Signori di Maremma. Quando la mostra è mutaSignori di Maremma. Quando la mostra è muta

Ha inaugurato a ottobre al Museo Archeologico Nazionale di Firenze la mostra “Signori di Maremma. Elites etrusche tra Populonia e Vulci. Quelle che seguono sono critiche che ormai non si vorrebbero più fare, perché rivelano che purtroppo non a tutti coloro che allestiscono mostre di archeologia è chiaro che esporre l’oggetto da solo non basta, ma occorre contestualizzarlo, agli occhi di un visitatore. L’esposizione si presenta più come un cabinet des merveilles che come una mostra scientifica: corredi tombali eccezionali, come quelli della tomba dei Flabelli di Populonia, e delle tombe del Duce e degli Avori a Marsiliana d’Albegna sono sistemati in tutto il loro splendore nelle vetrine, pezzi fondamentali dell’Etruscologia quali la Fibula Corsini da Marsiliana, il Carro di Populonia, la statua dal tumulo della Pietrera di Vetulonia ecc., sono esposti, sì, ma non spiegati. Stringate e incomprensibili ai più, le didascalie inizialmente poste in trasparenza (un’altra sfida per il visitatore, dal quale si pretendeva che in una vetrina in cui si affastellano oggetti eterogenei per forma, funzione e materiale, sapesse distinguere una kotyle da un kyathos, sapesse cos’è un alare, sapesse riconoscere in un tubolino metallico un affibbiaglio a pettine; sapesse soprattutto cos’è un affibbiaglio a pettine), da qualche mese a questa parte sono state sostituite da un micropannellino con le sagome degli oggetti e i numerini di riferimento. Poche, pochissime righe di spiegazione in più e non sempre, nella convinzione che siano gli oggetti a parlare, e che ogni spiegazione sia superflua.

Quindi non un pannello a illustrazione, anche parziale, della mostra, solo alcune gigantografie che focalizzano l’attenzione su alcuni oggetti e alcune citazioni di fonti classiche, come Posidonio di Apamea a proposito del banchetto. Per il resto nulla. Un diorama che rievoca la guerra, con clangore di spade in sottofondo, e due schermi che trasmettono a ripetizione immagini di reperti e di ambienti etruschi sono due concessioni al multimediale: ma non basta la rievocazione di un campo di battaglia per rendere moderno un allestimento. Gli oggetti nelle vetrine sono muti, non comunicano nulla al visitatore se non la loro bellezza. Ma siamo in un museo non ad una sfilata di moda, e il visitatore che si stupisce del bello forse vorrebbe sapere chi ha fatto l’oggetto e perché, chi lo possedeva e quando e come era utilizzato. Le pareti bianche tra una vetrina e l’altra sono ancora più vuote al pensiero di cosa poteva essere detto, e non è stato fatto, per favorire il visitatore nella comprensione. Oggetti muti, con cui il visitatore non può e non riesce a dialogare.

Esposizione fine a se stessa, ci si chiede a chi sia destinata. A quale pubblico si rivolge? Per chi è stata ideata, concepita e allestita questa mostra? Qual è il suo scopo? Chi progetta una mostra dovrebbe porsi queste domande e non darle per scontate. Altrimenti il risultato è quello della mostra di Firenze, in cui gli oggetti, belli ma muti, suscitano solo meraviglia, ma non conoscenza.

L’Aquila e il Dragone. Quando il titolo della mostra non coincide con il contenuto…

Si concluderà a breve, anzi brevissimo (il 6 febbraio 2011) la mostra esposta a Roma, Palazzo Venezia, dal titolo “I due imperi. L’Aquila e il Dragone”. L’evento, che si inserisce in una serie di iniziative culturali che da qualche anno a questa parte ha come obiettivo quello di presentarci la storia della civiltà cinese, propone, a sentire il titolo, un tema quantomai interessante e ricco di spunti e suggestioni: un confronto, possibile anche per i parametri cronologici scelti, tra due potenze mondiali che all’incirca  nello stesso periodo crearono, l’una sul Mediterraneo, l’altra negli sterminati territori dell’Asia, un impero non solo politico, ma culturale, nell’accezione più ampia del termine. Sui contatti tra le due civiltà a lungo si è favoleggiato e si continua a favoleggiare, e di fatto i due imperi erano a conoscenza l’uno dell’esistenza dell’altro, ma non si incontrarono mai direttamente.

