Archeologia al cinema: torna la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto

L’Archeologia va al cinema. Ed è così che dovrebbe essere: niente come l’archeologia si presta a raccontare storie, e sta solo ai registi saper mettere in scena il racconto giusto, o trovare i giusti mezzi per raccontare. Ecco perché manifestazioni come la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto sono importanti.

assegna internazionale cinema archeologico 2016

La Rassegna, giunta alla sua 27° Edizione, si svolgerà anche quest’anno a ottobre (qui il programma), e prevede una ricca partecipazione di film, in particolare dall’Italia e dalla Francia (ma non mancano partecipazioni dalla Spagna, dalla Germania, dall’Austria, da Malta, dall’India, dall’Iran, dalla Gran Bretagna, dagli USA e dal Brasile).

Tra i temi più presenti Pompei e la preistoria, italiana ma non solo. Pompei da sempre esercita un grande fascino sul pubblico: la storia di una città improvvisamente distrutta e sepolta, rimasta intatta sotto metri di lava, con la possibilità per gli archeologi di ricostruire fedelmente gli ultimi istanti di vita delle persone che vivevano nelle sue case, frequentavano le sue terme, gli edifici di spettacolo, il foro e le botteghe. Scoperta alla fine del Settecento, Pompei ancora oggi è capace di suscitare emozioni. E queste emozioni, opportunamente veicolate attraverso docufilm archeologici, possono davvero restare impresse. La preistoria è l’altro grande ambito molto rappresentato a questa edizione della Rassegna del Cinema Archeologico di Rovereto. Preistoria in Italia e non solo, approfondimenti sull’Homo Sapiens e sull’alba dell’Umanità.

Si vedranno pellicole dedicate anche all’Egitto, alle popolazioni mesoamericane, ai Romani fuori dall’Italia. Insomma: la gamma di tematiche è molto ampia e variegata, e sicuramente alcuni titoli stimoleranno la vostra curiosità.

La Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto è organizzata in collaborazione con la Rivista Archeologia Viva. Come l’anno scorso, è prevista, oltre al premio per il film vincitore, una Menzione Speciale Archeoblogger. Sono molto felice di essere stata chiamata anche quest’anno a far parte di questa giuria insieme agli altri miei esimi colleghi:

La nostra menzione riguarda i film di produzione e lingua italiana. Questo aspetto è molto interessante perché ci consente di fare il punto della situazione su un genere comunicativo che è tutt’altro che semplice, ma di forte impatto, per forza di cose.

Inoltre, durante lo svolgimento della Rassegna, terremo alta l’attenzione sui nostri canali social con l’ashtag #RICA2016 e #archeologialcinema.

In bocca al lupo ai film in lizza. Non vedo l’ora di inforcare gli occhiali, preparare i pop-corn e accomodarmi in poltrona. Silenzio in sala: che lo spettacolo cominci!

#archeoblogger #archeologialcinema

PS: l’anno scorso la Menzione Speciale Archeoblogger andò ad un bellissimo film che, indipendentemente da noi, ha poi riscosso un notevole successo: si tratta di Tà Gynakeia, Cose di donne, di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele. Ne avevo parlato qui. Vi invito a vedere intanto il trailer, e poi a cercare il film. Buona visione.

La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

La #museumweek in Italia: ma non eravamo “bradipi tecnologici”?

Ricordate l’articolo de LaStampa in cui si accusavano indistintamente i musei italiani di essere dei “bradipi tecnologici”, disinteressati alla rete e alla presenza sui social network, vecchi dentro, eccetera eccetera? Ebbene, in quell’occasione mi ero sentita chiamata in causa e mi ero giustamente inalberata, perché non è corretto fare di tutta un’erba un fascio, perché ci sono tante realtà museali in Italia decisamente attive sui social. La #museumweek che si è appena conclusa è una risposta molto importante a chi crede che i musei italiani, piccoli, medi, statali e non, siano tutti dormienti.

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù...

eh sì, la storia dei bradipi tecnologici non mi è ancora andata giù…

Come ormai vi ho detto fino alla nausea, oltre ad essere twittera di me stessa, io curo l’account twitter del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, e insieme alla mia collega Silvia Bolognesi del MAF mi occupo dell’account del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e, non senza un certo divertimento, dell’account della Chimera di Arezzo, archeostar del MAF (intervistata qui). Potete dunque immaginare che in questi giorni le mie dita hanno letteralmente preso fuoco, che la batteria del mio smartphone mi ha abbandonato più e più volte (mentre twitter mi crashava nei momenti meno opportuni) e che col pc non riuscivo a stare dietro al continuo cambio di account per rispondere da una parte e dall’altra. La #museumweek è decisamente impegnativa per il social media team di un museo; costringe ad essere creativi, a immaginare, a inventare, ad osservare, a rispondere e a coinvolgere. E la cosa, vi assicuro, non è semplice.

