Che la forza sia con te: Star Wars, l’arte e le contaminazioni

Oggi 16 dicembre è il giorno giusto. Non avrei potuto parlarne prima, e parlarne domani sarebbe troppo tardi. Ma oggi, giorno in cui al cinema esce Star Wars VII – La rinascita della Forza, non potevo restare insensibile alle suggestioni che da più parti mi piovono addosso. Sembra che ovunque mi giri, mi imbatta in Star Wars. E non parlo di merchandising, di tv, di giornali; parlo di arte, arte contemporanea che reinterpreta l’antica in una chiave… beh… giudicate voi. A me, vedendo quanto segue, viene da dire “L’arte antica colpisce ancora”. Ma magari sono io che esagero…

Tutto è iniziato quando ho saputo dell’esistenza della superba mostra del Louvre, attualmente in corso, “Mythes fondateurs. D’Hercule a Dark Vador”: ovvero come spiegare la nascita e l’essenza del mito attraverso un percorso che dai miti dell’antichità arriva fino ai miti di oggi. Star Wars come esemplificazione del mito moderno, Darth Vader affiancato ad Eracle per spiegare come i miti sono presenti in tutte le civiltà, dalle antiche a quella contemporanea, passando per il medioevo, quando i Cavalieri della Tavola Rotonda erano gli eroi dell’immaginario collettivo.

La (superba) locandina della mostra “Mythes fondateurs” al Louvre

L’idea di questa mostra (che ha inaugurato a ottobre e proseguirà fino a luglio 2016) mi ha fulminato: roba da desiderare di andare a Parigi solo per visitarla (e anche per andare a prendere un té da Mariage Frères, ma questa è un’altra storia..). Anche perché nel frattempo si appressava la data del grande ritorno, quello di Star Wars, quello della Rinascita della Forza.

A riprova della Forza (scusate il gioco di parole) di questo mito contemporaneo nel nostro immaginario collettivo, ultimamente sono apparse in rete alcune manifestazioni artistiche che facendo ricorso a Obi Wan Kenobi e compagni, hanno dato vita a vere reinterpretazioni artistiche. Le fonti sono state principalmente tratte dall’arte antica. Ve ne propongo un paio. E vi dico subito che la prima impressione al vederle è stata innanzitutto di puro divertimento, e poi di riflessione. Ma vediamo intanto le opere:

Icons of Science Fiction di Alex Ramos non sono altro che icone bizantine reinterpretate: al posto di ieratiche figure di santi bizantini e di Madonne con bambino qui abbiamo Yoda, Chewbacca, Obi Wan Kenobi e la principessa Leila, con tanto di didascalie in cirillico. La più bella di tutte secondo me è la Madonna con bambino costituita dai due robot C-3Po e R2D2.

C-3PO in versione Madonna con bambino sull'icona simil-bizantina di Alex Ramos

C-3PO in versione Madonna con bambino sull’icona simil-bizantina di Alex Ramos

Valutate voi e ditemi la vostra preferita. Le trovate a questo link:

http://www.alexramosstudio.com/#!icons/lptc3

Pensavate di aver visto tutto? E invece.

Lo scultore Travis Durden (pseudonimo per un artista che vuole restare sconosciuto, sulla sia di Banksy, per capirci) unisce insieme nelle sue opere l’arte antica e la cultura pop contemporanea: nei personaggi di Star Wars egli individua delle figure mitologiche a tutti gli effetti in quegli esseri mezzi umani, mezzi animali e mezzi macchine, e degli eroi: et voila, ritornando al concetto espresso dalla mostra del Louvre, gli eroi dei nuovi miti sono serviti, rappresentati però come gli dei e gli eroi del mondo classico. Così yoda è raffigurato nelle sembianze di Cupido, Obi Wan Kenobi è rappresentato in nudità eroica, il droide C-3PO nell’atteggiamento di Amore e Psiche del Canova. Vi segnalo il post che ha scritto al riguardo Astrid su Archeopop.

http://travisdurden.com/index.php/oeuvres

Cosa sono queste? Espressioni in chiave antica di un mito contemporaneo? Semplici esercizi di stile? Sicuramente sono opere che sono immediatamente riconoscibili al grande pubblico (eccetto quei tre o quattro poveretti dispersi su tutto l’orbe terrarum che ignorano cosa sia Star Wars!) e che diventano attraverso di esse veicolo anche di riconoscimento (e perché no, apprezzamento) di valori artistici altrimenti lontani. La citazione dell’opera d’arte antica suscita incredulità, da un lato, ma stimola il riconoscimento e il ricordo di categorie artistiche che molti magari conoscono poco o in parte. Mi riferisco ad esempio anche alla serie di Star Wars nello stile dei vasi greci a figure rosse di Aaron McConnell, che ci regala diverse chicche, tra cui un droide R2D2 reinterpretato come Civetta, o Chewbacca rappresentato come il Minotauro…

Il droide R2D2 rappresentato come una civetta nei disegni in stile arte greca di Aaron McConnell

Del resto, se cercate in rete, potete imbattervi in finti vasi greci dipinti con supereroi quali Spiderman e Batman. L’idea dunque di applicare a categorie dell’arte antica eroi moderni già esiste da un pezzo e con altri soggetti. A questo link, comunque, trovate le altre opere in stile grecizzante: http://aamcconnell.com/2015/05/05/greek-star-wars/

Per chiudere questa carrellata, due suggestioni: una scena da Star Wars in stile egittizzante, nella quale si assimila Darth Vader ad un faraone, e che a sua volta è parte di un papiro, pardon, di un disegno più grande che riguarda molti supereroi del cinema contemporaneo, e la scena madre della saga, “Luke, io sono tuo padre” sull’Arazzo di Bayeux.

