A chi serve la #museumweek

Si è conclusa la #museumweek. Direi anche finalmente. La mia è probabilmente una voce fuori dal coro, che molti giudicheranno pessimista e distruttiva. Pazienza, devo dire quello che penso.

museumweek 2016

Va bene che è un evento eccezionale, va bene che siamo tutti felici che i musei siano su twitter ed è bello vedere quanto questi musei twittino e cinguettino tutto il giorno senza posa. La domanda però è questa: sono davvero necessari tutti questi tweet?

La #museumweek è un evento mondiale, ormai. l’ashtag va in trendtopic in tre minuti. Non c’è bisogno di twittare cose inutili del tipo “Quant’è bella la #museumweek!” per fare un tweet in più: rivela mancanza di idee, mancanza di contenuti e soprattutto contribuisce a creare un sacco di inutile “rumore“, che rischia di trasformare un momento di dialogo e di comunicazione, di valorizzazione della propria istituzione, in caciara. Ho provato a seguire la conversazione #museumweek per 3 minuti, dopodiché sono fuggita. Se i tweet emettessero suoni, sarebbe stato il mercato del pesce, una confusione urlata da cui non si vede l’ora di fuggire. È vero che alla fine le statistiche riveleranno qual è il museo che ha avuto più interazioni e ha twittato di più, e ognuno ha la segreta ambizione di arrivare primo, ma serve a qualcosa? Davvero serve ritwittare la qualunque?

Fin dal primo anno la #museumweek è stata molto autoreferenziale. Ma in quel caso, tutto sommato, non fu un gran danno, anzi: molti musei strinsero legami in quella settimana e portarono avanti un dialogo, fecero rete insomma, riuscendo ad accrescere la qualità dei propri contenuti anche grazie al confronto e alla conoscenza con altri musei cinguettanti. Mancò allora l’interazione col pubblico, un pubblico ancora poco avvezzo a vedere i musei sui social.

talk+too+much+tweetQuest’anno se pure c’è stata più interazione col pubblico, essa è stata completamente travolta dal “rumore” che dicevo prima: una serie, mille serie di tweet autoreferenziali di un museo che tagga altri 9 musei sperando di farsi ritwittare, cui a ruota gli altri 9 musei rispondono però senza opporre un contenuto valido, ma solo un “che bello!” “oh, interessante!“, “Grazie del RT!“. Non sto inventando: andate a guardarvi #museumweek e incapperete in dialoghi di questo tipo. Se mi metto nei panni del cittadino di twitter che vuole capire cos’è la #museumweek e vuole seguire nello specifico l’attività di un museo che gli sta a cuore, rischia di incappare invece in un continuo rimando di retweet, risposte, ecc., che nulla hanno a che vedere con quel museo e quindi col significato della #museumweek.

Twitter è il luogo dell’instant message. Scorrono tweet sulla timeline di continuo. Tantissimi contenuti si disperdono nel nulla, semplicemente perché già coperti da altri migliaia di tweet lanciati nello stesso momento. Invece di continuare a ritwittare contenuti altrui (non sempre pertinenti, peraltro) occorrerebbe, a mio parere, curare i propri, o ritwittare, casomai, i contenuti in qualche modo pertinenti alla propria istituzione, per similarità di intenti, di interessi, di collezioni.

Non voglio fare quella ganza che spiega come si fa. Assolutamente no. E non voglio dire a nessuno “#museumweek: lo stai facendo nel modo sbagliato“. Non mi permetterei mai perché non mi ritengo un guru. Ma qualche idea me la sono fatta, e vi voglio dire come abbiamo lavorato io e Silvia per @MAF_Firenze.

Abbiamo programmato. Abbiamo studiato i temi giornata per giornata, abbiamo trovato i contenuti adeguati, abbiamo preparato le foto, i testi e programmato i tweet. Li abbiamo organizzati per argomenti, secondo un filo logico, in modo che chi avesse voluto seguirci lo avrebbe potuto fare secondo un ordine sensato. Abbiamo organizzato i contenuti in modo anche da poterli sfruttare in occasioni future: non vogliamo che il lavoro vada perso, per cui per ogni tema, o almeno per alcuni, sfrutteremo i contenuti per costruire post per il blog del Museo. Durante le varie giornate abbiamo tratto volta volta uno storify con i soli nostri tweet in modo che anche i lettori del blog possano vedere di cosa si è parlato su twitter. Insomma, lavorando per la #museumweek abbiamo lavorato per noi. Questa è stata la nostra strategia.

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

Durante le giornate abbiamo interagito solo con musei e istituzioni che avessero una qualche attinenza con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze: con il Museo Egizio di Torino, dato che ospitiamo un Museo Egizio, con la Chiesa della SS.Annunziata, con la quale siamo vicini di casa, col Louvre per via della comune origine di una parte della loro collezione egizia, per dirne tre. Abbiamo interagito, ovviamente, con le persone che ci hanno contattato direttamente per avere chiarimenti in merito a qualche tweet appena trasmesso. Non abbiamo ritwittato i millemila tweet in cui eravamo taggati non perché ce la tiriamo, ma perché ai fini del nostro modo di intendere la #museumweek non ci è sembrato né utile né pertinente. Forse avremo sbagliato, e mi piacerebbe conoscere le ragioni di un punto di vista diverso dal mio (scatenatevi nei commenti), ma ci è sembrato più funzionale e più in sintonia col senso generale della #museumweek agire come abbiamo agito. Non ci ripagherà in termini di numeri e di statistiche, ma penso che abbiamo fatto la nostra parte.

Naturalmente, dopo aver criticato, un po’ di sana autocritica non guasta: ho capito, guardando gli altri tweet e le loro interazioni, e un articolo sull’Espresso, che ai followers, intesi come persone, non come musei, piace vedere i volti dietro le istituzioni, piace sapere che interagiscono con persone e non con un’entità indistinta. Il lato umano del museo è la chiave del successo della #museumweek, e noi come @MAF_Firenze l’abbiamo sfruttata molto poco, quasi nulla. Il lato umano è importante. Ma certo, non dev’essere l’unica cosa da mostrare.

Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? 😉

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

Condividi anche tu una kykix!

Tutto è partito da un meme.

kylix1

Un meme recita “Basta con foto di cani e gatti: condividi anche tu una kylix”. In mezzo campeggia l’immagine di una kylix, la coppa greca che veniva usata durante i banchetti degli aristocratici ateniesi, e non solo, per bere vino e per giocare al kottabos, il gioco secondo il quale un invitato doveva colpire un bersaglio con il vino rimasto nella coppa; antesignano delle nostre freccette. Quella scelta nella foto è una kylix del gruppo cosiddetto dei “Piccoli maestri”, caratterizzato da figurine piccine, rappresentazioni non necessariamente mitologiche e uno spiccato gusto da parte dei ceramografi per lo stile miniaturistico. Il tipo di kylix più nota, però, quella che rimane più impressa, è la cosiddetta kylix a occhioni.

kylikes a occhioni dal Museo Archeologico Nazionale di FirenzeLa kylix a occhioni si ammanta di un fascino tutto particolare: è decorata all’esterno con due grandi occhi apotropaici, portafortuna, mentre all’interno le rappresentazioni possono essere svariate, dal mito di Dioniso e i pirati di Exekias al gorgoneion, anch’esso apotropaico. Siamo nei secoli VI-V-IV, la cultura greca la fa da padrona nel Mediterraneo, il simposio è un evento importante nella vita sociale degli individui (di ceto elevato): momento di aggregazione, le mogli ne sono escluse, solo le etère, l’equivalente delle nostre escort, possono partecipare. Sulle  kylikes sono rappresentate scene del mito, amori divini, avventure divine, storie che gli aedi durante i banchetti cantano al suono della lira e che i convitati possono leggere come in un fumetto sul fondo della coppa…

Il meme è diventato virale nella cerchia degli archeologi 2.0.

maiolica arcaica

La kylix è un oggetto del mondo antico come un altro. Perché è stata scelta dagli archeologi (perché è un archeologo il primo che l’ha lanciata) in contrapposizione ai micetti pucciosi? Perché è stata scelta come contenuto virale?

È bastato poco, in realtà. Uno ha l’idea giusta, la condivide e per il gioco dei 6 livelli di conoscenza per cui io potenzialmente conosco Mark Zuckelberg, questo meme sta rischiando di apparire davvero sulla timeline di Zuckelberg. Ma, a meno che non abbia qualche amico archeologo ciò non succederà.

La kylix ha avuto seguito ovviamente, tra gli archeologi. Improvvisamente sono scomparsi da facebook cani e gatti, mentre è stato un proliferare non solo di kylikes, ma anche di kantharoi (altro vaso per il banchetto, più alto, col calice più lungo e anse molto più sviluppate), di maioliche arcaiche, per accontentare la quota medievista, e di bifacciali per strizzare l’occhio alla componente facebook preistorica.

Il risultato? Facebook è diventato in questi giorni, almeno sulla timeline degli archeologi, un piccolo museo archeologico. Noi archeologi ridiamo, condividiamo, commentiamo ammiccando… ma poi? Chi oltre noi capisce di cosa stiamo parlando?

bifaccialeQuesto meme, con i suoi derivati, creato esclusivamente per archeologi, non rischia di isolarci ancora di più nella nostra torre d’avorio? Perché invece non condividiamo cani e gatti anche noi, ma magari archeologici? Opere d’arte antica non ne mancano, dai cani degli Uffizi alle varie rappresentazioni della dea Bastet, la dea a forma di gatto degli Egizi. E sì che gli archeostickers stanno andando nella giusta direzione, attualizzando opere d’arte antica con messaggi attuali, attualissimi; oppure alcune conversazioni su twitter, come #archeozoo, recentemente tirata in ballo da Archeopop e Professione Archeologo, creata un paio di anni fa da @MAF_Firenze e confluita nella sua board di Pinterest

O altrimenti, condividiamo pure una kylix! Ma diciamolo a cosa serviva: per bere vino e per brindare. Perché cambiano gli oggetti, nella storia dell’uomo, ma non le esigenze che li producono: in questo caso la convivialità, la festa, la gioia di vivere e di incontrarsi. E vedete bene che brindare con una kylix piena di vino resinato o con un tumbler pieno di whisky on the rocks è la stessa identica cosa.

La degna conclusione dell’utilizzo smodato di kylikes è però la seguente: gli occhioni delle coppe interpretati come emoticons. Un lavoro degno di un archeonerd e che di nuovo mi richiama alla mente archeostickers. Che le coppe rappresentate siano state anche utilizzate per bere? Il dubbio viene, ma nonostante questa possa sembrare una critica negativa, in realtà approvo sempre queste manifestazioni, che sono la vetrina della nostra capacità di saperci reinventare con stile e tanta ironia. Tra l’altro, chiamo a testimoni le mie amiche thatters su whatsapp, le emoticons tratte dalla kylix a occhioni non solo sono piaciute, ma sono state assolutamente capite e apprezzate!

kylix2E infine, siccome non si riesce a stare dietro a tutte le novità che i social portano con sé, e che in qualche modo hanno visto una parte attiva nella corrente antichista e archeologica che qui si rappresenta, una menzione va fatta nei confronti di #petaloso. Il piccolo Matteo c credo che odierà l’Italia alla fine, oppure diventerà novello Dante, fatto sta che ha inventato una parola, la maestra ha chiesto aiuto all’Accademia della Crusca e l’Accademia della Crusca ha risposto “Si può fare! Purché tutti la usino”, ed ecco che tutti effettivamente la usano. Compresi gli archeologi, da quando Archeopop ha creato la gif.