Nel mio piccolo mi posso ritenere soddisfatta. Mentre per il Museo di Venezia ho voluto chiedere l’autorizzazione alla direttrice Michela Sediari, sia perché non mi andava di prendere iniziative senza informarla, sia perché soprattutto so quanto lei crede nei social media (e la cosa meravigliosa è stata che lei in prima persona ha iscritto il museo alla Museumweek), per Firenze io e Silvia abbiamo agito di nostra sponte, anche e soprattutto perché abbiamo avuto già da qualche tempo carta bianca (certo nei limiti della decenza) dal Soprintendente Andrea Pessina. Ma il lato negativo di questa libertà è che lui (e non solo lui) ignora il mazzo che ci siamo fatte. Non per il mazzo in sé, non mi interessa fargli sapere che lavoro per il buon nome virtuale del museo anche fuori dell’orario di lavoro (sono ancora in quella brutta fase in cui mi diverto, per cui mi ci dedico anima e còre anche nel tempo libero), ma perché un evento di questo tipo merita di essere risaputo. Perché comunque nel nostro piccolo stiamo creando un certo network che non mi sembra di poco conto, considerato che fino a poco tempo fa non esisteva nulla e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze poco si sapeva.

A #museumweek conclusa, voglio fare delle riflessioni, raccontare come si è lavorato, cosa abbiamo voluto fare e come secondo noi ci è riuscito. Fermo restando, non per giustificarmi, ma per mettere le cose in chiaro, che i mezzi sono quelli che sono (e sono i dispositivi personali miei e di Silvia, principalmente smartphone ed eventualmente pc) e i tempi sono quelli che sono (e sono in parte il tempo libero e in parte a lavoro, con il problema che stando in sala a fare vigilanza è proprio brutto spippolare al telefonino davanti ai visitatori). Per quello che potevamo fare, secondo me abbiamo fatto miracoli. E i numeri parlano chiaro. Lo splendido grafico pubblicato da @LaMagnética sul 2°giorno di #museumweek è molto eloquente: l’Italia è stata attivissima e i musei che seguo personalmente sono presenti con un buon numero di legami con altri musei e utenti. Certo, non siamo ai livelli di Palazzo Madama Torino, che da anni lavora con i social ed è un modello da seguire sempre e comunque, ma a mio parere ci siamo difesi bene.

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Per vedere il grafico ingrandito cliccateci sopra: vi si aprirà direttamente il link de LaMagnética

Naturalmente ogni account, che sia il proprio personale, che sia di un museo, che sia di un’opera d’arte twittante, ha bisogno di approcci, linguaggi e contenuti specifici. Per cui dal mio account personale ho twittato in modo più libero, con i contenuti che più mi aggradavano e, magari, “giocando” con gli altri miei account: sì, l’interazione forse è stata falsata, visto che me la cantavo e me la suonavo, ma se con questo giochetto sono riuscita a coinvolgere altri utenti, tanto meglio! Tra @MAF_Firenze e @ChimeraMAF l’interazione e la conversazione è stata costante per forza di cose, perché l’una non esisterebbe senza l’altro, e l’altro ne esce assolutamente rafforzato. Questa simbiosi che con Silvia abbiamo creato negli scorsi mesi è proprio in occasioni come questa che fa vedere la sua forza. La creazione (non da parte nostra) dell’account dell’Arringatore, ora che è in mostra a Cortona, ci ha assicurato un ulteriore giro di interazioni quotidiane, che male non fa! E fare rete con il @maec_Cortona è senzadubbio un legame da mantenere anche oltre la mostra “Seduzione etrusca” che ha appena inaugurato (motivo per cui l’Arringatore del MAF è a Cortona).

In questi giorni sono aumentate le interazioni con i musei, ma quello che mi interessava di più sviluppare, e che comunque si è verificato, è il rapporto con il pubblico. La giornata di #museumMemories, in cui si è chiesto direttamente al pubblico di parlare dei propri ricordi, è stata bella proprio perché ha permesso a molti di rompere quel muro che c’è tra visitatore e museo. Temo invece che #museumMastermind abbia un po’ frenato la gente: la giornata chiedeva ai twitteri di rispondere a domande sui musei, sulle collezioni, sulle opere d’arte. Credo che molti si siano bloccati con la paura di dare una risposta sbagliata. Ho letto un tweet (non saprei più dire di chi e a proposito di cosa) di una ragazza che diceva “ho avuto l’ardire di rispondere“: l’ho trovato molto significativo, come se la gente avesse paura di fare brutta figura. Forse, idea per il prossimo anno, #museumMastermind lo metterei verso la fine della settimana, quando la gente ha ormai preso confidenza con i musei che segue, ci ha fatto per così dire amicizia, e quindi osa di più, senza “avere l’ardire”, ma per il puro piacere di giocare.

