Pietre che raccontano storie: Baelo Claudia

Avete mai scavato un tonno?

Un'archeologa sta scavando lo scheletro di un tonno a Baelo Claudia (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Un’archeologa sta scavando lo scheletro di un tonno a Baelo Claudia (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Sì, avete letto bene: non ho scritto “mangiato”, ma “scavato”. Mi rivolgo agli archeologi e alle archeologhe in ascolto, molti dei quali senz’altro possono raccontare di quella volta che hanno scavato lo scheletro di un qualche animale. Io per esempio, una volta ho scavato un asino. Ma questa è un’altra storia.

Mi rivolgo anche, però, a chi archeologo non è, per mostrare come anche il ritrovamento meno spettacolare (come una lisca di pesce) possa raccontare grandissime storie, storie che ci spiegano qualcosa di più sulla vita quotidiana dei nostri predecessori.

A Baelo Claudia, dicevo, può capitare di scavare lo scheletro dei tonni. Non è un caso o un ritrovamento bizzarro. Semplicemente, Baelo Claudia, città romana sulla costa meridionale spagnola, poco oltre le Colonne d’Ercole, era in età imperiale uno dei principali centri per la produzione del garum, la salsa di pesce che non poteva mai mancare sulla tavola dei Romani.

Un'anfora da garum in un mosaico da Pompei e accanto due boccette attuali di colatura di alici (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Un’anfora da garum in un mosaico da Pompei e accanto due boccette attuali di colatura di alici (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Da quando è stata rinvenuta la città e in parte ricostruita (le colonne del foro, che oggi sono una delle cose più spettacolari e paesaggisticamente intense del sito, sono state reinnalzate dopo i primi scavi), le ricerche archeologiche, oltre a portare in luce i monumenti principali del centro cittadino, il foro, la basilica, il triplo tempio capitolino (favoloso: 3 templi tetrastili, ovvero con 4 colonne in facciata, dedicati rispettivamente a Giove, Giunone e Minerva) le terme e la piazza del mercato, il macellum, hanno portato in luce, proprio davanti alla spiaggia di Bolonia, gli impianti per la lavorazione del pesce, per la preparazione proprio del garum, che altro non era che una salsa di pesce ottenuta dalla macerazione del pescato (per saperne di più sul garum vi segnalo l’ottimo post dell’ottimo blog Archeoricette). I Romani ne andavano ghiotti e questa vivanda aveva un grandissimo mercato.

La città romana di Baelo Claudia, spettacolare per la sua posizione sul mare

La città romana di Baelo Claudia, spettacolare per la sua posizione sul mare

Siamo in Spagna, Andalusia, nella regione che gravita intorno allo stretto di Gibilterra. Baelo Claudia si trova appena al di là dello stretto, già sull’Atlantico, su un tratto di costa il cui mare è frequentato dai tonni. La pesca del tonno, qui, è un’attività millenaria. Era già un’attività redditizia quando nel I secolo d.C. l’imperatore Claudio conferì all’insediamento il rango di municipium, con tutto quello che una nomina del genere comportava. Baelo Claudia era un avamposto sull’Atlantico non indifferente, strategico per i collegamenti con la Lusitania (Portogallo) e dalla Lusitania verso Roma; mica poco.

Se la visita dell’area archeologica vi distrae perché continuate a guardare il mare incorniciato tra le colonne della basilica del foro, il piccolo ma illuminante museo che introduce all’area archeologica racconta proprio questa storia: la storia dell’economia del territorio, un’economia che ha superato il sorgere e il tramontare di società, imperi, regni e nazioni e che dopo 2000 anni è ancora lì. Sissignori. Quasi 2000 anni sono passati da che Baelo Claudia fu costituita municipio dall’imperatore Claudio per la sua “vocazione” al garum, e quindi alla pesca del tonno, e dopo 2000 anni nella regione di Tarifa, questo tratto di costa che dallo Stretto di Gibilterra si allunga verso Ovest per una trentina di km, la pesca del tonno è ancora una delle più grandi risorse economiche (oltre il turismo ormai, si intende).

Antico e moderno a confronto: anfore romane per il trasporto del garum rinvenute a Baelo Claudia e la lavorazione del tonno in scatola in un'azienda di Tarifa

Antico e moderno a confronto: anfore romane per il trasporto del garum rinvenute a Baelo Claudia e la lavorazione del tonno in scatola in un’azienda di Tarifa

Il museo di Baelo Claudia racconta, raffrontando il dato archeologico con il presente, proprio la realtà produttiva del tonno: a Tarifa, per esempio, c’è tutt’ora un’azienda che produce tonno in scatola e altri derivati del pesce. La località immediatamente ad ovest di Bolonia, si chiama invece Zahara de los Atunes, il cui riferimento ai tonni non va neppure messo in discussione. E anche se nessuno a Bolonia, il paesino “moderno” accanto agli scavi e alla spiaggia, conosce non solo la salsa di pesce, ma neanche la colatura di alici (che a mio parere è la cosa che assomiglia di più al garum ai giorni nostri), qui la tradizione del pesce e della sua lavorazione si è mantenuta.

Un tonno da guinness dei primati al mercato del pesce di Cadice

Un tonno da guinness dei primati al mercato del pesce di Cadice

Si è mantenuta la pesca, la lavorazione, l’industria, il mercato che vende tonni da guinness dei primati (guardate la foto che ho scattato al mercato di Cadice, e impressionatevi). Il tonno che mangiate nel ristorantino a Tarifa non è semplicemente un trancio di pesce alla griglia accompagnato da un salmoriglio stuzzicante: è il frutto di un’attività millenaria, di millenni di pescatori che sanno quand’è il periodo giusto per pescare, che sanno lavorare la carne dei tonni e sanno come conservarla ed esportarla. Un saper fare che si è mantenuto nei secoli, che ha adattato le tecniche ai tempi e alle tecnologie, e che non si è perduto. Di fatto si tratta della continuità di una tradizione di lungo anzi lunghissimo periodo, della quale si rinvengono le tracce più antiche.

Pietre che raccontano storie: Tarragona, anfiteatro vista mare

Strano destino, quello di certe città. Prendi Tarragona, per esempio: sotto l’Impero romano era addirittura capitale di una delle province della Spagna, la Hispania Tarraconensis. La città, già villaggio fortificato indigeno, ebbe il suo “battesimo romano” durante la II Guerra Punica con gli Scipioni che ne fecero una loro fondamentale base militare in terra iberica.

tarragonaArriviamo al 27 a.C. quando Augusto imperatore fa Tarraco capitale della provincia che da lei prende il nome. È il momento del boom urbanistico, e la città si dota di tutti quei monumenti e servizi che ogni città romana degna di questo nome deve avere. L’anfiteatro è uno di questi.

blocchi e rocchi di colonna reimpiegati nella chiesa medievale al centro dell'arena. Queste sono pietre che raccontano storie

blocchi e rocchi di colonna reimpiegati nella chiesa medievale al centro dell’arena. Queste sono pietre che raccontano storie

Si affaccia sul mare, l’anfiteatro. In posizione sopraelevata rispetto ad esso, nei pressi  della strada, la Via Augusta, che nel I secolo d.C. conduceva fuori dalla città verso i Pirenei. Sotto, oggi, corre la ferrovia, rasente la linea di costa.

L’anfiteatro di Tarragona viene costruito nel II secolo d.C.: sul lato monte sfrutta il pendio roccioso, nel quale sono scavate le gradinate dell’ima cavea, la parte più bassa riservata al pubblico. La summa cavea e il resto delle gradinate sugli altri lati (se di lati si può parlare in un ellisse) invece sono costruiti. L’arena  è attraversata da un lungo corridoio che la taglia da parte a parte, più un altro corridoio che lo interseca a croce: si tratta dei corridoi coperti nei quali sostavano i gladiatori prima di salire a combattere, e dove erano collocate le macchine elevatorie che li sollevavano; un po’ come i corridoi sotto l’arena del Colosseo, per capirci. All’epoca erano coperti da cortine removibili, che oggi non ci sono più. In un angolo di questi corridoi, un piccolo affresco sulla parete indica un piccolissimo luogo di culto alla dea Nemesi: e a chi, se non alla dea della vendetta, potevano rivolgere le loro preghiere i gladiatori?

il luogo di culto alla dea Nemesi, nei sotterranei dell'anfiteatro

il luogo di culto alla dea Nemesi, nei sotterranei dell’anfiteatro

Lungo tutta la cavea correva un’iscrizione lunghissima a celebrazione dei restauri voluti e svolti sotto l’imperatore Elagabalo. Siamo nel III secolo d.C. ed è a quest’epoca che avviene un episodio fondamentale per la storia dell’edificio. Qui, proprio qui nell’arena dell’anfiteatro, avviene il martirio di tre cristiani: il vescovo Fruttuoso e i suoi diaconi Eulogio e Augure. Inevitabilmente, come spesso in questi casi, il luogo del martirio diviene luogo di culto e quando la città, perso il ruolo di capitale della provincia, smette di usare l’anfiteatro e diventa definitivamente cristiana, in età visigota, nel V secolo d.C., nel bel mezzo dell’arena viene costruita una piccola chiesa costruita reimpiegando elementi edilizi e architettonici provenienti dall’anfiteatro: rocchi di colonne, iscrizioni (rigorosamente impiegate capovolte), parti di statua; qualunque “pietra” potesse essere utile a garantire solidità all’edificio andava bene.