La mostra prende avvio presentandoci l’Aquila – il mondo romano – in un modo un po’ particolare, che ha suscitato pareri contrastanti tra i visitatori: in una sala sono riuniti, a spot, alcuni caratteri della società romana, esemplificati attraverso pochi – e poco significativi in qualche caso – oggetti, più una spettacolare teoria di statuaria di epoca imperiale – tra cui un rilievo raffigurante un’Aquila cui avrei dato più risalto –e, in un ambiente di passaggio, alcuni saggi di pittura parietale romana. Si capisce il perché di questa scelta: siamo a Roma, per capire la civiltà romana non è certo una mostra il luogo più adatto, a fronte delle opportunità che la città offre con i suoi musei e i suoi monumenti. La scelta di essere una presentazione volutamente incompleta è più che giustificata e apprezzabile. Si può discutere piuttosto su cosa è stato scelto di mostrare, non su cosa si è scelto di non mostrare. Comunque, l’Aquila in questo modo ci viene richiamata alla mente forse, perché più tardi nel prosieguo della mostra troveremo dei richiami con il Dragone.

Ma ciò non avviene. Del Dragone, la Cina delle dinastie Chin e Han dal 221 a.C. al 220 d.C., ci viene illustrata la cultura attraverso i corredi funerari, il rituale funebre, il racconto della loro concezione dell’immortalità. L’allestimento è ben illuminato, pochi oggetti significativi.. Si potrebbe obbiettare che non ci sono sufficienti spiegazioni per descrivere gli oggetti, ma verrà fatto notare che c’è la possibilità di prendere un’audioguida. Solo che sul più bello la mostra si interrompe. Bruscamente. Abbiamo intravisto l’Aquila, abbiamo viso il Dragone, manca il momento di sintesi, qualcosa che ci dica perché si è scelto di riunire sotto lo stesso titolo e sotto lo stesso tetto due civiltà così opposte, che in comune hanno solo di essere state due imperi sviluppatisi più o meno negli stessi secoli, ma che hanno una diversa visione della morte, diverse soluzioni architettoniche e, ovviamente, diverse esperienze artistiche e linguaggi figurativi. Perché sono state unite insieme? La domanda rimane, ormai martellante, mentre si torna mestamente verso l’uscita – ritornando indietro lungo il percorso – e la risposta è una sola: la mostra ha fallito il suo obiettivo, oppure, se era veramente questo il suo obiettivo, allora ha sbagliato titolo. Deludendo me, e non solo me, tra i visitatori.

 

Gli Horti Pompeiani al Giardino di Boboli

Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!

Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.

Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.

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I giardini della Casa dei Pittori e della Casa dei Vettii

Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.

Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.

Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.

Marina Lo Blundo

Questo articolo è pubblicato anche su Archeoblog

“Le orme dei Giganti” a Santa Fiora

Conclude purtroppo oggi una mostra multimediale sul megalitismo in Europa. Questo fenomeno, sviluppatosi in Europa tra il IV e il III millennio a.C. è noto ai più nelle forme di Stonehenge, dei dolmen e degli allineamenti di Carnac. Ma pochi sanno quali e quante sono le varietà di costruzioni megalitiche in Europa e nel Mediterraneo in particolare. La mostra “Le orme dei Giganti” aiuta a fare chiarezza su questo aspetto del nostro comune passato di uomini, che da poco usciti dall’età della pietra e divenuti coltivatori, stanno per scoprire i Metalli e gettare le basi del futuro sviluppo dell’umanità.

Portare Pantelleria fuori da Pantelleria.