Se occuparmi del @MAF_Firenze è stato più facile perché ci sono di casa, occuparmi di @museoarcheoVene mi ha posto ancora più del solito problemi di non poco conto. Perché non essendo fisicamente a Venezia tante cose non le posso fare in tempo reale. Fondamentale è stata la collaborazione non solo con la direttrice del Museo, che si è messa a mia totale disposizione per rispondere alle mie domande giorno giorno, ma anche con Angelo, un mio collega assistente alla vigilanza lì a Venezia  che solitamente si occupa della pagina FB del museo, e al quale ho chiesto immagini e ricordi per poter twittare. Ne è nata una serie di twitt che hanno avuto un buon riscontro. E un twitt ispirato alle sue parole nella giornata di #museumMemories, ha suscitato la risposta più bella di sempre:

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Dovendo fare un bilancio, allora, dico che la settimana è stata positiva, ha permesso ai musei di conoscersi tra di loro e di creare una rete che spero possa mantenersi anche oltre la #museumweek. Quello di questa settimana non dev’essere un evento eccezionale, ma una buona pratica di mantenere sempre (magari con ritmi più blandi, però… 😉 ).

Certo, per Firenze mi piacerebbe tanto che si colmasse quel divario, quello scollamento, tra il museo virtuale e quello reale, ancora troppo fermo dal punto di vista della comunicazione (il guizzo del 20 marzo, di esporre il Vaso François fuori dalla sua vetrina è stato uno choc positivo dal quale non mi riprenderò facilmente). Ma, anche in questo caso, mi sembra che stiamo davvero facendo i miracoli, per cui va bene così.

Concludo ribadendo il concetto che sì, l’Italia ha risposto più che entusiasticamente all’iniziativa. La vera sfida ora è mantenersi attivi e reattivi, non lasciar cadere quanto di buono si è seminato in questi giorni. Non ritornare nel torpore generale (dal quale, comunque, molti stanno uscendo e/o sono già usciti), ma continuare così.

Un’ultimissima riflessione: attraverso la #museumweek molti musei sono riusciti a farsi conoscere da un pubblico più vasto (il @MAF_Firenze ha superato i 200 nuovi followers durante la settimana) e anch’io, nel mio piccolo, come privata, dialogando su twitter con l’uno e con l’altro tra i musei presenti, ho espresso in cuor mio il desiderio di andarli a visitare presto o tardi. E lo farò, potete starne certi. Come io ho espresso questo desiderio, che equivale un po’ a come voler conoscere di persona un amico di penna, penso che in molti l’abbiano fatto (e qualcuno l’ha proprio twittato!). Ebbene, credo che se un museo riesce a ottenere per la sua attività comunicatrice su twitter e non solo, che anche un solo follower si trasformi in visitatore, ebbene, secondo me ha raggiunto un importantissimo risultato: perché (e parlo dalla mia esperienza in un museo nazionale a Firenze) vale più un solo visitatore consapevole e interessato che migliaia di visitatori da turismo di massa che non sanno neanche dove si trovano. E’ a quel visitatore che io dedico anima e corpo le mie energie. Perché vorrei che altri le dedicassero a me.

#Bellichessiàmo: le opere d’arte twittano. Ed è moda (ed è divertente).

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In principio erano i Bronzi di Riace.

Bronzo A e Bronzo B, o meglio @a_bronzo e @bronzoB, alla vigilia della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, a novembre, si mettevano a cinguettare e lo facevano in modo alquanto bizzarro: facevano ridere, facevano battute su battute, ironizzavano su se stessi, in un botta e risposta di tweet che coinvolgeva pian piano coloro che iniziavano ad accorgersi di loro. Anch’io, appena ho iniziato a seguirli, entrata nel clima, ho cercato di farmi invitare a cena: ero sola a Paestum quella sera, hai visto mai… 😉 Poco tempo dopo si è scoperto l’arcano: guarda caso il ministro Massimo Bray ha cominciato a portare avanti una battaglia non solo mediatica per riportare i Bronzi a casa, al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dal quale mancavano da troppo tempo. Tanti temi caldi tutti insieme: un tesoro culturale di inestimabile valore, quale sono i Bronzi, appunto, un museo che aspettava di riaprire in una terra, la punta della Calabria, che non riesce ad inserirsi in percorsi di turismo culturale decenti, quindi la problematica del turismo sostenibile, problema del Sud Italia ma non solo, problema che hanno tutte le realtà che non sono in grado di fare una politica territoriale adeguata, problema che anche la Borsa di Paestum ha tirato fuori. I Bronzi su twitter hanno dato il loro contributo alla causa: l’hanno fatto con simpatia, attirando l’attenzione su di sé, su Reggio Calabria, sulle problematiche del restauro e della valorizzazione del territorio. Hanno promosso se stessi e così facendo hanno promosso e stanno promuovendo il museo che li ospita.

Poi è arrivata Paolina Borghese, pardon, @Paolina_BB, la quale, dalla sua bella dormeuse a Galleria Borghese twitta in un romanaccio coatto che fa piegare e che stride terribilmente con l’immagine di nudo perfetto, da dea classica, che Canova le conferì. E’ proprio questo il suo bello, però: è un vero personaggio, con una sua identità, che twitta, ritwitta, instaura relazioni e conversazioni, si fidanza con @a_bronzo ed è gelosa, ma al tempo stesso promuove le iniziative museali e culturali che la riguardano o che riguardano tutta Italia.

