A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

La battaglia per gli open data passa da Pompei

Uno scorcio di Pompei

… che poi qualcuno potrebbe dire: “Ma che mi frega di sapere quali cantieri archeologici  sono in corso a Pompei in questo momento e quanto costano?”. Certo, ma poi non lamentiamoci se si urla allo spreco di fondi pubblici. Più che altro, se vorremo unirci al coro di chi parla di tali sprechi, potremo effettivamente farlo con i dati alla mano. Sì perché dall’8 settembre sono finalmente disponibili, sul sito della Soprintendenza Speciale di Pompei, i primi dati aperti sui cantieri del Grande Progetto Pompei (GPP). Il progetto che ha permesso tutto ciò (che sembra poco, i dati relativi a 25 cantieri in corso, ma che poco non è assolutamente) è OpenPompei, un progetto che ha come scopo la trasparenza di dati amministrativi sull’archeologia, sugli appalti, sui costi dei cantieri archeologici e di restauro, dati che consentono di monitorare una parte del nostro lavoro che i più ignorano, fatta di costi e di prezzi: certo, niente di romantico o di affascinante, e se già vi fanno sbadigliare le notizie che parlano di cocci, di tombe senza corredo e di scoperte di muretti conservati per due filari non di più, figuriamoci quanto vi possono entusiasmare questi. Però è importante che questi dati siano aperti, consultabili liberamente (e sul sito di OpenPompei si trova, oltre alla mole dei dati, un tutorial per aiutare nella navigazione) e questo risultato va accolto con un grande applauso alla caparbietà di chi ha insistito e ci ha creduto e, certo, all’amministrazione che ha acconsentito, perché è inutile che vi dica che non è cosa scontata, per un’amministrazione, mettere online, rendere di pubblico dominio dati di questo tipo.

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

La mappa dei 25 cantieri i cui dati sono consultabili liberamente sul sito di OpenPompei

Siccome mi occupo poco di open data in archeologia, ma conosco chi da anni ne ha fatto la propria battaglia personale e professionale, preferisco lasciare la parola a lui. Si tratta di Gabriele Gattiglia, che lavora nel team del Mappa Project, da sempre si occupa di open data in archeologia e collabora, tra l’altro, proprio con OpenPompei. A lui ho chiesto quindi di raccontare qualcosa in più, come persona informata sui fatti 😉

Perché è importante OpenPompei? Perché è importante che se ne parli?

OpenPompei, aprendo i dati amministrativi dell’archeologia rappresenta il primo passo per arrivare ad aprire i dati più propriamente archeologici, quelli cosiddetti ‘scientifici’ (rilievi, schede, piante, foto, ecc.). Pompei è un luogo simbolo, e se Pompei apre i suoi dati, piano piano anche gli altri seguiranno. Personalmente la considero una rivoluzione per l’archeologia italiana. OpenPompei è importante, inoltre, perché cerca di fare politiche di coesione nel sud Italia utilizzando i beni culturali e un luogo simbolo, come’è, appunto, Pompei.

Come nasce OpenPompei?

OpenPompei nasce da fondi europei ed è stato fortemente voluto da Fabrizio Barca quando è stato Ministro della Coesione Territoriale durante il governo Monti. Qui trovi un po’ di info: http://www.openpompei.it/cose/

Perché sono importanti i dati aperti e perché è importante che sempre più istituzioni seguano l’esempio di OpenPompei?

I dati che sono stati aperti ora, cioè quelli sui cantieri del Grande Progetto Pompei, sono importanti perché permettono ai cittadini di monitorare come sono stati spesi i loro soldi e di sviluppare una nuova cultura della trasparenza anche nel campo dei beni culturali. I dati aperti che vorremmo aprire, quelli archeologici, sono importanti non solo per gli studiosi, ma anche per i cittadini che vogliono conoscere e tutelare il proprio patrimonio, e anche per chi ha idee e vuole sviluppare dei modelli di business legati ai beni culturali. Perché tutte queste cose siano efficaci non basta che ci siano un po’ di dati, ma ne servono tanti, i dati devono diventare un’abitudine (sia pubblicarli, sia riutilizzarli), per questo è importante che si faccia formazione e per questo è importante che un luogo simbolo dell’archeologia e dei beni culturali come Pompei apra i suoi dati, perché può dare il via a numerosi epigoni, ad un processo virtuoso in cui tutti vogliano dimostrare la propria disponibilità ad aprire i dati.

Ringrazio tantissimo Gabriele per la sua disponibilità. Tra l’altro lui stesso mi ha segnalato la pagina FB di OpenPompei. E io la segnalo a voi…

#Genovanuragica: la Sardegna Nuragica in mostra a Genova

Eh? Cosa? Ma ho letto bene?