Nella chiesa dentro l'arena non manca nulla: iscrizioni reimpiegate nel basamento e blocchi modanati. Dentro la navata si intravvedono le semicolonne addossate alla parete

Nella chiesa dentro l’arena non manca nulla: iscrizioni reimpiegate nel basamento e blocchi modanati. Dentro la navata si intravvedono le semicolonne addossate alla parete

E così l’anfiteatro, persa da tempo la sua funzione di edificio di spettacolo, abbandonato a se stesso e al degrado che ogni cosa consuma, acquista una nuova vita grazie alla costruzione della chiesetta che si innalza, timida timida, o forse no, invece, temeraria, in mezzo alle gradinate ormai mezze malandate e già spogliate dei marmi, a dimostrazione che la giustizia del dio dei cristiani vince su tutto. Un piccolo cimitero sorge intorno alla chiesa, proprio nell’arena, dove un tempo morivano i gladiatori.

Passano i secoli, Tarragona finisce sotto la dominazione araba per un certo tempo, ma nel XII secolo torna ad essere cristiana. E la piccola chiesetta visigota viene rasata e la sua pianta inglobata in una nuova chiesa, più grande, intitolata a Santa Maria del Miracle, una chiesa a croce latina e unica navata, con piccole semicolonne addossate alla parete.

In seguito, nel XVI secolo, alla chiesa si annette un convento, che sfrutta le strutture della cavea ancora miracolosamente in piedi sia sul lato monte che sul lato mare, per mantenere un suo isolamento; in tempi ancora successivi, nell’Ottocento, perde la sua plurisecolare vocazione religiosa.

Fantasia ma non troppo in questa raffigurazione settecentesca delle rovine dell'anfiteatro

Fantasia ma non troppo in questa raffigurazione settecentesca delle rovine dell’anfiteatro

Per chi si affaccia a vedere l’anfiteatro di Tarragona, fa effetto vedere quei muri apparentemente senza spiegazione all’interno dell’arena: uno si aspetterebbe di vederla interamente vuota, l’arena, e invece no. Peccato che ci hanno costruito una chiesa dentro portandosi via parte dell’edificio, potrebbe pensare qualcuno. Ma è proprio questo il bello: probabilmente solo grazie alla destinazione religiosa dell’area per secoli si è potuto preservare il monumento, che altrimenti sarebbe stato destinato se non all’oblio, quantomeno al degrado più assoluto. Quelle pietre che sono state sottratte all’anfiteatro sono le stesse che gli hanno permesso di continuare a vivere, seppur sotto altra forma.

L'anfiteatro di Tarragona, vista mare, e la chiesa di Santa Maria del Miracle nel bel mezzo dell'arena

L’anfiteatro di Tarragona, vista mare, e la chiesa di Santa Maria del Miracle nel bel mezzo dell’arena

Strano destino, quello di certe città. Prendi Tarragona, per esempio: da capitale di una ricca provincia dell’Impero romano, è oggi una tranquilla città della Catalogna. La sua vicina Barcellona invece, oggi capitale della Catalogna, all’epoca era poco più di una cittadina, e si chiamava Barcino. Le tracce del suo passato romano e tardoantico sono ben nascoste nel tessuto urbano medievale e moderno. Ma le ho ugualmente stanate e ve ne parlerò nella prossima puntata.

Pietre che raccontano storie

“Ma Professore’, so’ solo quattro sassi!”

“Non sono quattro sassi: qua sotto ci sta una città”

pietrecheraccontanostorieRicorderò per sempre questo scambio di battute di ormai dieci anni fa o più tra una signora del posto e la mia professoressa che voleva convincerla dell’importanza degli scavi archeologici che stavamo conducendo. Quei quattro sassi per la signora non avevano molto valore, forse anche perché nessuno glieli aveva mai spiegati, oppure perché per lei erano solo due muretti in croce di cui non vedeva l’utilità pratica. Dei muretti privi di significato, per lei; dei muretti importanti per noi; dei muretti ancora più importanti per me, che di essi ho studiato il perché e il per come sono stati abbattuti e distrutti, e perché della città si sono portati via anche i pavimenti dei templi.

Ma non voglio parlare della mia tesi di dottorato, non ancora per lo meno. Ho deciso che finalmente questo blog deve diventare quello che avrebbe sempre dovuto essere: un blog di archeologia, per l’appunto. E quindi un blog che parli davvero di archeologia, che faccia davvero comunicazione dell’archeologia. Su queste pagine, in questi anni, ho parlato per la maggior parte di come si fa comunicazione dell’archeologia (in particolare sui blog) senza però farne io stessa. Ebbene, è giunto il momento, dopo 8 anni di esistenza del blog (eh sì, eh già!), di far parlare attraverso la mia penna i siti archeologici. Siti o monumenti, quelle pietre che raccontano storie a chi le sa ascoltare o a chi le vuole cogliere.

La chiesa medievale costruita all'interno dell'arena dell'anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

La chiesa medievale costruita all’interno dell’arena dell’anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

L’ispirazione mi è venuta durante il mio ultimo viaggio in Spagna, poche settimane fa: ho visto e visitato siti, mi sono imbattuta in resti insperati, ho fatto foto, ho cercato inutilmente connessioni wi-fi per condividere con voi su snapchat in tempo reale l’esperienza che stavo vivendo e i luoghi in cui mi trovavo. Forse proprio snapchat mi ha aiutato a compiere questo passo: il dover/voler improvvisare una diretta video in cui parlare di archeologia mi ha fatto pensare quanto sarebbe bello, e importante, condividere con voi con tutti i mezzi possibili i siti. Su snapchat ancora devo crescere, sia come utenza che come possibilità di trasmissioni: il mio avanzatissimo smartphone non mi fa pubblicare i video se non sono in wifi, di conseguenza le mie dirette sono fortemente limitate. Il blog, certo, è meno diretto, è più tradizionale (cosa mi tocca dire!), ma forse è proprio questo il bello.

Voglio ricominciare a parlare di archeologia. Le pietre raccontano storie, proviamo ad ascoltarle, a trascriverle e a rileggerle. Non voglio fare niente di scientifico o di didascalico: non è nello spirito né nella mission del blog: voglio piuttosto fare una chiacchierata, un racconto appunto, personale ma curato, così come vorrei che fossero le mie pillole di archeologia su snapchat.

PS: per ora questa diventa una rubrica all’interno del blog. Ma chissà che un giorno non diventi qualcosa di più… ci penso e ci lavoro, vi faremo sapere!

Qualcosa di cui andare fieri

Ogni tanto ci vuole. Una botta di fiducia, un motto d’orgoglio, un risveglio della coscienza.

"A nation stays alive when its culture stays alive"

“A nation stays alive when its culture stays alive”

Nello sfacelo della solita Italia in cui il Ministero dei Beni e Attività Culturali e Turismo fa riforme a singhiozzo di se stesso, destabilizzando chi vi lavora e chi vi si deve rapportare, dando a intendere che più che un processo di cambiamento sia in atto una serie di operazioni giustapposte, e dimostrando ancora una volta che la mano destra non sa cosa fa la sinistra; nell’Italia in cui per non turbare l’animo sensibile del capo di stato Iracheno si preferisce nascondere le opere d’arte nude (come se fosse una loro colpa) invece che trovare soluzioni alternative che non imbarazzino nessuno; ebbene quest’Italia qui, quest’Italia che ci fa esasperare, imbestialire e dispiacere, qualcosa di buono ogni tanto lo fa.

La morte di Khaled Al-Asaad ha fortemente scosso le coscienze. In Italia in particolare

La morte di Khaled Al-Asaad ha fortemente scosso le coscienze. In Italia in particolare

L’uccisione di Khaled Al-Asaad aveva già scosso gli animi. All’indomani della notizia della sua esecuzione, l’Italia aveva dichiarato lutto nazionale, come se l’uccisione di un difensore dell’archeologia, dunque della memoria storica della Siria, toccasse in qualche modo tutti noi. Il messaggio, da alcuni osteggiato e letto in chiave demagogica, non è rimasto invece fine a se stesso. Perché è sempre l’Italia che l’estate scorsa ha proposto ad un’UNESCO che chiedeva aiuto per far fronte alla continua distruzione e dilapidazione del patrimonio culturale sotto il controllo dell’ISIS, la costituzione dei Caschi Blu della Cultura.

Inutile dire che la proposta sia stata accolta con entusiasmo. L’Italia non ha fatto una sparata a caso: occorre una task force che sappia occuparsi di salvaguardia, di tutela, di restauro e di recupero dei beni culturali in pericolo (o distrutti) nei luoghi di guerra e non solo. I Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale sono da questo punto di vista un’eccellenza a livello mondiale. Potranno mettere a disposizione le loro competenze e la loro esperienza decennale per costituire un organismo capace di prevenire e di contrastare le operazioni di distruzione e di svendita del patrimonio culturale in mano ai terroristi dell’ISIS.

