Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere e gli Etruschi dall’Asia Minore

Da qualche tempo mi imbatto, vuoi casualmente, vuoi perché me la vado anche un po’ a cercare, nell’annosa questione dell’origine degli Etruschi, una domanda esistenziale alla quale molti cercano di dare risposta. Nelle puntate precedenti segnalavo che in mostra a Sydney  (Etruscans, a classical fantasy) gli Etruschi sono presentati come certamente originari dell’Asia Minore sulla base di risultati di analisi sul DNA di cui si parla in un articolo del Guardian del 2007; del resto anche in una piccolissima sezione della mostra Homo Sapiens, a Roma, si fa riferimento a questa teoria dandola quasi per certa rispetto alla tradizionale teoria che sostiene l’autoctonia degli Etruschi e la derivazione (sto semplificando, ovviamente) dai Villanoviani che vivevano nel Centro Italia nel IX-VIII secolo a.C. Storicamente, a sostegno della tesi che vorrebbe gli Etruschi provenienti dall’Asia Minore, si è sempre chiamata in causa la stele di Lemno (sulla quale non mi sto a dilungare) e il problema dell’alfabeto e della lingua etrusca.

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La stele di Lemno

 

Oggi la possibilità di affrontare nuovamente il problema, e di sperare di dargli una soluzione, è offerta dagli studi di genetica. Pare che ultimamente in molti si siano messi a studiare l’origine degli Etruschi e non solo, visto che una ricerca, condotta dall’Università di Pavia, ha riguardato anche i buoi toscani, ed ha concluso – almeno così hanno riportato le varie testate giornalistiche che hanno dato la notizia – che essi provengono dall’Asia Minore (qui il riferimento). Un’altra indagine ha stabilito che gli Etruschi stessi hanno più punti di contatto con il DNA delle popolazioni dell’Asia Minore che non con i Toscani attuali. Qui trovate un sintetico resoconto delle vicende genetiche.

Evidentemente la questione è abbastanza intricata, né io ho la competenza di un genetista per poter esprimere la mia opinione su ricerche di questo tipo. In sostanza si sostiene che siccome nel DNA toscano c’è una forte somiglianza (non conosco neanche bene i termini tecnici) col DNA delle popolazioni dell’Asia Minore, allora si suppone che davvero, come racconta Erodoto, gli Etruschi sarebbero partiti dall’Asia Minore (peraltro portandosi dietro le loro vacche) alla volta dell’Italia centrale dove, insediatisi in una terra abitata ancora dai bifolchi Villanoviani, avrebbero portato la scrittura, le città e forme più compiute di socialità. Io per esempio, così a sentimento, direi invece che la genetica mi dice da quali ceppi è formato il mio DNA e dove si localizzano geograficamente, ma non mi dice quando tali ceppi si sono formati. Voglio dire: se la genetica mi dice che gli Etruschi hanno un DNA che si riscontra nelle popolazioni microasiatiche, non mi può dire in quale momento della storia dell’uomo si è formato tale DNA. Non so se ho reso l’idea. La storia dell’uomo è piena zeppa di migrazioni e di spostamenti, e francamente non so come sono state condotte queste indagini: si è preso DNA etrusco, toscano attuale e dell’Asia Minore attuale? O dell’Asia Minore contemporanea alla presunta migrazione dei futuri Etruschi?                                                                                                              

