Il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

La Chimera è fiera. È nato il blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

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Se seguite questo blog, sapete che già da qualche anno esiste il blog della Soprintendenza Archeologia della Toscana. Ebbene, da quando la riforma del MiBACT ha distinto i Poli Museali regionali dalle Soprintendenze, si è reso necessario distinguere anche nel web 2.0 le due realtà. Il direttore del Museo, Mario Iozzo, non ha avuto dubbi fin dall’inizio: il museo deve avere il suo blog. E figurati se non sono d’accordo! Io e Silvia, la mia collega che si occupa con me della comunicazione, siamo entusiaste all’idea di metterci a lavorare al blog del nostro museo. Nostro, sì, perché ci lavoriamo da 5 anni anzi 6 e, se permettete, un po’ nostro lo sentiamo.

chimerinaIl blog è nato da una costola del blog Archeotoscana, dal quale abbiamo importato tutti gli articoli già esistenti relativi al museo di Firenze (non sono pochi). Questo comporta una serie di problemi pratici non da poco come, uno per tutti: modificare tutti i link e rimandi interni che devono rimandare ora a post del nuovo blog e non più di Archeotoscana (perché non esistono più). Però ci perdonerete. E vorrete seguire sul nuovo blog tutte le attività del museo reale di cui daremo conto.

Sono sempre stata convinta che il blog sia uno strumento utilissimo per comunicare il museo, per farlo arrivare al pubblico, per far trasmettere un’immagine che non sia di un contenitore chiuso, fermo, statico e impolverato come le vetrine che non vengono mai pulite, ma un luogo dove si fanno cose, dove tra mostre, eventi, attività didattiche, conferenze e visite guidate straordinarie nessun giorno è mai identico al precedente.

Quando al workshop di Archeosocial (di cui ho parlato qui) si doveva decidere quali canali 2.0 e social aprire per far comunicare il proprio museo o area archeologica, più di un gruppo ha scelto il blog come strumento utile. Redigendo un piano editoriale che prevedeva un giusto equilibrio tra l’informazione sulle attività e la divulgazione, intesa come illustrazione delle opere, delle collezioni, dei percorsi museali e didattici, ho visto nascere dei potenziali utilissimi blog. Peccato che all’atto pratico però, gli esempi siano veramente pochi: tenere un blog, organizzare un piano editoriale e trovare sempre argomenti nuovi e interessanti da proporre accanto alla promozione dei propri eventi non è impresa facile. Inoltre per costruire un buon post ci vuole tempo e attenzione, buona conoscenza dell’argomento e documentazione di base. Se è vero che un archeoblogger deve fare buona comunicazione, nel caso del museumblog l’autore ha una responsabilità ancora più elevata nel momento in cui trasmette un’informazione: attraverso di lui parla il museo, non so se mi spiego.

Una vecchia slide che riassume alcuni aspetti fondamentali dell'essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Una slide della presentazione che portai a Opening The Past che riassume alcuni aspetti fondamentali dell’essere museumblogger. Trovate il resto della presentazione su slideshare

Nel mondo dei grandi musei, anche in Italia il blog accanto al sito web istituzionale si sta imponendo come utile strumento di comunicazione col pubblico, potenziale ed effettivo. Esempi virtuosi ne sono nati ultimamente, senza allontanarmi da Firenze: a partire dal blog del Grande Museo del Duomo, che ha seguito dapprima le fasi del riallestimento in vista della grande apertura di ottobre e che ora procede nella sua opera di informazione e insieme divulgazione, in una visione ampia che guarda anche alla città, visto che il Duomo è il fulcro di Firenze; un altro blog di un’importante istituzione fiorentina è quello recentemente aperto da Palazzo Strozzi che, inaugurato da un post del direttore Arturo Galansino, conduce anch’esso un’opera di informazione e approfondimento a margine delle mostre che periodicamente allestisce.

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Il primo post del blog di Palazzo Strozzi firmato dal direttore Galansino

Quanto ai blog di musei archeologici nazionali, tolta la novità del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la situazione un po’ langue: faccio un mea culpa per il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia che viene aggiornato con poca frequenza, ma anche il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche è fermo da giugno 2015, mentre il blog del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari non viene più aggiornato dall’inizio di dicembre 2015. E insomma, la situazione non è incoraggiante. Bisogna stare attenti al rischio di un blog incostante, che fa perdere fiducia nei lettori, per i quali l’incostanza diventa sintomo di non professionalità. Non vogliamo che i nostri musei abbiano blog inconstanti. Dobbiamo rimboccarci le maniche, o tanto vale non avviare affatto un’impresa del genere.

Il segnale positivo visto ad Archeosocial però mi incoraggia. La nuova/vecchia avventura del blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze mi dà nuova energia per portare avanti, pur con tutte le difficoltà del caso, anche gli altri blog che seguo. Spero che stia entrando sempre di più nelle mentalità l’importanza di una comunicazione più ragionata, più mirata, più approfondita della pagina facebook, meno statica della pagina web istituzionale: il museo ha bisogno dei blog, di questo ne sono convinta da sempre.

A tal proposito, vi chiedo di segnalarmi, qui o su twitter, i blog di musei archeologici italiani che conoscete. Voglio poter fare un censimento dello stato dell’arte in materia. Vediamo com’è la situazione, vediamo se davvero quell’intenzione che si è vista ad archeosocial davvero si concretizza in esperienze e se queste esperienze possono definirsi positive.

Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? 😉

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

2tourisma

Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

#uffiziArcheologia: le radici degli Uffizi, ovvero la Firenze nascosta che nessuno conosce

Con l’archeoblogtour #UffiziArcheologia siamo stati anche accompagnati a visitare in esclusiva l’area archeologica al di sotto della Chiesa di San Pier Scheraggio; meglio, ex-chiesa, che oggi è inglobata nel complesso degli Uffizi. Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci abbiamo potuto leggere un capitolo della storia antica di Firenze altrimenti dimenticato e ignoto ai più.

