Pietre che raccontano storie: Baelo Claudia

Avete mai scavato un tonno?

Un'archeologa sta scavando lo scheletro di un tonno a Baelo Claudia (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Un’archeologa sta scavando lo scheletro di un tonno a Baelo Claudia (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Sì, avete letto bene: non ho scritto “mangiato”, ma “scavato”. Mi rivolgo agli archeologi e alle archeologhe in ascolto, molti dei quali senz’altro possono raccontare di quella volta che hanno scavato lo scheletro di un qualche animale. Io per esempio, una volta ho scavato un asino. Ma questa è un’altra storia.

Mi rivolgo anche, però, a chi archeologo non è, per mostrare come anche il ritrovamento meno spettacolare (come una lisca di pesce) possa raccontare grandissime storie, storie che ci spiegano qualcosa di più sulla vita quotidiana dei nostri predecessori.

A Baelo Claudia, dicevo, può capitare di scavare lo scheletro dei tonni. Non è un caso o un ritrovamento bizzarro. Semplicemente, Baelo Claudia, città romana sulla costa meridionale spagnola, poco oltre le Colonne d’Ercole, era in età imperiale uno dei principali centri per la produzione del garum, la salsa di pesce che non poteva mai mancare sulla tavola dei Romani.

Un'anfora da garum in un mosaico da Pompei e accanto due boccette attuali di colatura di alici (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Un’anfora da garum in un mosaico da Pompei e accanto due boccette attuali di colatura di alici (foto: museo archeologico di Baelo Claudia)

Da quando è stata rinvenuta la città e in parte ricostruita (le colonne del foro, che oggi sono una delle cose più spettacolari e paesaggisticamente intense del sito, sono state reinnalzate dopo i primi scavi), le ricerche archeologiche, oltre a portare in luce i monumenti principali del centro cittadino, il foro, la basilica, il triplo tempio capitolino (favoloso: 3 templi tetrastili, ovvero con 4 colonne in facciata, dedicati rispettivamente a Giove, Giunone e Minerva) le terme e la piazza del mercato, il macellum, hanno portato in luce, proprio davanti alla spiaggia di Bolonia, gli impianti per la lavorazione del pesce, per la preparazione proprio del garum, che altro non era che una salsa di pesce ottenuta dalla macerazione del pescato (per saperne di più sul garum vi segnalo l’ottimo post dell’ottimo blog Archeoricette). I Romani ne andavano ghiotti e questa vivanda aveva un grandissimo mercato.

La città romana di Baelo Claudia, spettacolare per la sua posizione sul mare

La città romana di Baelo Claudia, spettacolare per la sua posizione sul mare

Siamo in Spagna, Andalusia, nella regione che gravita intorno allo stretto di Gibilterra. Baelo Claudia si trova appena al di là dello stretto, già sull’Atlantico, su un tratto di costa il cui mare è frequentato dai tonni. La pesca del tonno, qui, è un’attività millenaria. Era già un’attività redditizia quando nel I secolo d.C. l’imperatore Claudio conferì all’insediamento il rango di municipium, con tutto quello che una nomina del genere comportava. Baelo Claudia era un avamposto sull’Atlantico non indifferente, strategico per i collegamenti con la Lusitania (Portogallo) e dalla Lusitania verso Roma; mica poco.

Se la visita dell’area archeologica vi distrae perché continuate a guardare il mare incorniciato tra le colonne della basilica del foro, il piccolo ma illuminante museo che introduce all’area archeologica racconta proprio questa storia: la storia dell’economia del territorio, un’economia che ha superato il sorgere e il tramontare di società, imperi, regni e nazioni e che dopo 2000 anni è ancora lì. Sissignori. Quasi 2000 anni sono passati da che Baelo Claudia fu costituita municipio dall’imperatore Claudio per la sua “vocazione” al garum, e quindi alla pesca del tonno, e dopo 2000 anni nella regione di Tarifa, questo tratto di costa che dallo Stretto di Gibilterra si allunga verso Ovest per una trentina di km, la pesca del tonno è ancora una delle più grandi risorse economiche (oltre il turismo ormai, si intende).

