Invasioni Digitali: la Soprintendenza Archeologia della Liguria alla Rovere

Anche quest’anno le Invasioni Digitali sono tornate a riattivare la cultura in Italia secondo la formula, vincente fin dal primo anno, di promuovere la conoscenza del proprio patrimonio “dal basso”, dalle comunità locali, dalla gente, quella che spesso vorrebbe avvicinarsi a luoghi chiusi, sbarrati, illeggibili. Fin dalla nascita seguo le Invasioni Digitali, fin dall’inizio ve ne ho parlato qui, ho fatto sì che in un’edizione venisse organizzata un’Invasione al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, poi ho guardato. E quest’anno ho visto una cosa che mi è piaciuta molto. Per due motivi.

Motivo numero Uno: è stata organizzata un’invasione nel mio borgo natìo

Motivo numero Due: l’ha organizzata, insieme ad molte altre invasioni, una Soprintendenza Archeologia. Esatto, una di quelle soprintendenze che avrà ancora vita breve ma che, evidentemente, non ha nessuna intenzione di tirare i remi in barca.

La Soprintendenza Archeologia della Liguria si è fatta promotrice di una serie di Invasioni in vari siti archeologici più o meno, ma soprattutto meno, noti della Liguria, proponendo un calendario variegato e un’offerta che va da est a ovest, o meglio da Levante a Ponente.

Le Invasioni sono state organizzate dai funzionari della Soprintendenza (Marcella Mancusi  e Neva Chiarenza) di concerto con la Digital Ambassador (così si chiamano i referenti delle Invasioni) della zona di Luni – La Spezia Angela Tanania, per quanto riguarda il Levante, e da Luigi Gambaro della Soprintendenza Archeologia per il Ponente insieme al Digital Ambassador Nicola Ferrarese (LiguriaInside).

Di tutto l’impegno che la Soprintendenza ha profuso nelle invasioni liguri parlerò più diffusamente in un articolo che pubblicherò presto su Archeostorie, il Magazine di Archeologia Pubblica; qui invece mi soffermo sull’aspetto più intimo delle Invasioni: la loro capacità di smuovere il cuore. Il mio in questo caso.

La mia vita si è sempre svolta, almeno fino ai 20 anni, all’ombra della Madonna della Rovere (san Bartolomeo al Mare, IM): santuario mariano al quale sono legati momenti importanti della mia vita e al quale mi sento molto legata, a prescindere da ogni questione religiosa. Accanto c’è la mia scuola elementare, sotto la quale all’inizio degli anni ’80 vennero in luce i resti della mansio romana che la Tabula Peutingeriana chiama Lucus Bormani, tappa lungo la Via Julia Augusta che nei dintorni ha lasciato un’altra traccia del suo passaggio: un cippo miliare nella frazione di Chiappa, nell’entroterra di San Bartolomeo al Mare. Non credo che aver imparato a leggere e scrivere sopra i resti romani sia responsabile delle mie scelte professionali da adulta, pur tuttavia sono legata anche a questo sito archeologico. Che pur non ho mai visitato, in quanto sempre chiuso, da che ne ho memoria. In effetti non è né facilmente accessibile, né di facile lettura: le poche strutture conservate hanno elevati davvero risibili, e in mezzo al sito sono comunque gettati i piloni che sorreggono la scuola (fu proprio per la costruzione della scuola che si scoprì la mansio). Mai visitata dunque. Né io né nessun altro.

Ma, potere delle Invasioni Digitali, proprio la mansio romana di San Bartolomeo al Mare, quel Lucus Bormani sempre sentito nominare, ma mai visto di persona, per un giorno è diventato accessibile. La Soprintendenza Archeologia ha aperto le chiavi del suo cancello e ha permesso ad una schiera eterogenea di Invasori di poter finalmente essere messi a conoscenza di un pezzo di storia che appartiene loro! Io non ho potuto partecipare, ma non volevo che in famiglia andasse perduta l’opportunità di avvicinarvisi, e ho iscritto alle Invasioni Digitali per il 30 aprile mia madre. La quale forse non è tanto digitale, ma ama sufficientemente la sua terra da capire l’importanza e il valore di quello che le stavo proponendo (partecipare al posto mio), e ha accettato con entusiasmo.

Un'immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Un’immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Il racconto che mi ha fatto, così minuzioso e appassionato, e le foto che mi ha mandato sono la dimostrazione migliore del fatto che la formula delle Invasioni Digitali funziona. Non solo perché apre le porte di luoghi altrimenti sbarrati, ma perché riesce a far dialogare anche più enti: l’invasione della Rovere ha impegnato infatti sia la Soprintendenza Archeologia, con il funzionario Gambaro che ha fatto da guida al sito, il Comune di San Bartolomeo, col sindaco che ha partecipato alla manifestazione, il Santuario, il cui preposto ha fatto da guida svelando storie e dettagli poco noti agli stessi parrocchiani. Ne è nato un racconto corale, nel quale i vari protagonisti si sono avvicendati per portare ai presenti la conoscenza del sito.

La copertura sui social (mia madre a parte) è stata buona: tra instagram, facebook e twitter ho visto parecchie immagini: vi posso assicurare che è difficile far parlare 4 sassi, ma a giudicare dai contenuti immessi in rete il messaggio dev’essere arrivato. Se cercate sia su twitter che su instagram il tag #sanbartolomeoalmare troverete tutte la immagini caricate dagli Invasori.

Per quanto riguarda me, ho vissuto l’Invasione alla Rovere per interposta persona, ma in pieno spirito di condivisione, tipico delle Invasioni Digitali, vi prometto, finalmente, dalle pagine di questo blog, un post archeologico, in cui racconterò anche a voi il sito del Lucus Bormani. Ma lo farò a modo mio: attraverso gli occhi della bambina che non ha mai potuto accedervi, attraverso gli occhi di mia madre che invece ha potuto farlo, e infine attraverso gli occhi dell’archeologa, Sennò che archeoblogger sarei? Chissà, potrei anche dedicare una storia su snapchat 😉

Stay tuned!

Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? 😉

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

2tourisma

Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

Storie nascoste nei sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi

Brutta bestia, la stratigrafia. Muri che tagliano altri muri, strati che coprono altri strati, i quali obliterano pavimenti che a loro volta sono intercettati da strutture cui si appoggiano le fondazioni di edifici successivi, per la cui realizzazione è stata rasata ogni struttura precedente… un vero guazzabuglio, un rompicapo per gli archeologi che si confrontano durante lo scavo con le unità stratigrafiche, con tagli e riempimenti, con i materiali, cercando di ricostruire la storia di un sito sulla base delle minime tracce sopravvissute allo scorrere del tempo. Leggere stratigrafie complesse (e tutte le stratigrafie sono complesse) non è facile per gli archeologi, figurarsi per chi non è del mestiere. Così tutto quell’intrico di muri, di canalette, di pavimenti tagliati e di strati sovrapposti, bianchi, neri, gialli, argillosi, ghiaiosi, eccetera, eccetera, rischia di trasformarsi in un grande immenso immane “boh”. Per questo è importante mettere sempre il visitatore in condizioni di poter capire cosa sta guardando, su cosa sta camminando, dove si trova.