Ma, incredibilmente, non è (solo) questo l’oggetto di questo post. Perché a corredo delle indagini genetiche, che evidentemente invece di risolvere la questione l’hanno solo complicata, si fanno avanti tutti quei bei castelli archeoastrofantalogici che quando li leggo mi fanno salire il sangue al cervello. A maggior ragione se sono pubblicati su riviste che si fregiano di essere scientifiche. Mi riferisco ad un articolo (anzi due) pubblicato sul primo numero (e sul secondo) della rivista di recente creazione Automata, edita da L’Erma di Bretschneider che riguarda proprio l’origine degli Etruschi alla luce delle recenti scoperte di genetica e, purtroppo, non solo di quelle. L’articolo nello specifico è Leonardo Magini, L’origine degli Etruschi e le recenti acquisizioni della scienza, Automata 1, 2006 (segue su Automata 2, 2007). Mi sono imbattuta in questo articolo per caso, come spesso succede, e mi sono messa a leggerlo, proprio con la curiosità di aggiornarmi sui nuovi risultati di cui parlavo più sopra. Ma… negli anni ho imparato che quando si infila un’immagine o un riferimento a Stonehenge dove non c’entra niente bisogna alzare un sopracciglio e diffidare… e invece l’articolo in questione si apre proprio con Stonehenge e con il riferimento ad un archeogeometra (tal Ranieri, una mia vecchia conoscenza…) che avrebbe scoperto che nella costruzione di Stonehenge come orologio solare i suoi costruttori avrebbero utilizzato le terne pitagoriche (sto semplificando) che però, all’epoca della costruzione di Stonehenge non erano sicuramente canonizzate come tali. Ammesso che sia vero, ovvero che i costruttori di Stonehenge avessero tali conoscenze matematiche e geometriche – delle quali invece ci dicono le fonti che furono scoperte dagli Egizi e/o nel Mediterraneo orientale – cosa si vorrebbe supporre? Non ci viene detto, ma l’aggancio ai druidi inglesi serve per introdurre l’altro popolo presso cui le terne pitagoriche e il teorema di Pitagora in sé non doveva essere noto e invece pare proprio che lo fosse, come parrebbe (parrebbe…) dalle proporzioni del tempio di Giove di Marzabotto e, udite udite, dall’organizzazione della società romana fatta dal re di Roma, ma etrusco, Servio Tullio, pochi anni prima che Pitagora canonizzasse il suo teorema. Senza starmi a perdere nei numeri (rimando all’articolo di Magini, sul quale è tutto spiegato), praticamente parrebbe (di nuovo: parrebbe…) che il numero totale di centurie che Servio Tullio volle (secondo la versione tradita da Dionigi di Alicarnasso), 193, sarebbe un numero pitagorico non casuale, in quanto 193 è la somma del quadrato di 12 più il quadrato di 7. Numeri simbolici di per sé, dato che 12 sono i segni zodiacali e 7 i corpi celesti erranti. Ammesso e non concesso che lo zodiaco e i corpi celesti erranti siano davvero stati chiamati in causa (cosa di cui per mia natura dubito), la domanda che sorge spontanea è: se Pitagora ha canonizzato conoscenze matematiche note nell’Oriente Mediterraneo, dove le ha apprese Servio Tullio prima dell’avvento di Pitagora? La risposta non ci viene data subito, come in una telenovela, ma è lì che bussa alla porta, si fa strada strisciando, serpeggiando lentamente tra le righe dell’articolo che ora va avanti, a cercare coincidenze tra il calendario romano e quello babilonese (su cui definitivamente taccio)…

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Automata, la rivista che ospita l’articolo in questione

 

La risposta ovvia ed evidente è una e una soltanto: gli Etruschi ne vengono dall’Asia Minore. Lì appresero le nozioni matematiche, geometriche, religiose che consentirono agli abitanti di Marzabotto di costruire un tempio a forma di tempio (cioè con 4 angoli retti… non saprei, è così difficile per un muratore costruire una casa con 4 lati e 4 angoli retti senza necessariamente conoscere il teorema di Pitagora? Ho troppa fiducia nelle capacità empiriche degli uomini di ogni tempo, evidentemente…) e a Servio Tullio di dare i numeri con le centurie di Roma.

A tutto questo si aggiungono poi le novità apportate dalla genetica, su cui mi sono già dilungata in apertura. La conclusione, inconfutabile, secondo l’autore dell’articolo, è una e inequivocabile: gli Etruschi sono originari dell’Asia Minore, e gli etruscologi che vanno ancora dietro alla teoria pallottiniana e nazionalista (sic!) dell’origine autoctona dovranno, volenti o nolenti, accettare questa nuova verità.

Dall’inizio alla fine l’articolo sembra più un post su un blog, come potrebbe essere questo, che non un articolo scientifico: Magini esprime una sua opinione, con toni spesso più colloquiali che scientifici, ma la esprime su una rivista scientifica, ed è questa la cosa grave. Non c’è ricerca dietro il suo articolo, c’è solo il commento ad alcune teorie e la citazione degli studi di genetica, che meriterebbero però, se si vuole seriamente affrontare il tema, più di una veloce lettura.