Antico e moderno a confronto: anfore romane per il trasporto del garum rinvenute a Baelo Claudia e la lavorazione del tonno in scatola in un'azienda di Tarifa

Antico e moderno a confronto: anfore romane per il trasporto del garum rinvenute a Baelo Claudia e la lavorazione del tonno in scatola in un’azienda di Tarifa

Il museo di Baelo Claudia racconta, raffrontando il dato archeologico con il presente, proprio la realtà produttiva del tonno: a Tarifa, per esempio, c’è tutt’ora un’azienda che produce tonno in scatola e altri derivati del pesce. La località immediatamente ad ovest di Bolonia, si chiama invece Zahara de los Atunes, il cui riferimento ai tonni non va neppure messo in discussione. E anche se nessuno a Bolonia, il paesino “moderno” accanto agli scavi e alla spiaggia, conosce non solo la salsa di pesce, ma neanche la colatura di alici (che a mio parere è la cosa che assomiglia di più al garum ai giorni nostri), qui la tradizione del pesce e della sua lavorazione si è mantenuta.

Un tonno da guinness dei primati al mercato del pesce di Cadice

Un tonno da guinness dei primati al mercato del pesce di Cadice

Si è mantenuta la pesca, la lavorazione, l’industria, il mercato che vende tonni da guinness dei primati (guardate la foto che ho scattato al mercato di Cadice, e impressionatevi). Il tonno che mangiate nel ristorantino a Tarifa non è semplicemente un trancio di pesce alla griglia accompagnato da un salmoriglio stuzzicante: è il frutto di un’attività millenaria, di millenni di pescatori che sanno quand’è il periodo giusto per pescare, che sanno lavorare la carne dei tonni e sanno come conservarla ed esportarla. Un saper fare che si è mantenuto nei secoli, che ha adattato le tecniche ai tempi e alle tecnologie, e che non si è perduto. Di fatto si tratta della continuità di una tradizione di lungo anzi lunghissimo periodo, della quale si rinvengono le tracce più antiche.

Pietre che raccontano storie: Barcellona, sotto la superficie

Il cuore pulsante di Barcellona è il Barri Gotic, la città vecchia, il quartiere della cattedrale e dei vicoli stretti, degli edifici gotici monumentali, delle chiese e delle botteghe. È racchiuso tra la Rambla da una parte e le mura romane dall’altra. Esatto, le mura romane ne segnano il confine rispetto al quartiere limitrofo della Ribera.

barcelona

Mura alte, in grossi blocchi, intervallate da torri quadrate, integrate, laddove necessario, da inserti in mattoni. Ma in linea generale un bel paramento regolare di pietra rosata dava il benvenuto ai più antichi visitatori di Barcino.

La cinta di mura è talmente integrata e avviluppata al tessuto urbano da non notarsi quasi, se non fosse segnalata. Le parti meglio conservate sono pulite, sul fronte esterno sono quasi rese a giardinetto e qualche bar ha pensato bene di sistemarci il proprio dehors; ma sul retro vi si addossano edifici più o meno medievali e più o meno moderni, in un affastellarsi di stratificazioni storiche tanto naturale quanto notevole. Solo in un punto mi si stringe il cuore: un’area dove erano stati avviati dei lavori archeologici, interrotti da chissà quanto tempo. L’area versa in abbandono, nel bel mezzo del centro storico.

La cattedrale di Barcellona e le mura romane di Barcino

La cattedrale di Barcellona e le mura romane di Barcino

Della storia più antica della piccola Barcino non si sa molto: si dice che fu fondata da Amilcare Barca, che quindi sia stata una fondazione cartaginese, e che il suo nome possa derivare proprio dal nome del suo fondatore punico. Ma non c’è nessuna altra evidenza, oltre alla leggenda, in merito. Era una città minore, in età romana, mentre un’altra città dell’attuale Catalogna aveva un peso politico ed economico importante nella regione: Tarraco. Poi per varie motivazioni di ordine storico, nel Medioevo Barcellona compì il sorpasso e divenne lei capoluogo, mentre Tarragona si ridimensionò.