STAR WARS

E con queste, buona visione! E che la Forza, sia con voi!

Scusate, l’update è necessario. Avevo deciso che basta, non avrei più pubblicato nulla. Però questa è necessaria. Il Laocoonte è fenomenale. Grazie alle #archeognock che lo hanno segnalato 🙂

Ecco a voi il Laocoonte...

Ecco a voi il Laocoonte…

26° Rassegna del Cinema Archeologico. Il giudizio degli archeoblogger

Si è svolta n egli scorsi giorni la 26° Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, appuntamento annuale ormai imperdibile per gli amanti del docufilm di argomento archeologico.

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Non è semplice girare un video, figurarsi un documentario o un film. Quando poi si tratta di dover produrre qualcosa di divulgativo è ancora più difficile. Perché puoi avere un ottimo argomento, ma una regia povera, puoi avere un’ottima fotografia, ma un testo troppo scientifico; oppure puoi avere una semplice buca di palo e realizzarvi sopra un film da oscar. Tutto sta a saper combinare l’idea, il concept, con una buona regia, che si avvalga di una buona fotografia, di contenuti validi e soprattutto comprensibili al grande pubblico, che sappia dosare i tempi giusti, che sappia magari utilizzare sfondi musicali adatti, che riesca nell’intento di coinvolgere lo spettatore, che abbia quel guizzo in grado di farti dire “caspita che bel film!”. Non serve a niente mandare in onda 50 minuti di immagini accompagnate da un testo piatto e oscuro ai più: non è che perché siccome si tratta di un video allora è di per se stesso comunicativo. Ci vuole ben altro.

Non è facile girare docufilm archeologici e non è facile, mi sono resa conto in questi giorni, giudicarli. Ma è questa la sfida che è stata proposta agli archeoblogger per quest’edizione della Rassegna. Sfida che abbiamo accolto con entusiasmo, nonostante l’impegno che ha richiesto (vedere film in lingua originale, ad esempio) e che ci ha costretto sul serio, per una volta, a porci dal punto di vista del pubblico. Non a caso abbiamo avuto la responsabilità di aggiudicare la “menzione speciale archeoblogger” al film che a nostro parere meglio riesce a raggiungere il pubblico con un messaggio di valorizzazione e conservazione. E, torno a dirvi, non è stata impresa facile.

giuriaarcheoblogger2Ma noi archeoblogger, che amiamo le sfide, non ci facciamo certo impressionare. Ci siamo messi di buzzo buono per tirare fuori il documentario più comunicativo, quello che fa un miglior uso dello storytelling, per capirci, quello che semplicemente non mostra, ma racconta.

Ecco chi siamo:

Michele Stefanile di Archeologia Subacquea Blog

Marta Coccoluto, blogger per Il Fatto Quotidiano

Domenica Pate, Paola Romi e Antonia Falcone di Professione Archeologo

Astrid D’Eredità di Archeopop

Mattia Mancini di Djed Medu Blog di Egittologia

Alessandro Tagliapietra di Archeologia Subacquea

Siamo stati una squadra attiva e orgogliosa. Abbiamo giudicato i film tenendo conto di particolari criteri, insistendo però su tre punti fondamentali: la chiarezza di linguaggio, la presentazione accattivante dell’argomento e il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Insomma, ci siamo dati da fare. E alla fine abbiamo decretato, in maniera piuttosto unanime, un vincitore: Cose di donne, uno splendido docufilm sulle donne di Sicilia, donne di oggi e di ieri. Antonia Falcone, moderatrice della nostra giuria, è andata a Rovereto a consegnare la Menzione speciale, ed ha letto la motivazione, che vi riporto qui:

Dal passato prossimo al passato remoto. Un viaggio al contrario che guarda a tutto tondo al mondo femminile. Per noi questo è Cose di Donne. Ci è piaciuto il suo sguardo innovativo sul passato, che percepisce la storia come patrimonio condiviso. I ricordi personali delle protagoniste rischiarano di una luce contemporanea, forte e capace di suscitare grande empatia, le testimonianze dei resti archeologici che si scrollano di dosso la loro polvere secolare e divengono vivi e attuali, comprensibili, segni tangibili di vite reali. Il documentario diventa così una storia corale, di ricerca e sacrificio, una continua domanda di senso, una riflessione aperta sulla donna di ieri e di oggi. Lo abbiamo molto amato: come archeologi e comunicatori crediamo che Cose di Donne rappresenti bene il senso di fare ricerca archeologica oggi ed incarni perfettamente le ragioni per cui la conservazione e la tutela del nostro patrimonio culturale sono di fondamentale importanza per la definizione stessa della nostra identità di cittadini e di società.