Da lì in avanti è stato tutto un fiorire di personaggi storici, opere d’arte, addirittura fossili, che hanno cominciato a twittare per promuovere se stessi e soprattutto il museo che li ospita e il contesto che rappresentano. Una vera operazione di comunicazione culturale, un po’ sui generis se vogliamo, ma perfettamente in linea con lo spirito leggero di twitter. Nasce @Cirosauro, ovvero Ciro, il baby dinosauro di 110 milioni di anni rinvenuto a Pietraroja (Benevento) e che aspira a “diventare la mascotte della bellezza del patrimonio culturale italiano”, quindi arriva, tra fiamme e ruggiti, la Chimera di Arezzo, @Chimera_MAF, che contribuisce con i suoi tweet a promuovere il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, presente peraltro su twitter con un suo account, @MAF_Firenze; sono i due aspetti diversi della comunicazione: l’uno, quello ufficiale, più serio, l’altro più farlocco, giocato su questo mostro mitologico che viene dipinto come una gattona coccolosa che vuole tanti croccantini…  Ma su Chimera ci torniamo…

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Poi è stata la volta di Lucio Vero, @LVero_Marengo, busto in argento dal Tesoro di Marengo, custodito al Museo di Antichità di Torino (anch’esso su twitter: @museoarcheTo) e a seguire, sempre da Torino, @il_Sileno, ovvero la statua in bronzo di Sileno Inginocchiato dalla città romana di Industria. Infine è arrivata @CarolCarditello, Carolina d’Asburgo, regina di Napoli che viveva nella Reggia di Carditello, recentemente tornata alla notorietà grazie all’interesse rivoltole dal ministro Bray, ispiratore inconsapevole di tutto questo movimento su twitter.

Questa nuova tendenza non è un’invenzione italiana, va detto: all’estero già da tempo esistono personaggi parlanti che fanno comunicazione per conto del proprio museo: un esempio è il sarcofago egizio di @Djehutymose che twitta dal @KelseyMuseum nel Michigan, ma altri se ne trovano, saltellando di tweet in tweet.

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Chi c’è dietro questi account? Dietro i Bronzi di Riace non lo so, sicuramente però qualcuno molto vicino ad essi, talmente vicino da poterne seguire le ultime operazioni di restauro e il trasporto al Museo di Reggio Calabria. Ma dietro gli altri si nascondono gli assistenti alla vigilanza dei musei di pertinenza delle opere. E non credo di sbagliare affermando che sono tutte donne! Insieme siamo una bella squadra, ci divertiamo e, mi sembra, divertiamo anche chi ci segue, interagendo quando possibile per creare conversazioni al limite del surreale, ma che generano allegria e interesse. Ormai l’avrete capito, dietro l’account della Chimera ci sono io, ma voglio sottolineare che l’idea non è stata mia, e che la principale attrice è Silvia Bolognesi, l’altra mia collega che con me si occupa dell’account @MAF_Firenze, nonché del blog di Archeotoscana, e che su twitter si nasconde dietro @fancyhollow. Come lavoriamo? E’ semplice: cerchiamo stimoli, cerchiamo la trovata divertente o promozionale, cerchiamo l’interazione con gli altri personaggi e con gli utenti che ci seguono. Inutile dire che bisogna avere inventiva, quel pizzico di umorismo che male non fa, spirito di osservazione e soprattutto conoscere per bene l’opera, il suo contesto, il suo museo, tutto quello che le ruota intorno. Altrimenti sono buoni tutti a interpretare un personaggio mitologico senza capo né coda. Invece il bello è proprio questo: mentre si twittano stupidaggini su croccantini e ciotole vecchie, l’occasione per buttare lì qualche notizia vera non manca, ed è lì, nascosta in quei 140 caratteri, che passa l’informazione culturale.

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Per ora, noi che siamo dietro la Chimera certo ci divertiamo molto, anche perché sembra poi che ci sia un ritorno, come se gli altri utenti in qualche modo si affezionassero a noi. Volete un esempio? Ecco qua:

Screenshot_2014-01-21-17-10-43-1Francamente non so se questo sia il più efficace dei modi di comunicazione culturale che si possono fare tramite twitter, anzi non credo. Ma male non fa, ed è un modo come un altro per sperimentare le infinite vie che un mezzo come twitter offre. D’altronde siamo tutti degli sperimentatori e ogni giorno, ogni nuovo post è un esperimento, una ricerca delle parole giuste e uno studio degli effetti che avrà sui followers. E se con anche uno solo dei nostri tweet avremo attirato qualcuno in museo, sarà stato già un gran risultato. Perché lo scopo, non dimentichiamolo, è quello…

Ostia V. Pubblicato il volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia

La copertina del volume Ostia V

La copertina del volume Ostia V

Pare che quello di oggi sia uno di quegli eventi da segnare sul calendario. E non perché la mia professoressa, Maura Medri, e una mia cara amica, Valeria Di Cola, hanno portato a compimento, e quindi presentato al pubblico, il loro volume sulle Terme del Nuotatore di Ostia, ma proprio perché finalmente Medri e Di Cola si sono prese la briga di continuare la pubblicazione di scavi realizzati negli anni ’60-’70. Scavi diretti da un giovane Andrea Carandini che (come ha ampiamente raccontato stasera) aveva appena appreso il metodo stratigrafico di Nino Lamboglia e non vedeva l’ora di applicarlo, e che aveva scoperto l’importanza della ceramica nella datazione/interpretazione dei contesti (sempre grazie a Lamboglia), segnando sicuramente un momento importante e fondamentale negli studi ceramici, e quindi negli studi sui commerci e sui traffici dell’antichità, di quegli anni, pietra miliare, per molti versi, ancora oggi.

Non entro nel merito della descrizione del lavoro, decisamente analitico, frutto di un più che meditato lavoro di riflessione, analisi appunto, sintesi e di nuovo riflessione, ripensamento e chi più ne ha più ne metta: perfezionismo? Perché no, del resto, perché se l’archeologia non è una scienza esatta ciò non vuol dire che non possa provare ad essere verosimile. Valeria Di Cola si è occupata di un lavoro non da poco: l’analisi stratigrafica: perché sì che Carandini ha applicato il metodo stratigrafico di Lamboglia, magari adattandolo alle sue esigenze specifiche, ma sicuramente non era il metodo stratigrafico attuale, con cui Valeria si è formata, con cui noi archeologi di oggi siamo ormai abituati a confrontarci. Quindi, per dirla con le parole della Di Cola, lei, ultima arrivata (è più giovane di me, fate voi!) su un cantiere che aveva visto il passaggio di così grandi e così tanti uomini illustri (che all’epoca ancora non sapevano di poter diventare tali), ha dovuto compiere “uno scavo nella testa” di quelle persone, interpretare le loro intuizioni, segnate sui giornali di scavo e segnate sulle planimetrie e sui prospetti. Non dico niente di nuovo agli archeologi che mi leggono: se prendete in mano una documentazione che non avete realizzato voi, sicuramente la troverete lacunosa e insufficiente. Ecco, nella stessa situazione si dev’essere trovata Valeria (solo che non lo poteva dire e nemmeno pensare, immagino, visto che lo scavo era diretto da Carandini…).

Il lavoro a questo punto diventa doppio, ma conosco Valeria, e infatti ce l’ha fatta. Conosco anche Maura Medri, che ha curato la parte interpretativa, e infatti anche lei ce l’ha fatta.

Carlo Pavolini, chiamato a presentare il volume, ha ripercorso l’indice del volume e insieme la storia, complessa, decisamente complessa, dell’edificio, fornendo sempre dei rimandi con l’urbanistica di Ostia. Forse l’intervento più interessante e descrittivo. Del resto, chi meglio di lui poteva calare le Terme del Nuotatore nel contesto cittadino di Ostia Antica? Per chi non lo sapesse, infatti, è autore sia de La vita quotidiana a Ostia, per Laterza, che della Guida Archeologica di Ostia sempre della Laterza. Non è proprio l’ultimo arrivato, ecco.

Patrizio Pensabene era invece più concentrato a proporre se stesso, i suoi lavori e le sue ipotesi che a parlare di Ostia V: Patrizio mio, non ne hai bisogno, davvero, la giornata non è la tua, i tuoi lavori li proporrai in un’altra occasione! L’unica cosa utile, il suo insistere sull’orientamento inconsueto dell’isolato in cui sorgono le Terme del Nuotatore, dovuto ad una viabilità preesistente parallela alla via Laurentina. Gli studenti in sala hanno senz’altro ringraziato, effettivamente.

Janet DeLaine, molto polite nei modi, dice una cosa importante (soprattutto perché detta da lei): questo lavoro segna una svolta, è già un punto di riferimento per i futuri studi sulle terme da parte di chiunque, sia per il metodo che per i risultati e le interpretazioni discusse. Non mi sembra poco.

Clementina Panella, alle Terme del Nuotatore sin dalla prima campagna di scavo, sottolinea il lavoro di ricostruzione degli ambienti che è stato fatto, e chiude con una battuta provocatoria: sì, la pubblicazione delle Terme del Nuotatore arriva dopo molti, troppi anni, ma il lavoro che è stato pubblicato oggi, così completo e analitico, non sarebbe stato possibile all’epoca. Per cui, forse, meglio così.

Fa eco la Medri stessa, che ribadisce lo stesso concetto: questo volume non avrebbe potuto essere pubblicato prima, ma neanche dopo: è il frutto meditato di uno studio di anni, che anno dopo anno si è arricchito di nuove suggestioni, di nuovi confronti, di nuove riflessioni e di nuove domande, che sono alla base di ogni ricerca archeologica. E anche oggi, tra l’altro, io personalmente, avrei giurato di vedere la Medri e la Di Cola, sedute accanto, discutere di qualche dato da incasellare in modo ancora più chiaro. Una cosa mi è piaciuta del breve intervento di Maura Medri: la sua idea del concetto di “determinazione”. Senza determinazione non si va da nessuna parte. Sarà che sono sua allieva, sarà che sono sua allieva proprio perché c’è qualcosa in lei che mi piace, ma il suo concetto di determinazione è il mio e, se posso permettermi, in questo frangente particolarmente oscuro, la determinazione dovrebbe essere la nostra arma per vincere le nostre battaglie. A partire dal #riconoscimento della professione, per esempio.