Spiegare la peculiarità dei Sesi, le monumentali tombe megalitiche pantesche, all’interno del Megalitismo mediterraneo ed europeo. Mostrare come in ogni regione del Mediterraneo le popolazioni megalitiche abbiano dato vita ad esiti volta per volta diversi.

Ma come portare in mostra un sese di Pantelleria? Come confrontarlo con un tempio maltese, con una Tomba dei Giganti sarda, con un tumulo irlandese, con gli allineamenti di Carnac?

Data l’impossibilità evidente di riunire fisicamente in uno stesso luogo i singoli monumenti, la soluzione che i due curatori, il prof. Sebastiano Tusa della Soprintendenza del Mare e l’arch. Luigi Biondo della Soprintendenza per i Beni Culturali di Trapani, hanno trovato è stata quella di realizzare una mostra multimediale, “Le orme dei Giganti“.

Due maxischermi sovrapposti ma sfalsati. Uno, suggestivo ed evocativo ci riporta gli appunti di viaggio dell’archeologo che per la prima volta sull’isola di Pantelleria si imbatte nei Sesi, strutture megalitiche in pietra, all’interno delle quali si aprono più celle funerarie. Vediamo i rilievi del sese fatti a mano dall’archeologo, e gli appunti che egli segna, mentre scorre il giorno al suono di una musica magica. 

Questo è lo sfondo su cui si gioca poi la mostra multimediale vera e propria, l’apparato didattico/didascalico in forma di video tripartito. Su di esso scorrono i principali monumenti megalitici delle varie aree del Mediterraneo e dell’Europa interessate da tale fenomeno. Oltre ai Sesi impariamo così a conoscere e a distinguere i templi maltesi, le Tombe dei Giganti e i complessi nuragici della Sardegna, le statue stele dell’Italia Settentrionale, i monumenti delle Baleari, gli allineamenti di Carnac e i tumuli, tra cui quello famosissimo di NewGrange in Irlanda. Di ogni singolo monumento viene fornita una rapida descrizione, ne vengono delineate in pochi tratti le particolarità. Poco testo denso di informazioni: questa è la formula, mentre le immagini scorrono via con una certa velocità, per cercare di mantenere alta l’attenzione.

La location di questa mostra, che ahimé conclude oggi, è la Chiesa di Sant’Agostino a Santa Fiora, paese medievale ricco di tradizioni arroccato sui monti dell’Amiata, che merita senz’altro una visita. La scelta di Santa Fiora quale sede di questa mostra è tutt’altro che scontata: in questa parte della Toscana e in generale nell’Italia Centrale sono molto poche – per non dire nulle –  le manifestazioni di megalitismo. Ma non c’è sfida più bella che portare un’informazione particolare laddove nessuno se l’aspetta. E’ così che un argomento così estraneo ai monti dell’Amiata improvvisamente vi viene catapultato con esiti senza dubbio interessanti.

Da una collaborazione tra le soprintendenze interessate della Sicilia (che hanno realizzato la mostra), la cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze (che ha dato l’idea di Santa Fiora quale location), la rivista Archeologia Viva (che si è preoccupata di promuovere l’evento,  organizzando anche un convegno che si è svolto ieri) e il comune di Sant Fiora (che si è dimostrato particolarmente attento alla conservazione e alla promozione della cultura) è nata quindi questa mostra, innovativa nei metodi – il multimediale totale – e nei luoghi – la sede in un luogo totalmente estraneo all’argomento.

Sarebbe bello, però, se questa mostra diventasse itinerante, se fosse cioè possibile esportarla in altre parti d’Italia, anche in quelle città, paesi o regioni interessate da fenomeni megalitici, dove non guasterebbe se chi vi vive ne potesse sapere qualcosa in più.

 

Marina Lo Blundo

Firenze, Museo Archeologico: “La donna nell’antichità dal tardo impero ai Longobardi. Nuove acquisizioni in Toscana”

Si apre con una galleria di sei donne al centro del potere negli anni tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la nascita del Sacro Romano Impero (Galla Placidia, Teodora, Amalasunta, Rosmunda, Teodolinda, Ermengarda) la mostra “La donna nell’antichità dal Tardo Impero ai Longobardi. Nuove acquisizioni in Toscana”, allestita presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze dall’8 marzo all’8 giugno 2009.

