Il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

La Chimera è fiera. È nato il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

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Se seguite questo blog, sapete che già da qualche anno esiste il blog della Soprintendenza Archeologia della Toscana. Ebbene, da quando la riforma del MiBACT ha distinto i Poli Museali regionali dalle Soprintendenze, si è reso necessario distinguere anche nel web 2.0 le due realtà. Il direttore del Museo, Mario Iozzo, non ha avuto dubbi fin dall’inizio: il museo deve avere il suo blog. E figurati se non sono d’accordo! Io e Silvia, la mia collega che si occupa con me della comunicazione, siamo entusiaste all’idea di metterci a lavorare al blog del nostro museo. Nostro, sì, perché ci lavoriamo da 5 anni anzi 6 e, se permettete, un po’ nostro lo sentiamo.

chimerinaIl blog è nato da una costola del blog Archeotoscana, dal quale abbiamo importato tutti gli articoli già esistenti relativi al museo di Firenze (non sono pochi). Questo comporta una serie di problemi pratici non da poco come, uno per tutti: modificare tutti i link e rimandi interni che devono rimandare ora a post del nuovo blog e non più di Archeotoscana (perché non esistono più). Però ci perdonerete. E vorrete seguire sul nuovo blog tutte le attività del museo reale di cui daremo conto.

Sono sempre stata convinta che il blog sia uno strumento utilissimo per comunicare il museo, per farlo arrivare al pubblico, per far trasmettere un’immagine che non sia di un contenitore chiuso, fermo, statico e impolverato come le vetrine che non vengono mai pulite, ma un luogo dove si fanno cose, dove tra mostre, eventi, attività didattiche, conferenze e visite guidate straordinarie nessun giorno è mai identico al precedente.

Quando al workshop di Archeosocial (di cui ho parlato qui) si doveva decidere quali canali 2.0 e social aprire per far comunicare il proprio museo o area archeologica, più di un gruppo ha scelto il blog come strumento utile. Redigendo un piano editoriale che prevedeva un giusto equilibrio tra l’informazione sulle attività e la divulgazione, intesa come illustrazione delle opere, delle collezioni, dei percorsi museali e didattici, ho visto nascere dei potenziali utilissimi blog. Peccato che all’atto pratico però, gli esempi siano veramente pochi: tenere un blog, organizzare un piano editoriale e trovare sempre argomenti nuovi e interessanti da proporre accanto alla promozione dei propri eventi non è impresa facile. Inoltre per costruire un buon post ci vuole tempo e attenzione, buona conoscenza dell’argomento e documentazione di base. Se è vero che un archeoblogger deve fare buona comunicazione, nel caso del museumblog l’autore ha una responsabilità ancora più elevata nel momento in cui trasmette un’informazione: attraverso di lui parla il museo, non so se mi spiego.

Una vecchia slide che riassume alcuni aspetti fondamentali dell'essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Una slide della presentazione che portai a Opening The Past che riassume alcuni aspetti fondamentali dell’essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Nel mondo dei grandi musei, anche in Italia il blog accanto al sito web istituzionale si sta imponendo come utile strumento di comunicazione col pubblico, potenziale ed effettivo. Esempi virtuosi ne sono nati ultimamente, senza allontanarmi da Firenze: a partire dal blog del Grande Museo del Duomo, che ha seguito dapprima le fasi del riallestimento in vista della grande apertura di ottobre e che ora procede nella sua opera di informazione e insieme divulgazione, in una visione ampia che guarda anche alla città, visto che il Duomo è il fulcro di Firenze; un altro blog di un’importante istituzione fiorentina è quello recentemente aperto da Palazzo Strozzi che, inaugurato da un post del direttore Arturo Galansino, conduce anch’esso un’opera di informazione e approfondimento a margine delle mostre che periodicamente allestisce.

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Quanto ai blog di musei archeologici nazionali, tolta la novità del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la situazione un po’ langue: faccio un mea culpa per il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia che viene aggiornato con poca frequenza, ma anche il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche è fermo da giugno 2015, mentre il blog del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari non viene più aggiornato dall’inizio di dicembre 2015. E insomma, la situazione non è incoraggiante. Bisogna stare attenti al rischio di un blog incostante, che fa perdere fiducia nei lettori, per i quali l’incostanza diventa sintomo di non professionalità. Non vogliamo che i nostri musei abbiano blog inconstanti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, o tanto vale non avviare affatto un’impresa del genere.

Il segnale positivo visto ad Archeosocial però mi incoraggia. La nuova/vecchia avventura del blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze mi dà nuova energia per portare avanti, pur con tutte le difficoltà del caso, anche gli altri blog che seguo. Spero che stia entrando sempre di più nelle mentalità l’importanza di una comunicazione più ragionata, più mirata, più approfondita della pagina facebook, meno statica della pagina web istituzionale: il museo ha bisogno dei blog, di questo ne sono convinta da sempre.

A tal proposito, vi chiedo di segnalarmi, qui o su twitter, i blog di musei archeologici italiani che conoscete. Voglio poter fare un censimento dello stato dell’arte in materia. Vediamo com’è la situazione, vediamo se davvero quell’intenzione che si è vista ad archeosocial davvero si concretizza in esperienze e se queste esperienze possono definirsi positive.

Quando un archeologo diventa un simbolo: Khaled Al Asaad

A 6 mesi dalla sua morte, ancora si parla di lui. E se ne parlerà ancora a lungo, nei mesi e negli anni a venire. Khaled Al Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, in Siria, è stato barbaramente ucciso dagli uomini dell’ISIS nell’agosto del 2015. Dopo torture varie, quest’uomo di più di 80 anni è stato giustiziato sulla pubblica piazza, reo di non aver collaborato con gli uomini del Califfato che volevano trafugare i reperti del museo di Palmira. Per tutta risposta l’anziano archeologo è stato massacrato e con lui il sito di Palmira è stato barbaramente offeso, sia fisicamente, dato che alcuni suoi importanti monumenti sono stati letteralmente fatti saltare in aria, sia moralmente, dato che il grande teatro è diventato luogo di una memorabile esecuzione pubblica. Ne ho parlato già qui, per cui oggi non sto a ripetermi.

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell'ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell’ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Oggi piuttosto voglio concentrarmi sulla figura di Khaled Al Asaad, o meglio, su quello che è diventato subito dopo la sua morte. Un archeologo tranquillo, o forse no, che svolgeva il suo lavoro con impegno e passione: questo era Al Asaad. Un archeologo come tanti ce ne sono al mondo, con i suoi pregi e senz’altro i suoi difetti, un essere umano come tutti. Era il direttore di Palmira, dunque non era il primo venuto. Era anche parecchio anziano, ma questo non lo ha minimamente turbato nell’ultimo periodo della sua vita, anzi.

Non conosciamo esattamente come sono andate le cose, perché molto ci sfugge in una nebulosa fatta di luoghi comuni, di sentito dire, di rimbalzato sui media e di propagandato dall’ISIS. Possiamo solo supporre come sia andata.

