Invasioni Digitali: la Soprintendenza Archeologia della Liguria alla Rovere

Anche quest’anno le Invasioni Digitali sono tornate a riattivare la cultura in Italia secondo la formula, vincente fin dal primo anno, di promuovere la conoscenza del proprio patrimonio “dal basso”, dalle comunità locali, dalla gente, quella che spesso vorrebbe avvicinarsi a luoghi chiusi, sbarrati, illeggibili. Fin dalla nascita seguo le Invasioni Digitali, fin dall’inizio ve ne ho parlato qui, ho fatto sì che in un’edizione venisse organizzata un’Invasione al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, poi ho guardato. E quest’anno ho visto una cosa che mi è piaciuta molto. Per due motivi.

Motivo numero Uno: è stata organizzata un’invasione nel mio borgo natìo

Motivo numero Due: l’ha organizzata, insieme ad molte altre invasioni, una Soprintendenza Archeologia. Esatto, una di quelle soprintendenze che avrà ancora vita breve ma che, evidentemente, non ha nessuna intenzione di tirare i remi in barca.

La Soprintendenza Archeologia della Liguria si è fatta promotrice di una serie di Invasioni in vari siti archeologici più o meno, ma soprattutto meno, noti della Liguria, proponendo un calendario variegato e un’offerta che va da est a ovest, o meglio da Levante a Ponente.

Le Invasioni sono state organizzate dai funzionari della Soprintendenza (Marcella Mancusi  e Neva Chiarenza) di concerto con la Digital Ambassador (così si chiamano i referenti delle Invasioni) della zona di Luni – La Spezia Angela Tanania, per quanto riguarda il Levante, e da Luigi Gambaro della Soprintendenza Archeologia per il Ponente insieme al Digital Ambassador Nicola Ferrarese (LiguriaInside).

Di tutto l’impegno che la Soprintendenza ha profuso nelle invasioni liguri parlerò più diffusamente in un articolo che pubblicherò presto su Archeostorie, il Magazine di Archeologia Pubblica; qui invece mi soffermo sull’aspetto più intimo delle Invasioni: la loro capacità di smuovere il cuore. Il mio in questo caso.

La mia vita si è sempre svolta, almeno fino ai 20 anni, all’ombra della Madonna della Rovere (san Bartolomeo al Mare, IM): santuario mariano al quale sono legati momenti importanti della mia vita e al quale mi sento molto legata, a prescindere da ogni questione religiosa. Accanto c’è la mia scuola elementare, sotto la quale all’inizio degli anni ’80 vennero in luce i resti della mansio romana che la Tabula Peutingeriana chiama Lucus Bormani, tappa lungo la Via Julia Augusta che nei dintorni ha lasciato un’altra traccia del suo passaggio: un cippo miliare nella frazione di Chiappa, nell’entroterra di San Bartolomeo al Mare. Non credo che aver imparato a leggere e scrivere sopra i resti romani sia responsabile delle mie scelte professionali da adulta, pur tuttavia sono legata anche a questo sito archeologico. Che pur non ho mai visitato, in quanto sempre chiuso, da che ne ho memoria. In effetti non è né facilmente accessibile, né di facile lettura: le poche strutture conservate hanno elevati davvero risibili, e in mezzo al sito sono comunque gettati i piloni che sorreggono la scuola (fu proprio per la costruzione della scuola che si scoprì la mansio). Mai visitata dunque. Né io né nessun altro.

Ma, potere delle Invasioni Digitali, proprio la mansio romana di San Bartolomeo al Mare, quel Lucus Bormani sempre sentito nominare, ma mai visto di persona, per un giorno è diventato accessibile. La Soprintendenza Archeologia ha aperto le chiavi del suo cancello e ha permesso ad una schiera eterogenea di Invasori di poter finalmente essere messi a conoscenza di un pezzo di storia che appartiene loro! Io non ho potuto partecipare, ma non volevo che in famiglia andasse perduta l’opportunità di avvicinarvisi, e ho iscritto alle Invasioni Digitali per il 30 aprile mia madre. La quale forse non è tanto digitale, ma ama sufficientemente la sua terra da capire l’importanza e il valore di quello che le stavo proponendo (partecipare al posto mio), e ha accettato con entusiasmo.

Un'immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Un’immagine degli scavi sotto la scuola elementare di San Bartolomeo al Mare

Il racconto che mi ha fatto, così minuzioso e appassionato, e le foto che mi ha mandato sono la dimostrazione migliore del fatto che la formula delle Invasioni Digitali funziona. Non solo perché apre le porte di luoghi altrimenti sbarrati, ma perché riesce a far dialogare anche più enti: l’invasione della Rovere ha impegnato infatti sia la Soprintendenza Archeologia, con il funzionario Gambaro che ha fatto da guida al sito, il Comune di San Bartolomeo, col sindaco che ha partecipato alla manifestazione, il Santuario, il cui preposto ha fatto da guida svelando storie e dettagli poco noti agli stessi parrocchiani. Ne è nato un racconto corale, nel quale i vari protagonisti si sono avvicendati per portare ai presenti la conoscenza del sito.

La copertura sui social (mia madre a parte) è stata buona: tra instagram, facebook e twitter ho visto parecchie immagini: vi posso assicurare che è difficile far parlare 4 sassi, ma a giudicare dai contenuti immessi in rete il messaggio dev’essere arrivato. Se cercate sia su twitter che su instagram il tag #sanbartolomeoalmare troverete tutte la immagini caricate dagli Invasori.

Per quanto riguarda me, ho vissuto l’Invasione alla Rovere per interposta persona, ma in pieno spirito di condivisione, tipico delle Invasioni Digitali, vi prometto, finalmente, dalle pagine di questo blog, un post archeologico, in cui racconterò anche a voi il sito del Lucus Bormani. Ma lo farò a modo mio: attraverso gli occhi della bambina che non ha mai potuto accedervi, attraverso gli occhi di mia madre che invece ha potuto farlo, e infine attraverso gli occhi dell’archeologa, Sennò che archeoblogger sarei? Chissà, potrei anche dedicare una storia su snapchat 😉

Stay tuned!