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

È ciò che sta avvenendo a Firenze in questi giorni. Da oggi fino al 25 gennaio è stato predisposto un calendario di visite guidate ai sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi. La residenza medicea progettata da Michelozzo, che nel Seicento fu acquistata dalla famiglia Riccardi è già un museo. Nel suo percorso in particolare spicca la Cappella dei Magi dipinta da Benozzo Gozzoli, capolavoro della pittura rinascimentale; i sotterranei vanno così ad ampliare l’offerta museale. Gli scavi sono visitabili sempre, ma volete mettere la possibilità di ascoltare direttamente dalla voce dell’archeologa che vi lavora dal 2012, la spiegazione di ciò che ci si para dinanzi agli occhi? E così non ho potuto aspettare oltre, e stamani io e Stefania di Memorie dal Mediterraneo ci siamo presentate alle 12, orario della visita guidata odierna, per scoprire cosa si nasconde sotto Palazzo Medici-Riccardi.

L’archeologa si chiama Carlotta Bigagli, di B&P Archeologia. Ci accompagna attraverso questo percorso che è stato inaugurato appena giovedì scorso, ma che ancora è ben lungi dall’essere terminato: il progetto di musealizzazione infatti è ancora in fieri, perciò ancora meglio: mi sembra di assistere ad un’anteprima.

Per prima cosa, per farci capire dove ci troviamo, Carlotta ci mostra i plinti di fondazione delle colonne del Cortile di Michelozzo, che sta sopra le nostre teste. Tali plinti scendono ben in profondità, fino a 6 m, dove incontrano le ghiaie che costituiscono il terreno vergine. Laddove può, Michelozzo invece sfrutta le preesistenze: come poco più avanti, dove intercetta un poderoso muro rettilineo, forse di epoca addirittura tardoantica. Ma lo vedremo più avanti.

Alla nostra sinistra troviamo la struttura più interessante, o almeno più spettacolare a vedersi, e quella che ha già fatto fantasticare i media locali: un forno nel quale qualcuno, più per attirare l’attenzione che per altro, ha voluto vedere un forno alchemico di epoca medicea: i Medici, si sa, erano profondamente interessati all’alchimia e questo aspetto più “misterioso” dei Signori di Firenze affascina il grande pubblico. Ma siamo spiacenti di comunicarvi che quello che le agenzie di stampa hanno detto essere un “forno che serviva probabilmente per bruciarvi aromi” (cito da Repubblica.it, ma anche altre testate online l’hanno scritto) è più semplicemente (si fa per dire) il forno di una cucina.

Il forno della cucina del 1780

Il forno della cucina del 1780

Che delusione! Delusione? No, invece, perché, e qui viene il bello del mestiere dell’archeologo, e viene soprattutto la soddisfazione nel poterlo raccontare dopo, questa non è una cucina qualunque, ma una cucina che fu costruita in un preciso momento storico e con una precisa funzione. Siamo in una delle fasi più tarde di vita del Palazzo, l’epoca cosiddetta Riccardiana, quando il palazzo era ormai da parecchio tempo di proprietà dei Riccardi, mentre a Firenze governavano i Lorena. I Riccardi erano famiglia incline alle feste e alla bella vita, noti proprio per i loro sontuosi banchetti che animavano la vita nobiliare fiorentina. L’elenco delle feste, ben documentate, che si svolsero a Palazzo Medici-Riccardi è piuttosto lungo, ma tra tutte le feste, una in particolare viene ricordata per essere stata particolarmente sontuosa. Il 21 maggio 1780 infatti, i Riccardi per celebrare la visita di Ferdinando d’Asburgo governatore di Milano indirono una festa da ballo alla quale invitarono oltre 4000 persone. Per un così alto numero di ospiti era necessario un esercito di inservienti, almeno 250, i quali, durante lo svolgersi della festa, dovevano pur nutrirsi! Ecco che allora, in funzione di questa festa fu costruita questa cucina, per realizzare la quale furono impiegati mattoni refrattari prodotti in Scozia, i primi del genere, bollati Morningside e che hanno aiutato a datare la costruzione. Tutto ciò in barba a chi invece sostiene trattarsi di un forno alchemico di epoca medicea: è la stratigrafia stessa che non consente una datazione al Cinquecento, in quanto la condotta dell’aria che alimentava il forno vero e proprio taglia un pozzo che già serviva una cucina precedentemente costruita sul posto, che si data al Seicento. Sottolineo questo aspetto perché mi preme far notare come sempre prima di dare la notizia spettacolare a tutti i costi occorra documentarsi con tutti i dati scientifici possibili a disposizione. Il forno alchemico è dunque una suggestiva invenzione per la stampa. In realtà ci troviamo nella cucina della servitù della festa del 21 maggio 1780. Il bello, in tutto ciò, è che le fonti dell’epoca ci raccontano tutti i dettagli di quella serata, dalle spese sostenute per i preparativi al menu, alla progettazione: ed è così che è la fonte stessa a dirci che per l’occasione fu costruita questa nuova cucina per la servitù nei sotterranei del palazzo. Solo la lettura incrociata dei dati archeologici e delle fonti scritte (ovviamente quando in nostro possesso) può portare ad una corretta interpretazione dei contesti che vengono in luce. E non potete immaginare la soddisfazione dell’archeologo, nel momento in cui si dipana la matassa, grazie al riscontro incrociato dei dati di scavo con altri tipi di fonte.

