L’ombra degli Etruschi – mostra a Palazzo Pretorio

Fino al 31 agosto 2016, Palazzo Pretorio di Prato ospita la mostra “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo tra pianura e collina”, voluta dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze e dal Comune di Prato. 

Chissà perché ombra. Chissà perché gli Etruschi lasciano un’ombra. Oppure, forse, la frase va letta al contrario, come a dire che Prato sorge, e vive, all’ombra degli Etruschi. In effetti non tutti sanno, anzi in pochi tra gli stessi Pratesi ne sono coscienti, che in località Gonfienti è stato rinvenuto negli anni ’90 un emporio etrusco di VI-V secolo a.C.

La piana di Sesto, e di Prato, ha da sempre vocazione agricola e commerciale. L’area, nei pressi del fiume Bisenzio, si trovava lungo l’antica via del Ferro che attraversava gli Appennini: una direttrice, più che una strada, ecco, che permetteva al ferro proveniente dall’Elba di attraversare l’area tirrenica per arrivare oltre, fino al versante Adriatico. Marzabotto, la città etrusca sul versante bolognese dell’Appennino, ha molti punti in comune, urbanisticamente parlando, con Gonfienti.

La coppa del pittore Douris rinvenuta a Gonfienti

La coppa del pittore Douris rinvenuta a Gonfienti

Il sito di Gonfienti non è particolarmente attraente a vedersi per chi è poco avvezzo all’archeologia. Eppure a suo tempo fu un centro ricco, nel quale giravano merci pregiate e i contatti erano di gran livello. Una coppa del pittore Douris, a figure rosse, datata al 475-470 a.C., è la cifra sulla quale si misura il livello, evidentemente alto, degli scambi con il mondo Mediterraneo e inserisce Gonfienti in traffici molto ampi, che partivano dall’Attica e non si limitavano alle tavole (e alle tombe) dei Signori di Maremma, ma andavano oltre, fino a Gonfienti, dov’erano destinati a servire negli “ambienti di ricevimento di un edificio residenziale” (cito dalla didascalia). Rappresenta nell’interno un erote in volo che incorona un uomo barbato; la scena è un po’ consunta, ma ciò non ha impedito l’attribuzione.

La stele fiesolana di San Tommaso

La stele fiesolana di San Tommaso

Ma il grosso della mostra (che comunque si sviluppa in due sole sale) è occupato dalle stele fiesolane. Queste sono segnacoli funerari così chiamati perché rinvenuti principalmente nell’area di Fiesole, ma anche nel Mugello e nell’area di Sesto e di Prato/Artimino. Non si sa a quali tipi di tombe fossero associati, perché non sono mai stati ritrovati nella loro collocazione originaria (in giacitura primaria, direbbero gli archeologi), ma in altra sede, magari reimpiegati come il Cippo di San Tommaso, che era stato murato nella chiesa di San Tommaso a Firenze. Fatto sta che sono un documento importante della presenza etrusca in questa parte di Toscana. Pardon, di Etruria.

Le stele sono ben illuminate, a portata di sguardo e di osservazione a occhio nudo. La luce radente permette di cogliere le sfumature del rilievo, l’altezza giusta consente di non sforzarsi in pose da Juri Chechi (pratese, che a proposito ho visto ieri in pizzeria) per l’osservazione da vicino.

Sullo sfondo gigantografie di foto d’epoca, nelle quali è mostrato il bel Giardino archeologico del Museo Archeologico Nazionale di Firenze (non l’avete mai visto? Miiiii!!! è aperto il sabato mattina, ma prima telefonate direttamente in museo allo 055 23575, oppure contattatelo su twitter, è @MAF_Firenze, o in alternativa contattate me, fate come vi pare) quando ancora erano sistemate all’aperto sculture di epoca etrusca come la stele fiesolana di Larth Ninie, la più importante, perché riporta il nome del defunto, o altri cippi, che erano sistemati sopra o accanto alle ricostruzioni dei tumuli etruschi visibili tuttora nel giardino (Per saperne di più leggete qui sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze).

Foto d'epoca: il Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. In primo piano la stele di Larth Ninie

Foto d’epoca: il Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. In primo piano la stele di Larth Ninie (credits: Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

Personalmente sono contenta che il Museo Archeologico Nazionale di Firenze esca dai suoi confini per creare un dialogo con il territorio circostante. La storia che la mostra accenna appena (è spiegata nel catalogo, ma non tutti lo acquistano, nonostante costi solo 15 €) è quella della visione di un direttore, il primo direttore del museo, Luigi Adriano Milani, il quale già aveva intuito che le stele fiesolane costituivano un insieme di documenti unici nel loro genere.

Stele fiesolana di Sant'Ansano (Firenze, villa medicea di Castello)

Stele fiesolana di Sant’Ansano (Firenze, villa medicea di Castello)

Palazzo Pretorio, nel suo recente allestimento, risalente al 2014, è a tutti gli effetti il museo della città di Prato, costruito proprio in modo da raccontare, attraverso le opere, ma non solo, le vicende più importanti legate alla città. Da palazzo pubblico di Prato, ne custodisce l’identità e la storia. Come quella della Sacra Cintola della Madonna, che anche se è custodita in Duomo, è però un bene parimenti caro alla Chiesa e al Comune, tanto che sia il vescovo che il sindaco posseggono le chiavi della teca (ma ve lo racconterò un’altra volta). E se Palazzo Pretorio è credibile come museo della città, allora è perfettamente pertinente la scelta di esporre qui il capitolo della sua storia più antico.

Apprezzo la scelta della location e l’esito. Forse avrei affidato alle sale qualche spiegazione in più, ma va detto che è scaricabile gratuitamente, mediante qrcode, la guida della mostra. Forse avrei approfondito di più il tema Gonfienti, che varrebbe la pena davvero di raccontare per bene al pubblico dei Pratesi (e non solo): un centro così importante, e a indirizzo commerciale così come Prato, segno di una vocazione territoriale che non ha tempo, che scavalca i millenni. Qualche tempo fa gli instagramers di Prato, il gruppo di utenti pratesi attivi su Instagram, aveva organizzato e condotto un instameet, dunque un evento fotografico ribattuto sui social, proprio a Gonfienti. Ma bisogna fare di più. Gonfienti è Prato. Gonfienti è l’ombra di Prato. E viceversa.

Stele Fiesolane: ecco dove sono state rinvenute

Stele Fiesolane: ecco dove sono state rinvenute

Mythes Fondateurs. La mostra del Louvre che ruota intorno a Star Wars

la locandina della mostra Mythes Fondateurs alla Petite Galerie du Louvre

la locandina della mostra Mythes Fondateurs alla Petite Galerie du Louvre

Sono stata a Parigi (anche) per vedere la mostra Mythes Fondateurs, di cui molti hanno parlato (me compresa) pur senza averla vista. Mi correggo, non sono andata a Parigi per vedere questa mostra, ma già che “dovevo” andare al Louvre perché il mio compagno, mai stato a Parigi prima, “doveva” vedere il Louvre, allora ne ho approfittato per visitare una mostra la cui idea di base mi aveva entusiasmato fin da che ne avevo letto la prima volta, e della quale ero curiosa di scoprire l’allestimento: un conto, infatti, è avere un buon tema e una buona intuizione, un conto è renderla nella pratica, vedere come arriva al visitatore.

