Quando un archeologo diventa un simbolo: Khaled Al Asaad

A 6 mesi dalla sua morte, ancora si parla di lui. E se ne parlerà ancora a lungo, nei mesi e negli anni a venire. Khaled Al Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, in Siria, è stato barbaramente ucciso dagli uomini dell’ISIS nell’agosto del 2015. Dopo torture varie, quest’uomo di più di 80 anni è stato giustiziato sulla pubblica piazza, reo di non aver collaborato con gli uomini del Califfato che volevano trafugare i reperti del museo di Palmira. Per tutta risposta l’anziano archeologo è stato massacrato e con lui il sito di Palmira è stato barbaramente offeso, sia fisicamente, dato che alcuni suoi importanti monumenti sono stati letteralmente fatti saltare in aria, sia moralmente, dato che il grande teatro è diventato luogo di una memorabile esecuzione pubblica. Ne ho parlato già qui, per cui oggi non sto a ripetermi.

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell'ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell’ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Oggi piuttosto voglio concentrarmi sulla figura di Khaled Al Asaad, o meglio, su quello che è diventato subito dopo la sua morte. Un archeologo tranquillo, o forse no, che svolgeva il suo lavoro con impegno e passione: questo era Al Asaad. Un archeologo come tanti ce ne sono al mondo, con i suoi pregi e senz’altro i suoi difetti, un essere umano come tutti. Era il direttore di Palmira, dunque non era il primo venuto. Era anche parecchio anziano, ma questo non lo ha minimamente turbato nell’ultimo periodo della sua vita, anzi.

Non conosciamo esattamente come sono andate le cose, perché molto ci sfugge in una nebulosa fatta di luoghi comuni, di sentito dire, di rimbalzato sui media e di propagandato dall’ISIS. Possiamo solo supporre come sia andata.

Allo scoppio della crisi in Medio Oriente le missioni archeologiche straniere sono state invitate a sospendere le proprie ricerche e ad andarsene (è ciò che è successo ad esempio ad Ebla); sono rimasti i preposti ai siti archeologici, che comunque vanno manutenuti, vanno preservati, vanno messi in salvo. Palmira, sito archeologico tra i più importanti del Vicino Oriente, è uno di questi. Alla sua guida, Khaled Al Asaad non ha dubbi sul da farsi. Mi immagino che abbia avuto qualche avvisaglia, magari lo ha avvertito qualche collega di altri siti, o magari vengono direttamente da lui gli emissari del Califfato, che con le buone cercano di farsi vendere o indicare i reperti archeologici più preziosi, e i loro depositi, dicendogli “in questa situazione di pericolo, è più prudente se li affidi a noi“. Immagino una situazione simile a quella che si verificò in Europa durante la II Guerra Mondiale, dove accanto all’occupazione nazista c’era la requisizione delle opere d’arte dei più importanti musei per farle confluire nella collezione del Fürher Museum. In questo caso, però, nessuna collezione si vuole arricchire, se non quella di collezionisti talmente malati da essere disposti a fare patti col diavolo (letteralmente) finanziando il terrorismo internazionale. Non è un segreto per nessuno: la notizia è risaputa ed è di dominio pubblico; anzi, si conoscono benissimo le dinamiche, come racconta quest’articolo del The Guardian, come funziona la domanda e l’offerta. Eppure non si costruisce ancora un’azione di contrasto efficace a questo mercato.

Immagino che Khaled Al Asaad abbia subodorato il pericolo e se già stava correndo ai ripari, si sia impegnato ancora di più per nascondere i reperti in un posto sicuro. E questo non è piaciuto al Califfato, che se vuole comprare armi ha bisogno di vendere sul mercato nero quante più opere d’arte antica possibile. I tentativi saranno diventati sempre più insistenti, le minacce anche, fino all’arresto, alla prigionia, alle torture. E niente. Khaled Al Asaad non parla, non rivela. Potrebbe essere il nonno di qualcuno dei ragazzetti armati che gli punta il fucile contro e che non ha manco idea di cosa sia Palmira. Trascinato sulla pubblica piazza, una volta appurato che l’archeologo non ha niente da perdere, che tanto sa che farà una brutta fine, e che forse il rimorso di tradire il suo credo di custode dell’antico e della memoria sarebbe peggio di qualunque altra cosa, viene barbaramente giustiziato.

La notizia fa il giro del mondo. E se dio vuole, Khaled Al Asaad diventa un martire. Un martire della cultura, il simbolo della difesa ad ogni costo del Patrimonio culturale mondiale. L’Italia da subito dichiara giornata di lutto nazionale, le occasioni di commemorazione si sprecano. Ma è bene che succeda. La gente deve sapere. Deve sapere che Khaled Al Asaad con la sua morte ci testimonia un evento che avviene sotto gli occhi di tutti, in continuazione: la distruzione di siti, opere archeologiche, monumenti, per camuffare l’esportazione di beni verso il mercato clandestino mondiale di opere d’arte. La favoletta dell’ideologia iconoclasta non ci incanta più. O meglio: è quella che fa presa sulle masse in Siria e in Iraq, per convincerle che il Califfato lotta anche contro gli Idoli del passato, blasfemi e corrotti. In realtà, l’ISIS ha proprio bisogno di quei beni, per poter mettere su un giro d’affari di migliaia, milioni di dollari, quelli necessari ad autofinanziarsi. Non si sa chi siano questi finanziatori. Paolo Matthiae, a TourismA, parlava di “tanti protagonisti occulti“.

Khaled Al Asaad in pochi mesi è diventato simbolo del patrimonio dell’umanità ferito, indifeso, stuprato, abbandonato, annientato alla cui distruzione noi restiamo impotenti, inebetiti, impietriti. Però, vuoi per coincidenza, vuoi per caso, da quando lui è stato ucciso qualcosa si è mosso: la proposta dei Caschi blu della cultura, che è diventata operativa pochi giorni fa, per esempio, è un primo passo. Ma un altro passo, importante, è l’informazione. Perché se circolano le notizie, se si sposta l’occhio dell’opinione pubblica su ciò che sta succedendo non solo in Siria, ma anche in Iraq, forse si riesce a fare una qualche azione di disturbo.

L’ICOM e l’UNESCO, ognuna per il suo specifico, stanno lavorando alacremente per trovare soluzioni. L’ICOM ha pubblicato una redlist dei materiali trafugati in Mesopotamia, dunque in Iraq, dove le distruzioni ai danni di Ninive/Mossul e di Nimrud sono sconcertanti. Il Califfato ha un suo ministero, Diwan-al-Rikaz, che letteralmente significa “Dipartimento delle cose preziose che vengono da sottoterra“: non ci vuole molto a capire che non si riferisce solo allo sfruttamento del petrolio, ma anche a ben altre “cose preziose“.

In un docufilm trasmesso a TourismA 2016, “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, Khaled Al Asaad lamentava il fatto che il patrimonio archeologico di Palmira è disperso nei vari grandi musei del mondo. Quella frase ascoltata oggi stona tantissimo. Se lui era dispiaciuto allora, chissà cos’ha provato quando neppure con la propria vita è riuscito a fermare la distruzione. Ormai lui non si può più opporre. Ma se il suo sacrificio è valso a qualcosa, ora tocca al mondo intero proteggere un patrimonio che non è solo palmireno, non è solo siriano, ma appartiene all’umanità tutta.

PS: questo post nasce a margine di TourismA 2016, durante il quale è stato dedicato più di un incontro alla situazione disastrosa del patrimonio culturale mediorientale.

