14/05/2012
I-Archaeology: una nuova versione per I-mibac top 40
I-Mibac top 40, l'app del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dedicata ai luoghi della cultura statali in Italia, finalmente si migliora e si completa. Non parla più soltanto dei 40 musei o siti più visitati d'Italia (quelli che potenzialmente hanno meno bisogno di pubblicità), ma di tutti i luoghi della cultura statali.
Nuova grafica, nuova impostazione, rimane la classifica dei 40 "top", ma accanto, alla voce Luoghi, fornisce per ogni regione l'elenco completo dei luoghi della cultura, e di ciascun "luogo" mostra una breve scheda tecnica, completa di orari, indirizzo e prezzo del biglietto: informazioni pratiche accanto alla breve presentazione, ad una mappa per la localizzazione, la possibilità di aggiungere il singolo "luogo" tra i propri Preferiti e di pubblicarlo su Facebook (che fa molto social). Tra i Luoghi si individuano anche i "Percorsi", ad uso e consumo dei turisti/visitatori per costruire un itinerario culturale che completi la visita di musei e siti statali.
Palazzo Farnese a Caprarola è uno dei tanti Luoghi della Cultura statali ignoti ai più
E' questa senza dubbio l'innovazione più grossa dell'app, che continua però a non essere disponibile su Google Play per Android. L'altra bella e utile innovazione è la rubrica "Altro", in cui trovano posto gli eventi e le fiere del momento (Art&Tourism a Firenze, per esempio), le principali mostre, le curiosità (a random su luoghi della cultura in varie città d'Italia), un focus sulla Notte dei Musei del 19 maggio 2012 (aprendo il quale si segnalano i principali eventi correlati regione per regione), altre app correlate al Mibac (i-MiBAC Cinema Venezia, Torino e Roma e 150Italiamobile).
I-Mibac top 40 oggi non ha niente a che vedere con la prima versione, della quale avevo parlato qui. Al contrario di quella, la nuova versione è un'applicazione "smart", mi si passi il termine, un'applicazione che ha un'effettiva utilità pratica, messa in mano ad un turista o semplicemente ad un italiano che vuole vedere qualcosa di nuovo e di diverso. L'Italia è ricca di luoghi della cultura sorprendentemente belli e interessanti; molti di essi sono di competenza statale, ma non vengono pubblicizzati con la stessa verve che si usa per i VIP del nostro patrimonio (mi riferisco a Uffizi, Colosseo e Pompei, tanto per citarne tre), col risultato che le masse di visitatori vengono convogliate nei grandi Luoghi (nei top 40), mentre la minor parte va oltre, a scoprire anche il patrimonio più nascosto e meno pubblicizzato.
Oggi mi sento buona, la sorpresa della nuova versione di I-mibac top 40 è stata decisamente piacevole; i miei commenti sono pertanto positivi: finalmente si fa qualcosa di sensato per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, qualcosa al passo coi tempi e coi mezzi, qualcosa di non campato in aria. L'augurio è che questo sia l'inizio di una lunga serie di iniziative di valorizzazione, iniziative non fini a se stesse, ma inserite in un quadro generale di avvicinamento del pubblico (non solo, ma soprattutto italiano) al nostro importante patrimonio culturale.
22:52
Scritto da: maraina81
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17/04/2012
Tutto il mondo deve sapere
Si sta consumando l'ennesimo vituperio al Patrimonio Mondiale dell'Umanità e nessuno ne parla. Nessuno tranne quei pochi cui realmente importa. Così una notizia passata dall'Ansa viene intercettata, passata su twitter e approfondita: esiste un video, e forse anche altri documenti che dimostrano che in Siria non si sta solo facendo strage di civili, ma si sta colpendo l'identità stessa del popolo. Come? Distruggendo il patrimonio archeologico, ovvio.
Ringrazio Simone Massi, il blogger di Archeologia2.0, per aver immesso in twitter il video, breve ma intenso di un bombardamento al sito di Apamea. Significativo, perché viene bombardata la via colonnata della città romana, significativo perché fa vedere esattamente cosa accade. Ed è terribile.
http://www.youtube.com/watch?v=ii0y6ZvMZeE
Ormai forse siamo fin troppo abituati ad azioni di questo tipo: dal ponte di Mostar al Museo di Baghdad, ai Buddha in Afganistan, in tutti i casi assistiamo impotenti ad un'azione di forza volta a colpire il patrimonio culturale, che poi è la memoria storica, l'identità culturale del popolo oggetto dell'attacco. Un danno che è fisico, ma anche morale e sociale. E una perdita incolmabile.
Proprio oggi sull'autobus, mentre a Roma passavo davanti al Foro Boario le mie orecchie hanno ascoltato lo sproloquio di un mezzo matto dall'accento e i lineamenti stranieri che si è messo ad inveire contro "queste cose vecchie che hanno mille anni e non servono a niente", mentre inneggiava futuristicamente ai grattacieli. Marinetti ne sarebbe stato fiero, ma costui continuava ad infierire, continuando a sostenere che bisogna abbattere queste pietre inutili, che non si spiegava perché gli Italiani invece le tenessero in piedi invece di abbatterle e costruire i benedetti grattacieli. A questo mezzo matto avrei voluto rispondere, e mai come oggi la risposta appare appropriata, che se questi monumenti antichi sono ancora in piedi a testimonianza del loro passato è perché noi, Italiani di oggi, ci riconosciamo in quei monumenti, e siamo Italiani proprio perché figli di quella cultura millenaria che a suo tempo ha creato il Foro Boario e tutto il resto. E questo discorso, valido oggi per me, è valido in ogni luogo della terra, altrimenti non avrebbe neanche senso parlare di patrimonio culturale.