Vi dico subito cosa mi attirava della mostra: la maschera di Darth Vader, originale di scena del 1979, recante i segni delle battaglie, qualche scalfittura sulla superficie, sul casco, in corrispondenza delle viti. Come me, immagino che molti siano stati attratti da essa e dall’idea di considerare Star Wars una saga mitologica dei tempi moderni, al pari delle centauromachie o delle amazzonomachie greche. Il sottotitolo della mostra è infatti “De Hercules à Darth Vader” ricomprendendo in sé praticamente tutte le mitologie occidentali.

La mostra parte da ancora più indietro, dagli Egizi e addirittura risale alle società più primitive, al Tempo del Sogno degli Aborigeni australiani, tanto per dirne una. Il perché è spiegato con una semplicità estrema, nella prima sezione, “Alba del mondo“. Riporto la frase (tradotta) per intero, perché è un esempio di chiarezza che sbalordisce per la sua completezza: “Tutte le civiltà hanno inventato storie per raccontare l’origine del mondo e capire il posto dell’uomo nell’Universo. Sono i miti, che si trasformano e si trasmettono. Essi sono al centro della creazione artistica, della preistoria a oggi, e raccontano una storia del mondo. Essi tentano, poi, di dare senso alla morte e ai disordini delle nostre società. Essi esprimono le preoccupazioni dell’uomo“.

È un rapido excursus attraverso i miti principali del mondo. Una sezione è dedicata ad Eracle, l’eroe per eccellenza della mitologia greca, e una sezione è dedicata, appunto, a Star Wars, attraverso un video che fa capire come la saga di George Lucas sia stata percepita come “mito” dagli stessi attori dei nuovi episodi.

Il pannello a forma di clava, vero e proprio messaggio visuale

Il pannello a forma di clava, vero e proprio messaggio visuale

Alcune soluzioni allestitive sono geniali: il pannello che parla di Eracle è scritto all’interno di una clava, suo simbolo per eccellenza, mentre a proposito degli eroi in generale il pannello è iscritto all’interno del disegno fumettistico di Superman che si strappa la camicia: il messaggio visivo e quello scritto vanno di pari passo.

La mostra è ricca di spunti. Ma restano ahimè spunti. Una mostra del genere a mio parere poteva essere sviluppata in spazi molto più ampi e tirata più per le lunghe. Invece sfrutta gli ambienti della Petite Galerie. Che è davvero Petite.  3 sale, niente più. Spazi risicati che più che offrire una mostra offrono un antipasto. Arrivata in fondo mi son detta “Tutto qui?”. Troppo, troppo breve. Ha messo sul piatto delle belle riflessioni, ma mi sarei aspettata un’esposizione più ampia, con altri dati, oltre che spunti. Così, la maschera di Darth Vader sembra il vero motivo per cui è stata organizzata la mostra (e tra l’altro la maschera non si può fotografare, cosa che mi ha abbastanza destabilizzato) e questo svilisce particolarmente il senso di tutto il discorso. La maschera è ciò che richiama il pubblico, c’è poco da fare. Proprio per questo avrei strutturato un discorso più ampio, che indagasse il perché della nascita dei miti e soprattutto come accade che anche in tempi moderni una saga possa diventare mito. Anche Il Signore degli Anelli, o Harry Potter, sono nuove mitologie. E allora, qual è il processo mentale collettivo che porta a rendere mitiche quelle che altrimenti sarebbero semplicemente storie? Quali valori si ritrovano, costanti, a far sì da creare un mito? E i supereroi allora? Cui ora peraltro è dedicata una mostra al MANN? Non sono anch’essi i nuovi miti? Tutto questo manca, è appena accennato. Mi risulta una mostra interessante in potenza, ma poco efficace all’atto pratico. E dal Louvre, francamente, mi aspettavo qualcosa di più.

La maschera di Darth Vader, originale del 1979 (vero oggetto archeologico!)

La maschera di Darth Vader, originale del 1979 (vero oggetto archeologico!)

#Genovanuragica: la Sardegna Nuragica in mostra a Genova

Eh? Cosa? Ma ho letto bene?

Sì, hai letto bene: #Genovanuragica è l’ashtag scelto per condividere tutto, foto soprattutto, della mostra “La Sardegna nuragica” in mostra al Palazzo Reale di Genova fino a fine luglio. Perché ne parlo? Perché la mostra è gratuita, è stata introdotta in modo simpatico dall’allora neonata pagina facebook della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ha questo ashtag, #genovanuragica, con cui si consiglia caldamente di condividere l’esperienza di visita su twitter e, soprattutto, è una mostra che, senza inventarsi spettacolari ma spesso fini a se stessi espedienti tecnologici di ultima generazione, riesce ad essere comunicativa. E non lo dico io, ma lo dice mia madre, di madre sarda, con qualche reminiscenza dovuta più alla passione per la sua terra d’origine e alle vacanze trascorse in Sardegna fino a 20 anni fa che non a una preparazione archeologica specifica in materia (cosa che, peraltro, per quanto attiene la civiltà nuragica, manca anche a me): è lei che, avendo l’opportunità di poter approfondire un aspetto dell’archeologia delle sue più antiche origini, è uscita dalla mostra soddisfatta e davvero con qualcosa in più. E questo mi sembra un gran risultato.

Dopo un primo livello di carattere generale, sugli aspetti più generali della civiltà nuragica, il secondo livello entra nello specifico, caso per caso, dei singoli nuraghe che hanno restituito modelli di nuraghe. Eh già, perché la mostra non è sui nuraghe in generale, ma su un aspetto specifico: i modelli di nuraghe che erano un oggetto simbolo sia per i Nuragici che per i loro successori; non solo, ma dal punto di vista archeologico, sono un’importante fonte iconografica per capire come fossero fatti davvero i nuraghe, che, nella loro completezza, erano più simili a torri vere e proprie (come la torre degli scacchi, per esempio) che non ai tronchi di cono che conosciamo, e questo perché probabilmente la parte superiore doveva avere un ballatoio in legno che non si è conservato. Per me, nipote di sarda, ma soprattutto archeologa, una scoperta grandiosa, per mia madre, sarda nel cuore, nell’animo e nel sangue, a maggior ragione, ancora di più!