Infine, e qui chiudo, perché altrimenti non pubblico più e domani sarà uscito qualcosa di nuovo, voglio spendere una parola in favore, o a sfavor, dei nuovi #facebookreaction, i pulsanti che oltre al classico like consentono di esprimere ulteriori pareri. Gli appassionati (non vorrei definirli diversamente) della romanità hanno già trovato dei degni pulsanti:

like

E con questa vi saluto. Mo’ anche basta, eh?

 

Paestum Digital Storytelling School

Negli ultimi anni la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum ci ha abituato a confrontarci con i temi del digitale, della comunicazione social, della ricerca di nuovi modi per comunicare, anzi raccontare l’archeologia al pubblico globale, al pubblico sempre connesso, al pubblico che vuole e che chiede nuovi stimoli ad una disciplina che ha evidenze tanto affascinanti quanto, spesso e volentieri, mute. Gli incontri degli archeoblogger del 2013 e del 2014 sono ricordi ancora ben vividi nel mio cuore e nella mia mente. Ma c’è ancora tanto da fare. Ancora stamani ho mio malgrado assistito ad una conversazione da bar sport (con tutto il rispetto per i vari Bar Sport d’Italia) in cui si commentavano le distruzioni di Palmira dicendo “Sì che poi, se guardi bene, alla fine sono quattro pietre e poco più“. Il mio cuore ha sanguinato, perché è evidente che c’è tanto lavoro da fare, ma tanto, e non solo per trasmettere la bellezza e l’importanza del patrimonio archeologico che abbiamo sotto casa, ma anche di quello globale. Abbiamo ora più che mai bisogno di saper comunicare la nostra disciplina, il nostro lavoro, la nostra professione, certo, ma anche di saper raccontare i luoghi e gli oggetti, le storie che vi stanno dietro, che le hanno rese possibili. Per questo, se voglio raccontare le opere dei musei dei quali curo il blog, mi piace affrontare l’aspetto della “storia conservativa delle opere” (un progetto di Antonella Gioli di cui si parla qui), ovvero di come sono arrivate ad occupare quel posto in quella sala? Perché la descrizione nuda e cruda della Chimera “statua in bronzo di fattura etrusca, fusione a cera persa, fine V-inizi IV secolo a.C.” interessa il giusto, mentre molto più appassionante è raccontare le vicende della sua scoperta, del suo legarsi al destino di Firenze, del restauro che ha portato la sua coda ad assumere quella posa così strana, con la coda a testa di serpente che addenta il corno della testa di capra sul dorso dell’animale ormai morente. Solo così, forse, un abitante di Arezzo capirà perché non è vero che il museo archeologico nazionale di Firenze l’ha rubata alla sua città, come in molti credono.

Le "quattro pietre e poco più" del tempio di Bel a Palmira fatte saltare in aria. Dobbiamo davvero rimboccarci le maniche, cari storytellers (credits: Archeomatica)

Le “quattro pietre e poco più” del tempio di Bel a Palmira fatte saltare in aria. Dobbiamo davvero rimboccarci le maniche, cari storytellers (credits: Archeomatica)

Mi rendo conto che ci vuole ben altro per comunicare adeguatamente il nostro patrimonio. Bisogna sviluppare una sensibilità ed una capacità più diffusa a raccontare storie di archeologia. Se non è l’Università a farlo, perché nessuno nasce imparato, allora è bene che qualcuno si prenda la briga di insegnarlo. E Paestum è il terreno giusto per cominciare.

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum 2014

Nasce quest’anno la Paestum Digital Storytelling School, nome internazionale e altisonante per un corso che è stato ideato dalla giornalista nonché archeoblogger Cinzia Dal Maso e dall’archeologo (anch’egli archeoblogger) Giuliano De Felice per stimolare gli archeologi – ma anche operatori culturali, insegnanti, ricercatori, artisti, curiosi – ad osservare con occhi nuovi, a porsi domande e a pensare “out of the box”, e produrre un “racconto storico digitale”. Paestum offrirà l’ispirazione, le lezioni frontali indagheranno le tecniche di narrazione del passato attraverso l’uso combinato di testi e immagini, e poi tutti i partecipanti saranno messi alla prova con penne, matite, pennelli (virtuali), e computer, foto e videocamera. I risultati del loro lavoro, che li vedrà impegnati tra i templi di Paestum, le mura di Velia e il santuario di Hera Argiva, saranno presentati ufficialmente alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico durante l’incontro Rocking the way for revolution: Archeostorie e l’archeologia pubblica italiana (Museo archeologico di Paestum, sabato 31 ottobre alle ore 17). Il corso è promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in collaborazione con Associazione M(u)ovimenti. Proprio a questo link sul sito di M(u)ovimenti trovate la scheda di iscrizione. Potete iscrivervi fino al 15 ottobre. Ragazzi, studenti che state ultimando o frequentando l’università, professionisti,  non perdete quest’occasione. Perché se da grandi vorrete lavorare per l’archeologia, raccontare il vostro lavoro e trasmetterne il senso attraverso le evidenze archeologiche e/o i materiali esposti in un museo sarà il fattore fondamentale del vostro successo e della vostra soddisfazione personale (che non è da sottovalutare): non basta sapere le cose, bisogna saperle spiegare, usando gli strumenti giusti nel modo corretto.

Gli instagramers di Prato alla scoperta degli Etruschi

E fu così che, scorrendo come sempre la timeline di instagram, mi sono imbattuta in un post di @igersprato, la community degli Instagramers pratesi, che annuncia un’iniziativa che, ovviamente, mi ha fatto subito drizzare le antenne: #viaetruscadelferro2015, un evento, anzi una serie di eventi volti a promuovere culturalmente il territorio (e fin qui niente di “nuovo”: da tempo le varie comunità di igers italiane creano iniziative apposta per condividere su instagram immagini attraverso le quali raccontare, con tag specifici, un evento, un luogo, un’attività nell’ottica di fare promozione e comunicazione attraverso l’utilizzo delle pure e semplici immagini) puntando però sull’archeologia.

