Pietre che raccontano storie: Barcellona, sotto la superficie

Il cuore pulsante di Barcellona è il Barri Gotic, la città vecchia, il quartiere della cattedrale e dei vicoli stretti, degli edifici gotici monumentali, delle chiese e delle botteghe. È racchiuso tra la Rambla da una parte e le mura romane dall’altra. Esatto, le mura romane ne segnano il confine rispetto al quartiere limitrofo della Ribera.

barcelona

Mura alte, in grossi blocchi, intervallate da torri quadrate, integrate, laddove necessario, da inserti in mattoni. Ma in linea generale un bel paramento regolare di pietra rosata dava il benvenuto ai più antichi visitatori di Barcino.

La cinta di mura è talmente integrata e avviluppata al tessuto urbano da non notarsi quasi, se non fosse segnalata. Le parti meglio conservate sono pulite, sul fronte esterno sono quasi rese a giardinetto e qualche bar ha pensato bene di sistemarci il proprio dehors; ma sul retro vi si addossano edifici più o meno medievali e più o meno moderni, in un affastellarsi di stratificazioni storiche tanto naturale quanto notevole. Solo in un punto mi si stringe il cuore: un’area dove erano stati avviati dei lavori archeologici, interrotti da chissà quanto tempo. L’area versa in abbandono, nel bel mezzo del centro storico.

La cattedrale di Barcellona e le mura romane di Barcino

La cattedrale di Barcellona e le mura romane di Barcino

Della storia più antica della piccola Barcino non si sa molto: si dice che fu fondata da Amilcare Barca, che quindi sia stata una fondazione cartaginese, e che il suo nome possa derivare proprio dal nome del suo fondatore punico. Ma non c’è nessuna altra evidenza, oltre alla leggenda, in merito. Era una città minore, in età romana, mentre un’altra città dell’attuale Catalogna aveva un peso politico ed economico importante nella regione: Tarraco. Poi per varie motivazioni di ordine storico, nel Medioevo Barcellona compì il sorpasso e divenne lei capoluogo, mentre Tarragona si ridimensionò.

Le mura, dicevo. Sono i resti romani più evidenti ed eloquenti. Integrati nel tessuto urbano, addirittura integrati nella cattedrale, che, come spesso avveniva in età paleocristiana, si trovava in posizione defilata rispetto al centro, presso le mura cittadine. Sulla piazza della Cattedrale affaccia, pure, un breve tratto dell’acquedotto che da lì, da Nord, entrava in città: le sue arcate ne rendono inequivocabile l’interpretazione.

il battistero paleocristiano sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

il battistero paleocristiano sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

Ma non sono solo questi i segni del passato più antico. Ben altri si nascondono sotto la superficie. Il più affascinante di tutti è il battistero paleocristiano rinvenuto sotto la piccola chiesa gotica dei Santi Martiri Giusto e Pastore. Nel pavimento della chiesa sono state lasciate a vista, grazie ad un pavimento in vetro, i resti del vano absidato di questo edificio battesimale e i suoi annessi: una tomba privilegiata, forse di un vescovo, risalente al VI secolo, e altri ambienti. La lettura però è molto difficile, perché riusciamo a vedere solo alcune porzioni delle strutture antiche. Ma ciò è abbastanza per parlare di una chiesa di epoca visigota, di VI secolo a.C. Questa per me è davvero una scoperta: le guide non ne parlano, la piccola basilica si incontra per caso passeggiando nel Barri Gotic.

Tomba privilegiata di VI secolo d.C. sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

Tomba privilegiata di VI secolo d.C. sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

Un’altra scoperta l’ho fatta la sera. Dalla parte opposta del Barri Gotic, in Pl. de la Vila de Madrid, a un passo dalla Rambla, al di sotto di una tranquilla piazza sulla quale affaccia Decathlon e nella quale si respira wifi libero, si trova una via sepolcrale utilizzata dal I al III secolo d.C. Non era una necropoli per famiglie ricche: i sepolcri sono molto modesti, per la maggior parte i monumenti sono cupes, di forma semicircolare, a botte, grandi non più di un sarcofago. Sono in fila, sembrano tante auto incolonnate pronte a uscire dalla città. E considerando che accompagnavano la via che usciva da Barcino, la sensazione non è poi così bizzarra. Sotto la piazza, accanto all’area archeologica, è allestito un piccolo museo, che fa parte del MUHBA, il Museo de Historia de Barcelona, che ha più sedi dislocate nella città. Sul sito web del museo è possibile scaricare una serie di documenti in pdf che descrivono le evidenze archeologiche.

La via sepolcrale di pl. de la Vila de Madrid

La via sepolcrale di pl. de la Vila de Madrid

Le pietre di Barcellona raccontano storie antiche. Si camuffano, giocano a nascondino con chi gira per la città. Ma alla fine si fanno trovare, e raccontano un passato che solo chi ha voglia di guardare più indietro del Modernisme e più indietro del Gotico sa ascoltare.

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Pietre che raccontano storie: Tarragona, anfiteatro vista mare

Strano destino, quello di certe città. Prendi Tarragona, per esempio: sotto l’Impero romano era addirittura capitale di una delle province della Spagna, la Hispania Tarraconensis. La città, già villaggio fortificato indigeno, ebbe il suo “battesimo romano” durante la II Guerra Punica con gli Scipioni che ne fecero una loro fondamentale base militare in terra iberica.

tarragonaArriviamo al 27 a.C. quando Augusto imperatore fa Tarraco capitale della provincia che da lei prende il nome. È il momento del boom urbanistico, e la città si dota di tutti quei monumenti e servizi che ogni città romana degna di questo nome deve avere. L’anfiteatro è uno di questi.

blocchi e rocchi di colonna reimpiegati nella chiesa medievale al centro dell'arena. Queste sono pietre che raccontano storie

blocchi e rocchi di colonna reimpiegati nella chiesa medievale al centro dell’arena. Queste sono pietre che raccontano storie

Si affaccia sul mare, l’anfiteatro. In posizione sopraelevata rispetto ad esso, nei pressi  della strada, la Via Augusta, che nel I secolo d.C. conduceva fuori dalla città verso i Pirenei. Sotto, oggi, corre la ferrovia, rasente la linea di costa.

