È nato! È nato!

strilloneAlla fine è nato, è uscito, è stato partorito. Dopo una gestazione lenta che manco un pachiderma, e un’attesa che manco il Messia, il concorso del MiBACT per 500 posti da funzionario vede la luce oggi, 24 maggio, poche ore fa. L’ashtag usato dal Mibact su twitter è #500perlacultura. Che puzza tanto di slogan, ma tant’è.

Ce l’hanno fatto sospirare, la notizia si è diffusa piano piano negli scorsi mesi, poi è diventata realtà nella serata del lunedì di Pasquetta… e intanto frotte di aspiranti funzionari e di indecisi cominciavano a interrogarsi, a guardarsi intorno, a iniziare a studiare tutto, per non arrivare impreparati. E il momento veniva ogni volta procrastinato: le date variate ogni volta, fino al 10 maggio, dopodiché non se ne aveva avuto più notizia e qualcuno aveva iniziato a sperare o a temere che non se ne sarebbe più fatto nulla. E invece.

Per quanto riguarda gli archeologi, 90 posti da dividere per tutta Italia, solo 2 per la regione che mi interessa, la Toscana, nessuno e dico nessuno per l’altra mia regione: la Liguria. Il bando apposito contiene tutte le informazioni utili per l’iscrizione e lo svolgimento: dal 31 maggio al 30 giugno 2016 ci si potrà iscrivere mentre nel frattempo iniziamo a studiare per la preselezione, un test di domande a risposta multipla su tutte quelle materie che noi archeologi (ma mica solo noi) troviamo tanto ostiche: diritto pubblico, diritto amministrativo, la cui utilità pratica però si rivelerà nel momento in cui i vincitori si dovranno scontrare giornalmente con pratiche, pareri, concessioni, delibere e quante altre gabole burocratiche occupino la scrivania di un funzionario archeologo. C’è anche Diritto dei Beni Culturali da studiare, e vorrei vedere, e qualche inevitabile domanda sul Patrimonio culturale italiano in generale, più, anche, la mia bestia nera: simpatiche quanto infide domandine di inglese.

studiare concorsoOra che c’è il concorso manca però una cosa importante: che cosa andrà a fare il funzionario vincitore? Non esistono più le Soprintendenze Archeologia, infatti, e nella confusione che al momento regna sovrana negli Uffici Periferici del Ministero ora si aggiunge la visione di nuovi assunti dei quali ancora non sono stati stabiliti i compiti; e chissà per quanto tempo non si saprà. L’unica cosa consolante è che ne passerà di acqua sotto i ponti prima che il Concorso venga espletato del tutto e c’è speranza, quindi, che per l’epoca (chissà se ce la caveremo entro il 2017?) nuovi compiti e funzioni saranno stati stabiliti, spartiti e messi a regime.

C’è poi un’altra figura che mi interessa in questo concorso è il funzionario per la promozione e per la comunicazione: si tratta di una figura totalmente nuova nella compagine ministeriale. Vi dirò che mi tenta parecchio, ma devo capire bene se rientro nei parametri oppure no. Non vorrei pagare 10 € di iscrizione e sentirmi dire che non ho i requisiti per fare il comunicatore quando per il concorso da archeologo ce li ho e mi avanzano.

Ma mi sta già girando troppo la testa. Iscrivetevi al concorso, se volete, siate numerosi e in bocca al lupo a tutti, anche a chi studia da mesi senza sapere neanche le materie. Io intanto, se permettete, ho due settimane di vacanze in Spagna che mi aspettano, poi ci penso. Olé!

 

Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice

#PARLIAMODARTE: perché il modello di Palazzo Strozzi funziona

Giovedì 27 ho partecipato, insieme a una decina di altre blogger di Firenze, ad una serata appositamente organizzata per noi da Palazzo Strozzi: Parliamo d’Arte. Palazzo Strozzi, ogni 3° giovedì del mese, organizza la sera un incontro per piccoli gruppi di persone: tutti armati di sgabello, ci si ferma in semicerchio davanti ad un’opera della mostra (ora è in corso “La primavera del Rinascimento“) e, semplicemente, la si guarda, la si osserva. Dopodiché ognuno dice quello che ne pensa, cosa trasmette, quali impressioni suscita, cosa immediatamente salta agli occhi. Non ci sono risposte sbagliate, ma le risposte personalissime degli osservatori. Raccolte le quali, l’opera viene spiegata, inquadrata nel contesto storico artistico e culturale, quindi si passa all’opera successiva.

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Parliamo d’arte è una delle offerte didattiche che Palazzo Strozzi propone al suo pubblico. Un’offerta ampia, che spazia dalle attività per famiglie ai singoli, ai bambini, agli adulti. Già solo per questo chi si occupa di musei dovrebbe guardare a Palazzo Strozzi e prendere spunto. Perché non c’è solo la mostra, ma c’è tutto un potenziale di attività collaterali per approfondire, per vivere la visita come una vera e propria esperienza.

C’è poi un altro motivo per cui bisogna guardare a Palazzo Strozzi: il fatto è che Palazzo Strozzi sperimenta; sperimenta nuove forme di comunicazione e di linguaggi per parlare al pubblico; sperimenta nuovi canali. Punta sui social: ha una pagina facebook che funziona molto bene, con quasi 7000 like che consentono di raggiungere un altissimo numero di contatti; è su twitter; cerca contatti, non lascia che siano gli altri a trovarlo. E per questo ha organizzato una serata blogger, per promuovere attraverso il canale 2.0 la propria attività. Lo scopo è uno: raggiungere quella fetta di pubblico che frequenta meno i musei, ovvero i giovani, coloro che però, al contrario, sono i più attivi sui social network e che hanno più dimestichezza con l’informazione online che con il depliant. E’ questo il pubblico da attirare; è questo il pubblico su cui tutti i musei devono contare. E’ questo il pubblico con cui bisogna fidelizzare. Da qui scatta l’invito ai blogger. Qui trovate il muio resoconto (sono stata contattata per il mio blog di viaggi, ma data la mia schizofrenia blogghereccia mi sono rivenduta subito come blogger “archeologico/culturale”), per cui non sto a ripetermi. Mi piace sottolineare, però, che a Palazzo Strozzi c’è un servizio didattico che funziona e un servizio social media che funziona, e i due servizi riescono a lavorare, a comunicare tra loro e verso l’esterno. Nessuno nasce imparato, ma per sviluppare la parte social si sono affidati alla consulenza di una vera esperta, Alexandra Korey, ed ora sono in grado di reggersi da soli. Vi sembra normale? A me sembra meraviglioso!