L'abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

L’abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

La storia archeologica di Firenze è complicata e legata ai lavori pubblici che in più occasioni hanno interessato a città nella sua storia più recente, ovvero da fine ‘800 ai primi anni ’80, dai grandi scavi per la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, al grande cantiere di Piazza della Signoria (mai pubblicato del tutto), passando per gli scavi di Santa Reparata, sotto il Duomo, e davanti al Battistero, e ancora, in via del Proconsolo, lungo le mura, e da ultimo sotto Palazzo Vecchio, dove scavi recenti hanno portato in luce le strutture del teatro romano. E altri scavi nel corso dell’ultimo secolo e in anni recenti hanno dato tante informazioni sull’antica città romana di Florentia.

Firenze si è sviluppata su se stessa. Città a continuità di vita dall’età romana a noi, da un lato questa è stata la sua fortuna, perché si sono preservate, sotto la città che cresceva, si stratificava, diventava comune medievale, città signorile e capoluogo granducale, le vestigia della città romana del passato, almeno a livello di fondazione. In qualche caso il monumento ha condizionato lo sviluppo dell’urbanistica successiva, ed è il caso dell’area di via Torta, dove ancora oggi si intuisce la presenza dell’antico anfiteatro; altre volte sarebbe stato impossibile capire cosa vi fosse un tempo, ma per corsi e ricorsi storici un’area della città si è naturalmente riappropriata della sua naturale vocazione, ed è piazza della Repubblica, che un tempo era il foro di Florentia. In altri casi i ritrovamenti archeologici nascosti non stupiscono: è il caso di Santa Reparata, la prima cattedrale di Firenze, sotto il Duomo, o di un tratto di mura lungo via del Proconsolo, o ancora, della chiesa longobarda sotto San Pier Scheraggio.

Colonna affrescata all'interno di San Pier Scheraggio

Colonna affrescata all’interno di San Pier Scheraggio

Già bisognerebbe sapere cos’è San Pier Scheraggio. E sono sicura che molti fiorentini non la conoscono. San Pier Scheraggio è la chiesa in via della Ninna della quale voi individuate a mala pena qualche colonna sul lato esterno degli Uffizi. Da un lato della via si erge infatti Palazzo Vecchio, dall’altra si trova la Galleria degli Uffizi. Ebbene, gli Uffizi inglobano questa chiesa che oggi non è aperta, se non di rado, e che al suo interno ospita alcuni affreschi eccezionali, oltre all’Annunciazione del Botticelli. Il progetto di inglobare la chiesa risale fino al Vasari, progettista degli Uffizi.

Qui un tempo scorreva, a marcare la fine della città romana di Florentia, il torrente Scheraggio, che fu deviato nel XII secolo, ma del quale rimase il nome nella chiesa, San Pier Scheraggio, appunto. La chiesa era più ampia nel bassomedioevo, occupava anche una parte di via della Ninna, il cui nome si rifà alla ninnananna, ninnananna che una Madonna di scuola giottesca sembrava cantare al bambinGesù in grembo, e che era sita nella chiesa (oggi perduta). Ma la costruzione di Palazzo Vecchio, del palazzo comunale, sede del potere politico e civile, costrinse a una restrizione della chiesa nel XII secolo.

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell'abside della preesistente chiesa longobarda

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell’abside della preesistente chiesa longobarda

Ciò che non si sapeva, e che venne invece in luce negli anni ’20-’30 del Novecento è che San Pier Scheraggio non era un luogo di culto scelto a caso, ma sorgeva a sua volta su una chiesa di età longobarda, epoca di Liutprando, per la precisione (VI secolo d.C.) della quale non è rimasto molto, solo un’abside in muratura. Successivamente, in età romanica, quest’abside non fu distrutta, ma anzi fu raddoppiata, dando vita ad un ambiente sotterraneo circolare nel quale si aprivano nicchie per ospitare le sante reliquie. Era il Sancta Sanctorum della chiesa di San Piero. La chiesa poi si sviluppa nelle forme attuali, con colonne dipinte alle navate, fino ad essere inglobate negli Uffizi; in tempi recenti ha costituito dapprima l’accesso al museo, poi è divenuto deposito di lusso per alcune opere. Insomma, occupa oggi una parte marginale degli Uffizi.

Ma torniamo al sancta sanctorum della chiesa romanica, e ancora prima alla chiesa longobarda. Le sue strutture si appoggiavano sui resti di un’antica domus della quale si è conservato davvero ben poco, ma importante: porzioni di decorazioni parietali dipinte, cose che noi solitamente attribuiamo giusto a Pompei e a Roma, ma che dobbiamo invece immaginare come pratica consolidata nelle domus di tutto l’impero: gli affreschi ricordavano un giardino, un viridarium, come quello, molto più noto, della Villa di Livia a Prima Porta ricostruito al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

Al di fuori della chiesa longobarda in tempi molto recenti è stato rinvenuto un vero e proprio cimitero (che ha fatto notizia, tra l’altro): sepolture veloci, disordinate, segno della necessità di seppellire tanti corpi nel più breve tempo possibile, indice, questo, di una probabile epidemia. Siamo fuori della città romana: le mura corrono appena al di là della chiesa, sul lato di Palazzo Vecchio, e appena fuori della città nel VI secolo si sviluppa dunque una necropoli di cui, col tempo, si perderà memoria. Così come della chiesa longobarda al di sotto di San Pier Scheraggio. Sotto gli Uffizi, dunque, fino all’Arno, si stendeva un cimitero.

