La battaglia per gli open data passa da Pompei

Uno scorcio di Pompei

… che poi qualcuno potrebbe dire: “Ma che mi frega di sapere quali cantieri archeologici  sono in corso a Pompei in questo momento e quanto costano?”. Certo, ma poi non lamentiamoci se si urla allo spreco di fondi pubblici. Più che altro, se vorremo unirci al coro di chi parla di tali sprechi, potremo effettivamente farlo con i dati alla mano. Sì perché dall’8 settembre sono finalmente disponibili, sul sito della Soprintendenza Speciale di Pompei, i primi dati aperti sui cantieri del Grande Progetto Pompei (GPP). Il progetto che ha permesso tutto ciò (che sembra poco, i dati relativi a 25 cantieri in corso, ma che poco non è assolutamente) è OpenPompei, un progetto che ha come scopo la trasparenza di dati amministrativi sull’archeologia, sugli appalti, sui costi dei cantieri archeologici e di restauro, dati che consentono di monitorare una parte del nostro lavoro che i più ignorano, fatta di costi e di prezzi: certo, niente di romantico o di affascinante, e se già vi fanno sbadigliare le notizie che parlano di cocci, di tombe senza corredo e di scoperte di muretti conservati per due filari non di più, figuriamoci quanto vi possono entusiasmare questi. Però è importante che questi dati siano aperti, consultabili liberamente (e sul sito di OpenPompei si trova, oltre alla mole dei dati, un tutorial per aiutare nella navigazione) e questo risultato va accolto con un grande applauso alla caparbietà di chi ha insistito e ci ha creduto e, certo, all’amministrazione che ha acconsentito, perché è inutile che vi dica che non è cosa scontata, per un’amministrazione, mettere online, rendere di pubblico dominio dati di questo tipo.

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

Siccome mi occupo poco di open data in archeologia, ma conosco chi da anni ne ha fatto la propria battaglia personale e professionale, preferisco lasciare la parola a lui. Si tratta di Gabriele Gattiglia, che lavora nel team del Mappa Project, da sempre si occupa di open data in archeologia e collabora, tra l’altro, proprio con OpenPompei. A lui ho chiesto quindi di raccontare qualcosa in più, come persona informata sui fatti 😉

Perché è importante OpenPompei? Perché è importante che se ne parli?

OpenPompei, aprendo i dati amministrativi dell’archeologia rappresenta il primo passo per arrivare ad aprire i dati più propriamente archeologici, quelli cosiddetti ‘scientifici’ (rilievi, schede, piante, foto, ecc.). Pompei è un luogo simbolo, e se Pompei apre i suoi dati, piano piano anche gli altri seguiranno. Personalmente la considero una rivoluzione per l’archeologia italiana. OpenPompei è importante, inoltre, perché cerca di fare politiche di coesione nel sud Italia utilizzando i beni culturali e un luogo simbolo, come’è, appunto, Pompei.

Come nasce OpenPompei?

OpenPompei nasce da fondi europei ed è stato fortemente voluto da Fabrizio Barca quando è stato Ministro della Coesione Territoriale durante il governo Monti. Qui trovi un po’ di info: http://www.openpompei.it/cose/

Perché sono importanti i dati aperti e perché è importante che sempre più istituzioni seguano l’esempio di OpenPompei?

I dati che sono stati aperti ora, cioè quelli sui cantieri del Grande Progetto Pompei, sono importanti perché permettono ai cittadini di monitorare come sono stati spesi i loro soldi e di sviluppare una nuova cultura della trasparenza anche nel campo dei beni culturali. I dati aperti che vorremmo aprire, quelli archeologici, sono importanti non solo per gli studiosi, ma anche per i cittadini che vogliono conoscere e tutelare il proprio patrimonio, e anche per chi ha idee e vuole sviluppare dei modelli di business legati ai beni culturali. Perché tutte queste cose siano efficaci non basta che ci siano un po’ di dati, ma ne servono tanti, i dati devono diventare un’abitudine (sia pubblicarli, sia riutilizzarli), per questo è importante che si faccia formazione e per questo è importante che un luogo simbolo dell’archeologia e dei beni culturali come Pompei apra i suoi dati, perché può dare il via a numerosi epigoni, ad un processo virtuoso in cui tutti vogliano dimostrare la propria disponibilità ad aprire i dati.

Ringrazio tantissimo Gabriele per la sua disponibilità. Tra l’altro lui stesso mi ha segnalato la pagina FB di OpenPompei. E io la segnalo a voi…

L’Italia e il “Day of Archaeology”

È passata ormai qualche settimana, anzi, quasi un mese, dall’evento archeologico 2.0 più importante di tutti i tempi: il Day of Archaeology. Per chi non lo conoscesse, si tratta nientepopodimenochè un blog (alla faccia di coloro che ancora non ci credono) che raccoglie in una giornata, quest’anno è stato l’11 luglio, una serie di post che raccontano “what archaeologist really do“: il progetto è quanto di più semplice e geniale allo stesso tempo si possa concepire: sono chiamati a raccolta potenzialmente tutti gli archeologi da tutto il mondo a raccontare il loro lavoro, la loro formazione, la loro esperienza, la loro quotidianità, le soddisfazioni o al contrario le frustrazioni di questo che è il mestiere più bello ma più difficile da praticare del mondo. E gli archeologi che partecipano vengono davvero da tutto il mondo: scorrendo l’homepage ci si imbatte negli Stati Uniti, nel Messico, nella Turchia, nella Finlandia, nella Macedonia, ovviamente nella Gran Bretagna, dove questo progetto è nato nel 2011 – e dov’è molto sentita l’Archeologia Pubblica come branca dell’archeologia fondamentale nell’accompagnare lo sviluppo della ricerca – e nell’Italia. Anzi, va detto che l’Italia quest’anno ha partecipato in forze, riuscendo a costituire una categoria di post a sé stante perché, se lo scopo del DayofArch è raccontare il lavoro dell’archeologo all over the world, agli archeologi italiani preme far sapere in giro che si combina a casa nostra, quali sono le tante sfaccettature del nostro mestiere, quali sono le difficoltà e quali le soddisfazioni, quali sono gli sbocchi professionali anche se di lavoro ce n’è poco…