La sezione disegnata sul cantiere con la successione dei pavimenti nell'ambiente delle stalle medicee

La sezione disegnata sull’impalcatura con la successione dei pavimenti nell’ambiente delle stalle medicee

Procedendo incontriamo gli ambienti che furono destinati alle stalle medicee. In realtà siamo davanti ad una sezione lungo la quale si succede una serie di pavimenti sovrapposti, intervallati da riempimenti vari, che segnano volta volta i vari cambiamenti di destinazione d’uso dell’ambiente. La sezione, disegnata sull’impalcatura da Carlotta, aiuta a comprendere la successione stratigrafica dei vari livelli. Ma quello che è stato fondamentale è il ritrovamento, inglobato nella malta, di un frammento di ciotola il cui decoro ha permesso di datare il pavimento della stalla al ventennio 1440-1460. Non è cosa da poco, considerato che pochissimi anni dopo, verso il 1470, le stalle furono spostate più a Nord. Successivamente qui doveva essere impiantata una pasticceria, quando il palazzo era già proprietà dei Riccardi. Un pozzo qui vicino serviva ai bisogni della stalla, mentre un altro pozzo, più avanti, doveva essere lo scolmatore del palazzo. Questo si trova in corrispondenza dell’area meno spettacolare alla vista e però più interessante archeologicamente (almeno per me: sono di parte): gli scavi infatti hanno individuato in questo punto l’antico letto del fiume Mugnone, che in età romana si buttava nell’Arno all’altezza di Ponte Vecchio e che fu poi deviato, e un suo argine, in un terreno limoso molto compatto. Il letto è riempito di sedimenti di età romana che hanno restituito vari materiali, tra cui strumenti chirurgici e in particolare una ligula in bronzo, una sorta di cucchiaino minuscolo per unguenti (o farmaci) da attingere da vasetti piccolissimi) a forma di essere umano in stato di decomposizione: un oggetto molto molto particolare. Inoltre, è stata rinvenuta una sepoltura isolata (tagliata da qualche intervento successivo) che è stata datata al C14 ad età tardoantica. Si trova così isolata e forse va messa in relazione con uno spesso muro di fondazione che le corre accanto del quale non si sa nulla se non che taglia i depositi di età romana: l’ipotesi, tutta da dimostrare, è che si tratti del muro di un qualche edificio religioso al quale poteva essere pertinente un cimitero, così come succedeva solitamente in età tardoantica. Ma, ripeto, al momento questa è solo un’ipotesi. Certo che è raro trovare una sepoltura isolata, per cui bisogna pensare che essa facesse parte di un cimitero molto più vasto, asportato in un qualche momento successivo e di cui non si ha né traccia né notizia.

L'antica sponda e l'antico letto del fiume Mugnone, affluente dell'Arno

L’antica sponda e l’antico letto del fiume Mugnone, affluente dell’Arno

Trovate Carlotta Bigagli ben lieta di raccontare anche a voi ciò che ha raccontato a noi durante le feste natalizie e nel mese di gennaio secondo il seguente calendario:

giovedì 24 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
sabato 26 dicembre 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 28 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
giovedì 31 dicembre 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
venerdì 1 gennaio 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 4 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
mercoledì 6 gennaio 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
venerdì 8 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 11 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 25 gennaio 1 visita negli orari 11.00

In biglietteria mi hanno detto che sarebbe opportuno prenotare la visita direttamente presso di loro. Sinceramente non credo che ci sia bisogno, ma nel dubbio prenotate. Non vorrei che poi vi arrabbiaste con me! Qui, intanto, trovate materiale utile per cominciare a documentarvi.

Mi raccomando, se passate da Firenze non perdete l’occasione di una visita guidata con l’archeologa e soprattutto spargete la voce!

#uffiziArcheologia: le radici degli Uffizi, ovvero la Firenze nascosta che nessuno conosce

Con l’archeoblogtour #UffiziArcheologia siamo stati anche accompagnati a visitare in esclusiva l’area archeologica al di sotto della Chiesa di San Pier Scheraggio; meglio, ex-chiesa, che oggi è inglobata nel complesso degli Uffizi. Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci abbiamo potuto leggere un capitolo della storia antica di Firenze altrimenti dimenticato e ignoto ai più.

L'abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

L’abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

La storia archeologica di Firenze è complicata e legata ai lavori pubblici che in più occasioni hanno interessato a città nella sua storia più recente, ovvero da fine ‘800 ai primi anni ’80, dai grandi scavi per la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, al grande cantiere di Piazza della Signoria (mai pubblicato del tutto), passando per gli scavi di Santa Reparata, sotto il Duomo, e davanti al Battistero, e ancora, in via del Proconsolo, lungo le mura, e da ultimo sotto Palazzo Vecchio, dove scavi recenti hanno portato in luce le strutture del teatro romano. E altri scavi nel corso dell’ultimo secolo e in anni recenti hanno dato tante informazioni sull’antica città romana di Florentia.

Firenze si è sviluppata su se stessa. Città a continuità di vita dall’età romana a noi, da un lato questa è stata la sua fortuna, perché si sono preservate, sotto la città che cresceva, si stratificava, diventava comune medievale, città signorile e capoluogo granducale, le vestigia della città romana del passato, almeno a livello di fondazione. In qualche caso il monumento ha condizionato lo sviluppo dell’urbanistica successiva, ed è il caso dell’area di via Torta, dove ancora oggi si intuisce la presenza dell’antico anfiteatro; altre volte sarebbe stato impossibile capire cosa vi fosse un tempo, ma per corsi e ricorsi storici un’area della città si è naturalmente riappropriata della sua naturale vocazione, ed è piazza della Repubblica, che un tempo era il foro di Florentia. In altri casi i ritrovamenti archeologici nascosti non stupiscono: è il caso di Santa Reparata, la prima cattedrale di Firenze, sotto il Duomo, o di un tratto di mura lungo via del Proconsolo, o ancora, della chiesa longobarda sotto San Pier Scheraggio.

Colonna affrescata all'interno di San Pier Scheraggio

Colonna affrescata all’interno di San Pier Scheraggio

Già bisognerebbe sapere cos’è San Pier Scheraggio. E sono sicura che molti fiorentini non la conoscono. San Pier Scheraggio è la chiesa in via della Ninna della quale voi individuate a mala pena qualche colonna sul lato esterno degli Uffizi. Da un lato della via si erge infatti Palazzo Vecchio, dall’altra si trova la Galleria degli Uffizi. Ebbene, gli Uffizi inglobano questa chiesa che oggi non è aperta, se non di rado, e che al suo interno ospita alcuni affreschi eccezionali, oltre all’Annunciazione del Botticelli. Il progetto di inglobare la chiesa risale fino al Vasari, progettista degli Uffizi.

Qui un tempo scorreva, a marcare la fine della città romana di Florentia, il torrente Scheraggio, che fu deviato nel XII secolo, ma del quale rimase il nome nella chiesa, San Pier Scheraggio, appunto. La chiesa era più ampia nel bassomedioevo, occupava anche una parte di via della Ninna, il cui nome si rifà alla ninnananna, ninnananna che una Madonna di scuola giottesca sembrava cantare al bambinGesù in grembo, e che era sita nella chiesa (oggi perduta). Ma la costruzione di Palazzo Vecchio, del palazzo comunale, sede del potere politico e civile, costrinse a una restrizione della chiesa nel XII secolo.