Solo con gli scavi degli anni ’30 del Novecento viene in luce questa pagina di storia della città. Ma per forza di cose viene ricoperta e nuovamente dimenticata. Solo in anni recenti con gli scavi del teatro romano sotto Palazzo Vecchio (visitabili) si è ripensata la possibilità di un’apertura integrata degli scavi, per far percepire al visitatore interessato la complessità della stratificazione archeologica fiorentina, ma anche per riuscire a dare in 3D la sensazione di poter camminare in una Firenze veramente di altri tempi. E’ un’operazione molto difficile (e infatti ancora irrealizzata), e di difficile comunicazione, perché i resti archeologici da soli parlano poco e male. Ma la speranza è che, invece che dire “impossibile, non si può fare”, si studino delle soluzioni sostenibili sia in termini di fruizione che di comunicazione di un’area tanto piccola quanto significativa della città antica.

Immaginate infatti, in un solo colpo, di poter visitare nella stessa occasione il teatro romano con le sue successive modificazioni e stratificazioni (prima di diventare Palazzo Vecchio l’area divenne un quartiere abitativo con tanto di strade), la chiesa di Santa Reparata, che a sua volta sorgeva su un sistema di domus nell’area residenziale della città, nei pressi settentrionali delle mura (e che ebbe lunga vita, finché non fu letteralmente tagliata in due dalla decisione di costruire al di sopra l’attuale duomo) e infine la chiesa longobarda e poi romanica di San Pier Scheraggio. Segno di una città che, una volta terminata l’età romana, comunque sopravviveva e cresceva forte nel segno della fede cristiana.

Ricostruzione della Firenze romana (fonte: Firenzeonline)

Ripeto, non è facile riuscire a costruire un sistema del genere. Ma bisogna farlo, per voi. E perché altrimenti non ha senso che un gruppo di archeobloggers l’abbia visto in esclusiva per poi raccontarvelo. Raccontare non è lo stesso che vedere con i propri occhi. Mi auguro perciò che quello che oggi è solo un sogno, un’idea, possa al più presto essere realizzato, nel migliore dei modi.

#uffiziarcheologia. La rivincita della Venere (Medici)

Voi che visitate gli Uffizi in lunghe code e, trascinati dalla corrente delle migliaia di visitatori, siete ora sbattuti davanti a Botticelli, ora a Leonardo, e che percorrete la grande Galleria velocemente, perché pare che i Botticelli e i Leonardo non possano aspettare un minuto di più senza di voi, e sfiorate, senza neppure vederla, una lunga schiera di volti e di personaggi che vi fissano immobili, ebbene sappiate che quella schiera di volti e di personaggi è la ragione stessa dell’esistenza degli Uffizi.

Pathos con vista - Uffizi, Galleria

Pathos con vista – Uffizi, Galleria

Passa la fiumana di gente. Passa vociando, chi a passo svelto, girando la testa di scatto da una parte e dall’altra per cercare di trovare per primo una sala, chi invece cammina più lento, lo sguardo in basso rivolto ad interrogare una guida sulla quale sono scritti numeri romani cui corrisponde qualcosa di imperdibile da vedere. Che ciurma indisciplinata di individui, tutti armati di macchina fotografica e telefonino, tante greggi di pecore che seguono il loro pastore con un’asta variopinta in mano, tutti vestiti alla stessa maniera: giacchetta antipioggia, cappellino antisole, scarpe comode da passeggio. Ogni tanto qualcuno ha l’ardire di guardare fuori dai finestroni: almeno costui vagamente capisce cosa sia la bellezza: e il panorama sul fiume, su Ponte Vecchio, su Oltrarno per qualche secondo strappano da questo fiume in piena di gente. Tutti i giorni così. La Galleria degli Uffizi è un corridoio di passaggio, illuminato con tante belle finestre e niente più.

Nessuno si accorge di noi.

Eppure noi sappiamo tutto di voi. Vi osserviamo attraverso i nostri sguardi immobili, scolpiti nel marmo; i nostri volti vi scrutano uno per uno, i nostri corpi inutilmente cercano di parlarvi. Niente, non ci vedete, non ci vedreste nemmeno se fossimo ancora a colori, figurarsi così, nel nostro immortale candore. Puri oggetti d’arredamento, anche meno, forse: ci considerate una schiera di teste tutte uguali, di dei ed eroi così lontani da voi da renderci tutt’altro che interessanti. Eh già, voi volete i colori. Voi volete la pittura rinascimentale. Per questo siete qui, agli Uffizi. Perché questo è il tempio della pittura rinascimentale.

Non sapete, invece, che gli Uffizi furono per prima cosa Galleria di antichità, proprio per ospitare noi, un esercito bianco e silente di imperatori, dee e principesse, di generali, di eroi e di sventurati, le cui gesta di offesa agli dei sono rimaste per sempre impresse nel marmo, a ricordo e insegnamento morale perenne: parlo di Marsia, che sfidò Apollo e fu scuoiato senza pietà, parlo dei Niobidi, figli di Niobe, che osò burlarsi della madre di Apollo e Diana, i quali senza pensarci su li uccisero a uno a uno, quei 14 figli. Sono riuniti in una sala, splendore dorato creato apposta per loro, per rendere eterna gloria e memoria agli dei, ma anche a quegli antichi che nel mito costruirono i fondamenti dell’antico vivere civile e che all’arte affidarono il compito di tramandarli nei secoli.

La sala dei Niobidi

La sala dei Niobidi

Non sapete che quello che voi chiamate Rinascimento avrebbe avuto un corso ben diverso se prima non vi fosse stata una certa “Rinascita dell’Antico”, un interesse antiquario verso tutte quelle antichità che la terra stava restituendo, a Roma e in Grecia, e che erano a detta di tutti capolavori di un’età dell’oro che non era più. Quel mondo antico, greco e romano, conosciuto fino allora solo attraverso i codici tramandati da secoli di trascrizioni degli autori antichi e attraverso le rovine di antichi monumenti che impressionavano per la loro resistenza al Tempo e che perciò incutevano una sorta di timore reverenziale, cominciò ad apparire non più solo fatto di voci e di pietre, ma anche di uomini, di personaggi, di artisti che sapevano infondere la vita ai blocchi di marmo che scolpivano.