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum

La Chimera ha scoperto che le piace viaggiare. Ha scoperto che le piace andare in tournée, però mica per stare esposta in mostra, che poi dalla sua postazione non si può muovere e anzi deve stare in posa a farsi ammirare da torme di visitatori. No, a lei piace andare in giro, ogni volta che può chiacchierare con qualcuno. Da quando è su twitter è diventata una chiacchierona incredibile, non la si tiene più. E così è voluta venire a Paestum con me, a controllare quello che avrei raccontato al Social Media & Heritage Forum, un’occasione molto importante di scambio e confronto tra social media manager di istituzioni pubbliche (io per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e Stefano Rossi per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria), osservatori attenti (Alessandro d’Amore per SvegliaMuseo, Astrid D’eredità con la sua grande esperienza in materia) e soprattutto la Direttrice Generale per la Valorizzazione A.M. Buzzi, dirigente del MiBACT, anzi, di quella fetta di MiBACT che si occupa di Social Media.
20141030_155252_1In vista della partecipazione della Buzzi la Chimera si era lisciata il pelo e rifatta le unghie, mentre io le avevo affilate: insieme a Stefano Rossi volevo far passare il messaggio che il nostro lavoro di comunicatori social delle rispettive soprintendenze è importante e non può essere fatto nei ritagli di tempo. Del resto Stefano ha mostrato come da mansionario del ministero sia prevista la figura di funzionario per la promozione e la comunicazione (e già l’assistente alla vigilanza, che entrambi ricopriamo, ha nel suo ruolo una mansione di comunicazione). Mi permetto di sottolineare che la Buzzi continua a non aver proprio chiarissimo il problema (che non è un problema, ma un’opportunità!) in tutte le sue sfaccettature, ma che il solo fatto che sia stata presente e abbia partecipato al dibattito mettendosi in gioco è stata una cosa assolutamente positiva. Bene così. Peccato che il vero uomo social del MiBACT sia arrivato quando ormai io e Stefano avevamo ultimato le nostre comunicazioni, perché rappresentando lui il centro e noi la periferia, forse poteva svilupparsi un dibattito più concreto, portato sulle vere problematiche di tutti i giorni. Comunque mi consola sapere che anche lui come me è costretto ad utilizzare i propri devices e il proprio pacchetto dati internet dato che al ministero hanno bloccato facebook (e su questo lascio a voi ogni commento…).
Apro una parentesi: è stato molto bello l’incontro casuale, la mattina dopo, con Fernanda Bruni, sempre del MiBACT, la quale mi ha espresso l’entusiasmo per quello che stiamo facendo e le perplessità per come a livello centrale viene gestita la cosa. Mi ha anche spronato a darci da fare dalle periferie perché è necessario (parole sue) che le soprintendenze si dotino di personale veramente comunicatore e che la comunicazione non sia lasciata ai tecnici informatici con la scusa che sanno usare il pc e (eventualmente, aggiungo io) i social, ma ci sia personale davvero in grado di farlo. “Abbiamo risorse interne, non vedo perché pagare un ufficio stampa esterno (avercelo, un ufficio stampa, signora mia!)”. Insomma, è stata una bella chiacchierata, insieme alla Soprintendente della Campania la quale raccontava dei suoi sforzi per la valorizzazione di Paestum al grido di “Il giardiniere di un cimitero non lo voglio fare”.

la Chimera a Paestum

la Chimera a Paestum

Ma ritorniamo all’Incontro degli Archeoblogger. L’incontro, come era prevedibile, è stato molto interessante e partecipato. Naturalmente il dibattito sui social media e il Ministero è stato il più vissuto, forse perché mi interessava di più, forse perché l’intervento istituzionale della Buzzi ha dato il senso del “non ce la cantiamo e suoniamo, ma il dibattito arriva laddove deve arrivare”. E questo, nel bene e nel male, è fondamentale. La sessione sui blog ha gettato elementi di novità rispetto all’anno scorso: mostra una blogosfera archeologica viva, attiva e soprattutto matura. La più matura di tutti è naturalmente Galatea, Mariangela Vaglio, la quale è blogger dal 2005 e quindi ha sicuramente dei consigli da dare a chi è più nuovo del mestiere. Intanto le metriche sono importanti (e già Gabriele Gattiglia ce l’ha detto, che è importante conoscere il nostro pubblico per capire come e quanto investire in comunicazione e social); poi fa una riflessione sul pubblico dei blog, che è cambiato negli anni, diventando più massificato. E allora il pensiero che sorge è che non necessariamente ad avere molto pubblico corrisponde avere un pubblico di qualità. E con pubblico di qualità intendo il pubblico che legge perché realmente interessato, il pubblico che porta a popolarità al di fuori della rete le tematiche che vengono trattate nel blog. E poi, ancora, proclama la legge fondamentale dei social media: sui social la comunicazione dev’essere emozionale. E i musei devono lavorare sempre di più in questa direzione. E ancora, ad Antonia Falcone che, presentando il blog di Professione Archeologo, si stupiva che la pagina più letta fosse “Chi siamo” risponde che l’autorevolezza del blogger è fondamentale; le fa eco Cinzia Dal Maso, che ribadisce il concetto. E ciò tra l’altro è a maggior ragione importante per blog di settore quale il nostro, dove è facile incappare in mistificazioni e in archeobaggianate. Conclude Cinzia Dal Maso spendendo una parola sull’importanza della tempestività nel fornire le notizie, caratteristica che i blogger devono avere in comune con i giornalisti, e soprattutto sull’avere uno sguardo globale e non provinciale. Tendiamo a chiuderci entro le quattro mura di casa nostra, senza guardare all’esterno, e all’estero. Sbagliato: apriamo gli occhi e guardiamo cosa c’è la fuori.
Va detto che l’abbiamo fatto: quest’estate, per esempio, abbiamo guardato fuori dall’Italia e siamo approdati in massa al Day of Archaeology. L’abbiamo fatto talmente bene che ci hanno dedicato una categoria a sé, per ritrovarci tutti, per fare community. E l’abbiamo fatto con tanto entusiasmo e trasporto, oltreché con la serietà professionale che ci contraddistingue, che da lì a decidere di scrivere un libro sui mestieri dell’archeologo il passo è stato breve. Il Day of Archaeology serve infatti per far conoscere il lavoro degli archeologi in tutte le sue sfaccettature. Anche noi archeoblogger italiani dunque abbiamo raccontato il nostro lavoro, e abbiamo deciso che chi meglio degli studenti di archeologia all’università dovrebbero sapere cosa li aspetta una volta laureati? Così presto fatto, e nasce Archeostorie, che sarà pubblicato a marzo, ma che è stato presentato in anteprima ieri. A cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti, vede la partecipazione di molti di noi archeoblogger, e vuole essere uno strumento di orientamento per i giovani futuri archeologi che ancora non sanno cosa faranno da grandi. A tal proposito ricorderò sempre cosa disse a Genova la mia futura docente di storia dell’arte greca e romana all’incontro di orientamento cui partecipai prima ancora di immatricolarmi, nell’ormai lontano 2000. Disse “Nel settore non ci sono molti sbocchi occupazionali, se davvero avete intenzione di diventare archeologi, sappiate che dovrete inventarvi il lavoro.” Non fu proprio incoraggiante, ma fu sincera. Apprezzai il consiglio, ma mi buttai ugualmente nella mischia. Alla fine, credo proprio di averlo seguito, il suo consiglio, e di essermi inventata se non un lavoro, quantomeno un’esperienza e una professionalità in un settore che per l’archeologia è ancora poco sfruttato nelle sue enormi potenzialità, quello della comunicazione 2.0 e social per i musei. Archeostorie può aiutare i giovani studenti di oggi, futuri archeologi di domani, a capire e a riconoscere le loro potenzialità, in un ambiente universitario che è ancora scollato dal mondo reale (come ha detto Giuliano De Felice, l’università forma bravissimi potenziali ricercatori, che rimangono però potenziali).
La Chimera è molto soddisfatta di Archeostorie: nel libro c’è anche lei, perché in qualche modo è stata la musa ispiratrice della mia strada. Ed è molto soddisfatta del suo viaggio a Paestum, dove è stata accolta come mascotte degli archeoblogger. Ora le toccherà partecipare sempre alle nostre conventions. Ma non penso proprio che le dispiacerà… 😉