La continuità tra passato e presente è l’arma vincente di questo film: data come un dato di fatto, come un processo naturale, è la ragione dell’essere donna, in questo caso nella Sicilia di oggi. Le donne che si raccontano davanti alla telecamera sono solo alcune e danno voce con la loro testimonianza a tutte le donne, di ieri, di oggi e anche di domani. Così i reperti archeologici, che noi possediamo numerosi, ma non nella loro totalità, sono la testimonianza attraverso la quale possiamo conoscere la storia di tutte le donne, che attraverso gli oggetti della loro vita quotidiana di un tempo ancora oggi possono raccontare la loro storia a chi sia in grado di dare loro voce e la sappia trasmettere a noi tutti.

Vi consiglio vivamente di vedere il film non appena ne avrete l’opportunità (qui intanto trovate il trailer). Fare buona comunicazione, trasmettendo un messaggio sociale oltre che archeologico in senso stretto, è possibile. Cercare nuove vie per veicolare un messaggio, un messaggio che è antico e però quantomai attuale. Perseguiamo in questa direzione, è quella giusta.

“La divulgazione? È far capire che capire è bello” Intervista a Paco Lanciano

Incontro Paco Lanciano a Florens2012, il Festival dei Beni Culturali che si sta svolgendo in questi giorni a Firenze. L’incontro è casuale in effetti, perché Paco Lanciano non è tra i convenuti alla Tavola Rotonda che si sta per aprire nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio e che vede tra i partecipanti Philippe Daverio, ma siede tra il pubblico. Alla tavola rotonda avrebbe dovuto partecipare il suo collaboratore di sempre, Piero Angela, che ha invece dovuto rinunciare all’ultimo momento.

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L’occasione è ghiotta, non posso farmela scappare: Paco Lanciano, fisico di fama, noto al grande pubblico per le sue collaborazioni a Superquark con Piero Angela, è impegnato da anni nel campo della divulgazione scientifica, che porta avanti non solo nelle sue apparizioni televisive, ma anche nell’allestimento di musei scientifici in tutta Italia: un’attività ormai trentennale che lo rende un personaggio di riferimento nel campo della comunicazione scientifica. Spesso ho detto che la comunicazione archeologica dovrebbe guardare alle forme della comunicazione scientifica, perché entrambe perseguono il medesimo scopo di far giungere un messaggio ad un pubblico il più ampio possibile.

Ed è questa la mia considerazione alla base della domanda che rivolgo a Paco Lanciano il quale, disponibilissimo, mi risponde con una bella lezione di metodo trasversale, valida sia per la divulgazione scientifica che per quella archeologica.

D: Paco Lanciano, che cosa dovrebbe imparare chi si occupa di comunicazione archeologica da chi, come lei, fa comunicazione scientifica?

R: Più che un insegnamento, io parlerei di stimolo, uno stimolo che tutto il mondo scientifico e umanistico dovrebbe seguire, ed è questo: il vero carattere della divulgazione non è tanto il linguaggio, quanto piuttosto la creatività nello strumento della traduzione.

D: Non il linguaggio? Non un linguaggio semplice alla portata di tutti?

R: A parlare con un linguaggio semplice siamo buoni tutti. La divulgazione però non è semplicemente l’uso di un linguaggio più semplice, ma la traduzione da un contesto scientifico nel mio caso, o archeologico, verso chi non ha un contesto in cui collocare il dato che voglio trasmettere. Quello che voglio dire è che le conoscenze pregresse, le basi, il retroterra che ognuno di noi ha sono diverse da quelle di un altro. Il fisico ha basi di conoscenza diverse da quelle di un archeologo o di un avvocato. Bisogna portare il livello su un territorio comune di conoscenza.

D: Parliamo di divulgazione: divulgazione come traduzione.

R: Il lavoro di chi si occupa di divulgazione è innanzitutto immaginare gli strumenti di comunicazione che facciano arrivare al pubblico un concetto essenziale: che capire è bello. L’atteggiamento giusto è lavorare per studiare quale sia lo strumento migliore che possa fare in modo che chi ascolta il programma in tv o legge l’articolo abbia gli strumenti per fare propria l’informazione che viene data. Il pubblico deve capire che può capire. Il fine ultimo della divulgazione è che il pubblico possa capire che si può capire, possa appassionarsi per approfondire. Così, applicando il caso all’archeologia, per esempio, la trasmissione in tv diventa lo stimolo per visitare dal vero l’area archeologica.

Dalle parole di Paco Lanciano emerge una considerazione importante: la divulgazione getta un ponte tra l’argomento scientifico e la persona digiuna di conoscenze in quel campo. Non solo, ma ne fornisce la chiave di lettura. La divulgazione non esaurisce in sé il messaggio, ma fa sì che il pubblico, appassionandosi all’argomento, possa trovare da sé la strada per conoscerlo meglio, con gli approfondimenti che riterrà utili e opportuni. La divulgazione è, insomma, per Paco Lanciano, uno strumento che non si sostituisce all’acquisizione della conoscenza, ma che la procura.