Non sapete che senza la ri-scoperta della statuaria antica gli artisti rinascimentali non si sarebbero mai interrogati – o lo avrebbero fatto in altro modo – sull’uomo, sulla natura e sulle sue rappresentazioni; invece l’arte antica ha condizionato a tal punto la loro ispirazione da dare un nuovo corso all’arte del Quattrocento e del Cinquecento. Non sapete dunque che ciò che voi bramate di osservare, con i vostri occhi o attraverso lo schermo di una fotocamera, è il frutto di un’arte che guardava a noi, opere d’arte antica, come modelli di riferimento.

Arianna dormiente

Arianna dormiente

Siete rapiti dall’incanto e dall’aura di sacralità di certe madonne, e non vi rendete conto che furono gli scultori greci i primi a dare vita a volti perfetti nella loro bellezza, senza tempo, alle statue di dei e dee; siete attratti dall’estremo realismo nelle espressioni di certi condottieri, e non vi accorgete che ancora furono gli scultori greci i primi a concepire il ritratto in senso moderno nei volti di re, atleti, filosofi ed eroi nei quali infondevano non solo le caratteristiche fisiche, ma anche i sentimenti, il pensiero, il pathos. Restate ammaliati di fronte alla fisicità di certi corpi nudi, di certe muscolature tese fino allo spasmo, e ancora non vedete che gli scultori greci studiarono per primi l’anatomia umana e realizzarono corpi perfetti, muscolosi, atletici, trovando il canone nelle proporzioni del corpo e la posa più naturale per metterle in mostra.

L'atto finale del pancrazio. Corpi perfetti, muscoli tesi allo spasmo, pathos

L’atto finale del pancrazio. Corpi perfetti, muscoli tesi allo spasmo, pathos

Ma forse a voi non piace il bianco, vi annoia e non rende in fotografia. Forse voi cercate il colore. Il colore che solo i dipinti possono mostrare. Il colore che solo i pittori rinascimentali conoscevano talmente bene e dosavano in modulazioni di toni da mettere i brividi. Potreste perdere ore e ore ad osservare le singole pennellate su una tela (certo, se solo ne aveste il tempo), ad osservare la purezza dell’incarnato femminile, la palpabilità di certe vesti sontuose, la leggerezza dei veli delle madonne, la ruvidezza delle pelli di cui è vestito San Gerolamo, la vaghezza delle nuvole in cielo, la precisione dei fiori di un prato, le rapide pennellate che annunciano un paesaggio sullo sfondo… Non sapete, perché nessuno ve l’ha detto e perché è difficile che ve ne possiate accorgere, che un tempo eravamo dipinte anche noi, statue di marmo reso bianco dal tempo che scorre inesorabile sulla superficie, ma che non riesce ad intaccare la sostanza. Il mondo antico non è bianco come siete abituati a immaginarlo, ma al contrario vivace, colorato: i templi erano sgargianti, i ritratti avevano l’incarnato roseo, i capelli biondi o bruni, le labbra rosse, gli occhi azzurri, castani o neri, proprio come nei volti dei dipinti, proprio come nei volti degli esseri umani vivi. Anche i nostri abiti erano colorati, di indaco, di vermiglio, di ocra, di porpora, e non avevano nulla da invidiare alle tonalità che usano i pittori. Siete innamorati delle bionde chiome della Venere del Botticelli e non sapete che un’altra Venere agli Uffizi aveva capelli color dell’oro: la Venere Medici. Le tracce dorate le furono tolte, però, non più tardi di due secoli fa: non era credibile, all’epoca, che le statue antiche potessero essere colorate. L’antico è bianco, è marmo prezioso che esprime la lucentezza propria del suo candore. Il colore è per contro una corruzione: così dicevano eruditi e restauratori. E invece quale errore! Quanto della nostra forza espressiva questo candore ci toglie, fissandoci per sempre in qualcosa che nell’antichità non era, e che invece oggi è l’idea stessa di antico!

Venere Medici (credits: Antonia Falcone)

Venere Medici (credits: Antonia Falcone)

Venite qui per rendere omaggio alla Venere del Botticelli, per ammirarne le forme sinuose e perfette, la chioma dorata che si fa accarezzare dal vento, e non sapete, non sapete!, che ben altra Venere era un tempo l’oggetto del desiderio di chi veniva in visita qui, agli Uffizi: la Venere Medici, di nuovo lei torna sulla mia bocca, perché fu a lungo considerata, dalla sua scoperta a Roma nel Quattrocento, capolavoro indiscusso della scultura antica; era considerata perfetta, e quando i Medici la acquistarono e poi la posero negli Uffizi, non si limitarono a sistemarla in Galleria come noi altri comuni ritratti di marmo, no: fu posta nella Tribuna degli Uffizi, la sala più bella e inaccessibile, lo scrigno del palazzo. E all’interno dello scrigno non poteva che esserci la perla più preziosa, sotto una volta stellata di gusci d’ostrica che riflettono di madreperla. Era lei la Venere cui tutti tributavano il più alto omaggio e il più alto elogio; solo in un secondo tempo, molto vicino a voi, peraltro, quell’altra Venere, quella dipinta da Botticelli, è diventata il vostro idolo. Ma fino a due secoli fa la Venere Medici era considerata l’incarnazione della bellezza stessa, l’ideale femminile, sensuale e carnale, e al tempo stesso algido e inafferrabile, proprio quale è l’essenza di una dea, capace di fare impazzire gli uomini e di prendersi beffe dei sentimenti.