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell'abside della preesistente chiesa longobarda

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell’abside della preesistente chiesa longobarda

Ciò che non si sapeva, e che venne invece in luce negli anni ’20-’30 del Novecento è che San Pier Scheraggio non era un luogo di culto scelto a caso, ma sorgeva a sua volta su una chiesa di età longobarda, epoca di Liutprando, per la precisione (VI secolo d.C.) della quale non è rimasto molto, solo un’abside in muratura. Successivamente, in età romanica, quest’abside non fu distrutta, ma anzi fu raddoppiata, dando vita ad un ambiente sotterraneo circolare nel quale si aprivano nicchie per ospitare le sante reliquie. Era il Sancta Sanctorum della chiesa di San Piero. La chiesa poi si sviluppa nelle forme attuali, con colonne dipinte alle navate, fino ad essere inglobate negli Uffizi; in tempi recenti ha costituito dapprima l’accesso al museo, poi è divenuto deposito di lusso per alcune opere. Insomma, occupa oggi una parte marginale degli Uffizi.

Ma torniamo al sancta sanctorum della chiesa romanica, e ancora prima alla chiesa longobarda. Le sue strutture si appoggiavano sui resti di un’antica domus della quale si è conservato davvero ben poco, ma importante: porzioni di decorazioni parietali dipinte, cose che noi solitamente attribuiamo giusto a Pompei e a Roma, ma che dobbiamo invece immaginare come pratica consolidata nelle domus di tutto l’impero: gli affreschi ricordavano un giardino, un viridarium, come quello, molto più noto, della Villa di Livia a Prima Porta ricostruito al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

Al di fuori della chiesa longobarda in tempi molto recenti è stato rinvenuto un vero e proprio cimitero (che ha fatto notizia, tra l’altro): sepolture veloci, disordinate, segno della necessità di seppellire tanti corpi nel più breve tempo possibile, indice, questo, di una probabile epidemia. Siamo fuori della città romana: le mura corrono appena al di là della chiesa, sul lato di Palazzo Vecchio, e appena fuori della città nel VI secolo si sviluppa dunque una necropoli di cui, col tempo, si perderà memoria. Così come della chiesa longobarda al di sotto di San Pier Scheraggio. Sotto gli Uffizi, dunque, fino all’Arno, si stendeva un cimitero.

Solo con gli scavi degli anni ’30 del Novecento viene in luce questa pagina di storia della città. Ma per forza di cose viene ricoperta e nuovamente dimenticata. Solo in anni recenti con gli scavi del teatro romano sotto Palazzo Vecchio (visitabili) si è ripensata la possibilità di un’apertura integrata degli scavi, per far percepire al visitatore interessato la complessità della stratificazione archeologica fiorentina, ma anche per riuscire a dare in 3D la sensazione di poter camminare in una Firenze veramente di altri tempi. E’ un’operazione molto difficile (e infatti ancora irrealizzata), e di difficile comunicazione, perché i resti archeologici da soli parlano poco e male. Ma la speranza è che, invece che dire “impossibile, non si può fare”, si studino delle soluzioni sostenibili sia in termini di fruizione che di comunicazione di un’area tanto piccola quanto significativa della città antica.

Immaginate infatti, in un solo colpo, di poter visitare nella stessa occasione il teatro romano con le sue successive modificazioni e stratificazioni (prima di diventare Palazzo Vecchio l’area divenne un quartiere abitativo con tanto di strade), la chiesa di Santa Reparata, che a sua volta sorgeva su un sistema di domus nell’area residenziale della città, nei pressi settentrionali delle mura (e che ebbe lunga vita, finché non fu letteralmente tagliata in due dalla decisione di costruire al di sopra l’attuale duomo) e infine la chiesa longobarda e poi romanica di San Pier Scheraggio. Segno di una città che, una volta terminata l’età romana, comunque sopravviveva e cresceva forte nel segno della fede cristiana.

Ricostruzione della Firenze romana (fonte: Firenzeonline)

Ripeto, non è facile riuscire a costruire un sistema del genere. Ma bisogna farlo, per voi. E perché altrimenti non ha senso che un gruppo di archeobloggers l’abbia visto in esclusiva per poi raccontarvelo. Raccontare non è lo stesso che vedere con i propri occhi. Mi auguro perciò che quello che oggi è solo un sogno, un’idea, possa al più presto essere realizzato, nel migliore dei modi.

Il Louvre svuotato, la Seconda Guerra Mondiale e le ricerche d’archivio

Ho scovato una foto del Louvre come non l’avete mai visto. E come si spera che non dovrete mai più rivederlo (e con lui, tutti i musei del mondo, si intende).

La Grande Galerie del Louvre svuotata delle opere durante la Seconda Guerra Mondiale

La Grande Galerie del Louvre svuotata delle opere durante la Seconda Guerra Mondiale

Twitter è indubbiamente una fonte di stimoli continui: stimoli ad approfondire, a riflettere, a portare all’attenzione nuove cose, ad appassionarsi a determinati temi.

Così, quando ieri notte, durante una delle mie #certenottialmuseo mi sono imbattuta nel tweet qui sopra, ho deciso che era giunto il momento di scrivere un post che tenevo nel cassetto da un po’ di tempo. Un post che parla di musei e di Guerra. Il tema potrebbe sembrare attuale, e forse lo è, dato che il nostro Patrimonio Culturale Mondiale vive perennemente nel pericolo di essere distrutto, che si tratti di ISIS, di attentati nei musei, ma anche di furti che se non sono atti terroristici, non per questo non fanno meno danno.

La Guerra di cui vi parla questa foto, e di cui vi voglio parlare io, è però la Seconda Guerra Mondiale. Una guerra che per la prima volta ha visto schierata, accanto all’esercito, una vera organizzazione di uomini che va sotto il nome di “Monuments Men”. Costoro sono stati portati al giusto riconoscimento mondiale del loro valore solo ultimamente, con l’omonimo film di George Clooney, che ha due meriti, uno dei quali* è quello di avermi appassionato ad un capitolo di storia che ignoravo pressoché totalmente.

Ho visto il film, ho letto il libro da cui è tratto, e ho capito che il film è una storia quasi totalmente romanzata: persino i nomi dei protagonisti sono diversi, mentre la storia per grandissime linee, giunge al medesimo epilogo. Il libro, invece, è la ricostruzione storica il più possibile fedele, condotta da uno storico sulla base di documenti, di racconti diretti, che rende con drammaticità i fatti che avvennero intorno alla formazione dapprima, e all’operato poi, della MFAA. Il libro si occupa nello specifico proprio del settore Francia/Belgio/Germania. E in Francia la parte da protagonista la svolge Parigi.