#presadiretta: la cultura va a fondo e gli italiani twittano

Puntata di quelle che non si dimenticano quella di ieri sera, domenica 26 febbraio 2012, di Presa Diretta, la trasmissione di RaiTre che ha la straordinaria capacità di cantare fuori dal coro e di far indignare ogni volta il suo pubblico, qualunque sia il tema che affronta. Ieri toccava alla Cultura, intesa non tanto come patrimonio, quanto piuttosto come persone che cercano di curare e di far vivere quel patrimonio nonostante tutto. Nonostante i tagli, che ogni volta falciano e falcidiano i budget dei vari Istituti Culturali (in questo caso pubblici), nonostante gli sprechi di denaro in progetti inutili e infattibili, come il portale di CulturaItalia, o il Palazzo del Cinema di Venezia, la cui costruzione è stata bloccata dal rinvenimento di amianto (bada bene, per una volta non di emergenze archeologiche!) al momento delle prime escavazioni.

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Non so quanti Italiani abbiano seguito ieri sera Presa Diretta. Però so quanti l’hanno commentata su Twitter. Già, perché secondo un fenomeno sempre più diffuso, è ora abitudine comune degli italiani davanti alla TV commentare in tempo reale ciò che il #serviziopubblico ci propina. Succedeva una settimana fa per il Festival di Sanremo (per il quale ben altro era il tipo di indignazione), è successo ieri sera per Presa Diretta.

È interessante seguire una trasmissione TV, soprattutto di questo tipo, su Twitter: ti rendi conto innanzitutto del pubblico che la guarda e che è interessato a questi temi, ti rendi conto di quali sono gli aspetti che ciascuno ritiene più interessanti, valuti quanto la gente effettivamente partecipa. Perché twittare, alla fin fine, è diventata una sorta di partecipazione attiva del pubblico.

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Ognuno dice la sua su Twitter, dal commento circostanziato a quello esasperato, a quello sarcastico, a quello di chi non ha capito di che si tratta, a quello che scrive anche se non ha niente da dire.

Voglio riportare qui alcuni dei twitt più interessanti, o più amaramente divertenti, catalogati con l’ashtag #presadiretta. Ho scelto di non mettere i nomi degli autori perché non so se hanno piacere di essere citati fuori da Twitter. Se però hanno piacere inserirò subito il loro nome, non intendo appropriarmi di pensieri altrui:

Puntata epocale di #presadiretta su come sia stata distrutta la cultura in Italia. È ora di darci tutti una mossa davvero

Il lavoro è cultura, ma non lo sanno, non lo capiscono, e allora “tagliano” (Andrea Camilleri) #presadiretta

Tagli alla cultura in Italia = tagli al petrolio in Arabia Saudita, ovvero follia #presadiretta

A #presadiretta vanno in onda gli eroi della memoria d’Italia: restauratori, soprintendenti, archeologi, storici, archivisti.

La storia che si sbriciola all’archivio di stato di Roma. #presadiretta (a proposito dei mancati fondi per i restauri)

Antinucci dice che #culturaitalia non funziona. Allora non sono solo io ipercritica #presadiretta

7 anni per fare un sito internet! Avranno dovuto montarsi il computer. Bendati. Con una mano sola. #presadiretta

Ridateci i soldi di CulturaItalia che ci paghiamo la connettività e i pc alle scuole #presadiretta

Comunque il portale Cultura Italia è al momento down. Così, tanto per dire. #presadiretta

Menomale che non ci ridanno la Gioconda! #presadiretta (a proposito di Brera, Louvre de noartri secondo il protocollo d’intesa firmato qualche anno fa da Bondi, LaRussa, Gelmini e Moratti)

La prossima volta che sento l’ignorante di turno dire che vuole la Gioconda in Italia dò il via a una rissa #presadiretta

“Prepariamo il futuro per questa pagina della nostra cultura”, dicono i francesi. Piccola, sostanziale differenza #presadiretta (a proposito degli investimenti in cultura fatti dalla Francia, che invece che tagliare ha addirittura potenziato il settore)

#presadiretta stasera è tremendo. La distruzione della cultura in Italia. Le promesse i tagli le occasioni sprecate. Da piangere.

“La cultura è un settore che fatica ad essere preso sul serio” #presadiretta

“Le intelligenze e i talenti ce li abbiamo, quello che manca è un disegno strategico e una visione di politica industriale” #presadiretta

E infine…

Celebriamo il ciotolone marchigiano, simbolo della decadenza della cultura italiana #presadiretta.