Il 16 febbraio è stata ufficializzata a Roma la costituzione dell’ITRECH, International Training and Research center on the Economics of culture and World heritage, un centro che avrà sede a Torino e che sarà l’interlocutore dell’UNESCO per la formazione, la ricerca, la lotta alle forme di distruzione del Patrimonio culturale mondiale, che come abbiamo imparato in questi mesi non sono semplicemente l’esplosione e la cancellazione fisica di un sito o di un’opera d’arte, ma anche la vendita sul mercato illecito di buona parte di ciò che scampa alle distruzioni, con conseguente dispersione di materiali, perdita dei contesti e soprattutto finanziamento delle attività terroristiche che continueranno a distruggere questi “elementi di umanità”, come li ha definiti il ministro della Difesa Pinotti.

Al grido di #unite4heritage, il 16 febbraio sono stati costituiti i Caschi Blu della Cultura. Tale dicitura, che è entrata a far parte del logo dei Carabinieri del Nucleo Tutela, è il nome che prende questa task force di ideazione totalmente italiana. Una Task Force per cui ieri è stato firmato l’avvio. Al grido di #unite4heritage i Caschi Blu della Cultura saranno chiamati a intervenire ogni qualvolta uno Stato abbia bisogno di proteggere o di recuperare i suoi Beni Culturali. Attraverso operazioni di monitoraggio, di intervento in caso di danni, di formazione sul posto di figure in grado di contrastare il fenomeno, di recupero di materiale trafugato, i Caschi Blu della Cultura vogliono essere la risposta ad un sistema che sta peggiorando sempre più e cui assistiamo impotenti giorno dopo giorno.

I Caschi Blu della Cultura dunque da oggi esistono; ne hanno accolto con entusiasmo la nascita tra gli altri il ministro MiBACT Franceschini, che denuncia:

e Irina Bokova, Direttore UNESCO, la quale, guardando ammirata all’impegno italiano dice:

Ora inizia la parte più difficile: dare esecuzione e seguito ad #Unite4heritage. Gli occhi del mondo guardano a noi, in questo momento, come a un faro di speranza e di impegno sincero. Non possiamo deluderli.

 

PS: Il video della diretta della Presentazione di #unite4heritage è disponibile sul sito web del Ministero della Difesa

Volare o scavare? Questo è il problema

Vivo a Firenze. Da buona viaggiatrice romantica, quando passo dall’aeroporto di Peretola guardo sempre in alto sperando di vedere un aereo in fase di atterraggio o di decollo. Da buona fiorentina (acquisita), quando è stato presentato il nuovo progetto di ampliamento dell’aeroporto di Firenze, ho osservato con attenzione l’idea, il plastico ricostruttivo, la simulazione di atterraggio (degna di un’esperienza 4D da sala giochi) e ho pensato che sì, effettivamente una città come Firenze può aver diritto a un aeroporto più grande di quello che ha già, con una pista più lunga, adatta ad aerei più grandi che non rischino di andare a scontrarsi contro il Monte Morello, che non si debbano piantare in caso di nebbia e che assicurino alla città un flusso di aerei intercontinentali. Firenze è la seconda, forse la terza, ma forse la prima, città più visitata d’Italia: perché non dovrebbe avere un collegamento degno di questo nome con tutto il resto del mondo?

La vista che preferisco: l'aereo che si abbassa mentre passo in autostrada

La vista che preferisco: l’aereo che si abbassa mentre passo in autostrada

Così la Toscana Aeroporti, dopo una lunga gestazione, ha presentato un progetto, che è stato approvato, di ampliamento della pista di atterraggio, che prevede la rotazione della pista stessa di 90° (Qui 10 cose da sapere sulla pista dell’aeroporto). Questo vuol dire che se non ci sarà più nessun volo che mi attraverserà l’orizzonte visivo mentre entro a Firenze dall’autostrada, in compenso quando ne torno da Prato verso la capitale del Granducato avrò un aereo che sorpasserà la mia pandina. Un interessante plastico, in esposizione qualche tempo fa in Piazza della Repubblica a Firenze, mostrava come, da Prato in poi, il boeing proveniente da Singapore potrà abbassarsi fino ad atterrare sulla nuova superpista di Peretola.

Il progetto di ampliamento della pista aeroprotuale

Il progetto di ampliamento della pista aeroprotuale

Quello che dai progetti e dai plastici non si riesce a intuire, se non marginalmente, è l’impatto enorme che un progetto del genere può avere sulla popolazione. Il progetto in sé mira a dimostrare come le aree interessate dall’atterraggio dell’aereo siano scarsamente popolate. Quello che non dice è quanti campi coltivati, visto che siamo in una piana a vocazione agricola, dovranno essere (e forse già lo sono) espropriati in vista del progetto.

La popolazione è divisa. Chi vuole un aeroporto internazionale degno di questo nome e chi invece vede nel progetto una nuova TAV, nonché un fantasma dei lavori a rilento della tramvia di Firenze. Ad opporsi sono ovviamente gli abitanti della piana e in particolare gli agricoltori. Ma ora un nuovo nemico si sta insinuando e mina le certezze di tutti.

La notizia arriva il 27 gennaio 2016; prima di raggiungere gli organi di stampa parte da facebook, su cui viene data notizia di ruspe nell’area della futura pista. Orrore! Hanno già iniziato i lavori? Senza avvisare? Ma no, assicurano poi, sono “solo” gli archeologi che effettuano qualche controllo. “Solo” fino a un certo punto. Perché quando arriva l’archeologo su un cantiere, urbano o meno, la strizza regna sovrana: bloccheranno i lavori? Rallenteranno il ritorno alla normalità? Verranno a spazzolarci anche l’ingresso di casa con quel loro pennellino?

Aiuto! Arriva la ruspa!!!

Aiuto! Arriva la ruspa!!!

Sapete com’è, la piana di Sesto ha restituito spesso e volentieri materiali e siti archeologici. L’emporio etrusco scoperto a Gonfienti (Prato) ne è la testimonianza più eclatante, ma senza andare troppo nel dettaglio dei singoli rinvenimenti, basta citare la villa romana rinvenuta durante la realizzazione del parcheggio dell’Ipercoop di Sesto: una recinzione con qualche pannello nel parcheggio interrato racconta ai clienti del supermercato con le borse cariche di spesa perché hanno dovuto parcheggiare un po’ più in là.

A Sesto e Prato, insomma, ci sono abituati all’archeologia. Ma che ti spunti lì fuori dal nulla, nel bel mezzo di un campo coltivato, lascia un bel po’ perplessi. Anche perché, e qui mi permetto di fare una critica, alla domanda “che cosa avete trovato di importante?” il/la funzionario/a di Soprintendenza ha risposto un elusivo “Durante i saggi sono stati individuati, nei terreni a Peretola, alcuni livelli in cui è presente materiale che va dalla preistoria all’età romana” UAU! E cioè?

Comunque, per esperienza, so che basta già solo questo per far drizzare i capelli in testa alla popolazione della piana. Ohiohi gli archeologi! Oh icché vogliano!? Oh un gli bastano quelle du’ tombe a Sesto e quel museo a Firenze?* Sempre qui ni’mezzo a rompe’ i xxx…

La cosa che mi ha interessato di più è in effetti la reazione all’intervento della Soprintendenza. Intervento che, ricordo, è nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni di tutela e di ricerca sul territorio. La cosa che mi ha stupito delle reazioni della gente non è tanto il non sapere cosa di preciso la Soprintendenza abbia rinvenuto (anche perché ogni dato che viene registrato, ogni strato che viene alla luce e viene documentato e scavato, va poi interpretato, e insomma l’operazione richiede del tempo e dello studio, per cui non si può sparare subito una vaccata a caso, ma bisogna essere sicuri), ma se e quanto il “lavoro” della soprintendenza possa o meno rallentare i lavori.

Scavi di archeologia preventiva in corso sul tracciato della futura pista aeropotuale di Peretola

Scavi di archeologia preventiva in corso sul tracciato della futura pista aeropotuale di Peretola

Una notizia del 4 febbraio, quindi piuttosto fresca, registra lo stato d’animo della gente del posto. Si dice, in questo articolo, che a seguito degli importanti ritrovamenti archeologici, non si esclude la richiesta di modificare il progetto di partenza. Ancora non si conoscono i dettagli dell’entità delle scoperte, se possa essere verosimile un’opzione del genere. Il funzionario della Soprintendenza non indora certo la pillola: dice infatti “il nostro parere è vincolante, ed è accaduto in passato che questi progetti abbiano subìto dei bypass o delle varianti dopo il parere della Soprintendenza“. Ma tanto basta a far saltare su gli animi più appassionati, o più interessati in materia.

Le opinioni infatti si dividono e sono discordanti. Chi vuole l’aeroporto vede nel rallentamento della Soprintendenza Archeologia della Toscana (finché dura, stante la recente riforma) un ostacolo inutile alla modernità; chi non vuole l’aeroporto vede negli scavi di archeologia preventiva la speranza di una scoperta talmente sensazionale da costringere a un ripensamento nel progetto. La maggior parte della gente, però, vi vede solo il rallentamento di un’agonia, e comunque un’attività di cui non capisce il senso: passi radere i campi coltivati a zero e tracciare nel mezzo una pista asfaltata con tutte le lucine, ma andar lì con una ruspa per trovare 4 sassi proprio non serve a nulla. La chiusa dell’articolo del 4 febbraio detta proprio i termini della questione: a proposito delle indagini preventive della Soprintendenza parla di “problema”.