Il fatto che si stia perpetrando una strage ai monumenti siriani nel silenzio più totale non è un buon segno. L'indifferenza è la migliore alleata di chi punta proprio sulla distruzione del patrimonio di una nazione per privarla delle radici e così indebolirla
La strage continuerà, sta continuando in questo momento. Strage nella popolazione e nella sua anima. Da qui non si può far altro che parlarne, che strapparla al silenzio.
Comunque, per chi non lo sapesse, e per concludere, questa è, o forse era, Apamea:

23:09
Scritto da: maraina81
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13/04/2012
Sulle orme dei Liguri - Passeggiata archeologica nell'entroterra di Sanremo
Nell'ambito delle iniziative che la regione Liguria mette in atto in occasione della XIV Settimana della Cultura che si svolge dal 14 al 22 aprile 2012, mi piace segnalare l'evento di domenica 15 aprile "Sulle orme dei Liguri", una passeggiata archeologica nell'entroterra di Sanremo, alla scoperta del sito di Monte Caggio - Tana della Ratapena nel Parco Naturale di S.Romolo/Monte Bignone (Sanremo).

Il sito è un'altura molto prominente del comprensorio di Sanremo sulla quale sorge un'enigmatica struttura (forse un tumulo? Una collina artificiale a scopo difesa/controllo territorio? Un santuario legato al culto delle vette? Le ipotesi sono tutte al vaglio degli archeologi).
00:03
Scritto da: maraina81
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11/04/2012
AAA Blogger di archeologia cercasi
Come scrivevo in qualche vecchio post, mi sto interessando a come l'archeologia viene trattata nel web 2.0 e, da blogger quale mi ritengo, in particolare mi interessa sapere qualcosa di più degli attori, dei blogger di archeologia. Non tutti i blog sono uguali, non tutti i blog di archeologia sono uguali, non tutti gli autori sono uguali. C'è chi apre un blog di archeologia per puro diletto, chi per lavoro, chi per interesse; c'è chi scrive per se stesso e chi avendo in mente un preciso target di pubblico; c'è chi considera il proprio blog una sorta di diario personale e chi lo vive quasi come se fosse una testata giornalistica o una pubblicazione periodica, dedicandogli dunque tempo e risorse che vanno oltre la semplice passione e il mero passatempo; c'è chi investe nel proprio blog (tempo, energie, studio, idee e risorse) e chi invece più tranquillamente copia e incolla, al limite lievemente commenta, notizie varie di archeologia variamente reperite in rete o sui media tradizionali.
Il mondo dei blog - e degli autori di blog - di archeologia è, a dispetto di quello che si possa pensare, decisamente ampio, anche solo in una realtà piccola com'è quella italiana (se si guarda all'estero, ovviamente la situazione si amplia e si complica maggiormente).
Per cercare di mettere ordine nella rete, volevo proporre ai blogger di archeologia che passano da queste parti se hanno voglia di rispondere ad alcune veloci e semplici domande, domande che credo si ponga ogni blogger quando affronta un nuovo post o fa manutenzione al proprio blog. Eccole qui, mi potete rispondere per commento o per e-mail, oppure ancora su twitter (@maraina81)
1) Perché scrivo un blog di archeologia?
2) Qual è il mio scopo? Fare informazione o fornire un'opinione?
3) Che taglio ha il mio blog? Mi occupo solo di archeologia? Solo del mio lavoro di archeologo? Guardo alle notizie di attualità, parlo di miei (e non solo miei) casi di studio e ricerche? Guardo al mondo intero o alla sola realtà italiana?
4) Come costruisco i miei post? Riporto semplicemente notizie di agenzia o prese dai media tradizionali o in rete oppure ho notizie fresche di prima mano da pubblicare? E qualunque sia il tipo di notizia che pubblico, è mia intenzione circostanziarla o contestualizzarla un minimo per renderla più appetibile ai lettori?
5) quanti visitatori (indicativamente) ha il mio blog? Studio le statistiche del mio blog per studiare il mio pubblico oppure non mi interessa?
6) mi preoccupo di utilizzare un linguaggio adeguato alle esigenze del mio pubblico?
7) utilizzo parole chiave per favorire l'indicizzazione su google e sui motori di ricerca? Mi interessa raggiungere il maggior numero di persone e riuscire magari ad avere dei lettori fissi?
8) Penso che un blog (e perché no? Il mio, magari..) possa essere uno strumento valido di comunicazione dell'archeologia o un luogo virtuale nel quale studiare pratiche per una metodologia della comunicazione archeologica al pubblico degli utenti della rete?