Allo scoppio della crisi in Medio Oriente le missioni archeologiche straniere sono state invitate a sospendere le proprie ricerche e ad andarsene (è ciò che è successo ad esempio ad Ebla); sono rimasti i preposti ai siti archeologici, che comunque vanno manutenuti, vanno preservati, vanno messi in salvo. Palmira, sito archeologico tra i più importanti del Vicino Oriente, è uno di questi. Alla sua guida, Khaled Al Asaad non ha dubbi sul da farsi. Mi immagino che abbia avuto qualche avvisaglia, magari lo ha avvertito qualche collega di altri siti, o magari vengono direttamente da lui gli emissari del Califfato, che con le buone cercano di farsi vendere o indicare i reperti archeologici più preziosi, e i loro depositi, dicendogli “in questa situazione di pericolo, è più prudente se li affidi a noi“. Immagino una situazione simile a quella che si verificò in Europa durante la II Guerra Mondiale, dove accanto all’occupazione nazista c’era la requisizione delle opere d’arte dei più importanti musei per farle confluire nella collezione del Fürher Museum. In questo caso, però, nessuna collezione si vuole arricchire, se non quella di collezionisti talmente malati da essere disposti a fare patti col diavolo (letteralmente) finanziando il terrorismo internazionale. Non è un segreto per nessuno: la notizia è risaputa ed è di dominio pubblico; anzi, si conoscono benissimo le dinamiche, come racconta quest’articolo del The Guardian, come funziona la domanda e l’offerta. Eppure non si costruisce ancora un’azione di contrasto efficace a questo mercato.

Immagino che Khaled Al Asaad abbia subodorato il pericolo e se già stava correndo ai ripari, si sia impegnato ancora di più per nascondere i reperti in un posto sicuro. E questo non è piaciuto al Califfato, che se vuole comprare armi ha bisogno di vendere sul mercato nero quante più opere d’arte antica possibile. I tentativi saranno diventati sempre più insistenti, le minacce anche, fino all’arresto, alla prigionia, alle torture. E niente. Khaled Al Asaad non parla, non rivela. Potrebbe essere il nonno di qualcuno dei ragazzetti armati che gli punta il fucile contro e che non ha manco idea di cosa sia Palmira. Trascinato sulla pubblica piazza, una volta appurato che l’archeologo non ha niente da perdere, che tanto sa che farà una brutta fine, e che forse il rimorso di tradire il suo credo di custode dell’antico e della memoria sarebbe peggio di qualunque altra cosa, viene barbaramente giustiziato.

La notizia fa il giro del mondo. E se dio vuole, Khaled Al Asaad diventa un martire. Un martire della cultura, il simbolo della difesa ad ogni costo del Patrimonio culturale mondiale. L’Italia da subito dichiara giornata di lutto nazionale, le occasioni di commemorazione si sprecano. Ma è bene che succeda. La gente deve sapere. Deve sapere che Khaled Al Asaad con la sua morte ci testimonia un evento che avviene sotto gli occhi di tutti, in continuazione: la distruzione di siti, opere archeologiche, monumenti, per camuffare l’esportazione di beni verso il mercato clandestino mondiale di opere d’arte. La favoletta dell’ideologia iconoclasta non ci incanta più. O meglio: è quella che fa presa sulle masse in Siria e in Iraq, per convincerle che il Califfato lotta anche contro gli Idoli del passato, blasfemi e corrotti. In realtà, l’ISIS ha proprio bisogno di quei beni, per poter mettere su un giro d’affari di migliaia, milioni di dollari, quelli necessari ad autofinanziarsi. Non si sa chi siano questi finanziatori. Paolo Matthiae, a TourismA, parlava di “tanti protagonisti occulti“.

Khaled Al Asaad in pochi mesi è diventato simbolo del patrimonio dell’umanità ferito, indifeso, stuprato, abbandonato, annientato alla cui distruzione noi restiamo impotenti, inebetiti, impietriti. Però, vuoi per coincidenza, vuoi per caso, da quando lui è stato ucciso qualcosa si è mosso: la proposta dei Caschi blu della cultura, che è diventata operativa pochi giorni fa, per esempio, è un primo passo. Ma un altro passo, importante, è l’informazione. Perché se circolano le notizie, se si sposta l’occhio dell’opinione pubblica su ciò che sta succedendo non solo in Siria, ma anche in Iraq, forse si riesce a fare una qualche azione di disturbo.

L’ICOM e l’UNESCO, ognuna per il suo specifico, stanno lavorando alacremente per trovare soluzioni. L’ICOM ha pubblicato una redlist dei materiali trafugati in Mesopotamia, dunque in Iraq, dove le distruzioni ai danni di Ninive/Mossul e di Nimrud sono sconcertanti. Il Califfato ha un suo ministero, Diwan-al-Rikaz, che letteralmente significa “Dipartimento delle cose preziose che vengono da sottoterra“: non ci vuole molto a capire che non si riferisce solo allo sfruttamento del petrolio, ma anche a ben altre “cose preziose“.

In un docufilm trasmesso a TourismA 2016, “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, Khaled Al Asaad lamentava il fatto che il patrimonio archeologico di Palmira è disperso nei vari grandi musei del mondo. Quella frase ascoltata oggi stona tantissimo. Se lui era dispiaciuto allora, chissà cos’ha provato quando neppure con la propria vita è riuscito a fermare la distruzione. Ormai lui non si può più opporre. Ma se il suo sacrificio è valso a qualcosa, ora tocca al mondo intero proteggere un patrimonio che non è solo palmireno, non è solo siriano, ma appartiene all’umanità tutta.

PS: questo post nasce a margine di TourismA 2016, durante il quale è stato dedicato più di un incontro alla situazione disastrosa del patrimonio culturale mediorientale.

Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? 😉

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

Condividi anche tu una kykix!

Tutto è partito da un meme.

kylix1

Un meme recita “Basta con foto di cani e gatti: condividi anche tu una kylix”. In mezzo campeggia l’immagine di una kylix, la coppa greca che veniva usata durante i banchetti degli aristocratici ateniesi, e non solo, per bere vino e per giocare al kottabos, il gioco secondo il quale un invitato doveva colpire un bersaglio con il vino rimasto nella coppa; antesignano delle nostre freccette. Quella scelta nella foto è una kylix del gruppo cosiddetto dei “Piccoli maestri”, caratterizzato da figurine piccine, rappresentazioni non necessariamente mitologiche e uno spiccato gusto da parte dei ceramografi per lo stile miniaturistico. Il tipo di kylix più nota, però, quella che rimane più impressa, è la cosiddetta kylix a occhioni.

kylikes a occhioni dal Museo Archeologico Nazionale di FirenzeLa kylix a occhioni si ammanta di un fascino tutto particolare: è decorata all’esterno con due grandi occhi apotropaici, portafortuna, mentre all’interno le rappresentazioni possono essere svariate, dal mito di Dioniso e i pirati di Exekias al gorgoneion, anch’esso apotropaico. Siamo nei secoli VI-V-IV, la cultura greca la fa da padrona nel Mediterraneo, il simposio è un evento importante nella vita sociale degli individui (di ceto elevato): momento di aggregazione, le mogli ne sono escluse, solo le etère, l’equivalente delle nostre escort, possono partecipare. Sulle  kylikes sono rappresentate scene del mito, amori divini, avventure divine, storie che gli aedi durante i banchetti cantano al suono della lira e che i convitati possono leggere come in un fumetto sul fondo della coppa…

Il meme è diventato virale nella cerchia degli archeologi 2.0.

maiolica arcaica

La kylix è un oggetto del mondo antico come un altro. Perché è stata scelta dagli archeologi (perché è un archeologo il primo che l’ha lanciata) in contrapposizione ai micetti pucciosi? Perché è stata scelta come contenuto virale?