modello-altare in arenaria dalla "capanna delle riunioni" di Palmavera

modello-altare in arenaria dalla “capanna delle riunioni” di Palmavera

Sono davvero numerosi i nuraghe che hanno restituito modellini di se stessi: di ciascuno è offerta una descrizione su pannello, con diversi gradi di lettura, così che se non te li vuoi leggere tutti puoi saltare alle informazioni principali. Questo ci ha permesso di soffermarci sui nuraghe a noi più familiari (come il Palmavera, che ho visitato da bambina piccina e di cui possiedo veramente un vaghissimo ricordo), ricordando magari episodi legati a qualche vacanza in Sardegna: e certo la conoscenza diretta dei luoghi aiuta sicuramente, li fa sentire più “propri” soprattutto quando si sente di avere un legame particolare, “di sangue”, con quella terra. In effetti è stato bello osservare l’interesse di mia madre per l’esposizione: vederla così coinvolta e curiosa, proprio perché si tratta di scoprire un passato che sente suo, e soprattutto vederla soddisfatta alla fine è stata una bella sensazione: la mostra è arrivata laddove doveva arrivare. Oltre ai modelli di nuraghe, in mostra si possono vedere modellini in bronzo e bronzetti vari tra cui le navicelle nuragiche: e si scopre così che l’albero della nave terminava con un modellino di nuraghe…

Per il resto, accennavo all’inizio all’attesa creata intorno all’evento: perché la pagina facebook della Soprintendenza archeologica della Liguria ha giocato sulla presenza di una mostra dedicata alla civiltà nuragica a Genova creando ad hoc delle particolari indicazioni stradali che, nei fans più attenti, devono aver creato un minimo di curiosità…

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra "La Sardegna Nuragica"

collage di 3 foto usate dalla pagina fb della SBAL per creare aspettativa intorno alla mostra “La Sardegna Nuragica”

Anche la possibilità, anzi l’invito a fare foto all’interno della mostra e di condividerle con twitter è stata una bella mossa, anche se, ahimé, è ancora troppo poco il pubblico di twitter che visita le mostre di archeologia e sfrutta questi strumenti. Ma l’importante è che si possano fare foto e quelle le fanno davvero tutti, da sempre.

E allora bene, bravi, bis! Per carità, se vogliamo fare le pulci anche a questa mostra, sicuramente qualcosa di migliorabile c’è (ad esempio, se oltre alla grande mappa in apertura con l’indicazione di tutti i nuraghe, ci fosse stata per ogni pannello di nuraghe la localizzazione, non sarebbe stata una cattiva idea: così suggerisce mia madre! 🙂 ), ma per una volta ho voluto dismettere i panni dell’archeologa ipercritica ed ho preferito osservare le reazioni della persona che era con me la quale, priva di ogni preconcetto e di malizie di museologia, è senz’altro il giudice migliore e il termometro di gradimento più affidabile per giudicare. E lei ha detto “Per me è sì“.

Aurea Umbria, la tarda antichità in mostra a Spello

Spello (PG) ospita fino al 9 dicembre 2012 la mostra Aurea Umbria, dedicata all’indagine su un periodo storico cruciale della storia di Roma: l’età tetrarchia, costantiniana e tardoantica, circa 3 secoli di storia tanto importanti per i destini della regione quanto ancora in parte oscuri per quanto riguarda gli studi archeologici. La scelta di Spello come sede della mostra non è casuale, in quanto l’antica Hispellum ebbe un forte legame con Costantino, il quale cambiò il nome della città in Flavia Constans: a testimonianza dell’evento ci rimane una lunga iscrizione nota come Rescritto di Spello, datata al 333-337 d.C., nella quale l’imperatore ordina il nuovo nome e la costruzione di un santuario dedicato alla famiglia imperiale dei Flavi.

 

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La mostra, ospitata nel Palazzo Comunale del borgo, si articola in tre sezioni dislocate su due piani: la prima sezione riguarda più da vicino Costantino e il suo rapporto con Spello e con l’Umbria, e affronta il tema delle forme e dei modi del potere: naturalmente è il rescritto di Costantino il protagonista, insieme ad un ritratto dell’imperatore da Bolsena modellato su un ben più antico ritratto di Augusto (pratica non nuova a Costantino, se si pensa ad esempio ad analoghe soluzioni sull’Arco di Costantino a Roma) e due ritratti di imperatrici, rappresentanti del potere imperiale celebrato in Umbria. La seconda sezione vuole raccontare le élites e i ceti subalterni, ovvero la società delle città dell’Umbria nei tre secoli che vanno dall’età tetrarchica alla guerra greco-gotica (535-553 d.C.), momento di grande crisi e rottura degli equilibri non solo in Umbria, ma in tutta l’Italia centrale, mentre si erano ormai rotti gli antichi assetti politici e territoriali, dato che l’Impero romano d’Occidente non esisteva più. In questa sezione si cerca di trasmettere il senso della trasformazione nel territorio e nei modi di vita, attraverso l’esempio delle fasi più tarde di occupazione della villa di Poggio Gramignano (Lugnano in Teverina) che videro l’installazione sulle strutture ormai in abbandono di un sepolcreto per bambini. La terza sezione vuole spiegare l’intricato rapporto tra paganesimo e cristianesimo, in una fase in cui la nuova religione è ancora intrisa di motivi pagani, mentre continua a sussistere lungo il percorso della Flaminia il culto al dio Mitra. La cristianizzazione è ad un livello abbastanza avanzato di penetrazione, testimoniato da sarcofagi, rilievi e iscrizioni. Ma la serie di oggetti senza dubbio più interessante è il cd. tesoro di Canoscio, un corredo di argenterie liturgiche e private sulle quali compaiono simboli cristiani. L’eccezionalità del tesoro è data, oltre che dall’unicità dei pezzi che lo compongono, anche dalla sua origine: doveva trattarsi infatti del bottino di razzie fatto dall’esercito dei Goti di Totila durante le scorrerie che misero in ginocchio la regione durante la guerra Greco-gotica, e abbandonato poi vicino a Città di Castello probabilmente dalle truppe in fuga all’indomani della sconfitta di Tagina contro i Bizantini.

Aurea Umbria nasce come occasione per fare una sintesi sul complesso periodo storico che va dal III al VI secolo e che per quanto riguarda l’Italia centrale, Marche ed Umbria in particolare, ha ancora molte zone d’ombra. Partendo da Spello, città che godette di particolare prestigio in età costantiniana, la mostra vuole essere un luogo da cui partire per scoprire la ricchezza archeologica del territorio. Aurea Umbria diventa la definizione che vuole scalzare quella più nota che interpreta come “ferreo” il periodo tardoantico. I circa 70 pezzi esposti vorrebbero mostrare la vitalità della regione durante i secoli più bui della storia romana, supportati da un’abbondante e utile pannellistica. Aldilà di questo però, personalmente nutro qualche dubbio sulla buona riuscita dell’esposizione: il visitatore riesce a farsi un quadro della società nei tre secoli presi in considerazione dalla mostra? Riesce a capire che siamo in una fase di trasformazione (storiograficamente parlando il termine decadenza è passato di moda) non solo nell’immaginario, ma anche e soprattutto nei modi di occupare il territorio? Riesce a capire che gli assetti territoriali sono mutati o stanno mutando rispetto al passato? Non viene fatto, infatti, quasi nessun accenno all’urbanistica, che pure è la spia principale delle trasformazioni di questo periodo. Dubito che chi non possiede già un’infarinatura sull’argomento possa aver chiaro il quadro storico e archeologico di riferimento (che in effetti non è del tutto chiaro neanche agli archeologi stessi…).