L’anfiteatro di Tarragona viene costruito nel II secolo d.C.: sul lato monte sfrutta il pendio roccioso, nel quale sono scavate le gradinate dell’ima cavea, la parte più bassa riservata al pubblico. La summa cavea e il resto delle gradinate sugli altri lati (se di lati si può parlare in un ellisse) invece sono costruiti. L’arena  è attraversata da un lungo corridoio che la taglia da parte a parte, più un altro corridoio che lo interseca a croce: si tratta dei corridoi coperti nei quali sostavano i gladiatori prima di salire a combattere, e dove erano collocate le macchine elevatorie che li sollevavano; un po’ come i corridoi sotto l’arena del Colosseo, per capirci. All’epoca erano coperti da cortine removibili, che oggi non ci sono più. In un angolo di questi corridoi, un piccolo affresco sulla parete indica un piccolissimo luogo di culto alla dea Nemesi: e a chi, se non alla dea della vendetta, potevano rivolgere le loro preghiere i gladiatori?

il luogo di culto alla dea Nemesi, nei sotterranei dell'anfiteatro

il luogo di culto alla dea Nemesi, nei sotterranei dell’anfiteatro

Lungo tutta la cavea correva un’iscrizione lunghissima a celebrazione dei restauri voluti e svolti sotto l’imperatore Elagabalo. Siamo nel III secolo d.C. ed è a quest’epoca che avviene un episodio fondamentale per la storia dell’edificio. Qui, proprio qui nell’arena dell’anfiteatro, avviene il martirio di tre cristiani: il vescovo Fruttuoso e i suoi diaconi Eulogio e Augure. Inevitabilmente, come spesso in questi casi, il luogo del martirio diviene luogo di culto e quando la città, perso il ruolo di capitale della provincia, smette di usare l’anfiteatro e diventa definitivamente cristiana, in età visigota, nel V secolo d.C., nel bel mezzo dell’arena viene costruita una piccola chiesa costruita reimpiegando elementi edilizi e architettonici provenienti dall’anfiteatro: rocchi di colonne, iscrizioni (rigorosamente impiegate capovolte), parti di statua; qualunque “pietra” potesse essere utile a garantire solidità all’edificio andava bene.

Nella chiesa dentro l'arena non manca nulla: iscrizioni reimpiegate nel basamento e blocchi modanati. Dentro la navata si intravvedono le semicolonne addossate alla parete

Nella chiesa dentro l’arena non manca nulla: iscrizioni reimpiegate nel basamento e blocchi modanati. Dentro la navata si intravvedono le semicolonne addossate alla parete

E così l’anfiteatro, persa da tempo la sua funzione di edificio di spettacolo, abbandonato a se stesso e al degrado che ogni cosa consuma, acquista una nuova vita grazie alla costruzione della chiesetta che si innalza, timida timida, o forse no, invece, temeraria, in mezzo alle gradinate ormai mezze malandate e già spogliate dei marmi, a dimostrazione che la giustizia del dio dei cristiani vince su tutto. Un piccolo cimitero sorge intorno alla chiesa, proprio nell’arena, dove un tempo morivano i gladiatori.

Passano i secoli, Tarragona finisce sotto la dominazione araba per un certo tempo, ma nel XII secolo torna ad essere cristiana. E la piccola chiesetta visigota viene rasata e la sua pianta inglobata in una nuova chiesa, più grande, intitolata a Santa Maria del Miracle, una chiesa a croce latina e unica navata, con piccole semicolonne addossate alla parete.

In seguito, nel XVI secolo, alla chiesa si annette un convento, che sfrutta le strutture della cavea ancora miracolosamente in piedi sia sul lato monte che sul lato mare, per mantenere un suo isolamento; in tempi ancora successivi, nell’Ottocento, perde la sua plurisecolare vocazione religiosa.

Fantasia ma non troppo in questa raffigurazione settecentesca delle rovine dell'anfiteatro

Fantasia ma non troppo in questa raffigurazione settecentesca delle rovine dell’anfiteatro

Per chi si affaccia a vedere l’anfiteatro di Tarragona, fa effetto vedere quei muri apparentemente senza spiegazione all’interno dell’arena: uno si aspetterebbe di vederla interamente vuota, l’arena, e invece no. Peccato che ci hanno costruito una chiesa dentro portandosi via parte dell’edificio, potrebbe pensare qualcuno. Ma è proprio questo il bello: probabilmente solo grazie alla destinazione religiosa dell’area per secoli si è potuto preservare il monumento, che altrimenti sarebbe stato destinato se non all’oblio, quantomeno al degrado più assoluto. Quelle pietre che sono state sottratte all’anfiteatro sono le stesse che gli hanno permesso di continuare a vivere, seppur sotto altra forma.

L'anfiteatro di Tarragona, vista mare, e la chiesa di Santa Maria del Miracle nel bel mezzo dell'arena

L’anfiteatro di Tarragona, vista mare, e la chiesa di Santa Maria del Miracle nel bel mezzo dell’arena

Strano destino, quello di certe città. Prendi Tarragona, per esempio: da capitale di una ricca provincia dell’Impero romano, è oggi una tranquilla città della Catalogna. La sua vicina Barcellona invece, oggi capitale della Catalogna, all’epoca era poco più di una cittadina, e si chiamava Barcino. Le tracce del suo passato romano e tardoantico sono ben nascoste nel tessuto urbano medievale e moderno. Ma le ho ugualmente stanate e ve ne parlerò nella prossima puntata.

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Pietre che raccontano storie

“Ma Professore’, so’ solo quattro sassi!”

“Non sono quattro sassi: qua sotto ci sta una città”

pietrecheraccontanostorieRicorderò per sempre questo scambio di battute di ormai dieci anni fa o più tra una signora del posto e la mia professoressa che voleva convincerla dell’importanza degli scavi archeologici che stavamo conducendo. Quei quattro sassi per la signora non avevano molto valore, forse anche perché nessuno glieli aveva mai spiegati, oppure perché per lei erano solo due muretti in croce di cui non vedeva l’utilità pratica. Dei muretti privi di significato, per lei; dei muretti importanti per noi; dei muretti ancora più importanti per me, che di essi ho studiato il perché e il per come sono stati abbattuti e distrutti, e perché della città si sono portati via anche i pavimenti dei templi.

Ma non voglio parlare della mia tesi di dottorato, non ancora per lo meno. Ho deciso che finalmente questo blog deve diventare quello che avrebbe sempre dovuto essere: un blog di archeologia, per l’appunto. E quindi un blog che parli davvero di archeologia, che faccia davvero comunicazione dell’archeologia. Su queste pagine, in questi anni, ho parlato per la maggior parte di come si fa comunicazione dell’archeologia (in particolare sui blog) senza però farne io stessa. Ebbene, è giunto il momento, dopo 8 anni di esistenza del blog (eh sì, eh già!), di far parlare attraverso la mia penna i siti archeologici. Siti o monumenti, quelle pietre che raccontano storie a chi le sa ascoltare o a chi le vuole cogliere.