Lo so, lo ammetto, sono partita prevenuta e rimango sulle mie posizioni. Ma le argomentazioni portate a favore della provenienza dall’Asia Minore non mi sembrano convincenti. Mi sembra piuttosto, in qualche passaggio, di aver letto il copione di una puntata di Voyager.

Voyager a Petra. Ed ecco il primo mistero…

Sulle note della colonna sonora di Avatar, Voyager questa sera è andata a scomodare l’antica bellezza di Petra.

E qui scatta il primo mistero. Perché già mi aspettavo il solito servizio pacco su qualche archeocretinata come al solito. E invece cosa vedo? Vedo il prof. Vannini dell’Università di Firenze, che da anni scava il castello crociato di Shawbak e che peraltro ha recentemente realizzato una mostra a Firenze sull’argomento, intervistato riguardo la presenza crociata in Giordania. Non solo, ma l’intero servizio è stato incredibilmente serio e poco fantasioso (tranne quando ha provato a suggerire che il cosiddetto Monastero sia stato realizzato dai Giganti per via delle sue gigantesche proporzioni…). Roba da non credere!

Mistero misterioso: perché Voyager decide di fare a Petra un servizio (più o meno) serio? Cosa è successo? Da chi è stato minacciato?

Che sia il patrocinio del MiBAC che pesa come un macigno sulle scelte editoriali del programma? Forse, siccome il MiBAC ha una dignità da mantenere (sai com’è, il ministero dei Beni Culturali qualche credibilità vorrà pure conservarla!), ha imposto almeno un servizio a puntata che abbia contenuti seri?

Nel dubbio, io finalmente applaudo ad un servizio quasi del tutto serio di Voyager. E bravo Giacobbo, per una volta!

Leonardo, se ci sei batti un colpo!!!

Ringrazio Lorenz per la sua terribile segnalazione.

Continuiamo a farci del male.

Leonardo da Vinci si sta rivoltando nella tomba. Un’équipe di studiosi italiani, nel disperato tentativo di dare un volto alla Gioconda e di spiegarne il suo enigmatico sorriso (ma sarà poi così enigmatico e misterioso? Bah…) ha chiesto l’autorizzazione ai custodi delle spoglie del venerabile genio del Rinascimento di poterne riesumare il corpo, in modo da stabilire una volta per tutte la veridicità di una delle tante idee (difficile chiamarla ipotesi) che circolano sulla Monnalisa: che essa sia un autoritratto al femminile di Leonardo. Già solo per questo a Leonardo dovrebbero rizzarsi i lunghi e canuti capelli che il suo ritratto (quello vero) ci mostra. 

ecco qui il link alla notizia, apparsa su Lastampa.it: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201001articoli/51581girata.asp

La notizia è decisamente imbarazzante. Non mi vengono altre parole per definire un’idea del genere. Ragioniamoci su: riesumare il corpo di (meglio: attribuito a) Leonardo da Vinci per verificarne la somiglianza con i tratti del volto della Monnalisa. Ora, per quanto Leonardo fosse un genio, la Monnalisa non è una radiografia! Quindi mi spiegate cosa si spera di ottenere analizzando le spoglie del povero genio, mai come ora incompreso?

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Mi auguro che questa sia solo una trovata pubblicitaria che permetta di far su due soldi per fare ricerca (seria) ai nostri beneamati studiosi italiani. Ma se così non fosse, in ogni caso, non è tanto grave che costoro abbiano avuto l’idea (ma poi, siamo sicuri che sia un’idea loro? Perché a vederla così sembra tanto degna figlia di Voyager…): ben più grave sarebbe se i francesi custodi delle venerabili spoglie acconsentissero alla riesumazione. Allora sì che il povero Leonardo si rivolterebbe nella tomba! Occhio però, cari ricercatori: perché se il Genio si rivolta troppo vorticosamente (cosa che potrebbe capitare davvero!) poi rischia, con l’attrito, di smussarsi naso, mento e zigomi. A quel punto il nostro eroe non somiglierebbe più alla cara Gioconda, non trovate?

Ma se i soldi in Italia si spendessero per ricerche più serie? O, per esempio, per assicurare migliori condizioni di salute al nostro Patrimonio Culturale, come ci sarebbe bisogno, viste le tristi vicende di Pompei degli scorsi giorni?    

La Gaia Scienza e il 2012, ovvero Mario Tozzi batte Roberto Giacobbo 1 a 0!

