#Genovanuragica: la Sardegna Nuragica in mostra a Genova

Eh? Cosa? Ma ho letto bene?

Sì, hai letto bene: #Genovanuragica è l’ashtag scelto per condividere tutto, foto soprattutto, della mostra “La Sardegna nuragica” in mostra al Palazzo Reale di Genova fino a fine luglio. Perché ne parlo? Perché la mostra è gratuita, è stata introdotta in modo simpatico dall’allora neonata pagina facebook della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ha questo ashtag, #genovanuragica, con cui si consiglia caldamente di condividere l’esperienza di visita su twitter e, soprattutto, è una mostra che, senza inventarsi spettacolari ma spesso fini a se stessi espedienti tecnologici di ultima generazione, riesce ad essere comunicativa. E non lo dico io, ma lo dice mia madre, di madre sarda, con qualche reminiscenza dovuta più alla passione per la sua terra d’origine e alle vacanze trascorse in Sardegna fino a 20 anni fa che non a una preparazione archeologica specifica in materia (cosa che, peraltro, per quanto attiene la civiltà nuragica, manca anche a me): è lei che, avendo l’opportunità di poter approfondire un aspetto dell’archeologia delle sue più antiche origini, è uscita dalla mostra soddisfatta e davvero con qualcosa in più. E questo mi sembra un gran risultato.

Dopo un primo livello di carattere generale, sugli aspetti più generali della civiltà nuragica, il secondo livello entra nello specifico, caso per caso, dei singoli nuraghe che hanno restituito modelli di nuraghe. Eh già, perché la mostra non è sui nuraghe in generale, ma su un aspetto specifico: i modelli di nuraghe che erano un oggetto simbolo sia per i Nuragici che per i loro successori; non solo, ma dal punto di vista archeologico, sono un’importante fonte iconografica per capire come fossero fatti davvero i nuraghe, che, nella loro completezza, erano più simili a torri vere e proprie (come la torre degli scacchi, per esempio) che non ai tronchi di cono che conosciamo, e questo perché probabilmente la parte superiore doveva avere un ballatoio in legno che non si è conservato. Per me, nipote di sarda, ma soprattutto archeologa, una scoperta grandiosa, per mia madre, sarda nel cuore, nell’animo e nel sangue, a maggior ragione, ancora di più!

modello-altare in arenaria dalla "capanna delle riunioni" di Palmavera

modello-altare in arenaria dalla “capanna delle riunioni” di Palmavera

Sono davvero numerosi i nuraghe che hanno restituito modellini di se stessi: di ciascuno è offerta una descrizione su pannello, con diversi gradi di lettura, così che se non te li vuoi leggere tutti puoi saltare alle informazioni principali. Questo ci ha permesso di soffermarci sui nuraghe a noi più familiari (come il Palmavera, che ho visitato da bambina piccina e di cui possiedo veramente un vaghissimo ricordo), ricordando magari episodi legati a qualche vacanza in Sardegna: e certo la conoscenza diretta dei luoghi aiuta sicuramente, li fa sentire più “propri” soprattutto quando si sente di avere un legame particolare, “di sangue”, con quella terra. In effetti è stato bello osservare l’interesse di mia madre per l’esposizione: vederla così coinvolta e curiosa, proprio perché si tratta di scoprire un passato che sente suo, e soprattutto vederla soddisfatta alla fine è stata una bella sensazione: la mostra è arrivata laddove doveva arrivare. Oltre ai modelli di nuraghe, in mostra si possono vedere modellini in bronzo e bronzetti vari tra cui le navicelle nuragiche: e si scopre così che l’albero della nave terminava con un modellino di nuraghe…

Per il resto, accennavo all’inizio all’attesa creata intorno all’evento: perché la pagina facebook della Soprintendenza archeologica della Liguria ha giocato sulla presenza di una mostra dedicata alla civiltà nuragica a Genova creando ad hoc delle particolari indicazioni stradali che, nei fans più attenti, devono aver creato un minimo di curiosità…

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra "La Sardegna Nuragica"

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra “La Sardegna Nuragica”

Anche la possibilità, anzi l’invito a fare foto all’interno della mostra e di condividerle con twitter è stata una bella mossa, anche se, ahimé, è ancora troppo poco il pubblico di twitter che visita le mostre di archeologia e sfrutta questi strumenti. Ma l’importante è che si possano fare foto e quelle le fanno davvero tutti, da sempre.

E allora bene, bravi, bis! Per carità, se vogliamo fare le pulci anche a questa mostra, sicuramente qualcosa di migliorabile c’è (ad esempio, se oltre alla grande mappa in apertura con l’indicazione di tutti i nuraghe, ci fosse stata per ogni pannello di nuraghe la localizzazione, non sarebbe stata una cattiva idea: così suggerisce mia madre! :-) ), ma per una volta ho voluto dismettere i panni dell’archeologa ipercritica ed ho preferito osservare le reazioni della persona che era con me la quale, priva di ogni preconcetto e di malizie di museologia, è senz’altro il giudice migliore e il termometro di gradimento più affidabile per giudicare. E lei ha detto “Per me è sì“.

La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

Giornata Informativa sui Social Network del MiBACT? Mi piace! (ma con qualche appunto)

Twitter-DGValIeri si è svolta a Roma la Giornata Informativa sui social network del MiBACT. Promossa dalla Direzione Generale per la Valorizzazione, presieduta dalla Direttrice Generale A.M. Buzzi, ha visto partecipare quanti (non tutti) all’interno dei vari Istituti statali si occupano o vorrebbero occuparsi dell’aspetto social della promozione e della valorizzazione.

Sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia ho già raccontato di cosa si è trattato. Qui cercherò di approfondire ulteriormente la questione (magari con qualche spunto critico in più)

Dico da subito che aldilà dei problemi che ci sono e che sempre ci saranno, insiti in una struttura che fa fatica a recepire il nuovo anche perché retta principalmente da persone poco aperte al nuovo (nonché appartenenti ad un’altra generazione) io mi ritengo soddisfatta. E vi spiego subito perché:

    • E’ importante che si sia fatto, è importante che la sede centrale abbia deciso di guardare in faccia almeno una volta chi in periferia si occupa della comunicazione via social. E’ importante perché dato che non esiste (ancora) un coordinamento a livello centrale, almeno cominciamo a guardarci e a contarci, così magari smettiamo di essere tante isole sperdute che ignorano l’esistenza l’una dell’altra. Ma soprattutto, è importante che si sia fatto in modalità aperta! Streaming, livetwitting con un ashtag appositamente creato, #MIBACTsocial: è stato senza dubbio un importante segnale da parte del Ministero. Soprattutto perché non era scontato, anzi, sinceramente mai più l’avrei immaginato (troppi choc tutti insieme, poi: innanzitutto un incontro specifico sul tema social, poi il live, e pure il wifi aperto per i presenti in sala!)
    • Dunque finalmente ci riuniamo tutti insieme e la Direzione Generale per la Valorizzazione si prende in carico di incontrarci (più o meno) tutti. Ma c’è un ma: essendo partito tutto per iniziativa di singoli (parlo della presenza sui social da parte dei vari Istituti), nonostante una Direzione Generale per la Valorizzazione attiva su facebook dal 2009, che avrebbe potuto quantomeno suggerire ai vari Luoghi della Cultura di fare qualcosa in merito, sul territorio social ci sono forti disparità. Nella sala erano riunite insieme persone relativamente esperte e persone totalmente ignoranti in materia. La stessa Direttrice Generale Buzzi non dimostra di avere molto le idee chiare in merito.
    • Non sto a disquisire troppo sui contenuti dei due interventi di Giuseppe Ariano, l’ “uomo social” del MiBACT, e di Livia Iacolare di Twitter Italia (colei che, per capirci, ha seguito la #museumweek). Lei ha spiegato dall’ABC come si usa twitter dato che in molti tra i presenti non conoscevano lo strumento. Da Ariano mi sarei aspettata qualche esempio in più di buone pratiche dagli esempi già esistenti in Italia. Bello il video della serata al Louvre per i fans della pagina FB, ma siccome non siamo in Francia e molti qui non hanno neanche idea di cosa sia Facebook, forse poteva valere la pena di far vedere esempi semplici, da cui trarre magari qualche idea realizzabile per il futuro (tra l’altro, l’idea di Brera sui film ambientati nei musei è molto bella, chissà che non la riprendiamo a Firenze… ;-) ). Inoltre, vorrei far notare che dietro la pagina facebook del Louvre c’è una progettualità che noi manco ce la sogniamo. E torno a dire alla Direttrice Generale Buzzi che non possiamo “aprire aprire aprire” pagine facebook e account twitter come se piovesse, ma dobbiamo aprire con criterio, con cognizione di causa, sapendo fin dall’inizio cosa e a chi vogliamo comunicare.
    • Si è parlato di usare i social solo per promuovere. Ma la promozione è solo un aspetto della comunicazione, importante certo, ma non esclusivo. Per questo si deve occupare dei social personale interno, che conosce l’Istituto di cui parla, ma non solo: anche personale che conosca la materia (sì, sto parlando di quell’esercito di assistenti alla vigilanza ecc ecc di cui faccio parte anch’io, che sono più che formati nella loro disciplina e che sanno utilizzare questi strumenti). Il tema non è così banale: chi se ne occupa? Chi se ne deve occupare? E quale ruolo deve avere all’interno dell’Istituto? A chi diceva “mancano le risorse, manca il personale”, un’ottima Paola Villari rispondeva che le figure ci sono e sono proprio quei giovani assistenti alla vigilanza ecc ecc che sono stati assunti con l’ultimo concorso (e un’agghiacciante Buzzi chiedeva “Che concorso, scusi?”). Ma soprattutto nessuno in sala ha detto il nome della figura professionale che serve: il social media manager. Ma del resto non mi stupisco. Per fortuna ci ha pensato il pubblico a casa a ricordarlo…
  • Oggi si è parlato in generale, ma mancano delle linee guida e un coordinamento che va fatto. Va fatto perché siamo tutti istituti periferici che devono per forza di cose riferirsi ad un organo centrale. Quindi pur nella discrezionalità dei singoli, e nelle varie attività a livello periferico che ciascuno decide di promuovere, occorre che il @MiBACT dia delle direttive comuni, delle strategie, magari, soprattutto contribuisca a creare una rete, metta in collegamento per esempio tutti gli Istituti afferenti, che ne so, all’archeologia in modo che possano fare un determinato tipo di comunicazione, e colleghi dall’altra parte tutte le biblioteche, sempre per esempio: l’unione fa la forza, e questa è solo un’idea. Ma io non ho i mezzi per farlo, occorre che chi sta al centro coordini una rete di questo tipo.
  • è stata lanciata l’idea, che probabilmente avrà attuazione, di fare altri incontri di questo tipo, e che da informazione si passi a formazione. Personalmente proporrei che nel corso di questi incontri futuri si presentassero delle buone pratiche, degli esempi, si stabilissero quelle linee guida di cui c’è bisogno, si costruisse davvero il concetto di rete. Staremo a vedere. Ah, e visto che pare che il 30 ottobre a Paestum si parlerà di social network (così mi ha informato un tweet) non sarebbe pensata male di farsi vedere compatti e con un’idea.
  • Il bilancio comunque è positivo. Bene che se ne sia parlato, bene l’intenzione di rinnovare questi appuntamenti, bene che il tutto si sia svolto in modalità open. Il livetwitting (che ho raccolto in uno storify) non deve rimanere lettera morta: le conversazioni sviluppatesi nel corso della diretta streaming anche e soprattutto tra i non-MiBACT, ovviamente più critici, sono ricche di spunti di riflessione su cui sono convinta che la Direzione Generale per la Valorizzazione dovrebbe riflettere.

E Invasione (digitale) sia!

E’ con viva e vibrante soddisfazione che vi annuncio che per la prima volta nella mia vita ho organizzato qualcosa. Questo qualcosa è l’Invasione Digitale al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Invasione MAF

Vista la mia scarsa attitudine all’organizzazione – di me stessa in particolare, ma soprattutto di eventi – questo per me è un grande passo in avanti. Ma soprattutto è un passo avanti per il MAF ed è un passo avanti in una direzione che a me piace particolarmente, di compenetrazione tra attività del museo reale e attività “social” del museo. Perché le “Invasioni Digitali” nascono on line, proprio sui social. Non vi sto a raccontare un’altra volta ancora di che si tratta: trovate tutte le info al sito web delle Invasioni Digitali ed eventualmente ad un mio post dell’anno scorso dedicato proprio al fenomeno/boom delle Invasioni.

Proprio l’anno scorso, anche se avrei avuto una voglia matta di organizzare già un’invasione al MAF, avevo preferito soprassedere perché cose ben più grosse (per me) bollivano in pentola: stava per prendere vita, infatti, il blog di Archeotoscana e tutta l’impalcatura social della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ma mi ero ripromessa che alla prima occasione utile anch’io mi sarei cimentata nell’impresa.

L’invasione al MAF del 3 maggio sarà una cosa molto semplice, ma non per questo meno efficace: si inizierà alle 10.30 con una visita guidata del nostro splendido giardino, che ancora in troppo pochi conoscono, nonostante ultimamente sia stato aperto in più occasioni e pubblicizzato sui vari canali social, più una visita ai capolavori del museo: Minerva, Chimera e Vaso François. Il resto del museo, in particolare il Museo Egizio, è poi a libera disposizione degli invasori (e chi non vorrebbe farsi un #selfie con una mummia?).

Questo il link all’invasione, dal quale si arriva all’evento da prenotare necessariamente su Eventbrite:

http://www.invasionidigitali.it/it/invasionedigitale/invadiamo-il-museo-archeologico-nazionale-di-firenze

Cari invasori, vi aspettiamo!

Blogger, Archeoblogger, Museumblogger

Il 23 maggio a Pisa si svolgerà Opening The Past 2014, il cui tema è ben espresso nelle prime due righe di presentazione :“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

Tema che mi interessa da sempre, quello della comunicazione dell’archeologia. Mi ha fatto quindi molto piacere ricevere da Gabriele Gattiglia di Mappa Project l’invito a partecipare: il mio intervento, come recita il programma, sarà un autobiografico racconto di come da blogger ho cominciato a scrivere di archeologia e di come da archeoblogger sono diventata museumblogger. Si tratta di 3 anime che convivono in me, ognuna necessaria, perché ognuna scaturisce dall’esperienza di quella precedente e non avrebbe forza né efficacia senza quella precedente.

In questi giorni concitati in cui, tra l’altro, sto chiudendo la tesi di dottorato, devo dunque riordinare le idee per preparare un intervento che sia sensato e possibilmente non autocelebrativo (a tal proposito, portatevi i pomodori da tirarmi se comincio a dire troppe volte “io io io”); mi metto al lavoro ahimè nei ritagli di tempo (ma anche, perché no, in sala in museo…). E capita, giusto giusto, a rintuzzare il fuoco un intervento radiofonico di Alessandro-Alex O’love che parla di archeoblogger come figura professionale cui però manca un mercato del lavoro, cui fa seguito un’animata discussione su facebook, lanciata da Cinzia Dal Maso, che si conclude con un post di Alex O’love che vuole chiarire la sua posizione sulle definizioni, ammesso che ce ne sia bisogno, di archeoblogger e museumblogger (cui segue un bello scambio di commenti con Cinzia, cui vi rimando).

