TripAdvisor e i musei: ripartire dal pubblico

Nicolette Mandarano, Il marketing culturale nel web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei

Nicolette Mandarano, Il marketing culturale nel web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei

Ho appena avuto modo di leggere il libro di Nicolette Mandarano “Il marketing culturale nell’era del web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei“, una ricerca condotta sulle recensioni presenti su TripAdvisor ai principali musei di Roma. Non mi dilungo a discutere i risultati della ricerca, per quello basta leggere il libro. Qui voglio solo richiamare alcune riflessioni che emergono da questo studio, in particolare sul pubblico. Perché le recensioni, su cui si fonda TripAdvisor, sono scritte dagli utenti del sito, dai visitatori dei musei: dal pubblico in sostanza. Un analisi delle recensioni è dunque un’analisi del pubblico che visita i musei.

Nella prefazione al volume si richiama la definizione che Jim Richardson, fondatore di MuseumNext, dà dei visitatori: essi sono participants, “partecipanti attivi alle esperienze culturali e allo scambio delle proprie impressioni su di esse” (p. 9). Questa è la premessa principale per capire “il nuovo pubblico” che emerge dalle recensioni di TripAdvisor.

Non esiste un pubblico ideale, ci fa riflettere Nicolette Mandarano, ma esistono tanti pubblici diversi, per età, formazione ed esigenze. E provenienza. E proprio per questo motivo nell’analisi delle recensioni l’autrice distingue tra recensori italiani e recensori stranieri. Questa distinzione lì per lì mi ha folgorato, ma invece, a pensarci bene, è la scoperta dell’acqua calda (e brava a Nicolette che però l’ha sottolineato): l’italiano medio che visita un museo in Italia ha potenzialmente degli strumenti culturali più adeguati per comprendere meglio le opere esposte e i contesti di riferimento, rispetto ad un visitatore straniero (da qualsiasi continente esso provenga), che ha un background culturale diverso. Mi resterà sempre in mente quella volta che, in museo, ho dovuto spiegare ad un visitatore giapponese la nostra linea del tempo e la distinzione in avanti Cristo e dopo Cristo e vedo quotidianamente il disappunto negli occhi dei visitatori stranieri che non sanno dove collocare geograficamente l’Etruria. A tal proposito mi torna in mente una proposta di qualche tempo fa di Andrea Carandini: un museo di Roma talmente didattico e comunicativo da consentire ad un visitatore cinese di comprendere la nostra cultura.

Italiano o straniero che sia, il “nuovo pubblico” consulta il web per informarsi e fa tesoro delle esperienze altrui. Allo stesso tempo vuole condividere le proprie impressioni. Il web 2.0 è il luogo dello scambio di opinioni, gli utenti del web 2.0 “stanno modificando la percezione delle cose e con i loro commenti veicolano giudizi che dovrebbero aiutare gli altri a scegliere meglio” (p. 17).

In questo contesto si inserisce TripAdvisor. É uno spazio di recensioni nel quale gli utenti lasciano la propria opinione e fanno tesoro di quella altrui. TripAdvisor è dunque una risorsa per gli utenti e per i potenziali visitatori. Il punto è farla diventare una risorsa per i musei.

Leggere le recensioni è riscontrare ciò che l’Assistente alla Vigilanza attento vede ogni giorno nelle richieste, osservazioni e atteggiamenti dei visitatori. Mentre leggo le critiche al museo nel quale lavoro posso indovinare a quale specifica situazione il visitatore/recensore si sta riferendo e non posso che constatare che nella stragrande maggioranza dei casi sono cose che già sappiamo, che abbiamo più o meno amaramente constatato e cose che, per fortuna, in qualche caso abbiamo risolto. Ispirata dalla ricerca di Nicolette Mandarano sui musei romani, ho voluto guardare le recensioni su TripAdvisor relative al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, nel quale lavoro. Si registra un trend, sulle 88 recensioni del Museo, un incremento delle valutazioni positive dal 2014 in avanti, mentre in precedenza si alternano entusiaste lodi alla qualità dei reperti ad aspre critiche alla gestione e fruizione degli stessi. Il leit-motiv, volendo tracciare una media sui giudizi, sembra essere “Bello, ma da valorizzare“.

Un consiglio che voglio dare, se tra i lettori di questo post c’è qualche assistente alla vigilanza o anche, anzi meglio, qualche direttore di museo, è verificare le recensioni al proprio museo su TripAdvisor: l’assistente alla vigilanza riconoscerà tante situazioni a lui familiari, mentre il direttore forse scoprirà che il suo museo è perfettibile. É un esercizio utile, perché fotografa la percezione che del museo si ha all’esterno, anzi, la percezione che ha chi dall’esterno entra e si rapporta con le collezioni, con il percorso museale, con la visita, con i supporti didattici, con i servizi aggiuntivi, con tutto ciò che gravita intorno al museo una volta varcata la soglia e staccato il biglietto. Il museo non dev’essere autoreferenziale, ma deve essere aperto a recepire i commenti dei visitatori, ad accogliere e valutare le critiche e ad ascoltare. La comunicazione è uno scambio: il museo comunica se stesso al pubblico attraverso il proprio allestimento e i propri supporti alla visita, il pubblico propone il suo feedback anche attraverso TripAdvisor. Non è l’ennesimo “giochino” (si fa per dire) come tanti che molti direttori snobbano alzando gli occhi al cielo: è uno strumento che, se letto con la dovuta attenzione, può dirci molto su come i visitatori percepiscono e raccontano a loro volta il museo.

Grazie Nicolette Mandarano per il suo studio, che, fotografando la situazione romana, ci indica una via per analizzare i nostri musei. TripAdvisor diventa così la fotografia della visita al museo di ogni singolo individuo che decide di raccontare la sua esperienza. Il passaparola più efficace che si possa avere. E, proprio per questo, che non possiamo permetterci di sottovalutare.

Ostia V. Pubblicato il volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia

La copertina del volume Ostia V

La copertina del volume Ostia V

Pare che quello di oggi sia uno di quegli eventi da segnare sul calendario. E non perché la mia professoressa, Maura Medri, e una mia cara amica, Valeria Di Cola, hanno portato a compimento, e quindi presentato al pubblico, il loro volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia, ma proprio perché finalmente Medri e Di Cola si sono prese la briga di continuare la pubblicazione di scavi realizzati negli anni ’60-’70. Scavi diretti da un giovane Andrea Carandini che (come ha ampiamente raccontato stasera) aveva appena appreso il metodo stratigrafico di Nino Lamboglia e non vedeva l’ora di applicarlo, e che aveva scoperto l’importanza della ceramica nella datazione/interpretazione dei contesti (sempre grazie a Lamboglia), segnando sicuramente un momento importante e fondamentale negli studi ceramici, e quindi negli studi sui commerci e sui traffici dell’antichità, di quegli anni, pietra miliare, per molti versi, ancora oggi.