La chiesa medievale costruita all'interno dell'arena dell'anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

La chiesa medievale costruita all’interno dell’arena dell’anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

L’ispirazione mi è venuta durante il mio ultimo viaggio in Spagna, poche settimane fa: ho visto e visitato siti, mi sono imbattuta in resti insperati, ho fatto foto, ho cercato inutilmente connessioni wi-fi per condividere con voi su snapchat in tempo reale l’esperienza che stavo vivendo e i luoghi in cui mi trovavo. Forse proprio snapchat mi ha aiutato a compiere questo passo: il dover/voler improvvisare una diretta video in cui parlare di archeologia mi ha fatto pensare quanto sarebbe bello, e importante, condividere con voi con tutti i mezzi possibili i siti. Su snapchat ancora devo crescere, sia come utenza che come possibilità di trasmissioni: il mio avanzatissimo smartphone non mi fa pubblicare i video se non sono in wifi, di conseguenza le mie dirette sono fortemente limitate. Il blog, certo, è meno diretto, è più tradizionale (cosa mi tocca dire!), ma forse è proprio questo il bello.

Voglio ricominciare a parlare di archeologia. Le pietre raccontano storie, proviamo ad ascoltarle, a trascriverle e a rileggerle. Non voglio fare niente di scientifico o di didascalico: non è nello spirito né nella mission del blog: voglio piuttosto fare una chiacchierata, un racconto appunto, personale ma curato, così come vorrei che fossero le mie pillole di archeologia su snapchat.

PS: per ora questa diventa una rubrica all’interno del blog. Ma chissà che un giorno non diventi qualcosa di più… ci penso e ci lavoro, vi faremo sapere!

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L’ombra degli Etruschi – mostra a Palazzo Pretorio

Fino al 31 agosto 2016, Palazzo Pretorio di Prato ospita la mostra “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo tra pianura e collina”, voluta dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze e dal Comune di Prato. 

Chissà perché ombra. Chissà perché gli Etruschi lasciano un’ombra. Oppure, forse, la frase va letta al contrario, come a dire che Prato sorge, e vive, all’ombra degli Etruschi. In effetti non tutti sanno, anzi in pochi tra gli stessi Pratesi ne sono coscienti, che in località Gonfienti è stato rinvenuto negli anni ’90 un emporio etrusco di VI-V secolo a.C.

La piana di Sesto, e di Prato, ha da sempre vocazione agricola e commerciale. L’area, nei pressi del fiume Bisenzio, si trovava lungo l’antica via del Ferro che attraversava gli Appennini: una direttrice, più che una strada, ecco, che permetteva al ferro proveniente dall’Elba di attraversare l’area tirrenica per arrivare oltre, fino al versante Adriatico. Marzabotto, la città etrusca sul versante bolognese dell’Appennino, ha molti punti in comune, urbanisticamente parlando, con Gonfienti.

La coppa del pittore Douris rinvenuta a Gonfienti

La coppa del pittore Douris rinvenuta a Gonfienti

Il sito di Gonfienti non è particolarmente attraente a vedersi per chi è poco avvezzo all’archeologia. Eppure a suo tempo fu un centro ricco, nel quale giravano merci pregiate e i contatti erano di gran livello. Una coppa del pittore Douris, a figure rosse, datata al 475-470 a.C., è la cifra sulla quale si misura il livello, evidentemente alto, degli scambi con il mondo Mediterraneo e inserisce Gonfienti in traffici molto ampi, che partivano dall’Attica e non si limitavano alle tavole (e alle tombe) dei Signori di Maremma, ma andavano oltre, fino a Gonfienti, dov’erano destinati a servire negli “ambienti di ricevimento di un edificio residenziale” (cito dalla didascalia). Rappresenta nell’interno un erote in volo che incorona un uomo barbato; la scena è un po’ consunta, ma ciò non ha impedito l’attribuzione.

La stele fiesolana di San Tommaso

La stele fiesolana di San Tommaso

Ma il grosso della mostra (che comunque si sviluppa in due sole sale) è occupato dalle stele fiesolane. Queste sono segnacoli funerari così chiamati perché rinvenuti principalmente nell’area di Fiesole, ma anche nel Mugello e nell’area di Sesto e di Prato/Artimino. Non si sa a quali tipi di tombe fossero associati, perché non sono mai stati ritrovati nella loro collocazione originaria (in giacitura primaria, direbbero gli archeologi), ma in altra sede, magari reimpiegati come il Cippo di San Tommaso, che era stato murato nella chiesa di San Tommaso a Firenze. Fatto sta che sono un documento importante della presenza etrusca in questa parte di Toscana. Pardon, di Etruria.

Le stele sono ben illuminate, a portata di sguardo e di osservazione a occhio nudo. La luce radente permette di cogliere le sfumature del rilievo, l’altezza giusta consente di non sforzarsi in pose da Juri Chechi (pratese, che a proposito ho visto ieri in pizzeria) per l’osservazione da vicino.

Sullo sfondo gigantografie di foto d’epoca, nelle quali è mostrato il bel Giardino archeologico del Museo Archeologico Nazionale di Firenze (non l’avete mai visto? Miiiii!!! è aperto il sabato mattina, ma prima telefonate direttamente in museo allo 055 23575, oppure contattatelo su twitter, è @MAF_Firenze, o in alternativa contattate me, fate come vi pare) quando ancora erano sistemate all’aperto sculture di epoca etrusca come la stele fiesolana di Larth Ninie, la più importante, perché riporta il nome del defunto, o altri cippi, che erano sistemati sopra o accanto alle ricostruzioni dei tumuli etruschi visibili tuttora nel giardino (Per saperne di più leggete qui sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze).

Foto d'epoca: il Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. In primo piano la stele di Larth Ninie

Foto d’epoca: il Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. In primo piano la stele di Larth Ninie (credits: Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

Personalmente sono contenta che il Museo Archeologico Nazionale di Firenze esca dai suoi confini per creare un dialogo con il territorio circostante. La storia che la mostra accenna appena (è spiegata nel catalogo, ma non tutti lo acquistano, nonostante costi solo 15 €) è quella della visione di un direttore, il primo direttore del museo, Luigi Adriano Milani, il quale già aveva intuito che le stele fiesolane costituivano un insieme di documenti unici nel loro genere.

Stele fiesolana di Sant'Ansano (Firenze, villa medicea di Castello)

Stele fiesolana di Sant’Ansano (Firenze, villa medicea di Castello)

Palazzo Pretorio, nel suo recente allestimento, risalente al 2014, è a tutti gli effetti il museo della città di Prato, costruito proprio in modo da raccontare, attraverso le opere, ma non solo, le vicende più importanti legate alla città. Da palazzo pubblico di Prato, ne custodisce l’identità e la storia. Come quella della Sacra Cintola della Madonna, che anche se è custodita in Duomo, è però un bene parimenti caro alla Chiesa e al Comune, tanto che sia il vescovo che il sindaco posseggono le chiavi della teca (ma ve lo racconterò un’altra volta). E se Palazzo Pretorio è credibile come museo della città, allora è perfettamente pertinente la scelta di esporre qui il capitolo della sua storia più antico.