Sì, hai letto bene: #Genovanuragica è l’ashtag scelto per condividere tutto, foto soprattutto, della mostra “La Sardegna nuragica” in mostra al Palazzo Reale di Genova fino a fine luglio. Perché ne parlo? Perché la mostra è gratuita, è stata introdotta in modo simpatico dall’allora neonata pagina facebook della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ha questo ashtag, #genovanuragica, con cui si consiglia caldamente di condividere l’esperienza di visita su twitter e, soprattutto, è una mostra che, senza inventarsi spettacolari ma spesso fini a se stessi espedienti tecnologici di ultima generazione, riesce ad essere comunicativa. E non lo dico io, ma lo dice mia madre, di madre sarda, con qualche reminiscenza dovuta più alla passione per la sua terra d’origine e alle vacanze trascorse in Sardegna fino a 20 anni fa che non a una preparazione archeologica specifica in materia (cosa che, peraltro, per quanto attiene la civiltà nuragica, manca anche a me): è lei che, avendo l’opportunità di poter approfondire un aspetto dell’archeologia delle sue più antiche origini, è uscita dalla mostra soddisfatta e davvero con qualcosa in più. E questo mi sembra un gran risultato.

Dopo un primo livello di carattere generale, sugli aspetti più generali della civiltà nuragica, il secondo livello entra nello specifico, caso per caso, dei singoli nuraghe che hanno restituito modelli di nuraghe. Eh già, perché la mostra non è sui nuraghe in generale, ma su un aspetto specifico: i modelli di nuraghe che erano un oggetto simbolo sia per i Nuragici che per i loro successori; non solo, ma dal punto di vista archeologico, sono un’importante fonte iconografica per capire come fossero fatti davvero i nuraghe, che, nella loro completezza, erano più simili a torri vere e proprie (come la torre degli scacchi, per esempio) che non ai tronchi di cono che conosciamo, e questo perché probabilmente la parte superiore doveva avere un ballatoio in legno che non si è conservato. Per me, nipote di sarda, ma soprattutto archeologa, una scoperta grandiosa, per mia madre, sarda nel cuore, nell’animo e nel sangue, a maggior ragione, ancora di più!

modello-altare in arenaria dalla "capanna delle riunioni" di Palmavera

modello-altare in arenaria dalla “capanna delle riunioni” di Palmavera

Sono davvero numerosi i nuraghe che hanno restituito modellini di se stessi: di ciascuno è offerta una descrizione su pannello, con diversi gradi di lettura, così che se non te li vuoi leggere tutti puoi saltare alle informazioni principali. Questo ci ha permesso di soffermarci sui nuraghe a noi più familiari (come il Palmavera, che ho visitato da bambina piccina e di cui possiedo veramente un vaghissimo ricordo), ricordando magari episodi legati a qualche vacanza in Sardegna: e certo la conoscenza diretta dei luoghi aiuta sicuramente, li fa sentire più “propri” soprattutto quando si sente di avere un legame particolare, “di sangue”, con quella terra. In effetti è stato bello osservare l’interesse di mia madre per l’esposizione: vederla così coinvolta e curiosa, proprio perché si tratta di scoprire un passato che sente suo, e soprattutto vederla soddisfatta alla fine è stata una bella sensazione: la mostra è arrivata laddove doveva arrivare. Oltre ai modelli di nuraghe, in mostra si possono vedere modellini in bronzo e bronzetti vari tra cui le navicelle nuragiche: e si scopre così che l’albero della nave terminava con un modellino di nuraghe…

Per il resto, accennavo all’inizio all’attesa creata intorno all’evento: perché la pagina facebook della Soprintendenza archeologica della Liguria ha giocato sulla presenza di una mostra dedicata alla civiltà nuragica a Genova creando ad hoc delle particolari indicazioni stradali che, nei fans più attenti, devono aver creato un minimo di curiosità…

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra "La Sardegna Nuragica"

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra “La Sardegna Nuragica”

Anche la possibilità, anzi l’invito a fare foto all’interno della mostra e di condividerle con twitter è stata una bella mossa, anche se, ahimé, è ancora troppo poco il pubblico di twitter che visita le mostre di archeologia e sfrutta questi strumenti. Ma l’importante è che si possano fare foto e quelle le fanno davvero tutti, da sempre.

E allora bene, bravi, bis! Per carità, se vogliamo fare le pulci anche a questa mostra, sicuramente qualcosa di migliorabile c’è (ad esempio, se oltre alla grande mappa in apertura con l’indicazione di tutti i nuraghe, ci fosse stata per ogni pannello di nuraghe la localizzazione, non sarebbe stata una cattiva idea: così suggerisce mia madre! 🙂 ), ma per una volta ho voluto dismettere i panni dell’archeologa ipercritica ed ho preferito osservare le reazioni della persona che era con me la quale, priva di ogni preconcetto e di malizie di museologia, è senz’altro il giudice migliore e il termometro di gradimento più affidabile per giudicare. E lei ha detto “Per me è sì“.

La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

Ostia V. Pubblicato il volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia

La copertina del volume Ostia V

La copertina del volume Ostia V

Pare che quello di oggi sia uno di quegli eventi da segnare sul calendario. E non perché la mia professoressa, Maura Medri, e una mia cara amica, Valeria Di Cola, hanno portato a compimento, e quindi presentato al pubblico, il loro volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia, ma proprio perché finalmente Medri e Di Cola si sono prese la briga di continuare la pubblicazione di scavi realizzati negli anni ’60-’70. Scavi diretti da un giovane Andrea Carandini che (come ha ampiamente raccontato stasera) aveva appena appreso il metodo stratigrafico di Nino Lamboglia e non vedeva l’ora di applicarlo, e che aveva scoperto l’importanza della ceramica nella datazione/interpretazione dei contesti (sempre grazie a Lamboglia), segnando sicuramente un momento importante e fondamentale negli studi ceramici, e quindi negli studi sui commerci e sui traffici dell’antichità, di quegli anni, pietra miliare, per molti versi, ancora oggi.