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A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

“Sguardi aumentati” sui musei all’Internet Festival 2014 di Pisa

Twitter è una cosa meravigliosa: conosci nel salotto social una serie di persone, di entità con cui dialoghi, con cui hai magari scambi sui temi che più ti interessano e che ti appassionano, con i quali condividi idee ed esperienze, quindi le segui nelle loro attività ed opinioni, spesso condividendole, qualche volta intervenendo nelle loro discussioni… poi finalmente accade che hai la possibilità di vederle dal vivo, quelle entità cinguettanti, e anzi, sei portata a prendere parte ad un evento proprio perché sai che interverranno loro.

Così è stato ieri: avevo sottovalutato il programma dell’Internet Festival 2014, presa come sono ultimamente dalle mie questioni personali, e mi ero persa totalmente l’evento “Sguardi aumentati: risorse digitali per i musei”. Poi, potenza di facebook, questa volta, ci ho sbattuto per bene il muso dentro. Ed ho pensato che sarebbe stato stupido non andare, visto che Pisa sta ad appena un’ora di treno da Firenze. Ma soprattutto ho letto due nomi sulla locandina, che mi hanno convinto: Miriam Failla e Maria Elena Colombo. Antonella Gioli l’avevo invece già conosciuta a maggio ad Opening The Past 2014 ed è stata una gradita nuova occasione di incontro. Quanto a Miriam e a Maria Elena, invece, le seguo da sempre perché, anche se virate su tematiche di Storia dell’Arte, hanno a cuore gli stessi problemi che ho a cuore io in fatto di comunicazione, soprattutto dei musei, e soprattutto sono attivissime sui social network, in particolare su twitter.

E dunque eccomi qua, a Pisa, alla Leopolda, sede dell’incontro, a seguire un incontro che parte dai musei per parlare di comunicazione e di utilizzo delle risorse digitali proprio a fini comunicativi.

I primi interventi, quello di Antonella Gioli e di Miriam Failla, sono stati un importante spunto di riflessione sul ruolo dei musei come luoghi del tempo, in cui si deve lavorare sul concetto del passaggio del tempo. In particolare Antonella Gioli ha illustrato il progetto “La vita delle opere: dalle fonti al digitale”: si tratta di un lavoro di studio delle opere d’arte che le prende in considerazione dal punto di vista della loro storia conservativa; le opere non sono nate per stare nei musei e non sono nate nei musei, ma nei musei ci sono arrivate nel capitolo finale della loro vicenda: non è la fine della loro vita, ma un nuovo inizio in cui si ammantano di nuovi significati; spesso però questi nuovi significati fanno perdere di vista tutto il resto. La storia conservativa delle opere diventa allora una chiave di lettura diversa, nuova e che, aiutata dagli opportuni strumenti, può trasformare una visita in museo passiva in un’esperienza attiva, dando vita ad un “aumento di sguardi”. Il progetto prevede la creazione di un’App alla quale sarà affidato il compito di raccontare questa storia conservativa delle opere. Per costruire un’App occorre però condurre dapprima un’analisi sulle esigenze scientifiche che muovono il tutto, sulle competenze necessarie, sul linguaggio e sulla fruizione, ovvero sul pubblico. Questo lavoro richiede richiede d’altro canto che lo storico dell’arte si interroghi sul suo lavoro, sul museo e sul suo ruolo nella società.

Miriam Failla conduce un’interessante riflessione sul museo come istituzione proiettata nel futuro: il fatto stesso che conservi opere del passato per trasmetterle ai posteri ha in sé questa tensione al futuro. E invece i musei nell’immaginario collettivo sono considerati un mondo a parte rispetto al mondo dell’innovazione tecnologica. Non solo, ma spesso al museo è associata l’idea di cimitero, di tomba, di vecchiume. E ciò contrasta enormemente con l’apertura al futuro che i musei dovrebbero avere. Proprio il concetto di tempo è la chiave su cui giocare: il passaggio del tempo sugli oggetti, da trasmettere attraverso uno sguardo multiplo e da contrapporre alla fruizione dell’opera come totem fine a se stesso, che non è altro che uno svilimento dell’opera, che invece è molto più densa di significato. In questo sguardo multiplo necessario ad una nuova visione dell’opera, l’utilizzo dei social network diventa un importante veicolo di comunicazione, anche e soprattutto grazie alla trasmissione di immagini con le quali si condivide l’esperienza dell’opera d’arte e la loro storia. Ad una nuova visione della comunicazione dell’arte, che passi sempre più attraverso i social network, va abbinata la creazione di professionalità adeguate. L’università è chiamata in causa per far sì che le nuove generazioni di studiosi siano in grado di stare al passo con la società, perché se non cambiano gli approcci alla comunicazione, la storia dell’arte morirà.