dayofarch

Il merito di riunire gli archeologi, partendo da quelli che hanno più confidenza con i blog, ovvero gli archeoblogger, è stato Francesco Ripanti in arte @Cioschi di Archeovideo, supportato dal grande entusiasmo trascinatore di Cinzia Dal Maso di Filelleni che come un generale ha dettato i tempi e i modi e ci ha decisamente spronato ad esserci. E infatti abbiamo partecipato in forze, nonostante la difficoltà, almeno per me, di scrivere in inglese. Comunque è stata una bella esperienza sia scrivere che trovarsi lì riuniti, ed è stato importante soprattutto perché finalmente cominciamo a fare qualcosa in quella direzione che Cinzia è già da un anno che accarezza, di costituire veramente un gruppo di archeoblogger in grado di far rumore, di farsi sentire, di avere una voce squillante. Siamo partiti con il DayofArch, ma andremo avanti, perché grandi cose bollono in pentola…

Qui trovate il link a tutti i post della categoria Italy al Day of Archaeology 2014. La panoramica, come vi dicevo, è piuttosto ampia: si va dalla didattica all’archeologia digitale, passando dalla vita sul cantiere di scavo, da progetti di ricerca all’archeologia urbana, quindi ai video e alla radio, con i ragazzi di Let’s Dig Again, il canale radiofonico dedicato proprio all’archeologia.

Vi invito a dare un’occhiata per farvi un’idea. Soprattutto se siete studenti di archeologia alla ricerca di una vostra collocazione nel mondo, forse vi farà bene vedere quali sbocchi, ma anche quali difficoltà si incontrano quotidianamente in questa professione. Eh sì, perché la nostra è una professione, riconosciuta a tutti gli effetti. Finalmente.

PS: se siete curiosi di scoprire cosa ho raccontato per il Day of Archaeology, lo trovate qui. Oppure, andatevelo a cercare nella categoria Italy… e soffermatevi a leggere gli altri post… ne vale la pena!

La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

Se 21 anni vi sembran pochi…

Il 16 gennaio 1992 veniva firmata a La Valletta la Convenzione Europea per la protezione del Patrimonio Archeologico. Tra tutti gli stati membri del Consiglio d’Europa, chi prima chi dopo, l’hanno ratificata in 41. Due stati mancano all’appello: San Marino e… indovinate? L’Italia. Già, l’Italia, quel Paese in cui ogni tanto qualcuno si sciacqua la bocca con la demagogica storia del patrimonio culturale più ingente del mondo, che si indigna per un muro crollato a Pompei, quel Paese in cui tutti avrebbero voluto fare l’archeologo da grande, ma dove la professione di archeologo non è ancora riconosciuta legalmente.

Malta, La Valletta

La Valletta, dove 21 anni fa fu firmata la Convenzione per la Protezione del Patrimonio Archeologico

21 anni fa il Consiglio d’Europa approvò un testo davvero innovativo, se letto con gli occhi dell’epoca, in cui si parla di “proteggere il patrimonio archeologico in quanto fonte della memoria collettiva europea” (Art. 1), di non lasciare esposti i materiali archeologici “durante o dopo gli scavi senza che siano state adottate disposizioni per la loro preservazione, gestione, conservazione” (Art. 3), di far sì che gli archeologi partecipino alle politiche di pianificazione territoriale, “allo svolgimento delle diverse fasi dei programmi di pianificazione” e di garantire “una consultazione sistematica tra archeologi, urbanisti e pianificatori del territorio, al fine di permettere la modifica dei progetti di pianificazione che rischiano di alterare il patrimonio archeologico” (Art. 5), di aumentare i mezzi dell’archeologia preventiva “facendo figurare nel bilancio preventivo gli studi e le ricerche archeologiche preliminari, i documenti scientifici di sintesi, nonché le comunicazioni e le pubblicazioni integrali delle scoperte” (Art. 6), di intraprendere un’azione educativa volta a “sviluppare presso l’opinione pubblica la coscienza del valore del patrimonio archeologico per la conoscenza del passato” e a promuovere “l’accesso del pubblico agli elementi importanti del suo patrimonio archeologico” (Art. 9). Per il testo completo guardate qui.