Cantiere archeologico playmobil, con tanto di Umarells

Cantiere archeologico playmobil, con tanto di Umarells

L’archeologia preventiva, dunque, è recepita ancora come un problema, come un’odiosa situazione da eludere al più presto. Eppure, nel caso dell’aeroporto, il problema non pare essere solo l’archeologia preventiva, ma pare essere l’aeroporto stesso. Se leggete i commenti all’articolo del 4 febbraio che continuo a linkarvi, quello dell’archeologia sembra l’ultimo dei problemi. La gente ha paura di ciò che è nuovo, di ciò che è diverso. Tutto ciò che provoca un disagio, a meno che non sia risarcito nell’immediato, non piace, è guardato con sospetto, è oggetto di mugugno. E se l’archeologia non riesce a dimostrare la sua importanza per il territorio, continuerà ad essere considerata una questione aliena al normale procedere di questo mondo.

indiana pipps

Scoperte archeologiche? Per l’archeologo Indiana Pipps sono “ordinaria amministrazione”

L’aspetto che più mi stuzzica della vicenda (che continuerò a seguire, visto che si tratta del mio territorio) è il rapporto della gente con l’Antico, da alcuni visto come il Babau, da altri come il Deus ex Machina che con un soffio di vento farà spostare la nuova pista aeroportuale. Mai come qui, mai come ora, l’archeologia ha avuto e ha una forte responsabilità sociale. E in tempi come questi, in cui pare che le Soprintendenze Archeologia cesseranno di esistere, sapere che l’archeologia preventiva e di tutela fa ancora parlare di sé l’opinione pubblica è un fatto molto positivo.

In sostanza l’archeologia, volente o nolente, è divenuta un argomento di cui discutere: è utile? é inutile? Bloccherà i lavori pubblici? Ma sarà un bene o un male? La gente è portata per forza di cose a scontrarvisi, nel bene o nel male. Il concetto che stenta ad approdare alla società è che l’archeologia preventiva è una pratica imprescindibile nell’approccio allo studio e all’intervento su un territorio. Per questo la collaborazione tra i diversi enti preposti porta a comuni accordi e progetti e a comuni intendimenti. Per questo serve un’archeologo nella pianificazione paesaggistica. Ognuno gioca la sua parte, e l’archeologia gioca la sua intervenendo in quelle aree già sottoposte a vincolo archeologico per rinvenimenti precedenti, solitamente. L’archeologia preventiva non è il male, ma una pratica all’interno dei lavori pubblici che serve a mediare tra le istanze del cantiere edile e quelle della ricerca più prettamente scientifica. In mezzo si pone il rapporto con la gente, con coloro che da un momento all’altro si trovano in una piazza recintata senza sapere nemmeno perché.

Nessuno vuole che i lavori dell’aeroporto di Firenze si fermino per sempre “per colpa” di 4 sassi. Ma è importante che si recuperi la memoria di ciò che la piana di Sesto significò per l’uomo nei tempi antichi. I lavori di archeologia preventiva intanto proseguono a ritmo serrato, mentre di pari passo procede lo studio dei materiali: l’intenzione è di restituire a Sesto Fiorentino e al territorio circostante, fino a Prato, la storia del proprio luogo di origine. E tutto assume un senso più grande, quando si ritrovano le proprie salde radici.

 

*Magari tutti gli abitanti della piana (e di Firenze, e della Toscana) conoscessero il Museo Archeologico Nazionale di Firenze…

Storie nascoste nei sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi

Brutta bestia, la stratigrafia. Muri che tagliano altri muri, strati che coprono altri strati, i quali obliterano pavimenti che a loro volta sono intercettati da strutture cui si appoggiano le fondazioni di edifici successivi, per la cui realizzazione è stata rasata ogni struttura precedente… un vero guazzabuglio, un rompicapo per gli archeologi che si confrontano durante lo scavo con le unità stratigrafiche, con tagli e riempimenti, con i materiali, cercando di ricostruire la storia di un sito sulla base delle minime tracce sopravvissute allo scorrere del tempo. Leggere stratigrafie complesse (e tutte le stratigrafie sono complesse) non è facile per gli archeologi, figurarsi per chi non è del mestiere. Così tutto quell’intrico di muri, di canalette, di pavimenti tagliati e di strati sovrapposti, bianchi, neri, gialli, argillosi, ghiaiosi, eccetera, eccetera, rischia di trasformarsi in un grande immenso immane “boh”. Per questo è importante mettere sempre il visitatore in condizioni di poter capire cosa sta guardando, su cosa sta camminando, dove si trova.

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

Gli scavi sotto Palazzo Medici-Riccardi

È ciò che sta avvenendo a Firenze in questi giorni. Da oggi fino al 25 gennaio è stato predisposto un calendario di visite guidate ai sotterranei di Palazzo Medici-Riccardi. La residenza medicea progettata da Michelozzo, che nel Seicento fu acquistata dalla famiglia Riccardi è già un museo. Nel suo percorso in particolare spicca la Cappella dei Magi dipinta da Benozzo Gozzoli, capolavoro della pittura rinascimentale; i sotterranei vanno così ad ampliare l’offerta museale. Gli scavi sono visitabili sempre, ma volete mettere la possibilità di ascoltare direttamente dalla voce dell’archeologa che vi lavora dal 2012, la spiegazione di ciò che ci si para dinanzi agli occhi? E così non ho potuto aspettare oltre, e stamani io e Stefania di Memorie dal Mediterraneo ci siamo presentate alle 12, orario della visita guidata odierna, per scoprire cosa si nasconde sotto Palazzo Medici-Riccardi.

L’archeologa si chiama Carlotta Bigagli, di B&P Archeologia. Ci accompagna attraverso questo percorso che è stato inaugurato appena giovedì scorso, ma che ancora è ben lungi dall’essere terminato: il progetto di musealizzazione infatti è ancora in fieri, perciò ancora meglio: mi sembra di assistere ad un’anteprima.

Per prima cosa, per farci capire dove ci troviamo, Carlotta ci mostra i plinti di fondazione delle colonne del Cortile di Michelozzo, che sta sopra le nostre teste. Tali plinti scendono ben in profondità, fino a 6 m, dove incontrano le ghiaie che costituiscono il terreno vergine. Laddove può, Michelozzo invece sfrutta le preesistenze: come poco più avanti, dove intercetta un poderoso muro rettilineo, forse di epoca addirittura tardoantica. Ma lo vedremo più avanti.

Alla nostra sinistra troviamo la struttura più interessante, o almeno più spettacolare a vedersi, e quella che ha già fatto fantasticare i media locali: un forno nel quale qualcuno, più per attirare l’attenzione che per altro, ha voluto vedere un forno alchemico di epoca medicea: i Medici, si sa, erano profondamente interessati all’alchimia e questo aspetto più “misterioso” dei Signori di Firenze affascina il grande pubblico. Ma siamo spiacenti di comunicarvi che quello che le agenzie di stampa hanno detto essere un “forno che serviva probabilmente per bruciarvi aromi” (cito da Repubblica.it, ma anche altre testate online l’hanno scritto) è più semplicemente (si fa per dire) il forno di una cucina.

Il forno della cucina del 1780

Il forno della cucina del 1780

Che delusione! Delusione? No, invece, perché, e qui viene il bello del mestiere dell’archeologo, e viene soprattutto la soddisfazione nel poterlo raccontare dopo, questa non è una cucina qualunque, ma una cucina che fu costruita in un preciso momento storico e con una precisa funzione. Siamo in una delle fasi più tarde di vita del Palazzo, l’epoca cosiddetta Riccardiana, quando il palazzo era ormai da parecchio tempo di proprietà dei Riccardi, mentre a Firenze governavano i Lorena. I Riccardi erano famiglia incline alle feste e alla bella vita, noti proprio per i loro sontuosi banchetti che animavano la vita nobiliare fiorentina. L’elenco delle feste, ben documentate, che si svolsero a Palazzo Medici-Riccardi è piuttosto lungo, ma tra tutte le feste, una in particolare viene ricordata per essere stata particolarmente sontuosa. Il 21 maggio 1780 infatti, i Riccardi per celebrare la visita di Ferdinando d’Asburgo governatore di Milano indirono una festa da ballo alla quale invitarono oltre 4000 persone. Per un così alto numero di ospiti era necessario un esercito di inservienti, almeno 250, i quali, durante lo svolgersi della festa, dovevano pur nutrirsi! Ecco che allora, in funzione di questa festa fu costruita questa cucina, per realizzare la quale furono impiegati mattoni refrattari prodotti in Scozia, i primi del genere, bollati Morningside e che hanno aiutato a datare la costruzione. Tutto ciò in barba a chi invece sostiene trattarsi di un forno alchemico di epoca medicea: è la stratigrafia stessa che non consente una datazione al Cinquecento, in quanto la condotta dell’aria che alimentava il forno vero e proprio taglia un pozzo che già serviva una cucina precedentemente costruita sul posto, che si data al Seicento. Sottolineo questo aspetto perché mi preme far notare come sempre prima di dare la notizia spettacolare a tutti i costi occorra documentarsi con tutti i dati scientifici possibili a disposizione. Il forno alchemico è dunque una suggestiva invenzione per la stampa. In realtà ci troviamo nella cucina della servitù della festa del 21 maggio 1780. Il bello, in tutto ciò, è che le fonti dell’epoca ci raccontano tutti i dettagli di quella serata, dalle spese sostenute per i preparativi al menu, alla progettazione: ed è così che è la fonte stessa a dirci che per l’occasione fu costruita questa nuova cucina per la servitù nei sotterranei del palazzo. Solo la lettura incrociata dei dati archeologici e delle fonti scritte (ovviamente quando in nostro possesso) può portare ad una corretta interpretazione dei contesti che vengono in luce. E non potete immaginare la soddisfazione dell’archeologo, nel momento in cui si dipana la matassa, grazie al riscontro incrociato dei dati di scavo con altri tipi di fonte.