Dopo una prima sezione introduttiva sul ruolo e la condizione della donna nel mondo romano, esemplificata attraverso busti, gemme, monete di età imperiale, si entra nel vivo della mostra con i ritrovamenti di età longobarda effettuati nel corso degli anni in Toscana.

I Longobardi arrivano nel Nord Italia al seguito di re Alboino nel 568 d.C. Incursioni longobarde tra gli anni 569 e 570 danno origine ai Ducati di Lucca e Chiusi in Toscana, e di Spoleto, mentre nel Sud Italia il ducato di Benevento viene fondato nel 571. La presenza longobarda resiste in Italia fino al 774, solo a Benevento perdura fino a metà dell’XI secolo.

Oltre che dalle fonti, la presenza longobarda in Toscana è confermata dalle numerose attestazioni archeologiche rinvenute nella Regione. I Longobardi sono documentati a Lucca, Chiusi, Grosseto, Pisa, Arezzo, Fiesole.

Si tratta per lo più di ritrovamenti legati a contesti funerari: la ritualità della morte in età longobarda è particolarmente complessa, in quanto si sovrappongono differenti rituali (romano-cristiano, longobardo-cristiano e germanico tradizionale) che oscillano tra una sfera privata – familiare, e una pubblica – di gruppo. Le aree cimiteriali sono organizzate razionalmente, con le sepolture disposte in fosse in sequenza ordinata, allineate le une alle altre a formare gruppi in file parallele orientate Est-Ovest. La testa del defunto è rivolta ad Ovest e la tomba non è segnalata da lapidi, ma da cumuli di pietre, segnacoli muti e umili, ma inequivocabili.

La mostra ci presenta un’ampia panoramica sulla società longobarda, e in particolare della donna, proprio attraverso i corredi delle tombe femminili. La casistica, piuttosto ampia, comprende un corredo funebre da Bolsena, dal sepolcreto di Santa Cristina, consistente in orecchini a cestello in oro, spilloni, un’armilla in bronzo; il corredo infantile dalla Tomba 57 da Arezzo – colle del Pionta, nella quale era sepolta una bambina che indossava il velo aureo e che la stratigrafia ha datato al VII secolo d.C.; il corredo di una tomba femminile dalla necropoli dell’Arcisa, a Chiusi.

Ma la mostra insiste in particolar modo sui recenti ritrovamenti avvenuti negli scavi di Fiesole, in Piazza Garibaldi, dove ben sei sepolcreti si installano sui resti della città romana in abbandono tra fine VI e il VII secolo d.C. Delle 40 tombe rinvenute, appartenenti a individui maschili, femminili e infanti, sono esposte in mostra la restituzione di una tomba di una donna di rango, la “Principessa” e di un guerriero, entrambe della I metà del VII secolo d.C. e il corredo di alcune altre sepolture femminili e infantili. La “Principessa” e il guerriero sono emblematici nell’esprimere i costumi funerari dell’epoca: la donna ha, accanto alla testa, una croce in lamina d’oro usata più come talismano che come simbolo religioso, secondo una moda diffusa all’epoca presso le popolazioni longobarde che erano venute a contatto con gli autoctoni cristiani, e inoltre ha spilloni in oro e suppellettile in vetro; il guerriero è seppellito con la sua lunga spatha, lo scudo dall’umbone in ferro e una cuspide di lancia in ferro “a foglia d’alloro”.

La lettura delle fonti storiche, opportunamente completata con i risultati delle indagini archeologiche, contribuisce a chiarire il quadro della presenza longobarda nella Toscana altomedievale. In particolare, per quello che riguarda la donna, ci permette di comprenderne il ruolo all’interno di una società fortemente maschilista: la donna è completamente soggetta all’uomo, al padre prima e al marito poi. Solo con l’avvenuta cristianizzazione, il vincolo del Matrimonio non sarà più solo un mero contratto, ma verrà investito di un valore sacro.

