Un graffito che fa più danno di un crollo…

Ad Andora, ridente località della Riviera Ligure di Ponente (SV), la domenica è stata funestata dall’amara scoperta di un graffito enorme, anche bello a vedersi (!) sul muro della facciata della duecentesca chiesa romanica dei SS. Giacomo e Filippo. La chiesa è un monumento culturale fondamentale per la Liguria tutta, perché è una delle chiese romaniche meglio conservate della regione e perché sorge al vicino castello, anch’esso duecentesco, spesso oggetto di studi e di rilievi archeologici, anche recenti, da parte degli archeologi medievali liguri.

Andora-chiesa_santi_Giacomo_e_Filippo1.jpg

La notizia è di quelle che fa accapponare la pelle: un gruppetto di ragazzi, writers per vocazione, fa la bravata, decidendo che tra il fare un graffito sul muro di casa propria e su quello della chiesa di Andora forse è meglio la seconda scelta, fa più scena, si vede meglio, o forse no, invece, è più nascosta perché sta in collina… in ogni caso complimenti ragazzi: siete riusciti a far parlare di voi, e a far parlare di un problema di degrado che non è strutturale, per una volta, ma è sociale.

Qui di seguito dò il link all’articolo che ho scritto a proposito sul blog/rivista Indirizzi Visuali

http://www.indirizzivisuali.it/wordpress/2012/02/12/un-graffito-che-fa-piu-danno-di-un-crollo/

Voglio aggiungere solo che già qualche anno fa, il 2007, forse, o il 2008, durante una gitarella a Verona mi ero imbattuta nell’Arco dei Gavi totalmente deturpato da orribili graffiti – quelli davvero brutti – e avevo scritto una lettera ad Archeologia Viva per rendere pubblico il danno e per chiedermi, e per chiedere, se il problema non derivasse dalla scarsa conoscenza che gli autori hanno del proprio patrimonio culturale. Questa volta il discorso torna alla grande, forse si arricchisce anche di un valore antireligioso sul quale però non è questa la sede per ragionare, e ripropone il problema dell’ignoranza del proprio passato e del valore dell’identità culturale da parte delle nuove generazioni, adulti che domani saranno chiamati a proteggere quel patrimonio che oggi ignorano e non rispettano. La cosa, francamente, mi fa rabbrividire oggi ad Andora come ieri a Verona, e mi fa vedere che manca a livello di istituzioni e non solo la volontà di trasmettere una coscienza sociale che faccia amare e rispettare il proprio passato. L’ignoranza è una brutta bestia, certo, e come tale va domata e combattuta. Altrimenti fa danno, e il caso di Andora ne è un esempio.

 

ora mi incazzo

Ora mi incazzo. Perché? Guardate qui:
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-6c049a95-c19e-4e3f-be83-bac7eb664daa-tg2.html#p=2

Trattasi di servizio andato in onda al tg2 dell’11agosto (edizione serale, la più seguita), nel corso del quale si sponsorizza l’attività di un gruppo archeologico che scava a Cerveteri. Sin qui niente di male, ma é quando la giornalista dice, con un tono inequivocabile “loro non sono pagati per scavare, loro sono volontari che dedicano parte delle loro vacanze all’archeologia” che io mi incazzo. Perché tra i volontari c’é un dentista che fa l’archeologo per passione mentre io non mi sognerei mai, per passione, di svolgere la sua professione, per esempio; ma mi incazzo ancora di più perché ancora una volta, nonostante gli sforzi fatti dai colleghi precari e militanti di tutta Italia per far valere le proprie ragioni, per far riconoscere la professione, si fa un enorme passo indietro, proprio quando (mi) sembrava che finalmente qualcosa si muovesse. E invece niente. Prevale il luogo comune, prevale la musichetta di Indiana Jones cui gli archeologi (veri) sono allergici da anni, prevale il pressapochismo e l’ignoranza di chi pensa che andare su uno scavo o andare al mare sia la stessa cosa.
Mi cascano le braccia. Uno fa degli sforzi, cerca nel suo piccolo di sensibilizzare l’opinione pubblica e cosa ottiene? Un branco di esaltati premiati perché lavorano gratis! Non va bene, non é giusto. E sia chiaro, non ce l’ho col dentista che gioca all’archeologo (sono intimamente convinta che se il mio dentista avesse fatto l’archeologo io ne avrei tratto vantaggi), ma col tg2, che dà un’immagine distorta e zuccherosa dell’archeologia, un’immagine che niente ha a che fare con la realtà. Una notizia falsa, insomma, di cui l’archeologia in Italia non ha proprio bisogno. Perché il succo del problema é questo: quella dell’archeologo ancora non é riconosciuta come una professione. Anni di sforzi per richiedere un albo e cosa otteniamo? Che può giocare all’archeologo chi é iscritto effettivamente a un albo. A quelli dei dentisti, però.