Bene che se ne parli: “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità” a Paestum

All’indomani della distruzione del tempio di Bel a Palmira, ho reagito in maniera piuttosto accorata per i miei standard. Tanto è stato lo scoramento che non ho potuto fare a meno di scrivere così:

distruzione palmira

Quando è uscito il programma della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2015, ho deciso subito che avrei seguito l’evento “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità”: è un tema che ci tocca molto da vicino perché è attuale, intorno a noi, ora, e ci spinge a interrogarci sull’importanza del nostro patrimonio culturale mondiale e sul reale valore che hanno le culture e le civiltà dell’intero orbe terrarum. Nel passato intere civiltà sono state cancellate dall’odio e dalla pulizia etnica e culturale del più forte, del prevaricatore e del conquistatore. Ormai quelle distruzioni deliberate le possiamo assumere solo come fatti accaduti, storicizzati, li intendiamo pertanto come fatti storici, e come tali li studiamo. Mi riferisco ai Cristiani che distruggevano templi e statue di dei pagani, mi riferisco ai Conquistadores che distrussero forse anche non del tutto consapevolmente le civiltà mesoamericane, mi riferisco all’iconoclastia bizantina. Sono fatti avvenuti, non possiamo che prenderne atto, e imparare dalla storia.

Ma ciò che accade nel presente no. Abbiamo l’obbligo morale di impedire che ciò accada. Siamo testimoni del nostro tempo e assistere impassibili alla distruzione della memoria storica e del passato di un popolo è cosa che non si può più tollerare. Bisogna intervenire. Già a livello di UNESCO si inizia a parlare, relativamente ai crimini contro l’Umanità, dell’obbligo di salvaguardare la vita umana e le “pietre”. E se ancora qualcuno pensa che quei “4 sassi” siano inutili, ora vi racconto perché non è così.

A Paestum, all’incontro che si è tenuto il 30 ottobre nella Basilica Paleocristiana, non c’erano persone comuni, “personaggetti” che si sciacquano la bocca lanciando vuoti proclami e opinionisti della domenica. Non era un talk show quello cui abbiamo assistito; c’erano, piuttosto i protagonisti veri, le voci più in capitolo per poter parlare delle distruzioni perpetrate dall’Isis a Palmira e agli altri siti archeologici e non solo siriani. Mohamad Saleh mi ha colpito particolarmente: un uomo alto, magro, negli occhi una tristezza indicibile, nella voce una commozione che solo chi ha vissuto e vive quotidianamente un dramma può provare: Saleh è stato l’ultimo Direttore per il Turismo di Palmira: ha lavorato fianco a fianco per anni con Kalhed Al-Ashaad, per dire; ha vissuto da molto vicino le paure reali e i tormenti che hanno ucciso il suo collega. Nel suo intervento cerca di essere il più distaccato possibile. Ma al tempo stesso ogni coppia di immagini che mostra è uno strazio: mostra Palmira prima e dopo: il tempio di Bel nella sua interezza e la sequenza delle immagini che ne mostrano la distruzione; mostra il Road Silk Festival che si svolgeva ogni anno nel Teatro di Palmira e un nuovo festival, dell’Isis, celebrato quest’anno. Non ce lo racconta subito, ci viene svelato dopo, in un video che fa tremare: l’ISIS festival è un’esecuzione multipla eseguita da un plotone di soldati bambini. Il tutto avviene appunto nel teatro romano di Palmira, davanti agli occhi non solo del pubblico presente, ma di tutta la comunità internazionale che può godersi lo spettacolo su youtube.

"ISIS Festival" a Palmira. Fonte: https://themuslimissue.wordpress.com

“ISIS Festival” a Palmira. Fonte: themuslimissue.wordpress.com

Tornando all’archeologia, dopo queste incredibili immagini, non è solo Palmira ad essere stata distrutta: Palmira è il sito che fa notizia, il più noto a livello mondiale, ma quanti altri siti sono stati distrutti e saccheggiati, nel silenzio più totale perché, essendo sconosciuti ai più, non interessano alla comunità internazionale. Mohamad Saleh però ce li mostra, ci mostra anche le 5 mummie di Palmira, bruciate per la strada con un disprezzo che non è solo per l’oggetto archeologico, ma anche per gli esseri umani che queste mummie un tempo erano.

La scusa dietro la quale si nascondono i militanti dell’ISIS che distruggono è l’integralismo religioso. Ma quale religione!, risponde Mohamad Saleh: costoro hanno distruttto persino la Casa del Profeta, di Maometto, in Siria! Saleh è molto duro, non crede minimamente all’integralismo o al fanatismo religioso: ha visto con i propri occhi troppe contraddizioni. È disincantato, è duro, è arrabbiato. E non accetta la giustificazione religiosa. C’è altro.

Cos’è l’ “altro” lo dice Mounir Bouchenaki, UNESCO, che parla da subito del mercato illegale sempre più fiorente in quanto è una delle forme di autofinanziamento dell ISIS. In sostanza le distruzioni dei siti archeologici sono la punta di iceberg di un progetto di distruzione del patrimonio più vasto, che vede nel commercio clandestino di oggetti d’arte e d’archeologia il business maggiore. Bello schifo direte voi. E lo dico anch’io, perché un conto è pensare che un gruppo fanatico distrugge secondo un’ideologia malata che vede nelle testimonianze del passato un’idolatria da distruggere e nelle immagini di esseri viventi l’intento di sostituirsi a dio, unico fautore di tutte le cose animate; un altro conto è invece vendere al miglior offerente oggetti dei quali evidentemente il valore almeno economico è riconosciuto. Siamo tutti colpevoli, allora, tutti conniventi di questo sistema. Perché da dove credete che provengano i collezionisti disposti a pagare milioni per una statua della dea Ishtar? Dall’Occidente, quello stesso Occidente che condanna, senza però intervenire, le distruzioni.

Nel centro Mohamad Saleh, all'estrema destra Mounir Bouchenaki - foto BMTA

Nel centro Mohamad Saleh, all’estrema destra Mounir Bouchenaki – foto BMTA

L’UNESCO si impegna, racconta Bouchenaki, per salvare il salvabile, per educare i direttori delle antichità e dei musei e per sensibilizzare l’Interpol e attraverso di essa le polizie locali a contrastare il mercato illecito. Stante che omai le distruzioni sono state perpetrate, poi, quantomeno bisogna iniziare a pensare al dopo, al restauro. Per questo i Caschi Blu della Cultura, proposti dall’Italia, sono stati accolti con favore. Per ora sono una proposta, non c’è nulla di concreto, ma è già qualcosa.

Chi pensa che sarebbe più utile preoccuparsi degli uomini piuttosto che delle “pietre” è bene che abbia ben presente che quelle pietre sono il simbolo identitario della cultura di una nazione (nello specifico, quella siriana). Distruggendo quelle si distrugge la memoria, l’identità culturale, si cancella il concetto stesso di nazione. Per dirla con le parole di Paolo Matthiae, altro ospite ben informato sui fatti presente alla Borsa, si fa tabula rasa della memoria e della cultura. L’idea alla base è quella di creare un uomo nuovo, senza passato, senza legami, totalmente manovrabile. E questo dovrebbe fare tanta più paura. Matthiae racconta la sua esperienza come archeologo che dopo quasi 50 anni di lavoro a Ebla è stato costretto ad allontanarsi per la situazione della Siria e che ogni giorno guarda con preoccupazione ad una terra che sente sua.