Ieri sera non credevo ai miei occhi! finalmente una trasmissione televisiva in cui il 2012 e tutto quello che lo circonda viene preso per quello che è, ovvero una grandissima bufala!!!

La trasmissione è ovviamente La Gaia Scienza, in onda su LA7, rimasta ormai l’unica trasmissione divulgativa che abbia un certo valore scientifico insieme ai programmi della Premiata Ditta Angela (anche se ogni tanto Ulisse qualche boiata la spara…) e del nostro eroe Valerio Massimo Manfredi. Mario Tozzi fra il serio e il faceto spiega allucinanti esperimenti e teorie scientifiche (dico allucinanti perché personalmente ci capisco poco) con un linguaggio dal quale chi si occupa di divulgazione anche in archeologia dovrebbe imparare: perché alla fin fine i metodi sono gli stessi, che si tratti di spiegare la teoria dei quanti o come i Romani costruivano gli acquedotti quello che conta è il linguaggio e il modo in cui si pone al pubblico l’argomento.

Ma veniamo a noi, ovvero alla causa scatenante di questo post. Ieri sera La Gaia Scienza si è lanciata in un poderoso attacco al 2012. Un servizio a mio parere meraviglioso, sembrava che l’avessi scritto io tanto era in sintonia con il mio pensiero e pure con il mio modo di esprimere, in certi casi, tale mio pensiero. Critica velata a Voyager e a Roberto Giacobbo (autore di un libro sul 2012, non a caso) che non vengono mai citati direttamente, critica a tutte le teorie strampalate che vengono tirate in ballo, con un sarcasmo senza eguali nella storia della TV (neanche il Luttazzi dei tempi d’oro avrebbe saputo fare meglio).

Ed ecco alcuni passaggi fondamentali di questo servizio da Premio Pulitzer:

“La teoria del 2012 prende le mosse da ineccepibili prove scientifiche quali le profezie di Nostradamus… “

“Ed ecco le cause che porterebbero alla fine del mondo il 21 dicembre 2012: l’inversione dei poli magnetici, un asteroide, l’impatto con un pianeta sconosciuto, l’uscita del film di Natale con De Sica…”

Chiaramente non riesco a rendere l’idea del tono e dei contenuti di questo splendido servizio. Il discorso che mi preme fare è il seguente: per fortuna esiste ancora qualcuno in TV, quindi a diretto contatto con la massa del pubblico e quindi in qualche modo responsabile del livello di acculturazione del nostro Paese, che persegue come fine non il sensazionalismo inutile, dannoso e nefasto, ma la cultura, quella vera, quella che ha un fondamento scientifico e che forse proprio per questo fa poca audience. Per fortuna, chi fa cultura in TV riesce anche a mettere in cattiva luce il sensazionalismo inutile di cui sopra.    

Ah! Gli archeologi-canaglia!

Sono intorno a noi, in mezzo a noi…gli archeologi-canaglia!

“Credo fermamente in un episodio dimenticato dalla storia dell’umanità” dice Graham Hancock, a proposito del diluvio universale. Secondo la nostra simpatica canaglia invece di Noè con l’arca chi si salvò colonizzò l’Egitto, le Ande e il Messico.

Comunque sia, chiunque sia sopravvissuto al diluvio deve aver ricevuto un aiuto da una civiltà più elevata. Ma quale, caro Robert Bauval? AH, certo, il cosiddetto “Popolo delle stelle” che scompare, però nel 3400. Forse per colpa di cambiamenti climatici, forse perché, penso io, fu preso a calci nel culo dagli Egizi. Ma questa è un’altra storia. Il popolo delle stelle fa dei cromlech che fanno una pippa a Stonehenge, stando a vedere ciò che l’orgoglioso Bauval ci mostra. E poi, a furia di calci in culo e di cromlech abbattuti, scompare il megalitico popolo delle stelle e compaiono gli Egizi.

E se dico Egizi dico Piramidi, no?