È bastato poco, in realtà. Uno ha l’idea giusta, la condivide e per il gioco dei 6 livelli di conoscenza per cui io potenzialmente conosco Mark Zuckelberg, questo meme sta rischiando di apparire davvero sulla timeline di Zuckelberg. Ma, a meno che non abbia qualche amico archeologo ciò non succederà.

La kylix ha avuto seguito ovviamente, tra gli archeologi. Improvvisamente sono scomparsi da facebook cani e gatti, mentre è stato un proliferare non solo di kylikes, ma anche di kantharoi (altro vaso per il banchetto, più alto, col calice più lungo e anse molto più sviluppate), di maioliche arcaiche, per accontentare la quota medievista, e di bifacciali per strizzare l’occhio alla componente facebook preistorica.

Il risultato? Facebook è diventato in questi giorni, almeno sulla timeline degli archeologi, un piccolo museo archeologico. Noi archeologi ridiamo, condividiamo, commentiamo ammiccando… ma poi? Chi oltre noi capisce di cosa stiamo parlando?

bifaccialeQuesto meme, con i suoi derivati, creato esclusivamente per archeologi, non rischia di isolarci ancora di più nella nostra torre d’avorio? Perché invece non condividiamo cani e gatti anche noi, ma magari archeologici? Opere d’arte antica non ne mancano, dai cani degli Uffizi alle varie rappresentazioni della dea Bastet, la dea a forma di gatto degli Egizi. E sì che gli archeostickers stanno andando nella giusta direzione, attualizzando opere d’arte antica con messaggi attuali, attualissimi; oppure alcune conversazioni su twitter, come #archeozoo, recentemente tirata in ballo da Archeopop e Professione Archeologo, creata un paio di anni fa da @MAF_Firenze e confluita nella sua board di Pinterest

O altrimenti, condividiamo pure una kylix! Ma diciamolo a cosa serviva: per bere vino e per brindare. Perché cambiano gli oggetti, nella storia dell’uomo, ma non le esigenze che li producono: in questo caso la convivialità, la festa, la gioia di vivere e di incontrarsi. E vedete bene che brindare con una kylix piena di vino resinato o con un tumbler pieno di whisky on the rocks è la stessa identica cosa.

La degna conclusione dell’utilizzo smodato di kylikes è però la seguente: gli occhioni delle coppe interpretati come emoticons. Un lavoro degno di un archeonerd e che di nuovo mi richiama alla mente archeostickers. Che le coppe rappresentate siano state anche utilizzate per bere? Il dubbio viene, ma nonostante questa possa sembrare una critica negativa, in realtà approvo sempre queste manifestazioni, che sono la vetrina della nostra capacità di saperci reinventare con stile e tanta ironia. Tra l’altro, chiamo a testimoni le mie amiche thatters su whatsapp, le emoticons tratte dalla kylix a occhioni non solo sono piaciute, ma sono state assolutamente capite e apprezzate!

kylix2E infine, siccome non si riesce a stare dietro a tutte le novità che i social portano con sé, e che in qualche modo hanno visto una parte attiva nella corrente antichista e archeologica che qui si rappresenta, una menzione va fatta nei confronti di #petaloso. Il piccolo Matteo c credo che odierà l’Italia alla fine, oppure diventerà novello Dante, fatto sta che ha inventato una parola, la maestra ha chiesto aiuto all’Accademia della Crusca e l’Accademia della Crusca ha risposto “Si può fare! Purché tutti la usino”, ed ecco che tutti effettivamente la usano. Compresi gli archeologi, da quando Archeopop ha creato la gif.

Infine, e qui chiudo, perché altrimenti non pubblico più e domani sarà uscito qualcosa di nuovo, voglio spendere una parola in favore, o a sfavor, dei nuovi #facebookreaction, i pulsanti che oltre al classico like consentono di esprimere ulteriori pareri. Gli appassionati (non vorrei definirli diversamente) della romanità hanno già trovato dei degni pulsanti:

like

E con questa vi saluto. Mo’ anche basta, eh?

 

Qualcosa di cui andare fieri

Ogni tanto ci vuole. Una botta di fiducia, un motto d’orgoglio, un risveglio della coscienza.

"A nation stays alive when its culture stays alive"

“A nation stays alive when its culture stays alive”

Nello sfacelo della solita Italia in cui il Ministero dei Beni e Attività Culturali e Turismo fa riforme a singhiozzo di se stesso, destabilizzando chi vi lavora e chi vi si deve rapportare, dando a intendere che più che un processo di cambiamento sia in atto una serie di operazioni giustapposte, e dimostrando ancora una volta che la mano destra non sa cosa fa la sinistra; nell’Italia in cui per non turbare l’animo sensibile del capo di stato Iracheno si preferisce nascondere le opere d’arte nude (come se fosse una loro colpa) invece che trovare soluzioni alternative che non imbarazzino nessuno; ebbene quest’Italia qui, quest’Italia che ci fa esasperare, imbestialire e dispiacere, qualcosa di buono ogni tanto lo fa.

La morte di Khaled Al-Asaad ha fortemente scosso le coscienze. In Italia in particolare

La morte di Khaled Al-Asaad ha fortemente scosso le coscienze. In Italia in particolare

L’uccisione di Khaled Al-Asaad aveva già scosso gli animi. All’indomani della notizia della sua esecuzione, l’Italia aveva dichiarato lutto nazionale, come se l’uccisione di un difensore dell’archeologia, dunque della memoria storica della Siria, toccasse in qualche modo tutti noi. Il messaggio, da alcuni osteggiato e letto in chiave demagogica, non è rimasto invece fine a se stesso. Perché è sempre l’Italia che l’estate scorsa ha proposto ad un’UNESCO che chiedeva aiuto per far fronte alla continua distruzione e dilapidazione del patrimonio culturale sotto il controllo dell’ISIS, la costituzione dei Caschi Blu della Cultura.

Inutile dire che la proposta sia stata accolta con entusiasmo. L’Italia non ha fatto una sparata a caso: occorre una task force che sappia occuparsi di salvaguardia, di tutela, di restauro e di recupero dei beni culturali in pericolo (o distrutti) nei luoghi di guerra e non solo. I Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale sono da questo punto di vista un’eccellenza a livello mondiale. Potranno mettere a disposizione le loro competenze e la loro esperienza decennale per costituire un organismo capace di prevenire e di contrastare le operazioni di distruzione e di svendita del patrimonio culturale in mano ai terroristi dell’ISIS.

Il 16 febbraio è stata ufficializzata a Roma la costituzione dell’ITRECH, International Training and Research center on the Economics of culture and World heritage, un centro che avrà sede a Torino e che sarà l’interlocutore dell’UNESCO per la formazione, la ricerca, la lotta alle forme di distruzione del Patrimonio culturale mondiale, che come abbiamo imparato in questi mesi non sono semplicemente l’esplosione e la cancellazione fisica di un sito o di un’opera d’arte, ma anche la vendita sul mercato illecito di buona parte di ciò che scampa alle distruzioni, con conseguente dispersione di materiali, perdita dei contesti e soprattutto finanziamento delle attività terroristiche che continueranno a distruggere questi “elementi di umanità”, come li ha definiti il ministro della Difesa Pinotti.