La discussione capita proprio a fagiolo, perché siccome Alessandro cita proprio la mia esperienza (a proposito, grazie Ale, ne sono onorata!), questo mi permette di riflettere meglio su chi sono io: blogger, archeoblogger o museumblogger? Una, nessuna, centomila? Tutte e tre le cose o nessuna delle tre? E’ necessario distinguere? O le distinzioni sono pura semantica, come dice Alessandro? Per quanto riguarda la mia esperienza, infatti, non potrei scrivere per blog di musei se non fossi prima di tutto archeoblogger. Ma non potrei essere la blogger di archeologia che sono se non fossi nata come blogger di tutt’altro genere. Ho studiato e monitorato blog di archeologia per un sacco di tempo, proprio perché mi interessava il mondo nel quale ero e sono immersa, e ho tratto le mie conclusioni.

scrivere_sul_blog

Il mondo dei blog è talmente fluido che è impossibile fare delle classificazioni: non siamo frammenti ceramici da ricondurre ad una forma, siamo esseri umani pensanti e dotati di ingegno, creatività, voglia di comunicare. Ognuno è blogger, e archeoblogger, a modo suo, chi fa pura opinione, chi fa divulgazione, chi informazione, chi fa tutte e tre le cose. Lo fa con i propri contenuti, le proprie idee, si assume la responsabilità di ciò che scrive, sceglie i temi da affrontare e lo stile con cui affrontarli.

E chi gestisce un blog museale? Non fa forse la stessa cosa? Certo, ha dei limiti, dettati dall’istituzione stessa per cui scrive, sia a livello di scelta dei temi: non posso parlare dei crolli a Pompei dal blog del Museo Archeologico di Venezia, mentre dovrò scrivere a proposito della tale mostra o della tale iniziativa che il museo propone. Devo scrivere del museo e di ciò che gli ruota intorno. Il blog museale, poi, ovviamente, non è un blog in cui si fa opinione, ma è un luogo di comunicazione, di informazione, di incontro con i lettori/visitatori. Ma per il resto, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, la scelta dei contenuti, o meglio di come trattare i contenuti, è mia, così come mio è lo stile e il taglio che dò ad ogni singolo post. Perché anche se sul blog di museo pubblico un comunicato stampa, faccio in modo che quel comunicato venga ampliato, spiegato, contestualizzato e arricchito. Non solo, ma il mio essere archeoblogger esce fuori nel momento in cui scelgo le parole chiave con cui far rintracciare su Google il post, nel momento in cui dò visibilità attraverso i canali social del museo, nel momento in cui stabilisco online e offline una serie di contatti con altri blogger, creando una rete che mi porta visibilità, nel momento in cui, e questa è la parte più difficile, organizzo eventi o iniziative che uniscono insieme il museo reale e il museo virtuale. In questo senso allora l’archeoblogger sviluppa una professionalità, che non è solo quella di comunicare contenuti culturali attraverso una pagina web, ma è ben più ampia.

La figura del blogger che scrive nel suo spazio personale sperando che qualcuno lo legga è superata. In molti nascono ancora così, aprono un blog per il puro desiderio di scrivere, ma poi la voglia di farsi leggere, di scambiare opinioni aumenta, e il blogger sviluppa alcune capacità, uno stile, riconosce il suo pubblico. E il pubblico è proprio la chiave per capire la differenza nella mia attività di archeoblogger e di museumblogger. Perché il pubblico che legge questa pagina confusa di appunti e di idee che non ha né un capo né una coda non è lo stesso che legge i blog dei musei per i quali scrivo. Questo è il luogo della riflessione, dello studio, della formazione anche, sui temi della comunicazione in archeologia, mentre i blog museali sono i luoghi in cui le idee che mi sono fatta in merito trovano il loro compimento.

Ok, ho buttato giù queste righe sconclusionate perché spero che mi aiutino a presentare qualcosa di più coerentemente organizzato ad Openingh The Past 2014. Vi chiedo però, se siete riusciti ad arrivare fino in fondo con la lettura, di dirmi la vostra su questo tema. Sarà importante leggervi, e sarà bello rispondervi il 23 maggio.

La #museumweek in Italia: ma non eravamo “bradipi tecnologici”?

Ricordate l’articolo de LaStampa in cui si accusavano indistintamente i musei italiani di essere dei “bradipi tecnologici”, disinteressati alla rete e alla presenza sui social network, vecchi dentro, eccetera eccetera? Ebbene, in quell’occasione mi ero sentita chiamata in causa e mi ero giustamente inalberata, perché non è corretto fare di tutta un’erba un fascio, perché ci sono tante realtà museali in Italia decisamente attive sui social. La #museumweek che si è appena conclusa è una risposta molto importante a chi crede che i musei italiani, piccoli, medi, statali e non, siano tutti dormienti.

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù...

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù…

Come ormai vi ho detto fino alla nausea, oltre ad essere twittera di me stessa, io curo l’account twitter del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, e insieme alla mia collega Silvia Bolognesi del MAF mi occupo dell’account del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e, non senza un certo divertimento, dell’account della Chimera di Arezzo, archeostar del MAF (intervistata qui). Potete dunque immaginare che in questi giorni le mie dita hanno letteralmente preso fuoco, che la batteria del mio smartphone mi ha abbandonato più e più volte (mentre twitter mi crashava nei momenti meno opportuni) e che col pc non riuscivo a stare dietro al continuo cambio di account per rispondere da una parte e dall’altra. La #museumweek è decisamente impegnativa per il social media team di un museo; costringe ad essere creativi, a immaginare, a inventare, ad osservare, a rispondere e a coinvolgere. E la cosa, vi assicuro, non è semplice.

Nel mio piccolo mi posso ritenere soddisfatta. Mentre per il Museo di Venezia ho voluto chiedere l’autorizzazione alla direttrice Michela Sediari, sia perché non mi andava di prendere iniziative senza informarla, sia perché soprattutto so quanto lei crede nei social media (e la cosa meravigliosa è stata che lei in prima persona ha iscritto il museo alla Museumweek), per Firenze io e Silvia abbiamo agito di nostra sponte, anche e soprattutto perché abbiamo avuto già da qualche tempo carta bianca (certo nei limiti della decenza) dal Soprintendente Andrea Pessina. Ma il lato negativo di questa libertà è che lui (e non solo lui) ignora il mazzo che ci siamo fatte. Non per il mazzo in sé, non mi interessa fargli sapere che lavoro per il buon nome virtuale del museo anche fuori dell’orario di lavoro (sono ancora in quella brutta fase in cui mi diverto, per cui mi ci dedico anima e còre anche nel tempo libero), ma perché un evento di questo tipo merita di essere risaputo. Perché comunque nel nostro piccolo stiamo creando un certo network che non mi sembra di poco conto, considerato che fino a poco tempo fa non esisteva nulla e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze poco si sapeva.

A #museumweek conclusa, voglio fare delle riflessioni, raccontare come si è lavorato, cosa abbiamo voluto fare e come secondo noi ci è riuscito. Fermo restando, non per giustificarmi, ma per mettere le cose in chiaro, che i mezzi sono quelli che sono (e sono i dispositivi personali miei e di Silvia, principalmente smartphone ed eventualmente pc) e i tempi sono quelli che sono (e sono in parte il tempo libero e in parte a lavoro, con il problema che stando in sala a fare vigilanza è proprio brutto spippolare al telefonino davanti ai visitatori). Per quello che potevamo fare, secondo me abbiamo fatto miracoli. E i numeri parlano chiaro. Lo splendido grafico pubblicato da @LaMagnética sul 2°giorno di #museumweek è molto eloquente: l’Italia è stata attivissima e i musei che seguo personalmente sono presenti con un buon numero di legami con altri musei e utenti. Certo, non siamo ai livelli di Palazzo Madama Torino, che da anni lavora con i social ed è un modello da seguire sempre e comunque, ma a mio parere ci siamo difesi bene.