Queste sono solo alcune domande. Se vi va rispondetevi e rispondetemi. Sarei contenta se ne nascesse un dibattito bello e fecondo, stimolo per altre e più approfondite domande.
Alla prossima!
18:42
Scritto da: maraina81
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15/03/2012
Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere e gli Etruschi dall’Asia Minore
Da qualche tempo mi imbatto, vuoi casualmente, vuoi perché me la vado anche un po’ a cercare, nell’annosa questione dell’origine degli Etruschi, una domanda esistenziale alla quale molti cercano di dare risposta. Nelle puntate precedenti segnalavo che in mostra a Sydney (Etruscans, a classical fantasy) gli Etruschi sono presentati come certamente originari dell’Asia Minore sulla base di risultati di analisi sul DNA di cui si parla in un articolo del Guardian del 2007; del resto anche in una piccolissima sezione della mostra Homo Sapiens, a Roma, si fa riferimento a questa teoria dandola quasi per certa rispetto alla tradizionale teoria che sostiene l’autoctonia degli Etruschi e la derivazione (sto semplificando, ovviamente) dai Villanoviani che vivevano nel Centro Italia nel IX-VIII secolo a.C. Storicamente, a sostegno della tesi che vorrebbe gli Etruschi provenienti dall’Asia Minore, si è sempre chiamata in causa la stele di Lemno (sulla quale non mi sto a dilungare) e il problema dell’alfabeto e della lingua etrusca.

La stele di Lemno
Oggi la possibilità di affrontare nuovamente il problema, e di sperare di dargli una soluzione, è offerta dagli studi di genetica. Pare che ultimamente in molti si siano messi a studiare l’origine degli Etruschi e non solo, visto che una ricerca, condotta dall’Università di Pavia, ha riguardato anche i buoi toscani, ed ha concluso – almeno così hanno riportato le varie testate giornalistiche che hanno dato la notizia – che essi provengono dall’Asia Minore (qui il riferimento). Un’altra indagine ha stabilito che gli Etruschi stessi hanno più punti di contatto con il DNA delle popolazioni dell’Asia Minore che non con i Toscani attuali. Qui trovate un sintetico resoconto delle vicende genetiche.
Evidentemente la questione è abbastanza intricata, né io ho la competenza di un genetista per poter esprimere la mia opinione su ricerche di questo tipo. In sostanza si sostiene che siccome nel DNA toscano c’è una forte somiglianza (non conosco neanche bene i termini tecnici) col DNA delle popolazioni dell’Asia Minore, allora si suppone che davvero, come racconta Erodoto, gli Etruschi sarebbero partiti dall’Asia Minore (peraltro portandosi dietro le loro vacche) alla volta dell’Italia centrale dove, insediatisi in una terra abitata ancora dai bifolchi Villanoviani, avrebbero portato la scrittura, le città e forme più compiute di socialità. Io per esempio, così a sentimento, direi invece che la genetica mi dice da quali ceppi è formato il mio DNA e dove si localizzano geograficamente, ma non mi dice quando tali ceppi si sono formati. Voglio dire: se la genetica mi dice che gli Etruschi hanno un DNA che si riscontra nelle popolazioni microasiatiche, non mi può dire in quale momento della storia dell’uomo si è formato tale DNA. Non so se ho reso l’idea. La storia dell’uomo è piena zeppa di migrazioni e di spostamenti, e francamente non so come sono state condotte queste indagini: si è preso DNA etrusco, toscano attuale e dell’Asia Minore attuale? O dell’Asia Minore contemporanea alla presunta migrazione dei futuri Etruschi?
Ma, incredibilmente, non è (solo) questo l’oggetto di questo post. Perché a corredo delle indagini genetiche, che evidentemente invece di risolvere la questione l’hanno solo complicata, si fanno avanti tutti quei bei castelli archeoastrofantalogici che quando li leggo mi fanno salire il sangue al cervello. A maggior ragione se sono pubblicati su riviste che si fregiano di essere scientifiche. Mi riferisco ad un articolo (anzi due) pubblicato sul primo numero (e sul secondo) della rivista di recente creazione Automata, edita da L’Erma di Bretschneider che riguarda proprio l’origine degli Etruschi alla luce delle recenti scoperte di genetica e, purtroppo, non solo di quelle. L’articolo nello specifico è Leonardo Magini, L’origine degli Etruschi e le recenti acquisizioni della scienza, Automata 1, 2006 (segue su Automata 2, 2007). Mi sono imbattuta in questo articolo per caso, come spesso succede, e mi sono messa a leggerlo, proprio con la curiosità di aggiornarmi sui nuovi risultati di cui parlavo più sopra. Ma… negli anni ho imparato che quando si infila un’immagine o un riferimento a Stonehenge dove non c’entra niente bisogna alzare un sopracciglio e diffidare… e invece l’articolo in questione si apre proprio con Stonehenge e con il riferimento ad un archeogeometra (tal Ranieri, una mia vecchia conoscenza…) che avrebbe scoperto che nella costruzione di Stonehenge come orologio solare i suoi costruttori avrebbero utilizzato le terne pitagoriche (sto semplificando) che però, all’epoca della costruzione di Stonehenge non erano sicuramente canonizzate come tali. Ammesso che sia vero, ovvero che i costruttori