archeologia preventiva, archeologia urbana, mestiere dell'archeologo

Ciò che 21 anni fa probabilmente (dico probabilmente, perché ero decisamente troppo giovane per averne cognizione – ma su questo tornerò) era innovativo, oggi è quantomeno ovvio e scontato. O almeno dovrebbe essere così. Oggi siamo tutti d’accordo nel sostenere che dev’essere favorito l’accesso del pubblico e che la comunicazione archeologica è fondamentale, da sempre più parti si invoca la presenza della figura di un archeologo ai tavoli di pianificazione territoriale, gli addetti ai lavori lamentano il fatto che nei finanziamenti degli scavi (di archeologia urbana, per esempio) non viene compresa la fondamentale voce dello studio e della pubblicazione. Dunque le istanze di oggi in Italia non sono poi diverse da quelle di 21 anni fa. E se si legge la lunga lista di “Visto (…)” che precede gli articoli della Convenzione, sembra di vedere l’Italia di oggi: “Riconoscendo che il patrimonio archeologico europeo, (…) è gravemente minacciato dal moltiplicarsi dei grandi lavori di pianificazione del territorio e dai rischi naturali, dagli scavi clandestini (…) dall’insufficiente informazione del pubblico; Affermando l’importanza di istituire (…) procedure di controllo amministrativo e scientifico e la necessità di integrare la protezione dell’archeologia nelle politiche di pianificazione urbana  e rurale, e di sviluppo culturale (…)”…

Leggendo qui, dunque, la Convenzione de La Valletta sembra decisamente attuale in Italia. E la riflessione amara che sorge è che se si fosse ratificata all’epoca forse ora saremmo più avanti e potremmo vedere un Paese in cui la pianificazione urbana e territoriale va d’accordo con l’archeologia preventiva e non la vive come un incubo; in cui, quindi, l’archeologo è una figura professionale riconosciuta di cui è richiesta la presenza nelle amministrazioni degli enti locali, in cui la comunicazione al pubblico della scoperta è il fine e non un dente dolente da cavarsi al quale dedicare gli scarti (di fondi, di tempo, di energie, di idee). Insomma, leggendo il testo della Convenzione, e buttando un occhio in giro, l’Italia è ferma a 21 anni fa.

E la domanda è: che facevamo 21 anni fa, nel 1992?

Io per esempio dovevo ancora compiere 11 anni, di sicuro non avevo idea di cosa avrei fatto da grande (anche se ammetto che l’idea dell’archeologia mi venne piuttosto precocemente): all’epoca giocavo e andavo a scuola come tutti i bambini, correvo, cascavo e mi sbucciavo i ginocchi (oddìo, quello lo faccio ancora oggi…); nel 1992 per l’appunto avrei sostenuto l’esame di V elementare, il primo esame importante della mia vita; avevo qualche problema con le divisioni, ma del resto la matematica non sarebbe mai stata il mio forte, nemmeno negli anni a venire; mia sorella, che quest’anno si sposa, era soltanto in I elementare! Lei di sicuro non lo sapeva cos’avrebbe fatto da grande; però in II elementare avrebbe fatto attività didattica di archeologia, perché la nostra scuola elementare è stata costruita sui resti di una mansio romana (Lucus Bormani: cercatevelo sulla Tabula Peutingeriana): perché lì, in un paesino ligure, qualche maestra illuminata c’era e qualche giovane archeologa che lavorava anche. Fin qui il mio 1992. Ma il 1992 è l’anno di Tangentopoli, l’anno di Falcone e Borsellino, un anno cruciale per la storia italiana. E l’Italia quell’anno probabilmente aveva emergenze più serie e urgenti cui pensare. Ma gli anni dopo? I 20 anni dopo? Silenzio. Qualcuno l’ha nominata, la Convenzione, nel corso delle varie legislature che in questi 20 anni si sono susseguite. Ma nulla.

E dire che basta poco: una proposta di legge che consta di 2 articoli: Art 1 (Autorizzazione alla ratifica) e Art. 2 (Ordine di esecuzione). Ci voleva tanto? Evidentemente sì, se solo ora i deputati Celeste Costantino, Nicola Frantoianni e Giancarlo Giordano hanno preso in mano la situazione, anzi la Convenzione, e hanno deciso che 21 anni sono troppi e che l’Italia sulla protezione del Patrimonio Archelogico ha dormito abbastanza.

Lo chiedo anche a loro, allora, in particolare a Celeste Costantino, dalla quale ho appreso della proposta di legge: cosa facevi 21 anni fa? Celeste Costantino non era molto più grande di me, e forse ancora non immaginava che un giorno sarebbe stata eletta alla Camera dei Deputati e avrebbe dovuto risistemare, tra le altre, una cosa che risale a quand’era poco più che bambina. Perché noi tutti siamo cresciuti, diventati adulti, mentre l’Italia resta sempre ferma lì. E, per dirla tutta, sicuramente molti che 21 anni fa facevano o volevano fare gli archeologi, nel tempo hanno dovuto rinunciare perché di lavoro e di garanzie, per questa che non è una professione riconosciuta, non ce ne sono mai state e ancora non ce ne sono.

E voi? Cosa facevate 21 anni fa?

Ecco a voi “Il museo che vorrei”

Stamattina sono stati resi noti i risultati della consultazione pubblica indetta su internet lo scorso novembre dalla Direzione Generale del MiBAC per valutare eventuali nuove tendenze e desiderata da parte del pubblico dei musei statali in termini di accessibilità, orari e biglietti.

I risultati di “Il museo che vorrei” sono interessanti. Rispetto a qualche pronostico che avevo azzardato a fare io qui, basato principalmente sulla mia esperienza limitata ad un solo museo statale, le risposte sono diverse e aprono la strada a riflessioni e nuove idee da parte del ministero.