“vorrei vedere la piramide di Cheope ma sono miope ma sono miope…”

Ed ecco le piramidi della IV dinastia, dinastia che in soli 70 anni ha costruito 10 (10?) piramidi. Ed ecco il solito leit-motiv: in che modo? Prima le piramidi erano costruite a blocchetti. Poi arrivano Cheope &Co e vengono costruite le grandi piramidi in blocchi enormi. E nella V dinastia si ritorna alle (sfigate) piramidi a blocchetti. MA Hancock, Dio l’abbia in gloria, ci dà un’idea geniale: le piramidi le hanno finite Cheope e discendenti, MA in realtà erano iniziate MIGLIAIA di anni prima!!! 10mila anni prima qualche fanciullo del popolo delle stelle iniziò a costruire le piramidi in epoca preistorica, poi dopo millenni di silenzio e nulla, Cheope un giorno si svegliò e fece ultimare la sua piramide.

Ma ecco il leit-motiv dei leit-motiv: la cintura di Orione! E la sfinge si trova esattamente dove, nel cielo stellato, si trova ora una bella nebulosa davanti alle tre stelle di Orione, che naturalmente ricalcano la posizione delle tre piramidi, per chi si fosse perso gli ultimi 20 anni di speculazioni archeoastrologiche che riempiono la bocca (e le tasche) degli amici di Giacobbo. Ed ecco l’idea geniale: come ci hanno detto quei genii del male degli Egizi quando è stata dedicata la valle di Giza completa di Piramidi e Sfinge? Non con un’iscrizione o con un geroglifico che dica “nel giorno tale ho fatto questo” (d’altronde gli Egizi non scrivevano mai niente, no?) ma semplicemente posizionando i vari monumenti in modo da piazzarli sul modello della cintura di Orione nel cielo. Non ho capito come faremmo a capire in modo così facile e immediato questa fantomatica data, ma tant’è…

E poi arriva un geologo che si chiama Schoch (il nome è tutto un programma!): secondo lui la sfinge di oggi non è l’originale, perché ha la testa troppo piccola, a causa di una lunga e infinita erosione. Così il nostro Schoch ci dice che la sfinge è più antica di quello che si pensa. Ma alla domanda “e chi l’ha costruita 5000 anni prima di Cristo?” il nostro eroe risponde candidamente “io sono un geologo. A questa domanda devono rispondere altri.” Grazie al cazzo, idiota!

Ed ecco che tutto torna all’inizio, al diluvio: la sfinge presenta tracce di erosione inequivocabilmente dovute alla pioggia. Non una pioggerellina di marzo leggera, no, ma nientepopodimenoché il diluvio di cui sopra (non ha il coraggio di dirlo, ma intanto tutti quanti noi dotati di un minimo di intelligenza deduttiva abbiamo fatto due più due…)!

Sono strabiliata. Io, brutta stronza archeologa ufficiale non credo ad una parola delle cose che ho sentito fino qui. Dice il nostro eroe Giacobbo, mediatore di questo manicomio, che è interessante il modo di ragionare di questi archeologi-canaglia. Il modo di ragionare? Allora, da che mondo è mondo, e da che l’archeologia se dio vuole è diventata una disciplina “scientifica”, l’archeologo ragiona così, cari i miei Hancock, Bauval, Schoch e Giacobbo: l’archeologo vede i segni, le prove, le evidenze materiali di ciò che studia e da lì tira le sue interpretazioni, che cerca di provare cercando confronti (perché la lectio facilior, che la filologia insegna essere la cosa vincente, è che è più facile che si verifichi la norma piuttosto che l’eccezione), dopodiché giunge a delle conclusioni che verranno ben documentate e scientificamente provate. I nostri eroi invece ragionano così: hanno un’idea, che sia balzana o meno non importa, dopodiché cercano nelle evidenze oggetto del loro interesse le conferme della loro idea. Se poi non sono conferme ma un “ci può stare” oppure un “perché no?” va bene uguale, tanto basta scrivere libri e andare ospiti alla RAI che sono soldi (dei contribuenti) assicurati.     

 

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i nostri eroi, Robert Bauval e Graham Hancock

 

tutto ciò deriva dalla vista dell’ennesimo servizio-bufala di Voyager (che stasera a onor del vero si era comportato quasi bene) che, ricordiamo, gode del patrocinio del MiBAC. Stando così le cose mi vergogno di aver vinto il concorso…chissà che vorrà dire…

RINGRAZIAMO ATLANTIDE…

Ringraziamo Atlantide, il programma televisivo de La7 di stampo documentaristico/culturale che ogni tanto casca nella trappola dell’effetto Voyager con effetti devastanti (si cita a titolo d’esempio quella volta che hanno fatto datare una roccia col C14…)…Ringraziamo Atlantide, noi tutti che facciamo per mestiere, o per diletto, o quanto meno ci proviamo, gli archeologi.