 

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Il rescritto di Costantino, elemento cardine del percorso espositivo

 

Ero anche curiosa di visitare questa mostra perché attratta dall’archeostar di riferimento che ne è curatore: Valerio Massimo Manfredi. Dall’archeologo romanziere e presentatore di programmi tv di divulgazione storico/archeologica mi aspettavo però qualcosa di più, di nuovo, di diverso, di – diciamolo pure – spettacolare: siamo invece davanti ad una mostra molto tradizionale dal punto di vista dell’allestimento, senza apparati interattivi né audiovisivi, ma con grande dispiegamento di pannelli esplicativi, molto chiari, in effetti, nei loro contenuti, ma forse addirittura sovrabbondanti rispetto alla quantità di oggetti esposti. Allestimento forse sottotono, dunque, rispetto alle premesse.

Senz’altro la mostra contribuisce a creare dibattito intorno a quello che è decisamente un tema caldo per gli archeologi, e ha il merito di portare tale dibattito al grande pubblico. Grande pubblico che è formato principalmente dagli abitanti della regione, ma soprattutto dai turisti che, visitando il borgo di Spello, oltre alla mostra possono visitare con lo stesso biglietto altri fulcri storico/culturali della  città: la Cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore, affrescata dal Pinturicchio, la Pinacoteca Civica, il Museo Emilio Greco e i Mosaici Villa Romana, in loc. Sant’Anna.

 

Info: Aurea Umbria. Una regione dell’Impero nell’era di Costantino, Palazzo Comunale, Piazza della Repubblica, Spello, 29 luglio – 9 dicembre 2012

www.aureaumbria.it   

Alfredo Jaar e il Rwanda Project. Quando l’arte contemporanea si fa portatrice di un messaggio sociale

Alfredo Jaar, Rwanda Project

Sembra una tranquilla, bella e rigogliosa piantagione di tè, questa distesa di piante che si trova in Ruanda, a 40 km a Sud di Kigali, e in effetti lo è, ma basta ampliare lo sguardo, e l’immagine serena e bucolica acquista tutto un altro significato. La piantagione si trova poco distante dalla chiesa cristiana di Ntamara Church; per raggiungerla si percorre una strada alberata, poi infine si attiva a Ntarama Church. Negli scatti che si susseguono – la piantagione di tè, poi la via alberata, infine una nuvola solitaria nel cielo azzurro, nei pressi della chiesa – nulla fa presagire quello che qui è successo nel 1994. La chiesa di Ntarama è stata infatti il teatro di un massacro, uno dei tanti di quell’anno, perpetrato ai danni della popolazione Tutsi nel corso del quale furono trucidate 5000 persone tra uomini, donne e bambini: si trattò di un genocidio, svoltosi davanti agli occhi chiusi della comunità internazionale. Non immagini neanche, dunque, che vicino a quella rigogliosa piantagione di tè, sotto quella placida nuvoletta, nei pressi della chiesa, c’è un terreno di morte.

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I tre scatti in successione della piantagione di té, la via alberata, la nuvola solitaria nell’installazione di Alfredo Jaar Rwanda Project (credits: Alfredo Jaar, The way it is. An Aesthetic of Resistance, catalogo della mostra di Berlino)

Parte da queste tre apparentemente innocue immagini il Rwanda Project di Alfredo Jaar, artista, fotografo, video maker di fama internazionale che spesso, anzi sempre, nei suoi lavori guarda alla società contemporanea e ai suoi drammi, con l’intenzione di denunciare, di far aprire gli occhi al suo pubblico che, come nel caso del Rwanda Project, può ricevere dei veri pugni nello stomaco, tanto coinvolgenti sono le installazioni che allestisce.

Mi sono imbattuta nel Rwanda Project a Berlino, alla Berlinische Galerie, all’interno di una retrospettiva dedicata interamente all’autore Alfredo Jaar, dal titolo “The way it is. An aesthetics of resistance”. Totalmente impreparata a quesllo che mi aspettava e ignara di chi fosse Alfredo Jaar e di cosa si occupasse, sono stata subito attratta dalla foto della piantagione di tè, chiedendomi cosa ci potesse essere di “artistico” in un soggetto di questo tipo. Ma non c’è voluto molto per capirlo. E se si intuisce qualcosa man mano che dalla foto della piantagione si passa alla via alberata, quando si arriva alla nuvola si serra il cuore: perché è spiegato, a disegno, che la “lonely cloud” sta proprio sopra il teatro della carneficina; niente di più contrastante con la bella giornata di sole che quel cielo azzurro lascerebbe intendere.

L’installazione prosegue con una serie di didascalie a immagini che non vediamo, ma che purtroppo possiamo figurarci piuttosto bene, istantanee del massacro, storie di singole persone che erano presenti. Una di queste storie è quella di Gutete Emerita, una giovane madre di famiglia che quella domenica mattina del 1994 era in chiesa a Ntamara Church quando la milizia Hutu irruppe e fece strage dei presenti. Lei sopravvisse, ma vide morire davanti a sé il marito e due figli, bambini di 10 e 7 anni. Un’intera sala è dedicata proprio ai suoi occhi, nei quali si riflette l’orrore per ciò che ha visto e vissuto, e che guardano dritti verso di noi, a chiedere aiuto, a chiedere perché.

Il Rwanda Project è molto più esteso; preoccupandosi di come poter portare al mondo, alla comunità internazionale, la notizia, la testimonianza e la riflessione su questo genocidio che appartiene alla nostra storia recente, Alfredo Jaar dedica tutta una sezione del suo lavoro alla stampa internazionale, al ritardo con cui la notizia cominciò ad avere quel risalto che si procura finendo in copertina. E il dato è sconcertante. 