Cosa cosa? Come come? Un instameet a carattere archeologico??

Pare proprio di sì, perché il 21 giugno 2015, dopo una prima tappa che si è svolta sull’Isola d’Elba, ma solo per pochi Igers, si svolgerà a Gonfienti un instameet aperto a chi, dotato di smartphone, iscritto a instagram e interessato al passato più antico del territorio pratese, vorrà partecipare.

Questa strepitosa vignetta etrusca, che ha fatto il giro del web, è stata creata apposta per lanciare #viaetruscadelferro2015

Questa strepitosa vignetta etrusca, che ha fatto il giro del web, è stata creata apposta per lanciare #viaetruscadelferro2015

La città etrusca di Gonfienti è venuta in luce da relativamente pochi anni. La sua scoperta disturbò i lavori di realizzazione dell’interporto di Prato. Quello che piace sempre dire a noi archeologi romantici è che passano i millenni, 2500 anni e più per la precisione, ma resta la medesima destinazione del territorio: perché la città etrusca doveva avere una vocazione commerciale ed emporica, facendo da contraltare ad un’altra città etrusca, Marzabotto, immediatamente aldilà dell’Appennino. Centro di arrivo e smistamento delle merci provenienti dal Mar Tirreno, e dei metalli provenienti dall’Elba verso l’interno e in particolare verso l’Appennino, dove raggiungeva l’Etruria Padana attraverso la cosiddetta via etrusca del ferro. Stiamo parlando dei secoli VII-V a.C., dopodiché Gonfienti fu abbandonata e di essa si persero via via le tracce, fino a che non fu rinvenuta, del tutto casualmente, negli anni ’90 del secolo scorso.

Purtroppo già so che non potrò partecipare, ma sono curiosa di vedere attraverso quali immagini verrà raccontata Gonfienti e l’archeologia pratese, cosa colpirà gli instagramers e cosa vorranno condividere sui social network.

Il progetto #viaetruscadelferro2015 non si ferma qui, perché a seguire un’altra tappa vedrà protagoniste Artimino e Carmignano (e questa volta vorrò partecipare, per forza!). Ma non si ferma qui, perché in programma ci sono anche Marzabotto e Spina, sull’Adriatico, nel 2016.

Per saperne di più leggete a questo link: http://www.pratosfera.com/2015/05/12/antica-via-etrusca-ferro-igers-prato/

Già tempo fa avevo parlato su questo blog del mio primo instameet, svoltosi a Firenze e che aveva per tema la città e una mostra di arte contemporanea alla Strozzina. Fin da quei tempi (sto parlando di fine 2012) gli Igers avevano ben chiara l’idea di organizzare instameet che avessero finalità culturali. Ma erano i primi esperimenti e, come mi aveva fatto notare il leader di @IgersPisa Nicola Carmignani nei commenti al post, non era facile far capire alle istituzioni le potenzialità di uno strumento come Instagram. Dopo 2 anni e mezzo le cose sono decisamente cambiate e non passa settimana senza che non vengo a conoscenza di un instameet qua e uno là: le iniziative sono davvero tante, e parlo solo per la Toscana.

Oggi mi preme sottolineare che finalmente ci si accorge che la conoscenza del territorio, una delle finalità che si pongono gli igers, passa anche per la realtà archeologica, per il suo passato più antico, e che anche questo aspetto va raccontato e condiviso. L’archeologia diventa protagonista di un instameet. Non mi sembra cosa da poco. Un “bravi” dunque agli Instagramers pratesi che hanno avuto questa idea e un “menomale” che questa idea è stata accolta dall’amministrazione comunale di Prato, che vede in Instagram uno strumento di promozione notevole della città e che pertanto sostiene tutte le iniziative che questo gruppo di motivati ragazzi social-addicted volontari propongono. Ringrazio il leader degli @igersprato Francesco Rosati per la chiacchierata di qualche giorno fa e per aver avuto la voglia di organizzare un evento di promozione culturale che ha l’archeologia per soggetto (non solo fotografico). Instagram è un grande strumento di comunicazione, se saputo usare offre delle grandi potenzialità al racconto archeologico e museale. Eventi come questo servono proprio a dimostrarci che con l’idea giusta si può fare tutto, basta volerlo.

Vi terrò aggiornati sugli sviluppi di questo progetto. Per ora è tutto. Seguite su instagram @igersprato e l’ashtag #viaetruscadelferro2015 e, se siete in zona, non perdetevi l’instameet.

Io conosco la realtà toscana, ma non so se altrove in Italia sono già avvenuti o sono in programma instameet a carattere archeologico, archeoinstameet per capirci. Ne siete a conoscenza? Me li segnalate?

TripAdvisor e i musei: ripartire dal pubblico

Nicolette Mandarano, Il marketing culturale nel web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei

Nicolette Mandarano, Il marketing culturale nel web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei

Ho appena avuto modo di leggere il libro di Nicolette Mandarano “Il marketing culturale nell’era del web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei“, una ricerca condotta sulle recensioni presenti su TripAdvisor ai principali musei di Roma. Non mi dilungo a discutere i risultati della ricerca, per quello basta leggere il libro. Qui voglio solo richiamare alcune riflessioni che emergono da questo studio, in particolare sul pubblico. Perché le recensioni, su cui si fonda TripAdvisor, sono scritte dagli utenti del sito, dai visitatori dei musei: dal pubblico in sostanza. Un analisi delle recensioni è dunque un’analisi del pubblico che visita i musei.