Al grido di #unite4heritage, il 16 febbraio sono stati costituiti i Caschi Blu della Cultura. Tale dicitura, che è entrata a far parte del logo dei Carabinieri del Nucleo Tutela, è il nome che prende questa task force di ideazione totalmente italiana. Una Task Force per cui ieri è stato firmato l’avvio. Al grido di #unite4heritage i Caschi Blu della Cultura saranno chiamati a intervenire ogni qualvolta uno Stato abbia bisogno di proteggere o di recuperare i suoi Beni Culturali. Attraverso operazioni di monitoraggio, di intervento in caso di danni, di formazione sul posto di figure in grado di contrastare il fenomeno, di recupero di materiale trafugato, i Caschi Blu della Cultura vogliono essere la risposta ad un sistema che sta peggiorando sempre più e cui assistiamo impotenti giorno dopo giorno.

I Caschi Blu della Cultura dunque da oggi esistono; ne hanno accolto con entusiasmo la nascita tra gli altri il ministro MiBACT Franceschini, che denuncia:

e Irina Bokova, Direttore UNESCO, la quale, guardando ammirata all’impegno italiano dice:

Ora inizia la parte più difficile: dare esecuzione e seguito ad #Unite4heritage. Gli occhi del mondo guardano a noi, in questo momento, come a un faro di speranza e di impegno sincero. Non possiamo deluderli.

 

PS: Il video della diretta della Presentazione di #unite4heritage è disponibile sul sito web del Ministero della Difesa

Volare o scavare? Questo è il problema

Vivo a Firenze. Da buona viaggiatrice romantica, quando passo dall’aeroporto di Peretola guardo sempre in alto sperando di vedere un aereo in fase di atterraggio o di decollo. Da buona fiorentina (acquisita), quando è stato presentato il nuovo progetto di ampliamento dell’aeroporto di Firenze, ho osservato con attenzione l’idea, il plastico ricostruttivo, la simulazione di atterraggio (degna di un’esperienza 4D da sala giochi) e ho pensato che sì, effettivamente una città come Firenze può aver diritto a un aeroporto più grande di quello che ha già, con una pista più lunga, adatta ad aerei più grandi che non rischino di andare a scontrarsi contro il Monte Morello, che non si debbano piantare in caso di nebbia e che assicurino alla città un flusso di aerei intercontinentali. Firenze è la seconda, forse la terza, ma forse la prima, città più visitata d’Italia: perché non dovrebbe avere un collegamento degno di questo nome con tutto il resto del mondo?

La vista che preferisco: l'aereo che si abbassa mentre passo in autostrada

La vista che preferisco: l’aereo che si abbassa mentre passo in autostrada

Così la Toscana Aeroporti, dopo una lunga gestazione, ha presentato un progetto, che è stato approvato, di ampliamento della pista di atterraggio, che prevede la rotazione della pista stessa di 90° (Qui 10 cose da sapere sulla pista dell’aeroporto). Questo vuol dire che se non ci sarà più nessun volo che mi attraverserà l’orizzonte visivo mentre entro a Firenze dall’autostrada, in compenso quando ne torno da Prato verso la capitale del Granducato avrò un aereo che sorpasserà la mia pandina. Un interessante plastico, in esposizione qualche tempo fa in Piazza della Repubblica a Firenze, mostrava come, da Prato in poi, il boeing proveniente da Singapore potrà abbassarsi fino ad atterrare sulla nuova superpista di Peretola.

Il progetto di ampliamento della pista aeroprotuale

Il progetto di ampliamento della pista aeroprotuale

Quello che dai progetti e dai plastici non si riesce a intuire, se non marginalmente, è l’impatto enorme che un progetto del genere può avere sulla popolazione. Il progetto in sé mira a dimostrare come le aree interessate dall’atterraggio dell’aereo siano scarsamente popolate. Quello che non dice è quanti campi coltivati, visto che siamo in una piana a vocazione agricola, dovranno essere (e forse già lo sono) espropriati in vista del progetto.

La popolazione è divisa. Chi vuole un aeroporto internazionale degno di questo nome e chi invece vede nel progetto una nuova TAV, nonché un fantasma dei lavori a rilento della tramvia di Firenze. Ad opporsi sono ovviamente gli abitanti della piana e in particolare gli agricoltori. Ma ora un nuovo nemico si sta insinuando e mina le certezze di tutti.

La notizia arriva il 27 gennaio 2016; prima di raggiungere gli organi di stampa parte da facebook, su cui viene data notizia di ruspe nell’area della futura pista. Orrore! Hanno già iniziato i lavori? Senza avvisare? Ma no, assicurano poi, sono “solo” gli archeologi che effettuano qualche controllo. “Solo” fino a un certo punto. Perché quando arriva l’archeologo su un cantiere, urbano o meno, la strizza regna sovrana: bloccheranno i lavori? Rallenteranno il ritorno alla normalità? Verranno a spazzolarci anche l’ingresso di casa con quel loro pennellino?

Aiuto! Arriva la ruspa!!!

Aiuto! Arriva la ruspa!!!

Sapete com’è, la piana di Sesto ha restituito spesso e volentieri materiali e siti archeologici. L’emporio etrusco scoperto a Gonfienti (Prato) ne è la testimonianza più eclatante, ma senza andare troppo nel dettaglio dei singoli rinvenimenti, basta citare la villa romana rinvenuta durante la realizzazione del parcheggio dell’Ipercoop di Sesto: una recinzione con qualche pannello nel parcheggio interrato racconta ai clienti del supermercato con le borse cariche di spesa perché hanno dovuto parcheggiare un po’ più in là.

A Sesto e Prato, insomma, ci sono abituati all’archeologia. Ma che ti spunti lì fuori dal nulla, nel bel mezzo di un campo coltivato, lascia un bel po’ perplessi. Anche perché, e qui mi permetto di fare una critica, alla domanda “che cosa avete trovato di importante?” il/la funzionario/a di Soprintendenza ha risposto un elusivo “Durante i saggi sono stati individuati, nei terreni a Peretola, alcuni livelli in cui è presente materiale che va dalla preistoria all’età romana” UAU! E cioè?

Comunque, per esperienza, so che basta già solo questo per far drizzare i capelli in testa alla popolazione della piana. Ohiohi gli archeologi! Oh icché vogliano!? Oh un gli bastano quelle du’ tombe a Sesto e quel museo a Firenze?* Sempre qui ni’mezzo a rompe’ i xxx…

La cosa che mi ha interessato di più è in effetti la reazione all’intervento della Soprintendenza. Intervento che, ricordo, è nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni di tutela e di ricerca sul territorio. La cosa che mi ha stupito delle reazioni della gente non è tanto il non sapere cosa di preciso la Soprintendenza abbia rinvenuto (anche perché ogni dato che viene registrato, ogni strato che viene alla luce e viene documentato e scavato, va poi interpretato, e insomma l’operazione richiede del tempo e dello studio, per cui non si può sparare subito una vaccata a caso, ma bisogna essere sicuri), ma se e quanto il “lavoro” della soprintendenza possa o meno rallentare i lavori.