Alfredo Jaar è artista poliedrico. Riesco anzi con difficoltà a definirlo artista, nel significato che comunemente attribuiamo a questo termine. Sicuramente è persona dal multiforme ingegno che usa le sue arti – non solo la fotografia e il video, ma anche la parola – per trasmettere messaggi che possano arrivare al grande pubblico. Alcuni suoi lavori sono di immediata comprensione, come il Rwanda Project e il terribile video “The sound of silence” (che si interroga sul ruolo e sul comportamento etico del reporter davanti a situazioni estreme come la morte per fame in Africa), altri non così facilmente comprensibili, come il suo lavoro fotografico al Pergamon Museum, dove fa un parallelismo tra i rilievi dell’Altare di Pergamo, in cui è celebrata la vittoria di Pergamo, città dell’Asia Minore, sui Galati nel 166 a.C., attraverso la raffigurazione di una Gigantomachia e del mito di Telefo, mitico fondatore della città, e la presenza ancora attiva e ancora attuale della xenofobia in Germania. Ciò che emerge, comunque, è la figura dell’artista impegnato socialmente, che usa le forme a lui più congegnali per fare quello che gli riesce meglio, colpire il pubblico. Personalmente mi ha colpito e affondato, e ringrazio, io che di arte contemporanea capisco e so poco o nulla, di essere entrata alla Berlinische Galerie, dove attualmente è esposta questa retrospettiva (oltre che alla Berlinische Galerie, tale retrospettiva è esposta anche alla Neue Gesellschaft für Bildende Kunst –NGBK, e alla Alte Nationalgalerie). Se passata da Berlino, ve l’assicuro, è un momento di crescita culturale e personale di cui vale la pena di fare esperienza.

Alfredo Jaar, Pergamon Project, Pergamon Museum

Un’immagine del Pergamon Project di Alfredo Jaar

Lux in arcana: ai Capitolini sono esposte pagine di storia

Non sei preparato, quando entri nella Sala degli Orazi e Curiazi di Palazzo dei Conservatori. Certo, sai indicativamente cosa troverai esposto, visto che hai scelto di visitare questa mostra, tuttavia non ti aspetti di trovarti lì davanti, primo documento che apre l’esposizione, nientemeno che l’abiura di Galileo, uno dei documenti più controversi della storia della Chiesa nei suoi rapporti con la scienza.

lux in arcana, abiura di Galileo

La firma di Galileo Galilei in calce all’abiura


Inizio d’impatto, dunque, per una mostra evento che espone per la prima volta fuori dalla Santa Sede i 100 documenti forse più importanti di tutto l’Archivio Segreto Vaticano. L’impatto mediatico è notevole fin dagli intenti (l’Archivio Segreto Vaticano, a 400 anni dalla sua costituzione nel 1612, è diventato una sorta di mito di massa da quando Dan Brown lo ha reso una location di uno dei suoi romanzi), quindi nel titolo, che sarà anche in latino, ma si fa capire benissimo: Lux in arcana, ovvero vengono esposti in pubblico documenti che finora erano custoditi gelosamente…; il buio nelle sale, poi, in realtà dovuto, come spiegato in mostra, alla sofferenza dei documenti nei confronti della luce, non fa altro che aumentare il clima di mistero che il pubblico ama tanto (o che si pensa che il pubblico ami tanto).

Dunque, si parte subito con Galileo, la cui abiura è posta, in un ben riuscito gioco di rimandi, sotto una grande statua di Urbano VIII, il papa che costrinse lo scienziato pisano a ritrattare le sue tesi astronomiche.

La mostra si articola in varie sezioni dedicate ai supporti e ai vari tipi di documenti, ai rapporti tra Chiesa e Impero/imperi/stati nazionali, ad alcune figure di donne, alla lotta alle eresie, ai rapporti con filosofi e scienziati, ai sigilli, espressione del potere. Documenti che hanno realmente scritto la storia della Chiesa e d’Europa sono esposti qui: oltre a Galileo c’è una lettera autografa di Michelangelo e una di Bernini, c’è una lettera completa di sigilli dei membri del parlamento inglese che chiedono al papa di annullare il matrimonio di Enrico VIII (dal rifiuto del papa deriverà la separazione della chiesa Anglicana); c’è la Regola di San Francesco d’Assisi bollata in un registro papale, un diploma imperiale di Federico Barbarossa, l’Editto di Worms di Carlo V contro Martin Lutero, nonché la scomunica a seguito della sua Riforma protestante…L’elenco è lungo, mi limito a nominare ancora il lungo rotolo del processo ai Templari di Francia negli anni 1309-1311, una lettera di Lucrezia Borgia a suo padre Alessandro VI e la bolla di indizione del Concilio di Trento.

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Una pagina del Registro dei giuramenti di fedeltà a papa Innocenzo VI imposti dal cardinale Gil de Albornoz alle città e ai feudi della Marca d’Ancona, 1356-1359


Ai documenti è affidata poi la spiegazione del conclave e delle sue regole: ciò che avviene a porte chiuse durante l’elezione del nuovo papa non è più un segreto, alla luce di queste testimonianze scritte, compresa una piantina della Cappella Sistina completa di note e dell’indicazione della porta da cui sono fatte entrare le vettovaglie, e, naturalmente, il primo documento che stabilisce le regole per l’elezione papale, risalente al 1273.

La mostra si sposta poi al piano superiore (un po’ macchinoso da trovare, ma per fortuna ben indicato). Qui, le ultime sezioni della mostra, tra cui una dedicata ai danni che possono subire i documenti e pertanto all’importanza del restauro e infine, con una bella ricostruzione di come è l’Archivio Segreto Vaticano al suo interno, veniamo ammessi all’ultima sezione, dedicata al cosiddetto “periodo chiuso”, che va dal 1939 ad oggi. Il nome deriva dal fatto che mentre il resto dell’Archivio è consultabile dagli studiosi, questa sezione, poiché riguardante anni troppo recenti, non è ancora accessibile. I documenti mostrati riguardano principalmente il periodo della II Guerra Mondiale, il bombardamento su Roma in primis, l’eccidio delle Fosse ardeatine fino ad una Madonna nera di Czestochowa donata al papa dalle detenute polacche di un campo di concentramento tedesco.

Lux in Arcana, così come l’archivio di cui vuole illustrare i pezzi di pregio, attraversa più di mille anni di storia (il più antico in mostra è un formulario di cancelleria del IX secolo d.C.). La scelta del percorso, però, non è di tipo cronologico, ma per tematiche.

Ero curiosa di visitare la mostra sia per il richiamo mediatico che ha suscitato e al quale non sono stata immune, sia perché ero curiosa di capire come gli allestitori avrebbero potuto rendere accattivante una mostra che per quanto esponga vere e proprie “pagine di storia” già di per sé attira-pubblico, ha sempre comunque a che fare con fogli di carta scritti e spesso e volentieri quasi indecifrabili.