La sezione disegnata sul cantiere con la successione dei pavimenti nell'ambiente delle stalle medicee

La sezione disegnata sull’impalcatura con la successione dei pavimenti nell’ambiente delle stalle medicee

Procedendo incontriamo gli ambienti che furono destinati alle stalle medicee. In realtà siamo davanti ad una sezione lungo la quale si succede una serie di pavimenti sovrapposti, intervallati da riempimenti vari, che segnano volta volta i vari cambiamenti di destinazione d’uso dell’ambiente. La sezione, disegnata sull’impalcatura da Carlotta, aiuta a comprendere la successione stratigrafica dei vari livelli. Ma quello che è stato fondamentale è il ritrovamento, inglobato nella malta, di un frammento di ciotola il cui decoro ha permesso di datare il pavimento della stalla al ventennio 1440-1460. Non è cosa da poco, considerato che pochissimi anni dopo, verso il 1470, le stalle furono spostate più a Nord. Successivamente qui doveva essere impiantata una pasticceria, quando il palazzo era già proprietà dei Riccardi. Un pozzo qui vicino serviva ai bisogni della stalla, mentre un altro pozzo, più avanti, doveva essere lo scolmatore del palazzo. Questo si trova in corrispondenza dell’area meno spettacolare alla vista e però più interessante archeologicamente (almeno per me: sono di parte): gli scavi infatti hanno individuato in questo punto l’antico letto del fiume Mugnone, che in età romana si buttava nell’Arno all’altezza di Ponte Vecchio e che fu poi deviato, e un suo argine, in un terreno limoso molto compatto. Il letto è riempito di sedimenti di età romana che hanno restituito vari materiali, tra cui strumenti chirurgici e in particolare una ligula in bronzo, una sorta di cucchiaino minuscolo per unguenti (o farmaci) da attingere da vasetti piccolissimi) a forma di essere umano in stato di decomposizione: un oggetto molto molto particolare. Inoltre, è stata rinvenuta una sepoltura isolata (tagliata da qualche intervento successivo) che è stata datata al C14 ad età tardoantica. Si trova così isolata e forse va messa in relazione con uno spesso muro di fondazione che le corre accanto del quale non si sa nulla se non che taglia i depositi di età romana: l’ipotesi, tutta da dimostrare, è che si tratti del muro di un qualche edificio religioso al quale poteva essere pertinente un cimitero, così come succedeva solitamente in età tardoantica. Ma, ripeto, al momento questa è solo un’ipotesi. Certo che è raro trovare una sepoltura isolata, per cui bisogna pensare che essa facesse parte di un cimitero molto più vasto, asportato in un qualche momento successivo e di cui non si ha né traccia né notizia.

L'antica sponda e l'antico letto del fiume Mugnone, affluente dell'Arno

L’antica sponda e l’antico letto del fiume Mugnone, affluente dell’Arno

Trovate Carlotta Bigagli ben lieta di raccontare anche a voi ciò che ha raccontato a noi durante le feste natalizie e nel mese di gennaio secondo il seguente calendario:

giovedì 24 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
sabato 26 dicembre 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 28 dicembre 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
giovedì 31 dicembre 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
venerdì 1 gennaio 2 visite negli orari 15.00 e 16.00
lunedì 4 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
mercoledì 6 gennaio 3 visite negli orari 10.30, 11.30, 12.30
venerdì 8 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 11 gennaio 2 visite negli orari 11.00 e 12.00
lunedì 25 gennaio 1 visita negli orari 11.00

In biglietteria mi hanno detto che sarebbe opportuno prenotare la visita direttamente presso di loro. Sinceramente non credo che ci sia bisogno, ma nel dubbio prenotate. Non vorrei che poi vi arrabbiaste con me! Qui, intanto, trovate materiale utile per cominciare a documentarvi.

Mi raccomando, se passate da Firenze non perdete l’occasione di una visita guidata con l’archeologa e soprattutto spargete la voce!

#uffiziArcheologia: le radici degli Uffizi, ovvero la Firenze nascosta che nessuno conosce

Con l’archeoblogtour #UffiziArcheologia siamo stati anche accompagnati a visitare in esclusiva l’area archeologica al di sotto della Chiesa di San Pier Scheraggio; meglio, ex-chiesa, che oggi è inglobata nel complesso degli Uffizi. Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci abbiamo potuto leggere un capitolo della storia antica di Firenze altrimenti dimenticato e ignoto ai più.

L'abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

L’abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

La storia archeologica di Firenze è complicata e legata ai lavori pubblici che in più occasioni hanno interessato a città nella sua storia più recente, ovvero da fine ‘800 ai primi anni ’80, dai grandi scavi per la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, al grande cantiere di Piazza della Signoria (mai pubblicato del tutto), passando per gli scavi di Santa Reparata, sotto il Duomo, e davanti al Battistero, e ancora, in via del Proconsolo, lungo le mura, e da ultimo sotto Palazzo Vecchio, dove scavi recenti hanno portato in luce le strutture del teatro romano. E altri scavi nel corso dell’ultimo secolo e in anni recenti hanno dato tante informazioni sull’antica città romana di Florentia.

Firenze si è sviluppata su se stessa. Città a continuità di vita dall’età romana a noi, da un lato questa è stata la sua fortuna, perché si sono preservate, sotto la città che cresceva, si stratificava, diventava comune medievale, città signorile e capoluogo granducale, le vestigia della città romana del passato, almeno a livello di fondazione. In qualche caso il monumento ha condizionato lo sviluppo dell’urbanistica successiva, ed è il caso dell’area di via Torta, dove ancora oggi si intuisce la presenza dell’antico anfiteatro; altre volte sarebbe stato impossibile capire cosa vi fosse un tempo, ma per corsi e ricorsi storici un’area della città si è naturalmente riappropriata della sua naturale vocazione, ed è piazza della Repubblica, che un tempo era il foro di Florentia. In altri casi i ritrovamenti archeologici nascosti non stupiscono: è il caso di Santa Reparata, la prima cattedrale di Firenze, sotto il Duomo, o di un tratto di mura lungo via del Proconsolo, o ancora, della chiesa longobarda sotto San Pier Scheraggio.

Colonna affrescata all'interno di San Pier Scheraggio

Colonna affrescata all’interno di San Pier Scheraggio

Già bisognerebbe sapere cos’è San Pier Scheraggio. E sono sicura che molti fiorentini non la conoscono. San Pier Scheraggio è la chiesa in via della Ninna della quale voi individuate a mala pena qualche colonna sul lato esterno degli Uffizi. Da un lato della via si erge infatti Palazzo Vecchio, dall’altra si trova la Galleria degli Uffizi. Ebbene, gli Uffizi inglobano questa chiesa che oggi non è aperta, se non di rado, e che al suo interno ospita alcuni affreschi eccezionali, oltre all’Annunciazione del Botticelli. Il progetto di inglobare la chiesa risale fino al Vasari, progettista degli Uffizi.

Qui un tempo scorreva, a marcare la fine della città romana di Florentia, il torrente Scheraggio, che fu deviato nel XII secolo, ma del quale rimase il nome nella chiesa, San Pier Scheraggio, appunto. La chiesa era più ampia nel bassomedioevo, occupava anche una parte di via della Ninna, il cui nome si rifà alla ninnananna, ninnananna che una Madonna di scuola giottesca sembrava cantare al bambinGesù in grembo, e che era sita nella chiesa (oggi perduta). Ma la costruzione di Palazzo Vecchio, del palazzo comunale, sede del potere politico e civile, costrinse a una restrizione della chiesa nel XII secolo.

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell'abside della preesistente chiesa longobarda

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell’abside della preesistente chiesa longobarda

Ciò che non si sapeva, e che venne invece in luce negli anni ’20-’30 del Novecento è che San Pier Scheraggio non era un luogo di culto scelto a caso, ma sorgeva a sua volta su una chiesa di età longobarda, epoca di Liutprando, per la precisione (VI secolo d.C.) della quale non è rimasto molto, solo un’abside in muratura. Successivamente, in età romanica, quest’abside non fu distrutta, ma anzi fu raddoppiata, dando vita ad un ambiente sotterraneo circolare nel quale si aprivano nicchie per ospitare le sante reliquie. Era il Sancta Sanctorum della chiesa di San Piero. La chiesa poi si sviluppa nelle forme attuali, con colonne dipinte alle navate, fino ad essere inglobate negli Uffizi; in tempi recenti ha costituito dapprima l’accesso al museo, poi è divenuto deposito di lusso per alcune opere. Insomma, occupa oggi una parte marginale degli Uffizi.