Voi che passate davanti all’Arianna dormiente mentre aspetta invano il suo Teseo e puntate diritto verso il Tondo Doni: è chiaro che ancora una volta il colore vi attrae; altrimenti almeno uno sguardo lo dedichereste a questa fanciulla che dorme: e invece siete voi che dormite, che non notate la sublime bellezza, l’abbandono di questa fanciulla che sembra così reale, così vero! Nulla, passate oltre anche se è in mezzo alla stanza, e non vi interessa neanche sapere chi sia, questa eroina del mito. Già, i miti: gli Uffizi sono zeppi di narrazioni mitologiche; e non mi riferisco solo al mito di Arianna, o a Eracle che uccide Nesso, o ad Apollo e Marsia, o ai Niobidi, o al Laocoonte divorato da un mostro marino o al bagno di Venere rappresentati nelle sculture antiche. Perché di miti greci è impregnata la pittura rinascimentale: e torna ancora una volta la nascita di Venere, nella quale la dea che esce dalla spuma del mare non è altro che la trasposizione pittorica rinascimentale di un mito greco. Cosa sarebbe la cultura occidentale senza i miti greci? Senza Zeus, Eracle, la Guerra di Troia, Ulisse e la sua Odissea? Sarebbe cosa ben diversa, e ben più povera. È dunque importante guardare ai miti antichi con attenzione, con partecipazione, con curiosità: andando oltre la favoletta per bambini scoprirete tante basi del vostro comune pensiero quotidiano. Il vostro comune sentire, che vi piaccia o no, affonda le sue radici nella cultura greca e romana, di cui noi, statue rese pallide dal tempo, ma non per questo inespressive, siamo testimoni perenni. Interrogateci: sono tante le storie che possiamo raccontarvi.

Arianna dormiente

Arianna dormiente

Oggi vi ho raccontato tutto questo perché vi fermiate a guardarci, la prossima volta che attraversate la Galleria. Non camminate ad occhi bassi o con lo sguardo già proiettato sul prossimo dipinto. Fermatevi a guardare anche noi, a scoprire le nostre storie, i nostri perché, ad andare oltre la fredda perfezione del marmo. Ne ricaverete un tesoro, un tesoro che oggi vi è stato svelato.

Quest’invenzione nasce in seguito all’archeoblogtour #uffiziarcheologia al quale ho preso parte insieme ad altri blogger archeologi alla scoperta delle collezioni di antichità degli Uffizi, che sono l’essenza stessa del Museo, ma cui nessuno presta mai veramente attenzione. #Uffiziarcheologia è stata anche l’occasione per presentare il progetto Gold Unveiled, un progetto di ricerca che studia le tracce di colore sulle statue antiche, a partire proprio dai marmi degli Uffizi e dalla Venere Medici, che a suo tempo fu la vera icona del museo (qui trovate proprio i risultati delle ricerche sul colore della Venere). Oggi è un’altra Venere l’icona degli Uffizi, ma questo non vuol dire che dobbiamo dimenticare o mettere da parte l’altra: al contrario è riscoprendo la vera ragione dell’esistenza degli Uffizi, che possiamo apprezzarli nella loro interezza.

Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci per la splendida opportunità data a noi archeoblogger. Buon lavoro a Gold Unveiled!

26° Rassegna del Cinema Archeologico. Il giudizio degli archeoblogger

Si è svolta n egli scorsi giorni la 26° Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, appuntamento annuale ormai imperdibile per gli amanti del docufilm di argomento archeologico.

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Non è semplice girare un video, figurarsi un documentario o un film. Quando poi si tratta di dover produrre qualcosa di divulgativo è ancora più difficile. Perché puoi avere un ottimo argomento, ma una regia povera, puoi avere un’ottima fotografia, ma un testo troppo scientifico; oppure puoi avere una semplice buca di palo e realizzarvi sopra un film da oscar. Tutto sta a saper combinare l’idea, il concept, con una buona regia, che si avvalga di una buona fotografia, di contenuti validi e soprattutto comprensibili al grande pubblico, che sappia dosare i tempi giusti, che sappia magari utilizzare sfondi musicali adatti, che riesca nell’intento di coinvolgere lo spettatore, che abbia quel guizzo in grado di farti dire “caspita che bel film!”. Non serve a niente mandare in onda 50 minuti di immagini accompagnate da un testo piatto e oscuro ai più: non è che perché siccome si tratta di un video allora è di per se stesso comunicativo. Ci vuole ben altro.

Non è facile girare docufilm archeologici e non è facile, mi sono resa conto in questi giorni, giudicarli. Ma è questa la sfida che è stata proposta agli archeoblogger per quest’edizione della Rassegna. Sfida che abbiamo accolto con entusiasmo, nonostante l’impegno che ha richiesto (vedere film in lingua originale, ad esempio) e che ci ha costretto sul serio, per una volta, a porci dal punto di vista del pubblico. Non a caso abbiamo avuto la responsabilità di aggiudicare la “menzione speciale archeoblogger” al film che a nostro parere meglio riesce a raggiungere il pubblico con un messaggio di valorizzazione e conservazione. E, torno a dirvi, non è stata impresa facile.

giuriaarcheoblogger2Ma noi archeoblogger, che amiamo le sfide, non ci facciamo certo impressionare. Ci siamo messi di buzzo buono per tirare fuori il documentario più comunicativo, quello che fa un miglior uso dello storytelling, per capirci, quello che semplicemente non mostra, ma racconta.