Le mura, dicevo. Sono i resti romani più evidenti ed eloquenti. Integrati nel tessuto urbano, addirittura integrati nella cattedrale, che, come spesso avveniva in età paleocristiana, si trovava in posizione defilata rispetto al centro, presso le mura cittadine. Sulla piazza della Cattedrale affaccia, pure, un breve tratto dell’acquedotto che da lì, da Nord, entrava in città: le sue arcate ne rendono inequivocabile l’interpretazione.

il battistero paleocristiano sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

il battistero paleocristiano sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

Ma non sono solo questi i segni del passato più antico. Ben altri si nascondono sotto la superficie. Il più affascinante di tutti è il battistero paleocristiano rinvenuto sotto la piccola chiesa gotica dei Santi Martiri Giusto e Pastore. Nel pavimento della chiesa sono state lasciate a vista, grazie ad un pavimento in vetro, i resti del vano absidato di questo edificio battesimale e i suoi annessi: una tomba privilegiata, forse di un vescovo, risalente al VI secolo, e altri ambienti. La lettura però è molto difficile, perché riusciamo a vedere solo alcune porzioni delle strutture antiche. Ma ciò è abbastanza per parlare di una chiesa di epoca visigota, di VI secolo a.C. Questa per me è davvero una scoperta: le guide non ne parlano, la piccola basilica si incontra per caso passeggiando nel Barri Gotic.

Tomba privilegiata di VI secolo d.C. sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

Tomba privilegiata di VI secolo d.C. sotto la chiesa di San Giusto e Pastore

Un’altra scoperta l’ho fatta la sera. Dalla parte opposta del Barri Gotic, in Pl. de la Vila de Madrid, a un passo dalla Rambla, al di sotto di una tranquilla piazza sulla quale affaccia Decathlon e nella quale si respira wifi libero, si trova una via sepolcrale utilizzata dal I al III secolo d.C. Non era una necropoli per famiglie ricche: i sepolcri sono molto modesti, per la maggior parte i monumenti sono cupes, di forma semicircolare, a botte, grandi non più di un sarcofago. Sono in fila, sembrano tante auto incolonnate pronte a uscire dalla città. E considerando che accompagnavano la via che usciva da Barcino, la sensazione non è poi così bizzarra. Sotto la piazza, accanto all’area archeologica, è allestito un piccolo museo, che fa parte del MUHBA, il Museo de Historia de Barcelona, che ha più sedi dislocate nella città. Sul sito web del museo è possibile scaricare una serie di documenti in pdf che descrivono le evidenze archeologiche.

La via sepolcrale di pl. de la Vila de Madrid

La via sepolcrale di pl. de la Vila de Madrid

Le pietre di Barcellona raccontano storie antiche. Si camuffano, giocano a nascondino con chi gira per la città. Ma alla fine si fanno trovare, e raccontano un passato che solo chi ha voglia di guardare più indietro del Modernisme e più indietro del Gotico sa ascoltare.

Pietre che raccontano storie: Tarragona, anfiteatro vista mare

Strano destino, quello di certe città. Prendi Tarragona, per esempio: sotto l’Impero romano era addirittura capitale di una delle province della Spagna, la Hispania Tarraconensis. La città, già villaggio fortificato indigeno, ebbe il suo “battesimo romano” durante la II Guerra Punica con gli Scipioni che ne fecero una loro fondamentale base militare in terra iberica.

tarragonaArriviamo al 27 a.C. quando Augusto imperatore fa Tarraco capitale della provincia che da lei prende il nome. È il momento del boom urbanistico, e la città si dota di tutti quei monumenti e servizi che ogni città romana degna di questo nome deve avere. L’anfiteatro è uno di questi.

blocchi e rocchi di colonna reimpiegati nella chiesa medievale al centro dell'arena. Queste sono pietre che raccontano storie

blocchi e rocchi di colonna reimpiegati nella chiesa medievale al centro dell’arena. Queste sono pietre che raccontano storie

Si affaccia sul mare, l’anfiteatro. In posizione sopraelevata rispetto ad esso, nei pressi  della strada, la Via Augusta, che nel I secolo d.C. conduceva fuori dalla città verso i Pirenei. Sotto, oggi, corre la ferrovia, rasente la linea di costa.