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Naturalmente ogni account, che sia il proprio personale, che sia di un museo, che sia di un’opera d’arte twittante, ha bisogno di approcci, linguaggi e contenuti specifici. Per cui dal mio account personale ho twittato in modo più libero, con i contenuti che più mi aggradavano e, magari, “giocando” con gli altri miei account: sì, l’interazione forse è stata falsata, visto che me la cantavo e me la suonavo, ma se con questo giochetto sono riuscita a coinvolgere altri utenti, tanto meglio! Tra @MAF_Firenze e @ChimeraMAF l’interazione e la conversazione è stata costante per forza di cose, perché l’una non esisterebbe senza l’altro, e l’altro ne esce assolutamente rafforzato. Questa simbiosi che con Silvia abbiamo creato negli scorsi mesi è proprio in occasioni come questa che fa vedere la sua forza. La creazione (non da parte nostra) dell’account dell’Arringatore, ora che è in mostra a Cortona, ci ha assicurato un ulteriore giro di interazioni quotidiane, che male non fa! E fare rete con il @maec_Cortona è senzadubbio un legame da mantenere anche oltre la mostra “Seduzione etrusca” che ha appena inaugurato (motivo per cui l’Arringatore del MAF è a Cortona).

In questi giorni sono aumentate le interazioni con i musei, ma quello che mi interessava di più sviluppare, e che comunque si è verificato, è il rapporto con il pubblico. La giornata di #museumMemories, in cui si è chiesto direttamente al pubblico di parlare dei propri ricordi, è stata bella proprio perché ha permesso a molti di rompere quel muro che c’è tra visitatore e museo. Temo invece che #museumMastermind abbia un po’ frenato la gente: la giornata chiedeva ai twitteri di rispondere a domande sui musei, sulle collezioni, sulle opere d’arte. Credo che molti si siano bloccati con la paura di dare una risposta sbagliata. Ho letto un tweet (non saprei più dire di chi e a proposito di cosa) di una ragazza che diceva “ho avuto l’ardire di rispondere“: l’ho trovato molto significativo, come se la gente avesse paura di fare brutta figura. Forse, idea per il prossimo anno, #museumMastermind lo metterei verso la fine della settimana, quando la gente ha ormai preso confidenza con i musei che segue, ci ha fatto per così dire amicizia, e quindi osa di più, senza “avere l’ardire”, ma per il puro piacere di giocare.

Se occuparmi del @MAF_Firenze è stato più facile perché ci sono di casa, occuparmi di @museoarcheoVene mi ha posto ancora più del solito problemi di non poco conto. Perché non essendo fisicamente a Venezia tante cose non le posso fare in tempo reale. Fondamentale è stata la collaborazione non solo con la direttrice del Museo, che si è messa a mia totale disposizione per rispondere alle mie domande giorno giorno, ma anche con Angelo, un mio collega assistente alla vigilanza lì a Venezia  che solitamente si occupa della pagina FB del museo, e al quale ho chiesto immagini e ricordi per poter twittare. Ne è nata una serie di twitt che hanno avuto un buon riscontro. E un twitt ispirato alle sue parole nella giornata di #museumMemories, ha suscitato la risposta più bella di sempre:

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Dovendo fare un bilancio, allora, dico che la settimana è stata positiva, ha permesso ai musei di conoscersi tra di loro e di creare una rete che spero possa mantenersi anche oltre la #museumweek. Quello di questa settimana non dev’essere un evento eccezionale, ma una buona pratica di mantenere sempre (magari con ritmi più blandi, però… ;) ).

Certo, per Firenze mi piacerebbe tanto che si colmasse quel divario, quello scollamento, tra il museo virtuale e quello reale, ancora troppo fermo dal punto di vista della comunicazione (il guizzo del 20 marzo, di esporre il Vaso François fuori dalla sua vetrina è stato uno choc positivo dal quale non mi riprenderò facilmente). Ma, anche in questo caso, mi sembra che stiamo davvero facendo i miracoli, per cui va bene così.

Concludo ribadendo il concetto che sì, l’Italia ha risposto più che entusiasticamente all’iniziativa. La vera sfida ora è mantenersi attivi e reattivi, non lasciar cadere quanto di buono si è seminato in questi giorni. Non ritornare nel torpore generale (dal quale, comunque, molti stanno uscendo e/o sono già usciti), ma continuare così.

Un’ultimissima riflessione: attraverso la #museumweek molti musei sono riusciti a farsi conoscere da un pubblico più vasto (il @MAF_Firenze ha superato i 200 nuovi followers durante la settimana) e anch’io, nel mio piccolo, come privata, dialogando su twitter con l’uno e con l’altro tra i musei presenti, ho espresso in cuor mio il desiderio di andarli a visitare presto o tardi. E lo farò, potete starne certi. Come io ho espresso questo desiderio, che equivale un po’ a come voler conoscere di persona un amico di penna, penso che in molti l’abbiano fatto (e qualcuno l’ha proprio twittato!). Ebbene, credo che se un museo riesce a ottenere per la sua attività comunicatrice su twitter e non solo, che anche un solo follower si trasformi in visitatore, ebbene, secondo me ha raggiunto un importantissimo risultato: perché (e parlo dalla mia esperienza in un museo nazionale a Firenze) vale più un solo visitatore consapevole e interessato che migliaia di visitatori da turismo di massa che non sanno neanche dove si trovano. E’ a quel visitatore che io dedico anima e corpo le mie energie. Perché vorrei che altri le dedicassero a me.

In difesa dei “bradipi tecnologici”..

Stamattina ero (e sono tuttora) a lavoro con la mia collega/compagna di avventure 2.0 Silvia per Archeotoscana, il blog della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che curiamo ormai da maggio 2013. Mentre pubblichiamo un aggiornamento del blog, smartphone alla mano, mi arriva la notizia di un articolo pubblicato su LaStampa.it: I Musei? Bradipi tecnologici “Cinguettano” poco e male. Interrompo la redazione del prossimo post che verrà pubblicato sul blog e mi dedico alla lettura.

Molti probabilmente, leggendo quest’articolo diranno “eh, sì, già, vedi? come al solito! Abbiamo il patrimonio più grande del mondo e lo curiamo poco e male” e altri luoghi comuni di questo tipo. Ma chi è interessato ad articoli su questi temi si sarà stufato di leggere sempre le stesse cose, no? Io per esempio, che sono abbastanza addentro al tema, potrei dire di aver letto le stesse identiche cose un anno fa. Di nuovo nell’articolo c’è infatti solo la citazione di @paolina_BB, opera d’arte twittante tra le più famose in questo momento in Italia (tra l’altro, grazie di esistere!).

Ma che racconta quest’articolo, tanto da spingermi a scrivere una risposta?

Semplicemente racconta che i musei italiani sono gli ultimi degli ultimi per quanto riguarda la promozione in rete e nel mondo dei social media, che gli esempi americani come al solito sono al passo coi tempi mentre in Italia siamo pessimi. Qualche dato alla mano alquanto triste, certamente, le eccellenze (e menomale, almeno quelle) che però afferiscono ai musei di arte contemporanea e quindi per vocazione più sensibili alle formule “nuove” di interazione e di engagement col pubblico. E poi si spara sulla croce rossa, ovvero nominando i casi più noti: e il @polomuseale di Firenze, e i musei Vaticani (che non sono Italia!), e Pompei (ma come, cade a pezzi [altro luogo comune] e pretendete che abbia twitter?) e il povero Museo Egizio di Torino che ha 128 followers e neanche un tweet.