di Stonehenge avessero tali conoscenze matematiche e geometriche – delle quali invece ci dicono le fonti che furono scoperte dagli Egizi e/o nel Mediterraneo orientale – cosa si vorrebbe supporre? Non ci viene detto, ma l’aggancio ai druidi inglesi serve per introdurre l’altro popolo presso cui le terne pitagoriche e il teorema di Pitagora in sé non doveva essere noto e invece pare proprio che lo fosse, come parrebbe (parrebbe…) dalle proporzioni del tempio di Giove di Marzabotto e, udite udite, dall’organizzazione della società romana fatta dal re di Roma, ma etrusco, Servio Tullio, pochi anni prima che Pitagora canonizzasse il suo teorema. Senza starmi a perdere nei numeri (rimando all’articolo di Magini, sul quale è tutto spiegato), praticamente parrebbe (di nuovo: parrebbe…) che il numero totale di centurie che Servio Tullio volle (secondo la versione tradita da Dionigi di Alicarnasso), 193, sarebbe un numero pitagorico non casuale, in quanto 193 è la somma del quadrato di 12 più il quadrato di 7. Numeri simbolici di per sé, dato che 12 sono i segni zodiacali e 7 i corpi celesti erranti. Ammesso e non concesso che lo zodiaco e i corpi celesti erranti siano davvero stati chiamati in causa (cosa di cui per mia natura dubito), la domanda che sorge spontanea è: se Pitagora ha canonizzato conoscenze matematiche note nell’Oriente Mediterraneo, dove le ha apprese Servio Tullio prima dell’avvento di Pitagora? La risposta non ci viene data subito, come in una telenovela, ma è lì che bussa alla porta, si fa strada strisciando, serpeggiando lentamente tra le righe dell’articolo che ora va avanti, a cercare coincidenze tra il calendario romano e quello babilonese (su cui definitivamente taccio)…

Automata, la rivista che ospita l'articolo in questione
La risposta ovvia ed evidente è una e una soltanto: gli Etruschi ne vengono dall’Asia Minore. Lì appresero le nozioni matematiche, geometriche, religiose che consentirono agli abitanti di Marzabotto di costruire un tempio a forma di tempio (cioè con 4 angoli retti… non saprei, è così difficile per un muratore costruire una casa con 4 lati e 4 angoli retti senza necessariamente conoscere il teorema di Pitagora? Ho troppa fiducia nelle capacità empiriche degli uomini di ogni tempo, evidentemente…) e a Servio Tullio di dare i numeri con le centurie di Roma.
A tutto questo si aggiungono poi le novità apportate dalla genetica, su cui mi sono già dilungata in apertura. La conclusione, inconfutabile, secondo l’autore dell’articolo, è una e inequivocabile: gli Etruschi sono originari dell’Asia Minore, e gli etruscologi che vanno ancora dietro alla teoria pallottiniana e nazionalista (sic!) dell’origine autoctona dovranno, volenti o nolenti, accettare questa nuova verità.
Dall’inizio alla fine l’articolo sembra più un post su un blog, come potrebbe essere questo, che non un articolo scientifico: Magini esprime una sua opinione, con toni spesso più colloquiali che scientifici, ma la esprime su una rivista scientifica, ed è questa la cosa grave. Non c’è ricerca dietro il suo articolo, c’è solo il commento ad alcune teorie e la citazione degli studi di genetica, che meriterebbero però, se si vuole seriamente affrontare il tema, più di una veloce lettura.
Lo so, lo ammetto, sono partita prevenuta e rimango sulle mie posizioni. Ma le argomentazioni portate a favore della provenienza dall’Asia Minore non mi sembrano convincenti. Mi sembra piuttosto, in qualche passaggio, di aver letto il copione di una puntata di Voyager.
23:43
Scritto da: maraina81
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14/03/2012
I-Archaeology: viaggio nel mondo delle apps di archeologia: I-mibac top 40
Come promesso nel precedente articolo, inizia con oggi una rassegna delle applicazioni per I-Phone e I-Pad relative all’archeologia e ai musei.
Oggi l’attenzione è rivolta alle applicazioni prodotte sotto gli auspici del Mibac, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e in particolare dalla Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale in collaborazione con il Ministero del Turismo.
I-Mibac top 40 è l’applicazione con la quale il Ministero fa conoscere all’utente I-Phone i 40 musei e luoghi della cultura – siti e parchi archeologici, complessi monumentali – a suo giudizio più importanti d’Italia. La selezione è effettuata col criterio del successo di pubblico: sono segnalati gli Istituti che registrano un maggiore afflusso di visitatori, con la conseguenza che mancano all’appello molti illustri assenti, primo tra tutti il Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
L’app è disponibile su app-store da luglio 2010: è stata tra le prime in Italia e questo è senz’altro un punto a suo favore, dimostrando l’attenzione di almeno una parte, seppur piccola, del Ministero all’innovazione tecnologica che si sta compiendo nel campo della comunicazione e cavalcandone dunque l’onda. Nella generale atmosfera di penuria di fondi e di tagli alla cultura, la Direzione Generale per la Valorizzazione costituisce senza dubbio un esempio positivo di idee e di proposte culturali a livello centrale.