Apprezzo la scelta della location e l’esito. Forse avrei affidato alle sale qualche spiegazione in più, ma va detto che è scaricabile gratuitamente, mediante qrcode, la guida della mostra. Forse avrei approfondito di più il tema Gonfienti, che varrebbe la pena davvero di raccontare per bene al pubblico dei Pratesi (e non solo): un centro così importante, e a indirizzo commerciale così come Prato, segno di una vocazione territoriale che non ha tempo, che scavalca i millenni. Qualche tempo fa gli instagramers di Prato, il gruppo di utenti pratesi attivi su Instagram, aveva organizzato e condotto un instameet, dunque un evento fotografico ribattuto sui social, proprio a Gonfienti. Ma bisogna fare di più. Gonfienti è Prato. Gonfienti è l’ombra di Prato. E viceversa.

Stele Fiesolane: ecco dove sono state rinvenute

Stele Fiesolane: ecco dove sono state rinvenute

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È nato! È nato!

strilloneAlla fine è nato, è uscito, è stato partorito. Dopo una gestazione lenta che manco un pachiderma, e un’attesa che manco il Messia, il concorso del MiBACT per 500 posti da funzionario vede la luce oggi, 24 maggio, poche ore fa. L’ashtag usato dal Mibact su twitter è #500perlacultura. Che puzza tanto di slogan, ma tant’è.

Ce l’hanno fatto sospirare, la notizia si è diffusa piano piano negli scorsi mesi, poi è diventata realtà nella serata del lunedì di Pasquetta… e intanto frotte di aspiranti funzionari e di indecisi cominciavano a interrogarsi, a guardarsi intorno, a iniziare a studiare tutto, per non arrivare impreparati. E il momento veniva ogni volta procrastinato: le date variate ogni volta, fino al 10 maggio, dopodiché non se ne aveva avuto più notizia e qualcuno aveva iniziato a sperare o a temere che non se ne sarebbe più fatto nulla. E invece.

Per quanto riguarda gli archeologi, 90 posti da dividere per tutta Italia, solo 2 per la regione che mi interessa, la Toscana, nessuno e dico nessuno per l’altra mia regione: la Liguria. Il bando apposito contiene tutte le informazioni utili per l’iscrizione e lo svolgimento: dal 31 maggio al 30 giugno 2016 ci si potrà iscrivere mentre nel frattempo iniziamo a studiare per la preselezione, un test di domande a risposta multipla su tutte quelle materie che noi archeologi (ma mica solo noi) troviamo tanto ostiche: diritto pubblico, diritto amministrativo, la cui utilità pratica però si rivelerà nel momento in cui i vincitori si dovranno scontrare giornalmente con pratiche, pareri, concessioni, delibere e quante altre gabole burocratiche occupino la scrivania di un funzionario archeologo. C’è anche Diritto dei Beni Culturali da studiare, e vorrei vedere, e qualche inevitabile domanda sul Patrimonio culturale italiano in generale, più, anche, la mia bestia nera: simpatiche quanto infide domandine di inglese.

studiare concorsoOra che c’è il concorso manca però una cosa importante: che cosa andrà a fare il funzionario vincitore? Non esistono più le Soprintendenze Archeologia, infatti, e nella confusione che al momento regna sovrana negli Uffici Periferici del Ministero ora si aggiunge la visione di nuovi assunti dei quali ancora non sono stati stabiliti i compiti; e chissà per quanto tempo non si saprà. L’unica cosa consolante è che ne passerà di acqua sotto i ponti prima che il Concorso venga espletato del tutto e c’è speranza, quindi, che per l’epoca (chissà se ce la caveremo entro il 2017?) nuovi compiti e funzioni saranno stati stabiliti, spartiti e messi a regime.

C’è poi un’altra figura che mi interessa in questo concorso è il funzionario per la promozione e per la comunicazione: si tratta di una figura totalmente nuova nella compagine ministeriale. Vi dirò che mi tenta parecchio, ma devo capire bene se rientro nei parametri oppure no. Non vorrei pagare 10 € di iscrizione e sentirmi dire che non ho i requisiti per fare il comunicatore quando per il concorso da archeologo ce li ho e mi avanzano.

Ma mi sta già girando troppo la testa. Iscrivetevi al concorso, se volete, siate numerosi e in bocca al lupo a tutti, anche a chi studia da mesi senza sapere neanche le materie. Io intanto, se permettete, ho due settimane di vacanze in Spagna che mi aspettano, poi ci penso. Olé!

 

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Invasioni Digitali: la Soprintendenza Archeologia della Liguria alla Rovere

Anche quest’anno le Invasioni Digitali sono tornate a riattivare la cultura in Italia secondo la formula, vincente fin dal primo anno, di promuovere la conoscenza del proprio patrimonio “dal basso”, dalle comunità locali, dalla gente, quella che spesso vorrebbe avvicinarsi a luoghi chiusi, sbarrati, illeggibili. Fin dalla nascita seguo le Invasioni Digitali, fin dall’inizio ve ne ho parlato qui, ho fatto sì che in un’edizione venisse organizzata un’Invasione al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, poi ho guardato. E quest’anno ho visto una cosa che mi è piaciuta molto. Per due motivi.

Motivo numero Uno: è stata organizzata un’invasione nel mio borgo natìo

Motivo numero Due: l’ha organizzata, insieme ad molte altre invasioni, una Soprintendenza Archeologia. Esatto, una di quelle soprintendenze che avrà ancora vita breve ma che, evidentemente, non ha nessuna intenzione di tirare i remi in barca.

La Soprintendenza Archeologia della Liguria si è fatta promotrice di una serie di Invasioni in vari siti archeologici più o meno, ma soprattutto meno, noti della Liguria, proponendo un calendario variegato e un’offerta che va da est a ovest, o meglio da Levante a Ponente.

Le Invasioni sono state organizzate dai funzionari della Soprintendenza (Marcella Mancusi  e Neva Chiarenza) di concerto con la Digital Ambassador (così si chiamano i referenti delle Invasioni) della zona di Luni – La Spezia Angela Tanania, per quanto riguarda il Levante, e da Luigi Gambaro della Soprintendenza Archeologia per il Ponente insieme al Digital Ambassador Nicola Ferrarese (LiguriaInside).

Di tutto l’impegno che la Soprintendenza ha profuso nelle invasioni liguri parlerò più diffusamente in un articolo che pubblicherò presto su Archeostorie, il Magazine di Archeologia Pubblica; qui invece mi soffermo sull’aspetto più intimo delle Invasioni: la loro capacità di smuovere il cuore. Il mio in questo caso.