Nino Lamboglia, l’inventore del metodo stratigrafico in Italia fin dagli anni ’40 del Novecento

Naturalmente, l’intervento che, nel bene e nel male, mi suscita più riflessioni, è senza dubbio quello di Andrea Carandini. L’archeostar per antonomasia si è lanciato in un amarcord che certo non ha lasciato indifferente l’uditorio (soprattutto gli studenti, sui quali il mito vivente già aleggia – quelli più anziani e sgamati se ne stanno sganciando, se dio vuole). Personalmente, da sentimentale quale sono, ligure fin nel midollo importata a Firenze, ma pur sempre della West Coast, che ha passato buona parte dei suoi anni da archeologa da campo a scavare laddove era già passato Lamboglia (Area del Gas a Ventimiglia, Ville della Foce e di Bussana a Sanremo, Costa Balenae, SS. Nazario e Celso a Diano Marina, Battistero di Albenga), sentir parlare in termini così elogiativi di “Nino” come maestro, come inventore di un metodo, quello stratigrafico, e come intuitore dell’importanza della ceramica nella comprensione e nella datazione degli strati e degli scavi in generale, beh, mi ha fatto gonfiare il petto di orgoglio! Sentir nominare la cara Albintimilium, la Ventimiglia romana, dove ho scavato a più riprese, decenni dopo Carandini, con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, mi ha fatto sentire parte di qualcosa di grande e d’importante. E, a differenza di molti dei presenti, sapevo di cosa Carandini stava parlando. Che non è poco. Poi che dire? Carandini è sempre troppo autocelebrativo, ha cominciato a usare il plurale majestatis a un certo punto, ha parlato di guerre tra fazioni opposte dell’archeologia italiana (romana) che perdurerebbero ancora oggi, che non mi stupiscono e che non fanno notizia, francamente, ma che affascinano le giovani menti dei giovani futuri archeologi (che così fin dall’inizio si convincono di far parte di un sistema sbagliato e quindi forse si adattano ad essere vittime del sistema: a voi dico “No! Non dev’essere così! Determinazione dev’essere la vostra parola d’ordine!”).

Che altro? Segnalo un siparietto che mi riguarda: a fine presentazione, mentre chiacchieravo con Daniele Manacorda della mia tesi di dottorato, sento appressarsi una figura di un certo spessore: è Carandini, nientemeno, il quale si interessa dello stato di salute di Manacorda. Pensavo di aver visto tutto e invece arriva anche Giuliano Volpe – al quale vorrei urlare “Ehi, piacere, la seguo su Twitter!”, ma per ovvi motivi mi manca il cuore – che si unisce all’allegra combriccola che sfotte bonariamente l’incidente occorso a Manacorda. Penso che un momento così non ritornerà mai più. Che c’entra, io sono totalmente trasparente a loro in questo momento, ma non importa, il bello è che se 10 anni fa mi avessero detto che mi sarei seduta accanto a Manacorda a discutere del mio dottorato semplicemente avrei riso loro in faccia, se mi avessero detto che mi sarei trovata nella stessa stanza con lui e Carandini idem! E invece le cose cambiano e la determinazione, quella stessa che diceva Maura Medri, fa sì che esse si trasformino.

Questo è il mio commento alla giornata e il mio consiglio ai giovani d’oggi: la parola d’ordine è determinazione. Non arrendetevi, provate, provate e provate. Non diventerete dei Carandini e troverete dei Carandini ad osteggiarvi o semplicemente a non considerarvi, troppo impegnati a promuovere se stessi, ma non scoraggiatevi. Non subito, per lo meno. Voglio riportare, e spero che mi perdonerà per la lesione della sua privacy, lo stato che ha messo su fb un giovane studente de La Sapienza (Ei fu RomaTre):

E poi tra tanti mostri sacri del tuo campo che parlano, si confrontano, si scambiano idee, raccontano aneddoti ed esperienze – e tu in quel momento hai l’ennesima conferma sul fatto che abbiano fatto un pezzo (e che pezzo!) di storia – ti chiedi: potrò mai anche solo sperare di fare una piccola parte di quanto hanno fatto loro?speranzoso.

Fa tenerezza, e anche un po’ rabbia, forse, perché vorresti che i giovani si sentissero meno oppressi dal peso dei loro “maestri”, ma che il sistema è ancora troppo incardinato in questo modo perché le cose possano cambiare. Forza ragazzi, alzate la testa, tanto i professoroni fuori dall’Università non ci sono ad aiutarvi!!!