Palazzo Strozzi è una fucina di idee, è attiva nel mondo reale e nel mondo virtuale. Giovedì sera ha raccolto intorno a sé blogger fiorentine del calibro di Melissa Pignatelli, Anna D’amico e Valentina Dainelli, ognuna un’autorità nel suo settore, tutte donne che, ciascuna per il suo specifico, fanno rete. E con loro si commenta che ormai il mondo della comunicazione/condivisione in cui viviamo è una rivoluzione pari a quella dell’invenzione della stampa di Gutemberg (Melissa Pignatelli l’aveva già detto in un’altra occasione, parlando di social media per la cultura). Come all’epoca ci sarà stato qualcuno che, nonostante la forte innovazione, continuava a preferire il lungo e paziente lavoro di copiatura a mano dei codici, così oggi sono ancora molti, troppi, coloro che non solo non conoscono, ma addirittura osteggiano l’uso dei social in campo culturale. E che, cosa ancora più grave, occupano posizioni (istituzionali, di comando) dalle quali riescono a bloccare il rinnovamento. Bisogna cambiare mentalità. Non basta che esistano poche isole felici, ma è necessario che esse diventino un faro che illumini la via a chi ha bisogno di essere indirizzato. Avviso ai naviganti: Palazzo Strozzi è senz’altro una di queste isole felici, un potenziale faro cui guardare.

Valorizzazione, norme e prassi. Tra il dire e il fare c’è di mezzo…

Si è svolto oggi a Roma un incontro sul tema della valorizzazione dei BBCC all’interno di un ciclo organizzato dal Dottorato in Storia e Conservazione dell’Oggetto d’arte e d’architettura (nella fattispecie dal mio collega di dottorato Mirco Modolo). L’incontro di oggi aveva per tema la valorizzazione nell’ordinamento giuridico tra norme e prassi. A parlare sono intervenuti M.Cammelli e P. Petraroia, a tirare le conclusioni, come sempre, il prof. Manacorda. Come per lo scorso incontro sulla valorizzazione, per il quale avevo preparato un breve intervento, anche questa volta ho fatto la mia parte. Ecco il testo delle mie riflessioni sull’aspetto della valorizzazione da questo nuovo punto di vista che, da ignorante quale sono in materia di diritto, ho reinterpretato sotto un’altra forma: per prepararmi all’incontro, infatti ho voluto leggere gli atti del Primo colloquio sulla Valorizzazione, svoltosi a ottobre 2011 e organizzato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del MiBAC. Quanto segue sono le riflessioni scaturite dalla lettura di quel testo:

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Il volume è interessante perché accoglie lo stato dell’arte, al 2011, in materia di valorizzazione del patrimonio culturale, punto di partenza da cui prende le mosse l’attività della Direzione Generale per la Valorizzazione. Innanzitutto, la prima cosa che emerge, interessante a mio parere, è che un organo del ministero per i beni e le attività culturali non parla mai di beni culturali ma di patrimonio culturale, segno che è stata finalmente recepita – e infatti vi si fa spesso riferimento nei vari interventi che si susseguono – almeno nella teoria, una nuova definizione di patrimonio che non è costituita solo da beni materiali, ma anche da beni immateriali e dal territorio con il quale sono in relazione. Parlare di valorizzazione del patrimonio culturale diventa allora un tema molto ampio, dal punto di vista concettuale e teorico, che si deve però inevitabilmente scontrare con la quotidianità delle pratiche messe in atto in materia di valorizzazione. E qui il problema è quello della valorizzazione che è materia di legislazione condivisa, con tutto ciò che comporta in tema di dialogo tra le differenti istituzioni, l’amministrazione centrale nei suoi bracci periferici e gli enti territoriali, dialogo che spesso si risolve in un contrasto o in un nulla di fatto delle attività di gestione integrata del territorio.

Ritorno sul concetto di patrimonio nella sua accezione più larga così come finalmente è stata recepita, in seguito anche alla Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale del 2005 che è stata ratificata recentemente dall’Italia, perché interpreta il patrimonio culturale come fonte utile allo sviluppo umano. Così, il dibattito che si è sviluppato e che è tuttora in corso sulle strategie di valorizzazione integrata del patrimonio culturale vede attribuire ad esso un ruolo sempre più significativo nel quadro di modelli di sviluppo fondati sulle identità locali e sulla valorizzazione delle risorse dei territori. Il patrimonio culturale così delineato, come insieme di beni materiali, immateriali (intesi questi come saperi e creatività che creano una cultura materiale), contribuisce allo sviluppo sostenibile non solo producendo impatti economici, ma comportando benessere per la popolazione. Lo slogan, se così lo si può definire, della recente manifestazione di Florens, svoltasi a Firenze a novembre 2012 con lo scopo di coniugare bbcc ed economia, era per l’appunto “Cultura, qualità della vita”: e nell’ampio concetto di patrimonio culturale che anche in quell’occasione emergeva veniva inserita anche l’industria, in particolare della moda, in quanto frutto di creatività e saper fare che caratterizzano il made in Italy come un prodotto prettamente culturale.

primocolloquio.jpg&w=200&h=100&zc=1Tornando agli atti, si nota che, anche se si parla di patrimonio culturale in senso ampio, molta parte del discorso sulla valorizzazione viene ricondotta ai musei, o comunque ai singoli luoghi della cultura statali, che rimangono comunque la priorità del ministero. In particolare per quanto riguarda i musei, la direzione generale ha fatto avviare una serie di indagini di studio e di monitoraggio, nonché un recente sondaggio al pubblico dalla riuscita piuttosto discutibile, per capire in che direzione muoversi per la valorizzazione. È importante sottolineare che non emerge in modo chiaro tra gli stessi preposti alla valorizzazione, quale sia il significato operativo da attribuire a tale parola, visto che molti pensano ancora che valorizzare un museo si limiti ai famigerati servizi aggiuntivi, quando in realtà l’accoglienza è ben altra e maggiore cosa: è la capacità di comunicare al pubblico il museo. È fondamentale a tal proposito lo studio condotto da Ludovico Solima, che traccia un quadro del pubblico dei musei nel quale emerge chiaramente l’importanza di una comunicazione dentro il museo, attraverso i necessari supporti, una comunicazione che sia una narrazione, un racconto, e non abbia invece un approccio enciclopedico specifico sul singolo oggetto e slegato dal contesto. È cambiato l’interesse del pubblico nei confronti dell’oggetto nel museo, interessa il contesto, una storia, più che la descrizione e peggio ancora il nozionismo (che però è duro a morire). L’incontro col pubblico, poi, avviene ormai per la maggior parte via internet, dunque è questa via che va sviluppata ed è invece in questa via che i musei, archeologici soprattutto, sono carenti. Ma la domanda che mi pongo io, che lavoro in un museo archeologico nazionale, è: avuti i risultati di questa indagine, la Direzione Generale per la Valorizzazione che l’ha promossa, cosa fa nella pratica per far sì che le strutture museali statali si adeguino ai risultati di tale indagine? Mi sembra che manchi da parte dell’organo centrale un potere di controllo e di indirizzo concreto sull’operato delle sedi periferiche, per cui alla fine ringraziamo il professor Solima del suo lavoro, ma tutto resta come prima, o comunque lasciato alla singola discrezione di azione dei singoli luoghi della cultura.