Maria Elena Colombo, digital media curator del Museo Diocesano di Milano porta la sua esperienza lavorativa, che poi è quella che fa sì che il MuDI di Milano sia una delle realtà italiane più avanzate dal punto di vista dell’utilizzo di risorse digitali per la fruizione. Innanzitutto Maria Elena si sofferma sulla definizione del suo ruolo: digital media curator, definizione che si è data da sé, ma che racchiude in sé due anime, la conoscenza del museo e delle sue opere, e dall’altra parte la conoscenza dei canali di comunicazione. È evidente, ascoltando lei, quanto ciò sia fondamentale anche per l’archeologia: chi si occupa di comunicazione, nel web 2.0 come sui social network, dev’essere innanzitutto uno del settore, formato nel settore dei BBCC e che conosca gli strumenti di comunicazione sui quali lavora. Peccato che in Italia non esista, negli organigrammi dei musei, una figura professionale anche solo lontanamente legata alla comunicazione, la quale è relegata a compiti di amministrazione (o, come nel mio caso, agli assistenti alla vigilanza). Maria Elena racconta poi le cose concrete che il MuDI ha realizzato negli ultimi tempi: innanzitutto “Scatta e condividi”, per invitare i visitatori a scattare fotografie nel museo e a condividerle sui social, condividendo così la loro esperienza di visita; poi le app che il MuDI ha realizzato: Mela Project, Costantino 313 e ArtGuru Chagall e la Bibbia. Infine, sottolinea l’importanza di analizzare le metriche relative all’andamento dei profili social e del sito, per capire in quale direzione muoversi quando si attua una strategia di comunicazione.

Sara Bruni ci ha condotto in una carrellata che presenta un po’ lo stato dell’arte nel rapporto tra musei e social network, con particolare attenzione a Facebook e a ciò che si muove su twitter. Difficile fare delle categorizzazioni: come sottolinea la stessa Sara il mondo dei social è talmente fluido e in continua evoluzione che ciò che ci ha detto questo pomeriggio rischia già di essere stato superato stasera. E comunque cita quelli che ormai sono diventati i “soliti noti” su twitter in tema di musei: la #museumweek, la #museumschool, lo #smallmuseumstour, le #invasionidigitali, #askacurator e il lavoro di @svegliamuseo, che continua a monitorarci, a stimolarci, a pungolarci 😉

Irene Bernardeschi parla invece di App e musei, distinguendo alcune tipologie di app utili alla causa: sono le app turistiche, le app dedicate ad un singolo sito, quelle dedicate ad un museo o ad un sistema museale, quelle su mostre temporanee, oppure su singole opere e infine tematiche. Naturalmente non è tutto oro quello che luccica, perché non sempre le app si adattano a tutti i generi di dispositivo, il che comporta un danno alla comunicazione: personalmente mi innervosisco subito se non mi si apre o mi funziona male l’applicazione, sicché se la visita aumentata grazie all’app si deve trasformare in una sofferenza o in un singhiozzo allora preferisco chiudere e continuare la mia visita nel modo tradizionale. Le app invece avrebbero in sé proprio il vantaggio di far scegliere al fruitore il percorso e l’approfondimento che più gli aggrada, dandogli modo di soffermarsi ogni qualvolta sia incuriosito a scendere nel dettaglio dell’informazione.

Chiude i lavori Sara Nocentini, Assessore alla Cultura della Regione Toscana che parla della volontà di creare un sistema museale regionale che sia percepito come tale dai visitatori. Parla poi di accessibilità e dell’importanza di curare il contesto nel quale i musei si collocano.

Incontro positivo e ricco di stimoli: l’attivissima Maria Elena Colombo che ha stratwittato durante l’incontro ha anche realizzato uno storify che vi propongo qui. E’ stato importante avere la conferma che archeologi e storici dell’arte navigano verso una direzione comune nel campo della comunicazione dei musei. Bisogna unire le forze, dal confronto dei due settori possono nascere (perdonatemi il twittologismo) #solocosebelle.

La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

E Invasione (digitale) sia!

E’ con viva e vibrante soddisfazione che vi annuncio che per la prima volta nella mia vita ho organizzato qualcosa. Questo qualcosa è l’Invasione Digitale al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Invasione MAF

Vista la mia scarsa attitudine all’organizzazione – di me stessa in particolare, ma soprattutto di eventi – questo per me è un grande passo in avanti. Ma soprattutto è un passo avanti per il MAF ed è un passo avanti in una direzione che a me piace particolarmente, di compenetrazione tra attività del museo reale e attività “social” del museo. Perché le “Invasioni Digitali” nascono on line, proprio sui social. Non vi sto a raccontare un’altra volta ancora di che si tratta: trovate tutte le info al sito web delle Invasioni Digitali ed eventualmente ad un mio post dell’anno scorso dedicato proprio al fenomeno/boom delle Invasioni.

Proprio l’anno scorso, anche se avrei avuto una voglia matta di organizzare già un’invasione al MAF, avevo preferito soprassedere perché cose ben più grosse (per me) bollivano in pentola: stava per prendere vita, infatti, il blog di Archeotoscana e tutta l’impalcatura social della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ma mi ero ripromessa che alla prima occasione utile anch’io mi sarei cimentata nell’impresa.

L’invasione al MAF del 3 maggio sarà una cosa molto semplice, ma non per questo meno efficace: si inizierà alle 10.30 con una visita guidata del nostro splendido giardino, che ancora in troppo pochi conoscono, nonostante ultimamente sia stato aperto in più occasioni e pubblicizzato sui vari canali social, più una visita ai capolavori del museo: Minerva, Chimera e Vaso François. Il resto del museo, in particolare il Museo Egizio, è poi a libera disposizione degli invasori (e chi non vorrebbe farsi un #selfie con una mummia?).

Questo il link all’invasione, dal quale si arriva all’evento da prenotare necessariamente su Eventbrite:

http://www.invasionidigitali.it/it/invasionedigitale/invadiamo-il-museo-archeologico-nazionale-di-firenze

Cari invasori, vi aspettiamo!