Anche se su App-store I-Mibac Top 40 è classificato nella categoria “viaggi”, l’applicazione potrebbe ben rientrare in una categoria “cultura” (ammesso che esista), dato che di fatto parla di musei e di aree archeologiche. Ognuna delle 40 voci è corredata da una scheda descrittiva, da una galleria fotografica e dalla mappa. L’app funziona sia non in linea, per la semplice consultazione, che on line. In questo secondo caso è possibile, allora, consultare le News, relative agli eventi promossi dal Mibac su scala nazionale e Mobile Ticket, che consente di acquistare il biglietto di Colosseo-Foro Romano-Palatino direttamente dall’I-Phone fino a 24 ore prima dell’ingresso. Un buon modo per evitare la coda alla biglietteria! Rispetto a quando è stata lanciata ormai quasi 2 anni fa, I-Mibac top 40 si è evoluta costantemente. Oggi la sua homepage si compone di 9 possibili percorsi visuali: una mappa che funziona in modalità in linea, la pagina dei Musei e quella dei Monumenti, per un totale di 40 siti, una pagina dei percorsi, che nuovamente funziona con rete internet, una pagina per l’acquisto dei biglietti del Circuito Colosseo-Palatino-Foro Romano, una sezione Morphing, che andrà sviluppata, al momento limitata a solo 3 importanti siti di interesse: il Cenacolo di Leonardo da Vinci, mostrato in 3 immagini prima, durante e dopo il restauro, la villa romana di Sirmione, di cui è offerta l’immagine attuale, una foto del 1953 e una ricostruzione delle strutture al I secolo d.C. e infine le Terme di Caracalla, di cui nuovamente si fornisce una foto attuale, un’incisione del 1765 e una ricostruzione del complesso al 212-217 d.C. Infine la sezione top secret e la sezione audio e a chiudere la sezione news, consultabile solo con connessione internet. In alto, il numero 40 indica i 40 siti più visitati d’Italia, con i dati per i visitatori riferiti al 2009.
L’applicazione, interessante vetrina per i Musei e le aree archeologiche di pertinenza statale d’Italia, non funziona così bene come dovrebbe: carica lentamente, molto lentamente le pagine consultabili senza bisogno di rete internet – eccetto la pagina “morphing”, col risultato che l’utente cambia app prima di aver consultato il museo oggetto del suo interesse. Anche le news non sono particolarmente aggiornate. La sezione Top Secret poi è talmente secret che non la si riesce a leggere perché, di nuovo, carica molto lentamente. Un’applicazione, in sostanza, perfettibile.
17:52
Scritto da: maraina81
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27/02/2012
#presadiretta: la cultura va a fondo e gli italiani twittano
Puntata di quelle che non si dimenticano quella di ieri sera, domenica 26 febbraio 2012, di Presa Diretta, la trasmissione di RaiTre che ha la straordinaria capacità di cantare fuori dal coro e di far indignare ogni volta il suo pubblico, qualunque sia il tema che affronta. Ieri toccava alla Cultura, intesa non tanto come patrimonio, quanto piuttosto come persone che cercano di curare e di far vivere quel patrimonio nonostante tutto. Nonostante i tagli, che ogni volta falciano e falcidiano i budget dei vari Istituti Culturali (in questo caso pubblici), nonostante gli sprechi di denaro in progetti inutili e infattibili, come il portale di CulturaItalia, o il Palazzo del Cinema di Venezia, la cui costruzione è stata bloccata dal rinvenimento di amianto (bada bene, per una volta non di emergenze archeologiche!) al momento delle prime escavazioni.

Non so quanti Italiani abbiano seguito ieri sera Presa Diretta. Però so quanti l’hanno commentata su Twitter. Già, perché secondo un fenomeno sempre più diffuso, è ora abitudine comune degli italiani davanti alla TV commentare in tempo reale ciò che il #serviziopubblico ci propina. Succedeva una settimana fa per il Festival di Sanremo (per il quale ben altro era il tipo di indignazione), è successo ieri sera per Presa Diretta.
È interessante seguire una trasmissione TV, soprattutto di questo tipo, su Twitter: ti rendi conto innanzitutto del pubblico che la guarda e che è interessato a questi temi, ti rendi conto di quali sono gli aspetti che ciascuno ritiene più interessanti, valuti quanto la gente effettivamente partecipa. Perché twittare, alla fin fine, è diventata una sorta di partecipazione attiva del pubblico.

Ognuno dice la sua su Twitter, dal commento circostanziato a quello esasperato, a quello sarcastico, a quello di chi non ha capito di che si tratta, a quello che scrive anche se non ha niente da dire.
Voglio riportare qui alcuni dei twitt più interessanti, o più amaramente divertenti, catalogati con l’ashtag #presadiretta. Ho scelto di non mettere i nomi degli autori perché non so se hanno piacere di essere citati fuori da Twitter. Se però hanno piacere inserirò subito il loro nome, non intendo appropriarmi di pensieri altrui:
Puntata epocale di #presadiretta su come sia stata distrutta la cultura in Italia. È ora di darci tutti una mossa davvero
Il lavoro è cultura, ma non lo sanno, non lo capiscono, e allora “tagliano” (Andrea Camilleri) #presadiretta
Tagli alla cultura in Italia = tagli al petrolio in Arabia Saudita, ovvero follia #presadiretta
A #presadiretta vanno in onda gli eroi della memoria d’Italia: restauratori, soprintendenti, archeologi, storici, archivisti.