Non entro nel merito della descrizione del lavoro, decisamente analitico, frutto di un più che meditato lavoro di riflessione, analisi appunto, sintesi e di nuovo riflessione, ripensamento e chi più ne ha più ne metta: perfezionismo? Perché no, del resto, perché se l’archeologia non è una scienza esatta ciò non vuol dire che non possa provare ad essere verosimile. Valeria Di Cola si è occupata di un lavoro non da poco: l’analisi stratigrafica: perché sì che Carandini ha applicato il metodo stratigrafico di Lamboglia, magari adattandolo alle sue esigenze specifiche, ma sicuramente non era il metodo stratigrafico attuale, con cui Valeria si è formata, con cui noi archeologi di oggi siamo ormai abituati a confrontarci. Quindi, per dirla con le parole della Di Cola, lei, ultima arrivata (è più giovane di me, fate voi!) su un cantiere che aveva visto il passaggio di così grandi e così tanti uomini illustri (che all’epoca ancora non sapevano di poter diventare tali), ha dovuto compiere “uno scavo nella testa” di quelle persone, interpretare le loro intuizioni, segnate sui giornali di scavo e segnate sulle planimetrie e sui prospetti. Non dico niente di nuovo agli archeologi che mi leggono: se prendete in mano una documentazione che non avete realizzato voi, sicuramente la troverete lacunosa e insufficiente. Ecco, nella stessa situazione si dev’essere trovata Valeria (solo che non lo poteva dire e nemmeno pensare, immagino, visto che lo scavo era diretto da Carandini…).

Il lavoro a questo punto diventa doppio, ma conosco Valeria, e infatti ce l’ha fatta. Conosco anche Maura Medri, che ha curato la parte interpretativa, e infatti anche lei ce l’ha fatta.

Carlo Pavolini, chiamato a presentare il volume, ha ripercorso l’indice del volume e insieme la storia, complessa, decisamente complessa, dell’edificio, fornendo sempre dei rimandi con l’urbanistica di Ostia. Forse l’intervento più interessante e descrittivo. Del resto, chi meglio di lui poteva calare le Terme del Nuotatore nel contesto cittadino di Ostia Antica? Per chi non lo sapesse, infatti, è autore sia de La vita quotidiana a Ostia, per Laterza, che della Guida Archeologica di Ostia sempre della Laterza. Non è proprio l’ultimo arrivato, ecco.

Patrizio Pensabene era invece più concentrato a proporre se stesso, i suoi lavori e le sue ipotesi che a parlare di Ostia V: Patrizio mio, non ne hai bisogno, davvero, la giornata non è la tua, i tuoi lavori li proporrai in un’altra occasione! L’unica cosa utile, il suo insistere sull’orientamento inconsueto dell’isolato in cui sorgono le Terme del Nuotatore, dovuto ad una viabilità preesistente parallela alla via Laurentina. Gli studenti in sala hanno senz’altro ringraziato, effettivamente.

Janet DeLaine, molto polite nei modi, dice una cosa importante (soprattutto perché detta da lei): questo lavoro segna una svolta, è già un punto di riferimento per i futuri studi sulle terme da parte di chiunque, sia per il metodo che per i risultati e le interpretazioni discusse. Non mi sembra poco.

Clementina Panella, alle Terme del Nuotatore sin dalla prima campagna di scavo, sottolinea il lavoro di ricostruzione degli ambienti che è stato fatto, e chiude con una battuta provocatoria: sì, la pubblicazione delle Terme del Nuotatore arriva dopo molti, troppi anni, ma il lavoro che è stato pubblicato oggi, così completo e analitico, non sarebbe stato possibile all’epoca. Per cui, forse, meglio così.

Fa eco la Medri stessa, che ribadisce lo stesso concetto: questo volume non avrebbe potuto essere pubblicato prima, ma neanche dopo: è il frutto meditato di uno studio di anni, che anno dopo anno si è arricchito di nuove suggestioni, di nuovi confronti, di nuove riflessioni e di nuove domande, che sono alla base di ogni ricerca archeologica. E anche oggi, tra l’altro, io personalmente, avrei giurato di vedere la Medri e la Di Cola, sedute accanto, discutere di qualche dato da incasellare in modo ancora più chiaro. Una cosa mi è piaciuta del breve intervento di Maura Medri: la sua idea del concetto di “determinazione”. Senza determinazione non si va da nessuna parte. Sarà che sono sua allieva, sarà che sono sua allieva proprio perché c’è qualcosa in lei che mi piace, ma il suo concetto di determinazione è il mio e, se posso permettermi, in questo frangente particolarmente oscuro, la determinazione dovrebbe essere la nostra arma per vincere le nostre battaglie. A partire dal #riconoscimento della professione, per esempio.

Nino Lamboglia, l’inventore del metodo stratigrafico in Italia fin dagli anni ’40 del Novecento

Naturalmente, l’intervento che, nel bene e nel male, mi suscita più riflessioni, è senza dubbio quello di Andrea Carandini. L’archeostar per antonomasia si è lanciato in un amarcord che certo non ha lasciato indifferente l’uditorio (soprattutto gli studenti, sui quali il mito vivente già aleggia – quelli più anziani e sgamati se ne stanno sganciando, se dio vuole). Personalmente, da sentimentale quale sono, ligure fin nel midollo importata a Firenze, ma pur sempre della West Coast, che ha passato buona parte dei suoi anni da archeologa da campo a scavare laddove era già passato Lamboglia (Area del Gas a Ventimiglia, Ville della Foce e di Bussana a Sanremo, Costa Balenae, SS. Nazario e Celso a Diano Marina, Battistero di Albenga), sentir parlare in termini così elogiativi di “Nino” come maestro, come inventore di un metodo, quello stratigrafico, e come intuitore dell’importanza della ceramica nella comprensione e nella datazione degli strati e degli scavi in generale, beh, mi ha fatto gonfiare il petto di orgoglio! Sentir nominare la cara Albintimilium, la Ventimiglia romana, dove ho scavato a più riprese, decenni dopo Carandini, con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande e d’importante. E, a differenza di molti dei presenti, sapevo di cosa Carandini stava parlando. Che non è poco. Poi che dire? Carandini è sempre troppo autocelebrativo, ha cominciato a usare il plurale majestatis a un certo punto, ha parlato di guerre tra fazioni opposte dell’archeologia italiana (romana) che perdurerebbero ancora oggi, che non mi stupiscono e che non fanno notizia, francamente, ma che affascinano le giovani menti dei giovani futuri archeologi (che così fin dall’inizio si convincono di far parte di un sistema sbagliato e quindi forse si adattano ad essere vittime del sistema: a voi dico “No! Non dev’essere così! Determinazione dev’essere la vostra parola d’ordine!”).