Scavi di archeologia preventiva in corso sul tracciato della futura pista aeropotuale di Peretola

Scavi di archeologia preventiva in corso sul tracciato della futura pista aeropotuale di Peretola

Una notizia del 4 febbraio, quindi piuttosto fresca, registra lo stato d’animo della gente del posto. Si dice, in questo articolo, che a seguito degli importanti ritrovamenti archeologici, non si esclude la richiesta di modificare il progetto di partenza. Ancora non si conoscono i dettagli dell’entità delle scoperte, se possa essere verosimile un’opzione del genere. Il funzionario della Soprintendenza non indora certo la pillola: dice infatti “il nostro parere è vincolante, ed è accaduto in passato che questi progetti abbiano subìto dei bypass o delle varianti dopo il parere della Soprintendenza“. Ma tanto basta a far saltare su gli animi più appassionati, o più interessati in materia.

Le opinioni infatti si dividono e sono discordanti. Chi vuole l’aeroporto vede nel rallentamento della Soprintendenza Archeologia della Toscana (finché dura, stante la recente riforma) un ostacolo inutile alla modernità; chi non vuole l’aeroporto vede negli scavi di archeologia preventiva la speranza di una scoperta talmente sensazionale da costringere a un ripensamento nel progetto. La maggior parte della gente, però, vi vede solo il rallentamento di un’agonia, e comunque un’attività di cui non capisce il senso: passi radere i campi coltivati a zero e tracciare nel mezzo una pista asfaltata con tutte le lucine, ma andar lì con una ruspa per trovare 4 sassi proprio non serve a nulla. La chiusa dell’articolo del 4 febbraio detta proprio i termini della questione: a proposito delle indagini preventive della Soprintendenza parla di “problema”.

Cantiere archeologico playmobil, con tanto di Umarells

Cantiere archeologico playmobil, con tanto di Umarells

L’archeologia preventiva, dunque, è recepita ancora come un problema, come un’odiosa situazione da eludere al più presto. Eppure, nel caso dell’aeroporto, il problema non pare essere solo l’archeologia preventiva, ma pare essere l’aeroporto stesso. Se leggete i commenti all’articolo del 4 febbraio che continuo a linkarvi, quello dell’archeologia sembra l’ultimo dei problemi. La gente ha paura di ciò che è nuovo, di ciò che è diverso. Tutto ciò che provoca un disagio, a meno che non sia risarcito nell’immediato, non piace, è guardato con sospetto, è oggetto di mugugno. E se l’archeologia non riesce a dimostrare la sua importanza per il territorio, continuerà ad essere considerata una questione aliena al normale procedere di questo mondo.

indiana pipps

Scoperte archeologiche? Per l’archeologo Indiana Pipps sono “ordinaria amministrazione”

L’aspetto che più mi stuzzica della vicenda (che continuerò a seguire, visto che si tratta del mio territorio) è il rapporto della gente con l’Antico, da alcuni visto come il Babau, da altri come il Deus ex Machina che con un soffio di vento farà spostare la nuova pista aeroportuale. Mai come qui, mai come ora, l’archeologia ha avuto e ha una forte responsabilità sociale. E in tempi come questi, in cui pare che le Soprintendenze Archeologia cesseranno di esistere, sapere che l’archeologia preventiva e di tutela fa ancora parlare di sé l’opinione pubblica è un fatto molto positivo.

In sostanza l’archeologia, volente o nolente, è divenuta un argomento di cui discutere: è utile? é inutile? Bloccherà i lavori pubblici? Ma sarà un bene o un male? La gente è portata per forza di cose a scontrarvisi, nel bene o nel male. Il concetto che stenta ad approdare alla società è che l’archeologia preventiva è una pratica imprescindibile nell’approccio allo studio e all’intervento su un territorio. Per questo la collaborazione tra i diversi enti preposti porta a comuni accordi e progetti e a comuni intendimenti. Per questo serve un’archeologo nella pianificazione paesaggistica. Ognuno gioca la sua parte, e l’archeologia gioca la sua intervenendo in quelle aree già sottoposte a vincolo archeologico per rinvenimenti precedenti, solitamente. L’archeologia preventiva non è il male, ma una pratica all’interno dei lavori pubblici che serve a mediare tra le istanze del cantiere edile e quelle della ricerca più prettamente scientifica. In mezzo si pone il rapporto con la gente, con coloro che da un momento all’altro si trovano in una piazza recintata senza sapere nemmeno perché.

Nessuno vuole che i lavori dell’aeroporto di Firenze si fermino per sempre “per colpa” di 4 sassi. Ma è importante che si recuperi la memoria di ciò che la piana di Sesto significò per l’uomo nei tempi antichi. I lavori di archeologia preventiva intanto proseguono a ritmo serrato, mentre di pari passo procede lo studio dei materiali: l’intenzione è di restituire a Sesto Fiorentino e al territorio circostante, fino a Prato, la storia del proprio luogo di origine. E tutto assume un senso più grande, quando si ritrovano le proprie salde radici.

 

*Magari tutti gli abitanti della piana (e di Firenze, e della Toscana) conoscessero il Museo Archeologico Nazionale di Firenze…

Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

2tourisma

Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

Storie nascoste nei sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi

Brutta bestia, la stratigrafia. Muri che tagliano altri muri, strati che coprono altri strati, i quali obliterano pavimenti che a loro volta sono intercettati da strutture cui si appoggiano le fondazioni di edifici successivi, per la cui realizzazione è stata rasata ogni struttura precedente… un vero guazzabuglio, un rompicapo per gli archeologi che si confrontano durante lo scavo con le unità stratigrafiche, con tagli e riempimenti, con i materiali, cercando di ricostruire la storia di un sito sulla base delle minime tracce sopravvissute allo scorrere del tempo. Leggere stratigrafie complesse (e tutte le stratigrafie sono complesse) non è facile per gli archeologi, figurarsi per chi non è del mestiere. Così tutto quell’intrico di muri, di canalette, di pavimenti tagliati e di strati sovrapposti, bianchi, neri, gialli, argillosi, ghiaiosi, eccetera, eccetera, rischia di trasformarsi in un grande immenso immane “boh”. Per questo è importante mettere sempre il visitatore in condizioni di poter capire cosa sta guardando, su cosa sta camminando, dove si trova.

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

È ciò che sta avvenendo a Firenze in questi giorni. Da oggi fino al 25 gennaio è stato predisposto un calendario di visite guidate ai sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi. La residenza medicea progettata da Michelozzo, che nel Seicento fu acquistata dalla famiglia Riccardi è già un museo. Nel suo percorso in particolare spicca la Cappella dei Magi dipinta da Benozzo Gozzoli, capolavoro della pittura rinascimentale; i sotterranei vanno così ad ampliare l’offerta museale. Gli scavi sono visitabili sempre, ma volete mettere la possibilità di ascoltare direttamente dalla voce dell’archeologa che vi lavora dal 2012, la spiegazione di ciò che ci si para dinanzi agli occhi? E così non ho potuto aspettare oltre, e stamani io e Stefania di Memorie dal Mediterraneo ci siamo presentate alle 12, orario della visita guidata odierna, per scoprire cosa si nasconde sotto Palazzo Medici-Riccardi.

L’archeologa si chiama Carlotta Bigagli, di B&P Archeologia. Ci accompagna attraverso questo percorso che è stato inaugurato appena giovedì scorso, ma che ancora è ben lungi dall’essere terminato: il progetto di musealizzazione infatti è ancora in fieri, perciò ancora meglio: mi sembra di assistere ad un’anteprima.