La mia vita si è sempre svolta, almeno fino ai 20 anni, all’ombra della Madonna della Rovere (san Bartolomeo al Mare, IM): santuario mariano al quale sono legati momenti importanti della mia vita e al quale mi sento molto legata, a prescindere da ogni questione religiosa. Accanto c’è la mia scuola elementare, sotto la quale all’inizio degli anni ’80 vennero in luce i resti della mansio romana che la Tabula Peutingeriana chiama Lucus Bormani, tappa lungo la Via Julia Augusta che nei dintorni ha lasciato un’altra traccia del suo passaggio: un cippo miliare nella frazione di Chiappa, nell’entroterra di San Bartolomeo al Mare. Non credo che aver imparato a leggere e scrivere sopra i resti romani sia responsabile delle mie scelte professionali da adulta, pur tuttavia sono legata anche a questo sito archeologico. Che pur non ho mai visitato, in quanto sempre chiuso, da che ne ho memoria. In effetti non è né facilmente accessibile, né di facile lettura: le poche strutture conservate hanno elevati davvero risibili, e in mezzo al sito sono comunque gettati i piloni che sorreggono la scuola (fu proprio per la costruzione della scuola che si scoprì la mansio). Mai visitata dunque. Né io né nessun altro.

Ma, potere delle Invasioni Digitali, proprio la mansio romana di San Bartolomeo al Mare, quel Lucus Bormani sempre sentito nominare, ma mai visto di persona, per un giorno è diventato accessibile. La Soprintendenza Archeologia ha aperto le chiavi del suo cancello e ha permesso ad una schiera eterogenea di Invasori di poter finalmente essere messi a conoscenza di un pezzo di storia che appartiene loro! Io non ho potuto partecipare, ma non volevo che in famiglia andasse perduta l’opportunità di avvicinarvisi, e ho iscritto alle Invasioni Digitali per il 30 aprile mia madre. La quale forse non è tanto digitale, ma ama sufficientemente la sua terra da capire l’importanza e il valore di quello che le stavo proponendo (partecipare al posto mio), e ha accettato con entusiasmo.

Un'immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Un’immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Il racconto che mi ha fatto, così minuzioso e appassionato, e le foto che mi ha mandato sono la dimostrazione migliore del fatto che la formula delle Invasioni Digitali funziona. Non solo perché apre le porte di luoghi altrimenti sbarrati, ma perché riesce a far dialogare anche più enti: l’invasione della Rovere ha impegnato infatti sia la Soprintendenza Archeologia, con il funzionario Gambaro che ha fatto da guida al sito, il Comune di San Bartolomeo, col sindaco che ha partecipato alla manifestazione, il Santuario, il cui preposto ha fatto da guida svelando storie e dettagli poco noti agli stessi parrocchiani. Ne è nato un racconto corale, nel quale i vari protagonisti si sono avvicendati per portare ai presenti la conoscenza del sito.

La copertura sui social (mia madre a parte) è stata buona: tra instagram, facebook e twitter ho visto parecchie immagini: vi posso assicurare che è difficile far parlare 4 sassi, ma a giudicare dai contenuti immessi in rete il messaggio dev’essere arrivato. Se cercate sia su twitter che su instagram il tag #sanbartolomeoalmare troverete tutte la immagini caricate dagli Invasori.

Per quanto riguarda me, ho vissuto l’Invasione alla Rovere per interposta persona, ma in pieno spirito di condivisione, tipico delle Invasioni Digitali, vi prometto, finalmente, dalle pagine di questo blog, un post archeologico, in cui racconterò anche a voi il sito del Lucus Bormani. Ma lo farò a modo mio: attraverso gli occhi della bambina che non ha mai potuto accedervi, attraverso gli occhi di mia madre che invece ha potuto farlo, e infine attraverso gli occhi dell’archeologa, Sennò che archeoblogger sarei? Chissà, potrei anche dedicare una storia su snapchat ;-)

Stay tuned!

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Mythes Fondateurs. La mostra del Louvre che ruota intorno a Star Wars

la locandina della mostra Mythes Fondateurs alla Petite Galerie du Louvre

la locandina della mostra Mythes Fondateurs alla Petite Galerie du Louvre

Sono stata a Parigi (anche) per vedere la mostra Mythes Fondateurs, di cui molti hanno parlato (me compresa) pur senza averla vista. Mi correggo, non sono andata a Parigi per vedere questa mostra, ma già che “dovevo” andare al Louvre perché il mio compagno, mai stato a Parigi prima, “doveva” vedere il Louvre, allora ne ho approfittato per visitare una mostra la cui idea di base mi aveva entusiasmato fin da che ne avevo letto la prima volta, e della quale ero curiosa di scoprire l’allestimento: un conto, infatti, è avere un buon tema e una buona intuizione, un conto è renderla nella pratica, vedere come arriva al visitatore.

Vi dico subito cosa mi attirava della mostra: la maschera di Darth Vader, originale di scena del 1979, recante i segni delle battaglie, qualche scalfittura sulla superficie, sul casco, in corrispondenza delle viti. Come me, immagino che molti siano stati attratti da essa e dall’idea di considerare Star Wars una saga mitologica dei tempi moderni, al pari delle centauromachie o delle amazzonomachie greche. Il sottotitolo della mostra è infatti “De Hercules à Darth Vader” ricomprendendo in sé praticamente tutte le mitologie occidentali.

La mostra parte da ancora più indietro, dagli Egizi e addirittura risale alle società più primitive, al Tempo del Sogno degli Aborigeni australiani, tanto per dirne una. Il perché è spiegato con una semplicità estrema, nella prima sezione, “Alba del mondo“. Riporto la frase (tradotta) per intero, perché è un esempio di chiarezza che sbalordisce per la sua completezza: “Tutte le civiltà hanno inventato storie per raccontare l’origine del mondo e capire il posto dell’uomo nell’Universo. Sono i miti, che si trasformano e si trasmettono. Essi sono al centro della creazione artistica, della preistoria a oggi, e raccontano una storia del mondo. Essi tentano, poi, di dare senso alla morte e ai disordini delle nostre società. Essi esprimono le preoccupazioni dell’uomo“.

È un rapido excursus attraverso i miti principali del mondo. Una sezione è dedicata ad Eracle, l’eroe per eccellenza della mitologia greca, e una sezione è dedicata, appunto, a Star Wars, attraverso un video che fa capire come la saga di George Lucas sia stata percepita come “mito” dagli stessi attori dei nuovi episodi.

Il pannello a forma di clava, vero e proprio messaggio visuale

Il pannello a forma di clava, vero e proprio messaggio visuale

Alcune soluzioni allestitive sono geniali: il pannello che parla di Eracle è scritto all’interno di una clava, suo simbolo per eccellenza, mentre a proposito degli eroi in generale il pannello è iscritto all’interno del disegno fumettistico di Superman che si strappa la camicia: il messaggio visivo e quello scritto vanno di pari passo.