Ebbene sì: la prima voce cercata a caso sul portale di Cultura Italia da Francesco Antinucci (F. Antinucci, CNR, autore di Musei Virtuali, Comunicare nel museo e L’algoritmo al potere, tutti per i tipi di Laterza, NdR) intervistato per Presa Diretta, è proprio Ciotolone, provenienza Marche. E il ciotolone è diventato il simbolo di quest’Italia che si indigna per lo stato in cui versa la Cultura intesa, ancora una volta, non tanto come patrimonio culturale quanto piuttosto come sistema, come settore economico e sociale, capace se gestito bene di creare indotto, socialità e cultura a sua volta. È nata una pagina su facebook dedicata al ciotolone. Nella tristezza generale c’è chi trova la forza di sorridere, amaramente, con ironia, e di diventare fan del ciotolone marchigiano. #presadiretta.

Tessere di pace in Medioriente

Ogni tanto la Rai riesce a stupirmi. Stupirmi positivamente, intendo. Anche se in seconda serata, ogni tanto il palinsesto televisivo regala ai telespettatori che non vogliono ancora andare a dormire delle perle di cultura che pensavo ormai fossero impossibili. Non mi riferisco a programmi come La storia siamo noi, bell’esempio di tv-cultura fatta bene che fa capire che volere è potere (realizzare un buon prodotto culturale nella tv di oggi), ma allo Speciale TG1 di ieri sera. Ho acceso la tv per caso, al mio rientro a casa, e vedo sullo schermo Padre Michele Piccirillo che spiega il suo lungo lavoro di archeologo in terra giordana. Padre Michele Piccirillo è scomparso qualche tempo fa (avevo assistito ad un convegno organizzato in suo onore – e in onore di Fabio Maniscalco – da Archeologia Viva il 4 aprile 2009), ma aveva girato un bel documentario con la Rai, per la regia di Luca Archibugi, in cui mostrava agli Italiani tutto il lavoro più che decennale compiuto da lui, dal suo staff e dalla Scuola di Mosaico di Madaba (Giordania) fondata con i suoi collaboratori nel 1992. Il film-documentario è “Tessere di pace in Medioriente“. Le tessere sono al tempo stesso quelle dei mosaici e i piccoli passi compiuti giorno dopo giorno da Piccirillo e i suoi collaboratori nella direzione della pace e dell’integrazione, attraverso l’uso della cultura e della ricerca delle comuni radici storiche di ebrei, cristiani e palestinesi che oggi si fanno la guerra in quel minuto spazio geografico.

Il documentario ha mostrato i mosaici spettacolari che in epoca tardoromana e bizantina venivano realizzati tra Giordania, Siria e Palestina e che in anni recenti, dal momento della loro scoperta, sono stati fatti oggetto di restauro. Alcuni sono molto famosi, come il Mosaico di Palestina di Madaba, i Mosaici dentro la Chiesa della Natività di Betlemme, o quelli sul Monte Nebo, ma altri sono meno noti e ugualmente belli. Da rimanere a bocca aperta davanti a quello che raffigura la tragedia di Ippolito e Fedra, realizzato con le figure e accanto i nomi, in greco, come se si trattasse di una locandina. Invece è un mosaico pavimentale scoperto durante gli scavi nel parco archeologico di Madaba.

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Madaba, il Mosaico di Palestina. Particolare. 

L’impegno di Padre Michele Piccirillo e dei suoi collaboratori non era salvaguardare l’archeologia della regione palestinese in modo fine a se stesso, ma voleva andare oltre, a cercare le radici comuni, a diffondere la consapevolezza che solo conoscendo il proprio passato non si perde la propria individualità nel caso di conflitti, come quello in terra palestinese, che mirano a sopraffare l’altro in ogni modo, anche culturale. E se da un lato agiva sul territorio, Piccirillo dall’altro si muoveva in ambito internazionale, cercando il sostegno dell’UNESCO, l’organismo più potente in materia di salvaguardia del patrimonio culturale dell’Umanità. Egli interpretava davvero il ruolo sociale dell’archeologia: con la Scuola di Mosaico ha creato posti di lavoro per i giovani, senza stare a guardare alla religione di ciascuno di loro, ma con l’intento di formarli in una professione importante qual’è quella del restauratore; andando a bussare alle porte dell’UNESCO e anche dei singoli governi interessati sensibilizzava la classe dirigente sull’importanza del fattore cultura nella crescita di un popolo e nella ricerca di radici comuni da cui fare scaturire la pace. Mai altrove l’archeologia ha avuto, a mio parere, un’utilità sociale di pari livello.

Per me che sono stata in Giordania, e ho visto dal vivo il Mosaico di Palestina di Madaba, vedere gli altri meravigliosi mosaici ha significato fare un ripasso mentale di ciò che all’epoca avevo visto e rendermi conto della ricchezza archeologica che si nasconde in quelle terre. Per chi in quei luoghi non c’è mai stato, “Tessere di pace in medioriente” è uno strumento di conoscenza incredibile, un’apertura su un argomento che non viene quasi mai trattato neanche dai grandi programmi di divulgazione come Superquark o Ulisse. Soprattutto, ciò che fa piacere, è che a distanza di qualche anno dacché il documentario fu girato, la Rai ancora lo trasmette. Un bel segnale, positivo, cui spero facciano seguito altre iniziative di questo tipo.