Così vedere questa foto della Grande Galerie del Louvre svuotata, con le cornici abbandonate sul posto, mi ha fatto inevitabilmente tornare in mente quanto letto sulle fasi concitate del trasporto in ricoveri sicuri (tra cui il Jeu de Paume), ma soprattutto sui biechi tentativi, riusciti in molti casi, di razzia da parte dei gerarchi nazisti, e sul salvataggio rocambolesco di migliaia di tele e di opere d’arte non solo del Louvre, non solo di Parigi, ma anche del Belgio e dell’Italia, salvate sempre sul più bello, con colpi di scena da film, effettivamente, quando in un castello, quando in una miniera di sale.

Ma la foto del Louvre ha fatto di più: mi ha fatto pensare che non solo il Louvre, ma tutti i musei sia di Francia (per difendere il Patrimonio culturale dalle razzie tedesche) sia d’Italia (dapprima per difendere il Patrimonio culturale dalle distruzioni delle forze Alleate [v. Cassino], poi da quelle tedesche) si ritrovarono in condizioni analoghe: Pinacoteche svuotate, dipinti staccati dalle loro pareti, in molti casi dai loro supporti, caricati in casse spedite in qualche deposito scelto tra qualche bella e antica villa o castello, nella speranza di non essere né scovate né distrutte dal nemico, in alcuni casi imbracciando una vera e propria lotta contro il tempo, per evacuare ulteriormente le opere dai rifugi quando fossero state in pericolo.

I Monuments Men (quelli veri) restituiscono al Louvre alcune delle opere recuperate

I Monuments Men (quelli veri) restituiscono al Louvre alcune delle opere recuperate. Credits: LeFigaro.fr

Da buona abitante di Firenze, mi sono appassionata, per una serie di coincidenze, proprio a questo aspetto della II Guerra Mondiale: le operazioni di difesa del Patrimonio durante la Guerra. Come per il resto d’Italia, si inizia fin dal 1934 con le prime misure di difesa antiaerea, una serie di decreti che poi diventeranno necessariamente operativi a partire dal 1940. Tali decreti tra le varie cose prevedevano per quanto riguarda i beni mobili la redazione di una lista delle opere più importanti per rilevanza storica e culturale, specificando dove si sarebbe potuto ripararle in caso di guerra; per i beni immobili prevedevano di redigere una lista degli edifici e dei monumenti più importanti, di segnalarli con segni ben evidenti, di scrivere un piano di difesa antiaerea e di realizzare una documentazione fotografica, utile nel caso di una distruzione ad opera di un bombardamento. Il governo italiano, insomma, si era dato un gran daffare e in effetti durante la Guerra chiunque ricopra cariche di responsabilità, i direttori dei musei, i soprintendenti, i restauratori e quanti impiegati in prima linea nella difesa del Patrimonio Culturale, dimostrarono di essere più fedeli proprio al loro impegno nei confronti del Patrimonio che non allo Stato: una vera e propria vocazione alla difesa del Patrimonio, altro che stipendio.

Firenze, Gallerie dell'Accademia, il David viene imballato in ossequio alle misure di Protezione Antiaerea credits:

Firenze, Gallerie dell’Accademia, il David viene imballato in ossequio alle misure di Protezione Antiaerea credits: edapx

Per Firenze e la Toscana (non conosco la situazione delle altre città, Roma per esempio potrebbe rivelarmi delle importantissime testimonianze) la difesa del Patrimonio storico-artistico e architettonico è stata particolarmente studiata sin da subito quando, alla fine della Guerra, si dovettero fare i conti con le distruzioni dei Ponti sull’Arno e dei quartieri medievali intorno a Ponte Vecchio, e con i restauri delle opere danneggiate, sia in anni recenti. Per quanto riguarda il Patrimonio Archeologico, invece, la situazione è un pochino più complessa, perché nessuno (eccetto la sottoscritta nei ritagli di tempo) si è ancora preso la briga di andarsi a scartabellare nell’Archivio della Soprintendenza Archeologia della Toscana tutti i carteggi relativi agli anni della Guerra, ai criteri di selezione delle opere da riparare altrove o nei sotterranei del Regio Museo Archeologico (oggi il Museo Archeologico Nazionale), agli elenchi delle opere effettivamente rimosse dalla loro collocazione per essere trasferite altrove. So ad esempio, perché in un rapporto al Ministero il Soprintendente dell’epoca ne fa cenno, che i Grandi Bronzi, ovvero la Chimera di Arezzo, la Minerva di Arezzo e l’Arringatore, erano stati ricoverati nella Villa Medicea di Poggio a Caiano insieme ai Marmi Antichi della Galleria degli Uffizi; ma ancora non ho trovato il documento che sancisce davvero questo spostamento. E come questo tante altre cose mi sfuggono ancora. Quel poco che so, però, l’ho già in parte raccontato in 3 post che abbiamo pubblicato sul blog Archeotoscana e che vi elenco qui di seguito:

  1. Firenze e il Patrimonio Archeologico Toscano durante la Seconda Guerra Mondiale
  2. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze durante la Seconda Guerra Mondiale
  3. 2 aprile 1950: riapre il Museo Archeologico Nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale

In particolare quello che racconta del Museo durante la Guerra e soprattutto durante la Battaglia di Firenze (il n.2) è quello che mi ha dato più soddisfazione scrivere: leggere quei documenti, il rapporto del Soprintendente Minto al Ministero, in particolare, trasporta proprio a quei drammatici giorni; sembra di vederli i Patrioti che fanno irruzione nel museo e controllano tutte le sale per scovare il presunto franco tiratore fascista. Tale è la potenza e l’immediatezza del documento d’archivio, che è proprio lo strumento attraverso il quale si può avviare la ricostruzione storica.

Chi è avvezzo alle ricerche d’archivio conosce bene quel sentimento di incredulità, poi di trionfo, quasi di onnipotenza che si prova man mano che i documenti da soli dipanano la matassa e scrivono la storia; e altrettanto bene conosce lo scoramento che deriva dal non trovare più nulla, ad un certo punto.

Ebbene, è da qualche mese che non porto più avanti questa ricerca, un po’ perché presa da altro, un po’ per pigrizia. Ma la foto di stasera, della Galleria del Louvre vuota, immancabilmente mi ha fatto pensare al MAF vuoto nello stesso identico periodo per la stessa analoga motivazione. E penso che mi toccherà rimettere mano ai documenti impolverati che aspettano soltanto che qualcuno dia loro di nuovo voce.