Per prima cosa, per farci capire dove ci troviamo, Carlotta ci mostra i plinti di fondazione delle colonne del Cortile di Michelozzo, che sta sopra le nostre teste. Tali plinti scendono ben in profondità, fino a 6 m, dove incontrano le ghiaie che costituiscono il terreno vergine. Laddove può, Michelozzo invece sfrutta le preesistenze: come poco più avanti, dove intercetta un poderoso muro rettilineo, forse di epoca addirittura tardoantica. Ma lo vedremo più avanti.

Alla nostra sinistra troviamo la struttura più interessante, o almeno più spettacolare a vedersi, e quella che ha già fatto fantasticare i media locali: un forno nel quale qualcuno, più per attirare l’attenzione che per altro, ha voluto vedere un forno alchemico di epoca medicea: i Medici, si sa, erano profondamente interessati all’alchimia e questo aspetto più “misterioso” dei Signori di Firenze affascina il grande pubblico. Ma siamo spiacenti di comunicarvi che quello che le agenzie di stampa hanno detto essere un “forno che serviva probabilmente per bruciarvi aromi” (cito da Repubblica.it, ma anche altre testate online l’hanno scritto) è più semplicemente (si fa per dire) il forno di una cucina.

Il forno della cucina del 1780

Il forno della cucina del 1780

Che delusione! Delusione? No, invece, perché, e qui viene il bello del mestiere dell’archeologo, e viene soprattutto la soddisfazione nel poterlo raccontare dopo, questa non è una cucina qualunque, ma una cucina che fu costruita in un preciso momento storico e con una precisa funzione. Siamo in una delle fasi più tarde di vita del Palazzo, l’epoca cosiddetta Riccardiana, quando il palazzo era ormai da parecchio tempo di proprietà dei Riccardi, mentre a Firenze governavano i Lorena. I Riccardi erano famiglia incline alle feste e alla bella vita, noti proprio per i loro sontuosi banchetti che animavano la vita nobiliare fiorentina. L’elenco delle feste, ben documentate, che si svolsero a Palazzo Medici-Riccardi è piuttosto lungo, ma tra tutte le feste, una in particolare viene ricordata per essere stata particolarmente sontuosa. Il 21 maggio 1780 infatti, i Riccardi per celebrare la visita di Ferdinando d’Asburgo governatore di Milano indirono una festa da ballo alla quale invitarono oltre 4000 persone. Per un così alto numero di ospiti era necessario un esercito di inservienti, almeno 250, i quali, durante lo svolgersi della festa, dovevano pur nutrirsi! Ecco che allora, in funzione di questa festa fu costruita questa cucina, per realizzare la quale furono impiegati mattoni refrattari prodotti in Scozia, i primi del genere, bollati Morningside e che hanno aiutato a datare la costruzione. Tutto ciò in barba a chi invece sostiene trattarsi di un forno alchemico di epoca medicea: è la stratigrafia stessa che non consente una datazione al Cinquecento, in quanto la condotta dell’aria che alimentava il forno vero e proprio taglia un pozzo che già serviva una cucina precedentemente costruita sul posto, che si data al Seicento. Sottolineo questo aspetto perché mi preme far notare come sempre prima di dare la notizia spettacolare a tutti i costi occorra documentarsi con tutti i dati scientifici possibili a disposizione. Il forno alchemico è dunque una suggestiva invenzione per la stampa. In realtà ci troviamo nella cucina della servitù della festa del 21 maggio 1780. Il bello, in tutto ciò, è che le fonti dell’epoca ci raccontano tutti i dettagli di quella serata, dalle spese sostenute per i preparativi al menu, alla progettazione: ed è così che è la fonte stessa a dirci che per l’occasione fu costruita questa nuova cucina per la servitù nei sotterranei del palazzo. Solo la lettura incrociata dei dati archeologici e delle fonti scritte (ovviamente quando in nostro possesso) può portare ad una corretta interpretazione dei contesti che vengono in luce. E non potete immaginare la soddisfazione dell’archeologo, nel momento in cui si dipana la matassa, grazie al riscontro incrociato dei dati di scavo con altri tipi di fonte.

La sezione disegnata sul cantiere con la successione dei pavimenti nell'ambiente delle stalle medicee

La sezione disegnata sull’impalcatura con la successione dei pavimenti nell’ambiente delle stalle medicee

Procedendo incontriamo gli ambienti che furono destinati alle stalle medicee. In realtà siamo davanti ad una sezione lungo la quale si succede una serie di pavimenti sovrapposti, intervallati da riempimenti vari, che segnano volta volta i vari cambiamenti di destinazione d’uso dell’ambiente. La sezione, disegnata sull’impalcatura da Carlotta, aiuta a comprendere la successione stratigrafica dei vari livelli. Ma quello che è stato fondamentale è il ritrovamento, inglobato nella malta, di un frammento di ciotola il cui decoro ha permesso di datare il pavimento della stalla al ventennio 1440-1460. Non è cosa da poco, considerato che pochissimi anni dopo, verso il 1470, le stalle furono spostate più a Nord. Successivamente qui doveva essere impiantata una pasticceria, quando il palazzo era già proprietà dei Riccardi. Un pozzo qui vicino serviva ai bisogni della stalla, mentre un altro pozzo, più avanti, doveva essere lo scolmatore del palazzo. Questo si trova in corrispondenza dell’area meno spettacolare alla vista e però più interessante archeologicamente (almeno per me: sono di parte): gli scavi infatti hanno individuato in questo punto l’antico letto del fiume Mugnone, che in età romana si buttava nell’Arno all’altezza di Ponte Vecchio e che fu poi deviato, e un suo argine, in un terreno limoso molto compatto. Il letto è riempito di sedimenti di età romana che hanno restituito vari materiali, tra cui strumenti chirurgici e in particolare una ligula in bronzo, una sorta di cucchiaino minuscolo per unguenti (o farmaci) da attingere da vasetti piccolissimi) a forma di essere umano in stato di decomposizione: un oggetto molto molto particolare. Inoltre, è stata rinvenuta una sepoltura isolata (tagliata da qualche intervento successivo) che è stata datata al C14 ad età tardoantica. Si trova così isolata e forse va messa in relazione con uno spesso muro di fondazione che le corre accanto del quale non si sa nulla se non che taglia i depositi di età romana: l’ipotesi, tutta da dimostrare, è che si tratti del muro di un qualche edificio religioso al quale poteva essere pertinente un cimitero, così come succedeva solitamente in età tardoantica. Ma, ripeto, al momento questa è solo un’ipotesi. Certo che è raro trovare una sepoltura isolata, per cui bisogna pensare che essa facesse parte di un cimitero molto più vasto, asportato in un qualche momento successivo e di cui non si ha né traccia né notizia.

L'antica sponda e l'antico letto del fiume Mugnone, affluente dell'Arno

L’antica sponda e l’antico letto del fiume Mugnone, affluente dell’Arno

Trovate Carlotta Bigagli ben lieta di raccontare anche a voi ciò che ha raccontato a noi durante le feste natalizie e nel mese di gennaio secondo il seguente calendario:

giovedì 24 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
sabato 26 dicembre 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 28 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
giovedì 31 dicembre 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
venerdì 1 gennaio 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 4 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
mercoledì 6 gennaio 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
venerdì 8 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 11 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 25 gennaio 1 visita negli orari 11.00

In biglietteria mi hanno detto che sarebbe opportuno prenotare la visita direttamente presso di loro. Sinceramente non credo che ci sia bisogno, ma nel dubbio prenotate. Non vorrei che poi vi arrabbiaste con me! Qui, intanto, trovate materiale utile per cominciare a documentarvi.