Un’ulteriore nota che emerge, sempre leggendo gli atti, è che il Ministero, nei suoi bracci periferici, dunque le soprintendenze, non è in grado se non in rarissimi casi, di condurre progetti di valorizzazione territoriale: non per niente elementi presenti sul territorio come i musei diffusi, o le reti di musei, non sono mai statali, ma gestiti da enti locali. Raramente, poi, il progetto di valorizzazione di un sito archeologico è realizzato in modo da guardare anche all’esterno del recinto, ovvero al territorio che lo ospita: un recente convegno organizzato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna incentrato su progetti di valorizzazione da essa attuati mostrava in effetti delle buone pratiche che però sono poche isole felici in cui la valorizzazione è intesa non solo come nuovi pannelli all’interno dell’area archeologica, ma come costruzione di un sistema territoriale capace di far stringere un legame tra l’area archeologica e la popolazione che vi vive intorno, gettando i presupposti per lo sviluppo di un’identità locale. Accanto alle poche buone pratiche vi sono realtà dove invece, e sono la maggior parte, le soprintendenze non dialogano né con gli enti locali né con le altre soprintendenze insistenti sul territorio. Allora forse la Direzione Generale per la Valorizzazione, oltre a fare campagne pubblicitarie colorate o a concentrarsi sui social network, come fa ultimamente, dovrebbe piuttosto porsi come elemento di mediazione e di controllo nei progetti di valorizzazione territoriale integrata, che sono ormai l’esito naturale di quella nuova presa di coscienza che fa parlare di patrimonio culturale e non più soltanto di beni culturali.

Fin qui il testo del mio intervento che, ci tengo a sottolineare, riporta i contenuti  in soldoni degli atti senza sbilanciarsi troppo in considerazioni o critiche. Voglio solo sottolineare che quel convegno si poneva come punto di partenza per successive azioni, per il successivo lavoro della Direzione Generale della Valorizzazione e degli organismi preposti alla valorizzazione sul territorio coordinati dalla Direzione Generale. Il convegno si svolse nel 2011, gli atti sono stati pubblicati a fine 2012, siamo nel 2013 inoltrato. Non ho la competenza né le informazioni necessarie per stabilire se tra il dire e il fare ci sia stato  e ci sia di mezzo “e il”…

Mi piace poi soffermarmi su due concetti espressi da Daniele Manacorda nel suo intervento conclusivo: innanzitutto egli auspica che davvero nella pratica dei fatti si superi la distinzione in “beni archeologici”, “beni storicoartistici”, “beni architettonici” per arrivare ad un’unica concezione del Patrimonio che superi le specializzazioni delle soprintendenze e di conseguenze delle competenze troppo settorializzate che ormai stanno imbalsamando l’operatività sui beni culturali. Ma è il secondo concetto che esprime che mi ha fatto sorridere, vista l’attualità di ciò che sto seguendo con particolare attenzione in questi giorni: “la valorizzazione non è una funzione tecnica, ma culturale, ed è sociale, non pubblica. La valorizzazione è una funzione sociale che investe ciascuno di noi come membro della società, come privato cittadino”. E il pensiero corre, con un certo compiacimento, al “caso” delle invasioni digitali che si stanno spandendo a macchia d’olio, esponenzialmente giorno dopo giorno e che sono, come dicevo nello scorso post, proprio l’applicazione pratica di una società che si riappropria di luoghi che le appartengono e che le valorizza nel momento stesso in cui pone su di essi il proprio interesse riconoscendone il valore. E con questa benedizione accademica (e che benedizione accademica!) lascio la parola a voi, mentre io mi rivolgo ad una nuova avventura archeobloggogica di cui spero di potervi raccontare a breve, anzi brevissimo!

Comunicare per conservare

Con grande piacere ospito un testo (non nasce come post per un blog) di un mio collega di dottorato a RomaTre, Mirco Modolo, il quale sta curando una serie di incontri sul tema della Valorizzazione, al quale si collega il mio precedente post. Il dibattito che proprio quel post ha suscitato su questo blog mi fa capire quanto la tematica della valorizzazione legata alla comunicazione sia molto sentita non solo dagli addetti ai lavori della mia generazione, ma anche all’esterno, dai diretti interessati dalla comunicazione, ovvero i visitatori. Ascoltare anzi le loro esigenze sarebbe il primo punto da cui partire per organizzare un adeguato progetto di comunicazione. Come dicevo nello scorso post, ed è anche il pensiero di Mirco che qui vi riporto sotto forma di guestpost, la valorizzazione di un museo e della sua collezione si attua nel momento in cui avviene un’adeguata trasmissione del messaggio, ovvero nel momento in cui il visitatore/pubblico comprende il valore dell’oggetto/collezione che ha davanti. Sta quindi a noi impegnarci a vedere nella comunicazione il principale, se non l’unico obiettivo finale del nostro fare ricerca da un lato, e dell’esercizio della conservazione dall’altro. Inutile conservare, se nessuno ne capisce il senso.

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Il bene culturale non è e non è mai stato un valore assoluto, e sarebbe inutile sfoggio di retorica sostenerlo. Può apparire di per sé un’affermazione dal tono provocatorio, ma così non è. La percezione del valore infatti muta a seconda dei parametri di valore che ogni società porta con sé nel tempo. Lo testimonia la fortuna discontinua di artisti come Caravaggio, o il ruolo subalterno delle memorie medievali rispetto ad un classicismo considerato come modello ideale nell’ideologia fascista. L’eredità culturale in altre parole necessita di essere continuamente e criticamente rimotivata, e più tale valore giungerà ad essere condiviso, meglio saremo in grado di garantire la sopravvivenza stessa del patrimonio culturale e la trasmissione alle future generazioni, in quanto siamo portati inevitabilmente a conservare ciò che oggi consideriamo degno.

Ma la percezione del valore di ciò che consideriamo un bene identitario e l’apprezzamento che ne deriva sono possibili davvero solo se se riusciamo a trasmetterne il senso, cioè a comunicarlo in modo adeguato per essere inteso. Solo così la società si accorgerà che quel bene è davvero tale e che dunque vale la pena di conservarlo. La comunicazione è il pilastro di qualsiasi fruizione dei beni culturali, ed è veicolo per la trasmissione dei contenuti culturali elaborati della ricerca scientifica, anche universitaria.

Musei e siti archeologici hanno prima di tutto una funzione civile, che è quella di comunicare dei significati per il tramite di significanti che siano resi comprensibili ai visitatori. Può sembrare cosa ovvia e banale nella teoria, come testimoniano gli oceani di inchiostro che si sono riversati sull’argomento. Ma paradossalmente è cosa molto meno ovvia nella prassi, se pensiamo, per fare solo un solo esempio eclatante, all’imbarazzante mutismo di fronte al turismo internazionale di un’area centralissima a Roma  come il Foro e il Palatino.