La storia che si sbriciola all’archivio di stato di Roma. #presadiretta (a proposito dei mancati fondi per i restauri)
Antinucci dice che #culturaitalia non funziona. Allora non sono solo io ipercritica #presadiretta
7 anni per fare un sito internet! Avranno dovuto montarsi il computer. Bendati. Con una mano sola. #presadiretta
Ridateci i soldi di CulturaItalia che ci paghiamo la connettività e i pc alle scuole #presadiretta
Comunque il portale Cultura Italia è al momento down. Così, tanto per dire. #presadiretta
Menomale che non ci ridanno la Gioconda! #presadiretta (a proposito di Brera, Louvre de noartri secondo il protocollo d’intesa firmato qualche anno fa da Bondi, LaRussa, Gelmini e Moratti)
La prossima volta che sento l’ignorante di turno dire che vuole la Gioconda in Italia dò il via a una rissa #presadiretta
“Prepariamo il futuro per questa pagina della nostra cultura”, dicono i francesi. Piccola, sostanziale differenza #presadiretta (a proposito degli investimenti in cultura fatti dalla Francia, che invece che tagliare ha addirittura potenziato il settore)
#presadiretta stasera è tremendo. La distruzione della cultura in Italia. Le promesse i tagli le occasioni sprecate. Da piangere.
“La cultura è un settore che fatica ad essere preso sul serio” #presadiretta
“Le intelligenze e i talenti ce li abbiamo, quello che manca è un disegno strategico e una visione di politica industriale” #presadiretta
E infine…
Celebriamo il ciotolone marchigiano, simbolo della decadenza della cultura italiana #presadiretta.
Ebbene sì: la prima voce cercata a caso sul portale di Cultura Italia da Francesco Antinucci (F. Antinucci, CNR, autore di Musei Virtuali, Comunicare nel museo e L’algoritmo al potere, tutti per i tipi di Laterza, NdR) intervistato per Presa Diretta, è proprio Ciotolone, provenienza Marche. E il ciotolone è diventato il simbolo di quest’Italia che si indigna per lo stato in cui versa la Cultura intesa, ancora una volta, non tanto come patrimonio culturale quanto piuttosto come sistema, come settore economico e sociale, capace se gestito bene di creare indotto, socialità e cultura a sua volta. È nata una pagina su facebook dedicata al ciotolone. Nella tristezza generale c’è chi trova la forza di sorridere, amaramente, con ironia, e di diventare fan del ciotolone marchigiano. #presadiretta.
07:10
Scritto da: maraina81
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25/02/2012
I-Archaeology: l’informazione e la comunicazione archeologica nell’era dello smart phone
Nell’era dell’I-Phone la parola d’ordine è “applicazione”. Ma esistono applicazioni che trattano di archeologia? E sono validi strumenti per chi li acquista su App Store oppure no? Inizia un’indagine nel mondo delle apps disponibili su Apple Store relative al mondo dell’archeologia e dei musei per scoprire il punto della situazione in Italia.

“Esiste un’applicazione per tutto”: così recitava uno degli slogan di I-Phone, per dirci che qualsiasi cosa è a portata di mano, qualsiasi contenuto, dal gioco al libro, all’enciclopedia e al dizionario, passando dalla bussola al “testa o croce” fino al GPS e alla calcolatrice scientifica. “Esiste un’applicazione per tutto”. Sì è vero: esistono apps anche di archeologia. Ma si tratta di validi strumenti di informazione e/o comunicazione archeologica, oppure sono semplici virtuosismi tecnologici? Prima di affrontare il tema, occorre qualche riflessione di partenza.
Innanzitutto le applicazioni in generale. Il problema delle apps è che esse sono riservate solo ai clienti Apple e in generale a coloro che usufruiscono di smart-phone, si rivolgono quindi ad un pubblico limitato: questo l’avvertimento di Tim Berners-Lee, padre del web e strenuo sostenitore della rete come diffusione della conoscenza per tutti e luogo dove più di ogni altro si manifesta la democrazia (Lunga vita al web, pubblicato su Le Scienze, febbraio 2011): per lui infatti App Store limita fortemente il suo concetto di libertà di accesso ai contenuti a chi non è cliente Apple. Naturalmente la tendenza attuale è che lo smart-phone sia il telefono del futuro, che quindi in un futuro abbastanza vicino soppianterà il buon vecchio cellulare, ma al momento, di fatto, è per pochi, non certo per tutti. Le apps infatti offrono contenuti diversi da ciò che si trova in internet, per cui oggi un’ampia fetta di utenti della rete rimane esclusa da essi. La grande potenzialità del web, d’altro canto, è che chiunque in qualunque luogo del mondo può avere accesso ad una pagina web, ad un articolo, ad un blog, ad un video Youtube o ad una voce di Wikipedia. C’è anche l’altro aspetto della medaglia: creare un’app è più difficile dell’aprire, gestire e amministrare un blog, di conseguenza non tutti hanno voglia, o competenza, o interesse, a creare un’applicazione. Nel caso dell’archeologia, questo vuol dire che chi crea un’app ha, naturalmente in linea teorica, uno scopo scientifico e di utilità sociale, differentemente dal blogger che, sempre in linea generale e teorica, per la facilità a creare contenuti propria della piattaforma blog, non necessariamente è un addetto ai lavori, per cui tende spesso a non curarsi troppo della scientificità e completezza dei propri contenuti, con la conseguente difficoltà, da parte degli utenti del web, di saper discernere tra informazioni esatte e bufale archeologiche.