Che altro? Segnalo un siparietto che mi riguarda: a fine presentazione, mentre chiacchieravo con Daniele Manacorda della mia tesi di dottorato, sento appressarsi una figura di un certo spessore: è Carandini, nientemeno, il quale si interessa dello stato di salute di Manacorda. Pensavo di aver visto tutto e invece arriva anche Giuliano Volpe – al quale vorrei urlare “Ehi, piacere, la seguo su Twitter!”, ma per ovvi motivi mi manca il cuore – che si unisce all’allegra combriccola che sfotte bonariamente l’incidente occorso a Manacorda. Penso che un momento così non ritornerà mai più. Che c’entra, io sono totalmente trasparente a loro in questo momento, ma non importa, il bello è che se 10 anni fa mi avessero detto che mi sarei seduta accanto a Manacorda a discutere del mio dottorato semplicemente avrei riso loro in faccia, se mi avessero detto che mi sarei trovata nella stessa stanza con lui e Carandini idem! E invece le cose cambiano e la determinazione, quella stessa che diceva Maura Medri, fa sì che esse si trasformino.

Questo è il mio commento alla giornata e il mio consiglio ai giovani d’oggi: la parola d’ordine è determinazione. Non arrendetevi, provate, provate e provate. Non diventerete dei Carandini e troverete dei Carandini ad osteggiarvi o semplicemente a non considerarvi, troppo impegnati a promuovere se stessi, ma non scoraggiatevi. Non subito, per lo meno. Voglio riportare, e spero che mi perdonerà per la lesione della sua privacy, lo stato che ha messo su fb un giovane studente de La Sapienza (Ei fu RomaTre):

E poi tra tanti mostri sacri del tuo campo che parlano, si confrontano, si scambiano idee, raccontano aneddoti ed esperienze – e tu in quel momento hai l’ennesima conferma sul fatto che abbiano fatto un pezzo (e che pezzo!) di storia – ti chiedi: potrò mai anche solo sperare di fare una piccola parte di quanto hanno fatto loro?speranzoso.

Fa tenerezza, e anche un po’ rabbia, forse, perché vorresti che i giovani si sentissero meno oppressi dal peso dei loro “maestri”, ma che il sistema è ancora troppo incardinato in questo modo perché le cose possano cambiare. Forza ragazzi, alzate la testa, tanto i professoroni fuori dall’Università non ci sono ad aiutarvi!!!

Infine, una piccola, spero, riflessione, in forma di dialogo, che non vuole togliere nulla alla pubblicazione di Ostia V, ma che risponde a tematiche attuali e a me care. Questo dialogo, che è reale (cambieranno forse alcuni congiuntivi) l’ho avuto giusto l’altroieri con un mio amico, non archeologo, il quale mi chiedeva cosa andavo a fare a Roma:

– Vado alla presentazione del libro della mia Prof. su delle Terme di Ostia Antica: le ha studiate per una vita, ora le pubblica.

– Ah, ma che libro è? Voglio dire, è difficile o è per tutti?

– Eh, no, è difficile, anzi, piuttosto “cattivo”, molto molto analitico.

– Ah, quindi una cosa solo per voi archeologi. Ma non era meglio fare un libro adatto a tutti?

– Beh, per ogni scavo che si fa bisogna fare una pubblicazione scientifica dei dati, che sia il più analitica e precisa possibile e che possa essere un’ottima base di studio per gli studi futuri e quindi, sì, anche per le pubblicazioni di divulgazione, “per tutti”

– Ok, però secondo me dovrebbe essere prevista fin dall’inizio oltre alla pubblicazione scientifica anche una pubblicazione più divulgativa, “per tutti”.

Meditate, gente, meditate: perché si torna sempre lì: perché il nostro lavoro non rimanga fine a se stesso, dev’essere tradotto anche, non solo, in un linguaggio che sia accessibile ai più. Ed evidentemente, non siamo solo noi del settore, a dirlo, ma la domanda viene anche da fuori…

Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo

Questo piccolo e prezioso libro in realtà non rientrerebbe in una biblioteca di archeologia. Marc Augé è un antropologo della contemporaneità, lui studia l’uomo e i luoghi che esso frequenta, non parla del nostro passato. O forse sì?

In Rovine e Macerie, Augé affronta le rovine sotto vari punti di vista. E inizia prendendo spunto da un’illustre citazione: Sigmund Freud il quale, giunto per la prima volta ad Atene, sull’Acropoli pensa “Dunque tutto questo esiste veramente, proprio come l’abbiamo imparato a scuola?”: da qui parte una riflessione sul senso del tempo davanti alle rovine di un’antica civiltà, meglio, di un sito archeologico (ne conosciamo bene degli esempi, vista l’abbondanza in Italia), un tempo che indica semplicemente il passato, ma che non riesce a raffigurare il succedersi storico. Ciò è ben evidente in una città come Roma, ad esempio nei Fori Imperiali: i resti monumentali appartengono al passato di epoca romana della città, ma non sono stati tutti costruiti nello stesso momento, né erano utilizzati tutti contemporaneamente; in sostanza il paesaggio archeologico attuale non corrisponde a nessun momento preciso della storia antica di questa parte della città, ma è la somma delle diverse fasi storiche, architettoniche, monumentali che si sono succedute. Da qui anche la difficoltà, per un visitatore in un’area archeologica, di capire a fondo ciò che sta vedendo.