Ah, per la cronaca: ho cercato su Google Immagini “Louvre pendant la Deuxiéme guerre mondiale“. Et voila:

Crediti fotografici: LeFigaro.fr; Louvre.fr; next.Liberation.fr; archives.quercy.net; news.artnet.com;

_____________

*l’altro è quello di aver voluto nel cast Jean Dujardin. E so che le quote rosa in lettura saranno d’accordo con me

Musei in vetrina? No grazie! Gli Archeoblogger all’arrembaggio degli Uffizi

Agli Uffizi??? E perché? Che ci azzeccano gli Uffizi con l’archeologia? Non sono forse il Museo del Rinascimento? Non sono forse il museo dei Botticelli, dei Leonardo, dei Michelangelo e via di seguito?

#uffiziarcheologia

Eheh, cari miei, gli Uffizi sono molto di più. Non sono semplicemente (e si fa per dire) una pinacoteca, anzi LA pinacoteca, ma sono una raccolta vastissima di arte in tutto il suo significato più ampio, ivi compresa l’arte antica. I Medici, coloro grazie ai quali abbiamo oggi gli Uffizi e la temperie culturale da cui si generò il Rinascimento, raccolsero infatti, nel loro fervore collezionistico, un’ingente collezione archeologica, consistente in sculture di età romana, copie di famosi originali greci, e poi di bronzetti, monete e cammei, e di quant’altro potesse soddisfare il loro spirito collezionistico e la passione per l’Antico, che nel Cinquecento fu oggetto di una vera e propria riscoperta, supportata soprattutto dalle tante scoperte archeologiche che pian piano avvenivano, e dal commercio che dei manufatti antichi si era sviluppato. L’archeologia dell’epoca era diversa da quella di oggi. Non era ancora Archeologia, innanzitutto, ma piuttosto Antiquaria, e l’interesse per l’antico si limitava al bell’oggetto, possibilmente in materiale prezioso, marmo, bronzo oppure oro. La collezione medicea è amplissima e si arricchì in continuazione di nuove acquisizioni, sia acquistate sul mercato antiquario che provenienti da scoperte fortuite (come la Chimera e la Minerva di Arezzo, scoperte a metà del Cinquecento e subito volute da Cosimo I a Firenze). La collezione di antichità per un certo tempo ebbe tutta sede agli Uffizi, e solo con la creazione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze si decise di staccarne una parte (Chimera e Minerva in primis). Ma la maggior parte della statuaria antica in marmo è rimasta nel museo più famoso d’Italia, e occupa la Galleria, rimanendo spesso invisibile alle orde di visitatori a caccia di Michelangelo e dei Caravaggeschi.

Questa lunga premessa era doverosa per spiegare perché lunedì 21 settembre un gruppo di agguerrite archeoblogger avrà l’opportunità di visitare (a museo chiuso, privilegi che voi umani non potete immaginare) gli Uffizi secondo una prospettiva diversa dal consueto percorso turistico. Ma a cosa è dovuta questa fortuna?

La Galleria degli Uffizi. Credits: Cristiana Barandoni per @archeoapuov e @goldunveiled

Partiamo dal titolo: “MUSEI IN VETRINA? NO GRAZIE!”: con questo slogan gli Uffizi sono sempre più social! Lunedì 21 settembre, infatti, avverrà il lancio del nuovo progetto di valorizzazione della Sezione Archeologica: #UFFIZIARCHEOLOGIA a cura di Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci. Il Dipartimento di Antichità Classiche degli Uffizi promuove e facilita la conservazione, lo studio e la valorizzazione della propria collezione archeologica. Le attività comprendono lo sviluppo di nuovi strumenti di conoscenza, la disseminazione di informazioni complesse ai vari pubblici, la promozione del proprio patrimonio attraverso eventi e giornate speciali (una per tutte quella tenutasi il 16 Ottobre 2014 in occasione dell’International Archaeology Day). Da aprile 2014 il Dipartimento ha attivato una sezione interamente dedicata allo sviluppo e alla progettazione di percorsi e strumenti di comunicazione, anche attraverso l’attivazione di profili/account sui maggiori social media mondiali, che si rivolgono al grande pubblico dei fruitori digitali, senza mai perdere di vista la sostanza scientifica delle nozioni messe in rete. Dopo il rilevante successo di GoldUnveiled© (www.goldunveiled.it), primo progetto del Dipartimento in questo ambito, lunedì 21 settembre sarà lanciato un nuovo sistema di comunicazione web, l’hashtag #uffiziarcheologia con lo scopo di focalizzare l’attenzione dei visitatori, reali e virtuali, sull’ingente patrimonio archeologico, sia statuario che architettonico disseminato nella Galleria, patrimonio spesso inosservato o messo in ombra dalle più note e prestigiose opere d’arte, conosciute in tutto il mondo, motivo principale della visita al museo. Per il lancio di questo progetto il Dipartimento ha deciso di invitare un team di Archeobloggers ai quali affidare il compito di promuovere il progetto attraverso i nuovi media e i social network più importanti del mondo. Due turni di visita speciale a porte chiuse, uno la mattina (statuaria) e uno il pomeriggio (architettura) per svelare l’enorme patrimonio archeologico della Galleria alla comunità virtuale. Chi sono gli Archeobloggers? Archeologi che hanno capito l’importanza fondamentale dei media quale veicolo di disseminazione della cultura anche e soprattutto ai pubblici dei non addetti ai lavori; hanno risposto all’invito:

Antonia Falcone, Professione Archeologo (www.professionearcheologo.it)

Astrid D’Eredità, ArcheoPop (www.archeopop.it)

Francesco Ripanti, ArcheoKids (archeokids.tumblr.com/)

Marina Lo Blundo, Generazione di archeologi (http://generazionediarcheologi.myblog.it/)

Silvia Bolognesi, ArcheoToscana (https://archeotoscana.wordpress.com/)

Stefania Berutti, Memorie dal Mediterraneo (www.memoriedalmediterraneo.com/)

L’intera giornata potrà essere seguita, oltre che sui blog, anche sui profili social del Dipartimento: FACEBOOK: Pagina Gold Unveiled TWITTER: @GoldUnveiled INSTAGRAM: GoldUnveiled

E allora l’appuntamento è per lunedì mattina. Scarpe comode, smartphone carico e quadernino per gli appunti (che fa molto vintage) pronto. E pronti anche voi, a seguirci in questa esplorazione a museo chiuso. So già che si rivelerà densa di sorprese… 😉

Gli instagramers di Prato alla scoperta degli Etruschi

E fu così che, scorrendo come sempre la timeline di instagram, mi sono imbattuta in un post di @igersprato, la community degli Instagramers pratesi, che annuncia un’iniziativa che, ovviamente, mi ha fatto subito drizzare le antenne: #viaetruscadelferro2015, un evento, anzi una serie di eventi volti a promuovere culturalmente il territorio (e fin qui niente di “nuovo”: da tempo le varie comunità di igers italiane creano iniziative apposta per condividere su instagram immagini attraverso le quali raccontare, con tag specifici, un evento, un luogo, un’attività nell’ottica di fare promozione e comunicazione attraverso l’utilizzo delle pure e semplici immagini) puntando però sull’archeologia.