Valorizzazione, norme e prassi. Tra il dire e il fare c’è di mezzo…

Si è svolto oggi a Roma un incontro sul tema della valorizzazione dei BBCC all’interno di un ciclo organizzato dal Dottorato in Storia e Conservazione dell’Oggetto d’arte e d’architettura (nella fattispecie dal mio collega di dottorato Mirco Modolo). L’incontro di oggi aveva per tema la valorizzazione nell’ordinamento giuridico tra norme e prassi. A parlare sono intervenuti M.Cammelli e P. Petraroia, a tirare le conclusioni, come sempre, il prof. Manacorda. Come per lo scorso incontro sulla valorizzazione, per il quale avevo preparato un breve intervento, anche questa volta ho fatto la mia parte. Ecco il testo delle mie riflessioni sull’aspetto della valorizzazione da questo nuovo punto di vista che, da ignorante quale sono in materia di diritto, ho reinterpretato sotto un’altra forma: per prepararmi all’incontro, infatti ho voluto leggere gli atti del Primo colloquio sulla Valorizzazione, svoltosi a ottobre 2011 e organizzato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del MiBAC. Quanto segue sono le riflessioni scaturite dalla lettura di quel testo:

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Il volume è interessante perché accoglie lo stato dell’arte, al 2011, in materia di valorizzazione del patrimonio culturale, punto di partenza da cui prende le mosse l’attività della Direzione Generale per la Valorizzazione. Innanzitutto, la prima cosa che emerge, interessante a mio parere, è che un organo del ministero per i beni e le attività culturali non parla mai di beni culturali ma di patrimonio culturale, segno che è stata finalmente recepita – e infatti vi si fa spesso riferimento nei vari interventi che si susseguono – almeno nella teoria, una nuova definizione di patrimonio che non è costituita solo da beni materiali, ma anche da beni immateriali e dal territorio con il quale sono in relazione. Parlare di valorizzazione del patrimonio culturale diventa allora un tema molto ampio, dal punto di vista concettuale e teorico, che si deve però inevitabilmente scontrare con la quotidianità delle pratiche messe in atto in materia di valorizzazione. E qui il problema è quello della valorizzazione che è materia di legislazione condivisa, con tutto ciò che comporta in tema di dialogo tra le differenti istituzioni, l’amministrazione centrale nei suoi bracci periferici e gli enti territoriali, dialogo che spesso si risolve in un contrasto o in un nulla di fatto delle attività di gestione integrata del territorio.

Ritorno sul concetto di patrimonio nella sua accezione più larga così come finalmente è stata recepita, in seguito anche alla Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale del 2005 che è stata ratificata recentemente dall’Italia, perché interpreta il patrimonio culturale come fonte utile allo sviluppo umano. Così, il dibattito che si è sviluppato e che è tuttora in corso sulle strategie di valorizzazione integrata del patrimonio culturale vede attribuire ad esso un ruolo sempre più significativo nel quadro di modelli di sviluppo fondati sulle identità locali e sulla valorizzazione delle risorse dei territori. Il patrimonio culturale così delineato, come insieme di beni materiali, immateriali (intesi questi come saperi e creatività che creano una cultura materiale), contribuisce allo sviluppo sostenibile non solo producendo impatti economici, ma comportando benessere per la popolazione. Lo slogan, se così lo si può definire, della recente manifestazione di Florens, svoltasi a Firenze a novembre 2012 con lo scopo di coniugare bbcc ed economia, era per l’appunto “Cultura, qualità della vita”: e nell’ampio concetto di patrimonio culturale che anche in quell’occasione emergeva veniva inserita anche l’industria, in particolare della moda, in quanto frutto di creatività e saper fare che caratterizzano il made in Italy come un prodotto prettamente culturale.

primocolloquio.jpg&w=200&h=100&zc=1Tornando agli atti, si nota che, anche se si parla di patrimonio culturale in senso ampio, molta parte del discorso sulla valorizzazione viene ricondotta ai musei, o comunque ai singoli luoghi della cultura statali, che rimangono comunque la priorità del ministero. In particolare per quanto riguarda i musei, la direzione generale ha fatto avviare una serie di indagini di studio e di monitoraggio, nonché un recente sondaggio al pubblico dalla riuscita piuttosto discutibile, per capire in che direzione muoversi per la valorizzazione. È importante sottolineare che non emerge in modo chiaro tra gli stessi preposti alla valorizzazione, quale sia il significato operativo da attribuire a tale parola, visto che molti pensano ancora che valorizzare un museo si limiti ai famigerati servizi aggiuntivi, quando in realtà l’accoglienza è ben altra e maggiore cosa: è la capacità di comunicare al pubblico il museo. È fondamentale a tal proposito lo studio condotto da Ludovico Solima, che traccia un quadro del pubblico dei musei nel quale emerge chiaramente l’importanza di una comunicazione dentro il museo, attraverso i necessari supporti, una comunicazione che sia una narrazione, un racconto, e non abbia invece un approccio enciclopedico specifico sul singolo oggetto e slegato dal contesto. È cambiato l’interesse del pubblico nei confronti dell’oggetto nel museo, interessa il contesto, una storia, più che la descrizione e peggio ancora il nozionismo (che però è duro a morire). L’incontro col pubblico, poi, avviene ormai per la maggior parte via internet, dunque è questa via che va sviluppata ed è invece in questa via che i musei, archeologici soprattutto, sono carenti. Ma la domanda che mi pongo io, che lavoro in un museo archeologico nazionale, è: avuti i risultati di questa indagine, la Direzione Generale per la Valorizzazione che l’ha promossa, cosa fa nella pratica per far sì che le strutture museali statali si adeguino ai risultati di tale indagine? Mi sembra che manchi da parte dell’organo centrale un potere di controllo e di indirizzo concreto sull’operato delle sedi periferiche, per cui alla fine ringraziamo il professor Solima del suo lavoro, ma tutto resta come prima, o comunque lasciato alla singola discrezione di azione dei singoli luoghi della cultura.

Un’ulteriore nota che emerge, sempre leggendo gli atti, è che il Ministero, nei suoi bracci periferici, dunque le soprintendenze, non è in grado se non in rarissimi casi, di condurre progetti di valorizzazione territoriale: non per niente elementi presenti sul territorio come i musei diffusi, o le reti di musei, non sono mai statali, ma gestiti da enti locali. Raramente, poi, il progetto di valorizzazione di un sito archeologico è realizzato in modo da guardare anche all’esterno del recinto, ovvero al territorio che lo ospita: un recente convegno organizzato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna incentrato su progetti di valorizzazione da essa attuati mostrava in effetti delle buone pratiche che però sono poche isole felici in cui la valorizzazione è intesa non solo come nuovi pannelli all’interno dell’area archeologica, ma come costruzione di un sistema territoriale capace di far stringere un legame tra l’area archeologica e la popolazione che vi vive intorno, gettando i presupposti per lo sviluppo di un’identità locale. Accanto alle poche buone pratiche vi sono realtà dove invece, e sono la maggior parte, le soprintendenze non dialogano né con gli enti locali né con le altre soprintendenze insistenti sul territorio. Allora forse la Direzione Generale per la Valorizzazione, oltre a fare campagne pubblicitarie colorate o a concentrarsi sui social network, come fa ultimamente, dovrebbe piuttosto porsi come elemento di mediazione e di controllo nei progetti di valorizzazione territoriale integrata, che sono ormai l’esito naturale di quella nuova presa di coscienza che fa parlare di patrimonio culturale e non più soltanto di beni culturali.