L’anfiteatro di Tarragona viene costruito nel II secolo d.C.: sul lato monte sfrutta il pendio roccioso, nel quale sono scavate le gradinate dell’ima cavea, la parte più bassa riservata al pubblico. La summa cavea e il resto delle gradinate sugli altri lati (se di lati si può parlare in un ellisse) invece sono costruiti. L’arena  è attraversata da un lungo corridoio che la taglia da parte a parte, più un altro corridoio che lo interseca a croce: si tratta dei corridoi coperti nei quali sostavano i gladiatori prima di salire a combattere, e dove erano collocate le macchine elevatorie che li sollevavano; un po’ come i corridoi sotto l’arena del Colosseo, per capirci. All’epoca erano coperti da cortine removibili, che oggi non ci sono più. In un angolo di questi corridoi, un piccolo affresco sulla parete indica un piccolissimo luogo di culto alla dea Nemesi: e a chi, se non alla dea della vendetta, potevano rivolgere le loro preghiere i gladiatori?

il luogo di culto alla dea Nemesi, nei sotterranei dell'anfiteatro

il luogo di culto alla dea Nemesi, nei sotterranei dell’anfiteatro

Lungo tutta la cavea correva un’iscrizione lunghissima a celebrazione dei restauri voluti e svolti sotto l’imperatore Elagabalo. Siamo nel III secolo d.C. ed è a quest’epoca che avviene un episodio fondamentale per la storia dell’edificio. Qui, proprio qui nell’arena dell’anfiteatro, avviene il martirio di tre cristiani: il vescovo Fruttuoso e i suoi diaconi Eulogio e Augure. Inevitabilmente, come spesso in questi casi, il luogo del martirio diviene luogo di culto e quando la città, perso il ruolo di capitale della provincia, smette di usare l’anfiteatro e diventa definitivamente cristiana, in età visigota, nel V secolo d.C., nel bel mezzo dell’arena viene costruita una piccola chiesa costruita reimpiegando elementi edilizi e architettonici provenienti dall’anfiteatro: rocchi di colonne, iscrizioni (rigorosamente impiegate capovolte), parti di statua; qualunque “pietra” potesse essere utile a garantire solidità all’edificio andava bene.

Nella chiesa dentro l'arena non manca nulla: iscrizioni reimpiegate nel basamento e blocchi modanati. Dentro la navata si intravvedono le semicolonne addossate alla parete

Nella chiesa dentro l’arena non manca nulla: iscrizioni reimpiegate nel basamento e blocchi modanati. Dentro la navata si intravvedono le semicolonne addossate alla parete

E così l’anfiteatro, persa da tempo la sua funzione di edificio di spettacolo, abbandonato a se stesso e al degrado che ogni cosa consuma, acquista una nuova vita grazie alla costruzione della chiesetta che si innalza, timida timida, o forse no, invece, temeraria, in mezzo alle gradinate ormai mezze malandate e già spogliate dei marmi, a dimostrazione che la giustizia del dio dei cristiani vince su tutto. Un piccolo cimitero sorge intorno alla chiesa, proprio nell’arena, dove un tempo morivano i gladiatori.

Passano i secoli, Tarragona finisce sotto la dominazione araba per un certo tempo, ma nel XII secolo torna ad essere cristiana. E la piccola chiesetta visigota viene rasata e la sua pianta inglobata in una nuova chiesa, più grande, intitolata a Santa Maria del Miracle, una chiesa a croce latina e unica navata, con piccole semicolonne addossate alla parete.

In seguito, nel XVI secolo, alla chiesa si annette un convento, che sfrutta le strutture della cavea ancora miracolosamente in piedi sia sul lato monte che sul lato mare, per mantenere un suo isolamento; in tempi ancora successivi, nell’Ottocento, perde la sua plurisecolare vocazione religiosa.

Fantasia ma non troppo in questa raffigurazione settecentesca delle rovine dell'anfiteatro

Fantasia ma non troppo in questa raffigurazione settecentesca delle rovine dell’anfiteatro

Per chi si affaccia a vedere l’anfiteatro di Tarragona, fa effetto vedere quei muri apparentemente senza spiegazione all’interno dell’arena: uno si aspetterebbe di vederla interamente vuota, l’arena, e invece no. Peccato che ci hanno costruito una chiesa dentro portandosi via parte dell’edificio, potrebbe pensare qualcuno. Ma è proprio questo il bello: probabilmente solo grazie alla destinazione religiosa dell’area per secoli si è potuto preservare il monumento, che altrimenti sarebbe stato destinato se non all’oblio, quantomeno al degrado più assoluto. Quelle pietre che sono state sottratte all’anfiteatro sono le stesse che gli hanno permesso di continuare a vivere, seppur sotto altra forma.