Mi raccomando, se passate da Firenze non perdete l’occasione di una visita guidata con l’archeologa e soprattutto spargete la voce!

Che la forza sia con te: Star Wars, l’arte e le contaminazioni

Oggi 16 dicembre è il giorno giusto. Non avrei potuto parlarne prima, e parlarne domani sarebbe troppo tardi. Ma oggi, giorno in cui al cinema esce Star Wars VII – La rinascita della Forza, non potevo restare insensibile alle suggestioni che da più parti mi piovono addosso. Sembra che ovunque mi giri, mi imbatta in Star Wars. E non parlo di merchandising, di tv, di giornali; parlo di arte, arte contemporanea che reinterpreta l’antica in una chiave… beh… giudicate voi. A me, vedendo quanto segue, viene da dire “L’arte antica colpisce ancora”. Ma magari sono io che esagero…

Tutto è iniziato quando ho saputo dell’esistenza della superba mostra del Louvre, attualmente in corso, “Mythes fondateurs. D’Hercule a Dark Vador”: ovvero come spiegare la nascita e l’essenza del mito attraverso un percorso che dai miti dell’antichità arriva fino ai miti di oggi. Star Wars come esemplificazione del mito moderno, Darth Vader affiancato ad Eracle per spiegare come i miti sono presenti in tutte le civiltà, dalle antiche a quella contemporanea, passando per il medioevo, quando i Cavalieri della Tavola Rotonda erano gli eroi dell’immaginario collettivo.

La (superba) locandina della mostra “Mythes fondateurs” al Louvre

L’idea di questa mostra (che ha inaugurato a ottobre e proseguirà fino a luglio 2016) mi ha fulminato: roba da desiderare di andare a Parigi solo per visitarla (e anche per andare a prendere un té da Mariage Frères, ma questa è un’altra storia..). Anche perché nel frattempo si appressava la data del grande ritorno, quello di Star Wars, quello della Rinascita della Forza.

A riprova della Forza (scusate il gioco di parole) di questo mito contemporaneo nel nostro immaginario collettivo, ultimamente sono apparse in rete alcune manifestazioni artistiche che facendo ricorso a Obi Wan Kenobi e compagni, hanno dato vita a vere reinterpretazioni artistiche. Le fonti sono state principalmente tratte dall’arte antica. Ve ne propongo un paio. E vi dico subito che la prima impressione al vederle è stata innanzitutto di puro divertimento, e poi di riflessione. Ma vediamo intanto le opere:

Icons of Science Fiction di Alex Ramos non sono altro che icone bizantine reinterpretate: al posto di ieratiche figure di santi bizantini e di Madonne con bambino qui abbiamo Yoda, Chewbacca, Obi Wan Kenobi e la principessa Leila, con tanto di didascalie in cirillico. La più bella di tutte secondo me è la Madonna con bambino costituita dai due robot C-3Po e R2D2.

C-3PO in versione Madonna con bambino sull'icona simil-bizantina di Alex Ramos

C-3PO in versione Madonna con bambino sull’icona simil-bizantina di Alex Ramos

Valutate voi e ditemi la vostra preferita. Le trovate a questo link:

http://www.alexramosstudio.com/#!icons/lptc3

Pensavate di aver visto tutto? E invece.

Lo scultore Travis Durden (pseudonimo per un artista che vuole restare sconosciuto, sulla sia di Banksy, per capirci) unisce insieme nelle sue opere l’arte antica e la cultura pop contemporanea: nei personaggi di Star Wars egli individua delle figure mitologiche a tutti gli effetti in quegli esseri mezzi umani, mezzi animali e mezzi macchine, e degli eroi: et voila, ritornando al concetto espresso dalla mostra del Louvre, gli eroi dei nuovi miti sono serviti, rappresentati però come gli dei e gli eroi del mondo classico. Così yoda è raffigurato nelle sembianze di Cupido, Obi Wan Kenobi è rappresentato in nudità eroica, il droide C-3PO nell’atteggiamento di Amore e Psiche del Canova. Vi segnalo il post che ha scritto al riguardo Astrid su Archeopop.

http://travisdurden.com/index.php/oeuvres

Cosa sono queste? Espressioni in chiave antica di un mito contemporaneo? Semplici esercizi di stile? Sicuramente sono opere che sono immediatamente riconoscibili al grande pubblico (eccetto quei tre o quattro poveretti dispersi su tutto l’orbe terrarum che ignorano cosa sia Star Wars!) e che diventano attraverso di esse veicolo anche di riconoscimento (e perché no, apprezzamento) di valori artistici altrimenti lontani. La citazione dell’opera d’arte antica suscita incredulità, da un lato, ma stimola il riconoscimento e il ricordo di categorie artistiche che molti magari conoscono poco o in parte. Mi riferisco ad esempio anche alla serie di Star Wars nello stile dei vasi greci a figure rosse di Aaron McConnell, che ci regala diverse chicche, tra cui un droide R2D2 reinterpretato come Civetta, o Chewbacca rappresentato come il Minotauro…

Il droide R2D2 rappresentato come una civetta nei disegni in stile arte greca di Aaron McConnell

Del resto, se cercate in rete, potete imbattervi in finti vasi greci dipinti con supereroi quali Spiderman e Batman. L’idea dunque di applicare a categorie dell’arte antica eroi moderni già esiste da un pezzo e con altri soggetti. A questo link, comunque, trovate le altre opere in stile grecizzante: http://aamcconnell.com/2015/05/05/greek-star-wars/

Per chiudere questa carrellata, due suggestioni: una scena da Star Wars in stile egittizzante, nella quale si assimila Darth Vader ad un faraone, e che a sua volta è parte di un papiro, pardon, di un disegno più grande che riguarda molti supereroi del cinema contemporaneo, e la scena madre della saga, “Luke, io sono tuo padre” sull’Arazzo di Bayeux.

STAR WARS

E con queste, buona visione! E che la Forza, sia con voi!

Scusate, l’update è necessario. Avevo deciso che basta, non avrei più pubblicato nulla. Però questa è necessaria. Il Laocoonte è fenomenale. Grazie alle #archeognock che lo hanno segnalato 🙂

Ecco a voi il Laocoonte...

Ecco a voi il Laocoonte…

#uffiziArcheologia: le radici degli Uffizi, ovvero la Firenze nascosta che nessuno conosce

Con l’archeoblogtour #UffiziArcheologia siamo stati anche accompagnati a visitare in esclusiva l’area archeologica al di sotto della Chiesa di San Pier Scheraggio; meglio, ex-chiesa, che oggi è inglobata nel complesso degli Uffizi. Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci abbiamo potuto leggere un capitolo della storia antica di Firenze altrimenti dimenticato e ignoto ai più.