Fin qui il testo del mio intervento che, ci tengo a sottolineare, riporta i contenuti  in soldoni degli atti senza sbilanciarsi troppo in considerazioni o critiche. Voglio solo sottolineare che quel convegno si poneva come punto di partenza per successive azioni, per il successivo lavoro della Direzione Generale della Valorizzazione e degli organismi preposti alla valorizzazione sul territorio coordinati dalla Direzione Generale. Il convegno si svolse nel 2011, gli atti sono stati pubblicati a fine 2012, siamo nel 2013 inoltrato. Non ho la competenza né le informazioni necessarie per stabilire se tra il dire e il fare ci sia stato  e ci sia di mezzo “e il”…

Mi piace poi soffermarmi su due concetti espressi da Daniele Manacorda nel suo intervento conclusivo: innanzitutto egli auspica che davvero nella pratica dei fatti si superi la distinzione in “beni archeologici”, “beni storicoartistici”, “beni architettonici” per arrivare ad un’unica concezione del Patrimonio che superi le specializzazioni delle soprintendenze e di conseguenze delle competenze troppo settorializzate che ormai stanno imbalsamando l’operatività sui beni culturali. Ma è il secondo concetto che esprime che mi ha fatto sorridere, vista l’attualità di ciò che sto seguendo con particolare attenzione in questi giorni: “la valorizzazione non è una funzione tecnica, ma culturale, ed è sociale, non pubblica. La valorizzazione è una funzione sociale che investe ciascuno di noi come membro della società, come privato cittadino”. E il pensiero corre, con un certo compiacimento, al “caso” delle invasioni digitali che si stanno spandendo a macchia d’olio, esponenzialmente giorno dopo giorno e che sono, come dicevo nello scorso post, proprio l’applicazione pratica di una società che si riappropria di luoghi che le appartengono e che le valorizza nel momento stesso in cui pone su di essi il proprio interesse riconoscendone il valore. E con questa benedizione accademica (e che benedizione accademica!) lascio la parola a voi, mentre io mi rivolgo ad una nuova avventura archeobloggogica di cui spero di potervi raccontare a breve, anzi brevissimo!

Instagram è il mezzo, il fine è l’evento culturale…

Nel bene e nel male, instagram è sulla bocca di tutti: chi lo condanna perché scattare foto con lo smartphone applicando dei filtri non è fare fotografia; chi lo esalta perché vi vede la funzione social della condivisione; chi proprio per questo lo condanna, perché è una condivisione portata agli eccessi (cosa mangio, cosa indosso, cosa vedo dal finestrino bagnato dell’auto, quanto taggo tutto ciò…); chi sapientemente sfrutta la tensione alla condivisione per creare occasioni. Occasioni che escono dal virtuale ed entrano dirompenti nel reale; occasioni che creano socialità vera, incontro e, perché no, crescita culturale.

Queste riflessioni nascono all’indomani (in realtà già in corso d’opera, ma ora hanno forma più compiuta) dell’instameet che si è svolto ieri a Firenze, organizzato da InstagramersItalia nei suoi distaccamenti toscani. L’instameet prevedeva un tour a piedi per le vie di Firenze, lungo le quali ogni partecipante doveva scattare foto, con lo smartphone, instagrammarle e taggarle con #instameettoscana2012, #igerstoscana e #firenzecard. Uhm, tag interessante quest’ultimo. Ma andiamo avanti. Il ritrovo era alle 15.00 in P.za Santa Maria Novella; alle 16.30, poi, i primi 50 iscritti all’instameet avevano l’occasione di visitare gratis la mostra, allestita presso la Strozzina, “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea“, mentre tutti gli atri potevano visitarla al ridicolo prezzo di 3 €, non senza aver avuto prima un’introduzione guidata per meglio comprendere un artista altrimenti sconosciuto a buona parte dei presenti e una mostra di non immediata comprensione. Alle 17.30, quindi, i partecipanti potevano andare anche a Palazzo Vecchio ed entrare gratuitamente al Salone dei Cinquecento. La serata si concludeva poi con un aperitivo al Caffé delle Oblate.

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Ciò su cui mi voglio soffermare è che, con la scusa delle “fotine” (come le definiva ieri sera @_Robertina__ su twitter) è stato creato quello che a tutti gli effetti è un evento culturale: gli organizzatori hanno trovato un partner, la Firenze Card, una collaborazione con la Strozzina e una con Palazzo Vecchio. Non mi soffermo più di tanto su Palazzo Vecchio nel quale si poteva entrare per ammirare, e naturalmente fotografare, gli splendidi affreschi del Salone dei Cinquecento. voglio invece riflettere sulla visita alla Strozzina. Riccardo Lami, che ci ha illustrato la mostra prima della visita, è stato talmente bravo da trovare la chiave di lettura per entusiasmare gli instagramers presenti: anche Francis Bacon era un manipolatore di immagini, e di immagini fotografiche, sulle quali interveniva fisicamente, stropicciandole, ritagliandole, macchiandole; manipolatrice è anche Annegret Soltau, che ritocca le sue foto autoritratto cucendoci sopra fili neri che disegnano vere e proprie trame, mutando la fisionomia. E ancora: Bacon vuole che il pubblico entri in contatto con le opere, si rifletta in esse non solo concettualmente, ma fisicamente, attraverso il vetro che lui vi appone sopra, così ognuno vede riflesso se stesso, e diviene parte integrante del messaggio dell’opera. Gli instagramers così istruiti potevano fotografare tutto quanto all’interno della mostra colpisse il loro interesse. Dall’esterno diventa anche interessante vedere la mostra con i loro occhi, dall’interno è stato interessante ponderare ogni scatto, non fare foto per il gusto di farle, ma andando dietro a un intento, che fosse estetico, di suggestione, di documentazione o di esperimento/esperienza non importa. Paradossalmente, lasciati liberi di scattare, abbiamo scelto con cura i nostri soggetti, realizzando pochi scatti che avessero un senso per noi. E questo è un bel segnale, un’inversione di tendenza rispetto a quella bulimia fotografica che spesso prende i visitatori dei musei – soprattutto i più giovani – che scattano senza neanche guardare. Un ritorno ad un uso consapevole del mezzo fotografico, insomma.