La scelta è stata quella di affidare a schermi con testi brevi a tempi di lettura prestabiliti, la spiegazione del documento, il suo contesto, le informazioni accessorie che possono sempre servire. Avere la pazienza, però, di leggere per ognuno dei 100 documenti tutti i testi, aspettando che scorra il tempo necessario, non è impresa da poco, considerando anche il fatto che lo schermo scorre a prescindere dal visitatore che vi capita davanti; il quale rischia di iniziare la lettura senza sapere che il tempo a sua disposizione sta finendo e che dovrà sorbirsi tutto quanto il testo per poter concludere la frase rimasta in sospeso. Proprio perché non segue un andamento cronologico, poi, sarebbe stato utile dare più risalto alle date, che poi sono la prima cosa che il visitatore frettoloso guarda insieme al nome del documento. Invece la data è scritta in piccolo, al buio, non fa parte del testo che scorre nello schermo accanto al singolo documento.

Più da vicino i testi non li potremmo vedere: ci separa soltanto la teca di vetro che li protegge; noi non possiamo far altro che guardarli, indovinare le firme, laddove possibile, ammirare i sigilli, dove presenti, ammirare le miniature, nei pochi, ma superbi, testi miniati che vengono proposti. Non so, forse mi aspettavo più interazione con i testi: mi aspettavo di poter giocare di più a recitare la parte dell’archivista o dello storico che per la prima volta può toccare con mano (beh, forse con mano no) questi fondamentali oggetti scrivendo i quali è stata scritta la Storia.

lux in arcana, archivio segreto vaticano

Onore al merito per il catalogo: 14 euro per un volume interamente a colori; altro che quei cataloghi che costano tanto oro quanto pesano cui ci hanno abituato le grandi mostre in Italia!

Avrei voluto in questa sede parlare anche dell’app appositamente prodotta per la mostra, si chiama anch’essa Lux in arcana, che si scarica gratuitamente sia su dispositivi IOS che Android, e che accompagna il visitatore lungo il percorso espositivo spiegandogli i documenti come e meglio che in mostra. Peccato però che mi consenta di effettuare il download solo in presenza di wifi, cosa di cui io non dispongo! Vorrà dire che per ora mi accontento della visita reale, e rimando la visita virtuale ad un altro momento. Allora valuterò se l’app aggiunge qualcosa alla mostra reale o meno. Da un lato spero di sì, visto che altrimenti non saprei quale possa essere lo scopo di un’applicazione per smartphone o per tablet nel contesto di una mostra in cui bisogna guardare oggetti reali (forse per prepararsi alla visita? Forse per serbare un ricordo dei documenti una volta che si è visitata? Se così fosse allora ben venga; perché in mostra io preferirei vedere l’oggetto reale che non attraverso il medium del mio dispositivo), dall’altro spero di no perché allora vorrebbe dire che invece che utilizzare la tecnologia a favore di tutti, si fa una selezione tra chi può e chi non può, e si favorisce chi ha la possibilità di usufruirne più per un fattore di moda che non di reale necessità: perché la necessità è fare una comunicazione per tutti, non solo per molti.

Infine, segnalo la recensione della mostra da parte dell’Osservatorio Mostre e Musei della Scuola Normale Superiore di Pisa, soprattutto per la critica che solleva: sfruttare e sacrificare gli spazi di uno splendido palazzo qual è Palazzo dei Conservatori per una mostra che per quanto prestigiosa non permettersi di oscurare a questi livelli il suo contenitore. Un tema, questo, sul quale vale la pena di riflettere.

Gli Etruschi? Per gli Australiani sono una “fantasia classica”

Etruscans: a classical fantasy” è il titolo di una mostra inaugurata recentemente a Sydney, presso il Nicholson Museum. Fin dal titolo, la mostra fa discutere sull’approccio che si ha in Australia in merito all’archeologia di casa nostra.

locandina mostra "Etruscans: a classical fantasy"

 

Un piccolo spazio ricavato all’interno della già di per sé piccola sala che ospita il Nicholson Museum ospita la mostra, allestita a luglio 2011, “Etruscans: a classical fantasy”. Sono esposti i pezzi etruschi acquistati da Nicholson sul mercato antiquario durante uno dei suoi viaggi in Italia, con il nobile intento di portare a conoscenza del pubblico australiano una popolazione italica preromana non proprio tra le più note su scala mondiale. Nobile intento, certo, ma fin dal titolo, avvertiamo che c’è qualcosa che non va. Spesso all’archeologia, nell’ambito della divulgazione di massa, viene associato il termine mistero, nonostante misteri non ce ne siano, ma casomai risposte più approfondite da trovare. In questo caso, invece, per il curatore australiano della mostra gli Etruschi non sono avvolti nel mistero, ma addirittura nella fantasia!

 

Al visitatore vengono fornite poche informazioni: alcune sono fondamentali, come una cartina dell’Italia nella quale localizzare le principali città etrusche (cosa che manca, ad esempio, nella sezione etrusca del Museo Archeologico Nazionale di Firenze!);  altre sono totalmente erronee: ad esempio è citato un testo di D.H. Lawrence (edito nel 1932, ma scritto almeno … anni prima!), testo evocativo in cui si dice che le sole conoscenze che si hanno sugli Etruschi provengono dalle tombe, senza commentalo né sconfessarlo sulla base delle più recenti ricerche; sempre ad esempio, è citato un articolo del Guardian del 2007 che parla di un test sul DNA che dimostrerebbe che gli Etruschi sarebbero giunti nel Tirreno dalla Turchia, quando invece è assodato in ambito accademico che essi sono una cultura nata e sviluppatasi nell’Italia centrale dall’VIII-VII secolo a.C. Informazioni erronee che si fondano effettivamente nella fantasia, sicché il titolo della mostra può allora essere appropriato. Stupisce come il team di curatori dell’esposizione non abbia consultato bibliografia scientifica recente (un articolo del Guardian, scritto da un giornalista, non può essere paragonato ad un contributo della rivista scientifica Studi Etruschi, i cui autori sono studiosi di Etruscologia, per fare un esempio). E la scelta terribile di citare il discutibile studio del Guardian dandolo come verità di fede, inficia fortemente la scientificità della mostra.

 

Il resto dell’esposizione è fin troppo semplicistico e banale: il classico tema del banchetto, della morte, del bucchero e della toeletta femminile, illustrati in poche righe e con pochi oggetti di qualità non troppo elevata (del resto, ciò è dovuto alle scelte arbitrarie del Nicholson: avrà acquistato gli oggetti per lui più belli, i meno costosi o semplicemente quelli che il mercante di turno gli offriva?).

"etruscans: a classical fantasy", sydney

Non credo che i visitatori di questa mostra usciranno dal museo con le idee chiare sugli Etruschi: avranno piuttosto poche idee, e sbagliate, perché la volontà di semplificare per rendere accessibile un argomento tanto lontano dalla formazione culturale dell’Australiano medio è stata sopraffatta da una ricerca a priori superficiale. Sarebbe bastato poco: sarebbe bastato chiedere un consulto ad un etruscologo vero, magari italiano, che sarebbe stato lieto di sciogliere qualche nodo essenziale e, magari, di correggere qualche grossolano errore.