Cosa cosa? Come come? Un instameet a carattere archeologico??

Pare proprio di sì, perché il 21 giugno 2015, dopo una prima tappa che si è svolta sull’Isola d’Elba, ma solo per pochi Igers, si svolgerà a Gonfienti un instameet aperto a chi, dotato di smartphone, iscritto a instagram e interessato al passato più antico del territorio pratese, vorrà partecipare.

Questa strepitosa vignetta etrusca, che ha fatto il giro del web, è stata creata apposta per lanciare #viaetruscadelferro2015

Questa strepitosa vignetta etrusca, che ha fatto il giro del web, è stata creata apposta per lanciare #viaetruscadelferro2015

La città etrusca di Gonfienti è venuta in luce da relativamente pochi anni. La sua scoperta disturbò i lavori di realizzazione dell’interporto di Prato. Quello che piace sempre dire a noi archeologi romantici è che passano i millenni, 2500 anni e più per la precisione, ma resta la medesima destinazione del territorio: perché la città etrusca doveva avere una vocazione commerciale ed emporica, facendo da contraltare ad un’altra città etrusca, Marzabotto, immediatamente aldilà dell’Appennino. Centro di arrivo e smistamento delle merci provenienti dal Mar Tirreno, e dei metalli provenienti dall’Elba verso l’interno e in particolare verso l’Appennino, dove raggiungeva l’Etruria Padana attraverso la cosiddetta via etrusca del ferro. Stiamo parlando dei secoli VII-V a.C., dopodiché Gonfienti fu abbandonata e di essa si persero via via le tracce, fino a che non fu rinvenuta, del tutto casualmente, negli anni ’90 del secolo scorso.

Purtroppo già so che non potrò partecipare, ma sono curiosa di vedere attraverso quali immagini verrà raccontata Gonfienti e l’archeologia pratese, cosa colpirà gli instagramers e cosa vorranno condividere sui social network.

Il progetto #viaetruscadelferro2015 non si ferma qui, perché a seguire un’altra tappa vedrà protagoniste Artimino e Carmignano (e questa volta vorrò partecipare, per forza!). Ma non si ferma qui, perché in programma ci sono anche Marzabotto e Spina, sull’Adriatico, nel 2016.

Per saperne di più leggete a questo link: http://www.pratosfera.com/2015/05/12/antica-via-etrusca-ferro-igers-prato/

Già tempo fa avevo parlato su questo blog del mio primo instameet, svoltosi a Firenze e che aveva per tema la città e una mostra di arte contemporanea alla Strozzina. Fin da quei tempi (sto parlando di fine 2012) gli Igers avevano ben chiara l’idea di organizzare instameet che avessero finalità culturali. Ma erano i primi esperimenti e, come mi aveva fatto notare il leader di @IgersPisa Nicola Carmignani nei commenti al post, non era facile far capire alle istituzioni le potenzialità di uno strumento come Instagram. Dopo 2 anni e mezzo le cose sono decisamente cambiate e non passa settimana senza che non vengo a conoscenza di un instameet qua e uno là: le iniziative sono davvero tante, e parlo solo per la Toscana.

Oggi mi preme sottolineare che finalmente ci si accorge che la conoscenza del territorio, una delle finalità che si pongono gli igers, passa anche per la realtà archeologica, per il suo passato più antico, e che anche questo aspetto va raccontato e condiviso. L’archeologia diventa protagonista di un instameet. Non mi sembra cosa da poco. Un “bravi” dunque agli Instagramers pratesi che hanno avuto questa idea e un “menomale” che questa idea è stata accolta dall’amministrazione comunale di Prato, che vede in Instagram uno strumento di promozione notevole della città e che pertanto sostiene tutte le iniziative che questo gruppo di motivati ragazzi social-addicted volontari propongono. Ringrazio il leader degli @igersprato Francesco Rosati per la chiacchierata di qualche giorno fa e per aver avuto la voglia di organizzare un evento di promozione culturale che ha l’archeologia per soggetto (non solo fotografico). Instagram è un grande strumento di comunicazione, se saputo usare offre delle grandi potenzialità al racconto archeologico e museale. Eventi come questo servono proprio a dimostrarci che con l’idea giusta si può fare tutto, basta volerlo.

Vi terrò aggiornati sugli sviluppi di questo progetto. Per ora è tutto. Seguite su instagram @igersprato e l’ashtag #viaetruscadelferro2015 e, se siete in zona, non perdetevi l’instameet.

Io conosco la realtà toscana, ma non so se altrove in Italia sono già avvenuti o sono in programma instameet a carattere archeologico, archeoinstameet per capirci. Ne siete a conoscenza? Me li segnalate?

Yelp e archeologia

Da un anno e mezzo faccio parte della community di Yelp Firenze. Per chi non sa cos’è Yelp, dirò semplicemente che trattasi di spazio virtuale dedicato principalmente alla recensione dei luoghi, dalle attività commerciali ai monumenti. Fin qui sarebbe una copia di Tripadvisor, ma con la differenza che con yelp si fanno anche e soprattutto i check-in nei luoghi in cui si va. Ah, allora è sulla falsa riga di Foursquare! No, perché qui su yelp si fanno i check-in, si recensiscono i luoghi ma, soprattutto, si entra a far parte di una community. Una community in carne ed ossa, però, che esce insieme la sera, va a provare locali nuovi, partecipa ad eventi organizzati apposta per gli iscritti, permette che i membri della community organizzino eventi. Questa pubblicità che ho fatto a Yelp non è fine a se stessa e non è sponsorizzata, ma è il necessario cappello introduttivo per contestualizzare ciò che io e altre 12 persone, membri della community di Yelp, abbiamo fatto domenica 18 gennaio, a Firenze, in un bel pomeriggio di sole. Nell’insieme delle attività che i singoli yelper propongono, ho buttato là come proposta, qualche tempo fa, una passeggiata nel centro di Firenze, sulle tracce della Firenze romana. Parlo di tracce, perché in effetti è decisamente poco quello che si può vedere, dato che Firenze si è evoluta su se stessa, da città romana a medievale a rinascimentale: i resti romani o sono stati distrutti o sono stati inglobati dalla città successiva, sicché si può solo immaginare come potesse essere l’antica Florentia.

yelp

Ho lanciato la mia proposta, quasi oziosamente, direi. Non avrei mai immaginato di suscitare tanto entusiasmo. Invece mi è stato chiesto di programmare e organizzare il giro, tutti curiosi com’erano di scoprire qualche curiosità sulla città in cui vivono.