Anche la testimonianza di Ivan Grozny è importante: lui, reporter di guerra, non ci parla dei beni culturali distrutti, ma in poche brevi pennellate ci dipinge un quadro della situazione in Siria: e capiamo che quello del Patrimonio Culturale è solo uno degli aspetti di questa distruzione di massa del popolo siriano. E allora torna la necessità di salvaguardare la vita umana, certo, ma anche le “pietre”, se vogliamo preservare l’identità di una nazione.

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

Il tema della distruzione del Patrimonio archeologico da parte dell’ISIS è, giustamente, particolarmente sentito. La Borsa di Paestum ha dedicato anche un premio a Kalhed Al-Ashaad, l’archeologo di Palmira morto “martire” per la difesa della città antica. L’Italia, è stato ricordato, è stato l’unico Paese a reagire alla notizia della sua morte: giornata di lutto nazionale, bandiere a mezz’asta. Un segnale forte di cordoglio nazionale perché evidentemente abbiamo riconosciuto nell’inutile uccisione di questo archeologo tutta la barbarie di questo conflitto.

E ancora: un incontro della Borsa è stato dedicato all’attentato al Museo del Bardo di Tunisi. L’evento è stato intitolato #pernondimenticare. E infatti è giusto avere sempre ben in mente cos’è successo e perché è grave un attentato in un museo, soprattutto quando quel museo è simbolo del passato di una nazione. A parlare c’era il direttore del Bardo, Moncef Ben Moussa, il quale ancora non si capacita di un tale atto di violenza, sottolineando il ruolo storico e culturale della Tunisia quale ponte tra l’Africa e l’Europa attraverso il Mediterraneo: storicamente e archeologicamente parlando, la Tunisia è terra di tolleranza e accoglienza e il Museo del bardo ne è testimonianza. Nonostante il dolore per il dramma nel quale il museo del Bardo è stato coinvolto, Ben Moussa ha portato un messaggio di speranza, concludendo che “Cultura ed educazione sono le uniche armi pacifiche per evitare la guerra”.

Un appello per salvare il Centro Luigi Pecci

Mi è stato chiesto di sottoscrivere e diffondere un appello per salvare il Centro Luigi Pecci di Prato, centro per l’Arte Contemporanea di Prato che rischia di veder chiudere la propria Biblioteca e il Centro di Documentazione, Didattica e Ricerca: un grave danno sia per la vita culturale di Prato e della Toscana, che per l’Arte Contemporanea in Italia e , ovviamente, per le 9 persone attualmente impiegate negli istituti a rischio, che da un giorno all’altro potrebbero ritrovarsi senza lavoro. Mi è stato chiesto di spargere la voce, di dire a chiunque il più possibile di sottoscrivere l’appello, inviando un’e-mail all’indirizzo appositamente creato appellomuseopecci@hotmail.it. E lo faccio, nel modo che so fare meglio: scrivo un post e lo spammo in rete, e chiedo a tutti voi di fare altrettanto, perché siamo sempre lì, tutti i giorni, a parlare di cultura, a farci belli con i Bronzi di Riace che fanno notizia perché tornano al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ma poi nella vita culturale italiana di tutti i giorni le realtà che fanno meno notizia (una biblioteca di un Centro per l’arte contemporanea: ma chi se la fila?) sono perennemente in pericolo, a rischio chiusura. E’ questo il problema del Patrimonio Culturale Italiano, che se non fa notizia va affossandosi giorno dopo giorno nell’indifferenza più totale.

Non mi perdo in altre chiacchiere, vi riporto molto semplicemente il testo dell’Appello. Leggetelo e sottoscrivetelo!

Dopo l’abbandono del progetto per un Museo d’arte contemporanea nell’area delle ex Officine Galileo a Firenze, la chiusura del Palazzo delle Papesse a Siena e in seguito ancora a Firenze di Ex3, il mondo dell’arte in Toscana apprende dalla stampa la riprovevole situazione generata al Centro Luigi Pecci di Prato dalla ventilata dismissione di aree e servizi essenziali, quali Biblioteca e Centro di Documentazione, Didattica e Accoglienza, e la conseguente messa a rischio di 9 posti di lavoro.

La notizia sconcerta, perché da qualche anno il Centro Pecci è considerato museo regionale, finanziato dalla Regione Toscana con un contributo annuale di 500.000,00 euro “a fronte di attività espositive ed educative volte alla promozione dell’arte contemporanea”, e anche perché essa viene presentata quasi in contemporanea all’inaugurazione di un ampliamento dell’edificio museale, che dovrebbe servire a garantire un nuovo rilancio dello stesso Centro; non da ultimo, essa cade in mezzo alle polemiche generate dal tentativo di riportare in auge il progetto per realizzare sulla Calvana il Monumento al ventodell’artista Dani Karavan, suscitando la netta opposizione di geologi ed ambientalisti, operazione che costerebbe all’Amministrazione Comunale l’accensione di un mutuo di 500.000 euro.

Dopo aver assistito allo smantellamento di alcuni centri essenziali per la ricerca contemporanea, ci rifiutiamo di assistere al definitivo depotenziamento ed alla probabile futura chiusura di biblioteca e servizio educativo del Pecci  camuffati comeesternalizzazione dei servizi; un’operazione che avviene, tra l’altro, in assenza del parere di un Direttore artistico, il cui posto è attualmente vacante.

Ricordiamo che la biblioteca denominata Centro Informazione e Documentazione (CID)/Arti Visive è nata prima dello stesso museo, per volontà di un gruppo di studiosi diretti da Egidio Mucci e Pier Luigi Tazzi e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, e costituisce oggi una delle più importanti sedi di studio e di ricerca per l’arte contemporanea a livello nazionale, fondando la propria autorità informativa su una rete di scambio di pubblicazioni con musei, centri di documentazione e biblioteche specializzate su base internazionale, su un catalogo di oltre 40.000 titoli, realizzato in collaborazione con il Servizio Bibliotecario Nazionale, e su un’emeroteca con oltre 100 riviste internazionali di arte, fotografia, architettura e design a disposizione degli utenti, assieme a un servizio di orientamento e assistenza alla ricerca. In quest’ultimo anno è iniziata l’inventariazione dell’archivio dell’artista fiorentino Mario Mariotti, ed è in programma quello dell’archivio e biblioteca di una protagonista dell’arte di grande prestigio come Lara Vinca Masini, fondi che vanno ad aggiungersi a quelli di Ferruccio Marchi, editore del Centro Di, di Giancarlo Politi, editore di Flash Art, di Francesco Vincitorio, fondatore della rivista NAC, di Ermanno Migliorini filosofo e docente di estetica, e di altri studiosi, collezionisti e istituzioni che hanno creduto nel progetto e, infine, di una significativa raccolta di libri d’artista.

Dal momento della sua nascita (1983) ad oggi il CID ha progressivamente ridotto le sue competenze e orari di apertura per la diminuzione di fondi dovuta alla sempre più evidente crisi economica in cui versa la città di Prato, ed è ormai giunto a un punto tale che qualsiasi ulteriore depotenziamento comprometterebbe in maniera fatale le sue funzioni originarie. Una biblioteca specializzata non può essere ridotta, come si evince del piano di ristrutturazione e dalle interviste dell’attuale Sindaco Cenni, ad un semplice magazzino chiuso, a cui si accede solo per richiesta, ma deve rimanere un luogo aperto alla consultazione di artisti, studenti ed operatori del settore, e di chiunque voglia accedervi.