Vorrei citare a questo proposito l’impegno nella comunicazione culturale di Francesco Antinucci, che non a caso non è né archeologo né storico dell’arte, ma esperto di psicologia cognitiva, disciplina specializzata nello studio di quei meccanismi che rendono possibile e facilitano la comunicazione, anche nei musei. Sono due le tendenze che generano un vero e proprio ‘cortocircuito comunicativo’, per usare le parole di Antinucci. Esse investono sia i contenuti che la forma nella trasmissione di un qualunque messaggio: spesso infatti, pur di fronte ad un contenuto culturale di tutto rispetto, colpisce l’indifferenza riservata al lessico dei pannelli informativi scritti in ‘storiadellartichese’, un linguaggio che sembra riflettere, nello sconcerto dei visitatori comuni, solo lo snobismo intellettuale dei curatori dell’allestimento, più che una genuina volontà di fare comprendere alcunché. Oppure all’opposto si preferisce ricorrere ad effetti speciali e allestimenti spettacolari, come nel caso del Museo Egizio di Torino, spesso come alibi per mascherare la povertà di contenuti culturali di un museo per attirare turisti, più che per educarli. Non stupiamoci allora se la gente preferisce ai musei le mostre temporanee, che trovano la loro carta vincente in quella narratività che spesso latita nei musei.  E’ sull’efficacia di comunicazione che dobbiamo investire, prima ancora che sul marketing (pure importante) o sul mero calcolo dei biglietti venduti, che di per sé non postulano affatto il raggiungimento delle finalità civili e culturali proprie di un museo. Ma per investire sulla comunicazione è necessario puntare sulla formazione di personale specializzato nella comunicazione che deve essere presente in ogni museo, che sappia esattamente ciò che deve fare e come farlo. Personale che dovrà avere familiarità sia con il contenuto culturale sia con le forme tecnologiche con cui si dispiega la comunicazione di tali contenuti. 

Sono figure professionali nuove, che per esistere dovrebbero essere istituzionalizzate in ogni museo e capaci di instaurare un dialogo costruttivo con la direzione dei musei. La formazione si intreccia dunque necessariamente con un sistema normativo e istituzionale capace di accogliere tali figure. Ed questa è la sfida che dovrà affrontare nell’immediato, e non in un improbabile futuro, la politica dei beni culturali.

Mirco Modolo

Ed ora ripasso la parola a voi…

Il museo muto

Questo che pubblico è il testo di un mio intervento che avrei dovuto fare – e non ho fatto – oggi a RomaTre, in occasione di un incontro con Francesco Antinucci dal titolo “Ripensare la valorizzazione attraverso la comunicazione nei musei”. In realtà i contenuti della relazione di Antinucci, per quanto interessanti, hanno esulato dal tema previsto, perciò queste mie riflessioni sono rimaste tra me e me. Ma siccome con qualcuno dovevo condividerle, eccole qui:

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Nella mia esperienza ormai triennale di assistente alla vigilanza in un museo archeologico statale, vedo tutti i giorni le necessità dei visitatori che cercano di capire il senso di ciò che osservano esposto nelle vetrine, e dall’altra parte vedo come essi siano totalmente abbandonati a se stessi, lasciati da soli a cercare di capire cosa hanno davanti. La comunicazione, intesa come chiave di lettura e di interpretazione delle opere esposte e del senso della collezione esposta, dovrebbe essere un obbligo imprescindibile per ogni museo esistente. Se questo avviene, con esiti più o meno efficaci, nei musei di nuova costituzione, non altrettanto si può dire di musei di antica creazione, le cui collezioni ormai storicizzate e cristallizzate non solo non vengono toccate per paura o per pigrizia, ma non vengono neanche spiegate, con grave danno per il rapporto con il visitatore. Lavoro in un museo nel quale mancano le didascalie agli oggetti esposti e in cui la scarsa illuminazione alle opere principali, che sono poste in una sala buia, colpite da un fascio di luce che a mala pena ne illumina una porzione, ma non consente di coglierne i dettagli, è fatta in modo da far apparire l’opera come un simulacro più che come un oggetto di cultura, che vorrebbe suscitare, nelle intenzioni, un senso di contemplazione estatica dell’opera, ma che nella realtà produce una serie di lamentele da parte dei visitatori, che denunciano il buio. Un museo organizzato in questo modo, senza didascalie né tantomeno pannellistica, per non parlare di supporti multimediali, è un museo muto.

Ma è un museo muto anche quello che alle opere pone didascalie recanti tecnicismi comprensibili solo agli addetti ai lavori; è un museo muto un qualsiasi museo che dà per scontate le informazioni primarie, come la collocazione geografica di una particolare cultura o civiltà, che non mette il visitatore in condizioni di comprendere i criteri espositivi e la natura degli oggetti; è muto un museo nel quale non si tenga conto del pubblico di lingua straniera, ormai sempre più presente nelle nostre città che se dio vuole vivono di turismo culturale. È muto un museo che crea smarrimento nel visitatore, è muto un museo che non attira l’attenzione del visitatore, è muto un museo che permette che il visitatore pensi che una fibula servisse nell’antichità per praticare l’infibulazione alle donne, è muto un museo in cui il visitatore davanti agli specchi etruschi si chiede se sono padelle… e potrei continuare.

La comunicazione in un museo non è cosa banale. Richiede una progettualità, progettualità che deve riguardare il percorso museale, gli strumenti da fornire al visitatore per la corretta interpretazione delle opere e degli oggetti, il linguaggio da utilizzare, i supporti da destinare e non ultima la selezione delle informazioni da trasmettere. Ma prima di tutto richiede uno sforzo di volontà da parte di chi gestisce il museo, che deve spendere risorse, tempo ed energie nell’ideazione del progetto di comunicazione. La pigrizia è il principale nemico della comunicazione nei musei. Non basta lavarsi la coscienza sistemando un video davanti a due o tre opere o all’ingresso del museo per fare comunicazione: il visitatore va accompagnato, in modo che in qualunque momento egli sia messo in condizioni di capire ciò che sta osservando. Così come non è per forza obbligatorio ricorrere a spettacolari ricostruzioni virtuali o effetti speciali: il virtuale o altri tipi di tecnologie applicate ai beni culturali, di cui ultimamente tanto si parla e che vanno anche abbastanza di moda, devono essere un mezzo per produrre comunicazione, non il fine, e devono anch’esse rientrare in un progetto di comunicazione che investa l’intero percorso museale, non una sola porzione. Progetto che non è evidentemente fatto solo di soluzioni tecniche, ma è un progetto culturale!

Un museo che sappia comunicare adeguatamente con il pubblico automaticamente attua la sua valorizzazione. Il rapporto tra comunicazione e valorizzazione è di causa/effetto ed è direttamente proporzionale: più efficacemente viene comunicato il bene, più efficacemente esso sarà valorizzato. Stesso discorso vale per i musei, che sono contenitori di beni. Più efficacemente comunicano con il pubblico, meglio svolgono la loro funzione di trasmissione di cultura, più il pubblico ne riconosce il valore. Ogni progetto di comunicazione museale ha come fine la valorizzazione del museo stesso e della sua collezione attraverso la trasmissione di conoscenza che avviene verso il pubblico. È un’azione rivolta al pubblico, che porta il pubblico a riconoscere il museo come luogo di cultura. Ed è dalla relazione che si instaura col pubblico all’atto della comunicazione, e nella risposta che si ha da parte del pubblico in termini di riconoscimento del valore del bene che si attua il circolo virtuoso della valorizzazione.  