 

Lascio perdere i numeri, che potete reperire sul file messo a disposizione direttamente dal ministero, mentre mi voglio soffermare su alcune riflessioni che sorgevano a me e a quei pochi altri che hanno seguito il livetwitting su twitter con l’ashtag #ilmuseochevorrei e @MI_BAC. Ieri avevo chiesto tramite twitter se ci sarebbe stata una diretta streaming. Mi hanno detto di no e lì per lì ci sono rimasta male; poi però, vedendo stamattina la scarsa partecipazione di pubblico di twitter (assenti ad esempio le strutture statali che hanno twitter, Museo Archeologico di Venezia escluso [ma lì c’è il barbatrucco]), mi sono detta che effettivamente non aveva senso montare un video per farlo vedere a me e a pochi altri nullafacenti. Peccato però, perché i direttori delle varie strutture statali dovrebbero essere i primi ad essere interessati a questi argomenti.

Tra i vari risultati, mi sembra degna di qualche riflessione la proposta di aprire gratuitamente i musei una domenica al mese (nel questionario proponevano la prima, adesso A.M. Buzzi dice che sarà l’ultima): in questo modo si invitano i cittadini a visitare il museo, più ancora che i turisti. E questo è bene, perché va bene pensare al turismo culturale, ma spesso si rischia di perdere di vista la comunità civica espressione della cui identità storica il museo è portavoce per concentrarsi solo sul turismo di massa, con il pericolo, già evidente nei centri storici, che i cittadini si allontanino da un luogo che non sentono più loro perché snaturato. Una domenica del mese gratuita non parla dunque (solo) ai turisti, ma soprattutto agli abitanti. C’è un però: e riguarda la politica di gestione del personale di custodia che il MiBAC conduce e che per carenza di fondi si vede costretto a tagliare. Signori, parliamoci chiaro: il Ministero non ha i soldi per tenere i custodi a lavorare di domenica; d’altrocanto, però, il Ministero vuole incrementare i visitatori della domenica, probabilmente auspicando un servizio quanto migliore possibile. La direzione generale per la valorizzazione non parla con la direzione generale che si occupa del bilancio e della gestione del personale; ovvero, la mano destra non sa che fa la sinistra. Ora, mentre alcune realtà museali di un certo livello, come gli Uffizi ad esempio, possono reggere una situazione del genere, musei più piccoli o con meno personale, che tutte le domeniche lottano con la carenza di personale, rischiano invece di strozzarsi e di non offrire un servizio adeguato: domenica gratuita ma mezzo museo chiuso! Bell’affare! Forse varrebbe la pena che le due direzioni generali si mettessero a un tavolo e discutessero bene prima di prendere decisioni di questo tipo.

Da qui dipende un altro risultato: il pubblico vuole i musei aperti la sera e il ministero concederà qualcosina ma, avverte la Direttrice Generale Buzzi, siccome (vedi sopra) non ci sono fondi per il personale interno al ministero, la proposta è di far fare i custodi a dei volontari. Nulla contro il volontariato, per carità, ma è il primo passo per fornire un alibi al blocco delle assunzioni (la graduatoria dell’ultimo concorso deve ancora finire di scorrere) e un modo per sfruttare gratuitamente giovani – perché poi di loro si tratterebbe. Non mi piace, non mi piace per niente.

La Settimana della Cultura verrà spostata a data da destinarsi, in un periodo però di magra turistica: ottima idea, effettivamente il periodo scelto di solito è un macello in termini di affluenza di pubblico, per cui dirottare eventi gratuiti di questo tipo su periodacci come novembre o febbraio può essere un modo efficace per evitare il sovraffollamento nei soliti noti musei e per riempire le sale dei musei più “disgraziati” in tempi di carestia.

Personalmente sono un po’ delusa dalla scarsa risposta al questionario: 7043 adesioni sono poche rispetto al pubblico dei musei e rispetto agli utenti di internet. il Mibac dice di essere soddisfatto perché ha condotto un’efficace campagna pubblicitaria in rete attraverso i social network. Ma non mi sembrano numeri così alti per un sondaggio condotto su scala nazionale da un ministero. Sapete dove si è rotto l’ingranaggio? Esatto: proprio nel momento in cui l’informazione doveva essere trasmessa al pubblico reale dei musei da parte dei musei reali. Musei che però, come dicevo prima, oggi non hanno seguito la discussione dei risultati. I principali interessati da questo sondaggio sono quelli che non hanno veicolato il messaggio. E il risultato è che la consultazione pubblica nazionale si basa su 7000 risposte, checché ne abbia detto oggi G. Amassari: “La consultazione è uno strumento utile e democratico, di partecipazione!” 

Eppure il MiBAC è così contento di come utilizza i social network! In realtà, mi faceva notare Simone Gianolio, la visione del social media da parte del ministero è un po’ limitata o di parte, se vogliamo: viene considerata social una comunicazione che parte dal museo e arriva al pubblico, non il contrario, e non tra pubblico e pubblico in museo. Non considera, il MiBAC, che social network implica condivisione, condivisione anche di immagini, di immagini anche di opere d’arte, reperti e monumenti… caro Ministero, che vogliamo fare? Ci decidiamo ad esprimerci chiaramente in materia di riproduzioni fotografiche di Beni Culturali?

Non è “social” una comunicazione univoca da uno a molti, ma è social la comunicazione da molti a molti, che è alla base del web 2.0 nel quale i social network sono nati. Non si può parlare di fare social media solo perché si usa limitatamente uno o due social network (MiBAC lo sai che esiste Insagram? E Pinterest? Chi ha paura del lupo cattivo?).