La puntata di ieri 12 novembre 2009 aveva per oggetto l’avventurosa vita e il pericoloso lavoro degli archeologi. Roba che potrebbe convincere qualche romantico giovanotto fresco di liceo ad iscriversi ad archeologia all’università, convincendosi che anche lui da grande potrà vivere grandi avventure (ne ho incontrato, nel mio cammino…qualcuno invero ci spera ancora!): d’altronde l’icona di questi inguaribili romantici, Indiana Jones, consiglia a gran voce “Se vuoi diventare un bravo archeologo esci dalla biblioteca!”.

E fuori dalla biblioteca cosa trovi?

Nella puntata di ieri ospite d’onore, nonché personaggio di forte impatto mediatico, l’inossidabile Zahi Hawass (quello che, ricordiamolo, al VI Incontro Nazionale di Archeologia Viva confessò di amare il suo lavoro perché all’inizio della sua carriera scoprì  una bellissima statua di dea egizia…li mortacci sua!) ha raccontato che nel corso della sua pluridecennale esperienza sul campo è finito in una trappola, ha respirato l’aria velenosa di una tomba, ha avuto un infarto e si è beccato un terremoto! Alla faccia del bicarbonato di sodio! Indiana Jones è un dilettante! E in più Indiana Jones ha paura dei serpenti (sfigato!), l’altro enorme pericolo in cui possono incorrere gli archeologi, diceva La7 ieri (chiaramente trattasi di boa, anaconda e cobra, non già di vipere cornute che vivono sulle Alpi Carniche).

Ma non solo, i pericoli per gli archeologi vengono anche dall’uomo stesso: dai trafficanti d’arte, dagli scavatori clandestini, insomma, dai tombaroli, organizzati in veri e propri eserciti (stile Cartello di Medellin colombiano) pronti a sparare ai prodi difensori del passato, che fanno scudo col proprio corpo al grido di “Questo dovrebbe stare in un museo!”.

Immagino mia nonna, che sa che faccio, o provo a fare, l’archeologa, mentre ieri guardava questa puntatona di Atlantide sui pericoli che vive quotidianamente la sua irresponsabile nipote: ogni fotogramma che passa è un grano di rosario, un pater noster e chissà cos’altro per allontanare la tragedia sempre incombente sul mio capo…poi fa caso un attimo alle immagini che scorrono e tira un sospiro di sollievo: i servizi mandati in onda per convincere il pubblico a casa mostrano solo scavi in Egitto (dove il monopolio di Zahi Hawass fa sì che solo pochi possano arrivare), in Sudamerica (e sono i più avventurosi: strano, eh?) e nel deserto dei Gobi, narrando l’epopea di grandi ricercatori di uova di dinosauro e di Indiana Jones ante litteram. Nessun accenno, quindi alla vita di tutti i giorni, alla quotidianità del lavoro degli archeologi, che il massimo dell’aria velenosa che possono respirare è quella di un condotto fognario in un centro storico perché devono fare assistenza archeologica ai lavori pubblici.

Che dire? Anch’io nel mio piccolo, comunque, commentavo con un mio esimio collega ieri, qualche avventura degna di Zahi Hawass e non solo, l’ho vissuta: il terremoto innanzitutto: ero nelle Marche a settembre quando c’è stata una scossa alle 6 del mattino che mi ha paralizzato nel letto (era domenica, maledizione!): scossa piccola, ma tant’è, il terremoto ce l’ho.

La trappola effettivamente mi manca, ma una volta sono finita in una sottospecie di sabbie mobili. Nessuna paura, nonna: era semplicemente un bel banco di sabbia bagnatissimo un po’ per le infiltrazioni d’acqua e un po’ per la pioggia: d’altronde avevano appena aspirato via il mare che la copriva, doveva pur vendicarsi! Impressione decisamente brutta, di impotenza mentre ti rendi conto che se non ti togli gli stivali di gomma non ne esci.

L’aria velenosa di una tomba no, è vero, ma l’aria mefitica delle camerate al mattino è un’esperienza che posso condividere con molti giovani e non più giovani archeologi.