Nella prefazione al volume si richiama la definizione che Jim Richardson, fondatore di MuseumNext, dà dei visitatori: essi sono participants, “partecipanti attivi alle esperienze culturali e allo scambio delle proprie impressioni su di esse” (p. 9). Questa è la premessa principale per capire “il nuovo pubblico” che emerge dalle recensioni di TripAdvisor.

Non esiste un pubblico ideale, ci fa riflettere Nicolette Mandarano, ma esistono tanti pubblici diversi, per età, formazione ed esigenze. E provenienza. E proprio per questo motivo nell’analisi delle recensioni l’autrice distingue tra recensori italiani e recensori stranieri. Questa distinzione lì per lì mi ha folgorato, ma invece, a pensarci bene, è la scoperta dell’acqua calda (e brava a Nicolette che però l’ha sottolineato): l’italiano medio che visita un museo in Italia ha potenzialmente degli strumenti culturali più adeguati per comprendere meglio le opere esposte e i contesti di riferimento, rispetto ad un visitatore straniero (da qualsiasi continente esso provenga), che ha un background culturale diverso. Mi resterà sempre in mente quella volta che, in museo, ho dovuto spiegare ad un visitatore giapponese la nostra linea del tempo e la distinzione in avanti Cristo e dopo Cristo e vedo quotidianamente il disappunto negli occhi dei visitatori stranieri che non sanno dove collocare geograficamente l’Etruria. A tal proposito mi torna in mente una proposta di qualche tempo fa di Andrea Carandini: un museo di Roma talmente didattico e comunicativo da consentire ad un visitatore cinese di comprendere la nostra cultura.

Italiano o straniero che sia, il “nuovo pubblico” consulta il web per informarsi e fa tesoro delle esperienze altrui. Allo stesso tempo vuole condividere le proprie impressioni. Il web 2.0 è il luogo dello scambio di opinioni, gli utenti del web 2.0 “stanno modificando la percezione delle cose e con i loro commenti veicolano giudizi che dovrebbero aiutare gli altri a scegliere meglio” (p. 17).

In questo contesto si inserisce TripAdvisor. É uno spazio di recensioni nel quale gli utenti lasciano la propria opinione e fanno tesoro di quella altrui. TripAdvisor è dunque una risorsa per gli utenti e per i potenziali visitatori. Il punto è farla diventare una risorsa per i musei.

Leggere le recensioni è riscontrare ciò che l’Assistente alla Vigilanza attento vede ogni giorno nelle richieste, osservazioni e atteggiamenti dei visitatori. Mentre leggo le critiche al museo nel quale lavoro posso indovinare a quale specifica situazione il visitatore/recensore si sta riferendo e non posso che constatare che nella stragrande maggioranza dei casi sono cose che già sappiamo, che abbiamo più o meno amaramente constatato e cose che, per fortuna, in qualche caso abbiamo risolto. Ispirata dalla ricerca di Nicolette Mandarano sui musei romani, ho voluto guardare le recensioni su TripAdvisor relative al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, nel quale lavoro. Si registra un trend, sulle 88 recensioni del Museo, un incremento delle valutazioni positive dal 2014 in avanti, mentre in precedenza si alternano entusiaste lodi alla qualità dei reperti ad aspre critiche alla gestione e fruizione degli stessi. Il leit-motiv, volendo tracciare una media sui giudizi, sembra essere “Bello, ma da valorizzare“.

Un consiglio che voglio dare, se tra i lettori di questo post c’è qualche assistente alla vigilanza o anche, anzi meglio, qualche direttore di museo, è verificare le recensioni al proprio museo su TripAdvisor: l’assistente alla vigilanza riconoscerà tante situazioni a lui familiari, mentre il direttore forse scoprirà che il suo museo è perfettibile. É un esercizio utile, perché fotografa la percezione che del museo si ha all’esterno, anzi, la percezione che ha chi dall’esterno entra e si rapporta con le collezioni, con il percorso museale, con la visita, con i supporti didattici, con i servizi aggiuntivi, con tutto ciò che gravita intorno al museo una volta varcata la soglia e staccato il biglietto. Il museo non dev’essere autoreferenziale, ma deve essere aperto a recepire i commenti dei visitatori, ad accogliere e valutare le critiche e ad ascoltare. La comunicazione è uno scambio: il museo comunica se stesso al pubblico attraverso il proprio allestimento e i propri supporti alla visita, il pubblico propone il suo feedback anche attraverso TripAdvisor. Non è l’ennesimo “giochino” (si fa per dire) come tanti che molti direttori snobbano alzando gli occhi al cielo: è uno strumento che, se letto con la dovuta attenzione, può dirci molto su come i visitatori percepiscono e raccontano a loro volta il museo.

Grazie Nicolette Mandarano per il suo studio, che, fotografando la situazione romana, ci indica una via per analizzare i nostri musei. TripAdvisor diventa così la fotografia della visita al museo di ogni singolo individuo che decide di raccontare la sua esperienza. Il passaparola più efficace che si possa avere. E, proprio per questo, che non possiamo permetterci di sottovalutare.