Augé passa poi a fare un discorso sul paesaggio – non esiste paesaggio senza sguardo (p. 37) – in cui contempla un paesaggio costituito da rovine integrate nella natura: l’esempio cui ricorre è la città maya di Tikal in Guatemala (ma lo stesso ritorna anche per Angkor, in Birmania), vista all’alba, quando ancora non è stata invasa dai turisti. Di nuovo fa una riflessione sul tempo che le rovine ci suggeriscono (del resto, è questo il tema del libro): “Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali”(meno essi devono all’intervento umano), più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali” (p. 37). E ancora, parla di indeterminatezza temporale, per definire la sensazione che si prova davanti a rovine di architetture complesse, che solo una guida o una spiegazione efficace può chiarire.

L’antropologo della contemporaneità, anzi della surmodernità, non può non affrontare anche qui un tema a lui caro, quello dei non-luoghi: “gli aeroporti, le catene alberghiere, le autostrade, i supermercati sono nonluoghi, nella misura in cui la loro principale vocazione non è territoriale, non mira a creare identità singole, rapporti simbolici e patrimoni comuni, ma tende piuttosto facilitare la circolazione (e quindi il consumo) in un mondo di dimensioni planetarie” (p. 87). E qui mi viene in mente un discorso che faceva tempo fa il Prof. Daniele Manacorda dalle pagine di Archeo sul rischio che le tante piccole aree archeologiche che ogni tanto si aprono nelle città italiane, prive di qualsiasi attrattiva e spiegazione per chi le vede, abbandonate a se stesse tra erba incolta e cartacce abbandonate, possano diventare dei non-luoghi per chi le vede ma non le capisce, aree prive di identità, identiche a tante altre, estranee agli abitanti di quell’area.

A chiudere le riflessioni di Marc Augé, tre capitali europee, Roma, Berlino e Parigi, e tre problematiche differenti: a Roma il tema/problema dell’archeologia urbana che genera paesaggi di rovine e deve porsi il problema di volta in volta se far diventare una nuova scoperta parte di quel paesaggio, o se piuttosto essa deve essere coperta per favorire lo sviluppo della città attuale; città che ha vissuto più di ogni altra il fenomeno dell’uso pubblico della storia in età fascista, epoca cui risalgono i grandi scavi e lavori che hanno portato alla formazione di Via dei Fori Imperiali. A Berlino, dopo la caduta del muro, la città è al tempo stesso un laboratorio e un museo (p. 107): da una parte c’è Postdamerplatz, alla cui realizzazione in forme avveniristiche hanno contribuito i maggiori architetti contemporanei, dall’altra c’è un percorso che attraversa la città per andare a ricercare i frammenti ancora in piedi del Muro. La città rivela la sua incompiutezza, palpabile nei cantieri ancora aperti e leggibile nella storia del XX secolo. Parigi invece è il percorso dell’Autore attraverso il quartiere della sua infanzia, per scoprire che la città giorno dopo giorno sta cambiando, in una costante distruzione/ricostruzione in forme nuove, ma prive di personalità e di identità, di edifici e talvolta quartieri, cosicché ci si pone il problema della città storica: la città storica di domani sarà la stessa che si intende oggi? E l’autenticità di alcuni quartieri non viene forse enfatizzata in favore del turismo di massa, facendo di fatto perdere l’identità originaria? Sono problemi che ci si pone, oggi, nella società delle immagini in cui chi viaggia, di fatto va a vedere con i propri occhi immagini che già conosce.

Altre parole si potrebbero ancora dire sul senso del tempo legato all’archeologia, per esempio dal punto di vista dell’archeologo: le rovine non sono altro che la punta di iceberg di ciò che ci viene restituito del passato. I nostri sforzi di archeologi di tentare di comprendere le dinamiche di vita delle società del passato non sono che vani tentativi di fronte alla complessità di infinite situazioni che potevano sussistere. Come si fa da poche pietre sconnesse che identificano un crollo in una fase tardoantica di una città romana a capire come essa effettivamente andò in rovina? Perché lì e non altrove? Perché in quel momento e non in un altro? E qual è esattamente il momento? Cosa e perché ha provocato l’abbandono di una città che fino ad un secolo prima era fiorente? Ma era davvero un secolo? Può un semplice frammento di ceramica raccontarmi i commerci, la vitalità economica e sociale di una città romana? E può l’assenza di quel frammento raccontarmi di quando e come quella vitalità è scomparsa? Ma è stato un processo rapido o un lento declino? E in questo modo l’archeologo si pone dinanzi al senso del tempo, cercando di districarsi e di districarlo, di dipanarne la matassa. Sostanzialmente, di capirci qualcosa.

Il Salone del Libro e la “madalonizzazione” della società

A vederla sembra una candid camera, vittime alcuni esponenti del jet-set culturale italiano: il sedicente Manuele Madalon, giovane scrittore alla sua prima opera letteraria pubblicata, si aggira per il Salone ad acchiaappare volti noti della cultura italiana – quella fatta di volti che vivono in TV, che fanno e che vivono di audience – chiedendo loro un parere de visu sul suo libro che, a sentire lui, costoro avrebbero letto inviando pure un parere (evidentemente nel mondo dell’editoria funziona così? Ammetto la mia ignoranza di tali pratiche). Sgarbi ritiene il libro “misterioso” e interessante, Faletti sostiene che gli è piaciuto “l’insieme” dei fatti narrati e dell’ambientazione, la Dandini, che è l’unica che fa palesemente capire di non avere idea di chi si trova davanti, però prova a sfangarla con un banale ma quasi convincente “m’è piaciuto!”; un altro ancora mette in guardia il nostro autore dai rischi insiti nel primo libro di un autore alle prime esperienze: “si vede quell’ansia che è tipica dell’opera prima, quella voglia di volerci mettere dentro tutto..”.

Peccato che Manuele Madalon non esista. Peccato che non esista neanche il libro che Sgarbi&Company dovrebbero aver letto. Esiste però un atteggiamento comune, che è quello, caro alla nostra società, di non voler far vedere che non si conosce qualcosa o qualcuno, soprattutto quando questo ha a che fare con il mettere in discussione il nostro livello culturale. Mi stupisce che nella trappola sia cascato uno come Sgarbi: non me lo facevo con la coda di paglia, lo immaginavo più diretto, e talmente superiore ad un giovane esordiente da potersi permettere di liquidarlo dicendo la verità, ovvero “non so chi tu sia, non ti conosco”. Invece no, perché in un mondo come quello in cui viviamo, soprattutto al livello di Sgarbi (dico Sgarbi per dire chiunque delle vittime sopracitate), la cultura è mediata da chissà quali interessi economici e pubblicitari tali da costringere un personaggio pubblico/uomo di cultura a dover fingere di conoscere, per poter continuare a far parte di quel mondo.