A sorprendere e sconcertare in tutta questa vicenda è la posizione di Regione Toscana e Comune di Prato, che dopo aver finanziato per 25 anni un centro di ricerca giungono ad una incomprensibile ipotesi di snaturamento e smantellamento che non potrà che ripercuotersi sulla stessa natura del Museo, trasformando quest’ultimo in un mero Centro Mostre, secondo criteri, a quanto si legge, di attendibilità assai dubbia. Ma tale conseguenza è evidentemente desiderata dall’attuale Consiglio di Amministrazione del Museo, se si deve credere alle dichiarazioni rese; che essa sia condivisa dalla mano pubblica appare perlomeno sospetto, e certo non eticamente meritevole.

Non è pensabile che i risparmi delle pubbliche amministrazioni avvengano sempre a spese di ricerca e cultura.

Al momento della sua nascita l’Amministrazione comunale di Prato non pensava al futuro “museo” come ad una istituzione con una vocazione unicamente espositiva e conservativa, ma come un “centro d’arte”: “una struttura culturale vivace, prevalentemente rivolta a promuovere la ricerca, la produzione e l’informazione nel campo delle arti visive…”, prese di posizione ben distanti da quelle dell’attuale consiglio d’amministrazione e dell’attuale sindaco di Prato che per la biblioteca prevedono “orari di apertura al pubblico più ristrettiprestiti su prenotazione ed on-linecosì da utilizzare il personale addetto anche in altre attività” snaturando così definitivamente ogni funzione della biblioteca come luogo d’incontro e scambio di idee e informazioni. A leggere queste dichiarazioni si comprende che i redattori della ristrutturazione non sono minimamente informati su come funzioni una biblioteca specializzata, su quale sia l’occupazione di un bibliotecario o su cosa significhi catalogare libri o archivi d’artista, acquisire materiali tramite un’attività di interscambio con altri musei e istituzioni internazionali.

Un Centro per l’arte contemporanea non può esistere senza servizi indispensabili come biblioteca e didattica, che garantiscono la crescita e l’interesse del pubblico del futuro per lo stesso Centro. Le motivazioni prettamente economiche che vengono addotte si rivelano deboli e pretestuose, allorché la stessa amministrazione che vuol ridurre il personale e l’orario dei servizi si propone di realizzare contemporaneamente un oneroso monumento pubblico, ad opera di un artista cui è già stato dedicato ampio spazio, e che, suscitando le resistenze e le proteste di un ampio settore della cittadinanza, getta un’ombra anche sulle reali motivazioni (apparentemente non dettate da interessi artistico-culturali pubblici) che spingono l’attuale Amministrazione a insistere per la sua realizzazione.

Proprio perciò chiediamo di sottoscrivere e diffondere questo appello a tutti coloro che hanno interesse alla salvaguardia di servizi essenziali del Centro Luigi Pecci, per lo studio e la ricerca sull’arte contemporanea, e perchè esso continui così a svolgere la sua funzione pubblica.

le mail di adesione vanno inviate a questo indirizzo

appellomuseopecci@hotmail.it

A tutti coloro che aderiscono all’appello sarà fornito un aggiornamento progressivo delle nuove adesioni
è sufficiente la dicitura sottoscrivo l’appello seguito da nome cognome, eventuale professione, e luogo di residenza

Per chi vuole approfondire il tema, segnalo anche un articolo apparso recentemente su ArtTribune sull’argomento.

Io ho fatto la mia parte, ora tocca a voi: abbiamo pochissimi giorni per sottoscrivere l’Appello e cercare di salvare il Centro Pecci di Prato. Io firmo, e voi?

Il Patrimonio Culturale italiano e la parabola dei talenti

Sarà il periodo dell’Avvento nel quale ci troviamo, sarà l’ennesimo articolo di Salvatore Settis su Repubblica contro il ministro Ornaghi tutto giocato sui sette vizi capitali riportato da Patrimonio SOS, sarà ancora lo schiaffo che ci ha tirato ieri Massimo Gramellini dal palco di “Che tempo che fa” ricordando la scoperta della tomba di un gladiatore fuori Roma che opportunamente valorizzata avrebbe potuto richiamare folle di visitatori sulla scia del film “Il Gladiatore” e che invece verrà interrata (e sentirsi fare la paternale da Russel Crowe non è proprio la mia massima aspirazione), saranno infine tutti i microcasi (micro perché hanno poco risalto nazionale, ma proprio per questo forse ancora più pericolosi) di cattiva gestione del nostro patrimonio di cui quotidianamente giunge notizia, fatto sta che tra una riflessione e l’altra mi è tornata alla mente la famosa parabola evangelica dei Talenti, perché con le opportune modifiche e riletture, si può adattare al nostro discorso.

Nel racconto evangelico il padrone di una proprietà parte per un viaggio e lascia ai suoi servi delle somme da amministrare a misura delle loro capacità: 5 talenti al primo, 2 talenti al secondo, un solo talento al terzo. Al suo ritorno i servi restituiscono le somme amministrate: il primo ha fatto fruttare i suoi talenti, che si sono raddoppiati, idem il secondo, mentre il terzo mette l’unico talento sotto il materasso e così com’è lo restituisce, suscitando la collera del suo padrone che lo allontana dalla sua casa e lo getta “là dov’è pianto e stridore di denti“. La parabola racconta, semplificando e laicizzando la questione, che abbiamo il dovere di saper gestire e curare innanzitutto le nostre capacità, i nostri “carismi”, ma anche di saper rendere al meglio nel settore che ci compete.

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Rappresentazione della parabola dei talenti. Chiesa riformata della Vittoria, Newport, Galles

Trasponendo questa parabola nel mondo reale, soprattutto per quanto riguarda il tema che mi interessa, potremmo dire che l’Italia ha dei talenti, costituiti dal proprio patrimonio culturale, che non fa fruttare. l’Italia, nella figura dei suoi amministratori e di chi avrebbe il potere di gestire abilmente questo patrimonio, è il servo che non sa far fruttare il proprio talento, che per paura o per pigrizia non fa nulla, si adagia su quello che ha ricevuto e se ne sta, in attesa degli eventi.

Il problema dell’Italia, sollevato in parte ieri da Gramellini – che tornava retoricamente sulla storia del petrolio dell’Italia che ora francamente mi ha anche un po’ stufato – è che si crogiola talmente tanto nell’abbondanza dei suoi BBCC che non sente il bisogno di promuoverli, di valorizzarli o anche semplicemente di salvaguardarli. E non mi riferisco ai crolli di Pompei, che fanno notizia solo perché si tratta di Pompei, ma mi riferisco a tutta una serie di altre situazioni, meno note, nascoste, eppure ugualmente gravi: come la mettiamo con il museo archeologico di Pesaro, chiuso a tempo indeterminato per infiltrazioni d’acqua? O con gli scavi sotto Palazzo Vecchio a Firenze, che per essere aperti al pubblico necessitano, prima ancora che di fondi per la musealizzazione (che peraltro ci sarebbero già), dei necessari studi sui materiali e sulla stratigrafia, che però non vengono ancora fatti perché per gli studi non sono stati stanziati fondi e perché non si capisce bene chi dovrebbe studiare quel materiale? E cosa si musealizza se non si sa cosa si è scavato? E sempre a Firenze, non sono mai stati pubblicati gli scavi di Piazza della Signoria, per fare un altro bell’esempio… Ma si potrebbe andare avanti, e l’elenco sarebbe davvero lungo e penoso. E ancora: Sanremo, città dei fiori e del Festival, lo sapevate che c’è una villa romana scavata (e riscavata) vicino alla spiaggia alla Foce? Non tutti i Sanremesi lo sanno, lungo l’Aurelia un cartello mezzo divelto indica i ruderi romani, una piccolissima sala del museo civico della città dedica qualche vetrina di coccetti insignificanti ai più, la gente che va al mare a malapena si accorge del recinto. Non mi risulta che a tutt’oggi, nonostante gli ultimi scavi degli anni 2004/2005 avessero come fine la valorizzazione del sito, ci sia un regolare servizio di visita: giusto qualche scuola, non di più, e le visite speciali in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio. E il bello è che tutto questo viene denunciato in un librino, “Il mare in salita”, pubblicato nella collana ControMano di Laterza, scritto da una ligure di Ponente che in tanti anni che ha frequentato Sanremo non è mai riuscita a varcare il recinto. Rosella Postorino denuncia lo sgomento di un’abitante attenta del luogo che non si capacita dell’abbandono e che nota con un acume che gli amministratori locali evidentemente non hanno, che, ormai tramontato il mito della città dei fiori, sarebbe bene che Sanremo virasse verso altre forme di promozione turistica, e che l’archeologia potrebbe essere quella marcia in più che invece ora manca.