Concludo con un suggerimento alla Direzione Generale per la Valorizzazione: da organo centrale cerchi di coordinare gli istituti periferici non semplicemente ordinando loro di aprire gratuitamente l’ultima domenica del mese, ma chiedendo quali sono i problemi, le difficoltà, le intenzioni. Riguardo l’utilizzo dei social media, lo sa il ministero quante sono le strutture statali che ne usufruiscono? Forse dovrebbe indicare degli standard minimi, delle linee guida. Fermo restando, però, che è inutile fare promozione in ambiente virtuale, quando il museo reale ha già delle lacune di comunicazione, accessibilità, informazione al pubblico. Prima il ministero vigili perché si risolvano i problemi reali, poi si occupi di quelli virtuali.

Gli Open Data in archeologia: chi li conosce? Chi li usa?

Gli Open Data, questi sconosciuti. Soprattutto in archeologia. Andate da un archeologo medio (che ancora costituisce la maggioranza degli archeologi in Italia) a chiedere cosa pensa degli open data, e vi risponderà “open che?” tirando su la testa dai suoi frammenti ceramici che studia da anni. Alché gli spiegherete che se gli open data in archeologia prendessero piede in Italia sarebbe più facile anche studiare la ceramica perché troverebbe condivisi e disponibili anche i dati sui materiali provenienti direttamente da scavo. Per un attimo gli si illuminerebbero gli occhi, alla vista delle immense possibilità offerte dalla rete, ma poi si rabbuierebbe subito al pensiero che, come lui può andare a guardare i dati di scavo prodotti da chissàchi, così chissàchi potrebbe guardare i suoi… e gli potrebbe rubare i risultati. Il vostro acheologo medio vi risponderà un laconico e inespressivo “bello, sì, interessante“, ma tornerà immediatamente a piegare la testa sui suoi cocci che, estratti dallo strato quasi 10 anni fa verranno pubblicati, dati ormai già vecchi, tra altri 10 anni.

Sì, credo sia questo l’ostacolo più grande che gli open data in archeologia in Italia devono superare: la paura della condivisione dei dati e la concezione alla Gollum del “L’ho trovato io, è tutto mio, è il mio tesssoro” di quello che si è scavato, per paura che lo pubblichi qualcun altro. Questa paura, del furto della proprietà dei dati, attraversa trasversalmente tutti gli istituti nei quali gli archeologi svolgono le loro ricerche, dalle università alle Soprintendenze agli istituti privati che lavorano in concessione. La gelosia dei dati prodotti sul proprio scavo è fortemente radicata nell’animo dell’archeologo medio, c’è poco da fare. 

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Eppure sarebbe così semplice: Conservare, disseminare, collaborare. L’archeologia libera e aperta è la nuova frontiera della ricerca.” Così MappaProject introduce il suo MOD, un archivio digitale archeologico che serve a conservare e a disseminare la documentazione archeografica e la letteratura grigia prodotta nel corso di una qualsiasi indagine archeologica. Soprattutto mi piace il verbo disseminare, che dà forma all’idea di dati archeologici resi pubblici con un atto di volontà: gettati nella rete, chi li vuole se li prenda, nell’ottica totalmente 2.0 della condivisione del sapere, dei dati, delle conoscenze, delle tecnologie.

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Il Mappa Project ha lanciato online un sondaggio proprio per verificare quanti conoscono gli open data e le loro potenzialità, quanti sarebbero disposti a utilizzarli, a condividere e disseminare i propri dati grezzi, con la tutela della paternità di chi quei dati li ha prodotti sul campo. I risultati verranno poi presentati al convegno Opening the Past 2013. Archaeology of the Future, che si svolgerà a Pisa il 13-14-15 giugno 2013.

Rispondere è importante per due motivi: innanzitutto, consente a ciascuno di noi di rendersi conto di quanto ne sa in materia di open data in archeologia, ma soprattutto di chiedersi se li userebbe, se li produrrebbe, se effettivamente pensa che gli servirebbero, se sarebbe disposto a condividere i suoi dati grezzi in un clima di collaborazione o continuerebbe piuttosto a pensare che i suoi dati sono in pericolo di furto (tra l’altro, se proprio avete questa paura, sbrigatevi a pubblicare i risultati preliminari, no?). In secondo luogo, e dal dato personale si passa all’immagine generale, sarà possibile capire se l’Italia è finalmente pronta a recepire una rivoluzione, perché di rivoluzione si tratta, di questo tipo. 

 Trovate il sondaggio a questo link: http://mappaproject.arch.unipi.it/?page_id=1866

 

PS: non ho niente contro gli archeologi che studiano montagne di materiali, ci mancherebbe, è l’ABC della ricerca. Ma se alzassero la testa ogni tanto dai loro cocci e dai libri e si guardassero intorno, riuscendo magari a mettere da parte i prgiudizi, sono sicura che anche la loro ricerca ne risulterebbe avvantaggiata, arricchita e migliorata. Il confronto e lo sguardo verso il nuovo servono sempre. La novità non è una nemica, siamo archeologi, non Neanderthal!

Il Livetwitting del Congresso di Archeologia Pubblica

Finalmente pubblico il livetwitting che si è svolto in diretta, durante gli interventi del Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia. Mi scuso per il ritardo con cui lo pubblico, spero mi perdonerete.