Non entro nel merito della descrizione del lavoro, decisamente analitico, frutto di un più che meditato lavoro di riflessione, analisi appunto, sintesi e di nuovo riflessione, ripensamento e chi più ne ha più ne metta: perfezionismo? Perché no, del resto, perché se l’archeologia non è una scienza esatta ciò non vuol dire che non possa provare ad essere verosimile. Valeria Di Cola si è occupata di un lavoro non da poco: l’analisi stratigrafica: perché sì che Carandini ha applicato il metodo stratigrafico di Lamboglia, magari adattandolo alle sue esigenze specifiche, ma sicuramente non era il metodo stratigrafico attuale, con cui Valeria si è formata, con cui noi archeologi di oggi siamo ormai abituati a confrontarci. Quindi, per dirla con le parole della Di Cola, lei, ultima arrivata (è più giovane di me, fate voi!) su un cantiere che aveva visto il passaggio di così grandi e così tanti uomini illustri (che all’epoca ancora non sapevano di poter diventare tali), ha dovuto compiere “uno scavo nella testa” di quelle persone, interpretare le loro intuizioni, segnate sui giornali di scavo e segnate sulle planimetrie e sui prospetti. Non dico niente di nuovo agli archeologi che mi leggono: se prendete in mano una documentazione che non avete realizzato voi, sicuramente la troverete lacunosa e insufficiente. Ecco, nella stessa situazione si dev’essere trovata Valeria (solo che non lo poteva dire e nemmeno pensare, immagino, visto che lo scavo era diretto da Carandini…).

Il lavoro a questo punto diventa doppio, ma conosco Valeria, e infatti ce l’ha fatta. Conosco anche Maura Medri, che ha curato la parte interpretativa, e infatti anche lei ce l’ha fatta.

Carlo Pavolini, chiamato a presentare il volume, ha ripercorso l’indice del volume e insieme la storia, complessa, decisamente complessa, dell’edificio, fornendo sempre dei rimandi con l’urbanistica di Ostia. Forse l’intervento più interessante e descrittivo. Del resto, chi meglio di lui poteva calare le Terme del Nuotatore nel contesto cittadino di Ostia Antica? Per chi non lo sapesse, infatti, è autore sia de La vita quotidiana a Ostia, per Laterza, che della Guida Archeologica di Ostia sempre della Laterza. Non è proprio l’ultimo arrivato, ecco.

Patrizio Pensabene era invece più concentrato a proporre se stesso, i suoi lavori e le sue ipotesi che a parlare di Ostia V: Patrizio mio, non ne hai bisogno, davvero, la giornata non è la tua, i tuoi lavori li proporrai in un’altra occasione! L’unica cosa utile, il suo insistere sull’orientamento inconsueto dell’isolato in cui sorgono le Terme del Nuotatore, dovuto ad una viabilità preesistente parallela alla via Laurentina. Gli studenti in sala hanno senz’altro ringraziato, effettivamente.

Janet DeLaine, molto polite nei modi, dice una cosa importante (soprattutto perché detta da lei): questo lavoro segna una svolta, è già un punto di riferimento per i futuri studi sulle terme da parte di chiunque, sia per il metodo che per i risultati e le interpretazioni discusse. Non mi sembra poco.

Clementina Panella, alle Terme del Nuotatore sin dalla prima campagna di scavo, sottolinea il lavoro di ricostruzione degli ambienti che è stato fatto, e chiude con una battuta provocatoria: sì, la pubblicazione delle Terme del Nuotatore arriva dopo molti, troppi anni, ma il lavoro che è stato pubblicato oggi, così completo e analitico, non sarebbe stato possibile all’epoca. Per cui, forse, meglio così.

Fa eco la Medri stessa, che ribadisce lo stesso concetto: questo volume non avrebbe potuto essere pubblicato prima, ma neanche dopo: è il frutto meditato di uno studio di anni, che anno dopo anno si è arricchito di nuove suggestioni, di nuovi confronti, di nuove riflessioni e di nuove domande, che sono alla base di ogni ricerca archeologica. E anche oggi, tra l’altro, io personalmente, avrei giurato di vedere la Medri e la Di Cola, sedute accanto, discutere di qualche dato da incasellare in modo ancora più chiaro. Una cosa mi è piaciuta del breve intervento di Maura Medri: la sua idea del concetto di “determinazione”. Senza determinazione non si va da nessuna parte. Sarà che sono sua allieva, sarà che sono sua allieva proprio perché c’è qualcosa in lei che mi piace, ma il suo concetto di determinazione è il mio e, se posso permettermi, in questo frangente particolarmente oscuro, la determinazione dovrebbe essere la nostra arma per vincere le nostre battaglie. A partire dal #riconoscimento della professione, per esempio.