 

Eppure le intenzioni erano buone, ottime! Alla mostra era stata data visibilità nazionale e persino internazionale (la pubblicità compare sulla rivista ufficiale della compagnia aerea australiana Qantas). E invece no. Peccato, è stata sprecata una gran bella occasione.

 

 

Marina Lo Blundo

Un museo di archeologia classica nel cuore di Sydney: il Nicholson Museum

Il Nicholson Museum è un piccolo museo universitario che costituisce il solo museo di Archeologia del Mediterraneo e del Vicino Oriente Antico dello stato australiano del New South Whales, di cui Sydney è capitale. Visitarlo permette di capire che idea hanno gli Australiani dell’archeologia classica.

Nicholson Museum, Sydney

 

Sydney, ottobre 2011. È un museo piccino, il Nicholson Museum, museo universitario formatosi a seguito della donazione fatta a fine Ottocento da Sir Charles Nicholson, medico, politico, uomo dal multiforme ingegno appassionato, tra le altre cose, di archeologia del Mediterraneo, dagli Egizi agli Etruschi ai Romani. Costui nel corso dei suoi viaggi in Italia e in Egitto acquistò i pezzi della sua costituenda collezione sul mercato antiquario di due terre che ancora, per ragioni storiche innanzitutto, non avevano un’organica legislazione in materia di compravendita di antichità. In vecchiaia, a Sydney volle rendere pubblica la sua collezione riconoscendone l’indubbio valore culturale per una nazione piva di un remoto passato storico (gli studi archeologici sulle popolazioni aborigene erano ancora ben lontani dal vedere la luce).

 

Museo piccolo, silenzioso, ben illuminato, a ingresso gratuito, la collezione originale si compone di materiali provenienti dall’Egitto – mummie, coperchi di sarcofagi – dalla Grecia – vasi attici innanzitutto – e dall’Italia – Pompei, Roma, Toscana – acquistati secondo il gusto estetico di Nicholson e non certo con un criterio classificatorio, cui si aggiunge una sezione, di creazione più recente, dedicata al Vicino Oriente e una a Cipro che accoglie i risultati degli scavi della Missione Archeologica Australiana nell’isola.

 

L’esposizione museale presenta l’uomo, Charles Nicholson, e la sua collezione su scala tematica rispondendo al tentativo di illustrare l’archeologia del Mediterraneo per sommi capi. In questo senso si rispetta la volontà di Nicholson di un museo che insegnasse agli Australiani, per la maggior parte all’epoca di discendenza e origine europea, la loro storia più antica, il legame culturale con l’Europa. L’Egitto è illustrato scegliendo come riferimento il testo di Erodoto, la cultura materiale romana è riecheggiata nel riferimento a Pompei e ad Ercolano: si cerca in questo modo di dare un’idea, certo incompleta, e certo viziata da una visione ancora romantica del passato antico, delle civiltà più antiche e più significative per la cultura occidentale.    

In Australia non esistono per l’archeologia classica grandi istituzioni museali sul modello americano del Metropolitan Museum di New York o del Paul Getty Museum di Malibu. Il Nicholson Museum è l’unico, insieme ad un altro piccolo museo ad Adelaide (South Australia), ad occuparsene. Visitare il Nicholson Museum vuol dire rendersi conto della percezione che in Australia si ha dell’archeologia classica e del Mediterraneo: essa è lontana, una materia che non appartiene agli Australiani, che desta curiosità, più che interesse, che si alimenta di suggestioni. Nonostante ciò, la volontà di avvicinarsi un po’ di più ai suoi temi è palpabile: in contemporanea si svolgono in questo periodo una mostra a Melbourne dedicata al faraone Tutankamon e al suo tesoro, e una a Sydney, proprio al Nicholson Museum, dal significativo titolo “Etruscans: a classical fantasy”, che lascia intendere molto sull’idea confusa e avvolta quasi nel sogno, che aleggia negli animi australiani quando si parla di archeologia classica.

Marina Lo Blundo

Homo Sapiens. Viaggio alla ricerca delle nostre radici

Questo post è una mia recensione della mostra “Homo Sapiens” che si sta svolgendo a Roma, Palazzo delle Esposizioni, e che ho pubblicato su “Indirizzi Visuali”, una piccola rivista online di informazione culturale che ancora deve crescere e deve trovare una sua identità, ma che intanto aggiunge una voce al coro dei blog di informazione culturale fatta bene, di cui in Italia abbiamo sempre e comunque bisogno.

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Ha inaugurato l’11.11.11 a Roma, Palazzo delle Esposizioni, la mostra “Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana”. Un percorso che tocca le tappe fondamentali che da ominidi ci hanno trasformato in uomini. Con un messaggio molto importante: oggi la specie umana, e la razza umana, è una sola, ma è esistito un tempo in cui più specie di Homo convivevano. Viaggio alle radici del perché non possiamo essere razzisti…

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Il piano nobile di Palazzo delle Esposizioni a Roma ospita una mostra-evento dedicata ai nostri più antichi antenati e al percorso che da ominidi, australopitechi abitanti dell’Africa, ci ha portati ad essere uomini. La storia dell’umanità inizia con i piedi, scrisse nel 1964 André Leroi-Gourhan, antropologo tra i padri della preistoria moderna, e di fatto, senza la stazione eretta l’uomo non sarebbe tale: ed è da questo primo tratto evolutivo che si distingue l’australopiteco, il primissimo dei nostri antenati. Lo sviluppo della scatola cranica verrà poi, col tempo, nel corso del passaggio da ominide a Homo e ancora oltre, fino alla definitiva conquista di tutte le capacità cognitive e culturali con l’Homo Sapiens.

In mostra apprendiamo che dall’Africa, dove tutto ebbe inizio, partirono due grandi ondate migratorie, due momenti in cui l’Homo decise di spostarsi, a caccia di nuovi territori, di condizioni di vita migliori, seguendo magari le sue prede. La prima volta è l’Homo Ergaster, che dall’Africa passa in Eurasia, dando il via, con la prima migrazione, alle prime diversificazioni, che portano al differenziarsi di alcune specie. Così quando l’Homo Sapiens, comparso intorno ai 195mila anni fa nella valle dell’Omo, in Etiopia, a sua volta lascia l’Africa, circa 40.000 anni fa trova in Eurasia altre 4 specie umane con cui per qualche tempo convive e probabilmente in qualche caso si accoppia: l’Homo di Denisova, che vive in Siberia, l’Homo di Flores (noto col soprannome Hobbit Man), l’Homo Erectus Soloniensis in Indonesia, l’uomo di Neanderthal. È questo anzi, il nostro cugino più stretto, ma è una specie a sé, come hanno dimostrato i più recenti studi genetici condotti da quelli che vengono chiamati “archeologi del DNA”. Neanderthal: così simili, così diversi, tanto che un bel momento si estinguono, mentre l’Homo Sapiens rimane l’unico del genere Homo sul pianeta. Eppure già il Neanderthal aveva un linguaggio, aveva manifestazioni che potremmo definire “culturali”: la cura dei morti, seppelliti in posizione fetale, per esempio. Con l’Homo Sapiens però giungono a compimento quei processi che, sviluppando l’intelligenza, sviluppano tutte quelle attività che vanno sotto il nome di cultura. E ancora: l’Homo Sapiens continua ad espandersi, raggiunge l’America da una parte e l’Australia dall’altra: qui ancora ora gli aborigeni raccontano in termini mitologici quei tempi, quando gli antenati cantavano le cose ed esse prendevano forma o vita; è il Tempo del Sogno, e risale a circa 50mila anni fa.