Nella discesa attraverso l’Italia, nel contatto con le popolazioni autoctone muta l’abbigliamento femminile: quattro fibule a S o a disco sul petto nelle tombe più antiche vengono sostituite da un’unica fibula a disco sul petto a chiudere il mantello secondo l’usanza bizantino-romana. Anche gli orecchini a cestello, prima sconosciuti, entrano nei corredi. Le donne longobarde manterranno questa nuova moda almeno fino alla fine del VII secolo, fino a quando, cioè, non verranno seppellite senza corredo secondo l’invalso costume funerario autoctono.

La mostra, allestita al piano terra del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, fa luce su una fase storica e archeologica della Toscana che solitamente passa in secondo piano e che sicuramente è meno conosciuta rispetto ad altri periodi storici e ad altre società che fiorirono nella Regione (si pensi agli Etruschi, all’età romana, o al Rinascimento). Questa mostra, dunque, colma una lacuna e va ad inserirsi in quella linea, aperta con le esposizioni e le scoperte degli anni più recenti nel Nord Italia, volte proprio a far conoscere al grande pubblico i Longobardi.

Marina Lo Blundo

Info: Museo Archeologico Nazionale di Firenze,

Piazza SS. Annunziata, 9

Ingresso: compreso nel biglietto di ingresso al Museo

Recensione pubblicata su http://archeoblog.net/2009/la-donna-nellantichita-dal-tardo-impero-ai-longobardi-nuove-acquisizioni-in-toscana/

MILANO – ANIMA DELL’ACQUA. Da Talete a Caravaggio, da Segantini a Bill Viola

La simbologia dell’acqua in un percorso archeologico e storico-artistico

Fino al 29 marzo 2009

 

A Palazzo Reale, a Milano, è in mostra l’acqua. Non tanto come elemento naturale, ma come essenza antica, vista più da un punto di vista filosofico e religioso che non fisico.

Ci si chiede se l’acqua abbia un’anima, e si risponde mostrando il significato più profondo che essa assume presso le più antiche civiltà, via via verso i Greci, i Romani, la società cristiana e medievale… il tutto attraverso un percorso archeologico e artistico che riunisce opere di pregio della storia dell’arte antica, medievale e moderna. Alcune teste di filosofi greci, tra cui i noti ritratti di Socrate, Platone e Aristotele ci introducono al primo tema: l’acqua come sostanza antica, essenza eterna. Immediatamente il nostro pensiero corre a quei Filosofi della Natura, primo fra tutti Talete, che inseriscono l’acqua nei quattro Elementi, principio vitale da cui tutto ha origine. Proprio questo concetto, l’acqua come origine della vita, introduce alla seconda sala, rossa per evocare il ventre materno. Qui l’acqua diviene liquido amniotico, poi latte, mentre si susseguono una Mater Matuta di IV secolo a.C. da Capua, statua di dea seduta nell’atto della kourotrophos, e una statuetta di Dea Madre neolitica di IV millennio a.C. da Cuccurru S’Arriu (Cabras), alternate a varie Madonne che allattano, tra cui la Madonna dell’Umiltà di Masolino, di età medievale: segno che passano i millenni, ma non i concetti fondamentali, l’acqua assimilata al latte, nutrimento di vita, seppur presentati sotto forme differenti.

Il percorso arriva poi “Alle fonti degli dei” dove regnano “Bellezza e giovinezza”. Domina la sala le bellissime pareti affrescate dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei con scena di lussureggiante giardino: in esso l’acqua è presente in una piccola fontanella a forma di conchiglia, ma la natura rigogliosa, la grande varietà di piante e di uccelli prospera proprio in virtù di quest’acqua fonte di vita e di piacere. Intorno, lungo le pareti della sala, si svolge quasi un corteo di divinità marine o in qualche modo legate all’acqua: statuette fittili tarantine rappresentanti una Nereide in groppa ad un centauro marino, oppure Taras, l’eroe eponimo di Taranto che fu salvato da un delfino…e poi Afrodite, la dea che nasce dalle onde del mare, ritratta in una statuetta fittile mentre esce da una conchiglia, e ancora nella splendida statua marmorea dell’Afrodite accovacciata da Palazzo Altemps. Una scena di gineceo rappresentata su un hydria di IV secolo a.C. attribuita al cd “Gruppo di Locri” ci porta invece al mondo femminile e al bagno alla fonte, segno di giovinezza.