Nino Lamboglia, l’inventore del metodo stratigrafico in Italia fin dagli anni ’40 del Novecento

Naturalmente, l’intervento che, nel bene e nel male, mi suscita più riflessioni, è senza dubbio quello di Andrea Carandini. L’archeostar per antonomasia si è lanciato in un amarcord che certo non ha lasciato indifferente l’uditorio (soprattutto gli studenti, sui quali il mito vivente già aleggia – quelli più anziani e sgamati se ne stanno sganciando, se dio vuole). Personalmente, da sentimentale quale sono, ligure fin nel midollo importata a Firenze, ma pur sempre della West Coast, che ha passato buona parte dei suoi anni da archeologa da campo a scavare laddove era già passato Lamboglia (Area del Gas a Ventimiglia, Ville della Foce e di Bussana a Sanremo, Costa Balenae, SS. Nazario e Celso a Diano Marina, Battistero di Albenga), sentir parlare in termini così elogiativi di “Nino” come maestro, come inventore di un metodo, quello stratigrafico, e come intuitore dell’importanza della ceramica nella comprensione e nella datazione degli strati e degli scavi in generale, beh, mi ha fatto gonfiare il petto di orgoglio! Sentir nominare la cara Albintimilium, la Ventimiglia romana, dove ho scavato a più riprese, decenni dopo Carandini, con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande e d’importante. E, a differenza di molti dei presenti, sapevo di cosa Carandini stava parlando. Che non è poco. Poi che dire? Carandini è sempre troppo autocelebrativo, ha cominciato a usare il plurale majestatis a un certo punto, ha parlato di guerre tra fazioni opposte dell’archeologia italiana (romana) che perdurerebbero ancora oggi, che non mi stupiscono e che non fanno notizia, francamente, ma che affascinano le giovani menti dei giovani futuri archeologi (che così fin dall’inizio si convincono di far parte di un sistema sbagliato e quindi forse si adattano ad essere vittime del sistema: a voi dico “No! Non dev’essere così! Determinazione dev’essere la vostra parola d’ordine!”).

Che altro? Segnalo un siparietto che mi riguarda: a fine presentazione, mentre chiacchieravo con Daniele Manacorda della mia tesi di dottorato, sento appressarsi una figura di un certo spessore: è Carandini, nientemeno, il quale si interessa dello stato di salute di Manacorda. Pensavo di aver visto tutto e invece arriva anche Giuliano Volpe – al quale vorrei urlare “Ehi, piacere, la seguo su Twitter!”, ma per ovvi motivi mi manca il cuore – che si unisce all’allegra combriccola che sfotte bonariamente l’incidente occorso a Manacorda. Penso che un momento così non ritornerà mai più. Che c’entra, io sono totalmente trasparente a loro in questo momento, ma non importa, il bello è che se 10 anni fa mi avessero detto che mi sarei seduta accanto a Manacorda a discutere del mio dottorato semplicemente avrei riso loro in faccia, se mi avessero detto che mi sarei trovata nella stessa stanza con lui e Carandini idem! E invece le cose cambiano e la determinazione, quella stessa che diceva Maura Medri, fa sì che esse si trasformino.

Questo è il mio commento alla giornata e il mio consiglio ai giovani d’oggi: la parola d’ordine è determinazione. Non arrendetevi, provate, provate e provate. Non diventerete dei Carandini e troverete dei Carandini ad osteggiarvi o semplicemente a non considerarvi, troppo impegnati a promuovere se stessi, ma non scoraggiatevi. Non subito, per lo meno. Voglio riportare, e spero che mi perdonerà per la lesione della sua privacy, lo stato che ha messo su fb un giovane studente de La Sapienza (Ei fu RomaTre):

E poi tra tanti mostri sacri del tuo campo che parlano, si confrontano, si scambiano idee, raccontano aneddoti ed esperienze – e tu in quel momento hai l’ennesima conferma sul fatto che abbiano fatto un pezzo (e che pezzo!) di storia – ti chiedi: potrò mai anche solo sperare di fare una piccola parte di quanto hanno fatto loro?speranzoso.

Fa tenerezza, e anche un po’ rabbia, forse, perché vorresti che i giovani si sentissero meno oppressi dal peso dei loro “maestri”, ma che il sistema è ancora troppo incardinato in questo modo perché le cose possano cambiare. Forza ragazzi, alzate la testa, tanto i professoroni fuori dall’Università non ci sono ad aiutarvi!!!

Infine, una piccola, spero, riflessione, in forma di dialogo, che non vuole togliere nulla alla pubblicazione di Ostia V, ma che risponde a tematiche attuali e a me care. Questo dialogo, che è reale (cambieranno forse alcuni congiuntivi) l’ho avuto giusto l’altroieri con un mio amico, non archeologo, il quale mi chiedeva cosa andavo a fare a Roma:

– Vado alla presentazione del libro della mia Prof. su delle Terme di Ostia Antica: le ha studiate per una vita, ora le pubblica.

– Ah, ma che libro è? Voglio dire, è difficile o è per tutti?

– Eh, no, è difficile, anzi, piuttosto “cattivo”, molto molto analitico.

– Ah, quindi una cosa solo per voi archeologi. Ma non era meglio fare un libro adatto a tutti?