La mostra è ricca di spunti. Ma restano ahimè spunti. Una mostra del genere a mio parere poteva essere sviluppata in spazi molto più ampi e tirata più per le lunghe. Invece sfrutta gli ambienti della Petite Galerie. Che è davvero Petite.  3 sale, niente più. Spazi risicati che più che offrire una mostra offrono un antipasto. Arrivata in fondo mi son detta “Tutto qui?”. Troppo, troppo breve. Ha messo sul piatto delle belle riflessioni, ma mi sarei aspettata un’esposizione più ampia, con altri dati, oltre che spunti. Così, la maschera di Darth Vader sembra il vero motivo per cui è stata organizzata la mostra (e tra l’altro la maschera non si può fotografare, cosa che mi ha abbastanza destabilizzato) e questo svilisce particolarmente il senso di tutto il discorso. La maschera è ciò che richiama il pubblico, c’è poco da fare. Proprio per questo avrei strutturato un discorso più ampio, che indagasse il perché della nascita dei miti e soprattutto come accade che anche in tempi moderni una saga possa diventare mito. Anche Il Signore degli Anelli, o Harry Potter, sono nuove mitologie. E allora, qual è il processo mentale collettivo che porta a rendere mitiche quelle che altrimenti sarebbero semplicemente storie? Quali valori si ritrovano, costanti, a far sì da creare un mito? E i supereroi allora? Cui ora peraltro è dedicata una mostra al MANN? Non sono anch’essi i nuovi miti? Tutto questo manca, è appena accennato. Mi risulta una mostra interessante in potenza, ma poco efficace all’atto pratico. E dal Louvre, francamente, mi aspettavo qualcosa di più.

La maschera di Darth Vader, originale del 1979 (vero oggetto archeologico!)

La maschera di Darth Vader, originale del 1979 (vero oggetto archeologico!)

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A chi serve la #museumweek

Si è conclusa la #museumweek. Direi anche finalmente. La mia è probabilmente una voce fuori dal coro, che molti giudicheranno pessimista e distruttiva. Pazienza, devo dire quello che penso.

museumweek 2016

Va bene che è un evento eccezionale, va bene che siamo tutti felici che i musei siano su twitter ed è bello vedere quanto questi musei twittino e cinguettino tutto il giorno senza posa. La domanda però è questa: sono davvero necessari tutti questi tweet?

La #museumweek è un evento mondiale, ormai. l’ashtag va in trendtopic in tre minuti. Non c’è bisogno di twittare cose inutili del tipo “Quant’è bella la #museumweek!” per fare un tweet in più: rivela mancanza di idee, mancanza di contenuti e soprattutto contribuisce a creare un sacco di inutile “rumore“, che rischia di trasformare un momento di dialogo e di comunicazione, di valorizzazione della propria istituzione, in caciara. Ho provato a seguire la conversazione #museumweek per 3 minuti, dopodiché sono fuggita. Se i tweet emettessero suoni, sarebbe stato il mercato del pesce, una confusione urlata da cui non si vede l’ora di fuggire. È vero che alla fine le statistiche riveleranno qual è il museo che ha avuto più interazioni e ha twittato di più, e ognuno ha la segreta ambizione di arrivare primo, ma serve a qualcosa? Davvero serve ritwittare la qualunque?

Fin dal primo anno la #museumweek è stata molto autoreferenziale. Ma in quel caso, tutto sommato, non fu un gran danno, anzi: molti musei strinsero legami in quella settimana e portarono avanti un dialogo, fecero rete insomma, riuscendo ad accrescere la qualità dei propri contenuti anche grazie al confronto e alla conoscenza con altri musei cinguettanti. Mancò allora l’interazione col pubblico, un pubblico ancora poco avvezzo a vedere i musei sui social.

talk+too+much+tweetQuest’anno se pure c’è stata più interazione col pubblico, essa è stata completamente travolta dal “rumore” che dicevo prima: una serie, mille serie di tweet autoreferenziali di un museo che tagga altri 9 musei sperando di farsi ritwittare, cui a ruota gli altri 9 musei rispondono però senza opporre un contenuto valido, ma solo un “che bello!” “oh, interessante!“, “Grazie del RT!“. Non sto inventando: andate a guardarvi #museumweek e incapperete in dialoghi di questo tipo. Se mi metto nei panni del cittadino di twitter che vuole capire cos’è la #museumweek e vuole seguire nello specifico l’attività di un museo che gli sta a cuore, rischia di incappare invece in un continuo rimando di retweet, risposte, ecc., che nulla hanno a che vedere con quel museo e quindi col significato della #museumweek.

Twitter è il luogo dell’instant message. Scorrono tweet sulla timeline di continuo. Tantissimi contenuti si disperdono nel nulla, semplicemente perché già coperti da altri migliaia di tweet lanciati nello stesso momento. Invece di continuare a ritwittare contenuti altrui (non sempre pertinenti, peraltro) occorrerebbe, a mio parere, curare i propri, o ritwittare, casomai, i contenuti in qualche modo pertinenti alla propria istituzione, per similarità di intenti, di interessi, di collezioni.

Non voglio fare quella ganza che spiega come si fa. Assolutamente no. E non voglio dire a nessuno “#museumweek: lo stai facendo nel modo sbagliato“. Non mi permetterei mai perché non mi ritengo un guru. Ma qualche idea me la sono fatta, e vi voglio dire come abbiamo lavorato io e Silvia per @MAF_Firenze.

Abbiamo programmato. Abbiamo studiato i temi giornata per giornata, abbiamo trovato i contenuti adeguati, abbiamo preparato le foto, i testi e programmato i tweet. Li abbiamo organizzati per argomenti, secondo un filo logico, in modo che chi avesse voluto seguirci lo avrebbe potuto fare secondo un ordine sensato. Abbiamo organizzato i contenuti in modo anche da poterli sfruttare in occasioni future: non vogliamo che il lavoro vada perso, per cui per ogni tema, o almeno per alcuni, sfrutteremo i contenuti per costruire post per il blog del Museo. Durante le varie giornate abbiamo tratto volta volta uno storify con i soli nostri tweet in modo che anche i lettori del blog possano vedere di cosa si è parlato su twitter. Insomma, lavorando per la #museumweek abbiamo lavorato per noi. Questa è stata la nostra strategia.

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

Durante le giornate abbiamo interagito solo con musei e istituzioni che avessero una qualche attinenza con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze: con il Museo Egizio di Torino, dato che ospitiamo un Museo Egizio, con la Chiesa della SS.Annunziata, con la quale siamo vicini di casa, col Louvre per via della comune origine di una parte della loro collezione egizia, per dirne tre. Abbiamo interagito, ovviamente, con le persone che ci hanno contattato direttamente per avere chiarimenti in merito a qualche tweet appena trasmesso. Non abbiamo ritwittato i millemila tweet in cui eravamo taggati non perché ce la tiriamo, ma perché ai fini del nostro modo di intendere la #museumweek non ci è sembrato né utile né pertinente. Forse avremo sbagliato, e mi piacerebbe conoscere le ragioni di un punto di vista diverso dal mio (scatenatevi nei commenti), ma ci è sembrato più funzionale e più in sintonia col senso generale della #museumweek agire come abbiamo agito. Non ci ripagherà in termini di numeri e di statistiche, ma penso che abbiamo fatto la nostra parte.