Un museo muto è anche un museo che non si promuove, che non pubblicizza se stesso al di fuori delle sue mura, che non attira il pubblico ad entrare. Fermo restando che è necessario prima di tutto rendere fruibile e quindi comprensibile il percorso museale se si vuole invitare il pubblico ad entrare, la promozione di sé è un’operazione che un museo, soprattutto se piccolo o se oscurato da altri musei ben più noti nella stessa città, deve mettere in conto. Per farlo, è oggi più che mai necessario mettersi al passo coi tempi, sfruttando canali che ancora in molti purtroppo considerano frivoli passatempi, ma nei quali invece è racchiuso il futuro della comunicazione: parlo dei social media e della comunicazione online, che giorno dopo giorno sta coinvolgendo anche chi si occupa di cultura, nell’ottica non soltanto di autopromuoversi, ma di interagire con gli utenti. Nel caso dei musei, infatti, gli utenti che si interfacciano online attraverso i social media sono potenziali visitatori, oppure visitatori che vogliono restare aggiornati sulle attività del museo e che potrebbero essere intenzionati a tornarvi. I social media stanno aiutando a far vedere i musei non più come contenitori statici e chiusi di cultura, ma come organismi vivaci e vitali, capaci di coinvolgere i diversi tipi di pubblico e di farli diventare addirittura protagonisti dell’attività museale. Anche per la comunicazione online ci vuole una progettualità, né si può pensare di andare a tentoni per il solo gusto di dire che “il museo è social”, espressione che va tanto di moda ma di cui pochi conoscono davvero il significato. È però un fatto che la valorizzazione dei musei, intesa in questo caso come promozione, ormai passa anche dalla rete, e soprattutto dal web 2.0, nel quale si creano relazioni e interazione ad una scala mai vista, dove si possono coinvolgere direttamente gli utenti e creare partecipazione, sfruttando tutte le potenzialità della comunicazione.

Non entro nel merito dei contenuti del discorso di Antinucci – che poi sono ripresi pari pari dai suoi due volumi “Comunicare nel museo” e “Musei virtuali”. Sottolineo solo che Antinucci sta curando il riallestimento del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano. Un riallestimento che, almeno per le prime realizzazioni che ci ha presentato, non è niente di esageratamente eclatante: poche soluzioni, in qualche caso ben riuscite, in qualche altro caso non così irresistibili. Ma quello che le rende buone è il lavoro di studio del pubblico e dei suoi comportamenti che è stato condotto all’inizio e che è parte integrante di quella progettualità che dovrebbe stare alla base di qualsiasi progetto di riallestimento, o di comunicazione, di un museo verso i visitatori. Una buona pratica di cui tenere conto. 

Instagram è il mezzo, il fine è l’evento culturale…

Nel bene e nel male, instagram è sulla bocca di tutti: chi lo condanna perché scattare foto con lo smartphone applicando dei filtri non è fare fotografia; chi lo esalta perché vi vede la funzione social della condivisione; chi proprio per questo lo condanna, perché è una condivisione portata agli eccessi (cosa mangio, cosa indosso, cosa vedo dal finestrino bagnato dell’auto, quanto taggo tutto ciò…); chi sapientemente sfrutta la tensione alla condivisione per creare occasioni. Occasioni che escono dal virtuale ed entrano dirompenti nel reale; occasioni che creano socialità vera, incontro e, perché no, crescita culturale.

Queste riflessioni nascono all’indomani (in realtà già in corso d’opera, ma ora hanno forma più compiuta) dell’instameet che si è svolto ieri a Firenze, organizzato da InstagramersItalia nei suoi distaccamenti toscani. L’instameet prevedeva un tour a piedi per le vie di Firenze, lungo le quali ogni partecipante doveva scattare foto, con lo smartphone, instagrammarle e taggarle con #instameettoscana2012, #igerstoscana e #firenzecard. Uhm, tag interessante quest’ultimo. Ma andiamo avanti. Il ritrovo era alle 15.00 in P.za Santa Maria Novella; alle 16.30, poi, i primi 50 iscritti all’instameet avevano l’occasione di visitare gratis la mostra, allestita presso la Strozzina, “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea“, mentre tutti gli atri potevano visitarla al ridicolo prezzo di 3 €, non senza aver avuto prima un’introduzione guidata per meglio comprendere un artista altrimenti sconosciuto a buona parte dei presenti e una mostra di non immediata comprensione. Alle 17.30, quindi, i partecipanti potevano andare anche a Palazzo Vecchio ed entrare gratuitamente al Salone dei Cinquecento. La serata si concludeva poi con un aperitivo al Caffé delle Oblate.

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Ciò su cui mi voglio soffermare è che, con la scusa delle “fotine” (come le definiva ieri sera @_Robertina__ su twitter) è stato creato quello che a tutti gli effetti è un evento culturale: gli organizzatori hanno trovato un partner, la Firenze Card, una collaborazione con la Strozzina e una con Palazzo Vecchio. Non mi soffermo più di tanto su Palazzo Vecchio nel quale si poteva entrare per ammirare, e naturalmente fotografare, gli splendidi affreschi del Salone dei Cinquecento. voglio invece riflettere sulla visita alla Strozzina. Riccardo Lami, che ci ha illustrato la mostra prima della visita, è stato talmente bravo da trovare la chiave di lettura per entusiasmare gli instagramers presenti: anche Francis Bacon era un manipolatore di immagini, e di immagini fotografiche, sulle quali interveniva fisicamente, stropicciandole, ritagliandole, macchiandole; manipolatrice è anche Annegret Soltau, che ritocca le sue foto autoritratto cucendoci sopra fili neri che disegnano vere e proprie trame, mutando la fisionomia. E ancora: Bacon vuole che il pubblico entri in contatto con le opere, si rifletta in esse non solo concettualmente, ma fisicamente, attraverso il vetro che lui vi appone sopra, così ognuno vede riflesso se stesso, e diviene parte integrante del messaggio dell’opera. Gli instagramers così istruiti potevano fotografare tutto quanto all’interno della mostra colpisse il loro interesse. Dall’esterno diventa anche interessante vedere la mostra con i loro occhi, dall’interno è stato interessante ponderare ogni scatto, non fare foto per il gusto di farle, ma andando dietro a un intento, che fosse estetico, di suggestione, di documentazione o di esperimento/esperienza non importa. Paradossalmente, lasciati liberi di scattare, abbiamo scelto con cura i nostri soggetti, realizzando pochi scatti che avessero un senso per noi. E questo è un bel segnale, un’inversione di tendenza rispetto a quella bulimia fotografica che spesso prende i visitatori dei musei – soprattutto i più giovani – che scattano senza neanche guardare. Un ritorno ad un uso consapevole del mezzo fotografico, insomma.