– Beh, per ogni scavo che si fa bisogna fare una pubblicazione scientifica dei dati, che sia il più analitica e precisa possibile e che possa essere un’ottima base di studio per gli studi futuri e quindi, sì, anche per le pubblicazioni di divulgazione, “per tutti”

– Ok, però secondo me dovrebbe essere prevista fin dall’inizio oltre alla pubblicazione scientifica anche una pubblicazione più divulgativa, “per tutti”.

Meditate, gente, meditate: perché si torna sempre lì: perché il nostro lavoro non rimanga fine a se stesso, dev’essere tradotto anche, non solo, in un linguaggio che sia accessibile ai più. Ed evidentemente, non siamo solo noi del settore, a dirlo, ma la domanda viene anche da fuori…

L’invasione dei blogger a Paestum 2013

Ho scritto questo post per il blog della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013. Quest’anno per la prima volta a Paestum si riuniranno alcuni tra i più attivi blogger di archeologia in Italia, in un incontro organizzato apposta per loro e dal titolo “Archeoblog” che non lascia spazio a fraintendimenti di sorta. Cinzia Dal Maso del blog Filelleni ci ha chiamato alle armi, noi abbiamo risposto. Ma prima di incontrarci di persona cominciamo a fare un po’ di casino qua e là in rete. Perché di cose da dire ne abbiamo, e molte.

Archeoblog, Paestum 2013

Saremo agguerriti. Soprattutto saremo entusiasti. Perché per la prima volta in Italia i blogger di archeologia si incontrano per presentarsi, per raccontare se stessi e le proprie esperienze, per condividere idee e proposte, per riconoscersi come categoria: non semplicemente archeoblogger, ma Cultural Heritage Blogger, per accogliere la definizione che ha creato per noi Cinzia Dal Maso, colei che, blogger e giornalista, ha promosso l’incontro Archeoblog alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum 2013. La situazione è questa: l’Italia, il nostro patrimonio culturale, ha bisogno di essere raccontato; per farlo c’è bisogno di figure che lo conoscano e lo capiscano, che ne conoscano l’importanza e la sappiano trasmettere agli altri. Oggi il maggiore scambio di notizie avviene online, in rete, attraverso i social network e i blog ed è questo il luogo in cui bisogna insistere per promuovere il nostro patrimonio, sempre più abbandonato a se stesso per croniche e sempre più aggravate carenze di fondi e di progettualità. Ma soprattutto abbandonato perché non se ne parla, o se ne parla demagogicamente o soltanto quando il danno è ormai irreparabile. Se la situazione nei media è questa, nel web è ancora peggio: mancano voci coordinate che promuovano il patrimonio, che contribuiscano alla diffusione della sua conoscenza. Le voci ci sono, oggi, e sono quelle dei blogger, ma sono spesso troppo slegate tra loro, e per quanto vedano le stesse problematiche e siano mosse dagli stessi interessi, non hanno ancora la forza (o la consapevolezza) di formare una corporazione. Come i travelblogger sono ormai una realtà che detta legge nel mondo del turismo, così gli archeoblogger, anzi, i cultural heritage blogger, devono riuscire a imporsi nel mondo della comunicazione online, divenendo figure necessarie nel campo della comunicazione culturale, e dare vita ad una nuova figura professionale, della quale da più parti si sente ormai il bisogno: perché chi conosce è il miglior promotore, e noi archeologi per troppo tempo abbiamo demandato e delegato altri per la comunicazione del nostro patrimonio. Dobbiamo dunque riprenderci questo spazio che ci appartiene. I presupposti ci sono, alcuni esempi, per quanto pochi, si trovano in Italia, e sono i blog dei musei che impiegano personale qualificato per promuovere le proprie attività e le proprie collezioni. Al momento, però, sono ancora troppo pochi i giovani che riescono a fare del blogging culturale una professione, ma la domanda c’è ed è questo il momento di fare fronte comune per far sentire la nostra esistenza, la nostra presenza e la nostra attenzione.
Il 14 novembre 2013 a Paestum discuteremo di questo e di altro, ognuno dei blogger porterà la propria esperienza, si confronterà con gli altri, non solo blogger di archeologia, vedrà, in sostanza, che non è solo. Facciamo rete: è un’esortazione, ed è la parola chiave di Archeoblog.

Il problema è che noi archeologi siamo romantici…

Ostia Antica, Domus di Amore e Psiche

Ho avuto modo recentemente di fare più volte questa riflessione: a noi archeologi ci fregano e continueranno a fregarci (e ci freghiamo da soli, ovviamente), perché sotto sotto siamo dei gran romanticoni. Amiamo il bello, lo cerchiamo, lo perseguiamo e ci affezioniamo ad esso, e siamo romantici, molto romantici. Altrimenti non ci saremmo scelti un mestiere che vive, si nutre e si alimenta di sola passione. Ne ho avuto l’ennesima conferma nelle ultime settimane, quand’ero impegnata a Ostia a ultimare una campagna di rilievo con l’Università di RomaTre e ogni volta che sollevavo lo sguardo su Via degli Augustali mi bloccavo in estasi a osservare quant’è incantevole il basolato incorniciato da quel superbo cipresso che lo chiude sulla destra. Oppure, lungo il decumano massimo, mi incantavo a guardare i meravigliosi scorci che gli alti pini di Ostia creano, perfettamente integrati nel percorso archeologico della città romana.