Orbene, per un museo egizio che non twitta e per un polo museale che non sta dietro ai suoi mille-e-passa followers, esistono una serie di realtà più piccole, ma non per questo meno importanti, di musei su twitter. Musei che evidentemente l’autrice dell’articolo de La Stampa non conosce. Musei che però sono attivi e utilizzano i social media perché alle spalle hanno persone che credono che sia questa la frontiera NON della promozione, ma proprio della COMUNICAZIONE. Altrimenti a che pro creare conversazioni, inserirsi qua e là, rispondere ai followers, comunicare con musei anche dall’altra parte del mondo? Mica solo per promuoversi. Fosse tutto lì, sarebbe molto triste e limitato. E chi usa twitter con questo mero scopo non ha capito nulla.

Il motivo per cui mi sono sentita punta nel vivo è che io ne gestisco due di account di musei (archeologici e statali, tra l’altro) su twitter, mica uno! E con la mia collega (e con la collaborazione delle altre mie colleghe della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana) gestiamo anche la pagina Facebook e Pinterest. Che non mi sembra poco. Quindi parlo a ragion veduta di cose che la giornalista de La Stampa evidentemente conosce poco. Senza presunzione, né polemica, le spiego come lavoriamo per Archeotoscana.

Archeotoscana è un sistema che si compone di blog, di pagina facebook e di Pinterest, dedicato alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ad essi si aggiunge la fondamentale presenza di @MAF_Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, su twitter. Dico fondamentale non perché son ganza io, ma perché twitter è il luogo migliore in cui si riesce a fare comunicazione e a stringere conversazioni e relazioni con tutti i tipi di utenza. All’account twitter del MAF si aggiunge, certo non ufficiale, ma molto importante, l’account della @chimeraMAF (e questo non è un fake). I risultati li abbiamo, e sono a mio parere molto positivi: perché se tramite la rete che costruiamo nei social riusciamo a portare anche uno solo dei nostri followers a visitare il museo reale, fosse soltanto per vedere quella chimera che twitta in continuazione.. beh, abbiamo raggiunto il nostro scopo. Il nostro scopo è portare gente a visitare i musei, non avere un milione di followers!

Twitter è un mezzo, non è un fine, così come il blog è un mezzo, così come la pagina facebook è un mezzo. Serve a poco twittare se poi il museo reale non è accogliente. Di questo sono assolutamente convinta. Per questo lavoro ogni giorno e in questo credo. Non mi piace, poi, leggere sempre notizie negative: maledizione, ci sono le pratiche positive, perché non si parla mai di quelle? Perché piace per forza fare polemica? Perché dover dire per forza che le cose non vanno? Perché invece non dire che ci sono delle realtà che funzionano, o che per lo meno si sforzano di funzionare, perché non dire che ci sono dei buoni esempi in giro? Perché non dovrebbero far notizia le buone pratiche? Leggeremo mai un articolo che invece di intitolarsi “Musei italiani bradipi tecnologici cinguettano poco e male” si intitoli “Il risveglio dei musei italiani riempie la rete di cinguettii“?

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Aggiungo una cosa: siamo in un momento in cui da più parti si sente la necessità di svegliare i musei italiani dal loro torpore, meglio, dal loro arroccamento in un’istituzione chiusa e che considera se stessa come già da sé giustificatrice di fare cultura. Molti sono i musei che pensano (li personifico nei loro direttori) che basti che il museo esista con i suoi reperti sistemati nelle vetrine, per fare cultura. Questo non andava bene già nell’800, figuriamoci ora! Il museo, in quanto calato nella società deve evolversi con essa. Progetti molto belli come #svegliamuseo e le invasioni digitali sono esempi di scosse date dall’esterno ai musei, ma che molti musei stanno recependo. Non sarà il @poloMuseale a recepirli, pazienza, ma in Italia, se dio vuole, non ci sono solo gli Uffizi.

Detto questo, e concludo, non voglio incensare il mio lavoro: io non faccio altro che mettere in pratica per i musei idee che mi sono fatta osservando la rete e traendo le mie conclusioni. Voglio solo sottolineare che non è tutto così negativo in Italia. Al contrario, è tutto molto fluido. Ed è bello che sia così.

#Bellichessiàmo: le opere d’arte twittano. Ed è moda (ed è divertente).

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In principio erano i Bronzi di Riace.

Bronzo A e Bronzo B, o meglio @a_bronzo e @bronzoB, alla vigilia della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, a novembre, si mettevano a cinguettare e lo facevano in modo alquanto bizzarro: facevano ridere, facevano battute su battute, ironizzavano su se stessi, in un botta e risposta di tweet che coinvolgeva pian piano coloro che iniziavano ad accorgersi di loro. Anch’io, appena ho iniziato a seguirli, entrata nel clima, ho cercato di farmi invitare a cena: ero sola a Paestum quella sera, hai visto mai… ;-) Poco tempo dopo si è scoperto l’arcano: guarda caso il ministro Massimo Bray ha cominciato a portare avanti una battaglia non solo mediatica per riportare i Bronzi a casa, al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dal quale mancavano da troppo tempo. Tanti temi caldi tutti insieme: un tesoro culturale di inestimabile valore, quale sono i Bronzi, appunto, un museo che aspettava di riaprire in una terra, la punta della Calabria, che non riesce ad inserirsi in percorsi di turismo culturale decenti, quindi la problematica del turismo sostenibile, problema del Sud Italia ma non solo, problema che hanno tutte le realtà che non sono in grado di fare una politica territoriale adeguata, problema che anche la Borsa di Paestum ha tirato fuori. I Bronzi su twitter hanno dato il loro contributo alla causa: l’hanno fatto con simpatia, attirando l’attenzione su di sé, su Reggio Calabria, sulle problematiche del restauro e della valorizzazione del territorio. Hanno promosso se stessi e così facendo hanno promosso e stanno promuovendo il museo che li ospita.

Poi è arrivata Paolina Borghese, pardon, @Paolina_BB, la quale, dalla sua bella dormeuse a Galleria Borghese twitta in un romanaccio coatto che fa piegare e che stride terribilmente con l’immagine di nudo perfetto, da dea classica, che Canova le conferì. E’ proprio questo il suo bello, però: è un vero personaggio, con una sua identità, che twitta, ritwitta, instaura relazioni e conversazioni, si fidanza con @a_bronzo ed è gelosa, ma al tempo stesso promuove le iniziative museali e culturali che la riguardano o che riguardano tutta Italia.

Da lì in avanti è stato tutto un fiorire di personaggi storici, opere d’arte, addirittura fossili, che hanno cominciato a twittare per promuovere se stessi e soprattutto il museo che li ospita e il contesto che rappresentano. Una vera operazione di comunicazione culturale, un po’ sui generis se vogliamo, ma perfettamente in linea con lo spirito leggero di twitter. Nasce @Cirosauro, ovvero Ciro, il baby dinosauro di 110 milioni di anni rinvenuto a Pietraroja (Benevento) e che aspira a “diventare la mascotte della bellezza del patrimonio culturale italiano”, quindi arriva, tra fiamme e ruggiti, la Chimera di Arezzo, @Chimera_MAF, che contribuisce con i suoi tweet a promuovere il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, presente peraltro su twitter con un suo account, @MAF_Firenze; sono i due aspetti diversi della comunicazione: l’uno, quello ufficiale, più serio, l’altro più farlocco, giocato su questo mostro mitologico che viene dipinto come una gattona coccolosa che vuole tanti croccantini…  Ma su Chimera ci torniamo…

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Poi è stata la volta di Lucio Vero, @LVero_Marengo, busto in argento dal Tesoro di Marengo, custodito al Museo di Antichità di Torino (anch’esso su twitter: @museoarcheTo) e a seguire, sempre da Torino, @il_Sileno, ovvero la statua in bronzo di Sileno Inginocchiato dalla città romana di Industria. Infine è arrivata @CarolCarditello, Carolina d’Asburgo, regina di Napoli che viveva nella Reggia di Carditello, recentemente tornata alla notorietà grazie all’interesse rivoltole dal ministro Bray, ispiratore inconsapevole di tutto questo movimento su twitter.