Questo il link al video della candid camera e del successivo commento riportato da booksblog:

 http://www.booksblog.it/post/7636/il-fenomeno-manuele-madalon-spopola-il-rete-il-finto-scrittore-che-smaschera-leditoria-italiana

La “madalonizzazione” della cultura è, in assenza di un termine più appropriato nella lingua italiana che rappresenti il fenomeno, il neologismo coniato apposta per descrivere quella che è una tendenza latente in ognuno di noi. Andrea Bajani, scrittore di cui – devo ammetterlo in un contesto come questo – non sapevo neanche l’esistenza fino a che non l’ho sentito parlare nel video di cui ho fornito il link, dipinge un affresco ben chiaro a ciascuno di noi: quante volte il vostro interlocutore inizia la frase con “come tutti sanno” e la prosegue con una citazione che non è detto che tutti sappiano. Lui la fa, magari, per darsi un tono, tu che l’ascolti ti senti obbligato ad annuire con sguardo d’intesa, per dimostrare che effettivamente sei fra quei tutti che sanno. Immaginiamo allora questa banale scenetta quotidiana amplificata al mondo dell’industria della cultura: perché è la pubblicità l’anima del commercio e se tu non hai letto quel tale libro sei out. E se la casa editrice deve lanciare un nuovo autore, di cui nessuno sa nulla, basterà scomodare qualche grosso personaggio di cultura italiano che convincerà te, lettore, con un suo parere positivo. 

La madalonizzazione della società non riguarda solo l’editoria, ma tutto l’universo culturale che ci circonda, dall’arte al cinema al teatro ai musei all’archeologia. Alla politica. La provocazione, decisamente intelligente e d’impatto, ci dice “Il re è nudo“, ci fa riflettere su un nostro modo di comportarci che usiamo in tante occasioni per salvare le apparenze, e che può avere però effetti nefasti nel momento in cui esso viene applicato all’interno dell’industria culturale.

Ci vorrebbe più autenticità, e più umiltà da parte di tutti. Questo serpente che si morde la coda – non so chi tu sia, ma devo fare finta di conoscerti e dato che sono un personaggio pubblico il mio parere ha un peso che si ripercuote positivamente su di te in termini di pubblicità ed economici, in quanto la gente acquisterà una tua opera se glielo dico io perché si fida di me, anche se io, ripeto, non so chi tu sia – è alla base del moderno modo di girare dell’economia culturale. Teniamo gli occhi aperti, e ringraziamo gli organizzatori di questo “scherzo” che, nella cornice adattissima del Salone del Libro – evento che io ritengo fondamentale per la cultura italiana – ci hanno fatto riflettere ancora una volta su quanto sottile sia il confine tra Cultura e industria culturale: a quest’ultima, con i suoi compromessi e le sue gaffes, non dev’essere permesso di affossare la cultura con la C maiuscola.

…Perché Degas non dipingeva soltanto ballerine…

Degas non dipingeva solo ballerine. Questo luogo comune che in molti abbiamo è frutto di una scarsa conoscenza del personaggio, dell’artista, dovuta principalmente ai programmi scolastici. In fondo non è colpa nostra. Ma si scopre un bel giorno che ciò che si studia sui libri di scuola è solo la punta di diamante di quello che sta sotto, un mondo intero che è stato studiato da fior di studiosi e che è stato pubblicato su riviste di settore che però, ovviamente, non entrano nel canale della divulgazione. Un po’ come avviene in archeologia.

Cosa c’entra un post su Degas in un blog che dovrebbe occuparsi di archeologia? Ve lo spiego subito. Lo spunto mi è nato da alcune letture che mi sono state imposte di recente su svariati temi di arte contemporanea e che volevano insegnare un metodo, un modo di fare storia dell’arte contemporanea, partendo dall’oggetto, analizzandone il contesto di riferimento, per tornare all’oggetto stesso. E’ il procedimento di studio che si utilizza per l’archeologia, all’incirca, comunque è una forma mentis che lo studioso, a qualsiasi livello dovrebbe tener presente. E veniamo al caso di Degas.

La bibliografia che mi è stata fornita su questo artista della seconda metà dell’Ottocento (ricordate gli Impressionisti?) ha come autore tal Theodore Reff, studioso che ha dedicato a Degas numerosi contributi sul Burlington Magazine, rivista di settore della quale non sospettavo, da buona ignorante, neanche l’esistenza.

Tutto inizia, almeno per me, da un articolo nel quale Reff si sofferma ad analizzare un dipinto non tra i più noti, almeno per noi popol bue, dell’artista, ovvero “Interior” (all’inglese), dipinto nel quale sono rappresentati in una camera da letto col letto troppo piccino per essere a due piazze, con un caminetto, un tavolo con sopra un abat-jour, un cassettone, una donna in camicia da notte, comunque abbastanza discinta senza far intravvedere nulla, rivolta al cassettone che dà le spalle ad un uomo, in piedi poggiato con la schiena alla porta della stanza, chiusa. Il dipinto sembrerebbe una normalissima scena di interno con due personaggi, ma lo studio che c’è dietro ha rivelato un mondo incredibile, che va a scavare nelle letture, nelle concezioni di Degas, nelle sue frequentazioni e nelle sue pulsioni. Il quadro è il risultato di una serie di circostanze che Reff è andato puntualmente a scovare con una metodologia che fa impallidire il più scrupoloso degli archeologi attenti al paradigma indiziario.