Il Salone del Libro e la “madalonizzazione” della società

A vederla sembra una candid camera, vittime alcuni esponenti del jet-set culturale italiano: il sedicente Manuele Madalon, giovane scrittore alla sua prima opera letteraria pubblicata, si aggira per il Salone ad acchiaappare volti noti della cultura italiana – quella fatta di volti che vivono in TV, che fanno e che vivono di audience – chiedendo loro un parere de visu sul suo libro che, a sentire lui, costoro avrebbero letto inviando pure un parere (evidentemente nel mondo dell’editoria funziona così? Ammetto la mia ignoranza di tali pratiche). Sgarbi ritiene il libro “misterioso” e interessante, Faletti sostiene che gli è piaciuto “l’insieme” dei fatti narrati e dell’ambientazione, la Dandini, che è l’unica che fa palesemente capire di non avere idea di chi si trova davanti, però prova a sfangarla con un banale ma quasi convincente “m’è piaciuto!”; un altro ancora mette in guardia il nostro autore dai rischi insiti nel primo libro di un autore alle prime esperienze: “si vede quell’ansia che è tipica dell’opera prima, quella voglia di volerci mettere dentro tutto..”.

Peccato che Manuele Madalon non esista. Peccato che non esista neanche il libro che Sgarbi&Company dovrebbero aver letto. Esiste però un atteggiamento comune, che è quello, caro alla nostra società, di non voler far vedere che non si conosce qualcosa o qualcuno, soprattutto quando questo ha a che fare con il mettere in discussione il nostro livello culturale. Mi stupisce che nella trappola sia cascato uno come Sgarbi: non me lo facevo con la coda di paglia, lo immaginavo più diretto, e talmente superiore ad un giovane esordiente da potersi permettere di liquidarlo dicendo la verità, ovvero “non so chi tu sia, non ti conosco”. Invece no, perché in un mondo come quello in cui viviamo, soprattutto al livello di Sgarbi (dico Sgarbi per dire chiunque delle vittime sopracitate), la cultura è mediata da chissà quali interessi economici e pubblicitari tali da costringere un personaggio pubblico/uomo di cultura a dover fingere di conoscere, per poter continuare a far parte di quel mondo.

Questo il link al video della candid camera e del successivo commento riportato da booksblog:

 http://www.booksblog.it/post/7636/il-fenomeno-manuele-madalon-spopola-il-rete-il-finto-scrittore-che-smaschera-leditoria-italiana

La “madalonizzazione” della cultura è, in assenza di un termine più appropriato nella lingua italiana che rappresenti il fenomeno, il neologismo coniato apposta per descrivere quella che è una tendenza latente in ognuno di noi. Andrea Bajani, scrittore di cui – devo ammetterlo in un contesto come questo – non sapevo neanche l’esistenza fino a che non l’ho sentito parlare nel video di cui ho fornito il link, dipinge un affresco ben chiaro a ciascuno di noi: quante volte il vostro interlocutore inizia la frase con “come tutti sanno” e la prosegue con una citazione che non è detto che tutti sappiano. Lui la fa, magari, per darsi un tono, tu che l’ascolti ti senti obbligato ad annuire con sguardo d’intesa, per dimostrare che effettivamente sei fra quei tutti che sanno. Immaginiamo allora questa banale scenetta quotidiana amplificata al mondo dell’industria della cultura: perché è la pubblicità l’anima del commercio e se tu non hai letto quel tale libro sei out. E se la casa editrice deve lanciare un nuovo autore, di cui nessuno sa nulla, basterà scomodare qualche grosso personaggio di cultura italiano che convincerà te, lettore, con un suo parere positivo. 