villa romana della foce sanremo

Il nero cancello della villa romana della Foce, Sanremo. Durante le Giornate Europee del Patrimonio (credits Pietro Raneri per SanremoNews.it)

Lo IULM ha lanciato pochi giorni fa un questionario aperto a tutti i cittadini sul tema del Patrimonio Culturale: cosa rappresenta il patrimonio culturale nell’immaginario collettivo? Posso dire una cosa a proposito? Sì, è bene che tutti possano rispondere a questa domanda, che tutti si pongano il problema, ma io vorrei che il questionario fosse indirizzato a chi quel patrimonio lo governa e lo amministra, giorno dopo giorno, prendendo decisioni e attuando scelte che si ripercuotono irrimediabilmente sull’intero sistema dei beni culturali italiani.

Come al solito sono stata prolissa e non si capisce dove voglio andare a parare. Il discorso sulla salvaguardia del nostro patrimonio è materia complessa e spinosa. Soprattutto è un continuo rimpallo di responsabilità, tra chi lo governa e lo gestisce, chi l’ha governato, chi lo governerebbe, chi è un teorico, chi un economista, chi subisce in silenzio, chi si sa solo lamentare. Il problema è che non basta stanziare fondi per iniziare un favoloso progetto di manutenzione per Pompei per risolvere il problema, che invece è nazionale. Occorre un cambiamento di mentalità su scala generale, occorre che ci diamo una sferzata. Parlo per me, che da qui predico bene, ma che in museo dove lavoro non muoio dalla voglia di fare quell’unica visita guidata all’anno che ci viene proposta; parlo per il direttore del mio museo, che potrebbe metterle delle dannate didascalie nelle vetrine dei bronzetti etruschi, così i visitatori non sarebbero costretti all’odiosa ammissione di ignoranza (nel senso proprio di non conoscere) che professano nel momento in cui chiedono ai custodi di che cosa si tratta; parlo per quei musei che si lanciano nei social network senza aver prima predisposto una strategia di coinvolgimento dei visitatori reali: ed è comunque una lodevole azione, che merita tutto il supporto di cui siamo capaci; parlo per la Direzione Generale per la Valorizzazione, che è così social media addicted, con tutta la sua presenza sui social network e in rete a livello centrale, cui non corrisponde nulla, se non lasciato all’iniziativa di singoli, nelle realtà periferiche di cui è disseminato il nostro territorio: così che dal punto di vista della promozione ognuno è davvero abbandonato a se stesso, perché la Direzione Generale, impegnata nella valorizzazione a livello generale, non si cura delle singole situazioni locali, che invece avrebbero bisogno in molti casi di un indirizzo e di un cane da guardia. Parlo per il MiBAC, che deve lottare contro poteri più forti di lui, ovvero il vile denaro necessario per campare, e che un po’ appare eroico per quel poco che riesce a ottenere, un po’ si crogiola anch’esso nelle sue mani legate dalla cronica carenza di fondi e di personale. E parlo per quel personale sempre troppo poco a detta di alcuni, ma in tanti casi male utilizzato.

E’ quantomai necessario un cambio di mentalità a tutti i livelli, dal visitatore che percorre le sale di un museo o i sentieri segnati in un sito archeologico, al ministro e ancora più su, se esiste. O il nostro talento, il Patrimonio, non solo non sarà valorizzato, ma verserà in condizioni sempre peggiori finché non andrà definitivamente perduto. E allora sì che sarà “pianto e stridore di denti“.

Amen

In Perù è guerra al mercato clandestino di reperti archeologici

Per continuare le mie riflessioni sulla politica culturale del Perù in fatto di archeologia e di rapporto tra archeologia e turismo, bisogna prendere in considerazione un fattore che per anni ha sicuramente danneggiato l’archeologia peruviana: il traffico illecito di manufatti archeologici rinvenuti in Perù e venduti sul mercato illegale internazionale.

Il governo peruviano, attraverso il suo Ministerio de la Cultura, sta conducendo una campagna di sensibilizzazione contro il traffico illecito di beni culturali. Ne ho visto rappresentazione pratica a Lima, al Museo de la Naciòn, che è ospitato nel bel complesso della sede del Ministerio de la Cultura. Basta poco a volte, giusto poche indicazioni qua e là, disseminate lungo il percorso espositivo e radunate in un piccolo angolo nella hall, per trasmettere il messaggio che un oggetto archeologico rubato al suo contesto di rinvenimento, anche se recuperato è comunque perso per sempre, perché perde tutta una serie di valori che vanno oltre l’oggetto in sé. Per questo il Ministerio ha predisposto un Registro de Bienes Culturales del quale rileva la necessità per la salvaguardia dell’oggetto mobile dal rischio di furto. La Ley General del Patrimonio Cultural de la Nación, Ley 28296 del 22 luglio 2004 prevede che tutti i beni culturali mobili appartenenti al patrimonio culturale della nazione debbano essere opportunamente registrati e catalogati. Non c’è tutela senza preventiva conoscenza, è l’assunto fondamentale per la salvaguardia del Patrimonio Culturale.

 

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Campagna di sensibilizzazione contro il traffico illecito di beni culturali mobili in Perù.

Lima, Museo de la Naciòn

Oltre alla legge, dicevo, c’è anche una campagna di sensibilizzazione rivolta sì ai cittadini, ma anche e soprattutto, forse, ai turisti, ai visitatori stranieri: il Perù archeologico non è (più) una terra di nessuno in cui chiunque può portarsi via ciò che vuole.

 

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Museo de la Naciòn, Lima. Grosso vaso contenitore di chicha (birra di mais per le cerimonie religiose) a testa umana. Cultura Wari, 550-1000 d.C.

La sua didascalia riporta che è stato salvato dall’esportazione illecita

Così capita che nelle sale del museo si incontrino reperti di inestimabile valore, come monili in oro, che sono stati recuperati sul mercato clandestino. L’indicazione di questa provenienza ha una duplice valenza: innanzitutto dice al visitatore che la lotta al traffico illecito è condotta senza quartiere e conduce a ragguardevoli risultati; in secondo luogo dimostra che recuperando un reperto pertinente ad un insieme più grande di oggetti, quel reperto acquista un valore in più, perché torna ad avere il significato per il quale era stato realizzato. L’oggetto in sé conta poco ai fini della ricostruzione storica, che è quella che interessa l’archeologo, è l’oggetto in quanto in contesto con altri oggetti che fa l’importanza dell’oggetto stesso.