Questa nuova tendenza non è un’invenzione italiana, va detto: all’estero già da tempo esistono personaggi parlanti che fanno comunicazione per conto del proprio museo: un esempio è il sarcofago egizio di @Djehutymose che twitta dal @KelseyMuseum nel Michigan, ma altri se ne trovano, saltellando di tweet in tweet.

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Chi c’è dietro questi account? Dietro i Bronzi di Riace non lo so, sicuramente però qualcuno molto vicino ad essi, talmente vicino da poterne seguire le ultime operazioni di restauro e il trasporto al Museo di Reggio Calabria. Ma dietro gli altri si nascondono gli assistenti alla vigilanza dei musei di pertinenza delle opere. E non credo di sbagliare affermando che sono tutte donne! Insieme siamo una bella squadra, ci divertiamo e, mi sembra, divertiamo anche chi ci segue, interagendo quando possibile per creare conversazioni al limite del surreale, ma che generano allegria e interesse. Ormai l’avrete capito, dietro l’account della Chimera ci sono io, ma voglio sottolineare che l’idea non è stata mia, e che la principale attrice è Silvia Bolognesi, l’altra mia collega che con me si occupa dell’account @MAF_Firenze, nonché del blog di Archeotoscana, e che su twitter si nasconde dietro @fancyhollow. Come lavoriamo? E’ semplice: cerchiamo stimoli, cerchiamo la trovata divertente o promozionale, cerchiamo l’interazione con gli altri personaggi e con gli utenti che ci seguono. Inutile dire che bisogna avere inventiva, quel pizzico di umorismo che male non fa, spirito di osservazione e soprattutto conoscere per bene l’opera, il suo contesto, il suo museo, tutto quello che le ruota intorno. Altrimenti sono buoni tutti a interpretare un personaggio mitologico senza capo né coda. Invece il bello è proprio questo: mentre si twittano stupidaggini su croccantini e ciotole vecchie, l’occasione per buttare lì qualche notizia vera non manca, ed è lì, nascosta in quei 140 caratteri, che passa l’informazione culturale.

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Per ora, noi che siamo dietro la Chimera certo ci divertiamo molto, anche perché sembra poi che ci sia un ritorno, come se gli altri utenti in qualche modo si affezionassero a noi. Volete un esempio? Ecco qua:

Screenshot_2014-01-21-17-10-43-1Francamente non so se questo sia il più efficace dei modi di comunicazione culturale che si possono fare tramite twitter, anzi non credo. Ma male non fa, ed è un modo come un altro per sperimentare le infinite vie che un mezzo come twitter offre. D’altronde siamo tutti degli sperimentatori e ogni giorno, ogni nuovo post è un esperimento, una ricerca delle parole giuste e uno studio degli effetti che avrà sui followers. E se con anche uno solo dei nostri tweet avremo attirato qualcuno in museo, sarà stato già un gran risultato. Perché lo scopo, non dimentichiamolo, è quello…

Un appello per salvare il Centro Luigi Pecci

Mi è stato chiesto di sottoscrivere e diffondere un appello per salvare il Centro Luigi Pecci di Prato, centro per l’Arte Contemporanea di Prato che rischia di veder chiudere la propria Biblioteca e il Centro di Documentazione, Didattica e Ricerca: un grave danno sia per la vita culturale di Prato e della Toscana, che per l’Arte Contemporanea in Italia e , ovviamente, per le 9 persone attualmente impiegate negli istituti a rischio, che da un giorno all’altro potrebbero ritrovarsi senza lavoro. Mi è stato chiesto di spargere la voce, di dire a chiunque il più possibile di sottoscrivere l’appello, inviando un’e-mail all’indirizzo appositamente creato appellomuseopecci@hotmail.it. E lo faccio, nel modo che so fare meglio: scrivo un post e lo spammo in rete, e chiedo a tutti voi di fare altrettanto, perché siamo sempre lì, tutti i giorni, a parlare di cultura, a farci belli con i Bronzi di Riace che fanno notizia perché tornano al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ma poi nella vita culturale italiana di tutti i giorni le realtà che fanno meno notizia (una biblioteca di un Centro per l’arte contemporanea: ma chi se la fila?) sono perennemente in pericolo, a rischio chiusura. E’ questo il problema del Patrimonio Culturale Italiano, che se non fa notizia va affossandosi giorno dopo giorno nell’indifferenza più totale.

Non mi perdo in altre chiacchiere, vi riporto molto semplicemente il testo dell’Appello. Leggetelo e sottoscrivetelo!

Dopo l’abbandono del progetto per un Museo d’arte contemporanea nell’area delle ex Officine Galileo a Firenze, la chiusura del Palazzo delle Papesse a Siena e in seguito ancora a Firenze di Ex3, il mondo dell’arte in Toscana apprende dalla stampa la riprovevole situazione generata al Centro Luigi Pecci di Prato dalla ventilata dismissione di aree e servizi essenziali, quali Biblioteca e Centro di Documentazione, Didattica e Accoglienza, e la conseguente messa a rischio di 9 posti di lavoro.

La notizia sconcerta, perché da qualche anno il Centro Pecci è considerato museo regionale, finanziato dalla Regione Toscana con un contributo annuale di 500.000,00 euro “a fronte di attività espositive ed educative volte alla promozione dell’arte contemporanea”, e anche perché essa viene presentata quasi in contemporanea all’inaugurazione di un ampliamento dell’edificio museale, che dovrebbe servire a garantire un nuovo rilancio dello stesso Centro; non da ultimo, essa cade in mezzo alle polemiche generate dal tentativo di riportare in auge il progetto per realizzare sulla Calvana il Monumento al ventodell’artista Dani Karavan, suscitando la netta opposizione di geologi ed ambientalisti, operazione che costerebbe all’Amministrazione Comunale l’accensione di un mutuo di 500.000 euro.

Dopo aver assistito allo smantellamento di alcuni centri essenziali per la ricerca contemporanea, ci rifiutiamo di assistere al definitivo depotenziamento ed alla probabile futura chiusura di biblioteca e servizio educativo del Pecci  camuffati comeesternalizzazione dei servizi; un’operazione che avviene, tra l’altro, in assenza del parere di un Direttore artistico, il cui posto è attualmente vacante.

Ricordiamo che la biblioteca denominata Centro Informazione e Documentazione (CID)/Arti Visive è nata prima dello stesso museo, per volontà di un gruppo di studiosi diretti da Egidio Mucci e Pier Luigi Tazzi e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, e costituisce oggi una delle più importanti sedi di studio e di ricerca per l’arte contemporanea a livello nazionale, fondando la propria autorità informativa su una rete di scambio di pubblicazioni con musei, centri di documentazione e biblioteche specializzate su base internazionale, su un catalogo di oltre 40.000 titoli, realizzato in collaborazione con il Servizio Bibliotecario Nazionale, e su un’emeroteca con oltre 100 riviste internazionali di arte, fotografia, architettura e design a disposizione degli utenti, assieme a un servizio di orientamento e assistenza alla ricerca. In quest’ultimo anno è iniziata l’inventariazione dell’archivio dell’artista fiorentino Mario Mariotti, ed è in programma quello dell’archivio e biblioteca di una protagonista dell’arte di grande prestigio come Lara Vinca Masini, fondi che vanno ad aggiungersi a quelli di Ferruccio Marchi, editore del Centro Di, di Giancarlo Politi, editore di Flash Art, di Francesco Vincitorio, fondatore della rivista NAC, di Ermanno Migliorini filosofo e docente di estetica, e di altri studiosi, collezionisti e istituzioni che hanno creduto nel progetto e, infine, di una significativa raccolta di libri d’artista.