Ci si aspetta dunque che le apps di archeologia rispondano ad un requisito essenziale ma non scontato nell’era dello smart phone: l’esattezza, la completezza e la scientificità dell’informazione fornita. Ci si può interrogare a questo punto sui modi della comunicazione, ovvero sul linguaggio dei testi, sull’interattività, sulla facilità di navigazione.
Vi propongo, da oggi, un viaggio nel mondo, abbastanza limitato effettivamente, delle applicazioni di archeologia in Italia concepite per I-Phone/I-Pod Touch e per I-Pad.
Innanzitutto, come trovare un’applicazione di archeologia? La scelta della parola chiave è fondamentale. Per questa ricerca condotta nell’App-Store ho scelto le parole “archeologia”, ovviamente, “storia antica”, “storia romana”, “antica Roma”, “preistoria”, “musei”.
All’interno della scelta offerta, si può decidere per le apps gratuite – la maggior parte – o a pagamento. Cliccando sull’icona relativa alla singola applicazione, per saperne di più, si apre la pagina che ne illustra le funzionalità e la grafica, arricchita dai commenti di chi prima di noi ha fatto l’acquisto.
Dal prossimo articolo sull’argomento passerò in rassegna alcune delle apps per I-phone e I-pad gratuite relative all’archeologia. Inizierò con quelle più istituzionali, realizzate sotto gli auspici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: I-Mibac top 40 e I-Mibac Voyager.
14:55
Scritto da: maraina81
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21/02/2012
Non tutti i blog sono uguali...
Sono un'archeologa con l'insana passione per i blog. Di conseguenza non scrivo solo su questo blog, ad argomento più o meno archeologico, ma ho curo anche un blog sul té e un blog di viaggi. Cosa accomuna questi blog è l'autrice, la cura che c'è dietro ogni post, l'ispirazione a scrivere, la voglia di farlo pur sapendo che non c'è né un ritorno economico né tantomeno un ritorno d'immagine. Mi fa piacere soltanto sapere che ogni tanto qualcuno legge qualcosa e lo trova mediamente interessante. Ma non voglio parlare di questo. Questo noioso preambolo serve per dire che è da anni, da almeno tre anni per la precisione, che mi interessa capire a cosa serve un blog di archeologia, chi lo legge, chi lo scrive, di che cosa deve parlare, quale insomma dev'essere il suo scopo e cosa si aspetta dalla rete. Questo interesse mi deriva proprio dall'esperienza che ho con gli altri miei blog, di argomenti totalmente diversi, e che pertanto rispondono a domande e a caratteri, quindi a lettori, diversi.
In qualità di blogger di viaggi - travel blogger, per gli addetti ai lavori - ho partecipato recentemente ad un evento tenutosi a Roma, il Travel Blogger Elevator, in cui ci siamo incontrati per presentare i propri blog, più o meno originali, più o meno innovativi, più o meno desiderosi di essere utili e forieri di chissà quali occasioni da cogliere. Si respirava nell'aria la sensazione di fare parte di un gruppo, anzi di voler costituire un gruppo e si voleva trasmettere il messaggio che il Travel Blogger è più che un esperto del settore viaggi, un soggetto aperto a cogliere le nuove esperienze e le possibilità offerte dalla rete e fuori dalla rete. C'era la neanche troppo velata volontà di creare una professionalità, quella dello scrittore in rete competente per il suo settore che sappia dare buoni consigli e dritte, o semplicemente che sappia raccontare talmente bene di un luogo o di un evento da invitare i lettori a provarlo.
Si parlava di responsabilità del travel blogger nei confronti del lettore, si parlava di tutto un mondo - e questo è l'aspetto più interessante - che si muove dietro i travel blog e che è il mondo della promozione turistica via web: i travel blogger (quelli più quotati, off course!) sono invitati dagli enti o dagli agenti turistici a provare e sperimentare le proprie offerte turistiche, in modo da pubblicizzarle. Ecco così che il ruolo del travel blogger diventa in alcuni casi fondamentale. Del resto nel mondo del web 2.0 è sempre l'opinione che conta, perciò il travel blogger è un opinionista: di sicuro non è un agente di viaggio, e in secondo luogo non è un giornalista (naturalmente sto parlando in generale: esisteranno sicuramente casi e se non li conosco me ne scuso).