Infine, una piccola, spero, riflessione, in forma di dialogo, che non vuole togliere nulla alla pubblicazione di Ostia V, ma che risponde a tematiche attuali e a me care. Questo dialogo, che è reale (cambieranno forse alcuni congiuntivi) l’ho avuto giusto l’altroieri con un mio amico, non archeologo, il quale mi chiedeva cosa andavo a fare a Roma:

– Vado alla presentazione del libro della mia Prof. su delle Terme di Ostia Antica: le ha studiate per una vita, ora le pubblica.

– Ah, ma che libro è? Voglio dire, è difficile o è per tutti?

– Eh, no, è difficile, anzi, piuttosto “cattivo”, molto molto analitico.

– Ah, quindi una cosa solo per voi archeologi. Ma non era meglio fare un libro adatto a tutti?

– Beh, per ogni scavo che si fa bisogna fare una pubblicazione scientifica dei dati, che sia il più analitica e precisa possibile e che possa essere un’ottima base di studio per gli studi futuri e quindi, sì, anche per le pubblicazioni di divulgazione, “per tutti”

– Ok, però secondo me dovrebbe essere prevista fin dall’inizio oltre alla pubblicazione scientifica anche una pubblicazione più divulgativa, “per tutti”.

Meditate, gente, meditate: perché si torna sempre lì: perché il nostro lavoro non rimanga fine a se stesso, dev’essere tradotto anche, non solo, in un linguaggio che sia accessibile ai più. Ed evidentemente, non siamo solo noi del settore, a dirlo, ma la domanda viene anche da fuori…

Gli Horti Pompeiani al Giardino di Boboli

Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!

Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.

Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.

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I giardini della Casa dei Pittori e della Casa dei Vettii

Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.

Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.

Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.

Marina Lo Blundo

Questo articolo è pubblicato anche su Archeoblog

l’arco dei Gavi torna all’antico splendore. Merito anche mio?

l’anno scorso la rivista Archeologia Viva aveva pubblicato una mia lettera nella quale denunciavo un caso di degrado e cattiva conservazione ai danni di un monumento importante nel centro di una città d’arte com’è Verona, ovvero l’Arco dei Gavi. Questi alcuni tratti della mia lettera:

Egregio Direttore, un caso di vandalismo ai danni di un monumento archeologico in cui mi sono imbattuta a Verona mi fa riflettere sulle carenze della comunicazione archeologica.

Si tratta dell’Arco dei Gavi, un raro esempio di monumento onorario dedicato a privati cittadini, la gens Gavia, costruito nel I sec. d.C. lungo la via Postumia. Una delle due facce principali in bella pietra bianca veronese è stata imbrattata dalle firme di writers che vi hanno visto niente più che un ottimo sfondo.
è un atto che può suscitare scandalo, ma ancora di più lo suscita l’assenza dell’Amministrazione, che in un una città d’arte come questa immaginavo sensibile al buono stato del patrimonio.
L’Arco, che sorge vicino a Castelvecchio e che quindi, tra l’altro, si trova lungo un percorso frequentato dai turisti, non è neppure segnalato. L’atto dei writers rivela ignoranza, ma la disattenzione del Comune come la dobbiamo chiamare?

Non è possibile che una comunità  viva accanto ai propri monumenti senza la minima informazione. In questo modo si vedono solo degli oggetti, degli spazi, che il cittadino percepisce come “non suoi”, come bene rileva Andreina Ricci nel suo libro “Attorno alla nuda pietra”. Il quadro che l’archeologa presenta per Roma si adatta benissimo a tutta la realtà italiana, costellata di siti recintati e sconosciuti ai più, di monumenti estranei a chi vi passa accanto ogni giorno.

Marina Lo Blundo
Progetto “Comunicare l’archeologia”
http//megablog.it/comunicarelarcheologia

ed ecco la risposta:

Cara Marina, approvo in pieno le sue considerazioni e deduzioni. Il rispetto ambientale – che si parli di natura o di monumenti poco cambia – può scaturire solo da una permanente azione educativa.
Non esiste coscienza senza conoscenza.
Non si rispetta – come hanno fatto i nostri writers – quello che non si capisce. 
è chiaro che per avere buoni allievi occorrono buoni insegnamenti, ovvero un sistema informativo ben congegnato, fatto di scuola capace, di media sensibili, strutture sociali attente e, certo, di segnaletica capillare.