Per cominciare, il livetwitting del 29 ottobre, primo giorno di congresso, 29 ottobre 2012:

maraina81-timeline-10292012-10292012-81859df3.pdf

A seguire il livetwitting del secondo giorno, 30 ottobre 2012:

maraina81-timeline-10302012-10302012-264b9dc7.pdf

Mentre per seguire tutta la conversazione, che continua tuttora, volendo, che ruota intorno all’ashtag #archpub basta cercare #archpub su twitter: https://twitter.com/search?q=archpub&src=typd

Twitter-Hashtags-copy(1).jpg

E infine, questo è lo storify preparato da Chiara Zuanni, dove c’è tutto, ma proprio tutto, il Congresso a colpi di tweet!

http://storify.com/kia_z/primo-congresso-nazionale-di-archeologia-pubblica?utm_campaign=&utm_source=t.co&awesm=sfy.co_nBOr&utm_medium=sfy.co-twitter&utm_content=storify-pingback

E ora tocca a me: le mie impressioni a margine del Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia

Ed è giunto il momento di condividere le mie considerazioni a margine dell’evento. Non saranno esaustive né profonde, saranno più un flusso senza capo né coda, ma sono le riflessioni di un’archeologa blogger che si è avvicinata all’archeologia pubblica perché persegue un interesse: quello di un’archeologia legata a filo doppio con la società per il ruolo di comunicazione che deve svolgere verso chi la società la compone, cioè i cittadini. Perché la società non è un’entità astratta, ma concreta, fatta di persone con cui quotidianamente l’archeologia, anch’essa nelle sue manifestazioni concrete, si deve rapportare.

tagcloud archeologia pubblicaInizio pertanto le mie riflessioni citando Guido Vannini in chiusura di congresso: “L’archeologia pubblica in Italia non avrà un’etichetta, ma non parte certo da zero!”. È infatti la definizione stessa di Archeologia Pubblica che a me sta stretta. O per lo meno mi convince poco. Perché l’archeologia è per sua natura pubblica, ha insita nel suo stesso essere una funzione pubblica di utilità sociale. O almeno così dovrebbe essere. Già due anni fa, in occasione del workshop di archeologia pubblica in Toscana, che avevo seguito perché incuriosita da questa definizione, non mi era piaciuto dover specificare la qualità “pubblica”, creando quella che ai miei occhi era, ed è tuttora, una tautologia. Ma tant’è, siamo in un mondo in cui c’è bisogno di specificare per non rischiare di dare per scontato; perciò accolgo di buon grado la definizione anche se, come Vannini, ritengo che in Italia ci siano molti casi, per fortuna, di archeologia pubblica che passa semplicemente sotto il nome di archeologia. E basta vedere la nutrita serie di poster che è stata presentata e che mostra un’ampia gamma di attività, progetti, idee… Daniele Manacorda, nel suo discorso conclusivo alla prima giornata di congresso, diceva ad un certo punto che dobbiamo essere creativi, anzi, avere coraggio creativo. E io in molti dei poster ho visto proprio la creatività in azione, la scommessa e il mettersi in gioco; è un po’ un luogo comune, che è emerso in questi giorni, che per una fetta di non addetti ai lavori l’archeologia sia elitaria, l’archeologo chiuso nella sua torre d’avorio in cui studia e non rivela nulla di ciò che ha scoperto. Ma tutti questi progetti segnalati nei poster parlano invece di archeologi che scendono in mezzo alla gente, che lavorano confrontandosi con le persone, costruiscono progetti in collaborazione con le persone. E per tutti quelli che sono stati presentati tanti altri ne esistono, ne sono sicura.

Centrale, naturalmente, il ruolo della formazione, che ha suscitato un seppur minimo dibattito. Il problema della formazione, però, a mio parere, non è tanto l’organizzazione universitaria in 3+2 a confronto con la vecchia gloriosa laurea quadriennale, o la miriade di specializzazioni: queste casomai corrono il rischio di trasformare i laureati in tecnici con competenze troppo specifiche in un campo ristrettissimo che però poi rischiano di far perdere di vista la visione d’insieme. Ma non mi va di generalizzare. Il vero problema è, a mio parere, che ho ascoltato la mia prima lezione di comunicazione e la mia prima lezione di economia applicata ai BBCC rispettivamente da Chiara Bonacchi e da Massimo Montella nei loro interventi al Congresso. E questo è male, molto male. L’università dovrebbe offrire competenze in grado di affrontare il mondo reale non solo inteso come mondo del lavoro, ma come terreno del confronto quotidiano tra archeologi e persone. E l’altro problema, che riguarda la formazione, ma contro cui la formazione può poco, è il mondo del lavoro, che non riesce ad assorbire i laureati in materie archeologiche, né oggi con la formula del 3+2, né ieri quando gli anni di studio erano 4. Rimane sempre valida la frase che disse quella che sarebbe poi diventata la mia prof di Storia dell’Arte Greca e Romana a Genova quando, ormai 12 anni fa, neanche ancora matricola, andai alla presentazione del corso di laurea in Beni Culturali: disse che una volta laureati non avremmo trovato facilmente lavoro, ma che avremmo dovuto inventarci, piuttosto, non aspettarci nulla. La situazione del mondo del lavoro nei Beni Culturali è sempre stata questa, dunque, almeno da quando ci sono dentro io (12 anni non mi sembrano pochi!). Il problema del lavoro nei beni culturali è cronico. Forse per questo, però, sarebbe anche l’ora di risolverlo. Anche perché non si può dire che la generazione di archeologi cui appartengo non stia facendo sforzi per cambiare le cose. Questo va riconosciuto. Il coraggio creativo deve partire dalla base, allora, dal riuscire ad ottenere una situazione lavorativa stabile, degna di questo nome. E deve ottenere l’appoggio delle Istituzioni, perché di altre battaglie contro i mulini a vento non ne abbiamo bisogno.