Nasce allora la riflessione, in una blogger come me che scrive sia di viaggi, ed è perciò consapevole del mondo che vi ruota dietro, che di archeologia. E balza subito agli occhi il primo dato: non esiste ancora una categoria consapevole di blog di archeologia, ma c'è una serie di blog, e di blogger, che scrivono di archeologia. Gli autori dei blog sono di varia estrazione: vi sono archeologi, e sono la maggior parte, che si tengono informati e vogliono informare, ma vi sono anche appassionati della materia, nel bene e nel male, che vogliono condividere in rete ciò che sanno o ciò che pensano di sapere di archeologia.
E qui si solleva una differenza sostanziale con i blog di viaggi (per esempio): raccontare di un viaggio, di una propria esperienza, è un qualcosa di totalmente soggettivo: a me può piacere o non piacere un luogo o un paesaggio, posso trovarmi bene o male in quell'hotel o quel ristorante. Racconterò la mia esperienza condividendo le sensazioni che quel viaggio o quel luogo mi ha suscitato. Ma in archeologia non si possono raccontare sensazioni! Non è una materia soggettiva, non esiste un "secondo me è così", ma piuttosto un "dagli studi è emerso che". Chi scrive blog di archeologia non è egli stesso la fonte, come avviene per il travel blogger, che usa come fonte i propri occhi e i propri sensi, ma deve avvalersi di fonti accreditate, verificate, come ci si aspetta dal giornalismo scientifico.
Si intravvede quindi un punto di contatto col blog di viaggi: l'autore ha delle responsabilità nei confronti del lettore, deve avere una certa dose di professionalità. Nel caso del blog di archeologia questa dev'essere imprescindibile, dato che diffondere un'informazione sbagliata è quanto di più lontano debba esserci dalla mission di chi scrive blog di archeologia.
Lo scopo dei travel blogger, che è più una speranza per molti che altro, è quello di riuscire ad avere un tornaconto in termini se non economici almeno di privilegi in viaggio. I blogger di archeologia che scopo hanno? Per quale motivo si apre un blog di archeologia? A chi si rivolge? Ad altri archeologi o ad un pubblico vasto interessato all'archeologia?
Il resto alla prossima puntata...
18:59
Scritto da: maraina81
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17/02/2012
Rapina al Museo di Olimpia. Un'altro brutto colpo per la Grecia
Direte che la Grecia in questo momento ha problemi più seri da affrontare, direte che a fronte della gravissima crisi che non è solo economica ma sociale il furto di 60 reperti da un museo è l'ultima delle sue preoccupazioni. Eppure chissà perché tutte le volte che un Paese è in crisi a farne le spese è anche l'identità culturale, che viene ferita attraverso quei gesti anche piccoli, ma significativi come l'assalto o il furto nei musei. Poco più di un anno fa, se non erro, succedeva in Egitto, a Il Cairo, prima era successo in Iraq: contesti di instabilità sociale più virati verso la violenza che non verso la protesta per la recessione economica, però comunque contesti di crisi forte, com'è quello che sta ora verificandosi ad Atene.
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Non è questa la sede per discutere dei problemi della Grecia, non sono senz'altro io quella con la soluzione in tasca né ha senso aprire la bocca senza sapere di che parlo (ma qui forse si può capire qualcosa in più). Ma sottolineo che ancora una volta, quando una nazione è debole, a farne le spese è il patrimonio culturale, che viene depredato, questa volta col preciso scopo di rubare, non di distruggere, in una delle sue sedi più significative, il Museo di Olimpia, nientemeno. Rapina a mano armata, cosa che potrebbe succedere anche in Italia anche oggi, per carità, in un qualunque piccolo o grande museo, ma che chissà come, essendo avvenuta in Grecia, assume un significato tutto particolare: quello degli avvoltoi sulla preda in agonia, quello dell'approfittarsi della situazione politica di un popolo che è già sotto i riflettori di per sé per far passare inosservata, tutto sommato, nel dramma generale, un'azione del genere. Perché sì, il Ministro della Cultura si è dimesso, dando risalto internazionale alla faccenda, però quante forze potranno essere impiegate per recuperare il bottino e beccare i colpevoli in tempi come questi?

E' un palese attacco del mercato clandestino dell'arte, quello commissionato da trafficanti senza scrupoli che a maggior ragione si approfittano di queste situazioni per mettere a segno i loro colpi. Al momento a Olimpia non sono neanche in grado di dire con precisione cosa è stato portato via (!), ma i ladri lo sapevano benissimo, così come i mandanti.
La Grecia in ginocchio già di per sé non può che guardare impotente, affranta, delusa, quest'ulteriore sgambetto alla sua dignità di nazione, di popolo. E' una ferita, in realtà, che fa più male di quanto non si pensi, è un insulto all'identità culturale, al passato glorioso di un popolo che oggi purtroppo è sull'orlo del lastrico.
Direte che la Grecia in questo momento ha problemi più seri da affrontare, più immediati da risolvere, e sicuramente è vero, ma gli attacchi all'identità culturale sono un'umiliazione enorme per chi non si può difendere. Fortunatamente la Grecia è orgogliosa del proprio passato - e come non esserlo? - e non si lascerà intimidire da questi gesti. Ma è brutto, molto brutto, sapere e vedere che ciò accade.
12:34
Scritto da: maraina81
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