La Redazione di Archeologia viva

Oggi, dopo quasi un anno dalla pubblicazione di quella lettera, vengo informata da un mio corrispondente a Verona, il cui blog è www.veja.it, del fatto che i Carabinieri hanno condotto un’indagine che ha portato all’identificazione dei responsabili delle scritte sui monumenti, compreso l’arco dei Gavi. Ecco la notizia:

DANNEGGIAMENTI. I carabinieri di Grezzana e Verona hanno chiuso un´operazione iniziata nel mese di gennaio
Scritte sui palazzi, venti «graffitari» denunciati
di Fabiana Marcolini
C’è scritta e scritta. Da quella che esprime il disappunto politico, al messaggio d´amore condiviso, dal murales alla firma del gruppo che ha il duplice scopo di far sapere che di lì è passato e, soprattutto, che esiste. Il tutto a scapito, troppo spesso, di mura con valore storico e artistico, come l´Arco dei Gavi o il monumento dedicato a Lombroso su cui campeggia la scritta «amen». Una, dieci, circa un centinaio le sigle che da almeno due anni compaiono su palazzi, muri, case abbandonate, in centro storico come in periferia e nelle scuole. Da Grezzana, comune della Valpantena da cui è partita l´indagine, fino a San Zeno e allo stadio passando al setaccio quasi ogni via della città. «Valpantena writers», così si chiama l´operazione che all´alba di ieri ha portato i carabinieri in 20 abitazioni per sequestrare bombolette, pc, quaderni e disegni, non è ancora finita. Ieri pomeriggio altre perquisizioni, tre, e altrettante denunce per danneggiamento aggravato.
Undici sono i minorenni mentre nove gli studenti che hanno compiuto i 18 anni, da qui l´interessamento sia della procura scaligera che di quella del tribunale dei minori e i decreti di perquisizione e sequestro sono stati firmati rispettivamente dalla dottoressa Giulia Labia e Rossella Salvati. Ma non è escluso che così come la «firma sul muro» è un fenomeno diffuso, anche il numero dei writers denunciati sia destinato ad aumentare.
Un centinaio le tags (ovvero le sigle) fotografate negli ultimi tempi dai carabinieri di Grezzana. Già perchè iniziò tutto con l´imbrattamento delle pareti delle case accanto alla caserma. «Una tipica attività di stazione che si è tradotta con l´osservazione puntuale del territorio e che è stata sollecitata dall´aumento esponenziale della presenza di scritte», è stato sottolineato ieri durante la presentazione dei risultati dell´operazione. Un percorso di sigle di cui i militari hanno individuato un capo, per mesi gli sono andati dietro fotografando scritte, catalogando sigle fino ad arrivare ad isolarne 98: solo 32 di queste sono state identificate. E «scremando» i carabinieri sono riusciti ad identificare 7 gruppi di writers (crew). Gruppi omogenei per età, tra loro anche due ragazze, ma pur avendo sigle diverse non ci sono contrasti: quel che conta è lasciare il segno. Per questo in almeno 9 punti della città sono presenti più di dieci scritte nello stesso posto. Una sorta di riaffermazione della loro esistenza.

ARCO DEI GAVI. Rappresenta la «lavagna» sui cui hanno scritto tutti. Uno scempio, una sfida resa ancor più allettante, probabilmente, dal fatto di essere monitorato e ripulito costantemente, ma a spese dei contribuenti. Lo stesso vale per villa Pullè, ormai in uno stato di degrado vergognoso: i ragazzi conservavano tutto, comprese le pagine dedicate ai writers apparse sui quotidiani. E da lì, fotografia dopo fotografia i carabinieri sono arrivati a stilare una sorta di catalogo dei gruppi: 1400 immagini, di queste 700 hanno permesso di stabilire le «appartenenze» anche se restano ancora da identificare 66 tag e 6 crew. Individuati anche i probabili autori delle scritte sul cancello del sindaco Tosi, a Grezzana.
Loro, i ragazzi, conservavano tutto: oltre alle bombolette spray, naturalmente, anche i quaderni con i bozzetti dei disegni che rifacevano sui muri, lo studio delle scritte, perchè sono tutte diverse. E ognuna deve assumere una propria dignità. Quella del gruppo.

è un segnale senz’altro positivo, questo. Significa che se si porta all’attenzione dell’opinione pubblica un caso eclatante come può essere questo, allora le cose si muovono. Significa che si può effettivamente fare qualcosa per il nostro Patrimonio.

Ringrazio il mio corrispondente veronese ancora una volta per avermi segnalato questa notizia, e prima ancora per averle dato un grande spazio sul suo sito web www.veja.it  

sono usciti i quesiti del concorso MIBAC

Sono finalmente usciti i tanto attesi 4000 quesiti che il MIBAC aveva preannunciato a tutti i troppi iscritti al concorso epocale per 500 posti di assunzione nelle strutture periferiche del ministero dei beni e attività culturali.

Inizia così lo studio dei quiz sul modello dei quiz della patente, con domande anche improponibili che spaziano dalla storia (e va bene), alla geografia, all’italiano (e anche queste vanno bene), all’informatica (che se ne fa un custode di sapere chi ha inventato Linux?), alla matematica e alla logica (ma perché un custode dovrebbe saper risolvere un’equazione?). seguono poi educazione civica, scienze e inglese.

I 4000 quesiti hanno tutti indicata la risposta esatta, per cui chi aveva sparso la voce che ce la saremmo dovuta cercare noi si è sbagliato, per fortuna.

L’appuntamento è tra meno di un mese con questa prima prova preselettiva. in bocca al lupo.

per ogni info aggiuntiva, il sito del MIBAC offre tutti i ragguagli necessari.