L'anfiteatro di Tarragona, vista mare, e la chiesa di Santa Maria del Miracle nel bel mezzo dell'arena

L’anfiteatro di Tarragona, vista mare, e la chiesa di Santa Maria del Miracle nel bel mezzo dell’arena

Strano destino, quello di certe città. Prendi Tarragona, per esempio: da capitale di una ricca provincia dell’Impero romano, è oggi una tranquilla città della Catalogna. La sua vicina Barcellona invece, oggi capitale della Catalogna, all’epoca era poco più di una cittadina, e si chiamava Barcino. Le tracce del suo passato romano e tardoantico sono ben nascoste nel tessuto urbano medievale e moderno. Ma le ho ugualmente stanate e ve ne parlerò nella prossima puntata.

Pietre che raccontano storie

“Ma Professore’, so’ solo quattro sassi!”

“Non sono quattro sassi: qua sotto ci sta una città”

pietrecheraccontanostorieRicorderò per sempre questo scambio di battute di ormai dieci anni fa o più tra una signora del posto e la mia professoressa che voleva convincerla dell’importanza degli scavi archeologici che stavamo conducendo. Quei quattro sassi per la signora non avevano molto valore, forse anche perché nessuno glieli aveva mai spiegati, oppure perché per lei erano solo due muretti in croce di cui non vedeva l’utilità pratica. Dei muretti privi di significato, per lei; dei muretti importanti per noi; dei muretti ancora più importanti per me, che di essi ho studiato il perché e il per come sono stati abbattuti e distrutti, e perché della città si sono portati via anche i pavimenti dei templi.

Ma non voglio parlare della mia tesi di dottorato, non ancora per lo meno. Ho deciso che finalmente questo blog deve diventare quello che avrebbe sempre dovuto essere: un blog di archeologia, per l’appunto. E quindi un blog che parli davvero di archeologia, che faccia davvero comunicazione dell’archeologia. Su queste pagine, in questi anni, ho parlato per la maggior parte di come si fa comunicazione dell’archeologia (in particolare sui blog) senza però farne io stessa. Ebbene, è giunto il momento, dopo 8 anni di esistenza del blog (eh sì, eh già!), di far parlare attraverso la mia penna i siti archeologici. Siti o monumenti, quelle pietre che raccontano storie a chi le sa ascoltare o a chi le vuole cogliere.

La chiesa medievale costruita all'interno dell'arena dell'anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

La chiesa medievale costruita all’interno dell’arena dell’anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

L’ispirazione mi è venuta durante il mio ultimo viaggio in Spagna, poche settimane fa: ho visto e visitato siti, mi sono imbattuta in resti insperati, ho fatto foto, ho cercato inutilmente connessioni wi-fi per condividere con voi su snapchat in tempo reale l’esperienza che stavo vivendo e i luoghi in cui mi trovavo. Forse proprio snapchat mi ha aiutato a compiere questo passo: il dover/voler improvvisare una diretta video in cui parlare di archeologia mi ha fatto pensare quanto sarebbe bello, e importante, condividere con voi con tutti i mezzi possibili i siti. Su snapchat ancora devo crescere, sia come utenza che come possibilità di trasmissioni: il mio avanzatissimo smartphone non mi fa pubblicare i video se non sono in wifi, di conseguenza le mie dirette sono fortemente limitate. Il blog, certo, è meno diretto, è più tradizionale (cosa mi tocca dire!), ma forse è proprio questo il bello.

Voglio ricominciare a parlare di archeologia. Le pietre raccontano storie, proviamo ad ascoltarle, a trascriverle e a rileggerle. Non voglio fare niente di scientifico o di didascalico: non è nello spirito né nella mission del blog: voglio piuttosto fare una chiacchierata, un racconto appunto, personale ma curato, così come vorrei che fossero le mie pillole di archeologia su snapchat.

PS: per ora questa diventa una rubrica all’interno del blog. Ma chissà che un giorno non diventi qualcosa di più… ci penso e ci lavoro, vi faremo sapere!