996631_10201714019159622_1045142348_n.jpg Ostia Antica, archeologi romantici

E se non tutti gli archeologi sono romantici (ma io direi di sì, visto il successo che le foto che ho pubblicato su instagram, facebook e twitter da Ostia hanno avuto un bel riscontro), io lo sono di sicuro. E il mio essere romantica si manifesta non solo nel sapermi ancora meravigliare di fronte ad un bel paesaggio, ma anche nell’affezionarmi ai luoghi in cui ho scavato. Così, quando l’Istituto Internazionale di Studi Liguri mi ha chiesto se potevo pubblicizzare la loro ennesima campagna di scavo alle mura settentrionali di Ventimiglia, ho pensato che anche se questo blog ormai ha intrapreso tutt’altra via e tutt’altro tipo di contenuti, tutto sommato un pensiero e un sorriso affettuoso ai luoghi che hanno contribuito alla mia formazione ci poteva stare.

ventimiglia, scavi archeologici, iisl

E così eccomi, scusandomi per il ritardo, a dirvi che sta per partire (da lunedì) la XII Campagna di Scavo presso l’area delle Mura Settentrionali di Ventimiglia (IM). Lo scavo si rese necessario anni fa, quando venne in luce un tratto della cinta muraria di Albintimilium dall’orientamento piuttosto inconsueto e con una piccola porta urbica aperta in essa. Lo scavo riguarda la necropoli tardoantica e altomedievale che si installò a cavallo di questo settore delle mura e che pone i problemi – a me peraltro molto cari – dell’abbandono e della trasformazione d’uso di un settore di quella che in età imperiale era stata una fiorente città. Avevo chiesto all’Istituto di ricevere qualche info in più per poter descrivere meglio lo stato dei lavori (io manco dal 2009), ma non avendo ricevuto ulteriori aggiornamenti vi lascio soltanto il manifesto nel quale trovate tutte le info del caso. Il mio saluto e il mio “buon lavoro” a tutti coloro che dal 7 al 31 ottobre lavoreranno sul cantiere delle Mura Settentrionali, dalla direttrice, Daniela Gandolfi, ai suoi responsabili Lorenzo Ansaldo e Viviana Pettirossi, agli studenti di archeologia di belle speranze che qui verranno a farsi le ossa, e soprattutto a imparare a riconoscere la ceramica: perché Ventimiglia è il luogo in cui Nino Lamboglia fece le sue classificazioni della ceramica romana, e l’Istituto Internazionale di Studi Liguri ne porta ancora avanti l’eredità.

Se 21 anni vi sembran pochi…

Il 16 gennaio 1992 veniva firmata a La Valletta la Convenzione Europea per la protezione del Patrimonio Archeologico. Tra tutti gli stati membri del Consiglio d’Europa, chi prima chi dopo, l’hanno ratificata in 41. Due stati mancano all’appello: San Marino e… indovinate? L’Italia. Già, l’Italia, quel Paese in cui ogni tanto qualcuno si sciacqua la bocca con la demagogica storia del patrimonio culturale più ingente del mondo, che si indigna per un muro crollato a Pompei, quel Paese in cui tutti avrebbero voluto fare l’archeologo da grande, ma dove la professione di archeologo non è ancora riconosciuta legalmente.

Malta, La Valletta

La Valletta, dove 21 anni fa fu firmata la Convenzione per la Protezione del Patrimonio Archeologico

21 anni fa il Consiglio d’Europa approvò un testo davvero innovativo, se letto con gli occhi dell’epoca, in cui si parla di “proteggere il patrimonio archeologico in quanto fonte della memoria collettiva europea” (Art. 1), di non lasciare esposti i materiali archeologici “durante o dopo gli scavi senza che siano state adottate disposizioni per la loro preservazione, gestione, conservazione” (Art. 3), di far sì che gli archeologi partecipino alle politiche di pianificazione territoriale, “allo svolgimento delle diverse fasi dei programmi di pianificazione” e di garantire “una consultazione sistematica tra archeologi, urbanisti e pianificatori del territorio, al fine di permettere la modifica dei progetti di pianificazione che rischiano di alterare il patrimonio archeologico” (Art. 5), di aumentare i mezzi dell’archeologia preventiva “facendo figurare nel bilancio preventivo gli studi e le ricerche archeologiche preliminari, i documenti scientifici di sintesi, nonché le comunicazioni e le pubblicazioni integrali delle scoperte” (Art. 6), di intraprendere un’azione educativa volta a “sviluppare presso l’opinione pubblica la coscienza del valore del patrimonio archeologico per la conoscenza del passato” e a promuovere “l’accesso del pubblico agli elementi importanti del suo patrimonio archeologico” (Art. 9). Per il testo completo guardate qui.