Ma torniamo al sancta sanctorum della chiesa romanica, e ancora prima alla chiesa longobarda. Le sue strutture si appoggiavano sui resti di un’antica domus della quale si è conservato davvero ben poco, ma importante: porzioni di decorazioni parietali dipinte, cose che noi solitamente attribuiamo giusto a Pompei e a Roma, ma che dobbiamo invece immaginare come pratica consolidata nelle domus di tutto l’impero: gli affreschi ricordavano un giardino, un viridarium, come quello, molto più noto, della Villa di Livia a Prima Porta ricostruito al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

Al di fuori della chiesa longobarda in tempi molto recenti è stato rinvenuto un vero e proprio cimitero (che ha fatto notizia, tra l’altro): sepolture veloci, disordinate, segno della necessità di seppellire tanti corpi nel più breve tempo possibile, indice, questo, di una probabile epidemia. Siamo fuori della città romana: le mura corrono appena al di là della chiesa, sul lato di Palazzo Vecchio, e appena fuori della città nel VI secolo si sviluppa dunque una necropoli di cui, col tempo, si perderà memoria. Così come della chiesa longobarda al di sotto di San Pier Scheraggio. Sotto gli Uffizi, dunque, fino all’Arno, si stendeva un cimitero.

Solo con gli scavi degli anni ’30 del Novecento viene in luce questa pagina di storia della città. Ma per forza di cose viene ricoperta e nuovamente dimenticata. Solo in anni recenti con gli scavi del teatro romano sotto Palazzo Vecchio (visitabili) si è ripensata la possibilità di un’apertura integrata degli scavi, per far percepire al visitatore interessato la complessità della stratificazione archeologica fiorentina, ma anche per riuscire a dare in 3D la sensazione di poter camminare in una Firenze veramente di altri tempi. E’ un’operazione molto difficile (e infatti ancora irrealizzata), e di difficile comunicazione, perché i resti archeologici da soli parlano poco e male. Ma la speranza è che, invece che dire “impossibile, non si può fare”, si studino delle soluzioni sostenibili sia in termini di fruizione che di comunicazione di un’area tanto piccola quanto significativa della città antica.

Immaginate infatti, in un solo colpo, di poter visitare nella stessa occasione il teatro romano con le sue successive modificazioni e stratificazioni (prima di diventare Palazzo Vecchio l’area divenne un quartiere abitativo con tanto di strade), la chiesa di Santa Reparata, che a sua volta sorgeva su un sistema di domus nell’area residenziale della città, nei pressi settentrionali delle mura (e che ebbe lunga vita, finché non fu letteralmente tagliata in due dalla decisione di costruire al di sopra l’attuale duomo) e infine la chiesa longobarda e poi romanica di San Pier Scheraggio. Segno di una città che, una volta terminata l’età romana, comunque sopravviveva e cresceva forte nel segno della fede cristiana.

Ricostruzione della Firenze romana (fonte: Firenzeonline)

Ripeto, non è facile riuscire a costruire un sistema del genere. Ma bisogna farlo, per voi. E perché altrimenti non ha senso che un gruppo di archeobloggers l’abbia visto in esclusiva per poi raccontarvelo. Raccontare non è lo stesso che vedere con i propri occhi. Mi auguro perciò che quello che oggi è solo un sogno, un’idea, possa al più presto essere realizzato, nel migliore dei modi.

Il Louvre svuotato, la Seconda Guerra Mondiale e le ricerche d’archivio

Ho scovato una foto del Louvre come non l’avete mai visto. E come si spera che non dovrete mai più rivederlo (e con lui, tutti i musei del mondo, si intende).

La Grande Galerie del Louvre svuotata delle opere durante la Seconda Guerra Mondiale

La Grande Galerie del Louvre svuotata delle opere durante la Seconda Guerra Mondiale

Twitter è indubbiamente una fonte di stimoli continui: stimoli ad approfondire, a riflettere, a portare all’attenzione nuove cose, ad appassionarsi a determinati temi.

Così, quando ieri notte, durante una delle mie #certenottialmuseo mi sono imbattuta nel tweet qui sopra, ho deciso che era giunto il momento di scrivere un post che tenevo nel cassetto da un po’ di tempo. Un post che parla di musei e di Guerra. Il tema potrebbe sembrare attuale, e forse lo è, dato che il nostro Patrimonio Culturale Mondiale vive perennemente nel pericolo di essere distrutto, che si tratti di ISIS, di attentati nei musei, ma anche di furti che se non sono atti terroristici, non per questo non fanno meno danno.

La Guerra di cui vi parla questa foto, e di cui vi voglio parlare io, è però la Seconda Guerra Mondiale. Una guerra che per la prima volta ha visto schierata, accanto all’esercito, una vera organizzazione di uomini che va sotto il nome di “Monuments Men”. Costoro sono stati portati al giusto riconoscimento mondiale del loro valore solo ultimamente, con l’omonimo film di George Clooney, che ha due meriti, uno dei quali* è quello di avermi appassionato ad un capitolo di storia che ignoravo pressoché totalmente.

Ho visto il film, ho letto il libro da cui è tratto, e ho capito che il film è una storia quasi totalmente romanzata: persino i nomi dei protagonisti sono diversi, mentre la storia per grandissime linee, giunge al medesimo epilogo. Il libro, invece, è la ricostruzione storica il più possibile fedele, condotta da uno storico sulla base di documenti, di racconti diretti, che rende con drammaticità i fatti che avvennero intorno alla formazione dapprima, e all’operato poi, della MFAA. Il libro si occupa nello specifico proprio del settore Francia/Belgio/Germania. E in Francia la parte da protagonista la svolge Parigi.

Così vedere questa foto della Grande Galerie del Louvre svuotata, con le cornici abbandonate sul posto, mi ha fatto inevitabilmente tornare in mente quanto letto sulle fasi concitate del trasporto in ricoveri sicuri (tra cui il Jeu de Paume), ma soprattutto sui biechi tentativi, riusciti in molti casi, di razzia da parte dei gerarchi nazisti, e sul salvataggio rocambolesco di migliaia di tele e di opere d’arte non solo del Louvre, non solo di Parigi, ma anche del Belgio e dell’Italia, salvate sempre sul più bello, con colpi di scena da film, effettivamente, quando in un castello, quando in una miniera di sale.

Ma la foto del Louvre ha fatto di più: mi ha fatto pensare che non solo il Louvre, ma tutti i musei sia di Francia (per difendere il Patrimonio culturale dalle razzie tedesche) sia d’Italia (dapprima per difendere il Patrimonio culturale dalle distruzioni delle forze Alleate [v. Cassino], poi da quelle tedesche) si ritrovarono in condizioni analoghe: Pinacoteche svuotate, dipinti staccati dalle loro pareti, in molti casi dai loro supporti, caricati in casse spedite in qualche deposito scelto tra qualche bella e antica villa o castello, nella speranza di non essere né scovate né distrutte dal nemico, in alcuni casi imbracciando una vera e propria lotta contro il tempo, per evacuare ulteriormente le opere dai rifugi quando fossero state in pericolo.

I Monuments Men (quelli veri) restituiscono al Louvre alcune delle opere recuperate

I Monuments Men (quelli veri) restituiscono al Louvre alcune delle opere recuperate. Credits: LeFigaro.fr

Da buona abitante di Firenze, mi sono appassionata, per una serie di coincidenze, proprio a questo aspetto della II Guerra Mondiale: le operazioni di difesa del Patrimonio durante la Guerra. Come per il resto d’Italia, si inizia fin dal 1934 con le prime misure di difesa antiaerea, una serie di decreti che poi diventeranno necessariamente operativi a partire dal 1940. Tali decreti tra le varie cose prevedevano per quanto riguarda i beni mobili la redazione di una lista delle opere più importanti per rilevanza storica e culturale, specificando dove si sarebbe potuto ripararle in caso di guerra; per i beni immobili prevedevano di redigere una lista degli edifici e dei monumenti più importanti, di segnalarli con segni ben evidenti, di scrivere un piano di difesa antiaerea e di realizzare una documentazione fotografica, utile nel caso di una distruzione ad opera di un bombardamento. Il governo italiano, insomma, si era dato un gran daffare e in effetti durante la Guerra chiunque ricopra cariche di responsabilità, i direttori dei musei, i soprintendenti, i restauratori e quanti impiegati in prima linea nella difesa del Patrimonio Culturale, dimostrarono di essere più fedeli proprio al loro impegno nei confronti del Patrimonio che non allo Stato: una vera e propria vocazione alla difesa del Patrimonio, altro che stipendio.