Naturalmente, dopo aver criticato, un po’ di sana autocritica non guasta: ho capito, guardando gli altri tweet e le loro interazioni, e un articolo sull’Espresso, che ai followers, intesi come persone, non come musei, piace vedere i volti dietro le istituzioni, piace sapere che interagiscono con persone e non con un’entità indistinta. Il lato umano del museo è la chiave del successo della #museumweek, e noi come @MAF_Firenze l’abbiamo sfruttata molto poco, quasi nulla. Il lato umano è importante. Ma certo, non dev’essere l’unica cosa da mostrare.

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Il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

La Chimera è fiera. È nato il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

header museumblog

Se seguite questo blog, sapete che già da qualche anno esiste il blog della Soprintendenza Archeologia della Toscana. Ebbene, da quando la riforma del MiBACT ha distinto i Poli Museali regionali dalle Soprintendenze, si è reso necessario distinguere anche nel web 2.0 le due realtà. Il direttore del Museo, Mario Iozzo, non ha avuto dubbi fin dall’inizio: il museo deve avere il suo blog. E figurati se non sono d’accordo! Io e Silvia, la mia collega che si occupa con me della comunicazione, siamo entusiaste all’idea di metterci a lavorare al blog del nostro museo. Nostro, sì, perché ci lavoriamo da 5 anni anzi 6 e, se permettete, un po’ nostro lo sentiamo.

chimerinaIl blog è nato da una costola del blog Archeotoscana, dal quale abbiamo importato tutti gli articoli già esistenti relativi al museo di Firenze (non sono pochi). Questo comporta una serie di problemi pratici non da poco come, uno per tutti: modificare tutti i link e rimandi interni che devono rimandare ora a post del nuovo blog e non più di Archeotoscana (perché non esistono più). Però ci perdonerete. E vorrete seguire sul nuovo blog tutte le attività del museo reale di cui daremo conto.

Sono sempre stata convinta che il blog sia uno strumento utilissimo per comunicare il museo, per farlo arrivare al pubblico, per far trasmettere un’immagine che non sia di un contenitore chiuso, fermo, statico e impolverato come le vetrine che non vengono mai pulite, ma un luogo dove si fanno cose, dove tra mostre, eventi, attività didattiche, conferenze e visite guidate straordinarie nessun giorno è mai identico al precedente.

Quando al workshop di Archeosocial (di cui ho parlato qui) si doveva decidere quali canali 2.0 e social aprire per far comunicare il proprio museo o area archeologica, più di un gruppo ha scelto il blog come strumento utile. Redigendo un piano editoriale che prevedeva un giusto equilibrio tra l’informazione sulle attività e la divulgazione, intesa come illustrazione delle opere, delle collezioni, dei percorsi museali e didattici, ho visto nascere dei potenziali utilissimi blog. Peccato che all’atto pratico però, gli esempi siano veramente pochi: tenere un blog, organizzare un piano editoriale e trovare sempre argomenti nuovi e interessanti da proporre accanto alla promozione dei propri eventi non è impresa facile. Inoltre per costruire un buon post ci vuole tempo e attenzione, buona conoscenza dell’argomento e documentazione di base. Se è vero che un archeoblogger deve fare buona comunicazione, nel caso del museumblog l’autore ha una responsabilità ancora più elevata nel momento in cui trasmette un’informazione: attraverso di lui parla il museo, non so se mi spiego.

Una vecchia slide che riassume alcuni aspetti fondamentali dell'essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Una slide della presentazione che portai a Opening The Past che riassume alcuni aspetti fondamentali dell’essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Nel mondo dei grandi musei, anche in Italia il blog accanto al sito web istituzionale si sta imponendo come utile strumento di comunicazione col pubblico, potenziale ed effettivo. Esempi virtuosi ne sono nati ultimamente, senza allontanarmi da Firenze: a partire dal blog del Grande Museo del Duomo, che ha seguito dapprima le fasi del riallestimento in vista della grande apertura di ottobre e che ora procede nella sua opera di informazione e insieme divulgazione, in una visione ampia che guarda anche alla città, visto che il Duomo è il fulcro di Firenze; un altro blog di un’importante istituzione fiorentina è quello recentemente aperto da Palazzo Strozzi che, inaugurato da un post del direttore Arturo Galansino, conduce anch’esso un’opera di informazione e approfondimento a margine delle mostre che periodicamente allestisce.

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Quanto ai blog di musei archeologici nazionali, tolta la novità del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la situazione un po’ langue: faccio un mea culpa per il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia che viene aggiornato con poca frequenza, ma anche il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche è fermo da giugno 2015, mentre il blog del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari non viene più aggiornato dall’inizio di dicembre 2015. E insomma, la situazione non è incoraggiante. Bisogna stare attenti al rischio di un blog incostante, che fa perdere fiducia nei lettori, per i quali l’incostanza diventa sintomo di non professionalità. Non vogliamo che i nostri musei abbiano blog inconstanti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, o tanto vale non avviare affatto un’impresa del genere.

Il segnale positivo visto ad Archeosocial però mi incoraggia. La nuova/vecchia avventura del blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze mi dà nuova energia per portare avanti, pur con tutte le difficoltà del caso, anche gli altri blog che seguo. Spero che stia entrando sempre di più nelle mentalità l’importanza di una comunicazione più ragionata, più mirata, più approfondita della pagina facebook, meno statica della pagina web istituzionale: il museo ha bisogno dei blog, di questo ne sono convinta da sempre.

A tal proposito, vi chiedo di segnalarmi, qui o su twitter, i blog di musei archeologici italiani che conoscete. Voglio poter fare un censimento dello stato dell’arte in materia. Vediamo com’è la situazione, vediamo se davvero quell’intenzione che si è vista ad archeosocial davvero si concretizza in esperienze e se queste esperienze possono definirsi positive.

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Quando un archeologo diventa un simbolo: Khaled Al Asaad

A 6 mesi dalla sua morte, ancora si parla di lui. E se ne parlerà ancora a lungo, nei mesi e negli anni a venire. Khaled Al Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, in Siria, è stato barbaramente ucciso dagli uomini dell’ISIS nell’agosto del 2015. Dopo torture varie, quest’uomo di più di 80 anni è stato giustiziato sulla pubblica piazza, reo di non aver collaborato con gli uomini del Califfato che volevano trafugare i reperti del museo di Palmira. Per tutta risposta l’anziano archeologo è stato massacrato e con lui il sito di Palmira è stato barbaramente offeso, sia fisicamente, dato che alcuni suoi importanti monumenti sono stati letteralmente fatti saltare in aria, sia moralmente, dato che il grande teatro è diventato luogo di una memorabile esecuzione pubblica. Ne ho parlato già qui, per cui oggi non sto a ripetermi.