La madalonizzazione della società non riguarda solo l’editoria, ma tutto l’universo culturale che ci circonda, dall’arte al cinema al teatro ai musei all’archeologia. Alla politica. La provocazione, decisamente intelligente e d’impatto, ci dice “Il re è nudo“, ci fa riflettere su un nostro modo di comportarci che usiamo in tante occasioni per salvare le apparenze, e che può avere però effetti nefasti nel momento in cui esso viene applicato all’interno dell’industria culturale.

Ci vorrebbe più autenticità, e più umiltà da parte di tutti. Questo serpente che si morde la coda – non so chi tu sia, ma devo fare finta di conoscerti e dato che sono un personaggio pubblico il mio parere ha un peso che si ripercuote positivamente su di te in termini di pubblicità ed economici, in quanto la gente acquisterà una tua opera se glielo dico io perché si fida di me, anche se io, ripeto, non so chi tu sia – è alla base del moderno modo di girare dell’economia culturale. Teniamo gli occhi aperti, e ringraziamo gli organizzatori di questo “scherzo” che, nella cornice adattissima del Salone del Libro – evento che io ritengo fondamentale per la cultura italiana – ci hanno fatto riflettere ancora una volta su quanto sottile sia il confine tra Cultura e industria culturale: a quest’ultima, con i suoi compromessi e le sue gaffes, non dev’essere permesso di affossare la cultura con la C maiuscola.

da Repubblica.it del 21.09.2010 un nuovo articolo sui custodi dei musei statali

Si continua a parlare di noi. Nel bene o nel male siamo, volenti o nolenti, sulla bocca di tutti. Questo l’articolo pubblicato ieri da Repubblica.it:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/09/21/news/vigilantes_laureati_musei-7267311/?ref=HREC2-6

Cito dal testo alcuni stralci, commentandoli:

“Peccato che, al primo concorso interno, le sale si svuoteranno di nuovo: perché i “vigilantes-dottori” cercheranno di fare una progressione di carriera verso il posto per cui hanno studiato anche dieci anni. Con buona pace dei semplici diplomati, che si sono visti superare al concorso dai candidati super ferrati.”

Naturale, direi: questo concorso è stato il naturale trampolino di lancio e anzi, speriamo che al più presto vi siano delle progressioni perché se qualcuno può storcere il naso a leggere che noi “vigilantes-dottori” come veniamo definiti vogliamo scappare dalle sale per andare a fare qualcosa di più stimolante e adatto alla nostra qualifica, venga a passare una giornata di lavoro in museo a Firenze, e capirà due cose: 1- per la “mole” di lavoro che si deve fare se la possono cavare benissimo da soli; 2- lobotomizzarsi il cervello per 6 ore di fila su una sedia o avanti e indietro per la sala è una tortura cinese peggio della goccia d’acqua per chi sa che potrebbe impiegare meglio il suo tempo.

“turni in sala e sicurezza, tanto che i neoassunti fanno anche un corso per il pronto intervento in caso di incendio.”

Un corso antiincendio? MAGARIIIII!!! E invece no, non se ne parla, non sappiamo come si aziona un estintore, né tantomeno quali sono le uscite di sicurezza. Non sappiamo neanche chi chiamare in caso di emergenza e non sappiamo cosa fare se qualche utente si sente male. La normativa sulla sicurezza l’abbiamo dovuta studiare per il concorso, ma ora pare totalmente disattesa. Sapete qual’è la cosa buffa? Che gli ispettori per la sicurezza vanno a fare i controlli alle ditte edili, private, e fanno loro il culo se non hanno tutto, e dico tutto in regola, ma da noi, nello Stato non ci vengono, e se vengono non dicono bau. Bel modo di lavorare, sì!

La situazione non è rosea. Lo so, abbiamo fatto un concorso da custodi e tale lavoro dobbiamo fare. Ma aldilà del fatto che il nostro ruolo è quello di Assistente alla vigilanza e non di addetto, presupponendo quindi una serie di altre mansioni che non ci vengono fatte fare, resta il problema che non esiste una direttiva chiara da Roma sul ruolo e sulle mansioni da farci ricoprire. La nostra specifica prevede una serie di mansioni che puntualmente vengono disattese. E la cosa più umiliante è che proprio perché non esiste una direttiva siamo alla mercé della più conveniente interpretazione da parte del soprintendente di turno. Così girano le palle ogni volta che, confrontandoci con colleghi in altri musei statali scopriamo che sì, stanno in sala anche loro, ma possono anche fare altro, come ad esempio creare pannelli e attività in vista delle giornate europee del patrimonio che si terranno a giorni.