Firenze, Gallerie dell'Accademia, il David viene imballato in ossequio alle misure di Protezione Antiaerea credits:

Firenze, Gallerie dell’Accademia, il David viene imballato in ossequio alle misure di Protezione Antiaerea credits: edapx

Per Firenze e la Toscana (non conosco la situazione delle altre città, Roma per esempio potrebbe rivelarmi delle importantissime testimonianze) la difesa del Patrimonio storico-artistico e architettonico è stata particolarmente studiata sin da subito quando, alla fine della Guerra, si dovettero fare i conti con le distruzioni dei Ponti sull’Arno e dei quartieri medievali intorno a Ponte Vecchio, e con i restauri delle opere danneggiate, sia in anni recenti. Per quanto riguarda il Patrimonio Archeologico, invece, la situazione è un pochino più complessa, perché nessuno (eccetto la sottoscritta nei ritagli di tempo) si è ancora preso la briga di andarsi a scartabellare nell’Archivio della Soprintendenza Archeologia della Toscana tutti i carteggi relativi agli anni della Guerra, ai criteri di selezione delle opere da riparare altrove o nei sotterranei del Regio Museo Archeologico (oggi il Museo Archeologico Nazionale), agli elenchi delle opere effettivamente rimosse dalla loro collocazione per essere trasferite altrove. So ad esempio, perché in un rapporto al Ministero il Soprintendente dell’epoca ne fa cenno, che i Grandi Bronzi, ovvero la Chimera di Arezzo, la Minerva di Arezzo e l’Arringatore, erano stati ricoverati nella Villa Medicea di Poggio a Caiano insieme ai Marmi Antichi della Galleria degli Uffizi; ma ancora non ho trovato il documento che sancisce davvero questo spostamento. E come questo tante altre cose mi sfuggono ancora. Quel poco che so, però, l’ho già in parte raccontato in 3 post che abbiamo pubblicato sul blog Archeotoscana e che vi elenco qui di seguito:

  1. Firenze e il Patrimonio Archeologico Toscano durante la Seconda Guerra Mondiale
  2. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze durante la Seconda Guerra Mondiale
  3. 2 aprile 1950: riapre il Museo Archeologico Nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale

In particolare quello che racconta del Museo durante la Guerra e soprattutto durante la Battaglia di Firenze (il n.2) è quello che mi ha dato più soddisfazione scrivere: leggere quei documenti, il rapporto del Soprintendente Minto al Ministero, in particolare, trasporta proprio a quei drammatici giorni; sembra di vederli i Patrioti che fanno irruzione nel museo e controllano tutte le sale per scovare il presunto franco tiratore fascista. Tale è la potenza e l’immediatezza del documento d’archivio, che è proprio lo strumento attraverso il quale si può avviare la ricostruzione storica.

Chi è avvezzo alle ricerche d’archivio conosce bene quel sentimento di incredulità, poi di trionfo, quasi di onnipotenza che si prova man mano che i documenti da soli dipanano la matassa e scrivono la storia; e altrettanto bene conosce lo scoramento che deriva dal non trovare più nulla, ad un certo punto.

Ebbene, è da qualche mese che non porto più avanti questa ricerca, un po’ perché presa da altro, un po’ per pigrizia. Ma la foto di stasera, della Galleria del Louvre vuota, immancabilmente mi ha fatto pensare al MAF vuoto nello stesso identico periodo per la stessa analoga motivazione. E penso che mi toccherà rimettere mano ai documenti impolverati che aspettano soltanto che qualcuno dia loro di nuovo voce.

Ah, per la cronaca: ho cercato su Google Immagini “Louvre pendant la Deuxiéme guerre mondiale“. Et voila:

Crediti fotografici: LeFigaro.fr; Louvre.fr; next.Liberation.fr; archives.quercy.net; news.artnet.com;

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*l’altro è quello di aver voluto nel cast Jean Dujardin. E so che le quote rosa in lettura saranno d’accordo con me

Bene che se ne parli: “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità” a Paestum

All’indomani della distruzione del tempio di Bel a Palmira, ho reagito in maniera piuttosto accorata per i miei standard. Tanto è stato lo scoramento che non ho potuto fare a meno di scrivere così:

distruzione palmira

Quando è uscito il programma della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2015, ho deciso subito che avrei seguito l’evento “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità”: è un tema che ci tocca molto da vicino perché è attuale, intorno a noi, ora, e ci spinge a interrogarci sull’importanza del nostro patrimonio culturale mondiale e sul reale valore che hanno le culture e le civiltà dell’intero orbe terrarum. Nel passato intere civiltà sono state cancellate dall’odio e dalla pulizia etnica e culturale del più forte, del prevaricatore e del conquistatore. Ormai quelle distruzioni deliberate le possiamo assumere solo come fatti accaduti, storicizzati, li intendiamo pertanto come fatti storici, e come tali li studiamo. Mi riferisco ai Cristiani che distruggevano templi e statue di dei pagani, mi riferisco ai Conquistadores che distrussero forse anche non del tutto consapevolmente le civiltà mesoamericane, mi riferisco all’iconoclastia bizantina. Sono fatti avvenuti, non possiamo che prenderne atto, e imparare dalla storia.

Ma ciò che accade nel presente no. Abbiamo l’obbligo morale di impedire che ciò accada. Siamo testimoni del nostro tempo e assistere impassibili alla distruzione della memoria storica e del passato di un popolo è cosa che non si può più tollerare. Bisogna intervenire. Già a livello di UNESCO si inizia a parlare, relativamente ai crimini contro l’Umanità, dell’obbligo di salvaguardare la vita umana e le “pietre”. E se ancora qualcuno pensa che quei “4 sassi” siano inutili, ora vi racconto perché non è così.

A Paestum, all’incontro che si è tenuto il 30 ottobre nella Basilica Paleocristiana, non c’erano persone comuni, “personaggetti” che si sciacquano la bocca lanciando vuoti proclami e opinionisti della domenica. Non era un talk show quello cui abbiamo assistito; c’erano, piuttosto i protagonisti veri, le voci più in capitolo per poter parlare delle distruzioni perpetrate dall’Isis a Palmira e agli altri siti archeologici e non solo siriani. Mohamad Saleh mi ha colpito particolarmente: un uomo alto, magro, negli occhi una tristezza indicibile, nella voce una commozione che solo chi ha vissuto e vive quotidianamente un dramma può provare: Saleh è stato l’ultimo Direttore per il Turismo di Palmira: ha lavorato fianco a fianco per anni con Kalhed Al-Ashaad, per dire; ha vissuto da molto vicino le paure reali e i tormenti che hanno ucciso il suo collega. Nel suo intervento cerca di essere il più distaccato possibile. Ma al tempo stesso ogni coppia di immagini che mostra è uno strazio: mostra Palmira prima e dopo: il tempio di Bel nella sua interezza e la sequenza delle immagini che ne mostrano la distruzione; mostra il Road Silk Festival che si svolgeva ogni anno nel Teatro di Palmira e un nuovo festival, dell’Isis, celebrato quest’anno. Non ce lo racconta subito, ci viene svelato dopo, in un video che fa tremare: l’ISIS festival è un’esecuzione multipla eseguita da un plotone di soldati bambini. Il tutto avviene appunto nel teatro romano di Palmira, davanti agli occhi non solo del pubblico presente, ma di tutta la comunità internazionale che può godersi lo spettacolo su youtube.

"ISIS Festival" a Palmira. Fonte: https://themuslimissue.wordpress.com

“ISIS Festival” a Palmira. Fonte: themuslimissue.wordpress.com

Tornando all’archeologia, dopo queste incredibili immagini, non è solo Palmira ad essere stata distrutta: Palmira è il sito che fa notizia, il più noto a livello mondiale, ma quanti altri siti sono stati distrutti e saccheggiati, nel silenzio più totale perché, essendo sconosciuti ai più, non interessano alla comunità internazionale. Mohamad Saleh però ce li mostra, ci mostra anche le 5 mummie di Palmira, bruciate per la strada con un disprezzo che non è solo per l’oggetto archeologico, ma anche per gli esseri umani che queste mummie un tempo erano.

La scusa dietro la quale si nascondono i militanti dell’ISIS che distruggono è l’integralismo religioso. Ma quale religione!, risponde Mohamad Saleh: costoro hanno distruttto persino la Casa del Profeta, di Maometto, in Siria! Saleh è molto duro, non crede minimamente all’integralismo o al fanatismo religioso: ha visto con i propri occhi troppe contraddizioni. È disincantato, è duro, è arrabbiato. E non accetta la giustificazione religiosa. C’è altro.

Cos’è l’ “altro” lo dice Mounir Bouchenaki, UNESCO, che parla da subito del mercato illegale sempre più fiorente in quanto è una delle forme di autofinanziamento dell ISIS. In sostanza le distruzioni dei siti archeologici sono la punta di iceberg di un progetto di distruzione del patrimonio più vasto, che vede nel commercio clandestino di oggetti d’arte e d’archeologia il business maggiore. Bello schifo direte voi. E lo dico anch’io, perché un conto è pensare che un gruppo fanatico distrugge secondo un’ideologia malata che vede nelle testimonianze del passato un’idolatria da distruggere e nelle immagini di esseri viventi l’intento di sostituirsi a dio, unico fautore di tutte le cose animate; un altro conto è invece vendere al miglior offerente oggetti dei quali evidentemente il valore almeno economico è riconosciuto. Siamo tutti colpevoli, allora, tutti conniventi di questo sistema. Perché da dove credete che provengano i collezionisti disposti a pagare milioni per una statua della dea Ishtar? Dall’Occidente, quello stesso Occidente che condanna, senza però intervenire, le distruzioni.