Una navicella nuragica in bronzo di IX-VIII secolo a.C. ci introduce al viaggio per mare, barriera che si estende sconfinata fino all’orizzonte…è un viaggio per ritrovare se stessi, oltre che fisico: in questo si ritrovano le peregrinazioni di Enea, degli Argonauti, di Ulisse: e infatti la splendida testa di Ulisse da Sperlonga risalta nella sala, mentre intorno si dispongono urne cinerarie con la rappresentazione di Ulisse e le Sirene, scena dall’amplissima fortuna iconografica. In senso lato il viaggio diventa il viaggio nell’Oltretomba, illustrato nel Libro dei Morti di Amenothep e nel dipinto di Felice Carena della morte di Ofelia, la ninfa destinata a morire annegata, simbolo della morte giovane e della bellezza, anch’essa fugace.

La sezione successiva vede nell’acqua un simbolo di trasformazione e metamorfosi. Così Lawrence Alma-Tadema dipinge Pandora mentre sta per aprire il vaso, e Caravaggio dipinge Narciso alla fonte mentre, invaghitosi della propria immagine, sta per cadere in acqua. Abbiamo poi una carrellata di custodi delle acque, Tritoni, Ninfe, Nereidi sulle urne cinerarie etrusche dal Museo Guarnacci; infine la Gorgone chiude la serie delle figure mitologiche: la splendida Gorgone arcaica da Siracusa, di fine VII-inizio VI secolo a.C. e la testa di una Medusa che decorava una delle navi di Nemi.

Chiude la mostra l’”Acqua viva” che è l’acqua del Battesimo. Lasciamo miti e dei mentre il Cristianesimo si appropria dell’elemento  che dà vita perché esso sia fonte di nuova vita: e qui è d’obbligo l’Ultima Cena del Tintoretto e “Le Nozze di Cana” di Mattia Preti.

Mostra difficile, sia per gli intenti, perché non è facile realizzare un’esposizione tematica su un concetto al tempo stesso così vasto e immateriale, sia per la comprensione: non sempre sono chiari i salti logici da una sala all’altra, ovvero da un tema all’altro, e non sempre i magnifici pezzi esposti riescono a chiarire il senso che si vuole loro dare. Resta negli occhi del visitatore sicuramente una bella rassegna di splendidi esemplari dell’art, antica e non, anche se forse gli sfuggirà il perché di determinate scelte da parte dei curatori.

Mostra decisamente concettuale, non illustra i pezzi esposti, ma li sfrutta per esemplificare un concetto tanto aulico quanto sfuggente e mai fermo, qual è l’acqua. Un voler andare oltre gli oggetti decisamente erudito, per ricercarne la cultura esistenziale, la visione del mondo che sta dietro ogni saper fare, in ogni tempo e in ogni luogo, nel corso della storia dell’umanità. Umanità che da sempre sa che senza acqua non può vivere e che da sempre, quindi, la carica di significati e valori simbolici, le dà, in poche parole, un’anima.  

 

Marina Lo Blundo

 

 

Info: Anima dell’Acqua

Palazzo Reale, Milano, 29 novembre – 29 marzo 2009

Orari: mar-dom 9.30-19.30; giov 9.30-22.30; lun 14-30-19.30

Tel: 02 29010404

 www.fondazionednart.it

 

 

 

Memorie dal sottosuolo. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta.

ecco il testo di un mio articolo pubblicato su http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=4400&cat=Promozione-Valorizzaz.

 FIRENZE. Memorie dal sottosuolo. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta.