Questo è tutto, per ora. Arrivederci alla prossima puntata.

Ottime notizie per i tombaroli! Arriva il condono sui Beni Archeologici

Ottime notizie per tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti! Così scriveva nel 2004 Salvatore Settis dalle pagine di Repubblica scagliandosi contro la proposta della parlamentare Carlucci dell’allora Forza Italia, che voleva proporre un condono, una sanatoria per chi possiede beni archeologici mai denunciati. Per beni archeologici mai denunciati si intendono collezioni di monete antiche, statue e sculture in genere, siano esse in pietra, in terracotta, in marmo, in bronzo, vasi antichi, siano essi in bucchero, ceramica attica a figure nere e/o rosse, anfore e vasellame di età romana, ecc., gioielli antichi – collane, pendenti, orecchini, fibule, torques -, gemme e cammei, devo continuare? Tutto ciò che proviene dal sottosuolo italiano e che sia di dubbia provenienza, ovvero non sia possibile accertarne il possesso da prima dell’entrata in vigore della legge del 1909, che per prima sancì che il possesso di tutto ciò che viene trovato sottoterra è dello Stato, ebbene, tutto ciò rientra nella categoria dei beni archeologici mai denunciati.

Poverini i collezionisti di antichità clandestini, costretti a vivere nell’ombra e nell’ombra costretti a godere della propria collezione. Mi viene in mente ad esempio la triste vicenda di quel collezionista di Serrapetrona, nelle Marche, morto da solo in casa nel suo personale museo perché temeva che si scoprisse il suo tesoro. Poverini i tombaroli, costretti a prendere tutte quelle precauzioni per non farsi beccare con le mani nel vaso non di marmellata, ma di Euphronios! Ma oggi forse non dovranno più temere, potranno uscire alla luce del sole! Perché di nuovo si torna alla carica, con una nuova proposta di condono che chiede ai collezionisti di denunciare il posseduto e di pagare una multa, così in cambio potranno tenersi il vaso che gli piace tanto. 

Qui la notizia, segnalatami, come sempre, da Lorenz:

http://www.repubblica.it/economia/2010/06/29/news/condono_beni_archeologici-5237458/?ref=HREC1-5

Vorrei capire il senso di questo condono: al governo c’è qualche collezionista che sente odore di Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che gli alitano sul collo? Si pensa così di risanare le povere casse dello Stato o del MiBAC? Aldilà del fatto che non credo che sarebbero molti i collezionisti pronti a pagare una multa che ammonta ad un terzo del valore dei beni da loro posseduti, non vedo efficace questa norma nella lotta al traffico illecito di beni culturali, non solo archeologici. Non solo, ma vanificherebbe il lavoro dei Carabinieri e dei Finanzieri coinvolti nella caccia ai traffici clandestini. Mi immagino costoro che indagano sulla ricerca dell’antico vaso, e stanno per prendere finalmente, dopo molto dispendio di tempo, energie e risorse, il famigerato collezionista clandestino il quale, all’indomani della legge si fa condonare pagando la multa e dice “tiè” agli inquirenti. Non è un bel gesto. E in questo modo poi cosa si fa? Nei confronti di musei e istituzioni straniere intendo: si condona anche a loro? Si va dal signor Paul Getty e gli si dice “Guarda, tu hai beni archeologici italiani per un valore di 100 milioni di euro: dacce li sordi“?. Questa proposta di legge mi lascia molto, ma molto perplessa.

Rimane allora l’antica vecchia idea, che sorge sempre sugli scavi quando lavi i troppi coccetti insignificanti di pareti di ceramica comune che sembrano non finire mai: perché non mettiamo su una bancarella fuori dallo scavo su cui vendiamo questi inutili frammentini? Almeno tiriamo su qualche soldo senza fare danni al patrimonio archeologico e possiamo autofinanziarci la campagna di scavo! La gente acquisterebbe sicuramente un coccetto ricordo dello scavo vicino a casa sua, non farebbe danno alla ricerca scientifica (naturalmente a meno che lo scopo dell’indagine non sia quantificare i framenti di parete di ceramica comune, questo è ovvio) e farebbe anzi un’opera meritoria: ve l’immaginate? Magari con quei soldi si potrebbe dare un obolo di partecipazione ai ragazzi volontari sugli scavi universitari, oppure si potrebbe fornire loro adeguata strumentazione, che è sempre troppo poca, oppure si potrebbe pagare la benzina per gli spostamenti. eh? non sarebbe poi così male!