La Gaia Scienza e il 2012, ovvero Mario Tozzi batte Roberto Giacobbo 1 a 0!

Ieri sera non credevo ai miei occhi! finalmente una trasmissione televisiva in cui il 2012 e tutto quello che lo circonda viene preso per quello che è, ovvero una grandissima bufala!!!

La trasmissione è ovviamente La Gaia Scienza, in onda su LA7, rimasta ormai l’unica trasmissione divulgativa che abbia un certo valore scientifico insieme ai programmi della Premiata Ditta Angela (anche se ogni tanto Ulisse qualche boiata la spara…) e del nostro eroe Valerio Massimo Manfredi. Mario Tozzi fra il serio e il faceto spiega allucinanti esperimenti e teorie scientifiche (dico allucinanti perché personalmente ci capisco poco) con un linguaggio dal quale chi si occupa di divulgazione anche in archeologia dovrebbe imparare: perché alla fin fine i metodi sono gli stessi, che si tratti di spiegare la teoria dei quanti o come i Romani costruivano gli acquedotti quello che conta è il linguaggio e il modo in cui si pone al pubblico l’argomento.

Ma veniamo a noi, ovvero alla causa scatenante di questo post. Ieri sera La Gaia Scienza si è lanciata in un poderoso attacco al 2012. Un servizio a mio parere meraviglioso, sembrava che l’avessi scritto io tanto era in sintonia con il mio pensiero e pure con il mio modo di esprimere, in certi casi, tale mio pensiero. Critica velata a Voyager e a Roberto Giacobbo (autore di un libro sul 2012, non a caso) che non vengono mai citati direttamente, critica a tutte le teorie strampalate che vengono tirate in ballo, con un sarcasmo senza eguali nella storia della TV (neanche il Luttazzi dei tempi d’oro avrebbe saputo fare meglio).

Ed ecco alcuni passaggi fondamentali di questo servizio da Premio Pulitzer:

“La teoria del 2012 prende le mosse da ineccepibili prove scientifiche quali le profezie di Nostradamus… “

“Ed ecco le cause che porterebbero alla fine del mondo il 21 dicembre 2012: l’inversione dei poli magnetici, un asteroide, l’impatto con un pianeta sconosciuto, l’uscita del film di Natale con De Sica…”

Chiaramente non riesco a rendere l’idea del tono e dei contenuti di questo splendido servizio. Il discorso che mi preme fare è il seguente: per fortuna esiste ancora qualcuno in TV, quindi a diretto contatto con la massa del pubblico e quindi in qualche modo responsabile del livello di acculturazione del nostro Paese, che persegue come fine non il sensazionalismo inutile, dannoso e nefasto, ma la cultura, quella vera, quella che ha un fondamento scientifico e che forse proprio per questo fa poca audience. Per fortuna, chi fa cultura in TV riesce anche a mettere in cattiva luce il sensazionalismo inutile di cui sopra.    

RINGRAZIAMO ATLANTIDE…

Ringraziamo Atlantide, il programma televisivo de La7 di stampo documentaristico/culturale che ogni tanto casca nella trappola dell’effetto Voyager con effetti devastanti (si cita a titolo d’esempio quella volta che hanno fatto datare una roccia col C14…)…Ringraziamo Atlantide, noi tutti che facciamo per mestiere, o per diletto, o quanto meno ci proviamo, gli archeologi.

La puntata di ieri 12 novembre 2009 aveva per oggetto l’avventurosa vita e il pericoloso lavoro degli archeologi. Roba che potrebbe convincere qualche romantico giovanotto fresco di liceo ad iscriversi ad archeologia all’università, convincendosi che anche lui da grande potrà vivere grandi avventure (ne ho incontrato, nel mio cammino…qualcuno invero ci spera ancora!): d’altronde l’icona di questi inguaribili romantici, Indiana Jones, consiglia a gran voce “Se vuoi diventare un bravo archeologo esci dalla biblioteca!”.

E fuori dalla biblioteca cosa trovi?

Nella puntata di ieri ospite d’onore, nonché personaggio di forte impatto mediatico, l’inossidabile Zahi Hawass (quello che, ricordiamolo, al VI Incontro Nazionale di Archeologia Viva confessò di amare il suo lavoro perché all’inizio della sua carriera scoprì  una bellissima statua di dea egizia…li mortacci sua!) ha raccontato che nel corso della sua pluridecennale esperienza sul campo è finito in una trappola, ha respirato l’aria velenosa di una tomba, ha avuto un infarto e si è beccato un terremoto! Alla faccia del bicarbonato di sodio! Indiana Jones è un dilettante! E in più Indiana Jones ha paura dei serpenti (sfigato!), l’altro enorme pericolo in cui possono incorrere gli archeologi, diceva La7 ieri (chiaramente trattasi di boa, anaconda e cobra, non già di vipere cornute che vivono sulle Alpi Carniche).