#bronzifirenze: Il primo blogtour per archeoblogger

Sono molto contenta di essere stata coinvolta nell’organizzazione e realizzazione del primo blogtour per archeoblogger che sia mai stato pensato per la blogosfera archeologica italiana. L’iniziativa è partita da Palazzo Strozzi, che nelle persone di Giulia Sabbatini e Benedetta Scarpelli ha voluto coinvolgere me e la mia collega Silvia Bolognesi in quanto blogger di Archeotoscana, il museumblog della ormai Soprintendenza Archeologia della Toscana, per organizzare un evento dedicato agli archeoblogger per far scoprire loro le mostre attualmente in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Museo Archeologico Nazionale, “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico” e “Piccoli Grandi Bronzi“: due facce diverse, in grande e in piccolo, della stessa medaglia, che è ben riassunta nell’ashtag #bronziFirenze, con il quale entrambe le mostre vengono descritte fin dalla loro apertura lo scorso marzo. Le due mostre hanno infatti per oggetto la scultura in bronzo di età ellenistica: Palazzo Strozzi, con un taglio decisamente più spettacolare e di forte richiamo mediatico, ha puntato sulla scultura di grandi dimensioni, mentre il MAF (che a Palazzo Strozzi ha prestato 4 dei suoi “Grandi Bronzi”: l’Arringatore, la Minerva di Arezzo, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi appositamente restaurata e l’Idolino di Pesaro) si è dedicato alla scultura in bronzo di piccole dimensioni, che però altro non è che uno strumento, per gli studiosi di arte antica, per risalire alle iconografie e ai modelli di sculture in bronzo di grandi dimensioni. Si pone dunque il problema della copia, dell’originale e del modello, delle varianti iconografiche, ma anche e soprattutto del collezionismo, perché le piccole sculture in mostra al MAF appartengono tutte alla vastissima collezione medicea e lorenese di antichità etrusche, greche e romane.

Che Palazzo Strozzi sia attento all’aspetto della comunicazione non è una novità: già in passato ha dato prova anzi di voler promuovere le proprie iniziative ed attività attraverso gli strumenti che il web 2.0 e i social consentono: aderì alla prima edizione delle Invasioni Digitali e, qualche tempo dopo, organizzò un’attività specifica per blogger fiorentini. L’evento per gli archeoblogger si inserisce dunque in questa serie ed è giustificato dal tema della mostra, l’arte antica, intimamente legata con l’archeologia dato che buona parte delle sculture esposte provengono da ritrovamenti archeologici talora fortuiti, come il Generale Romano rinvenuto nel mare di Brindisi.

Così #bronziFirenze è stato l’ashtag utilizzato lo scorso 30 aprile in occasione del blogtour, che ha visto riuniti insieme alcuni blogger di archeologia italiani. Alcuni, anzi la maggior parte, sono anche tra gli autori di Archeostorie, il Manuale non convenzionale di archeologia vissuta di cui vi ho parlato nello scorso post.

Ognuno di essi ha osservato le mostre dal proprio punto di vista: chi più interessato agli aspetti museografici, chi alla comunicazione e all’accessibilità, chi a particolari tipologie di opere esposte. I blogger presenti hanno vissuto l’esperienza del blogtour vivendolo alla luce della propria personalissima sensibilità e formazione. Gli archeologi non sono tutti uguali, ognuno ha la propria specializzazione. E gli archeoblogger, che sono archeologi al pari degli altri (anzi, con un interesse per la comunicazione particolarmente sviluppato), hanno anch’essi ciascuno la propria specializzazione, seguono le proprie naturali inclinazioni ed esprimono la propria personalità attraverso i post che pubblicano in rete. Leggere i loro post sull’evento è senz’altro interessante per vedere attraverso i loro occhi le due mostre, ma anche per capire, prendendoli tutti insieme, quanto vasti possano essere gli interessi e gli sguardi degli archeologi, quanto tutti insieme riescano a costruire un racconto corale.

Intanto un assaggio di questa pluralità di voci e di sguardi si può cogliere scorrendo lo storify dell’evento. Dopodiché ci sono i post: e vi propongo intanto quelli che sono già stati pubblicati:

Archeotoscanahttps://archeotoscana.wordpress.com/2015/05/06/gli-archeoblogger-a-firenze/

Archeokidshttp://archeokids.tumblr.com/post/119264622399/che-cosa-ci-fanno-un-falsario-un-collezionista-e

Professione Archeologohttp://www.professionearcheologo.it/bronzifirenze-impressioni-di-una-archeoblogger/

Liberarcheologiahttp://liberarcheologia.altervista.org/bronzo-e-non-solo/

DjedMeduhttps://djedmedu.wordpress.com/2015/05/07/legitto-di-provincia-i-bronzi-ellenistici-di-palazzo-strozzi-e-del-museo-archeologico-nazionale-di-firenze/

Un blogtour dedicato ad una categoria speciale di blogger automaticamente riconosce quella categoria di blogger! Dunque l’evento di Firenze è tanto più importante in quanto finalmente si parla di archeoblogger che partecipano ad eventi appositamente creati per loro. Finalmente si comincia a vedere un po’ di quella “notorietà di ritorno” che molti blog di vario tipo acquisiscono nel momento in cui si parla di loro anche al di fuori della rete. Il fatto che il Direttore di Palazzo Strozzi sia venuto appositamente a salutarci implica che è riconosciuto il valore degli archeoblogger come comunicatori culturali al pari dei giornalisti e anzi, con una marcia in più: la competenza in materia.

Non posso far altro che augurarvi buona lettura dei post che vi ho linkato. E arrivederci al prossimo archeoblogtour!

Alla fine dell'evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF

Alla fine dell’evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF: sono Francesco RIpanti, Mattia Mancini, Paola Romi, Domenica Pate.

A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

“Sguardi aumentati” sui musei all’Internet Festival 2014 di Pisa

Twitter è una cosa meravigliosa: conosci nel salotto social una serie di persone, di entità con cui dialoghi, con cui hai magari scambi sui temi che più ti interessano e che ti appassionano, con i quali condividi idee ed esperienze, quindi le segui nelle loro attività ed opinioni, spesso condividendole, qualche volta intervenendo nelle loro discussioni… poi finalmente accade che hai la possibilità di vederle dal vivo, quelle entità cinguettanti, e anzi, sei portata a prendere parte ad un evento proprio perché sai che interverranno loro.