Io la proposta l’ho fatta (in realtà è di Lorenz, ma la condivido in pieno). E adesso non datemi addosso perché ho espresso quest’opinione: non mi sembra molto peggio del condono che il nostro governo vuole approvare…

 

Se avete a cuore questo problema, e volete far sì che l’archeocondono non abbia luogo nè domani nè mai, firmate la petizione che dice NO ALL’ARCHEOCONDONO!

http://www.petizionionline.it/petizione/appello-contro-larcheocondono/1591

citando il MiBAC, la cultura è di tutti, partecipa  – e salvaguardala – anche tu!!

Il boccone amaro del custode

Qualcuno potrebbe dire “Ma che cavolo ti lamenti? Hai vinto il concorso? Sì, sei entrata in servizio? Sì, e allora che cacchio pretendi?”

Rispetto.

Sì, pretendo rispetto per me e le mie colleghe, neoassunte come me, che come me hanno dato l’anima per vincere il concorso e che, come e più di me, sono persone titolate e altamente qualificate che potrebbero aspirare a ben altro. Il rispetto che pretendo non è quello dei colleghi, non è quello dei visitatori del museo. Pretendo rispetto dai miei superiori, in particolare dal Superiore dei superiori, colui che pur sapendo da dove veniamo ha deciso ugualmente di farci fare i meri custodi, nonostante il profilo nel quale siamo stati assunti indichi anche altre più stimolanti competenze.

Nulla contro il ruolo del custode: lo svolgiamo con dignità e con la serietà che richiede, anzi, ci dispiace non poter essere più attive. Nel nostro piccolo contribuiamo alla buona riuscita del Museo.

Vuole farci fare i meri custodi? Va bene. E quando qualche giorno fa il Museo ha ospitato un convegno, e noi eravamo lì presenti – a custodire – e abbiamo giustamente salutato i convenuti, nostri amici e docenti con i quali abbiamo in passato collaborato, il Superiore dei superiori ci ha subito ricordato il nostro ruolo, dicendo a chiare lettere ai convenuti “se dovete andare alla toilette, fatevi accompagnare dai custodi” guardandoci direttamente negli occhi.

Abbiamo vinto il concorso per accompagnare al cesso gente con cui fino a qualche mese fa scavavamo fianco a fianco, o con cui ci consultavamo per le nostre ricerche.

Ecco il boccone amaro: l’umiliazione. Sembra volerci dire “Vedete i convenuti qui presenti? Loro sì che sono archeologi: loro fanno ricerca, consacrano la loro vita a questo e per questo stanno su un gradino più alto della mia considerazione. Voi avete vinto un concorso per custodi, questo siete e ve lo dovete ricordare. Custodi siete e tali restate.” Potremmo obiettare che la metà dei presenti ha probabilmente tentato il concorso senza riuscirvi, e potremmo obiettare che solo i docenti lì dentro fanno ricerca per lavoro (retribuito). Gli altri appartengono al grande calderone dei precari dell’archeologia, quello da cui noi ci siamo sganciati (e già solo per questo meriteremmo ben più alta o comunque diversa considerazione).

Per noi il boccone amaro, per i convenuti l’imbarazzo. Ci chiedono “scusa, mi dispiace” quando devono andare in bagno, ma lo sanno perché siamo lì e ci rispettano, loro, e ci fanno i complimenti perché ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo fatta, sì, ma a quale prezzo: l’umiliazione da parte del Superiore dei superiori, colui che proprio per il suo ruolo dovrebbe tenere a noi, giovani forze piene di buona volontà e competenti e che invece per chissà quale assurdo motivo ci mortifica.

E ingoiamo questo boccone amaro. Non è il primo, e non sarà neanche l’ultimo.

 

Bondi dice “I professori in esubero lavorino nei musei”. Sì, e i laureati in Beni culturali in esubero?