Ecco chi siamo:

Michele Stefanile di Archeologia Subacquea Blog

Marta Coccoluto, blogger per Il Fatto Quotidiano

Domenica Pate, Paola Romi e Antonia Falcone di Professione Archeologo

Astrid D’Eredità di Archeopop

Mattia Mancini di Djed Medu Blog di Egittologia

Alessandro Tagliapietra di Archeologia Subacquea

Siamo stati una squadra attiva e orgogliosa. Abbiamo giudicato i film tenendo conto di particolari criteri, insistendo però su tre punti fondamentali: la chiarezza di linguaggio, la presentazione accattivante dell’argomento e il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Insomma, ci siamo dati da fare. E alla fine abbiamo decretato, in maniera piuttosto unanime, un vincitore: Cose di donne, uno splendido docufilm sulle donne di Sicilia, donne di oggi e di ieri. Antonia Falcone, moderatrice della nostra giuria, è andata a Rovereto a consegnare la Menzione speciale, ed ha letto la motivazione, che vi riporto qui:

Dal passato prossimo al passato remoto. Un viaggio al contrario che guarda a tutto tondo al mondo femminile. Per noi questo è Cose di Donne. Ci è piaciuto il suo sguardo innovativo sul passato, che percepisce la storia come patrimonio condiviso. I ricordi personali delle protagoniste rischiarano di una luce contemporanea, forte e capace di suscitare grande empatia, le testimonianze dei resti archeologici che si scrollano di dosso la loro polvere secolare e divengono vivi e attuali, comprensibili, segni tangibili di vite reali. Il documentario diventa così una storia corale, di ricerca e sacrificio, una continua domanda di senso, una riflessione aperta sulla donna di ieri e di oggi. Lo abbiamo molto amato: come archeologi e comunicatori crediamo che Cose di Donne rappresenti bene il senso di fare ricerca archeologica oggi ed incarni perfettamente le ragioni per cui la conservazione e la tutela del nostro patrimonio culturale sono di fondamentale importanza per la definizione stessa della nostra identità di cittadini e di società.

La continuità tra passato e presente è l’arma vincente di questo film: data come un dato di fatto, come un processo naturale, è la ragione dell’essere donna, in questo caso nella Sicilia di oggi. Le donne che si raccontano davanti alla telecamera sono solo alcune e danno voce con la loro testimonianza a tutte le donne, di ieri, di oggi e anche di domani. Così i reperti archeologici, che noi possediamo numerosi, ma non nella loro totalità, sono la testimonianza attraverso la quale possiamo conoscere la storia di tutte le donne, che attraverso gli oggetti della loro vita quotidiana di un tempo ancora oggi possono raccontare la loro storia a chi sia in grado di dare loro voce e la sappia trasmettere a noi tutti.

Vi consiglio vivamente di vedere il film non appena ne avrete l’opportunità (qui intanto trovate il trailer). Fare buona comunicazione, trasmettendo un messaggio sociale oltre che archeologico in senso stretto, è possibile. Cercare nuove vie per veicolare un messaggio, un messaggio che è antico e però quantomai attuale. Perseguiamo in questa direzione, è quella giusta.

Musei in vetrina? No grazie! Gli Archeoblogger all’arrembaggio degli Uffizi

Agli Uffizi??? E perché? Che ci azzeccano gli Uffizi con l’archeologia? Non sono forse il Museo del Rinascimento? Non sono forse il museo dei Botticelli, dei Leonardo, dei Michelangelo e via di seguito?

#uffiziarcheologia

Eheh, cari miei, gli Uffizi sono molto di più. Non sono semplicemente (e si fa per dire) una pinacoteca, anzi LA pinacoteca, ma sono una raccolta vastissima di arte in tutto il suo significato più ampio, ivi compresa l’arte antica. I Medici, coloro grazie ai quali abbiamo oggi gli Uffizi e la temperie culturale da cui si generò il Rinascimento, raccolsero infatti, nel loro fervore collezionistico, un’ingente collezione archeologica, consistente in sculture di età romana, copie di famosi originali greci, e poi di bronzetti, monete e cammei, e di quant’altro potesse soddisfare il loro spirito collezionistico e la passione per l’Antico, che nel Cinquecento fu oggetto di una vera e propria riscoperta, supportata soprattutto dalle tante scoperte archeologiche che pian piano avvenivano, e dal commercio che dei manufatti antichi si era sviluppato. L’archeologia dell’epoca era diversa da quella di oggi. Non era ancora Archeologia, innanzitutto, ma piuttosto Antiquaria, e l’interesse per l’antico si limitava al bell’oggetto, possibilmente in materiale prezioso, marmo, bronzo oppure oro. La collezione medicea è amplissima e si arricchì in continuazione di nuove acquisizioni, sia acquistate sul mercato antiquario che provenienti da scoperte fortuite (come la Chimera e la Minerva di Arezzo, scoperte a metà del Cinquecento e subito volute da Cosimo I a Firenze). La collezione di antichità per un certo tempo ebbe tutta sede agli Uffizi, e solo con la creazione del Museo Archeologico Nazionale di Firenze si decise di staccarne una parte (Chimera e Minerva in primis). Ma la maggior parte della statuaria antica in marmo è rimasta nel museo più famoso d’Italia, e occupa la Galleria, rimanendo spesso invisibile alle orde di visitatori a caccia di Michelangelo e dei Caravaggeschi.

Questa lunga premessa era doverosa per spiegare perché lunedì 21 settembre un gruppo di agguerrite archeoblogger avrà l’opportunità di visitare (a museo chiuso, privilegi che voi umani non potete immaginare) gli Uffizi secondo una prospettiva diversa dal consueto percorso turistico. Ma a cosa è dovuta questa fortuna?