Ma non solo, i pericoli per gli archeologi vengono anche dall’uomo stesso: dai trafficanti d’arte, dagli scavatori clandestini, insomma, dai tombaroli, organizzati in veri e propri eserciti (stile Cartello di Medellin colombiano) pronti a sparare ai prodi difensori del passato, che fanno scudo col proprio corpo al grido di “Questo dovrebbe stare in un museo!”.

Immagino mia nonna, che sa che faccio, o provo a fare, l’archeologa, mentre ieri guardava questa puntatona di Atlantide sui pericoli che vive quotidianamente la sua irresponsabile nipote: ogni fotogramma che passa è un grano di rosario, un pater noster e chissà cos’altro per allontanare la tragedia sempre incombente sul mio capo…poi fa caso un attimo alle immagini che scorrono e tira un sospiro di sollievo: i servizi mandati in onda per convincere il pubblico a casa mostrano solo scavi in Egitto (dove il monopolio di Zahi Hawass fa sì che solo pochi possano arrivare), in Sudamerica (e sono i più avventurosi: strano, eh?) e nel deserto dei Gobi, narrando l’epopea di grandi ricercatori di uova di dinosauro e di Indiana Jones ante litteram. Nessun accenno, quindi alla vita di tutti i giorni, alla quotidianità del lavoro degli archeologi, che il massimo dell’aria velenosa che possono respirare è quella di un condotto fognario in un centro storico perché devono fare assistenza archeologica ai lavori pubblici.

Che dire? Anch’io nel mio piccolo, comunque, commentavo con un mio esimio collega ieri, qualche avventura degna di Zahi Hawass e non solo, l’ho vissuta: il terremoto innanzitutto: ero nelle Marche a settembre quando c’è stata una scossa alle 6 del mattino che mi ha paralizzato nel letto (era domenica, maledizione!): scossa piccola, ma tant’è, il terremoto ce l’ho.

La trappola effettivamente mi manca, ma una volta sono finita in una sottospecie di sabbie mobili. Nessuna paura, nonna: era semplicemente un bel banco di sabbia bagnatissimo un po’ per le infiltrazioni d’acqua e un po’ per la pioggia: d’altronde avevano appena aspirato via il mare che la copriva, doveva pur vendicarsi! Impressione decisamente brutta, di impotenza mentre ti rendi conto che se non ti togli gli stivali di gomma non ne esci.

L’aria velenosa di una tomba no, è vero, ma l’aria mefitica delle camerate al mattino è un’esperienza che posso condividere con molti giovani e non più giovani archeologi.

L’infarto…beh, ancora no, se dio vuole, ma ciò vuol dire solo che sono evidentemente più sana di Zahi Hawass, il quale, se si vuole ritirare per motivi di salute, può trovare in me una sostituta di sana e robusta costituzione (a richiesta fornisco il certificato medico).

Infine i serpenti…ecco, i serpenti no, ma giusto quest’anno mi sono imbattuta nel ragno “Oh mio dio”, un ragno così brutto e grosso che quando lo vedi puoi solo dire “Oh mio dio”, appunto.

E i tombaroli? Quelli italiani non faranno la guerriglia, ma sono ugualmente dannosi per la ricerca archeologica e per il nostro patrimonio culturale, per quello che noi archeologi cerchiamo tutti i giorni di difendere con la ricerca, con lo studio e con la divulgazione, quel poco di buona divulgazione che per lo meno riusciamo, non tutti, a fare.

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Se la7 invece di spendere soldi per documentari americani esagerati scendesse nella piccola realtà italiana, fatta anch’essa a suo modo di avventure, di gesta eroiche e di tombaroli, magari riuscirebbe a sensibilizzare meglio una popolazione che guarda con ammirazione Zahi Hawass ma che poi lascia i topi morti sullo scavo ai ragazzi che fanno scavi d’urgenza sotto casa sua in città.

Marina Lo Blundo

Nasce ARCHEOLOGIAVIVA.TV: i documentari a portata di click

L’annuncio in anteprima era già stato dato al pubblico del VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva lo scorso 1 marzo 2009. Ora Archeologiaviva.tv, il primo canale web interamente dedicato all’archeologia apre i battenti.
La rivista Archeologia viva ha fatto il salto, andando ad aggiudicarsi un posto importante nel panorama dei media: internet.
La nuova TV-on line inaugurerà il 20 ottobre 2009 alle ore 11.30 presso GIUNTI Editore (Firenze, via Bolognese 165): per la prima volta il passato dell’uomo, dalla preistoria al medioevo, potrà essere rivissuto “in diretta” in casa propria grazie ai migliori documentari, ai servizi sulle ultime scoperte, a news su mostre e convegni, e ad interviste a tema.

Archeologiaviva.tv è una realizzazione di Archeologia Viva (Giunti Editore) e Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico (Museo Civico di Rovereto). Si tratta certamente di un interessantissimo esperimento che, mi auguro, funzionerà e richiamerà un buon successo di pubblico. Io, perlomeno, penso proprio che contribuirò a innalzare l’audience!

All’evento interverranno:
Sergio Giunti – editore
Guglielmo Valduga – sindaco di Rovereto
Piero Pruneti – direttore Archeologia Viva
Franco Finotti – direttore Museo Civico Rovereto
Dario Di Blasi – direttore Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico.