Su Corrieredellasera.it di oggi si può leggere la seguente notizia: http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cronache/2010/02/07//professori-esubero-musei.conti_full.shtml

Bondi dice propone di risolvere il problema degli insegnanti in esubero proponendo di farli lavorare nei musei, dove invece scarseggia il personale. Non solo, ma per risolvere ulteriormente il problema propone di destinare 2000 volontari del servizio civile proprio ai musei, data la scarsità, ulteriormente ribadita, di personale.

Probabilmente il ministro scherza. Forse non si rende conto di come stanno e di come dovrebbero stare le cose.

Ecco una serie di punti che spiegano perché la proposta del ministro è priva di senso:

  1. insegnanti in esubero. Il ministro dice di impiegare nei musei gli insegnanti in esubero, previo il loro accordo e d’intesa col Ministero della Pubblica Istruzione. Bene. Il Ministro non sa che molti insegnanti in esubero sono ex-studenti di beni culturali che non riuscendo ad entrare a lavorare in un museo, si sono rivolti all’insegnamento. Andate a chiedere alla maggior parte dei neo-insegnanti che cercano con tutto il cuore di entrare in una scuola: molti l’hanno fatto perché non sono riusciti a trovare un impiego nel campo dei Beni Culturali.
  2. personale qualificato. La proposta del Ministro non fa riferimento ad una categoria in particolare di insegnanti (per esempio di storia dell’arte e simili). Quindi, in teoria, un professore in esubero di educazione tecnica o di matematica (con tutto il rispetto chiaramente), potrebbe finire a lavorare in un museo archeologico. E che ci azzecca? che ne sa? quale valore aggiunto potrebbe dare alla struttura museale rispetto ad un laureato in beni culturali – disoccupato perché il ministro pensa di soffiargli il posto dandolo ad un insegnante? Forse il ministro ignora i dettami dell’ICOM, International Council Of Museums, che sostengono che il personale museale debba essere qualificato, ovvero debba sapere che cosa è esposto nel museo, sia un po’ più di un semplice custode che sfoglia stancamente riviste su una sedia e che possa fornire un aiuto al pubblico.
  3. concorsi in corso. Prima di dare il posto agli insegnanti in esubero, il ministro dovrebbe risolvere la questione del concorso, bandito il 18 luglio 2008 e ancora in corso di espletamento (!) per il quale non sono ancora state aperte le assunzioni. Il concorso è per 500 nuovi assunti di cui 397 per strutture museali statali. Quando finalmente i 500 vincitori saranno assunti, c’è poi una graduatoria infinitamente lunga di concorsisti risultati idonei e che piano piano dovrebbero essere integrati nel sistema. Quindi 500 assunti più almeno altri 500 idonei su tutto il territorio nazionale. C’è una bella lista di individui prima di poter aprire le porte agli insegnanti in esubero.
  4. a ciascuno il suo mestiere. Tutti i ragazzi che hanno svolto il concorso hanno dovuto sostenere un programma di studio che spazia dal Patrimonio Culturale della Regione per cui hanno concorso a varie branche del Diritto, all’Inglese, all’Informatica. In sostanza hanno dovuto dimostrare di doversi sudare il posto. Forse hanno dovuto dimostrare una preparazione più elevata di quella realmente necessaria. Ma è proprio questo il punto: il livello del concorso è stato altissimo, fior di laureati e laureandi, dottorati e dottorandi, specializzati e specializzandi in materie afferenti ai Beni Culturali. I nuovi assunti avranno quindi un bagaglio culturale notevole; loro sì che daranno valore aggiunto alle strutture museali statali. E poi che si fa? Si torna indietro con gli insegnanti in esubero?
  5. niente contro gli insegnanti, ma… Naturalmente non sono contro gli insegnanti, ci mancherebbe. Ma credo che molti di loro, molti di quelli che credono che l’insegnamento sia una vocazione oltre che un mestiere, siano decisamente contro questa proposta. E poi una cosa: in che modo gli insegnanti entrerebbero a lavorare nei musei? Perché per lavorare nello Stato ci vogliono i concorsi..e  che si fa? Un concorso riservato agli insegnanti per andare a lavorare nei musei? Prevedo una mobilitazione nazionale dei laureati in Beni Culturali…  
  6. tirocini e servizio civile. Il propostone del ministro, l’idea che non c’era: far fare ai neo-laureati di beni culturali (almeno spero) un periodo di uno o due anni di tirocinio in soprintendenza o museo. wow! come se già non esistesse una cosa del genere! uno o due anni di tirocinio post-lauream consentono ai nostri bravi ragazzi di lavorare gratuitamente per lo stato. Poi vorrei sapere come si concilia questo modo per allungare il limbo prima di trovare un lavoro con l’ideona di Brunetta di cacciare di casa i ragazzetti a 18 anni. E con che cosa in mano se non hanno un lavoro che si possa considerare tale? tirocini post-laurea per 1 o 2 anni…ma siamo matti? E poi c’è l’idea del servizio civile, per la quale se da un lato posso essere d’accordo (anch’io ho provato a fare servizio civile in museo ma mi è andata male [cioè la parola museo sul Progetto era uno specchietto per le allodole]) dall’altro lato non risolve la situazione della carenza perenne di personale nei musei.