La Galleria degli Uffizi. Credits: Cristiana Barandoni per @archeoapuov e @goldunveiled

Partiamo dal titolo: “MUSEI IN VETRINA? NO GRAZIE!”: con questo slogan gli Uffizi sono sempre più social! Lunedì 21 settembre, infatti, avverrà il lancio del nuovo progetto di valorizzazione della Sezione Archeologica: #UFFIZIARCHEOLOGIA a cura di Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci. Il Dipartimento di Antichità Classiche degli Uffizi promuove e facilita la conservazione, lo studio e la valorizzazione della propria collezione archeologica. Le attività comprendono lo sviluppo di nuovi strumenti di conoscenza, la disseminazione di informazioni complesse ai vari pubblici, la promozione del proprio patrimonio attraverso eventi e giornate speciali (una per tutte quella tenutasi il 16 Ottobre 2014 in occasione dell’International Archaeology Day). Da aprile 2014 il Dipartimento ha attivato una sezione interamente dedicata allo sviluppo e alla progettazione di percorsi e strumenti di comunicazione, anche attraverso l’attivazione di profili/account sui maggiori social media mondiali, che si rivolgono al grande pubblico dei fruitori digitali, senza mai perdere di vista la sostanza scientifica delle nozioni messe in rete. Dopo il rilevante successo di GoldUnveiled© (www.goldunveiled.it), primo progetto del Dipartimento in questo ambito, lunedì 21 settembre sarà lanciato un nuovo sistema di comunicazione web, l’hashtag #uffiziarcheologia con lo scopo di focalizzare l’attenzione dei visitatori, reali e virtuali, sull’ingente patrimonio archeologico, sia statuario che architettonico disseminato nella Galleria, patrimonio spesso inosservato o messo in ombra dalle più note e prestigiose opere d’arte, conosciute in tutto il mondo, motivo principale della visita al museo. Per il lancio di questo progetto il Dipartimento ha deciso di invitare un team di Archeobloggers ai quali affidare il compito di promuovere il progetto attraverso i nuovi media e i social network più importanti del mondo. Due turni di visita speciale a porte chiuse, uno la mattina (statuaria) e uno il pomeriggio (architettura) per svelare l’enorme patrimonio archeologico della Galleria alla comunità virtuale. Chi sono gli Archeobloggers? Archeologi che hanno capito l’importanza fondamentale dei media quale veicolo di disseminazione della cultura anche e soprattutto ai pubblici dei non addetti ai lavori; hanno risposto all’invito:

Antonia Falcone, Professione Archeologo (www.professionearcheologo.it)

Astrid D’Eredità, ArcheoPop (www.archeopop.it)

Francesco Ripanti, ArcheoKids (archeokids.tumblr.com/)

Marina Lo Blundo, Generazione di archeologi (http://generazionediarcheologi.myblog.it/)

Silvia Bolognesi, ArcheoToscana (https://archeotoscana.wordpress.com/)

Stefania Berutti, Memorie dal Mediterraneo (www.memoriedalmediterraneo.com/)

L’intera giornata potrà essere seguita, oltre che sui blog, anche sui profili social del Dipartimento: FACEBOOK: Pagina Gold Unveiled TWITTER: @GoldUnveiled INSTAGRAM: GoldUnveiled

E allora l’appuntamento è per lunedì mattina. Scarpe comode, smartphone carico e quadernino per gli appunti (che fa molto vintage) pronto. E pronti anche voi, a seguirci in questa esplorazione a museo chiuso. So già che si rivelerà densa di sorprese… 😉

Blogger per un giorno – 6) I menhir dei Vestini Cismontani

Questo post mi sembra particolarmente ben riuscito: si apre con una domanda che trascina subito il lettore all’interno del testo, contiene l’elemento personale e al tempo stesso fornisce un’informazione archeologica chiara e completa. 

Chi di voi ha avuto la preziosa occasione di poter visitare Il Parco Archeologico della Necropoli di Fossa vicino L’ Aquila?

É un privilegio per pochi, lo ammetto, se si considera il lungo e complesso iter burocratico che bisogna seguire per poter ricevere il nulla osta. Perseveranza e caparbietà, però, a volte premiano e così, dopo un lungo periodo di attesa, finalmente la Soprintendenza Archeologica dell’ Abruzzo ha aperto le porte per gli addetti ai lavori. Sotto il caldo sole di giugno, io ed i miei colleghi archeologici, storici dell’ arte ed architetti, abbiamo potuto visitare la “Città dei morti più monumentale d’ Abruzzo”, come recita il cartellone di benvenuto.

Vista Panoramica della Necropoli di Fossa (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Vista Panoramica della Necropoli di Fossa (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Siamo alle pendici dei rilievi del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, sulla riva settentrionale del fiume Aterno e in pieno territorio aquilano. La Necropoli è stata rinvenuta, in maniera casuale, durante l’ estate del 1992, in seguito alla rimozione del terreno per la realizzazione di impianti industriali. Per verificare la reale entità della scoperta, la Soprintendenza abruzzese fece seguire ad una prima fase di indagine, importanti campagne di scavo durate tutti gli anni Novanta (dal 1995 al 1999). Sino ad oggi sono state portate alla luce circa 500 sepolture, in un’ area esplorata di oltre 2000 mq, cronologicamente distribuite fra il IX sec. a.C. e il I sec. a.C. Grazie alla sua lunga storia, gli archeologi sono stati in grado di ricostruire le varie fasi di esistenza della comunità che la utilizzò per tutto questo tempo, comunità che si identifica con l’etnia che le fonti storiche in generale ci dicono abitante di questi territori: i  Vestini Cismontani, ovvero “al di qua del monte”, intendendo il Gran Sasso. I loro insediamenti erano collocati sulla cime dei monti e adeguatamente fortificati con mura, porte e fossati. Alle pendici di questi sorgevano le necropoli.

Tomba a Tumulo (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Tomba a Tumulo (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Attraversando il Parco, resto affascinata dalla vastità e dalla preziosità del sito: il terreno è costellato da numerose tipologie funerarie appartenenti a differenti tipologie e periodi storici. Tumuli e fosse “terragne” dell’ età del ferro,  fosse semplici dell’ età orientalizzante ed arcaica, tombe a camera dell’ età ellenistica.