Dal momento della sua nascita (1983) ad oggi il CID ha progressivamente ridotto le sue competenze e orari di apertura per la diminuzione di fondi dovuta alla sempre più evidente crisi economica in cui versa la città di Prato, ed è ormai giunto a un punto tale che qualsiasi ulteriore depotenziamento comprometterebbe in maniera fatale le sue funzioni originarie. Una biblioteca specializzata non può essere ridotta, come si evince del piano di ristrutturazione e dalle interviste dell’attuale Sindaco Cenni, ad un semplice magazzino chiuso, a cui si accede solo per richiesta, ma deve rimanere un luogo aperto alla consultazione di artisti, studenti ed operatori del settore, e di chiunque voglia accedervi.

A sorprendere e sconcertare in tutta questa vicenda è la posizione di Regione Toscana e Comune di Prato, che dopo aver finanziato per 25 anni un centro di ricerca giungono ad una incomprensibile ipotesi di snaturamento e smantellamento che non potrà che ripercuotersi sulla stessa natura del Museo, trasformando quest’ultimo in un mero Centro Mostre, secondo criteri, a quanto si legge, di attendibilità assai dubbia. Ma tale conseguenza è evidentemente desiderata dall’attuale Consiglio di Amministrazione del Museo, se si deve credere alle dichiarazioni rese; che essa sia condivisa dalla mano pubblica appare perlomeno sospetto, e certo non eticamente meritevole.

Non è pensabile che i risparmi delle pubbliche amministrazioni avvengano sempre a spese di ricerca e cultura.

Al momento della sua nascita l’Amministrazione comunale di Prato non pensava al futuro “museo” come ad una istituzione con una vocazione unicamente espositiva e conservativa, ma come un “centro d’arte”: “una struttura culturale vivace, prevalentemente rivolta a promuovere la ricerca, la produzione e l’informazione nel campo delle arti visive…”, prese di posizione ben distanti da quelle dell’attuale consiglio d’amministrazione e dell’attuale sindaco di Prato che per la biblioteca prevedono “orari di apertura al pubblico più ristrettiprestiti su prenotazione ed on-linecosì da utilizzare il personale addetto anche in altre attività” snaturando così definitivamente ogni funzione della biblioteca come luogo d’incontro e scambio di idee e informazioni. A leggere queste dichiarazioni si comprende che i redattori della ristrutturazione non sono minimamente informati su come funzioni una biblioteca specializzata, su quale sia l’occupazione di un bibliotecario o su cosa significhi catalogare libri o archivi d’artista, acquisire materiali tramite un’attività di interscambio con altri musei e istituzioni internazionali.

Un Centro per l’arte contemporanea non può esistere senza servizi indispensabili come biblioteca e didattica, che garantiscono la crescita e l’interesse del pubblico del futuro per lo stesso Centro. Le motivazioni prettamente economiche che vengono addotte si rivelano deboli e pretestuose, allorché la stessa amministrazione che vuol ridurre il personale e l’orario dei servizi si propone di realizzare contemporaneamente un oneroso monumento pubblico, ad opera di un artista cui è già stato dedicato ampio spazio, e che, suscitando le resistenze e le proteste di un ampio settore della cittadinanza, getta un’ombra anche sulle reali motivazioni (apparentemente non dettate da interessi artistico-culturali pubblici) che spingono l’attuale Amministrazione a insistere per la sua realizzazione.

Proprio perciò chiediamo di sottoscrivere e diffondere questo appello a tutti coloro che hanno interesse alla salvaguardia di servizi essenziali del Centro Luigi Pecci, per lo studio e la ricerca sull’arte contemporanea, e perchè esso continui così a svolgere la sua funzione pubblica.

le mail di adesione vanno inviate a questo indirizzo

appellomuseopecci@hotmail.it

A tutti coloro che aderiscono all’appello sarà fornito un aggiornamento progressivo delle nuove adesioni
è sufficiente la dicitura sottoscrivo l’appello seguito da nome cognome, eventuale professione, e luogo di residenza

Per chi vuole approfondire il tema, segnalo anche un articolo apparso recentemente su ArtTribune sull’argomento.

Io ho fatto la mia parte, ora tocca a voi: abbiamo pochissimi giorni per sottoscrivere l’Appello e cercare di salvare il Centro Pecci di Prato. Io firmo, e voi?

Ostia V. Pubblicato il volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia

La copertina del volume Ostia V

La copertina del volume Ostia V

Pare che quello di oggi sia uno di quegli eventi da segnare sul calendario. E non perché la mia professoressa, Maura Medri, e una mia cara amica, Valeria Di Cola, hanno portato a compimento, e quindi presentato al pubblico, il loro volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia, ma proprio perché finalmente Medri e Di Cola si sono prese la briga di continuare la pubblicazione di scavi realizzati negli anni ’60-’70. Scavi diretti da un giovane Andrea Carandini che (come ha ampiamente raccontato stasera) aveva appena appreso il metodo stratigrafico di Nino Lamboglia e non vedeva l’ora di applicarlo, e che aveva scoperto l’importanza della ceramica nella datazione/interpretazione dei contesti (sempre grazie a Lamboglia), segnando sicuramente un momento importante e fondamentale negli studi ceramici, e quindi negli studi sui commerci e sui traffici dell’antichità, di quegli anni, pietra miliare, per molti versi, ancora oggi.

Non entro nel merito della descrizione del lavoro, decisamente analitico, frutto di un più che meditato lavoro di riflessione, analisi appunto, sintesi e di nuovo riflessione, ripensamento e chi più ne ha più ne metta: perfezionismo? Perché no, del resto, perché se l’archeologia non è una scienza esatta ciò non vuol dire che non possa provare ad essere verosimile. Valeria Di Cola si è occupata di un lavoro non da poco: l’analisi stratigrafica: perché sì che Carandini ha applicato il metodo stratigrafico di Lamboglia, magari adattandolo alle sue esigenze specifiche, ma sicuramente non era il metodo stratigrafico attuale, con cui Valeria si è formata, con cui noi archeologi di oggi siamo ormai abituati a confrontarci. Quindi, per dirla con le parole della Di Cola, lei, ultima arrivata (è più giovane di me, fate voi!) su un cantiere che aveva visto il passaggio di così grandi e così tanti uomini illustri (che all’epoca ancora non sapevano di poter diventare tali), ha dovuto compiere “uno scavo nella testa” di quelle persone, interpretare le loro intuizioni, segnate sui giornali di scavo e segnate sulle planimetrie e sui prospetti. Non dico niente di nuovo agli archeologi che mi leggono: se prendete in mano una documentazione che non avete realizzato voi, sicuramente la troverete lacunosa e insufficiente. Ecco, nella stessa situazione si dev’essere trovata Valeria (solo che non lo poteva dire e nemmeno pensare, immagino, visto che lo scavo era diretto da Carandini…).

Il lavoro a questo punto diventa doppio, ma conosco Valeria, e infatti ce l’ha fatta. Conosco anche Maura Medri, che ha curato la parte interpretativa, e infatti anche lei ce l’ha fatta.

Carlo Pavolini, chiamato a presentare il volume, ha ripercorso l’indice del volume e insieme la storia, complessa, decisamente complessa, dell’edificio, fornendo sempre dei rimandi con l’urbanistica di Ostia. Forse l’intervento più interessante e descrittivo. Del resto, chi meglio di lui poteva calare le Terme del Nuotatore nel contesto cittadino di Ostia Antica? Per chi non lo sapesse, infatti, è autore sia de La vita quotidiana a Ostia, per Laterza, che della Guida Archeologica di Ostia sempre della Laterza. Non è proprio l’ultimo arrivato, ecco.

Patrizio Pensabene era invece più concentrato a proporre se stesso, i suoi lavori e le sue ipotesi che a parlare di Ostia V: Patrizio mio, non ne hai bisogno, davvero, la giornata non è la tua, i tuoi lavori li proporrai in un’altra occasione! L’unica cosa utile, il suo insistere sull’orientamento inconsueto dell’isolato in cui sorgono le Terme del Nuotatore, dovuto ad una viabilità preesistente parallela alla via Laurentina. Gli studenti in sala hanno senz’altro ringraziato, effettivamente.