interior.jpg
 
L’analisi di Reff parte dal fatto che la scena è strana per essere una qualsiasi ambientazione di interno. Inoltre è noto a tutti (gli studiosi di Degas) che l’artista era particolarmente affascinato dalla corrente Realista della letteratura francese del periodo. I vari Maupassant e Zola erano letti con particolare entusiasmo e piacevano per la loro bravura nel descrivere con precisione fotografica i dettagli delle singole scene e immagini, si trattasse di azioni o di paesaggi o ancora di circostanze. Degas pare fosse molto influenzato, o meglio attirato, da questo genere letterario. Si era anzi scatenata ai suoi tempi una diatriba tra chi sosteneva il primato della letteratura o della pittura nella rappresentazione della realtà più attinente al vero. Si scatena allora la caccia all’autore e al testo che avrebbe ispirato a Degas l’ambientazione di Interior. Perché la scena è troppo ben circostanziata, troppo particolareggiata perché possa essere un’idea venuta dal nulla al pittore. Dopo vari tentativi Reff giunge alla sua conclusione: la scena è tratta da un passo, insignificante per molti versi, ma significativo evidentemente per Degas, del racconto di Zola Therese Raquin. In questa storia si racconta di due amanti che uccidono il marito di lei. Ebbene, c’è un passo nel racconto in cui pare proprio leggersi, per Reff, una descrizione precisa di un momento del racconto. Oltre alla descrizione minuta dei particolari della stanza, ripresa paro paro da Zola, Degas aggiunge la descrizione psicologica dei personaggi. In essi si legge il senso di colpa e di colpevolezza nella posa di lei, pudica, colpevole e indifesa ad un tempo, e nel volto e nella posa di lui, spinto contro la porta come a significare che da lì non si torna indietro e il cui volto sembra ripreso dal Ritratto di criminale di Cesare Lombroso.
Ma c’è dell’altro. La posa dei due personaggi in rapporto l’uno con l’altro è un carattere che si ritrova sovente in Degas: il personaggio maschile e quello femminile sono spesso messi agli estremi, quasi a significare un rapporto/scontro di sessi, che evidentemente ha a che fare con l’inconscio dell’artista. Il fatto che qui, in una scena in cui uomo e donna sono complici eppure colpevoli, ritorni questa contrapposizione è abbastanza significativo di un modo di concepire il rapporto uomo-donna in termini problematici. E infatti il nostro artista non aveva un gran rapporto con l’universo femminile.
L’articolo di Reff, già di per sé strepitoso, non rende se non lo si legge insieme ad un vero e proprio trattato che eglipubblica sempre sulle pagine del Burlington Magazine, relativo a Degas e la letteratura del suo tempo: in esso parla del clima culturale che si respirava a Parigi negli anni in cui Degas dipingeva ed era artista affermato, di come egli frequentasse salotti culturali e scrittori e di quali fossero i rapporti, non sempre pacifici per via del suo caratteraccio, con gli scrittori della corrente realista che tanto lo attira. In particolare pare che con Zola non fosse tutto rose e fiori, ma ciò non toglie che proprio da Zola egli abbia preso quella descrizione dalla quale ha dipinto “Interior”.
Non sono una storica dell’arte, ma tutta questa vicenda di Degas mi ha divertito parecchio, forse perché ho colto nel modo di ragionare di Reff lo stesso modo di ragionare di un archeologo. Andare a cercare la causa, a ricostruire il contesto che sta dietro agli oggetti è un modo di lavorare che dobbiamo tenere ben presente nel nostro lavoro di ricerca.

ArteLibro 2010: un resoconto

In una segnalazione di settembre parlavo di Artelibro 2010, evento dedicato ai libri all’interno del quale si svolse il convegno “La biblioteca del museo, il museo della biblioteca. integrazione dei luoghi della cultura“. Bene, pochi giorni fa ha commentato in calce all’articolo Katia Alboresi, dell’Università di Genova, con un resoconto preciso e puntuale di quella giornata. Su suo permesso lo ri-posto ora sottoforma di articolo indicizzato, perché i contenuti sono importanti ed estremamente interessati, oltre che espressi con cognizione di causa da un’esperta del settore. Dunque ringrazio infinitamente Katia Alboresi innanzitutto del suo intervento in commento, e in secondo luogo per permettermi di pubblicare il suo commento qui in homepage. Ecco il resoconto de “La biblioteca del museo, il museo della biblioteca. integrazione dei luoghi della cultura” 

Introduce e coordina Laura Carlini, Servizio Musei dell’IBC e intervengono tra gli altri Loretta Paro Coordinatrice della commissione tematica “Musei e documentazione” di Icom Italia. Laura Carlini introduce il contesto normativo in cui opera IBC, ossia la legge regionale 18/2000 su Norme in materia di biblioteche, archivi storici, musei e beni culturali. L’applicazione della norma ha portato a risultati concreti, ad una prassi quotidiana fatta di percorsi anche espositivi comuni, raccordo tra diverse istituzioni (Comuni, Provincie, Regioni) per richieste di catalogazione di materiale artistico, smistando a livello centrale richieste che implicano professionalità elevate e cooperazione. La delibera regionale spinge Archivi, Musei e Biblioteche a convergere verso standard di qualità dell’International Federation of Library Association (IFLA) per i servizi bibliotecari, del Conseil International des Archives (CIA) per i servizi archivistici e al Codice dell’International Council of Museum (ICOM) per quelli museali, promuove la rilevazione dei patrimoni bibliografici e documentari esistenti nel territorio detta obiettivi per lavorare insieme, per erogare servizi accessibili per trovare aree di sviluppo quali ad esempio lo sviluppo di un catalogo integrato. Anche in questo caso (come nel caso della cooperazione intrasistemica e sovrasitemica delle biblioteche accademiche) le grandi istanze sistemiche si attivano in presenza di progetti di automazione comuni, in ambiti normativi condivisi, con la ricerca di indicatori di sistema e di indagini anche statistiche, quantitative e qualitative che possano quantificare l’evoluzione verso sistemi integrati complessi.

Ascoltando questo ed il successivo intervento si ha l’impressione di un universo ricco, per la varietà del materiale trattare (pensiamo alle competenze di un catalogatore museale) e amplificato dal recupero dello spazio, spazio creativo, in ambito digitale; e se come spesso accade la rarità concorre alla bellezza vien voglia di entrare in questi microcosmi che sono le biblioteche dei musei ed i musei delle biblioteche.

Il titolo dell’intervento di Loretta Paro, coordinatrice della commissione tematica Musei e documentazione di Icom Italia è “Biblioteca e Museo: da “unico” luogo di cultura a centro di sinergie”.
Sinergie è una parola importante nell’ esperienza della dott.ssa Paro, storica dell’arte che attualmente lavora presso la Fondazione Mazzotti, una realtà culturale complessa in cui riceve sollecitazioni operative dal mondo della biblioteca, dell’ archivio e del museo, trittico cui necessariamente dare ordine e visione unitaria per potenziarne l’efficacia informativa.
Sinergia.
Secondo le parole della dott.ssa Paro: – Il caso della Fondazione Mazzotti, è emblematico, si tratta di un archivio di persona, la vita ricostruita di un personaggio eclettico, un lascito piuttosto complesso da gestire che necessità di un progetto speciale.” Riporto dalla web page della fondazione: “La Fondazione nasce su iniziativa degli eredi del noto studioso trevigiano, già all’indomani della sua scomparsa, avvenuta nel 1981, con lo scopo di non disperdere i risultati di una vita di studio e passione per il patrimonio culturale, artistico e paesaggistico del Veneto. La Fondazione pertanto gestisce e mette a disposizione del pubblico un lascito di oltre 13.000 volumi, ai quali si aggiungono le raccolte di periodici e varia letteratura grigia, l’archivio personale di Giuseppe Mazzotti e la straordinaria fototeca, che raccoglie una documentazione unica sul territorio e sulle Ville Venete, ricca di 120.000 immagini”.