Era ormai da tempo che si sentiva l’esigenza di rendere finalmente pubbliche, e fruibili al pubblico, le scoperte archeologiche della Firenze romana. Uno per tutti, lo auspicava il compianto Riccardo Francovich sostenendo a gran voce che bisognava restituire l’antica Florentia ai suoi attuali cittadini, non svolgendo altro che quello che dovrebbe essere il compito primario dell’archeologia: oltre la ricerca, comunicare la scoperta.

Oggi un primo passo si sta compiendo nella direzione di rendere la Firenze romana accessibile a quanti sono intenzionati a conoscere l’aspetto della città antica. “Memorie dal sottosuolo”, una serie di visite guidate che si tengono ogni prima domenica del mese, da dicembre 2008 a giugno 2009, viene finalmente a colmare una lacuna, un vuoto nella conoscenza della storia della città.

Risultato: una Firenze così non si era mai vista. Una Firenze che per una volta non appare nella sua veste di culla del Rinascimento, ma che invece si presenta per come era alle origini: Florentia, colonia romana voluta da Cesare nel 59 a.C. ed effettivamente edificata tra il 30 e il 15 a.C. Di questa, che in età imperiale divenne una fiorente città, pochi conoscono le vicende, data l’importanza (anche mediatica) della sua fase rinascimentale.

Il primo di questi appuntamenti con Florentia, appuntamenti organizzati dall’Assessorato alla Cultura di Firenze in collaborazione con la Cooperativa Archeologia , si è svolto domenica 7 dicembre. I visitatori, cui è fornita bibliografia e materiale informativo utile per rielaborare con calma, per conto proprio, le informazioni che riceveranno, cominciano il loro percorso al museo storico-topografico “Firenze com’era” dove, dinanzi al plastico di Florentia, rappresentante la città sulla base delle scoperte archeologiche fatte nel corso del tempo, sono invitati a riconoscere e individuare i principali monumenti che saranno poi oggetto di visita virtuale e reale. Ecco che il museo diviene parte attiva della visita: non un mero contenitore di oggetti archeologici, ma punto di partenza per un viaggio nel tempo in cui quegli stessi oggetti archeologici trovano la loro contestualizzazione.

La visita prosegue nella città moderna, calcando le strade percorse ogni giorno dai turisti che visitano invece la Firenze rinascimentale. Si arriva in Piazza San Giovanni: qui mentre i turisti ammirano il Battistero e il Duomo di Santa Maria del Fiore, i visitatori di “Memorie dal sottosuolo” sono invitati a posizionare l’antico tracciato delle mura, la porta Contra Aquilonem e il cardine massimo che da essa partiva, e la bella domus il cui impluvium è conservato, insieme ad uno stipite della porta Contra Aquilonem, nel Cortile dei Florentini del Museo Archeologico di Firenze. Si scopre così che il centro della città rinascimentale coincide con la città romana e che nel corso del tempo gli assi viari principali si sono mantenuti pressoché inalterati. Si scopre quindi che l’ampia piazza della Repubblica un tempo era il Foro della città e che accanto al grosso arco che oggi la delimita sorgeva il Capitolium (di cui peraltro è rimasta traccia toponomastica nel nome della vicina Via del Campidoglio). Piazza della Signoria invece conserva al di sotto dell’attuale pavimentazione una spettacolare stratificazione archeologica completamente chiusa e sigillata e perciò tanto più preziosa. Gli scavi degli anni ’80 del Novecento hanno portato in luce un grande complesso termale e una fullonica dal carattere quasi industriale per le dimensioni che fa indurre la suggestiva ipotesi che già l’antica Florentia si distinguesse per la lavorazione dei tessuti.

Via del Proconsolo, dietro Palazzo Vecchio, nasconde nel manto stradale un indizio del passaggio delle mura al di sotto di essa: sull’asfalto è tracciata, proprio di fronte al museo del Bargello, l’impronta di una delle torri circolari che costellavano le mura: una traccia messa lì a disposizione di tutti ma che pochi in realtà notano o comprendono…ed ecco che la visita guidata serve ad interpretare e a leggere segni altrimenti incomprensibili o mai individuati.