L’aspetto che mi interessa di più dell’archeologia pubblica è, naturalmente, la comunicazione. Da blogger, mi interessa imparare a svolgere un buon ruolo di comunicazione attraverso il web; da custode, vedo tutti i giorni come la comunicazione al pubblico viene disattesa puntualmente in museo. La comunicazione è il fulcro della nostra attività, perché l’archeologia nelle sue manifestazioni si incontra col pubblico comunicando con esso. Se non comunica è estranea e come tale verrà considerata, o incomprensibile, e come tale verrà evitata, anche osteggiata, visto che non se ne capisce il senso.

Oggi all’archeologia è richiesto più che in passato di essere comunicativa. È una domanda che viene non solo da chi l’archeologia la pratica, ma da chi l’archeologia la riceve: il pubblico, i pubblici dell’archeologia vogliono essere attori della comunicazione: per questo trovo bellissimo un progetto come quello di Calangianus “La strada che parla” per il quale le persone del luogo, intervistate, chiamate a raccontare la loro storia personale, si sono ritrovate ad essere parte di un racconto corale, che è il racconto della storia delle loro radici; per questo trovo importante che per il Centro Documentazione di Arcidosso si sia pensato di intervistare la popolazione per decidere in base alle risposte da quale livello base di informazione partire.

Oggi a chi pratica archeologia è richiesta una buona dose di autocritica. Autocritica che non deve scadere in quell’abitudine tutta italiana che consiste nel crogiolarsi nella propria presunta inferiorità di fronte ai paesi stranieri più avanzati di noi su determinate tematiche, ma che consiste nel prendere atto delle difficoltà che si incontrano nei lavori di archeologia: e così ho ammirato Paolo Peduto e la sua lucida ammissione di colpa nel dire che al Castello di Lagopesole si è lasciato sfuggire la situazione di mano, ed ho apprezzato Giovanna Bianchi che ha espresso le problematiche relative alla gestione del Parco Tecnologico delle Colline Metallifere. Mai perdere di vista il senso della realtà, né in una direzione né nell’altra.

Infine, voglio spendere una parola su Twitter e sul livetwitting che si è svolto in sala durante il Congresso. È stato importante, interessante, utile lo scambio con i presenti, l’interesse degli assenti e l’informazione passata in tempo reale. Importante ancora di più conoscere e scambiare due parole vere con le persone dietro i 140 caratteri. La partecipazione è stata sentita, i tweet numerosi e i retweet pure: finalmente abbiamo trovato il modo per comunicare tra noi… Forse i tempi sono maturi per uno scambio che sia una rete, un network di teste pensanti che da ogni parte d’Italia si trovano in una sala virtuale a discutere di archeologia e di comunicazione, di dati aperti (altro nodo importante e centrale), di condivisione e di buone pratiche; ma anche, perché no, di pratiche cattive: perché tutto è importante, e tutto fa esperienza.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto dell’ultima sessione del Congresso, 30/10/2012 – Archeologia: dalla Costituzione alla Legislazione

L’ultima sessione del congresso di archeologia pubblica – Archeologia: dalla Costituzione alla Legislazione, è dedicato alla legislazione che regolamenta gli usi e le pratiche dei rapporti tra enti pubblici, locali e privati, della tutela e della valorizzazione, con i quali l’acheologia pubblica nei suoi esiti pratici si deve quotidianamente confrontare.

archeologia pubblica firenze, archeologia dalla costituzione alla legislazione

Presiede questa sessione – ultima, ma non ultima – Andrea Pessina, Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana. Egli traccia una storia della tutela che corre dal Rinascimento sino alla pietra miliare dell’Art. 9 della Costituzione, punto di partenza del Codice dei Beni Culturali. Espone poi le novità introdotte nel codice in tema di tutela e valorizzazione a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione. Il tema l’aveva già toccato ieri G.M. Flick, in toni non particolarmente favorevoli: per questo sarebbe stato interessante e formativo un confronto tra Flick e Pessina, l’uno già Presidente di quella Corte Costituzionale che non era così favorevole alle modifiche, l’altro dirigente di un organo periferico dello stato che quotidianamente deve affrontare questioni discendenti proprio da queste modifiche (che ricordiamo, per i BBCC riguardano la delega dell’azione di valorizzazione alle regioni, lasciando però la tutela nella sola mano statale, quindi separando, affidando a due diversi attori due azioni che di fatto sono strettamente legate l’una all’altra).

Il primo intervento di questa sessione è di Carlo Francini che porta l’esempio del Piano di Gestione del Centro Storico di Firenze – World Heritage Site. È stato realizzato un GIS archeologico che contiene tutte le informazioni pubblicate dal 1887 al 2007 con lo scopo, oltre che di gestire tutta l’informazione, anche di migliorare la tutela dei Beni Archeologici. Sono state realizzate sulla base del GIS delle Carte di potenzialità distinte per periodi: epoca romana, tardoantica, medievale. L’obiettivo finale è quello di condividere i dati e progettare una banca dati di utilizzo, quindi di diffondere i dati. Questo avviene già con Florence on earth, così come tutti i dati di ricerca sono scaricabili al sito http://datigis.comune.fi.it/MapStore/. Si torna a parlare di open data a Firenze, la notizia non potrebbe essere più positiva.