Francis Bacon, Turning figures, Strozzina

F. Bacon, Turning figures. Francis Bacon vuole che il pubblico si rifletta nelle sue opere, così questa foto, che sembra mal fatta con lo smartphone, acquista tutto un nuovo significato

La possibilità di visitare una mostra gratuitamente o quasi all’interno di una manifestazione apparentemente frivola come un raduno di instagramers deve far riflettere. Perché con la scusa delle “fotine” sono state trascinate alla mostra persone che altrimenti (mi sento di poter dire) non l’avrebbero mai visitata (io compresa, eh?) e che sono uscite da lì con qualcosa in più da raccontare, da condividere. Con la scusa di instagram i partecipanti sono stati attirati come api sul miele a visitare una mostra di non facile lettura, cosa che hanno vissuto con partecipazione e interesse. L’evento, in questo caso, è stato promosso “dal basso” vvero dagli instagramers promotori dell’iniziativa. In una parola, dal pubblico. Ma.. e se fossero le strutture museali a proporre eventi di questo tipo? Se la prossima volta fosse il museo che contatta gli @igersitalia per promuovere se stesso creando un evento culturale tutto da fotografare? E’ un’idea che si può sviluppare, basta che il museo ci pensi. E poi è davvero a costo zero, basta solo saper fare la giusta promozione su internet: l’evento di ieri aveva avuto un’ampia pubblicità online già prima, ma ieri – e stamani con un articolo a doppia pagina sul Corriere Fiorentino e La Nazione online – ha avuto anche un risalto mediatico non indifferente. Solo una nota negativa, ma non è certo colpa degli organizzatori: con una sola eccezione, grandi assenti erano i più giovani, gli adolescenti e i ventenni, quelli che spippolano tutto il tempo col cellulare e quindi con instagram e che ti aspetteresti di vedere in massa; ho intercettato il discorso di un’insegnante che lamentava il fatto che aveva invitato i suoi studenti a partecipare, ma nessuno ha raccolto. E dire che era sabato pomeriggio. E il segnale non è per nulla positivo: i nativi digitali sono i grandi assenti di questa manifestazione 2.0.

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L’articolo a 2 pagine de Il Corriere Fiorentino dedicato all’instameet di Firenze. Foto di @igersitalia

Ma non voglio concludere con questa vena di tristezza, voglio invece ancora ribadire che se questa volta l’occasione per l’evento culturale è stata voluta e creata dal pubblico, dal fruitore, la prossima volta dovrebbe essere creata direttamente dal museo, o dall’istituto culturale. Un’ultima nota, e davvero è l’ultima: quest’evento si è potuto realizzare in tutto il suo splendore perché la Strozzina fa capo alla Fondazione Strozzi, che è privata e che dunque non ha le mani legate come invece le strutture statali, che ancora vietano la riproduzione in vista della pubblicazione di opere di propria pertinenza (ricordate la recente storia di Wiki loves monuments?). Prima si supererà questa vetusta questione della riproducibilità dei BBCC statali mobili e immobili e meglio sarà. Allora sì che si potrà parlare di vera condivisione della cultura.

Il museo che vorrei: meglio di niente, però…

Da pochi giorni il MiBAC – Direzione Generale per la Valorizzazione – ha indetto una consultazione pubblica con la quale si chiede agli utenti della rete di compilare un questionario sulle politiche di accesso ai luoghi della cultura dello Stato. Finalmente il Ministero scende in mezzo alla gente, chiede un parere al pubblico con l’intenzione di raccogliere i risultati, analizzarli, renderli pubblici e valutare le future strategie per una migliore accoglienza nei luoghi della cultura, in primis musei e aree archeologiche.

Da dipendente MiBAC non posso che essere favorevole all’iniziativa, che getta un ponte verso i visitatori utilizzando un sistema veloce, ancora più rapido dell’eventuale questionario che alcuni musei propongono a fine percorso di visita, e propositivo, perché non chiede un parere su una situazione di fatto, ma chiede proposte. O meglio, chiede quale tra le proposte presentate sembra la migliore. E qui arrivano le mie perplessità. Perché le domande non sono esattamente quelle cui mi aspetterei di dover rispondere per valutare l’accesso ai luoghi della cultura.

Questo il link al questionario: http://www.valorizzazione.beniculturali.it/consultazioneonline.html  e questo l’ashtag: #museochevorrei 

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Vediamo le domande:

1. Secondo lei è giusto pagare un biglietto di ingresso nei luoghi della cultura statali?

Immagino la risposta dell’italiano medio. Siamo in tempi di crisi, la maggior parte dei votanti dirà di no! Già assisto quotidianamente a scene patetiche di visitatori che venderebbero la madre per entrare gratuitamente in un museo il cui biglietto è di 4 euro (e per contro vedo anche scene pietose dall’altra parte per non concedere il gratuito…)

2. Secondo la sua esperienza ritiene che il prezzo dei biglietti sia mediamente adeguato rispetto a quanto è offerto in termini di proposta culturale?

Ma che domanda è? Dipende dal museo! O meglio, dal punto di vista del visitatore il prezzo del museo è giusto se rapportato alla qualità del museo e del percorso espositivo! I soldi del biglietto degli Uffizi sono ben spesi, assolutamente! Il “marchio” Uffizi è una garanzia, ha lo stesso valore di una grande firma della moda: uno è disposto a spendere soldi per un prodotto che sa essere valido. Ma se il prodotto non è valido (leggi: pessimo percorso espositivo, poco chiaro, e possibilmente totale assenza di spiegazioni, di pannellistica quando addirittura di didascalie), anche se il biglietto è di soli 4 euro, il visitatore giustamente potrebbe rivolerli indietro, perché il museo non è stato in grado di trasmettere niente di ciò che il visitatore giustamente si aspettava.

4. Quale di questi aspetti/servizi ritiene più interessanti per la fruizione dei luoghi della cultura?

Questa è finalmente una domanda ben congegnata: si parla di percorsi espositivi, opere esposte, materiali informativi, visite guidate; ma anche di cortesia e riconoscibilità del personale, di orari di apertura, di luoghi per la sosta e per il riposo. Cosa volete che vi offra un museo quando lo visitate? Questa dovrebbe essere la prima domanda da porre, il resto a mio parere viene dopo.

5. Quali dei seguenti requisiti riterrebbe più importanti per essere indotta/o a visitare musei/aree archeologiche, ecc?

Questa domanda non può avere risposta univoca! Le opzioni sono possibilità di arrivare con mezzi pubblici e privati (ma prendiamo gli Uffizi: impossibile raggiungerli con mezzi pubblici né con mezzi privati, biciclette a parte); orari di apertura estesi, festivi e serali (e qui però se mancano i fondi ministeriali per pagare i festivi o gli orari serali come si può sperare di estendere gli orari?); presenza di materiale illustrativo gratuito (ma perché, me lo devi pure chiedere? Ah, sì, sono tantissimi i musei statali che non hanno nulla di tutto ciò!); presenza di caffetteria/ristorante/bookshop (ma…è così fondamentale avere un bar in cui il caffé costa 3 euro?); vicinanza di altri luoghi di interesse culturale (non è una condizione né necessaria né sufficiente: prendiamo Piazza Armerina, per esempio…).