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell'ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell’ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Oggi piuttosto voglio concentrarmi sulla figura di Khaled Al Asaad, o meglio, su quello che è diventato subito dopo la sua morte. Un archeologo tranquillo, o forse no, che svolgeva il suo lavoro con impegno e passione: questo era Al Asaad. Un archeologo come tanti ce ne sono al mondo, con i suoi pregi e senz’altro i suoi difetti, un essere umano come tutti. Era il direttore di Palmira, dunque non era il primo venuto. Era anche parecchio anziano, ma questo non lo ha minimamente turbato nell’ultimo periodo della sua vita, anzi.

Non conosciamo esattamente come sono andate le cose, perché molto ci sfugge in una nebulosa fatta di luoghi comuni, di sentito dire, di rimbalzato sui media e di propagandato dall’ISIS. Possiamo solo supporre come sia andata.

Allo scoppio della crisi in Medio Oriente le missioni archeologiche straniere sono state invitate a sospendere le proprie ricerche e ad andarsene (è ciò che è successo ad esempio ad Ebla); sono rimasti i preposti ai siti archeologici, che comunque vanno manutenuti, vanno preservati, vanno messi in salvo. Palmira, sito archeologico tra i più importanti del Vicino Oriente, è uno di questi. Alla sua guida, Khaled Al Asaad non ha dubbi sul da farsi. Mi immagino che abbia avuto qualche avvisaglia, magari lo ha avvertito qualche collega di altri siti, o magari vengono direttamente da lui gli emissari del Califfato, che con le buone cercano di farsi vendere o indicare i reperti archeologici più preziosi, e i loro depositi, dicendogli “in questa situazione di pericolo, è più prudente se li affidi a noi“. Immagino una situazione simile a quella che si verificò in Europa durante la II Guerra Mondiale, dove accanto all’occupazione nazista c’era la requisizione delle opere d’arte dei più importanti musei per farle confluire nella collezione del Fürher Museum. In questo caso, però, nessuna collezione si vuole arricchire, se non quella di collezionisti talmente malati da essere disposti a fare patti col diavolo (letteralmente) finanziando il terrorismo internazionale. Non è un segreto per nessuno: la notizia è risaputa ed è di dominio pubblico; anzi, si conoscono benissimo le dinamiche, come racconta quest’articolo del The Guardian, come funziona la domanda e l’offerta. Eppure non si costruisce ancora un’azione di contrasto efficace a questo mercato.

Immagino che Khaled Al Asaad abbia subodorato il pericolo e se già stava correndo ai ripari, si sia impegnato ancora di più per nascondere i reperti in un posto sicuro. E questo non è piaciuto al Califfato, che se vuole comprare armi ha bisogno di vendere sul mercato nero quante più opere d’arte antica possibile. I tentativi saranno diventati sempre più insistenti, le minacce anche, fino all’arresto, alla prigionia, alle torture. E niente. Khaled Al Asaad non parla, non rivela. Potrebbe essere il nonno di qualcuno dei ragazzetti armati che gli punta il fucile contro e che non ha manco idea di cosa sia Palmira. Trascinato sulla pubblica piazza, una volta appurato che l’archeologo non ha niente da perdere, che tanto sa che farà una brutta fine, e che forse il rimorso di tradire il suo credo di custode dell’antico e della memoria sarebbe peggio di qualunque altra cosa, viene barbaramente giustiziato.

La notizia fa il giro del mondo. E se dio vuole, Khaled Al Asaad diventa un martire. Un martire della cultura, il simbolo della difesa ad ogni costo del Patrimonio culturale mondiale. L’Italia da subito dichiara giornata di lutto nazionale, le occasioni di commemorazione si sprecano. Ma è bene che succeda. La gente deve sapere. Deve sapere che Khaled Al Asaad con la sua morte ci testimonia un evento che avviene sotto gli occhi di tutti, in continuazione: la distruzione di siti, opere archeologiche, monumenti, per camuffare l’esportazione di beni verso il mercato clandestino mondiale di opere d’arte. La favoletta dell’ideologia iconoclasta non ci incanta più. O meglio: è quella che fa presa sulle masse in Siria e in Iraq, per convincerle che il Califfato lotta anche contro gli Idoli del passato, blasfemi e corrotti. In realtà, l’ISIS ha proprio bisogno di quei beni, per poter mettere su un giro d’affari di migliaia, milioni di dollari, quelli necessari ad autofinanziarsi. Non si sa chi siano questi finanziatori. Paolo Matthiae, a TourismA, parlava di “tanti protagonisti occulti“.

Khaled Al Asaad in pochi mesi è diventato simbolo del patrimonio dell’umanità ferito, indifeso, stuprato, abbandonato, annientato alla cui distruzione noi restiamo impotenti, inebetiti, impietriti. Però, vuoi per coincidenza, vuoi per caso, da quando lui è stato ucciso qualcosa si è mosso: la proposta dei Caschi blu della cultura, che è diventata operativa pochi giorni fa, per esempio, è un primo passo. Ma un altro passo, importante, è l’informazione. Perché se circolano le notizie, se si sposta l’occhio dell’opinione pubblica su ciò che sta succedendo non solo in Siria, ma anche in Iraq, forse si riesce a fare una qualche azione di disturbo.

L’ICOM e l’UNESCO, ognuna per il suo specifico, stanno lavorando alacremente per trovare soluzioni. L’ICOM ha pubblicato una redlist dei materiali trafugati in Mesopotamia, dunque in Iraq, dove le distruzioni ai danni di Ninive/Mossul e di Nimrud sono sconcertanti. Il Califfato ha un suo ministero, Diwan-al-Rikaz, che letteralmente significa “Dipartimento delle cose preziose che vengono da sottoterra“: non ci vuole molto a capire che non si riferisce solo allo sfruttamento del petrolio, ma anche a ben altre “cose preziose“.

In un docufilm trasmesso a TourismA 2016, “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, Khaled Al Asaad lamentava il fatto che il patrimonio archeologico di Palmira è disperso nei vari grandi musei del mondo. Quella frase ascoltata oggi stona tantissimo. Se lui era dispiaciuto allora, chissà cos’ha provato quando neppure con la propria vita è riuscito a fermare la distruzione. Ormai lui non si può più opporre. Ma se il suo sacrificio è valso a qualcosa, ora tocca al mondo intero proteggere un patrimonio che non è solo palmireno, non è solo siriano, ma appartiene all’umanità tutta.

PS: questo post nasce a margine di TourismA 2016, durante il quale è stato dedicato più di un incontro alla situazione disastrosa del patrimonio culturale mediorientale.

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