Sicuramente tra queste, la struttura funeraria che più stimola la curiosità dei visitatori, è rappresentata dal “tumulo d’ abruzzo”: una struttura circolare il cui diametro medio è compreso tra otto e quindici metri. Realizzati con cospicui ammassi di terra e sassi, a volte ricoperti da uno strato di pietrame, sono racchiusi da una “corona” di lastre infisse orizzontalmente nel terreno (definita tecnicamente “crepidine”).

Nel caso di tombe di maschi, alla crepidine che circondava i tumuli si associava un allineamento di pietre lunghe e strette, veri e propri menhir, infisse anch’esse nel terreno, in numero variabile e di dimensioni differenti, disposte in maniera decrescente dall’interno verso l’esterno. La stele più vicina al tumulo era inclinata verso di esso, appoggiata alle pietre di marginatura.

Cosa possono rappresentare questi menhir?

Una funzione astronomica-calendariale?

Una sintesi allegorica della vita umana?

Le ipotesi e le interpretazioni su questo segno sono numerose e ancora aperte.

E mentre la curiosità e il sapere scientifico degli studiosi continua ad elaborare teorie e a fornire letture storiche, i turisti e gli studenti continuano a conservare l’ immagine e il mistero di questa nuova “stonehenge”.

Raffaella Claudia Mele

Blogger per un giorno – 5) Crecchio, punto di partenza di una nuova visione museale

Questo post guarda al museo di Crecchio con un po’ di rimpianto. Dipinge la situazione senza essere una critica feroce; in più chiude con un augurio, che forse poteva trasformarsi in qualche proposta concreta. E non è detto che prima o poi ciò non arrivi…

Dalla visita al paese di Crecchio ho potuto notare come sul piano dei beni culturali l’Abruzzo sembri mancare di comunicazione e di capacità di fare rete con altri enti sul territorio.

All’arrivo sono rimasto molto colpito dal paese molto carino, davvero un gioiello con il suo castello sullo sfondo.

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All’interno del castello è ospitato un museo dell’Abruzzo bizantino e Medievale molto interessante ma purtroppo anche molto settoriale dato che vi sono poche didascalie e molti pannelli che forniscono informazioni al visitatore solo se egli ha già un’infarinatura del argomento: un esempio è l’immagine sottostante, dove vediamo esemplificata (si fa per dire) la ceramica microasiatica:

Il museo ha tutte le caratteristiche per far bene è molto interessante e con pezzi molto affascinanti, ma purtroppo l’allestimento e la sistemazione del museo lasciano molto a desiderare data l’assenza di un criterio metodologico nella visita (si passa dal Medioevo agli italici agli etruschi) e la presentazione poco accattivante.

Si potrebbe partire da questo gioiello immerso nella campagna abruzzese per una nuova campagna di sensibilizzazione verso il pubblico ed un nuova visione del museo, non più un mero contenitore destinato solo a chi conosce o un magazzino, ma un luogo di conoscenza dove imparare e dove scoprire cose sempre nuove, una realtà fluida sempre in grado di evolversi e di andare pari passo con i tempi moderni; un luogo di sinergie anche con altre realtà del luogo o anche fuori dall’Abruzzo, mentre invece ora gli altri enti sono visti come nemici e come minacce per il proprio lavoro. Ma per fare questo occorre mente pronta e libera ed è su questo punto che bisogna intervenire come prima cosa.

Luca Del Piano

Blogger per un giorno – 4) #veryCrecchio

Fin dal titolo questo post farà sorridere per il riferimento neanche troppo velato a #verybello, il portale degli eventi culturali d’Italia che fin dal lancio della sua versione beta ha suscitato critiche, polemiche e non poca ironia. E fin dal titolo si capisce quale tono assumerà questo post… 

Crecchio è un comune italiano di 2.926 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. O almeno così recita la sua pagina su Wikipedia. La segnaletica stradale per raggiungere questo ameno borgo è così dettagliata che anche un turista giapponese dotato dell’immancabile cartina farebbe fatica a perdersi.

Vedduta del borgo dal castello

Vedduta del borgo dal castello

Il centro vitale del paese è il “Caffè del Corso”, perennemente popolato di gioventù festante. Il bar ha la singolare caratteristica di “sostituire” i caffè che non vengono consumati nel giro di mezz’ora dalla loro preparazione. Un po’ come da McDonald’s, dove i panini vengono sostituiti se non vengono venduti entro dieci minuti dalla preparazione. Segno che la globalizzazione è arrivata anche nel cuore dell’Abruzzo contadino. O che la cordialità è insita nel cuore degli abitanti di questo piccolo paese abruzzese.

l'ingresso al castello

l’ingresso al castello

Il bar possiede un’altra singolare peculiarità: chiude dalle ore 13:00 alle ore 13:30. Se in questa mezz’ora proprio non sapete come passare il tempo, potete sempre fare un salto al vicino Castello Ducale, sede del Museo Archeologico dell’Abruzzo Bizantino e Altomedievale. Il personale vi accoglierà con altrettanto calore e cordialità, guidandovi con entusiasmo attraverso le luminose sale del Museo. L’edificio è frutto di un restauro architettonico eseguito con grande perizia e rigore filologico, che ben restituisce l’essenza originaria degli antichi spazi. Anche le vetrine e, più in generale, l’allestimento del piano superiore vi daranno davvero l’impressione di essere tornati nel Medioevo… della museografia! Un consiglio per i tipi molto curiosi: tenete a bada la vostra curiosità ed evitate di fare domande sull’edificio: vi confonderebbe le idee e non sareste più in grado di comprendere le collezioni del museo.

Per scongiurare brutte sorprese, prima di avventurarvi verso il Castello è preferibile consultare gli orari di apertura sul sito web. Ah, dimenticavo: non c’è un sito web…

Comunque, se trovate chiuso, non disperate: c’è sempre il bar!!!

Antonio Cigno