Alfredo Jaar e il Rwanda Project. Quando l’arte contemporanea si fa portatrice di un messaggio sociale

Alfredo Jaar, Rwanda Project

Sembra una tranquilla, bella e rigogliosa piantagione di tè, questa distesa di piante che si trova in Ruanda, a 40 km a Sud di Kigali, e in effetti lo è, ma basta ampliare lo sguardo, e l’immagine serena e bucolica acquista tutto un altro significato. La piantagione si trova poco distante dalla chiesa cristiana di Ntamara Church; per raggiungerla si percorre una strada alberata, poi infine si attiva a Ntarama Church. Negli scatti che si susseguono – la piantagione di tè, poi la via alberata, infine una nuvola solitaria nel cielo azzurro, nei pressi della chiesa – nulla fa presagire quello che qui è successo nel 1994. La chiesa di Ntarama è stata infatti il teatro di un massacro, uno dei tanti di quell’anno, perpetrato ai danni della popolazione Tutsi nel corso del quale furono trucidate 5000 persone tra uomini, donne e bambini: si trattò di un genocidio, svoltosi davanti agli occhi chiusi della comunità internazionale. Non immagini neanche, dunque, che vicino a quella rigogliosa piantagione di tè, sotto quella placida nuvoletta, nei pressi della chiesa, c’è un terreno di morte.

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I tre scatti in successione della piantagione di té, la via alberata, la nuvola solitaria nell’installazione di Alfredo Jaar Rwanda Project (credits: Alfredo Jaar, The way it is. An Aesthetic of Resistance, catalogo della mostra di Berlino)

Parte da queste tre apparentemente innocue immagini il Rwanda Project di Alfredo Jaar, artista, fotografo, video maker di fama internazionale che spesso, anzi sempre, nei suoi lavori guarda alla società contemporanea e ai suoi drammi, con l’intenzione di denunciare, di far aprire gli occhi al suo pubblico che, come nel caso del Rwanda Project, può ricevere dei veri pugni nello stomaco, tanto coinvolgenti sono le installazioni che allestisce.

Mi sono imbattuta nel Rwanda Project a Berlino, alla Berlinische Galerie, all’interno di una retrospettiva dedicata interamente all’autore Alfredo Jaar, dal titolo “The way it is. An aesthetics of resistance”. Totalmente impreparata a quesllo che mi aspettava e ignara di chi fosse Alfredo Jaar e di cosa si occupasse, sono stata subito attratta dalla foto della piantagione di tè, chiedendomi cosa ci potesse essere di “artistico” in un soggetto di questo tipo. Ma non c’è voluto molto per capirlo. E se si intuisce qualcosa man mano che dalla foto della piantagione si passa alla via alberata, quando si arriva alla nuvola si serra il cuore: perché è spiegato, a disegno, che la “lonely cloud” sta proprio sopra il teatro della carneficina; niente di più contrastante con la bella giornata di sole che quel cielo azzurro lascerebbe intendere.

L’installazione prosegue con una serie di didascalie a immagini che non vediamo, ma che purtroppo possiamo figurarci piuttosto bene, istantanee del massacro, storie di singole persone che erano presenti. Una di queste storie è quella di Gutete Emerita, una giovane madre di famiglia che quella domenica mattina del 1994 era in chiesa a Ntamara Church quando la milizia Hutu irruppe e fece strage dei presenti. Lei sopravvisse, ma vide morire davanti a sé il marito e due figli, bambini di 10 e 7 anni. Un’intera sala è dedicata proprio ai suoi occhi, nei quali si riflette l’orrore per ciò che ha visto e vissuto, e che guardano dritti verso di noi, a chiedere aiuto, a chiedere perché.

Il Rwanda Project è molto più esteso; preoccupandosi di come poter portare al mondo, alla comunità internazionale, la notizia, la testimonianza e la riflessione su questo genocidio che appartiene alla nostra storia recente, Alfredo Jaar dedica tutta una sezione del suo lavoro alla stampa internazionale, al ritardo con cui la notizia cominciò ad avere quel risalto che si procura finendo in copertina. E il dato è sconcertante. 

Alfredo Jaar è artista poliedrico. Riesco anzi con difficoltà a definirlo artista, nel significato che comunemente attribuiamo a questo termine. Sicuramente è persona dal multiforme ingegno che usa le sue arti – non solo la fotografia e il video, ma anche la parola – per trasmettere messaggi che possano arrivare al grande pubblico. Alcuni suoi lavori sono di immediata comprensione, come il Rwanda Project e il terribile video “The sound of silence” (che si interroga sul ruolo e sul comportamento etico del reporter davanti a situazioni estreme come la morte per fame in Africa), altri non così facilmente comprensibili, come il suo lavoro fotografico al Pergamon Museum, dove fa un parallelismo tra i rilievi dell’Altare di Pergamo, in cui è celebrata la vittoria di Pergamo, città dell’Asia Minore, sui Galati nel 166 a.C., attraverso la raffigurazione di una Gigantomachia e del mito di Telefo, mitico fondatore della città, e la presenza ancora attiva e ancora attuale della xenofobia in Germania. Ciò che emerge, comunque, è la figura dell’artista impegnato socialmente, che usa le forme a lui più congegnali per fare quello che gli riesce meglio, colpire il pubblico. Personalmente mi ha colpito e affondato, e ringrazio, io che di arte contemporanea capisco e so poco o nulla, di essere entrata alla Berlinische Galerie, dove attualmente è esposta questa retrospettiva (oltre che alla Berlinische Galerie, tale retrospettiva è esposta anche alla Neue Gesellschaft für Bildende Kunst –NGBK, e alla Alte Nationalgalerie). Se passata da Berlino, ve l’assicuro, è un momento di crescita culturale e personale di cui vale la pena di fare esperienza.

Alfredo Jaar, Pergamon Project, Pergamon Museum

Un’immagine del Pergamon Project di Alfredo Jaar

Alfredo Jaar e il Rwanda Project. Quando l’arte contemporanea si fa portatrice di un messaggio socialeultima modifica: 2012-07-05T09:54:00+00:00da maraina81
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