Così è stato ieri: avevo sottovalutato il programma dell’Internet Festival 2014, presa come sono ultimamente dalle mie questioni personali, e mi ero persa totalmente l’evento “Sguardi aumentati: risorse digitali per i musei”. Poi, potenza di facebook, questa volta, ci ho sbattuto per bene il muso dentro. Ed ho pensato che sarebbe stato stupido non andare, visto che Pisa sta ad appena un’ora di treno da Firenze. Ma soprattutto ho letto due nomi sulla locandina, che mi hanno convinto: Miriam Failla e Maria Elena Colombo. Antonella Gioli l’avevo invece già conosciuta a maggio ad Opening The Past 2014 ed è stata una gradita nuova occasione di incontro. Quanto a Miriam e a Maria Elena, invece, le seguo da sempre perché, anche se virate su tematiche di Storia dell’Arte, hanno a cuore gli stessi problemi che ho a cuore io in fatto di comunicazione, soprattutto dei musei, e soprattutto sono attivissime sui social network, in particolare su twitter.

E dunque eccomi qua, a Pisa, alla Leopolda, sede dell’incontro, a seguire un incontro che parte dai musei per parlare di comunicazione e di utilizzo delle risorse digitali proprio a fini comunicativi.

I primi interventi, quello di Antonella Gioli e di Miriam Failla, sono stati un importante spunto di riflessione sul ruolo dei musei come luoghi del tempo, in cui si deve lavorare sul concetto del passaggio del tempo. In particolare Antonella Gioli ha illustrato il progetto “La vita delle opere: dalle fonti al digitale”: si tratta di un lavoro di studio delle opere d’arte che le prende in considerazione dal punto di vista della loro storia conservativa; le opere non sono nate per stare nei musei e non sono nate nei musei, ma nei musei ci sono arrivate nel capitolo finale della loro vicenda: non è la fine della loro vita, ma un nuovo inizio in cui si ammantano di nuovi significati; spesso però questi nuovi significati fanno perdere di vista tutto il resto. La storia conservativa delle opere diventa allora una chiave di lettura diversa, nuova e che, aiutata dagli opportuni strumenti, può trasformare una visita in museo passiva in un’esperienza attiva, dando vita ad un “aumento di sguardi”. Il progetto prevede la creazione di un’App alla quale sarà affidato il compito di raccontare questa storia conservativa delle opere. Per costruire un’App occorre però condurre dapprima un’analisi sulle esigenze scientifiche che muovono il tutto, sulle competenze necessarie, sul linguaggio e sulla fruizione, ovvero sul pubblico. Questo lavoro richiede richiede d’altro canto che lo storico dell’arte si interroghi sul suo lavoro, sul museo e sul suo ruolo nella società.

Miriam Failla conduce un’interessante riflessione sul museo come istituzione proiettata nel futuro: il fatto stesso che conservi opere del passato per trasmetterle ai posteri ha in sé questa tensione al futuro. E invece i musei nell’immaginario collettivo sono considerati un mondo a parte rispetto al mondo dell’innovazione tecnologica. Non solo, ma spesso al museo è associata l’idea di cimitero, di tomba, di vecchiume. E ciò contrasta enormemente con l’apertura al futuro che i musei dovrebbero avere. Proprio il concetto di tempo è la chiave su cui giocare: il passaggio del tempo sugli oggetti, da trasmettere attraverso uno sguardo multiplo e da contrapporre alla fruizione dell’opera come totem fine a se stesso, che non è altro che uno svilimento dell’opera, che invece è molto più densa di significato. In questo sguardo multiplo necessario ad una nuova visione dell’opera, l’utilizzo dei social network diventa un importante veicolo di comunicazione, anche e soprattutto grazie alla trasmissione di immagini con le quali si condivide l’esperienza dell’opera d’arte e la loro storia. Ad una nuova visione della comunicazione dell’arte, che passi sempre più attraverso i social network, va abbinata la creazione di professionalità adeguate. L’università è chiamata in causa per far sì che le nuove generazioni di studiosi siano in grado di stare al passo con la società, perché se non cambiano gli approcci alla comunicazione, la storia dell’arte morirà.

Maria Elena Colombo, digital media curator del Museo Diocesano di Milano porta la sua esperienza lavorativa, che poi è quella che fa sì che il MuDI di Milano sia una delle realtà italiane più avanzate dal punto di vista dell’utilizzo di risorse digitali per la fruizione. Innanzitutto Maria Elena si sofferma sulla definizione del suo ruolo: digital media curator, definizione che si è data da sé, ma che racchiude in sé due anime, la conoscenza del museo e delle sue opere, e dall’altra parte la conoscenza dei canali di comunicazione. È evidente, ascoltando lei, quanto ciò sia fondamentale anche per l’archeologia: chi si occupa di comunicazione, nel web 2.0 come sui social network, dev’essere innanzitutto uno del settore, formato nel settore dei BBCC e che conosca gli strumenti di comunicazione sui quali lavora. Peccato che in Italia non esista, negli organigrammi dei musei, una figura professionale anche solo lontanamente legata alla comunicazione, la quale è relegata a compiti di amministrazione (o, come nel mio caso, agli assistenti alla vigilanza). Maria Elena racconta poi le cose concrete che il MuDI ha realizzato negli ultimi tempi: innanzitutto “Scatta e condividi”, per invitare i visitatori a scattare fotografie nel museo e a condividerle sui social, condividendo così la loro esperienza di visita; poi le app che il MuDI ha realizzato: Mela Project, Costantino 313 e ArtGuru Chagall e la Bibbia. Infine, sottolinea l’importanza di analizzare le metriche relative all’andamento dei profili social e del sito, per capire in quale direzione muoversi quando si attua una strategia di comunicazione.