archeologia preventiva, archeologia urbana, mestiere dell'archeologo

Ciò che 21 anni fa probabilmente (dico probabilmente, perché ero decisamente troppo giovane per averne cognizione – ma su questo tornerò) era innovativo, oggi è quantomeno ovvio e scontato. O almeno dovrebbe essere così. Oggi siamo tutti d’accordo nel sostenere che dev’essere favorito l’accesso del pubblico e che la comunicazione archeologica è fondamentale, da sempre più parti si invoca la presenza della figura di un archeologo ai tavoli di pianificazione territoriale, gli addetti ai lavori lamentano il fatto che nei finanziamenti degli scavi (di archeologia urbana, per esempio) non viene compresa la fondamentale voce dello studio e della pubblicazione. Dunque le istanze di oggi in Italia non sono poi diverse da quelle di 21 anni fa. E se si legge la lunga lista di “Visto (…)” che precede gli articoli della Convenzione, sembra di vedere l’Italia di oggi: “Riconoscendo che il patrimonio archeologico europeo, (…) è gravemente minacciato dal moltiplicarsi dei grandi lavori di pianificazione del territorio e dai rischi naturali, dagli scavi clandestini (…) dall’insufficiente informazione del pubblico; Affermando l’importanza di istituire (…) procedure di controllo amministrativo e scientifico e la necessità di integrare la protezione dell’archeologia nelle politiche di pianificazione urbana  e rurale, e di sviluppo culturale (…)”…

Leggendo qui, dunque, la Convenzione de La Valletta sembra decisamente attuale in Italia. E la riflessione amara che sorge è che se si fosse ratificata all’epoca forse ora saremmo più avanti e potremmo vedere un Paese in cui la pianificazione urbana e territoriale va d’accordo con l’archeologia preventiva e non la vive come un incubo; in cui, quindi, l’archeologo è una figura professionale riconosciuta di cui è richiesta la presenza nelle amministrazioni degli enti locali, in cui la comunicazione al pubblico della scoperta è il fine e non un dente dolente da cavarsi al quale dedicare gli scarti (di fondi, di tempo, di energie, di idee). Insomma, leggendo il testo della Convenzione, e buttando un occhio in giro, l’Italia è ferma a 21 anni fa.

E la domanda è: che facevamo 21 anni fa, nel 1992?

Io per esempio dovevo ancora compiere 11 anni, di sicuro non avevo idea di cosa avrei fatto da grande (anche se ammetto che l’idea dell’archeologia mi venne piuttosto precocemente): all’epoca giocavo e andavo a scuola come tutti i bambini, correvo, cascavo e mi sbucciavo i ginocchi (oddìo, quello lo faccio ancora oggi…); nel 1992 per l’appunto avrei sostenuto l’esame di V elementare, il primo esame importante della mia vita; avevo qualche problema con le divisioni, ma del resto la matematica non sarebbe mai stata il mio forte, nemmeno negli anni a venire; mia sorella, che quest’anno si sposa, era soltanto in I elementare! Lei di sicuro non lo sapeva cos’avrebbe fatto da grande; però in II elementare avrebbe fatto attività didattica di archeologia, perché la nostra scuola elementare è stata costruita sui resti di una mansio romana (Lucus Bormani: cercatevelo sulla Tabula Peutingeriana): perché lì, in un paesino ligure, qualche maestra illuminata c’era e qualche giovane archeologa che lavorava anche. Fin qui il mio 1992. Ma il 1992 è l’anno di Tangentopoli, l’anno di Falcone e Borsellino, un anno cruciale per la storia italiana. E l’Italia quell’anno probabilmente aveva emergenze più serie e urgenti cui pensare. Ma gli anni dopo? I 20 anni dopo? Silenzio. Qualcuno l’ha nominata, la Convenzione, nel corso delle varie legislature che in questi 20 anni si sono susseguite. Ma nulla.

E dire che basta poco: una proposta di legge che consta di 2 articoli: Art 1 (Autorizzazione alla ratifica) e Art. 2 (Ordine di esecuzione). Ci voleva tanto? Evidentemente sì, se solo ora i deputati Celeste Costantino, Nicola Frantoianni e Giancarlo Giordano hanno preso in mano la situazione, anzi la Convenzione, e hanno deciso che 21 anni sono troppi e che l’Italia sulla protezione del Patrimonio Archelogico ha dormito abbastanza.

Lo chiedo anche a loro, allora, in particolare a Celeste Costantino, dalla quale ho appreso della proposta di legge: cosa facevi 21 anni fa? Celeste Costantino non era molto più grande di me, e forse ancora non immaginava che un giorno sarebbe stata eletta alla Camera dei Deputati e avrebbe dovuto risistemare, tra le altre, una cosa che risale a quand’era poco più che bambina. Perché noi tutti siamo cresciuti, diventati adulti, mentre l’Italia resta sempre ferma lì. E, per dirla tutta, sicuramente molti che 21 anni fa facevano o volevano fare gli archeologi, nel tempo hanno dovuto rinunciare perché di lavoro e di garanzie, per questa che non è una professione riconosciuta, non ce ne sono mai state e ancora non ce ne sono.

E voi? Cosa facevate 21 anni fa?

Il vento sta cambiando…

vento-cambiato.jpg

Lo so, questo post va un po’ controcorrente. Controcorrente rispetto al clima di generale sfacelo dei BBCC in Italia, controcorrente rispetto al giusto pessimismo imperante tra i professionisti della cultura, controcorrente anche rispetto ai miei ultimi post e commenti in giro per il web.

Il vento sta cambiando, a Firenze.