 

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Maschera d’oro, cultura Lambayeque (Nord del Perù), 700-1350 d.C., salvata dal mercato antiquario

Del resto, per poter ulteriormente combattere il traffico illecito, che è un problema decisamente pressante in un paese come il Perù, nel 2009 è stata stilata una lista rossa delle antichità peruviane a rischio, di concerto con l’ICOM e con l’Ufficio Federale della Cultura svizzero, che è un appello ai musei, alle case d’aste, ai mercanti d’arte e ai collezionisti per incitarli a prendere tutte le dovute garanzie prima di acquistare oggetti provenienti dal Perù. Concepita anche come strumento destinato ai corpi di polizia e alle autorità doganali, dovrebbe permettere di identificare gli oggetti la cui origine potrebbe essere sospetta. In essa compaiono 18 categorie di beni culturali peruviani particolarmente presi di mira dai trafficanti. Pur non essendo esaustiva, sollecita chiunque stia per acquistare un oggetto proveniente dal Perù a verificarne con la massima accuratezza l’autenticità e il titolo di proprietà.

La lotta si fa dunque su due, anzi tre fronti: a livello istituzionale e internazionale, tramite l’adozione di leggi e di convenzioni, a livello di controllo interno, con la caccia sia agli scavatori clandestini che ai mercanti d’arte che vengono a fare i propri affari in Perù, e infine a livello di comunicazione col pubblico, per invitarlo a riscoprire la bellezza di poter ammirare un oggetto che è parte del proprio patrimonio storico e culturale, del proprio bagaglio personale che, se permettete, non è in vendita.

Amare constatazioni: come cambia nel tempo il fascino dell’antico…

Le cronache degli scorsi giorni che ci raccontavano di come Villa Adriana stesse per trasformarsi in discarica ci hanno amareggiato, nonostante si siano concluse (per ora) bene: la discarica della discordia non verrà più fatta a due passi dal celebre sito archeologico, con buona pace di chi sostiene alzando le braccia al cielo che nel Lazio per forza di cose ovunque fai una discarica ci sarà sempre accanto un resto archeologico da tutelare. Nonostante la conclusione positiva della faccenda, dicevo, le cronache ci hanno amareggiato perché ancora nel 2012 non si riesce a capire che non tutti i beni immobili di proprietà statale sono uguali, e che ci sono dei beni immobili che sono patrimonio nazionale e in quanto tale vanno tutelati, non ricoperti da montagne di rifiuti. Ci hanno amareggiato perché, purtroppo, non è solo questo l’unico problema di Villa Adriana: riconosciuto Patrimonio del’Umanità UNESCO, rischia di vedersi togliere questo riconoscimento per via di una lottizzazione selvaggia che starebbe interessando le aree limitrofe al sito. Forse non tutti lo sanno, ma non è che una volta che un sito, un monumento, un territorio vengono inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità ci possano rimanere per sempre: se vengono meno quei caratteri di tutela, valorizzazione, salvaguardia delle peculiarità che hanno reso quel sito, monumento, territorio, degno della menzione UNESCO, l’UNESCO stessa si riserva il diritto di cancellare il nome dalla lista del Patrimonio Mondiale. Questo perché l’UNESCO è un organo superiore di controllo, non di esercizio effettivo della tutela. La tutela deve partire dal basso, dal territorio, l’interesse a mantenere intatte le condizioni che fanno di un sito un Patrimonio dell’Umanità deve partire da chi vive nel territorio, chi amministra quel territorio, chi si riconosce, o si dovrebbe riconoscere nei valori culturali di cui quel sito è portatore. Dunque se dall’amministrazione territoriale non arriva nessun segnale di volontà di preservare quel sito nei suoi caratteri peculiari che l’hanno reso degno dell’interesse dell’UNESCO, l’UNESCO può revocarne la menzione. Con grave onta e disdoro per l’amministrazione territoriale che ha permesso ciò, aggiungo io.

A questo si aggiungono le solite segnalazioni, che ormai non fanno neanche più notizia, di restauri mai fatti, di strutture pericolanti, di manutenzione pressoché inesistente. Inutile anche spenderci tempo, io per scriverlo e voi per leggerlo.

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Villa Adriana ha goduto senz’altro momenti migliori. L’idea che la villa più lussuosa di tutti i tempi dell’imperatore più amante del bello che Roma abbia avuto debba sopportare oggi incuria, disinteresse da parte delle amministrazioni territoriali e rischi di trasformarsi in discarica fa riflettere su quanto teniamo in conto il nostro patrimonio storico-culturale.

Ma non è che solo in campagna avvengono di certe nefandezze. Perché, se vogliamo continuare a parlare di spazzatura, pure in centro a Roma, dalle parti del Colosseo, si sta formando una piccola discarica a cielo aperto. La notizia è di oggi, segnalatami ancora una volta dall’attento Simone Massi, @archeologo su twitter, blogger di archeologia 2.0. E badate bene, anche qui, ancora una volta, non si tratta di comune spazzatura abbandonata da qualche privato cittadino particolarmente maleducato. Così riporta infatti l’articolo di Repubblica che riporta la notizia: “è quasi da una settimana che a ridosso della piazza monumentale si possono ammirare buttati a terra quintali di strati di asfalto di pavimento stradale, pile di enormi blocchi di travertino lunghi oltre un metro e mezzo ciascuno, cumuli di mattoni, almeno quattro tombini dell’Acea, lunghi tubi di plastica per cavi da cantiere, manciate di bicchieri a calice di vetro frantumati, lastre di metallo, cartacce.” Sono tifiuti lasciati per la maggior parte da avanzi di lavori pubblici, avanzi, ironicamente, dell’adiacente cantiere di restauro allestito dalla Soprintendenza archeologica. 

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Che brutta figura. Per noi stessi e per gli altri, per quei turisti che vengono a Roma per godersi i monumenti dell’antica Caput Mundi e che si ritrovano invece in una sporcizia degna della peggiore banlieue da terzo mondo. Il degrado si va ad affiancare al disinteresse, ed è un angosciante e implacabile segno dei tempi.

Sarà deformazione professionale la mia, visto che per studio mi occupo del fenomeno, ma questa situazione di abbandono, incuria, incomprensione e disinteresse per ciò che è stato mi ricorda tanto un altro periodo, storicamente nefando, della storia di Roma (e gioco sul doppio significato di Roma come città e Roma come impero romano): quando, finiti i fasti del periodo glorioso dell’Impero, da quell’epoca che viene chiamata tardoantico in poi e da lì in avanti per tutto il Medioevo, nella situazione di crisi generalizzata, di assenza di un potere centrale forte prima e di fine di un’epoca poi, i monumenti venivano dapprima abbandonati, il che provocava degrado e crolli delle strutture; le aree un tempo monumentali abbandonate, avendo perso ormai ogni valore e ogni significato, ormai ridotte a rudere, erano quindi rioccupate più o meno stabilmente, qualcuna ospitava orti, qualcuna diventava area dove buttare rifiuti. Molto più spesso però gli antichi monumenti venivano spoliati, distrutti per ricavarne materiale da costruzione. Non solo colonne o capitelli, ma le stesse pietre o blocchi di pietra venivano riutilizzati per ricostruire la città nuova.