Un’altra torre delle mura è a vista al di sotto di un pavimento in vetro all’interno di un palazzo che affaccia sempre su via del Proconsolo.

Di fronte, il ristorante “Le Murate” che occupa l’antica sede dell’Arte dei Giudici e Notai, sulle cui pareti si trovano, tra gli altri, i ritratti di Dante e Boccaccio, nasconde nel proprio piano interrato i resti di un edificio esterno alle mura del quale è rimasta una palificazione in legno perfettamente conservata.

Punto centrale e d’arrivo di tutta la visita, in questo viaggio nel tempo e in questo clima di scoperte, è la visita agli scavi tuttora in corso a Palazzo Vecchio, dove giorno dopo giorno emergono nuovi dati relativi al teatro romano, che qui sorgeva, alle sue fasi d’abbandono e di ripresa in età medievale, con la costruzione di edifici e di una strada, fino all’edificazione di Palazzo Vecchio che ha obliterato per sempre (o quasi) tutto quanto. Qui si può toccare con mano la complessa stratificazione dell’area di una città che ha avuto un’ininterrotta frequentazione dall’età romana ai giorni nostri. Non solo, ma qui il visitatore viene a contatto con quello che è nella realtà di tutti i giorni un cantiere archeologico in corso, e può così rendersi conto di cosa voglia dire fare il mestiere dell’archeologo.

Vero percorso di scoperta, “Memorie dal sottosuolo”  riesce nell’intento di rendere finalmente consapevoli i fiorentini della loro storia più antica. Chi conclude la visita ha la sensazione di essere venuto a parte di un segreto che pochi conoscono. L’obiettivo è però quello di rendere quanto più possibile pubbliche le scoperte, perché la conoscenza del proprio passato deve essere alla portata di tutti.

Finalmente si comincia a parlare di fruizione, musealizzazione e valorizzazione delle scoperte archeologiche fatte negli ultimi 20 anni e tuttora in corso. Un patrimonio, quello archeologico di Firenze, che finalmente comincia a destare interesse in una città in cui, dal punto di vista della valorizzazione dei Beni Culturali, conta soprattutto il Rinascimento.

Info: MEMORIE DAL SOTTOSUOLO. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta. Visite guidate la prima domenica di ogni mese: 4 gennaio 2009 – 1 febbraio 2009 – 1 marzo 2009 – 5 aprile 2009 – 3 maggio 2009 – 7 giugno 2009. Orari: 10-11.30; 11-12.30; 12-13.30

Costo del biglietto: 7 euro

Prenotazioni presso il Museo dei Ragazzi di Firenze:

tel. 055 2768224, 055 2768558 – www.comune.firenze.it  

http://www.comune.firenze.it/opencms/export/sites/retecivica/materiali/hp_citta/sottosuolo.pdf                               

Marina Lo Blundo

15/12/2008

 

Articoli sullo stesso argomento, trattato di volta in volta secondo diverse prospettive, sono stati pubblicati anche su archeoblog

http://archeoblog.net/2008/memorie-dal-sottosuolo-visite-guidate-a-una-firenze-inconsueta-e-sconosciuta/

e su comunicarel’archeologia http://comunicarelarcheologia.megablog.it/item/una-firenze-cosi-non-l-avete-mai-vista/category/recensioni

 

L’argomento merita perché finalmente a Firenze viene dato risalto all’epoca romana e non più soltanto al Rinascimento. Una nuova prospettiva per conoscere la città.

da domani recensioni di mostre di archeologia

visto che ho questo spazio, che non so come impiegarlo, e che però mi spiace tenerlo inutilizzato, pubblicherò qui d’ora in avanti le recensioni delle mostre di archeologia che pubblico già altrove, su archeoblog.

le metterò on line dopo che sono apparse su archeoblog, e mettendo sempre il link di riferimento, in modo che i gestori di archeoblog non si possano lamentare.

se poi si lamenteranno agirò di conseguenza.

da domani in poi, quindi, pubblicherò qui le recensioni di mostre di archeologia.