Rifletto che: la necessità di eseguire una somma delle professionalità connesse ai tre mondi porta a una sorta di spaesamento positivo. E pur consapevoli di dover rischiare decisioni in un ambito prevalentemente inesplorato può accadere che la perplessità venga conquistata dalla meraviglia cosi come il riserbo cede alla pratica di lavoro acquisita e che può ora essere valorizzata.
Nel racconto di Loretta Paro l’iniziale assemblaggio di competenze diverse al fine di far emergere le prerogative esclusive del proprio ambito operativo è un agire che ricorda l’intreccio di trama e ordito ed il disegno a rilievo che va a ben delinearsi.

All’inizio del suo intervento Loretta ricorda le canoniche frequentazioni di convegni professionali, in una posizione che potremmo definire da “outsider”: bibliotecaria ma non del tutto o non solo, archivista intessuta d’arte, e comunque alla ricerca di segni di appartenenza per ritessere le fila del mondo affidatole.
L’intervento continua con una osservazione in merito al contesto italiano: – In merito alla condivisione di progetti di lavoro in più ambiti disciplinari il panorama italiano presenta una certa arretratezza culturale, la documentazione è scarsa soprattutto a fronte di quanto già messo in opera ma non sufficientemente attestato, mentre esiste una congrua letteratura professionale internazionale. Di recente pubblicazione un articolo pubblicato su Biblioteche oggi Biblioteche dei musei, queste (s)conosciute di Carlo Bianchini ed il costituirsi di una commissione italiana, nella necessità di indagini quantitative e qualitative in merito alle biblioteche dei Musei.

In merito al lavoro compiuto per la Fondazione Mazzotti, si dice che: – “Si è reso necessario agire a livello virtuale ricostruendo frammenti, riferimenti incrociati da libri ad oggetti in un mondo di intersezioni continue, logiche che appartengono a tre mondi archivio biblioteca museo e che non ha senso separare. E’ stato necessario sperimentare un nuovo software per valorizzare tali legami: Samira, anche per la condivisione di liste di autorità, per trovare e identificare libri e oggetti e per passare dal libro all’oggetto e viceversa, quindi per navigare in un mondo. La Biblioteca di un museo è prevalentemente rivolta ad un pubblico specializzato, necessita di formule particolari poiché è funzionale al Museo, entrambi i mondi sono contenitori funzionali alle collezioni.
Ma la storia dei tre mondi ha una origine comune: dalla Biblioteca di Alessandria, come da testimonianza di Strabone, riportata anche da Diderot per l’ Encyclopedie “Della reggia fa parte il Museo,” Museo e Biblioteca” e dunque non si trattava soltanto della raccolta di opere e di testi e della loro conservazione ma, piuttosto, dell’attività ufficiale di un collegio di dotti finanziato dal re, che aveva l’obbligo di operare ricerche per il progresso delle scienze, Museo e Biblioteca quindi, “luogo di cura dell’anima”. Loretta Paro ripercorre la storia comune che ha legato Biblioteca e Museo, come luoghi integrati di studio per una comunità attiva, il riferimento va alle attigue sale per esperimenti anatomici e alla cura di orti botanici, luoghi non dissimili ai nostri Musei universitari. Luoghi dedicati al connubio tra arte e lettura. Si ricorda che la Colonna Traiana, che narra tramite immagini, fu eretta al centro del cortile delle due biblioteche del Foro di Traiano, Biblioteche a loro volta interne ai Bagni pubblici. Ed oltre l’epoca romana, passando per i manoscritti miniati, ancora arte e parola non disgiunte e poi ancora oltre, dagli studioli di meraviglie del 500 ai lasciti costitutivi della biblioteca di Oxford, libri e medaglie, libri e oggetti: biblioteche e musei non sono mondi separati, e la valorizzazione del contenuto è la missione condivisa da entrambi. Paro ricorda infine lo spirito del reference secondo Ranghanathan “”Il servizio di reference è la ragione primaria e il culmine di tutte le pratiche della biblioteca. Le sue varietà, il loro che cosa, perché e come, la loro preparazione, le varietà dei materiali bibliografici e di consultazione, e l’organizzazione del tempo del personale in relazione ad esse: tutto ciò discende dalle Cinque Leggi…” Secondo questa visione, estesa dalla biblioteca ai mondi dedicati alla cura e alla trasmissione di un patrimonio culturale il reference è “servizio” ma principalmente esperienza: siamo noi con la nostra esperienza.
Le parole di Loretta delineano una precisa linea etica: – “Il servizio di reference è relazione, è mediazione umana. Il bibliotecario addetto al reference è un compagno di viaggio del lettore che camminando assieme al lettore condivide con lui esperienza ed emozioni senza sovrapporsi a lui, senza interferire con il suo modo di vivere. Un compagno di viaggio che ha fatto una esperienza diversa dal lettore, non è mai superiore ad esso, anzi da esso può imparare, perchè ogni lettore ha una storia particolare. E la particolare situazione delle mediazione umana, della relazione con l’utente che ti sta di fronte che a mio avviso accomuna il bibliotecario addetto al reference con una guida di un museo o con un archivista che si occupa del “servizio al pubblico”.
Katia Alboresi

 

ARTELIBRO 2010: “La biblioteca del museo, il museo della biblioteca. integrazione dei luoghi della cultura”

Dal 24 al 26 settembre 2010 si tiene a Bologna la settima edizione di Artelibro Festival del Libro d’arte che si svolgerà a Palazzo Re Enzo in concomitanza con la Mostra Internazionale del Libro Antico. Tema guida di quest’anno Il libro antico, raro e d’artista.