Insomma, domanda a mio parere piuttosto inutile; quale valore poter dare alle risposte? Ogni luogo della cultura ha caratteristiche sue particolari, impossibile cercare di generalizzare così tanto!

6. Quali, tra queste politiche di incentivazione tariffaria ritiene più interessanti per favorire un maggiore avvicinamento ai luoghi della cultura da parte del pubblico?

Le proposte di risposta sono la gratuità la prima domenica del mese, la gratuità in determinate occasioni, come San Valentino o la Settimana della Cultura, la gratuità a fasce particolari d’età. Ora, considerato che tranne la gratuità nella prima domenica del mese, le altre sono già pratiche consolidate, penso che la prossima innovazione che verrà introdotta sarà la gratuità la prima domenica del mese. Poi però non lamentatevi se il museo è mezzo chiuso perché non c’è sufficiente personale a coprire i festivi… Ah, volevo ricordarvi che è gratuito l’ingresso ai musei statali anche nel giorno del vostro compleanno. Solo che non lo sa nessuno, spesso neanche in biglietteria… Stesso approccio la domanda riserva alle riduzioni: in quali casi vorreste il biglietto ridotto? Invito a riflettere su come è formulata la domanda: “per favorire un maggiore avvicinamento ai luoghi della cultura..”: è questo che non va, è il fatto di pensare che la gente non va a visitare i musei perché i musei sono a pagamento; la gente non va a visitare i musei perché non è stimolata a farlo! Ma che siamo, nel periodo dei saldi, che ribassiamo i prezzi per invitare la gente a entrare? Venghino siori venghino? Una triste immagine davvero. E’ l’immagine di base che il museo deve cambiare di sé, non il prezzo: se i musei sapessero porsi meglio nei confronti dei visitatori, forse non ci sarebbe bisogno di ricorrere a mezzucci da saldi di fine stagione…

7. Quali categorie di visitatori, tra quelle indicate, dovrebbero poter usufruire di ingresso gratuito o tariffe agevolate?

Qui si vorrebbero ridiscutere le categorie di gratuità per fasce d’età. Di diverso dalla situazione attuale vedo la fascia d’età dai 19 ai 29 anni, categoria che oggi è limitata ai 26 anni con tariffazione ridotta, mentre è gratuita per gli studenti universitari in grado di esibire il certificato di iscrizione all’anno in corso (certe litigate all’epoca!). Ma cosa succede se la maggior parte dei compilatori del questionario decide che gli over 65 anni devono pagare il biglietto? Che verrà messo a pagamento? Dài, non è politicamente corretto! 😉

8. Per le sue abitudini e i suoi ritmi giornalieri, quale è la fascia oraria più adeguata per la vista a un museo?

Questa è una domanda interessante, perché se desse delle risposte piuttosto omogenee ci sarebbe di che rivedere l’orario di molte strutture statali che oggi continuano ad aprire fino alle 19 nonostante non si veda più il becco di un visitatore dalle 17, o che aprono alle 8.30 nonostante il primo visitatore arrivi alle 10. Peccato che poi anche in questo caso le soluzioni vanno valutate caso per caso, lette alla luce delle particolari esigenze e peculiarità del museo o del sito: è evidente che un’area archeologica d’inverno non può stare aperta fino alle 19, quindi se questa domanda serve per rendere più omogeneo il servizio “statale”, gli scogli da superare sono aguzzi e numerosi… 

9. Per le sue necessità riterrebbe utile l’apertura dei musei con orario prolungato in fasce notturne, a pagamento?

Necessità… bisogna vedere quali sono queste necessità… poi bisogna vedere di che museo stiamo parlando: a Firenze in particolari periodi gli Uffizi e l’Accademia hanno delle serate di apertura, quantomeno nel periodo estivo. Ma, di nuovo, si torna a bomba: per garantire un’apertura serale bisogna avere innanzitutto la possibilità economica di condurre un’operazione del genere. E in tempi come questi ciò non è poi così facile. 

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In conclusione, il questionario non è forse una meraviglia, ma è già qualcosa. Il mio invito è di accogliere la chiamata, di partecipare, di dire la nostra, anche se è una “nostra” un po’ veicolata e molto parziale. Perché, ribadisco, le domande cui mi piacerebbe rispondere in un questionario sui musei statali non riguardano il prezzo, e non perché io entro gratis (!) ma perché non è questo il problema importante dei musei statali! Cosa volete voi dai luoghi della cultura statali in termini di accesso e accessibilità? Io vorrei degli standard minimi (perché spesso non ci sono neanche quelli!) di comunicazione, didascalie comprensibili, pannellistica chiara e completata magari anche da supporti multimediali funzionali e degni di questo nome (non un televisore che manda in continuazione un video muto con immagini più o meno evocative degli Etruschi, per esempio), un percorso espositivo chiaro, un’illuminazione adeguata delle opere… Il visitatore deve essere messo in condizioni da solo di comprendere che cos’ha davanti, non può sentirsi costretto a chiedere chiarimenti o aiuto al custode di sala e non perché il custode non sa rispondere (perché il custode invece spesso sa rispondere, tié!), ma  perché per molti è un disagio dover ammettere che non si è capito cosa si sta guardando. 

Infine, e davvero concludo, è importante aver coinvolto il pubblico della rete: ormai tutto passa da internet, attraverso i social network, l’informazione online, i blog e i siti web istituzionali. Bene che il ministero se ne sia accorto, bene che utilizzi la rete a fini di studio e ricerca, oltre che per autopromozione.

La Direzione Generale per la Valorizzazione è un organo che mi sembra faccia un ottimo lavoro a livello centrale: ha tante idee, progetti, usa molto la rete e i social network, (twitter, per esempio) dà l’immagine di un ministero che vuole essere attivo. Ma a tutta questa attività non corrisponde un’analoga risposta da parte degli organi periferici, che sono poi le soprintendenze che dovrebbbero recepire certe pratiche per applicarle nei luoghi della cultura che amministrano direttamente. Per esempio, se la Direzione Generale per la Valorizzazione è molto attiva e promuove l’attività sui social, non fa fare altrettanto ai luoghi periferici del Ministero, cosìcché tutto è lasciato all’iniziativa dei singoli. Ci vorrebbero standard da applicare su tutto il territorio nazionale. E non venitemi a dire che nelle soprintendenze non c’è sufficiente personale né personale in grado di occuparsi di cose di questo tipo. Sono stufa di sentire queste scuse. E anche di spiegare perché.