L'abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

L’abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

La storia archeologica di Firenze è complicata e legata ai lavori pubblici che in più occasioni hanno interessato a città nella sua storia più recente, ovvero da fine ‘800 ai primi anni ’80, dai grandi scavi per la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, al grande cantiere di Piazza della Signoria (mai pubblicato del tutto), passando per gli scavi di Santa Reparata, sotto il Duomo, e davanti al Battistero, e ancora, in via del Proconsolo, lungo le mura, e da ultimo sotto Palazzo Vecchio, dove scavi recenti hanno portato in luce le strutture del teatro romano. E altri scavi nel corso dell’ultimo secolo e in anni recenti hanno dato tante informazioni sull’antica città romana di Florentia.

Firenze si è sviluppata su se stessa. Città a continuità di vita dall’età romana a noi, da un lato questa è stata la sua fortuna, perché si sono preservate, sotto la città che cresceva, si stratificava, diventava comune medievale, città signorile e capoluogo granducale, le vestigia della città romana del passato, almeno a livello di fondazione. In qualche caso il monumento ha condizionato lo sviluppo dell’urbanistica successiva, ed è il caso dell’area di via Torta, dove ancora oggi si intuisce la presenza dell’antico anfiteatro; altre volte sarebbe stato impossibile capire cosa vi fosse un tempo, ma per corsi e ricorsi storici un’area della città si è naturalmente riappropriata della sua naturale vocazione, ed è piazza della Repubblica, che un tempo era il foro di Florentia. In altri casi i ritrovamenti archeologici nascosti non stupiscono: è il caso di Santa Reparata, la prima cattedrale di Firenze, sotto il Duomo, o di un tratto di mura lungo via del Proconsolo, o ancora, della chiesa longobarda sotto San Pier Scheraggio.

Colonna affrescata all'interno di San Pier Scheraggio

Colonna affrescata all’interno di San Pier Scheraggio

Già bisognerebbe sapere cos’è San Pier Scheraggio. E sono sicura che molti fiorentini non la conoscono. San Pier Scheraggio è la chiesa in via della Ninna della quale voi individuate a mala pena qualche colonna sul lato esterno degli Uffizi. Da un lato della via si erge infatti Palazzo Vecchio, dall’altra si trova la Galleria degli Uffizi. Ebbene, gli Uffizi inglobano questa chiesa che oggi non è aperta, se non di rado, e che al suo interno ospita alcuni affreschi eccezionali, oltre all’Annunciazione del Botticelli. Il progetto di inglobare la chiesa risale fino al Vasari, progettista degli Uffizi.

Qui un tempo scorreva, a marcare la fine della città romana di Florentia, il torrente Scheraggio, che fu deviato nel XII secolo, ma del quale rimase il nome nella chiesa, San Pier Scheraggio, appunto. La chiesa era più ampia nel bassomedioevo, occupava anche una parte di via della Ninna, il cui nome si rifà alla ninnananna, ninnananna che una Madonna di scuola giottesca sembrava cantare al bambinGesù in grembo, e che era sita nella chiesa (oggi perduta). Ma la costruzione di Palazzo Vecchio, del palazzo comunale, sede del potere politico e civile, costrinse a una restrizione della chiesa nel XII secolo.

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell'abside della preesistente chiesa longobarda

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell’abside della preesistente chiesa longobarda

Ciò che non si sapeva, e che venne invece in luce negli anni ’20-’30 del Novecento è che San Pier Scheraggio non era un luogo di culto scelto a caso, ma sorgeva a sua volta su una chiesa di età longobarda, epoca di Liutprando, per la precisione (VI secolo d.C.) della quale non è rimasto molto, solo un’abside in muratura. Successivamente, in età romanica, quest’abside non fu distrutta, ma anzi fu raddoppiata, dando vita ad un ambiente sotterraneo circolare nel quale si aprivano nicchie per ospitare le sante reliquie. Era il Sancta Sanctorum della chiesa di San Piero. La chiesa poi si sviluppa nelle forme attuali, con colonne dipinte alle navate, fino ad essere inglobate negli Uffizi; in tempi recenti ha costituito dapprima l’accesso al museo, poi è divenuto deposito di lusso per alcune opere. Insomma, occupa oggi una parte marginale degli Uffizi.

Ma torniamo al sancta sanctorum della chiesa romanica, e ancora prima alla chiesa longobarda. Le sue strutture si appoggiavano sui resti di un’antica domus della quale si è conservato davvero ben poco, ma importante: porzioni di decorazioni parietali dipinte, cose che noi solitamente attribuiamo giusto a Pompei e a Roma, ma che dobbiamo invece immaginare come pratica consolidata nelle domus di tutto l’impero: gli affreschi ricordavano un giardino, un viridarium, come quello, molto più noto, della Villa di Livia a Prima Porta ricostruito al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

Al di fuori della chiesa longobarda in tempi molto recenti è stato rinvenuto un vero e proprio cimitero (che ha fatto notizia, tra l’altro): sepolture veloci, disordinate, segno della necessità di seppellire tanti corpi nel più breve tempo possibile, indice, questo, di una probabile epidemia. Siamo fuori della città romana: le mura corrono appena al di là della chiesa, sul lato di Palazzo Vecchio, e appena fuori della città nel VI secolo si sviluppa dunque una necropoli di cui, col tempo, si perderà memoria. Così come della chiesa longobarda al di sotto di San Pier Scheraggio. Sotto gli Uffizi, dunque, fino all’Arno, si stendeva un cimitero.

Solo con gli scavi degli anni ’30 del Novecento viene in luce questa pagina di storia della città. Ma per forza di cose viene ricoperta e nuovamente dimenticata. Solo in anni recenti con gli scavi del teatro romano sotto Palazzo Vecchio (visitabili) si è ripensata la possibilità di un’apertura integrata degli scavi, per far percepire al visitatore interessato la complessità della stratificazione archeologica fiorentina, ma anche per riuscire a dare in 3D la sensazione di poter camminare in una Firenze veramente di altri tempi. E’ un’operazione molto difficile (e infatti ancora irrealizzata), e di difficile comunicazione, perché i resti archeologici da soli parlano poco e male. Ma la speranza è che, invece che dire “impossibile, non si può fare”, si studino delle soluzioni sostenibili sia in termini di fruizione che di comunicazione di un’area tanto piccola quanto significativa della città antica.

Immaginate infatti, in un solo colpo, di poter visitare nella stessa occasione il teatro romano con le sue successive modificazioni e stratificazioni (prima di diventare Palazzo Vecchio l’area divenne un quartiere abitativo con tanto di strade), la chiesa di Santa Reparata, che a sua volta sorgeva su un sistema di domus nell’area residenziale della città, nei pressi settentrionali delle mura (e che ebbe lunga vita, finché non fu letteralmente tagliata in due dalla decisione di costruire al di sopra l’attuale duomo) e infine la chiesa longobarda e poi romanica di San Pier Scheraggio. Segno di una città che, una volta terminata l’età romana, comunque sopravviveva e cresceva forte nel segno della fede cristiana.

Ricostruzione della Firenze romana (fonte: Firenzeonline)

Ripeto, non è facile riuscire a costruire un sistema del genere. Ma bisogna farlo, per voi. E perché altrimenti non ha senso che un gruppo di archeobloggers l’abbia visto in esclusiva per poi raccontarvelo. Raccontare non è lo stesso che vedere con i propri occhi. Mi auguro perciò che quello che oggi è solo un sogno, un’idea, possa al più presto essere realizzato, nel migliore dei modi.