Sara Bruni ci ha condotto in una carrellata che presenta un po’ lo stato dell’arte nel rapporto tra musei e social network, con particolare attenzione a Facebook e a ciò che si muove su twitter. Difficile fare delle categorizzazioni: come sottolinea la stessa Sara il mondo dei social è talmente fluido e in continua evoluzione che ciò che ci ha detto questo pomeriggio rischia già di essere stato superato stasera. E comunque cita quelli che ormai sono diventati i “soliti noti” su twitter in tema di musei: la #museumweek, la #museumschool, lo #smallmuseumstour, le #invasionidigitali, #askacurator e il lavoro di @svegliamuseo, che continua a monitorarci, a stimolarci, a pungolarci 😉

Irene Bernardeschi parla invece di App e musei, distinguendo alcune tipologie di app utili alla causa: sono le app turistiche, le app dedicate ad un singolo sito, quelle dedicate ad un museo o ad un sistema museale, quelle su mostre temporanee, oppure su singole opere e infine tematiche. Naturalmente non è tutto oro quello che luccica, perché non sempre le app si adattano a tutti i generi di dispositivo, il che comporta un danno alla comunicazione: personalmente mi innervosisco subito se non mi si apre o mi funziona male l’applicazione, sicché se la visita aumentata grazie all’app si deve trasformare in una sofferenza o in un singhiozzo allora preferisco chiudere e continuare la mia visita nel modo tradizionale. Le app invece avrebbero in sé proprio il vantaggio di far scegliere al fruitore il percorso e l’approfondimento che più gli aggrada, dandogli modo di soffermarsi ogni qualvolta sia incuriosito a scendere nel dettaglio dell’informazione.

Chiude i lavori Sara Nocentini, Assessore alla Cultura della Regione Toscana che parla della volontà di creare un sistema museale regionale che sia percepito come tale dai visitatori. Parla poi di accessibilità e dell’importanza di curare il contesto nel quale i musei si collocano.

Incontro positivo e ricco di stimoli: l’attivissima Maria Elena Colombo che ha stratwittato durante l’incontro ha anche realizzato uno storify che vi propongo qui. E’ stato importante avere la conferma che archeologi e storici dell’arte navigano verso una direzione comune nel campo della comunicazione dei musei. Bisogna unire le forze, dal confronto dei due settori possono nascere (perdonatemi il twittologismo) #solocosebelle.

Censimento! Censimento!

Twitter-DGValBeh, chi l’avrebbe mai detto! A qualcosa è servita davvero quella Giornata Informativa sui Social Network organizzata dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del Mibact all’inizio dell’estate! In quell’occasione, se ricordate, era emersa da un lato la volontà del Ministero di aprirsi ai canali social (canali che la maggior parte dei funzionari e dipendenti continua a guardare con sconcerto e diffidenza) con tutto ciò che di positivo può comportare, mentre dall’altra parte era emerso come sia e sarà difficile riuscire a smuovere del tutto la farraginosissima macchina statale. I difetti e i problemi sono tanti, in quell’occasione emersero soprattutto dal dibattito che si sviluppò in livetwitting, ma va detto che qualcosa si sta effettivamente muovendo. Per cui, invece di criticare e basta, in quella circostanza mi ero messa nell’ottica, che continuo a perseguire, di guardare il buono della situazione.

In quell’occasione, una fin troppo entusiasta Direttrice Generale Buzzi espresse l’intenzione di far diventare quell’Incontro il primo di una serie di incontri di formazione. Sinceramente sto ancora aspettando. Però è successa un’altra cosa che invece non mi sarei aspettata: una circolare alle varie sedi periferiche del Ministero che invita i propri responsabili dei canali social a registrarsi su un particolare form messo a disposizione sul sito della Direzione Generale per la Valorizzazione: il Censimento dei profili social.

Il censimento di Betlemme, Peter Bruegel il Vecchio, 1566. Bruxelles, Museo Reale delle Belle Arti del Belgio

Gioia e giubilo e anche una certa incredulità: nella circolare si legge proprio che a seguito della richiesta emersa durante la Giornata Informativa, di contare quanti account social esistono in modo da poter fare rete e da poter elaborare strategie comuni di promozione, si è deciso di bandire questo censimento. Che spettacolo! Ora, non per vantarmi, ma ricordo che a quell’incontro feci presente che sarebbe stato utile sapere chi siamo e quanti siamo sia per fare rete, sia perché così sarebbe anche più facile per la Sede centrale sapere su chi può contare per lanciare strategie comuni di comunicazione.

salutida-MiBACTPer esempio, scopro oggi da Facebook per caso che l’attivissima Direzione Generale per la Valorizzazione ha bandito un concorso (tra l’altro fotografico, ohibò), che si svolge sui social, in particolare su facebook. Si chiama Saluti da… e consiste nell’inviare una propria foto-cartolina che rappresenti un borgo, un centro storico, un monumento, insomma, il luogo bello dal punto di vista storico-artistico e culturale che abbiamo incontrato nel corso delle ferie estive. In palio l’ingresso gratuito nei luoghi della cultura statali per un anno. Un concorso che strizza un po’ l’occhio a Wiki loves Monuments (e che non sarebbe mai stato ideato se Wikimedia Italia non avesse tanto scassato i cabassisi con ‘sta storia delle fotografie libere ai monumenti… 😉 ) e al concorso della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum che ha bandito qualcosa di analogo, e che sinceramente mi ha spiazzato. Positivamente intendo (anche se… vabbé).

Ma manca ancora una cosa, ed è qui che si ritorna e che voglio insistere: se ci fosse già un elenco dei profili social del MiBACT io in quanto social media manager (me lo dico da sola, non esiste questo ruolo all’interno del Mibact) per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana avrei ricevuto un’e-mail, un messaggio su FB, un tweet, un piccione viaggiatore, qualcosa che mi informasse di quest’iniziativa. Perché è un’iniziativa che nasce dalla sede centrale, ma ha bisogno delle sedi periferiche per essere ampiamente diramata. E’ proprio a questo che spero che serva il censimento: a informare tempestivamente, attraverso un canale ufficiale, le sedi periferiche social delle iniziative a livello nazionale. Credo di intuire dal censimento che la direzione sarà questa. E spero di non sbagliarmi.