Nel centro Mohamad Saleh, all'estrema destra Mounir Bouchenaki - foto BMTA

Nel centro Mohamad Saleh, all’estrema destra Mounir Bouchenaki – foto BMTA

L’UNESCO si impegna, racconta Bouchenaki, per salvare il salvabile, per educare i direttori delle antichità e dei musei e per sensibilizzare l’Interpol e attraverso di essa le polizie locali a contrastare il mercato illecito. Stante che omai le distruzioni sono state perpetrate, poi, quantomeno bisogna iniziare a pensare al dopo, al restauro. Per questo i Caschi Blu della Cultura, proposti dall’Italia, sono stati accolti con favore. Per ora sono una proposta, non c’è nulla di concreto, ma è già qualcosa.

Chi pensa che sarebbe più utile preoccuparsi degli uomini piuttosto che delle “pietre” è bene che abbia ben presente che quelle pietre sono il simbolo identitario della cultura di una nazione (nello specifico, quella siriana). Distruggendo quelle si distrugge la memoria, l’identità culturale, si cancella il concetto stesso di nazione. Per dirla con le parole di Paolo Matthiae, altro ospite ben informato sui fatti presente alla Borsa, si fa tabula rasa della memoria e della cultura. L’idea alla base è quella di creare un uomo nuovo, senza passato, senza legami, totalmente manovrabile. E questo dovrebbe fare tanta più paura. Matthiae racconta la sua esperienza come archeologo che dopo quasi 50 anni di lavoro a Ebla è stato costretto ad allontanarsi per la situazione della Siria e che ogni giorno guarda con preoccupazione ad una terra che sente sua.

Anche la testimonianza di Ivan Grozny è importante: lui, reporter di guerra, non ci parla dei beni culturali distrutti, ma in poche brevi pennellate ci dipinge un quadro della situazione in Siria: e capiamo che quello del Patrimonio Culturale è solo uno degli aspetti di questa distruzione di massa del popolo siriano. E allora torna la necessità di salvaguardare la vita umana, certo, ma anche le “pietre”, se vogliamo preservare l’identità di una nazione.

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

Il tema della distruzione del Patrimonio archeologico da parte dell’ISIS è, giustamente, particolarmente sentito. La Borsa di Paestum ha dedicato anche un premio a Kalhed Al-Ashaad, l’archeologo di Palmira morto “martire” per la difesa della città antica. L’Italia, è stato ricordato, è stato l’unico Paese a reagire alla notizia della sua morte: giornata di lutto nazionale, bandiere a mezz’asta. Un segnale forte di cordoglio nazionale perché evidentemente abbiamo riconosciuto nell’inutile uccisione di questo archeologo tutta la barbarie di questo conflitto.

E ancora: un incontro della Borsa è stato dedicato all’attentato al Museo del Bardo di Tunisi. L’evento è stato intitolato #pernondimenticare. E infatti è giusto avere sempre ben in mente cos’è successo e perché è grave un attentato in un museo, soprattutto quando quel museo è simbolo del passato di una nazione. A parlare c’era il direttore del Bardo, Moncef Ben Moussa, il quale ancora non si capacita di un tale atto di violenza, sottolineando il ruolo storico e culturale della Tunisia quale ponte tra l’Africa e l’Europa attraverso il Mediterraneo: storicamente e archeologicamente parlando, la Tunisia è terra di tolleranza e accoglienza e il Museo del bardo ne è testimonianza. Nonostante il dolore per il dramma nel quale il museo del Bardo è stato coinvolto, Ben Moussa ha portato un messaggio di speranza, concludendo che “Cultura ed educazione sono le uniche armi pacifiche per evitare la guerra”.

Musei in vetrina? No grazie! Gli Archeoblogger all’arrembaggio degli Uffizi

Agli Uffizi??? E perché? Che ci azzeccano gli Uffizi con l’archeologia? Non sono forse il Museo del Rinascimento? Non sono forse il museo dei Botticelli, dei Leonardo, dei Michelangelo e via di seguito?

#uffiziarcheologia

Eheh, cari miei, gli Uffizi sono molto di più. Non sono semplicemente (e si fa per dire) una pinacoteca, anzi LA pinacoteca, ma sono una raccolta vastissima di arte in tutto il suo significato più ampio, ivi compresa l’arte antica. I Medici, coloro grazie ai quali abbiamo oggi gli Uffizi e la temperie culturale da cui si generò il Rinascimento, raccolsero infatti, nel loro fervore collezionistico, un’ingente collezione archeologica, consistente in sculture di età romana, copie di famosi originali greci, e poi di bronzetti, monete e cammei, e di quant’altro potesse soddisfare il loro spirito collezionistico e la passione per l’Antico, che nel Cinquecento fu oggetto di una vera e propria riscoperta, supportata soprattutto dalle tante scoperte archeologiche che pian piano avvenivano, e dal commercio che dei manufatti antichi si era sviluppato. L’archeologia dell’epoca era diversa da quella di oggi. Non era ancora Archeologia, innanzitutto, ma piuttosto Antiquaria, e l’interesse per l’antico si limitava al bell’oggetto, possibilmente in materiale prezioso, marmo, bronzo oppure oro. La collezione medicea è amplissima e si arricchì in continuazione di nuove acquisizioni, sia acquistate sul mercato antiquario che provenienti da scoperte fortuite (come la Chimera e la Minerva di Arezzo, scoperte a metà del Cinquecento e subito volute da Cosimo I a Firenze). La collezione di antichità per un certo tempo ebbe tutta sede agli Uffizi, e solo con la creazione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze si decise di staccarne una parte (Chimera e Minerva in primis). Ma la maggior parte della statuaria antica in marmo è rimasta nel museo più famoso d’Italia, e occupa la Galleria, rimanendo spesso invisibile alle orde di visitatori a caccia di Michelangelo e dei Caravaggeschi.

Questa lunga premessa era doverosa per spiegare perché lunedì 21 settembre un gruppo di agguerrite archeoblogger avrà l’opportunità di visitare (a museo chiuso, privilegi che voi umani non potete immaginare) gli Uffizi secondo una prospettiva diversa dal consueto percorso turistico. Ma a cosa è dovuta questa fortuna?

La Galleria degli Uffizi. Credits: Cristiana Barandoni per @archeoapuov e @goldunveiled

Partiamo dal titolo: “MUSEI IN VETRINA? NO GRAZIE!”: con questo slogan gli Uffizi sono sempre più social! Lunedì 21 settembre, infatti, avverrà il lancio del nuovo progetto di valorizzazione della Sezione Archeologica: #UFFIZIARCHEOLOGIA a cura di Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci. Il Dipartimento di Antichità Classiche degli Uffizi promuove e facilita la conservazione, lo studio e la valorizzazione della propria collezione archeologica. Le attività comprendono lo sviluppo di nuovi strumenti di conoscenza, la disseminazione di informazioni complesse ai vari pubblici, la promozione del proprio patrimonio attraverso eventi e giornate speciali (una per tutte quella tenutasi il 16 Ottobre 2014 in occasione dell’International Archaeology Day). Da aprile 2014 il Dipartimento ha attivato una sezione interamente dedicata allo sviluppo e alla progettazione di percorsi e strumenti di comunicazione, anche attraverso l’attivazione di profili/account sui maggiori social media mondiali, che si rivolgono al grande pubblico dei fruitori digitali, senza mai perdere di vista la sostanza scientifica delle nozioni messe in rete. Dopo il rilevante successo di GoldUnveiled© (www.goldunveiled.it), primo progetto del Dipartimento in questo ambito, lunedì 21 settembre sarà lanciato un nuovo sistema di comunicazione web, l’hashtag #uffiziarcheologia con lo scopo di focalizzare l’attenzione dei visitatori, reali e virtuali, sull’ingente patrimonio archeologico, sia statuario che architettonico disseminato nella Galleria, patrimonio spesso inosservato o messo in ombra dalle più note e prestigiose opere d’arte, conosciute in tutto il mondo, motivo principale della visita al museo. Per il lancio di questo progetto il Dipartimento ha deciso di invitare un team di Archeobloggers ai quali affidare il compito di promuovere il progetto attraverso i nuovi media e i social network più importanti del mondo. Due turni di visita speciale a porte chiuse, uno la mattina (statuaria) e uno il pomeriggio (architettura) per svelare l’enorme patrimonio archeologico della Galleria alla comunità virtuale. Chi sono gli Archeobloggers? Archeologi che hanno capito l’importanza fondamentale dei media quale veicolo di disseminazione della cultura anche e soprattutto ai pubblici dei non addetti ai lavori; hanno risposto all’invito:

Antonia Falcone, Professione Archeologo (www.professionearcheologo.it)

Astrid D’Eredità, ArcheoPop (www.archeopop.it)

Francesco Ripanti, ArcheoKids (archeokids.tumblr.com/)

Marina Lo Blundo, Generazione di archeologi (http://generazionediarcheologi.myblog.it/)

Silvia Bolognesi, ArcheoToscana (https://archeotoscana.wordpress.com/)

Stefania Berutti, Memorie dal Mediterraneo (www.memoriedalmediterraneo.com/)

L’intera giornata potrà essere seguita, oltre che sui blog, anche sui profili social del Dipartimento: FACEBOOK: Pagina Gold Unveiled TWITTER: @GoldUnveiled INSTAGRAM: GoldUnveiled

E allora l’appuntamento è per lunedì mattina. Scarpe comode, smartphone carico e quadernino per gli appunti (che fa molto vintage) pronto. E pronti anche voi, a seguirci in questa esplorazione a museo chiuso. So già che si rivelerà densa di sorprese… 😉