Maria Pia Guermandi parla invece di ACE, il progetto europeo Archaeology in Contemporary Europe 2007-2012. Di nuovo si torna a parlare di Archeologia preventiva la quale, lamenta la Guermandi, in Italia è limitata ai soli lavori pubblici: si tratta di una vera e propria anomalia italiana, alla quale si aggiunge un’altra anomalia, la mai avvenuta ratifica della Convenzione di Malta a 20 anni dalla sua stipula. A queste anomalie si aggiunge un’altra ulteriore anomalia: il precariato e i bassi compensi di coloro, liberi professionisti non inquadrati né nel MiBAC né nelle università che sono impiegati nell’archeologia preventiva. Ad essi è dedicato il provocatorio manifesto, con cui la Guermandi chiude il suo intervento “Se non lo assumi lo portiamo via” che sensibilizza sulla difficile situazione dei professionisti dei Beni Culturali nel nostro paese.

Elena Pianea parla della Legge Regionale toscana in materia di BBCC; tra le altre cose, essa prevede l’adeguamento dell’offerta museale alla contemporaneità e in questa visione rientra un Protocollo d’intesa tra Stato Regione e Fondazioni Bancarie per il recupero di strutture museali: la Regione si pone dunque come laboratorio per la gestione e la valorizzazione dei BBCC. La Pianea elenca poi quali sono i requisiti che devono avere i musei in Toscana: attività educativa e di ricerca, destinazione urbanistica certa, direzione scientifica, abbattimento delle barriere architettoniche. Infine accenna alla Magna Charta del Volontariato, presentata poche settimane fa al LUBEC che disciplina la presenza della cittadinanza attiva nei musei.

Gabriella Poggesi, unico ispettore di Soprintendenza della Toscana intervenuto nel corso del Congresso, parla dell’attività ormai trentennale di archeologia preventiva a Sesto Fiorentino, e della redazione delle Carte Archeologiche come primo strumento della tutela, della provincia di Pistoia, del comune di Prato e di Calenzano.

Anche Lucia Sarti si dilunga sull’archeologia preventiva a Sesto Fiorentino, per quello che concerne i siti di archeologia preistorica rinvenuti nel territorio comunale da 30 anni a questa parte, con la collaborazione del comune che in una declaratoria del 1998 imponeva indagini di archeologia preventiva prima di nuovi lavori su suolo pubblico, cui ha fatto seguito nel 2003 la stesura di una carta del rischio archeologica adottata con indicazioni procedurali per il nuovo piano regolatore. La seconda metà degli anni ’90 ha segnato un periodo fecondo, ricorda la Sarti, ma impegnativo per l’archeologia preventiva, in concomitanza con i cantieri per le Grandi Opere. Ai 30 anni di ricerche è corrisposta una volontà di incontro col pubblico. La ricerca ha rivelato, conclude la Sarti, la sorpresa di un territorio densamente popolato già in epoca preistorica.

A chiudere il Congresso viene chiamato Giovanni Curatola che, con la vivacità che lo contraddistingue, tira le fila di tutti i discorsi di questa due-giorni intensissima di contenuti. Tra aneddoti e battute di spirito ci ricorda l’estrema vivacità della nostra disciplina: l’archeologia non è superata, né fuori dal tempo, né fuori contesto rispetto alla nostra società. Commenta positivamente il Congresso, sia per i temi trattati che per la formula usata, quella delle tavole rotonde e degli interventi brevi: una struttura agile che ha fatto sì che si suscitassero riflessioni e occasioni di dibattito; una formula che dà il senso del work-in-progress e che per questo non deve restare un caso isolato, ma dovrà avere un seguito. A proposito della comunicazione, però, non può fare a meno di dire che l’archeologia comunica poco con il pubblico, e che su questo fronte c’è ancora molta strada da fare, perché bisogna ancora trovare un format che sappia conquistare. Dunque Curatola lancia l’esortazione a non fermarsi qui: questa è una tappa di un percorso che deve andare avanti.

Gli risponde Chiara Bonacchi: il prossimo Congresso di Archeologia Pubblica si svolgerà a Foggia nel 2015, riproponendo la stessa formula, che si è rivelata efficace nella sua forma aperta e partecipata. Lancia poi la proposta di costituire una rete di archeologia pubblica, che, personalmente, non vedo l’ora che si realizzi! Le parole finali spettano a Guido Vannini, che chiude il Congresso di Archeologia Pubblica con queste parole: “L’archeologia pubblica in Italia non avrà un’etichetta, ma non parte certo da zero!

Questo lungo resoconto in 6 puntate termina qui. Ho fatto il possibile per riportare i punti salienti dei ricchissimi discorsi di ciascuno dei convenuti. Non ho pretese di completezza, dunque, ma spero con questo strumento – che altro non è che i miei appunti messi in bella copia – di aver costruito una traccia a disposizione di chiunque che possa così ricordare, da qui alla pubblicazione degli Atti, prevista per il 2013, di quali e quanti temi si è parlato. Rimando ad un altro post, invece, le mie considerazioni a margine. Qui dico soltanto che è stato per me un piacere e un onore poter partecipare, ascoltare gli interventi ed essere la blogger ufficiale, se così si può dire, dell’evento. Ringrazio Michele Nucciotti e Chiara Bonacchi che mi hanno dato questa possibilità, e aggiungo che sono molto contenta della rete che si è costituita su twitter in questi due giorni: dietro gli account che hanno contribuito al livetwitting ci sono persone con idee ed esperienze che è bello conoscere e condividere. Fare rete non solo in rete, ma anche e soprattutto al di fuori: credo che sia molto importante, e credo che i tempi siano maturi per farlo davvero.