E ora tocca a me: le mie impressioni a margine del Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia

Ed è giunto il momento di condividere le mie considerazioni a margine dell’evento. Non saranno esaustive né profonde, saranno più un flusso senza capo né coda, ma sono le riflessioni di un’archeologa blogger che si è avvicinata all’archeologia pubblica perché persegue un interesse: quello di un’archeologia legata a filo doppio con la società per il ruolo di comunicazione che deve svolgere verso chi la società la compone, cioè i cittadini. Perché la società non è un’entità astratta, ma concreta, fatta di persone con cui quotidianamente l’archeologia, anch’essa nelle sue manifestazioni concrete, si deve rapportare.

tagcloud archeologia pubblicaInizio pertanto le mie riflessioni citando Guido Vannini in chiusura di congresso: “L’archeologia pubblica in Italia non avrà un’etichetta, ma non parte certo da zero!”. È infatti la definizione stessa di Archeologia Pubblica che a me sta stretta. O per lo meno mi convince poco. Perché l’archeologia è per sua natura pubblica, ha insita nel suo stesso essere una funzione pubblica di utilità sociale. O almeno così dovrebbe essere. Già due anni fa, in occasione del workshop di archeologia pubblica in Toscana, che avevo seguito perché incuriosita da questa definizione, non mi era piaciuto dover specificare la qualità “pubblica”, creando quella che ai miei occhi era, ed è tuttora, una tautologia. Ma tant’è, siamo in un mondo in cui c’è bisogno di specificare per non rischiare di dare per scontato; perciò accolgo di buon grado la definizione anche se, come Vannini, ritengo che in Italia ci siano molti casi, per fortuna, di archeologia pubblica che passa semplicemente sotto il nome di archeologia. E basta vedere la nutrita serie di poster che è stata presentata e che mostra un’ampia gamma di attività, progetti, idee… Daniele Manacorda, nel suo discorso conclusivo alla prima giornata di congresso, diceva ad un certo punto che dobbiamo essere creativi, anzi, avere coraggio creativo. E io in molti dei poster ho visto proprio la creatività in azione, la scommessa e il mettersi in gioco; è un po’ un luogo comune, che è emerso in questi giorni, che per una fetta di non addetti ai lavori l’archeologia sia elitaria, l’archeologo chiuso nella sua torre d’avorio in cui studia e non rivela nulla di ciò che ha scoperto. Ma tutti questi progetti segnalati nei poster parlano invece di archeologi che scendono in mezzo alla gente, che lavorano confrontandosi con le persone, costruiscono progetti in collaborazione con le persone. E per tutti quelli che sono stati presentati tanti altri ne esistono, ne sono sicura.

Centrale, naturalmente, il ruolo della formazione, che ha suscitato un seppur minimo dibattito. Il problema della formazione, però, a mio parere, non è tanto l’organizzazione universitaria in 3+2 a confronto con la vecchia gloriosa laurea quadriennale, o la miriade di specializzazioni: queste casomai corrono il rischio di trasformare i laureati in tecnici con competenze troppo specifiche in un campo ristrettissimo che però poi rischiano di far perdere di vista la visione d’insieme. Ma non mi va di generalizzare. Il vero problema è, a mio parere, che ho ascoltato la mia prima lezione di comunicazione e la mia prima lezione di economia applicata ai BBCC rispettivamente da Chiara Bonacchi e da Massimo Montella nei loro interventi al Congresso. E questo è male, molto male. L’università dovrebbe offrire competenze in grado di affrontare il mondo reale non solo inteso come mondo del lavoro, ma come terreno del confronto quotidiano tra archeologi e persone. E l’altro problema, che riguarda la formazione, ma contro cui la formazione può poco, è il mondo del lavoro, che non riesce ad assorbire i laureati in materie archeologiche, né oggi con la formula del 3+2, né ieri quando gli anni di studio erano 4. Rimane sempre valida la frase che disse quella che sarebbe poi diventata la mia prof di Storia dell’Arte Greca e Romana a Genova quando, ormai 12 anni fa, neanche ancora matricola, andai alla presentazione del corso di laurea in Beni Culturali: disse che una volta laureati non avremmo trovato facilmente lavoro, ma che avremmo dovuto inventarci, piuttosto, non aspettarci nulla. La situazione del mondo del lavoro nei Beni Culturali è sempre stata questa, dunque, almeno da quando ci sono dentro io (12 anni non mi sembrano pochi!). Il problema del lavoro nei beni culturali è cronico. Forse per questo, però, sarebbe anche l’ora di risolverlo. Anche perché non si può dire che la generazione di archeologi cui appartengo non stia facendo sforzi per cambiare le cose. Questo va riconosciuto. Il coraggio creativo deve partire dalla base, allora, dal riuscire ad ottenere una situazione lavorativa stabile, degna di questo nome. E deve ottenere l’appoggio delle Istituzioni, perché di altre battaglie contro i mulini a vento non ne abbiamo bisogno.

L’aspetto che mi interessa di più dell’archeologia pubblica è, naturalmente, la comunicazione. Da blogger, mi interessa imparare a svolgere un buon ruolo di comunicazione attraverso il web; da custode, vedo tutti i giorni come la comunicazione al pubblico viene disattesa puntualmente in museo. La comunicazione è il fulcro della nostra attività, perché l’archeologia nelle sue manifestazioni si incontra col pubblico comunicando con esso. Se non comunica è estranea e come tale verrà considerata, o incomprensibile, e come tale verrà evitata, anche osteggiata, visto che non se ne capisce il senso.

Oggi all’archeologia è richiesto più che in passato di essere comunicativa. È una domanda che viene non solo da chi l’archeologia la pratica, ma da chi l’archeologia la riceve: il pubblico, i pubblici dell’archeologia vogliono essere attori della comunicazione: per questo trovo bellissimo un progetto come quello di Calangianus “La strada che parla” per il quale le persone del luogo, intervistate, chiamate a raccontare la loro storia personale, si sono ritrovate ad essere parte di un racconto corale, che è il racconto della storia delle loro radici; per questo trovo importante che per il Centro Documentazione di Arcidosso si sia pensato di intervistare la popolazione per decidere in base alle risposte da quale livello base di informazione partire.

Oggi a chi pratica archeologia è richiesta una buona dose di autocritica. Autocritica che non deve scadere in quell’abitudine tutta italiana che consiste nel crogiolarsi nella propria presunta inferiorità di fronte ai paesi stranieri più avanzati di noi su determinate tematiche, ma che consiste nel prendere atto delle difficoltà che si incontrano nei lavori di archeologia: e così ho ammirato Paolo Peduto e la sua lucida ammissione di colpa nel dire che al Castello di Lagopesole si è lasciato sfuggire la situazione di mano, ed ho apprezzato Giovanna Bianchi che ha espresso le problematiche relative alla gestione del Parco Tecnologico delle Colline Metallifere. Mai perdere di vista il senso della realtà, né in una direzione né nell’altra.

Infine, voglio spendere una parola su Twitter e sul livetwitting che si è svolto in sala durante il Congresso. È stato importante, interessante, utile lo scambio con i presenti, l’interesse degli assenti e l’informazione passata in tempo reale. Importante ancora di più conoscere e scambiare due parole vere con le persone dietro i 140 caratteri. La partecipazione è stata sentita, i tweet numerosi e i retweet pure: finalmente abbiamo trovato il modo per comunicare tra noi… Forse i tempi sono maturi per uno scambio che sia una rete, un network di teste pensanti che da ogni parte d’Italia si trovano in una sala virtuale a discutere di archeologia e di comunicazione, di dati aperti (altro nodo importante e centrale), di condivisione e di buone pratiche; ma anche, perché no, di pratiche cattive: perché tutto è importante, e tutto fa esperienza.