L’Antico, dalla fine di Roma in avanti, ha sempre esercitato un fascino che ha prodotto sempre due effetti contrapposti, alle volte alternativamente, alle volte in contemporanea: da un lato un misto di ammirazione/emulazione, dall’altro la percezione dell’antico come altro da sé, dunque qualcosa con cui si convive, ma di cui non si apprende del tutto il significato, oppure lo si vuole stravolgere a fini ideologici. 

Oggi a che punto siamo? Che fascino esercita l’antico, mi domando, se nel giro di due settimane si viene a sapere di una discarica scongiurata a Tivoli e di angoli di degrado in aumento addirittura in Roma? Per non parlare di ciò che non fa notizia ma che riguarda molte aree archeologiche, siti e monumenti su tutto il territorio nazionale.

Siamo probabilmente, e mi dispiace constatarlo, in una fase in cui, di nuovo come nell’alto medioevo, quei monumenti di un antico passato che ci appartiene sono semplici ruderi, roba estranea al nostro sentire, roba di cui non si percepisce l’utilità; ce n’è talmente tanti di siti archeologici che fare una discarica qua o là non fa poi così differenza, c’è talmente tanto disinteresse che chissenefrega se lascio per strada davanti al Colosseo dei tombini inutilizzabili e qualche pezzo di asfalto: rudere là, spazzatura qua, non c’è poi molta differenza.

Mah…

Tutto il mondo deve sapere

Si sta consumando l’ennesimo vituperio al Patrimonio Mondiale dell’Umanità e nessuno ne parla. Nessuno tranne quei pochi cui realmente importa. Così una notizia passata dall’Ansa viene intercettata, passata su twitter e approfondita: esiste un video, e forse anche altri documenti che dimostrano che in Siria non si sta solo facendo strage di civili, ma si sta colpendo l’identità stessa del popolo. Come? Distruggendo il patrimonio archeologico, ovvio.

Ringrazio Simone Massi, il blogger di Archeologia2.0, per aver immesso in twitter il video, breve ma intenso di un bombardamento al sito di Apamea. Significativo, perché viene bombardata la via colonnata della città romana, significativo perché fa vedere esattamente cosa accade. Ed è terribile.

http://www.youtube.com/watch?v=ii0y6ZvMZeE

Ormai forse siamo fin troppo abituati ad azioni di questo tipo: dal ponte di Mostar al Museo di Baghdad, ai Buddha in Afganistan, in tutti i casi assistiamo impotenti ad un’azione di forza volta a colpire il patrimonio culturale, che poi è la memoria storica, l’identità culturale del popolo oggetto dell’attacco. Un danno che è fisico, ma anche morale e sociale. E una perdita incolmabile.

Proprio oggi sull’autobus, mentre a Roma passavo davanti al Foro Boario le mie orecchie hanno ascoltato lo sproloquio di un mezzo matto dall’accento e i lineamenti stranieri che si è messo ad inveire contro “queste cose vecchie che hanno mille anni e non servono a niente”, mentre inneggiava futuristicamente ai grattacieli. Marinetti ne sarebbe stato fiero, ma costui continuava ad infierire, continuando a sostenere che bisogna abbattere queste pietre inutili, che non si spiegava perché gli Italiani invece le tenessero in piedi invece di abbatterle e costruire i benedetti grattacieli. A questo mezzo matto avrei voluto rispondere, e mai come oggi la risposta appare appropriata, che se questi monumenti antichi sono ancora in piedi a testimonianza del loro passato è perché noi, Italiani di oggi, ci riconosciamo in quei monumenti, e siamo Italiani proprio perché figli di quella cultura millenaria che a suo tempo ha creato il Foro Boario e tutto il resto. E questo discorso, valido oggi per me, è valido in ogni luogo della terra, altrimenti non avrebbe neanche senso parlare di patrimonio culturale.

Il fatto che si stia perpetrando una strage ai monumenti siriani nel silenzio più totale non è un buon segno. L’indifferenza è la migliore alleata di chi punta proprio sulla distruzione del patrimonio di una nazione per privarla delle radici e così indebolirla

La strage continuerà, sta continuando in questo momento. Strage nella popolazione e nella sua anima. Da qui non si può far altro che parlarne, che strapparla al silenzio.

Comunque, per chi non lo sapesse, e per concludere, questa è, o forse era, Apamea:

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#presadiretta: la cultura va a fondo e gli italiani twittano

Puntata di quelle che non si dimenticano quella di ieri sera, domenica 26 febbraio 2012, di Presa Diretta, la trasmissione di RaiTre che ha la straordinaria capacità di cantare fuori dal coro e di far indignare ogni volta il suo pubblico, qualunque sia il tema che affronta. Ieri toccava alla Cultura, intesa non tanto come patrimonio, quanto piuttosto come persone che cercano di curare e di far vivere quel patrimonio nonostante tutto. Nonostante i tagli, che ogni volta falciano e falcidiano i budget dei vari Istituti Culturali (in questo caso pubblici), nonostante gli sprechi di denaro in progetti inutili e infattibili, come il portale di CulturaItalia, o il Palazzo del Cinema di Venezia, la cui costruzione è stata bloccata dal rinvenimento di amianto (bada bene, per una volta non di emergenze archeologiche!) al momento delle prime escavazioni.

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Non so quanti Italiani abbiano seguito ieri sera Presa Diretta. Però so quanti l’hanno commentata su Twitter. Già, perché secondo un fenomeno sempre più diffuso, è ora abitudine comune degli italiani davanti alla TV commentare in tempo reale ciò che il #serviziopubblico ci propina. Succedeva una settimana fa per il Festival di Sanremo (per il quale ben altro era il tipo di indignazione), è successo ieri sera per Presa Diretta.

È interessante seguire una trasmissione TV, soprattutto di questo tipo, su Twitter: ti rendi conto innanzitutto del pubblico che la guarda e che è interessato a questi temi, ti rendi conto di quali sono gli aspetti che ciascuno ritiene più interessanti, valuti quanto la gente effettivamente partecipa. Perché twittare, alla fin fine, è diventata una sorta di partecipazione attiva del pubblico.

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Ognuno dice la sua su Twitter, dal commento circostanziato a quello esasperato, a quello sarcastico, a quello di chi non ha capito di che si tratta, a quello che scrive anche se non ha niente da dire.

Voglio riportare qui alcuni dei twitt più interessanti, o più amaramente divertenti, catalogati con l’ashtag #presadiretta. Ho scelto di non mettere i nomi degli autori perché non so se hanno piacere di essere citati fuori da Twitter. Se però hanno piacere inserirò subito il loro nome, non intendo appropriarmi di pensieri altrui:

Puntata epocale di #presadiretta su come sia stata distrutta la cultura in Italia. È ora di darci tutti una mossa davvero

Il lavoro è cultura, ma non lo sanno, non lo capiscono, e allora “tagliano” (Andrea Camilleri) #presadiretta

Tagli alla cultura in Italia = tagli al petrolio in Arabia Saudita, ovvero follia #presadiretta

A #presadiretta vanno in onda gli eroi della memoria d’Italia: restauratori, soprintendenti, archeologi, storici, archivisti.