Una giornata particolare, il film di Archeologia Viva

Una giornata particolare” è il titolo del film/documentario presentato ieri dalla Rivista Archeologia Viva a Firenze, all’Auditorium della Regione Toscana. E’ il resoconto, filmato e documentato, di una giornata davvero particolare, quella del VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva (di cui ho parlato qui) svoltasi il I marzo 2009 e che richiamò un pubblico di 3000 persone provenienti da tutta Italia.

 
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Alcuni momenti del VII Incontro Internazionale di Archeologia Viva – I marzo 2009

Il film presentato ieri è stato occasione di incontro tra gli autori del film, i promotori dellìIncontro Nazionale e una parte di quel pubblico, ma è stato anche e soprattutto occasione di riflessione su un tema che in Italia sembra essere messo sotto banco ma che in realtà emerge con chiarezza: il bisogno di cultura, il bisogno di trasmetterla e soprattutto il bisogno di acquisirla. Ciò che emerge dal documentario, che altro non è se non il resoconto puntuale degli eventi di quella giornata, è esattamente questo: il bisogno di cultura e di conoscenza.

Si augura Dario Di Blasi, ospite ieri così come all’Incontro Nazionale oggetto del film, nonché Direttore della Rassegna del Cinema Archeologico che da 20 anni si svolge a Rovereto, che “Una giornata particolare” riesca ad avere una distribuzione nei circuiti televisivi. Di Blasi ha posto infatti l’accento sul problema della distribuzione e quindi dell’arrivo al grande pubblico dei film/documentari archeologici che in Italia hanno poco spazio in TV, per non parlare delle sale cinematografiche, dalle quali sono pressoché assenti. Sembrerebbe che in Italia, guardando ai media, non ci sia curiosità per la cultura (dirà il documentarista Folco Quilici nel film). Ma poi basta vedere la partecipazione di pubblico ad eventi quali l’Incontro Nazionale per capire che non è così. Il film, di fatto, dedica ampie riprese al pubblico: un pubblico attento, appassionato, gremito, che applaude agli interventi, si diverte, si documenta assaltando il bookshop nei momenti di pausa.

Il film è un racconto, un resoconto della giornata del I marzo. Inizia con il backstage, con la preparazione degli spazi il giorno precedente, prosegue con l’arrivo dei più mattinieri tra i visitatori e degli ospiti, finalmente inizia. Pochi stralci dell’intervento di ciascun relatore, giusto per ricordarne l’argomento, mentre ampio spazio è dato alle interviste a ciascuno dei protagonisti. E’ da queste che emerge il leit-motif del film che è anche il filo conduttore, poi, dell’Incontro Nazionale: bisogna saper raccontare. Saper raccontare l’archeologia, renderla attraente, non una serie di dati o di nozioni quanto mai sterili e privi di fascino. Perché l’archeologia è ricca di fascino. E’ il fascino della scoperta, della scoperta sia da parte dell’archeologo che dell’appassionato che ne viene messo a parte. Lo stimolo di scoprire qualcosa di nuovo vale sia per chi fa archeologia che per chi la vuole conoscere (Fratelli Castiglioni). Le persone hanno bisogno di racconti (Carandini), che se son veri piacciono ancora di più. E’ proprio questo il problema dei musei italiani: raramente raccontano. Ed è proprio questo lo scopo di “Una giornata particolare”: raccontare, a chi ve lo chiede, com’è stato l’Incontro Nazionale di Archeologia Viva, raccontare perché arrivano 3000 persone da tutta Italia per sentire dei ricercatori parlare, raccontare le impressioni, raccontare quell’aria profumata di cultura (Quilici) che inonda la sala gremita di gente. Gente di tutte le età, perché la cultura è di tutti, e dev’essere soprattutto dei giovani, che dovranno trasmetterla domani.

Il film conclude significativamente con alcune interviste alle persone del pubblico, tra cui Giulio Ciampoltrini, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Se i relatori hanno parlato di missioni italiane all’estero, o di monumenti, sul nostro suolo nazionale, che fanno notizia nel momento stesso in cui vengono citati (il Palatino, il Tempio della Concordia di Agrigento), ci sono personaggi che tutti i giorni sono impegnati in mezzo alla gente, spesso con scavi di emergenza che non sempre sono accolti con entusiasmo; forse, potrebbe loro venire da pensare, l’archeologia non riscuote tutto questo interesse. Ma Ciampoltrini chiude qualunque ragionamento rendendosi conto invece che da eventi come questo si capisce che l’interesse è alto. Ciò porta nuove motivazioni a chi tutti i giorni è impegnato sul campo a fare sempre di più e non per se stessi, ma per la società nella quale l’archeologo è calato e lavora. “E’ importante sapere che lavoriamo per qualcuno“, dice Ciampoltrini. E credo che migliore conclusione, che la consapevolezza che l’utilità del fare archeologia, del raccontarla e del trasmetterla al pubblico è il fine della nostra ricerca, non potrebbe esistere per questo film.

 

Marina Lo Blundo