Francis Bacon, Turning figures, Strozzina

F. Bacon, Turning figures. Francis Bacon vuole che il pubblico si rifletta nelle sue opere, così questa foto, che sembra mal fatta con lo smartphone, acquista tutto un nuovo significato

La possibilità di visitare una mostra gratuitamente o quasi all’interno di una manifestazione apparentemente frivola come un raduno di instagramers deve far riflettere. Perché con la scusa delle “fotine” sono state trascinate alla mostra persone che altrimenti (mi sento di poter dire) non l’avrebbero mai visitata (io compresa, eh?) e che sono uscite da lì con qualcosa in più da raccontare, da condividere. Con la scusa di instagram i partecipanti sono stati attirati come api sul miele a visitare una mostra di non facile lettura, cosa che hanno vissuto con partecipazione e interesse. L’evento, in questo caso, è stato promosso “dal basso” vvero dagli instagramers promotori dell’iniziativa. In una parola, dal pubblico. Ma.. e se fossero le strutture museali a proporre eventi di questo tipo? Se la prossima volta fosse il museo che contatta gli @igersitalia per promuovere se stesso creando un evento culturale tutto da fotografare? E’ un’idea che si può sviluppare, basta che il museo ci pensi. E poi è davvero a costo zero, basta solo saper fare la giusta promozione su internet: l’evento di ieri aveva avuto un’ampia pubblicità online già prima, ma ieri – e stamani con un articolo a doppia pagina sul Corriere Fiorentino e La Nazione online – ha avuto anche un risalto mediatico non indifferente. Solo una nota negativa, ma non è certo colpa degli organizzatori: con una sola eccezione, grandi assenti erano i più giovani, gli adolescenti e i ventenni, quelli che spippolano tutto il tempo col cellulare e quindi con instagram e che ti aspetteresti di vedere in massa; ho intercettato il discorso di un’insegnante che lamentava il fatto che aveva invitato i suoi studenti a partecipare, ma nessuno ha raccolto. E dire che era sabato pomeriggio. E il segnale non è per nulla positivo: i nativi digitali sono i grandi assenti di questa manifestazione 2.0.

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L’articolo a 2 pagine de Il Corriere Fiorentino dedicato all’instameet di Firenze. Foto di @igersitalia

Ma non voglio concludere con questa vena di tristezza, voglio invece ancora ribadire che se questa volta l’occasione per l’evento culturale è stata voluta e creata dal pubblico, dal fruitore, la prossima volta dovrebbe essere creata direttamente dal museo, o dall’istituto culturale. Un’ultima nota, e davvero è l’ultima: quest’evento si è potuto realizzare in tutto il suo splendore perché la Strozzina fa capo alla Fondazione Strozzi, che è privata e che dunque non ha le mani legate come invece le strutture statali, che ancora vietano la riproduzione in vista della pubblicazione di opere di propria pertinenza (ricordate la recente storia di Wiki loves monuments?). Prima si supererà questa vetusta questione della riproducibilità dei BBCC statali mobili e immobili e meglio sarà. Allora sì che si potrà parlare di vera condivisione della cultura.

“Il Futuro dell’Antico”: un workshop a Paestum

All’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, che apre domani e come tutti gli anni si svolge a Paestum, il 17 e 18 novembre si svolgerà il workshop “Il Futuro dell’Antico: obiettivi, metodi e strategie per l’archeologia di domani“, un momento di confronto, ora più che mai necessario, tra le varie figure dell’archeologia, e soprattutto dell’archeologia che opera tutti i giorni ai vari livelli, dalla ricerca alla tutela, alla fruizione, alla comunicazione. Un dialogo intergenerazionale, in cui però largo spazio è lasciato ai giocani e alla ventata di innovazione che le proposte possono portare. Si parlerà di web 2.0, di informatica e di open data, che sono i temi caldi del dibattito attuale sul rapporto tra archeologia e pubblico; ma si parlerà anche della figura professionale innanzitutto, e poi sociale e istituzionale dell’archeologo nel mondo del lavoro di oggi.

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L’evento è organizzato dall’ANA, Associazione Nazionale Archeologi, da sempre impegnata per i diritti degli archeologi che ogni giorno lavorano sui cantieri di archeologia urbana e preventiva in condizioni di precarietà e insicurezza – non solo economica, spesso – e che guarda a tutto ciò che riguarda la categoria, quindi i possibili sbocchi professionali ulteriori e soprattutto il ruolo sociale del nostro mestiere; è già disponibile online un programma degli interventi completo di abstracts, fondamentale per chi, come me, non potrà essere presente. Eh già, purtroppo non riesco a partecipare, neanche come uditore (ma seguirò l’evento via twitter!), ed è un peccato, perché posso dire di conoscere, sia dal vivo che via twitter, buona parte dei giovani relatori che interverranno, segno che ormai stiamo costituendo una bella rete e che i tempi sono maturi per unire le forze per fare qualcosa di più insieme: in ordine di programma Astrid D’Eredità, Simone Massi, Salvatore Agizza, Tsao Cevoli, Gabriele Gattiglia, Stefano Costa, Marcella Giorgio

Qui trovate il programma completo e gli abstracts. La carne al fuoco è tanta. Buon lavoro ragazzi!

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto dell’ultima sessione del Congresso, 30/10/2012 – Archeologia: dalla Costituzione alla Legislazione

L’ultima sessione del congresso di archeologia pubblica – Archeologia: dalla Costituzione alla Legislazione, è dedicato alla legislazione che regolamenta gli usi e le pratiche dei rapporti tra enti pubblici, locali e privati, della tutela e della valorizzazione, con i quali l’acheologia pubblica nei suoi esiti pratici si deve quotidianamente confrontare.

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Presiede questa sessione – ultima, ma non ultima – Andrea Pessina, Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana. Egli traccia una storia della tutela che corre dal Rinascimento sino alla pietra miliare dell’Art. 9 della Costituzione, punto di partenza del Codice dei Beni Culturali. Espone poi le novità introdotte nel codice in tema di tutela e valorizzazione a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione. Il tema l’aveva già toccato ieri G.M. Flick, in toni non particolarmente favorevoli: per questo sarebbe stato interessante e formativo un confronto tra Flick e Pessina, l’uno già Presidente di quella Corte Costituzionale che non era così favorevole alle modifiche, l’altro dirigente di un organo periferico dello stato che quotidianamente deve affrontare questioni discendenti proprio da queste modifiche (che ricordiamo, per i BBCC riguardano la delega dell’azione di valorizzazione alle regioni, lasciando però la tutela nella sola mano statale, quindi separando, affidando a due diversi attori due azioni che di fatto sono strettamente legate l’una all’altra).