Dalla rivoluzione neolitica in avanti, poi, è un crescendo: l’homo sapiens ormai è chiamato semplicemente uomo, si stanzia, costruisce città, crea gerarchie sociali, sviluppa sempre nuove forme di socialità e di cultura. Non esistono più specie, né razze, ma popolazioni, popolazioni che sviluppano culture diverse in rapporto agli stimoli ambientali, innanzitutto. E giungiamo a noi, alle grandi esplorazioni geografiche che portarono gli Europei a incontrare gruppi umani fino allora sconosciuti. L’impatto non è dei migliori, come la Storia ci insegna. Il razzismo nasce in quei momenti, e non si sradicherà più, fino ad oggi.

La mostra allora, attraverso questa esposizione colorata, a tratti interattiva, ricca di calchi di ominidi e di ricostruzioni, forse un po’ troppo densa di informazioni non sempre semplici, nonostante il linguaggio volutamente colloquiale, ci vuole ricordare che la storia dell’uomo è lunga, fatta di incontri, di viaggi, di contatti tra specie umane differenti. Siamo un’unica specie, figlia però di grandi diversità. Ed è proprio questo il bello della natura umana.

A margine “L’Italia nell’unità della diversità”: piccola sezione della mostra che gioca sui 150 anni dell’Unità d’Italia per ripercorrere la storia del popolamento del territorio italiano, dai primi abitatori in grotta ai Balzi Rossi e alle Arene Candide, agli Etruschi (con quella teoria tutta da dimostrare, ma dura a morire, che li vorrebbe far giungere dalla Turchia!), al formarsi dell’italiano come lingua molto prima che come nazionalità.

Allestita come se fosse stata concepita per i ragazzi delle scuole, in realtà si rivolge a tutti. Il tema educativo di fondo senza prevalere sui contenuti scientifici tuttavia si fa avvertire, continuamente, come una colonna sonora, e di fatto è lo scheletro portante intorno a cui ruota tutto il resto. Un messaggio sociale nascosto in una mostra di antropologia/preistoria. Un nuovo modo di intendere il ruolo educativo del nostro passato.

Indiana Jones non passa mai di moda…

E’ inutile:abbiamo passato anni, noi archeologi del Vecchio Continente, noi archeologi da campo impegnati giornalmente sui cantieri urbani, a toglierci di dosso l’immagine mitologica ma scomoda di Indiana Jones. E’ colpa sua se la gente viene a chiederci se abbiamo trovato il tesoro, è colpa sua se la gente si appassiona alle grandi scoperte archeologiche e ai misteri dei Maya e degli Inca, ma poi si incazza se andiamo sotto casa armati di trowel a fare un’assistenza archeologica. Forse è perché in mano abbiamo la trowel e non la frusta che non veniamo apprezzati, forse perché invece dell’inconfondibile cappello abbiamo una bandana nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore siamo spettinati, sudaticci, puzzolenti e, diciamocelo, non proprio attraenti come Harrison Ford.

Ma Indiana Jones tira sempre, non passa mai di moda. Anche se l’ultimo film è una totale tavanata galattica, lui, l’eroe, l’archeologo più famoso del mondo (secondo solo a Zahi Hawass?) ne è uscito ancora più forte. Così, se qualcuno tra i nati negli ultimi 10 anni si fosse perso il mito creatosi con i tre film precedenti, in questo modo l’ha recuperato, e può pensare che è lui, Indiana Jones, l’archeologo vero mentre noi, quelli da battaglia, siamo solo delle pallide sfigate imitazioni.

indiana jones et l'aventure archeologique

Da decenni si parla del mito di Indiana Jones, anche, incredibilmente, a livello accademico. Oggi, però, si fa di più: al nostro eroe viene dedicata una mostra: Indiana Jones et l’Aventure Archeologique. Si svolge fortunatamente nel posto più lontano del mondo, a Montreal in Canada, fino al 18 settembre 2011, sponsorizzata nientepopodimenoché dalla LucasFilm e dal National Geographic (Tu quoque?), e si pone come una mostra interattiva – e non potrebbe essere altrimenti – che tra spezzoni di film, oggetti del set cinematografico, attività più o meno extrasensoriali e, finalmente, qualche reperto archeologico vero, vorrebbe spiegare principalmente ai bambini (mi auguro e mi spavento allo stesso tempo) come funziona il mestiere dell’archeologo. Già a guardare il sito web sembra di vedere un parco divertimenti, non un’sposizione archeologica! La domanda che sorge spontanea allora è: quale immagine avrà dell’archeologo e della ricerca archeologica un visitatore medio di una mostra di questo tipo? Capirà che la vita non è un film e che l’archeologia non sempre è una mirabolante avventura? Oppure tornerà a casa sognando di fare l’archeologo da grande e per prima cosa chiamerà il cane Indy? (per l’appunto, il mio cane si chiama Indy, ma giuro, giuro, che il nome non l’ho scelto io!).

Per contro, la mostra di Montreal se apre qualche perplessità nei puristi del Vecchio Continente (sarei io, nella fattispecie), tuttavia ha il merito di parlare di archeologia in una terra che di offerta archeologica ha poco o nulla. Non sono mai stata in un museo archeologico canadese, ma ho presente la collezione archeologica del Metropolitan di New York, e credo che ad un visitatore qualunque, a vedere tutta quella abbondanza di reperti bellissimi e antichi (greci, egizi, romani e vicinorientali, innanzitutto), verrebbe in mente di chiedersi come hanno fatto ad arrivare lì, chi li ha trovati, come e perché, qual’è la domanda che spinge un uomo a mettersi sulle tracce del passato. Credo che il visitatore medio americano di una collezione archeologica negli uSA e in Canada si possa porre queste domande. La mostra di Montreal allora fornisce, a suo modo, la risposta. Purchè la spettacolarizzazione e il richiamo a Indiana Jones non prevarichi sulla bontà delle informazioni serie che si vogliono fornire, credo che tutto sommato l’intento sia buono in una società, qual’è quella americana, dove l’archeologia come la intendiamo noi è un concetto piuttosto astratto.