre! :-) ), ma per una volta ho voluto dismettere i panni dell’archeologa ipercritica ed ho preferito osservare le reazioni della persona che era con me la quale, priva di ogni preconcetto e di malizie di museologia, è senz’altro il giudice migliore e il termometro di gradimento più affidabile per giudicare. E lei ha detto “Per me è sì“.

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