L’infarto…beh, ancora no, se dio vuole, ma ciò vuol dire solo che sono evidentemente più sana di Zahi Hawass, il quale, se si vuole ritirare per motivi di salute, può trovare in me una sostituta di sana e robusta costituzione (a richiesta fornisco il certificato medico).

Infine i serpenti…ecco, i serpenti no, ma giusto quest’anno mi sono imbattuta nel ragno “Oh mio dio”, un ragno così brutto e grosso che quando lo vedi puoi solo dire “Oh mio dio”, appunto.

E i tombaroli? Quelli italiani non faranno la guerriglia, ma sono ugualmente dannosi per la ricerca archeologica e per il nostro patrimonio culturale, per quello che noi archeologi cerchiamo tutti i giorni di difendere con la ricerca, con lo studio e con la divulgazione, quel poco di buona divulgazione che per lo meno riusciamo, non tutti, a fare.

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Se la7 invece di spendere soldi per documentari americani esagerati scendesse nella piccola realtà italiana, fatta anch’essa a suo modo di avventure, di gesta eroiche e di tombaroli, magari riuscirebbe a sensibilizzare meglio una popolazione che guarda con ammirazione Zahi Hawass ma che poi lascia i topi morti sullo scavo ai ragazzi che fanno scavi d’urgenza sotto casa sua in città.

Marina Lo Blundo

Vampiri a Venezia: un caso di “terribile” informazione archeologica

Un post sul blog di Comunicare l’archeologia ci invita a riflettere sul fatto che spesso e volentieri dare una notizia di archeologia sui giornali non implica la correttezza dell’informazione archeologica perché si cerca più il sensazionalismo e lo “strano” piuttosto che la notizia scientifica in sé. Ed è così che prende vita l’Effetto Voyager.

Il caso in questione, che ha cavalcato addirittura la stampa internazionale, è quello degli scavi a Venezia che hanno restituito quanto si può leggere, con le dovute cautele qui:

http://publishingarchaeology.blogspot.com/2009/03/vampires-media-and-quality-control-in.html Dracula_chiaro.jpg

donna_vampiro.jpgIl caso eclatante del “vampiro di Venezia” deve mettere in guardia da quegli articoli o da quell’informazione mediatica che spara lo scoop ai confini della realtà senza prima correttamente verificare la scientificità della cosa. È senza dubbio più facile scrivere senza documentarsi, e perché no?, travisare i fatti, esagerarli, per attirare più pubblico.

Fare cattiva informazione, i giornalisti lo dovrebbero sapere, genera confusione e ignoranza, di qualunque campo si tratti. La correttezza dell’informazione, sia essa di archeologia, ma come di politica, economia o cronaca nera, deve essere sempre verificata da chi scrive. Ma questo, di nuovo, i giornalisti lo dovrebbero sapere.

L’effetto Voyager che si viene a creare in questo modo è quanto di più deleterio possa esistere in materia di archeologia. Da qui nascono infatti poi tutte quelle false credenze che vengono vendute come vere, ma che in realtà sono suggestioni al confine con la leggenda, che poco hanno di storicamente fondato e provato.

Gli spazi dei media devono essere un buon strumento da saper sfruttare in fatto di comunicazione archeologica, non dai quali farsi sopraffare.

Marina Lo Blundo

Un archeoastronomo ci distruggerà…

Ne vengo da un corso di archeoastronomia che si è tenuto non dirò dove non dirò quando, e voglio riportare qui le mie impressioni. Premetto che sono mie opinioni personali e non verità fede, e premetto che i miei pareri potrebbero eventualmente offendere qualcuno. Non lo faccio con quell’intenzione, per cui me ne scuso in anticipo.