La storia che si sbriciola all’archivio di stato di Roma. #presadiretta (a proposito dei mancati fondi per i restauri)

Antinucci dice che #culturaitalia non funziona. Allora non sono solo io ipercritica #presadiretta

7 anni per fare un sito internet! Avranno dovuto montarsi il computer. Bendati. Con una mano sola. #presadiretta

Ridateci i soldi di CulturaItalia che ci paghiamo la connettività e i pc alle scuole #presadiretta

Comunque il portale Cultura Italia è al momento down. Così, tanto per dire. #presadiretta

Menomale che non ci ridanno la Gioconda! #presadiretta (a proposito di Brera, Louvre de noartri secondo il protocollo d’intesa firmato qualche anno fa da Bondi, LaRussa, Gelmini e Moratti)

La prossima volta che sento l’ignorante di turno dire che vuole la Gioconda in Italia dò il via a una rissa #presadiretta

“Prepariamo il futuro per questa pagina della nostra cultura”, dicono i francesi. Piccola, sostanziale differenza #presadiretta (a proposito degli investimenti in cultura fatti dalla Francia, che invece che tagliare ha addirittura potenziato il settore)

#presadiretta stasera è tremendo. La distruzione della cultura in Italia. Le promesse i tagli le occasioni sprecate. Da piangere.

“La cultura è un settore che fatica ad essere preso sul serio” #presadiretta

“Le intelligenze e i talenti ce li abbiamo, quello che manca è un disegno strategico e una visione di politica industriale” #presadiretta

E infine…

Celebriamo il ciotolone marchigiano, simbolo della decadenza della cultura italiana #presadiretta.

Ebbene sì: la prima voce cercata a caso sul portale di Cultura Italia da Francesco Antinucci (F. Antinucci, CNR, autore di Musei Virtuali, Comunicare nel museo e L’algoritmo al potere, tutti per i tipi di Laterza, NdR) intervistato per Presa Diretta, è proprio Ciotolone, provenienza Marche. E il ciotolone è diventato il simbolo di quest’Italia che si indigna per lo stato in cui versa la Cultura intesa, ancora una volta, non tanto come patrimonio culturale quanto piuttosto come sistema, come settore economico e sociale, capace se gestito bene di creare indotto, socialità e cultura a sua volta. È nata una pagina su facebook dedicata al ciotolone. Nella tristezza generale c’è chi trova la forza di sorridere, amaramente, con ironia, e di diventare fan del ciotolone marchigiano. #presadiretta.

Rapina al Museo di Olimpia. Un’altro brutto colpo per la Grecia

Direte che la Grecia in questo momento ha problemi più seri da affrontare, direte che a fronte della gravissima crisi che non è solo economica ma sociale il furto di 60 reperti da un museo è l’ultima delle sue preoccupazioni. Eppure chissà perché tutte le volte che un Paese è in crisi a farne le spese è anche l’identità culturale, che viene ferita attraverso quei gesti anche piccoli, ma significativi come l’assalto o il furto nei musei. Poco più di un anno fa, se non erro, succedeva in Egitto, a Il Cairo, prima era successo in Iraq: contesti di instabilità sociale più virati verso la violenza che non verso la protesta per la recessione economica, però comunque contesti di crisi forte, com’è quello che sta ora verificandosi ad Atene.

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Non è questa la sede per discutere dei problemi della Grecia, non sono senz’altro io quella con la soluzione in tasca né ha senso aprire la bocca senza sapere di che parlo (ma qui forse si può capire qualcosa in più). Ma sottolineo che ancora una volta, quando una nazione è debole, a farne le spese è il patrimonio culturale, che viene depredato, questa volta col preciso scopo di rubare, non di distruggere, in una delle sue sedi più significative, il Museo di Olimpia, nientemeno. Rapina a mano armata, cosa che potrebbe succedere anche in Italia anche oggi, per carità, in un qualunque piccolo o grande museo, ma che chissà come, essendo avvenuta in Grecia, assume un significato tutto particolare: quello degli avvoltoi sulla preda in agonia, quello dell’approfittarsi della situazione politica di un popolo che è già sotto i riflettori di per sé per far passare inosservata, tutto sommato, nel dramma generale, un’azione del genere. Perché sì, il Ministro della Cultura si è dimesso, dando risalto internazionale alla faccenda, però quante forze potranno essere impiegate per recuperare il bottino e beccare i colpevoli in tempi come questi?

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E’ un palese attacco del mercato clandestino dell’arte, quello commissionato da trafficanti senza scrupoli che a maggior ragione si approfittano di queste situazioni per mettere a segno i loro colpi. Al momento a Olimpia non sono neanche in grado di dire con precisione cosa è stato portato via (!), ma i ladri lo sapevano benissimo, così come i mandanti.

La Grecia in ginocchio già di per sé non può che guardare impotente, affranta, delusa, quest’ulteriore sgambetto alla sua dignità di nazione, di popolo. E’ una ferita, in realtà, che fa più male di quanto non si pensi, è un insulto all’identità culturale, al passato glorioso di un popolo che oggi purtroppo è sull’orlo del lastrico. 

Direte che la Grecia in questo momento ha problemi più seri da affrontare, più immediati da risolvere, e sicuramente è vero, ma gli attacchi all’identità culturale sono un’umiliazione enorme per chi non si può difendere. Fortunatamente la Grecia è orgogliosa del proprio passato – e come non esserlo? – e non si lascerà intimidire da questi gesti. Ma è brutto, molto brutto, sapere e vedere che ciò accade.

Un graffito che fa più danno di un crollo…

Ad Andora, ridente località della Riviera Ligure di Ponente (SV), la domenica è stata funestata dall’amara scoperta di un graffito enorme, anche bello a vedersi (!) sul muro della facciata della duecentesca chiesa romanica dei SS. Giacomo e Filippo. La chiesa è un monumento culturale fondamentale per la Liguria tutta, perché è una delle chiese romaniche meglio conservate della regione e perché sorge al vicino castello, anch’esso duecentesco, spesso oggetto di studi e di rilievi archeologici, anche recenti, da parte degli archeologi medievali liguri.

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La notizia è di quelle che fa accapponare la pelle: un gruppetto di ragazzi, writers per vocazione, fa la bravata, decidendo che tra il fare un graffito sul muro di casa propria e su quello della chiesa di Andora forse è meglio la seconda scelta, fa più scena, si vede meglio, o forse no, invece, è più nascosta perché sta in collina… in ogni caso complimenti ragazzi: siete riusciti a far parlare di voi, e a far parlare di un problema di degrado che non è strutturale, per una volta, ma è sociale.

Qui di seguito dò il link all’articolo che ho scritto a proposito sul blog/rivista Indirizzi Visuali

http://www.indirizzivisuali.it/wordpress/2012/02/12/un-graffito-che-fa-piu-danno-di-un-crollo/

Voglio aggiungere solo che già qualche anno fa, il 2007, forse, o il 2008, durante una gitarella a Verona mi ero imbattuta nell’Arco dei Gavi totalmente deturpato da orribili graffiti – quelli davvero brutti – e avevo scritto una lettera ad Archeologia Viva per rendere pubblico il danno e per chiedermi, e per chiedere, se il problema non derivasse dalla scarsa conoscenza che gli autori hanno del proprio patrimonio culturale. Questa volta il discorso torna alla grande, forse si arricchisce anche di un valore antireligioso sul quale però non è questa la sede per ragionare, e ripropone il problema dell’ignoranza del proprio passato e del valore dell’identità culturale da parte delle nuove generazioni, adulti che domani saranno chiamati a proteggere quel patrimonio che oggi ignorano e non rispettano. La cosa, francamente, mi fa rabbrividire oggi ad Andora come ieri a Verona, e mi fa vedere che manca a livello di istituzioni e non solo la volontà di trasmettere una coscienza sociale che faccia amare e rispettare il proprio passato. L’ignoranza è una brutta bestia, certo, e come tale va domata e combattuta. Altrimenti fa danno, e il caso di Andora ne è un esempio.