Hanno aderito, community manager in testa, 12 persone. Target di età: intorno ai 30 anni, con l’eccezione di una famiglia con bambino di 8 anni. Titolo di studio: vario, ma per la maggior parte laureati, chi in architettura, chi in ingegneria.

Il tema del tour non era facile: non è semplice, infatti, mostrare e parlare di qualcosa che non c’è più. Ci vuole un sommo sforzo d’immaginazione e ignorando il livello di conoscenza di base del mio “pubblico” non ho potuto dare niente per scontato. Al tempo stesso avevo bisogno di non perdermi troppo in lunghe descrizioni e spiegazioni, perché era fondamentale mantenere alta l’attenzione.

Così ho agito in questo modo: ho organizzato una passeggiata che toccasse i punti fondamentali e preparato alcune slide di immagini e ricostruzioni per aiutare la comprensione della città romana. Siamo partiti da Piazza della Signoria, dopo un corroborante caffè, e qui ho fatto innanzitutto una presentazione generale del tour che avremmo fatto e del grande sforzo d’immaginazione che avrei richiesto. Poche parole sulla città romana, sulla continuità di vita, sugli scavi che sono stati condotti dall’800 a oggi, dopodiché ho cominciato a mettere alla prova la loro fantasia già in piazza della Signoria, raccontando delle domus al di sotto della piazza e al di sotto della chiesa di Santa Reparata, che a sua volta è al di sotto del Duomo di Firenze.

Poi siamo partiti per il tour. Abbiamo percorso lungo via del Proconsolo all’incirca l’antico tracciato delle mura e, quasi all’altezza del Museo del Bargello, di fronte, ci siamo fermati davanti alla vetrina di una boutique, al di sotto della quale il pavimento in vetro lascia intravvedere i resti di un tratto delle mura cittadine con tanto di torre circolare. Poco più giù la traccia di un’altra torre circolare è segnata sulla pavimentazione della strada e segnalata da un pannello: tutte cose cui nessuno, mai, fa caso. Un vero peccato.

Ma proseguiamo. Usciamo dalla cinta muraria per raggiungere l’anfiteatro romano, in zona Piazza Santa Croce. Anfiteatro? Non vedo nessun anfiteatro! Ma soprattutto cos’è un’anfiteatro? Arriviamo in via Torta, il cui nome già ci indica l’andamento della strada e dei palazzi medievali che affacciano su di essa. Ma se dal basso si nota solo che quest’area della città è piuttosto bizzarra, dall’alto è sorprendente vedere come l’incrocio e l’andamento delle vie determini proprio una forma ellittica: la forma dell’antico anfiteatro romano, che oggi non esiste più, se non nelle fondazioni dei palazzi medievali, che hanno preferito sfruttare le poderose strutture preesistenti, piuttosto che spianare tutto e ricostruire daccapo secondo l’impianto urbanistico della città medievale. L’anfiteatro ha decisamente stimolato i miei compagni di tour che, sfruttando appieno le potenzialità di Yelp, hanno fatto check-in presso l’Anfiteatro romano, sottolineando come questo “luogo” non esista più fisicamente, ma che senza di esso non esisterebbe via Torta e questo particolarissimo angolo di centro storico.

via torta firenze

Dall’alto si legge benissimo l’impianto ellittico dell’anfiteatro romano di Firenze

Siamo poi ritornati verso Piazza della Signoria, fermandoci davanti all’ingresso degli scavi di Palazzo Vecchio, che hanno portato in luce parte del teatro romano di Firenze, e che sono visitabili, ma in particolari condizioni e occasioni. E comunque di difficile lettura se non si è accompagnati da una guida che spieghi la successione delle murature, dei tagli e dei tratti di viabilità, nel passaggio dal monumento romano al quartiere medievale e alla costruzione di Palazzo Vecchio. Due cenni sugli scavi di Piazza della Signoria, mentre il bello deve ancora venire, e l’ho tenuto per ultimo: Piazza della Repubblica, che occupa lo spazio che a suo tempo fu il Foro della città romana. Di nuovo un grande sforzo di immaginazione, mostrando le ricostruzioni della piazza con il tempio capitolino incastrato sotto i portici oggi occupati dalla libreria Feltrinelli Red e spiegando la monumentale iscrizione sull’arco di fondo “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito“, che si riferisce proprio alla sua antica destinazione, poi divenuta nel medioevo sede del ghetto e del mercato del pesce e infine, in occasione di Firenze Capitale, ritornata ad essere piazza monumentale, questa volta in senso moderno, con lo sbancamento del quartiere medievale.

piazza della repubblica

L’arco di Piazza della Repubblica

La passeggiata “archeologica” si conclude qui. Iniziano quindi alcune considerazioni.

Il gruppo si è dimostrato davvero incuriosito e in qualche frangente pure divertito dalla possibilità di scoprire aspetti inconsueti della città in cui ciascuno di loro ha sempre vissuto e che però non conosce fino in fondo. Dai feedback che il tour ha ricevuto (attraverso le recensioni fatte dai partecipanti), molti hanno colto proprio l’aspetto del “questa me la rivendo” (ad esempio la posizione dell’anfiteatro e il tratto di mura visibile in via del Proconsolo), altri sono rimasti impressionati dal fatto che la città si sia sviluppata su se stessa, e che tracce di queste Firenze si siano formate una sopra l’altra in continuità. Dal mio punto di vista è stato bello vedere che tante volte basta davvero così poco per coinvolgere persone che con l’archeologia hanno davvero poca familiarità; la difficoltà di non avere resti monumentali davanti agli occhi è stata colta come una sfida ma, certo, mostrare delle ricostruzioni ha aiutato molto, anzi, è stato fondamentale. Per me è stato un utilissimo esercizio di comunicazione, perché ho dovuto tener conto di un particolare registro linguistico, ho dovuto ricorrere ad esempi e immagini familiari, ho dovuto sorvolare su molti aspetti e isolare quelli davvero importanti e al tempo stesso che più potessero fissarsi in mente. E’ un esercizio che noi archeologi calati ogni giorno nella nostra quotidianità dovremmo fare più spesso e il più possibile. Personalmente mi sono divertita, e sono convinta che se tra qualche tempo chiederò a questi ragazzi di venire a visitare anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, risponderanno di sì con entusiasmo. In ogni caso, vi farò sapere.

A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.