Altra premessa doverosa è che sono partita prevenuta, io archeologa piuttosto razionale, e tutto sommato ero curiosa di vedere se l’archeoastronomia è una materia seria oppure è solo un modo per dare libero sfogo alla fantasia. Ebbene il risultato è che potenzialmente l’archeoastronomia potrebbe essere una disciplina seria e anche valida in qualche caso, ma che purtroppo gli archeoastronomi (alcuni, mica tutti!) la usano nei modi più assurdi per costruire le teorie più strampalate. Notiamo infatti che l’archeoastronomia si presta bene per quelle civiltà (precolombiane, ad esempio) di cui si sa ancora relativamente poco e di quelle civiltà (di nuovo precolombiane e gli Egizi) che da sempre stimolano la nostra fantasia per le loro architetture spettacolari e per il loro sviluppo culturale esagerato. Poi si presta bene con la Preistoria, perché in assenza di fonti scritte che possano smentire ogni ipotesi è lecita, e in particolare per l’età dei Megaliti, perché dato Stonehenge che è stato dichiarato ormai unanimemente un orologio solare, ci si sente in diritto di poter asserire che tutti i megaliti di tutta l’Europa e oltre sono orientati verso una qualche congiunzione astrale o al solstizio o all’equinozio o a chissàchealtro.

No, io non sono, come dice l’autore di “Misteri e scoperte dell’archeoastronomia”, una di quelli che sono rimasti all’idea dell’uomo primitivo come “Buon selvaggio”…ma mi baso sui fatti, su quello che vedo e prima di andare a cercare una risposta nelle stelle vedo se per caso non ci sia una spiegazione più razionale ai comportamenti degli uomini antichi. Farò alcuni esempi, muovendo da una semplice considerazione: abbiamo fatto, nel corso del corso (perdonate il gioco di parole) una lezione sul rilevamento astronomico. è una cosa di un complicato che la fisica dei quanti al confronto sembra facile come fare 2 + 2. Credete forse che i nostri cari antenati sapessero fare tutte queste triangolazioni, calcoli trigonometrici dell’azimuth, della levata eliaca delle Pleiadi e compagnia cantante? Va bene non credere al mito del buon selvaggio, ma così mi sembra eccessivo…e per fortuna nessuno ha tirato in ballo eventuali UFO (quelli li lasciamo a Voyager, lontano dalle dispute accademiche)…

Ma farò alcun esempi, perché altrimenti il mio sembra solo un vuoto sproloquio.

  • Malta: il volume “Stele e Stelle” tradotto in Italiano nel 2006 da un originale inglese del 2001, considera il caso dei templi megalitici maltesi e dimostra che su 15 templi ben 14 sono orientati a Sud, mentre uno, il tempio di Mnajdra I, è orientato ad Est. da qui parte con uno sproloquio sul fatto che allora è orientat verso il sorgere del sole all’equinozio di primavera anche se non si capisce il perché, e che sullo stipite di Mnajdra III ci sono delle tacchette che indicano sicuramente la levata eliaca di alcune stelle, tra cui le Pleiadi. Non si capisce il perché di una tale cosa, ma mi adeguo. Riguardo tutti gli altri templi, orientati a S, la spiegazione va vista nell’orientamento verso la Croce del Sud, che all’epoca era visibile nel nostro emisfero. Sembrerebbe tutto chiaro, no? i templi maltesi sono TUTTI orientati (almeno quelli di cui è possibile precisare l’orientamento per il loro livello di conservazione) a Sud tranne uno ad Est verso l’equinozio di primavera. Uhm…interessante, ma c’è un ma: il nostro autore prende 15 templi (non i complessi templari ma le singole unità), ma scarta alcuni dei principali, come Tarxien e Hagar Qim. Tarxien è in assoluto il complesso templare più grande dell’isola, in cui meglio si è espressa l’architettura maltese. Come si fa a dire che non è stato possibile trovarne l’orientamento? La risposta ce l’ho io: forse dei tre templi che lo compongono nessuno è orientato a Sud…
  • Spagna: pare che (e traggo sempre da “Stele e stelle”) alcuni monumenti orientati a Sud siano la prova che per i costruttori di questi megaliti fosse fondamentale orientarsi secondo la Croce del Sud e la costellazione del Centauro. Il fatto poi di aver trovato presso uno di questi megaliti la statuetta (rotta) di un cavallo potrebbe far pensare ad un culto del Centauro, in particolare Chirone, preposto alla medicina, in questa regione, così come in Grecia. Solo un problema: in Grecia del Centauro si parlerà a partire da almeno 1000 anni dopo, per cui la domanda che sorge spontanea è: dove è nato questo fantomatico culto? è nato in Grecia e da lì si sarebbe spostato verso Occidente? E però il diffusionismo che quest’idea parrebbe adombrare è teoria caduta e smantellata dagli anni ’60…
(to be continued)