Non si tratta di eventi eccezionali, in fondo è davvero un piccolo passo per l’umanità. Ma è un grande passo per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. E non lo dico perché è un progetto che ho proposto io, né per lisciare il Soprintendente che ha accolto e anzi ampliato il progetto, ma perché secondo me questo è l’inizio di una lunga serie di eventi che a catena andranno a cambiare lo stato delle cose, immobile da ormai troppo tempo a Firenze.

Cos’è successo? Molto semplicemente la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana si è dotata di un blog e di una pagina facebook, mentre su twitter è stato aperto l’account del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Tutta la gestione 2.0 è affidata agli Assistenti alla Vigilanza del Museo Archeologico di Firenze, cui si affiancano volenterose Assistenti dal territorio, mettendo finalmente in pratica quel “…e comunicazione” che fa parte del nostro profilo professionale all’interno del MiBAC.

archeotoscana, blog soprintendenza archeologica toscana

Inutile dire che la recente e fruttuosa esperienza come blogger del Museo Archeologico Nazionale di Venezia mi ha convinto sempre più della necessità per un museo importante ma mai abbastanza conosciuto e frequentato come l’Archeologico di Firenze, di dotarsi di uno strumento di questo tipo per comunicare con il suo pubblico potenziale e reale. L’ancora più recente apertura del blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche mi ha dato la scossa definitiva per decidere che i tempi erano maturi per elaborare qualcosa di simile anche per Firenze. E poi… soprattutto poi è successa una cosa: qualcosa ha cominciato a muoversi anche nel museo stesso, con la creazione di gruppi, tra gli assistenti alla vigilanza, per la proposta di visite guidate su richiesta o in particolari circostanze, e per la rielaborazione di schede didattiche dei reperti più rappresentativi esposti in museo. In più, a breve sarà avviato un punto informativo all’ingresso del museo, per fornire un primo orientamento ai visitatori che entrano per la prima volta e che non hanno ben chiara l’organizzazione interna delle sezioni etrusca, egizia e greca.

archeotoscana, blog soprintendenza archeologica toscana

Screenshot dell’homepage del blog archeotoscana.wordpress

Di tutte le varie novità che verranno applicate in museo si darà conto su twitter, sulla pagina facebook e ovviamente anche sul blog per le più significative, pertanto non ne sto a parlare qui. Qui invece voglio dire, con un po’ di sano sentimentalismo, che alla fine, dai e dai, i sogni si possono realizzare. Da archeologa ho scritto più volte che soffrivo costretta nei panni della custode che non poteva muoversi dalla sedia (o in piedi a fare le vasche nella sala assegnata, se preferite), per cui questi spiragli di qualcosa di diverso mi riempiono i polmoni di ossigeno e mi fanno pensare che non è tutto negativo nei nostri BBCC e che non sempre le battaglie contro i mulini a vento finiscono male o in un nulla di fatto. In questo caso il vento è a favore del rinnovamento, sia virtuale che reale.

In questo momento, personalmente mi sento ottimista. Sento che piano piano qualcosa nelle coscienze di chi ricopre ruoli di responsabilità nella compagine statale relativa al mondo archeologico si sta smuovendo; magari non in tutti, anzi probabilmente in troppo pochi, ancora, ma qualcosa si sta smuovendo. E poi, in questa cosa del blog e dei social network a servizio degli istituti culturali io credo parecchio: chi mi conosce lo sa bene, perché l’ho scritto più volte e non solo qui, che credo fortemente che in un’epoca in cui l’informazione ormai passa principalmente per la rete, anche i musei e i luoghi della cultura devono sapersi adattare alle nuove forme di comunicazione. Non è che perché trattiamo di archeologia dobbiamo per forza rimanere a sistemi “archeologici”! Anzi, dobbiamo renderci competitivi e accattivanti, perché l’archeologia in Italia non è solo Pompei, non deve far notizia solo quando Pompei crolla, i musei non sono dei contenitori statici di cultura, ma la producono essi stessi, ogni giorno attraverso il semplice essere aperti al pubblico, o attraverso iniziative, aperture straordinarie, presentazioni, mostre, eventi… tutte cose la cui notizia però dev’essere diffusa in giro, altrimenti tanto vale tenere chiuso.

museo archeologico nazionale firenze, archeotoscana, blog soprintendenza archeologica toscana

L’inaugurazione della mostra “Archeologia in Oriente” durante la Notte dei Musei 2013. Uno dei primi post del blog archeotoscana

L’avventura 2.0 della Soprintendenza Archeologica della Toscana è partita. In questi primi giorni siamo tutti entusiasti della risposta che sta avendo, i feedback sono stati più che positivi, almeno stando a vedere le reazioni della comunità online. Certo, ora bisognerà riuscire a portare quella comunità online all’interno dei musei archeologici della Toscana, in particolare a Firenze; bisognerà fidelizzare con i visitatori e con i lettori del blog e far sì che gli uni e gli altri alla fine coincidano. Il lavoro sarà lungo, io stessa quel poco che so di social media communication (non dico marketing, o qualcuno vomita!) l’ho imparato da sola, guardando intorno a me quello che succede nel web. Io e tutte le assistenti alla vigilanza della redazione 2.0 della SBAT faremo del nostro meglio per fornire un buon strumento di comunicazione e di dialogo con il pubblico, potenziale e reale.

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Augurateci buona fortuna!