Janet DeLaine, molto polite nei modi, dice una cosa importante (soprattutto perché detta da lei): questo lavoro segna una svolta, è già un punto di riferimento per i futuri studi sulle terme da parte di chiunque, sia per il metodo che per i risultati e le interpretazioni discusse. Non mi sembra poco.

Clementina Panella, alle Terme del Nuotatore sin dalla prima campagna di scavo, sottolinea il lavoro di ricostruzione degli ambienti che è stato fatto, e chiude con una battuta provocatoria: sì, la pubblicazione delle Terme del Nuotatore arriva dopo molti, troppi anni, ma il lavoro che è stato pubblicato oggi, così completo e analitico, non sarebbe stato possibile all’epoca. Per cui, forse, meglio così.

Fa eco la Medri stessa, che ribadisce lo stesso concetto: questo volume non avrebbe potuto essere pubblicato prima, ma neanche dopo: è il frutto meditato di uno studio di anni, che anno dopo anno si è arricchito di nuove suggestioni, di nuovi confronti, di nuove riflessioni e di nuove domande, che sono alla base di ogni ricerca archeologica. E anche oggi, tra l’altro, io personalmente, avrei giurato di vedere la Medri e la Di Cola, sedute accanto, discutere di qualche dato da incasellare in modo ancora più chiaro. Una cosa mi è piaciuta del breve intervento di Maura Medri: la sua idea del concetto di “determinazione”. Senza determinazione non si va da nessuna parte. Sarà che sono sua allieva, sarà che sono sua allieva proprio perché c’è qualcosa in lei che mi piace, ma il suo concetto di determinazione è il mio e, se posso permettermi, in questo frangente particolarmente oscuro, la determinazione dovrebbe essere la nostra arma per vincere le nostre battaglie. A partire dal #riconoscimento della professione, per esempio.

Nino Lamboglia, l’inventore del metodo stratigrafico in Italia fin dagli anni ’40 del Novecento

Naturalmente, l’intervento che, nel bene e nel male, mi suscita più riflessioni, è senza dubbio quello di Andrea Carandini. L’archeostar per antonomasia si è lanciato in un amarcord che certo non ha lasciato indifferente l’uditorio (soprattutto gli studenti, sui quali il mito vivente già aleggia – quelli più anziani e sgamati se ne stanno sganciando, se dio vuole). Personalmente, da sentimentale quale sono, ligure fin nel midollo importata a Firenze, ma pur sempre della West Coast, che ha passato buona parte dei suoi anni da archeologa da campo a scavare laddove era già passato Lamboglia (Area del Gas a Ventimiglia, Ville della Foce e di Bussana a Sanremo, Costa Balenae, SS. Nazario e Celso a Diano Marina, Battistero di Albenga), sentir parlare in termini così elogiativi di “Nino” come maestro, come inventore di un metodo, quello stratigrafico, e come intuitore dell’importanza della ceramica nella comprensione e nella datazione degli strati e degli scavi in generale, beh, mi ha fatto gonfiare il petto di orgoglio! Sentir nominare la cara Albintimilium, la Ventimiglia romana, dove ho scavato a più riprese, decenni dopo Carandini, con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande e d’importante. E, a differenza di molti dei presenti, sapevo di cosa Carandini stava parlando. Che non è poco. Poi che dire? Carandini è sempre troppo autocelebrativo, ha cominciato a usare il plurale majestatis a un certo punto, ha parlato di guerre tra fazioni opposte dell’archeologia italiana (romana) che perdurerebbero ancora oggi, che non mi stupiscono e che non fanno notizia, francamente, ma che affascinano le giovani menti dei giovani futuri archeologi (che così fin dall’inizio si convincono di far parte di un sistema sbagliato e quindi forse si adattano ad essere vittime del sistema: a voi dico “No! Non dev’essere così! Determinazione dev’essere la vostra parola d’ordine!”).

Che altro? Segnalo un siparietto che mi riguarda: a fine presentazione, mentre chiacchieravo con Daniele Manacorda della mia tesi di dottorato, sento appressarsi una figura di un certo spessore: è Carandini, nientemeno, il quale si interessa dello stato di salute di Manacorda. Pensavo di aver visto tutto e invece arriva anche Giuliano Volpe – al quale vorrei urlare “Ehi, piacere, la seguo su Twitter!”, ma per ovvi motivi mi manca il cuore – che si unisce all’allegra combriccola che sfotte bonariamente l’incidente occorso a Manacorda. Penso che un momento così non ritornerà mai più. Che c’entra, io sono totalmente trasparente a loro in questo momento, ma non importa, il bello è che se 10 anni fa mi avessero detto che mi sarei seduta accanto a Manacorda a discutere del mio dottorato semplicemente avrei riso loro in faccia, se mi avessero detto che mi sarei trovata nella stessa stanza con lui e Carandini idem! E invece le cose cambiano e la determinazione, quella stessa che diceva Maura Medri, fa sì che esse si trasformino.

Questo è il mio commento alla giornata e il mio consiglio ai giovani d’oggi: la parola d’ordine è determinazione. Non arrendetevi, provate, provate e provate. Non diventerete dei Carandini e troverete dei Carandini ad osteggiarvi o semplicemente a non considerarvi, troppo impegnati a promuovere se stessi, ma non scoraggiatevi. Non subito, per lo meno. Voglio riportare, e spero che mi perdonerà per la lesione della sua privacy, lo stato che ha messo su fb un giovane studente de La Sapienza (Ei fu RomaTre):

E poi tra tanti mostri sacri del tuo campo che parlano, si confrontano, si scambiano idee, raccontano aneddoti ed esperienze – e tu in quel momento hai l’ennesima conferma sul fatto che abbiano fatto un pezzo (e che pezzo!) di storia – ti chiedi: potrò mai anche solo sperare di fare una piccola parte di quanto hanno fatto loro?speranzoso.

Fa tenerezza, e anche un po’ rabbia, forse, perché vorresti che i giovani si sentissero meno oppressi dal peso dei loro “maestri”, ma che il sistema è ancora troppo incardinato in questo modo perché le cose possano cambiare. Forza ragazzi, alzate la testa, tanto i professoroni fuori dall’Università non ci sono ad aiutarvi!!!

Infine, una piccola, spero, riflessione, in forma di dialogo, che non vuole togliere nulla alla pubblicazione di Ostia V, ma che risponde a tematiche attuali e a me care. Questo dialogo, che è reale (cambieranno forse alcuni congiuntivi) l’ho avuto giusto l’altroieri con un mio amico, non archeologo, il quale mi chiedeva cosa andavo a fare a Roma:

- Vado alla presentazione del libro della mia Prof. su delle Terme di Ostia Antica: le ha studiate per una vita, ora le pubblica.

- Ah, ma che libro è? Voglio dire, è difficile o è per tutti?

- Eh, no, è difficile, anzi, piuttosto “cattivo”, molto molto analitico.

- Ah, quindi una cosa solo per voi archeologi. Ma non era meglio fare un libro adatto a tutti?

- Beh, per ogni scavo che si fa bisogna fare una pubblicazione scientifica dei dati, che sia il più analitica e precisa possibile e che possa essere un’ottima base di studio per gli studi futuri e quindi, sì, anche per le pubblicazioni di divulgazione, “per tutti”

- Ok, però secondo me dovrebbe essere prevista fin dall’inizio oltre alla pubblicazione scientifica anche una pubblicazione più divulgativa, “per tutti”.

Meditate, gente, meditate: perché si torna sempre lì: perché il nostro lavoro non rimanga fine a se stesso, dev’essere tradotto anche, non solo, in un linguaggio che sia accessibile ai più. Ed evidentemente, non siamo solo noi del settore, a dirlo, ma la domanda viene anche da fuori…