Il Servizio Musei e Beni Culturali dell’IBC, Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali dell’Emilia Romagna, organizza nell’ambito di Artelibro un incontro dedicato a musei e biblioteche intesi come “servizio integrato”.
Numerosi sono i musei che nel corso della loro esistenza hanno accumulato, per le ragioni più diverse, un consistente patrimonio librario e documentario, al contempo sono altrettanto numerose le biblioteche, in particolare quelle di antica fondazione, che posseggano cospicue collezioni d’arte quali dipinti, sculture e oggetti d’interesse storico artistico.
Questo il programma (ripreso dal sito web dell’IBC):

Introduce e coordina
Laura Carlini, Servizio Musei dell’IBC

Interventi:
Loretta Paro
Coordinatrice della commissione tematica “Musei e documentazione” di Icom Italia
Biblioteca e museo: da “unico” luogo di cultura a centro di sinergie

Claudia Morgan
Musei Civici di Trieste
Da biblioteca dei Civici musei di storia ed arte a Catalogo integrato dei beni culturali del Comune di Trieste

Aurora di Mauro
Ufficio Musei Regione Veneto
Per un museo da consultare. Analisi e riflessioni

Gianfranco Maraniello
Mambo
Archiviare la contemporaneità

Comitato Scientifico: Lidia Bortolotti,  Laura Carlini, Eloisa Gennaro

La tematica è quanto mai attuale, dato che i musei sono a tutti gli effetti luoghi di cultura che generano cultura. E’ giusto che chi visita il museo possa essere interessato ad approfondire tematiche attinenti a ciò che ha visto durante la visita. Oggi sono pochi i musei che possono dirsi dotati di una biblioteca, mi viene in mente giusto il museo dell’Istituto Fiorentino di Preistoria che ha una piccola biblioteca, mentre è più facile che museo e biblioteca siano due organismi separati di un unico polo culturale: per i casi a me noti posso citare il museo archeologico nazionale di Firenze che si trova nello stesso complesso della biblioteca della Soprintendenza, in quanto entrambi gli istituti dipendono dalla soprintendenza archeologica che lì ha sede; idem a Napoli; oppure il caso del Museo civico archeologico di Diano Marina (IM) e la biblioteca civica che si trovano nello stesso Palazzo del Parco, polo culturale della cittadina.  Ma non si tratta di musei-biblioteche, si tratta di realtà differenti unite dallo spazio fisico in cui si trovano e dall’autorità che vigila su di loro (soprintendenza nel caso di Firenze e Napoli, comune nel caso di Diano Marina).

Sarebbe interessante partecipare al convegno. Io purtroppo non potrò perché, ohibò, lavoro sia sabato che domenica. Ah, la bella vita del custode!

Il primo giorno

Ho letto Il primo giorno di Marc Levy. Appena uscito (stampato a Gennaio 2010), l’ho subito preso (in biblioteca naturalmente) incuriosita dalla trama, il cui inizio suona all’incirca così:

Una paleontologa e un astronomo si incontrano” …

Oh, ecco il best seller che cercavo, ecco un romanzo che tirerà fuori qualche idea strampalata sull’origine dell’uomo (quale, la potete immaginare) con la pretesa, magari, di convincere i lettori che non si tratti di un’idea così peregrina! Bene bene, me lo voglio proprio gustare!

E invece… somma delusione.

Innanzitutto Il primo giorno è l’inconcludente Capitolo 1 di una saga di cui in Francia è già stato pubblicato il secondo, e spero ultimo, volume. Come tale non conclude niente, non ci dice nulla di rilevante e di fantasmagorico sulla tanto discussa origine dell’uomo (o della vita? Ad un tratto le due cose si confondono…). Mi aspettavo una storia ben congegnata, documentata, un’idea che avrebbe fatto parlare di sé come a suo tempo Dan Brown col sul Codice Da Vinci. Ci speravo. Volevo un dibattito tra lettori che, abituati a Voyager e alla nuova rivista Archeomisteri, fossero pronti a sposare la teoria di un romanziere così come a suo tempo abbracciarono la tesi di Dan Brown buttando al vento 2000 anni di catechismo.

Levy invece è più interessato a costruire una storia di spionaggio (e ci riesce anche abbastanza bene) tanto che, almeno a questo punto della vicenda, sembra quasi che l’avventura di paleontologa + astronomo (che di per sé potrebbe ispirare più di un romanzo fantarcheologico) sia solo una scusa per giustificare il gioco di spie.

Che posso fare? Attenderò l’uscita del Vol. 2 in Italia, La prima notte, naturalmente in biblioteca, sperando che almeno in questo capitolo ci sia la spiegazione tanto paventata dell’origine dell’uomo. Ci sia, insomma, qualcosa di cui sparlare.

Dammi mille baci

Sarà che è appena passato San Valentino, sarà che c’è un po’ di romanticismo nell’aria, ma tant’è, quando oggi ho visto in biblioteca “Dammi mille baci” di Eva Cantarella, non ho saputo resistere e l’ho subito preso in prestito. L’ho anche iniziato e devo ammettere che la Cantarella dimostra una volta di più la sua professionalità e la sua competenza con temi che se da un lato possono far arrossire le educande, dall’altro sono quegli argomenti un po’ scabrosi che suscitano sempre un po’ di curiosità in chi legge. Ecco un esempio: quando andate in gita a Pompei vi interessa senz’altro vedere la città così come si è conservata sotto metri e metri di lava, ma chissà come mai di tutte le informazioni che la guida vi darà ciò che vi rimarrà più impresso saranno le pitture a soggetto erotico…non ho ragione?

La Cantarella ci parla dell’amore al tempo dei Romani. Amore inteso in tutte le sue accezioni, compresa, quindi, anche la sessualità. Parlare dell’amore per i Romani significa affrontare un capitolo importante della loro vita, un capitolo che rende gli antichi Romani per quello che devono essere considerati: “esseri umani, meno ‘monumenti’ di quanto una retorica che stenta a morire che li ha troppo spesso presentati; meno solenni” (p.5). Parlare dei Romani nella loro sfera privata può essere un modo per avvicinarci a quella civiltà così lontana eppure così vicina. Se questo modo di presentare i Romani può essere utile ad avvicinare un pubblico più ampio dei soliti, pochi, affezionati ai libri di storia, ben venga. Quello che finora posso dire (ho appena iniziato la lettura) è che lo stile è scorrevole, di facile anzi facilissima comprensione, adatto a chiunque. In qualche caso può far sfuggire qualche sorriso imbarazzato (leggete il carme di Catullo a p. 17 e capirete); in ogni caso è sicuramente una lettura interessante e, ribadisco, adatta a tutti i tipi di pubblico.

Nel prossimo futuro fornirò un’adeguata recensione. Per ora mi auguro, e vi auguro, se vi ho incuriosito, buona lettura!