Il primo intervento di questa sessione è di Carlo Francini che porta l’esempio del Piano di Gestione del Centro Storico di Firenze – World Heritage Site. È stato realizzato un GIS archeologico che contiene tutte le informazioni pubblicate dal 1887 al 2007 con lo scopo, oltre che di gestire tutta l’informazione, anche di migliorare la tutela dei Beni Archeologici. Sono state realizzate sulla base del GIS delle Carte di potenzialità distinte per periodi: epoca romana, tardoantica, medievale. L’obiettivo finale è quello di condividere i dati e progettare una banca dati di utilizzo, quindi di diffondere i dati. Questo avviene già con Florence on earth, così come tutti i dati di ricerca sono scaricabili al sito http://datigis.comune.fi.it/MapStore/. Si torna a parlare di open data a Firenze, la notizia non potrebbe essere più positiva.

Maria Pia Guermandi parla invece di ACE, il progetto europeo Archaeology in Contemporary Europe 2007-2012. Di nuovo si torna a parlare di Archeologia preventiva la quale, lamenta la Guermandi, in Italia è limitata ai soli lavori pubblici: si tratta di una vera e propria anomalia italiana, alla quale si aggiunge un’altra anomalia, la mai avvenuta ratifica della Convenzione di Malta a 20 anni dalla sua stipula. A queste anomalie si aggiunge un’altra ulteriore anomalia: il precariato e i bassi compensi di coloro, liberi professionisti non inquadrati né nel MiBAC né nelle università che sono impiegati nell’archeologia preventiva. Ad essi è dedicato il provocatorio manifesto, con cui la Guermandi chiude il suo intervento “Se non lo assumi lo portiamo via” che sensibilizza sulla difficile situazione dei professionisti dei Beni Culturali nel nostro paese.

Elena Pianea parla della Legge Regionale toscana in materia di BBCC; tra le altre cose, essa prevede l’adeguamento dell’offerta museale alla contemporaneità e in questa visione rientra un Protocollo d’intesa tra Stato Regione e Fondazioni Bancarie per il recupero di strutture museali: la Regione si pone dunque come laboratorio per la gestione e la valorizzazione dei BBCC. La Pianea elenca poi quali sono i requisiti che devono avere i musei in Toscana: attività educativa e di ricerca, destinazione urbanistica certa, direzione scientifica, abbattimento delle barriere architettoniche. Infine accenna alla Magna Charta del Volontariato, presentata poche settimane fa al LUBEC che disciplina la presenza della cittadinanza attiva nei musei.

Gabriella Poggesi, unico ispettore di Soprintendenza della Toscana intervenuto nel corso del Congresso, parla dell’attività ormai trentennale di archeologia preventiva a Sesto Fiorentino, e della redazione delle Carte Archeologiche come primo strumento della tutela, della provincia di Pistoia, del comune di Prato e di Calenzano.

Anche Lucia Sarti si dilunga sull’archeologia preventiva a Sesto Fiorentino, per quello che concerne i siti di archeologia preistorica rinvenuti nel territorio comunale da 30 anni a questa parte, con la collaborazione del comune che in una declaratoria del 1998 imponeva indagini di archeologia preventiva prima di nuovi lavori su suolo pubblico, cui ha fatto seguito nel 2003 la stesura di una carta del rischio archeologica adottata con indicazioni procedurali per il nuovo piano regolatore. La seconda metà degli anni ’90 ha segnato un periodo fecondo, ricorda la Sarti, ma impegnativo per l’archeologia preventiva, in concomitanza con i cantieri per le Grandi Opere. Ai 30 anni di ricerche è corrisposta una volontà di incontro col pubblico. La ricerca ha rivelato, conclude la Sarti, la sorpresa di un territorio densamente popolato già in epoca preistorica.

A chiudere il Congresso viene chiamato Giovanni Curatola che, con la vivacità che lo contraddistingue, tira le fila di tutti i discorsi di questa due-giorni intensissima di contenuti. Tra aneddoti e battute di spirito ci ricorda l’estrema vivacità della nostra disciplina: l’archeologia non è superata, né fuori dal tempo, né fuori contesto rispetto alla nostra società. Commenta positivamente il Congresso, sia per i temi trattati che per la formula usata, quella delle tavole rotonde e degli interventi brevi: una struttura agile che ha fatto sì che si suscitassero riflessioni e occasioni di dibattito; una formula che dà il senso del work-in-progress e che per questo non deve restare un caso isolato, ma dovrà avere un seguito. A proposito della comunicazione, però, non può fare a meno di dire che l’archeologia comunica poco con il pubblico, e che su questo fronte c’è ancora molta strada da fare, perché bisogna ancora trovare un format che sappia conquistare. Dunque Curatola lancia l’esortazione a non fermarsi qui: questa è una tappa di un percorso che deve andare avanti.

Gli risponde Chiara Bonacchi: il prossimo Congresso di Archeologia Pubblica si svolgerà a Foggia nel 2015, riproponendo la stessa formula, che si è rivelata efficace nella sua forma aperta e partecipata. Lancia poi la proposta di costituire una rete di archeologia pubblica, che, personalmente, non vedo l’ora che si realizzi! Le parole finali spettano a Guido Vannini, che chiude il Congresso di Archeologia Pubblica con queste parole: “L’archeologia pubblica in Italia non avrà un’etichetta, ma non parte certo da zero!

Questo lungo resoconto in 6 puntate termina qui. Ho fatto il possibile per riportare i punti salienti dei ricchissimi discorsi di ciascuno dei convenuti. Non ho pretese di completezza, dunque, ma spero con questo strumento – che altro non è che i miei appunti messi in bella copia – di aver costruito una traccia a disposizione di chiunque che possa così ricordare, da qui alla pubblicazione degli Atti, prevista per il 2013, di quali e quanti temi si è parlato. Rimando ad un altro post, invece, le mie considerazioni a margine. Qui dico soltanto che è stato per me un piacere e un onore poter partecipare, ascoltare gli interventi ed essere la blogger ufficiale, se così si può dire, dell’evento. Ringrazio Michele Nucciotti e Chiara Bonacchi che mi hanno dato questa possibilità, e aggiungo che sono molto contenta della rete che si è costituita su twitter in questi due giorni: dietro gli account che hanno contribuito al livetwitting ci sono persone con idee ed esperienze che è bello conoscere e condividere. Fare rete non solo in rete, ma anche e soprattutto al di fuori: credo che sia molto importante, e credo che i tempi siano maturi per farlo davvero.