Il punto è, caro ministro che non leggerai mai né questo post né le proteste degli addetti ai lavori, che nei musei ci vuole personale qualificato, preparato questo mestiere, così come gli insegnanti dovrebbero fare il loro mestiere, ovvero insegnare. Per ogni mestiere ci vuole una preparazione, fanno i corsi professionali persino gli imbianchini! Perché in museo ci può lavorare chi ha scelto per la propria vita di fare tutt’altro? Ci rifletta caro ministro, ci rifletta. Lavorare nel campo dei beni culturali non è come farne il ministro…un conto è la politica, un conto è la vita vera e le sue vere esigenze. 

ladri di pulpiti romanici

Spesso ci rendiamo conto dell’importanza delle cose quando ci vengono portate via. Io per esempio, ignoravo che la Chiesa di San Pietro a Rocca di Botte custodisse al suo interno un pulpito romanico di pregevole fattura, completo di colonnine tortili e leoni marmorei.

Traggo la notizia da qui: http://ilcentro.gelocal.it/dettaglio/rubato-il-pulpito-romanico/1847094

Leggendola vi renderete conto di quanto il colpo sia stato studiato nei dettagli da ladri professionisti, e non da tombaroli della domenica. Ancora una volta, dietro c’è una ricca committenza che non si fa scrupoli a deturpare il patrimonio artistico, oltreché religioso e culturale, di una piccola comunità per il proprio diletto personale. Questa volta non è stato come fare uno scavo clandestino (cosa esecrabile, come ho già avuto modo di dire più e più volte): lo scavo clandestino è tale in quanto fatto su siti archeologici spesso sconosciuti agli stessi studiosi, nonché alle Istituzioni preposte al controllo archeologico del territorio; qui la questione è ben diversa: qui è stato rubato un pulpito ad una comunità, una comunità che ben conosce l’esistenza e il valore di ciò che le è stato portato via. E al contrario di oggetti archeologici scavati clandestinamente, di cui nessuno sa nulla perché mai visti prima, qui l’oggetto rubato è ben noto! Sarà molto difficile per i ladri far arrivare a destinazione la refurtiva: vorrete mica che il collezionista committente si faccia beccare con le mani nel vasetto di marmellata? Le indagini si sono attivate il prima possibile e gli inquirenti sono già sulle tracce dei malviventi. Ecco quindi l’ennesimo inutile danno al nostro patrimonio. A chi giova far rubare un pezzo d’arte se poi tanto non lo può avere in quanto rischia che gli piombino addosso come falchi le Forze dell’Ordine?

E intanto noi continuiamo a farci del male…

  

Leonardo, se ci sei batti un colpo!!!

Ringrazio Lorenz per la sua terribile segnalazione.

Continuiamo a farci del male.

Leonardo da Vinci si sta rivoltando nella tomba. Un’équipe di studiosi italiani, nel disperato tentativo di dare un volto alla Gioconda e di spiegarne il suo enigmatico sorriso (ma sarà poi così enigmatico e misterioso? Bah…) ha chiesto l’autorizzazione ai custodi delle spoglie del venerabile genio del Rinascimento di poterne riesumare il corpo, in modo da stabilire una volta per tutte la veridicità di una delle tante idee (difficile chiamarla ipotesi) che circolano sulla Monnalisa: che essa sia un autoritratto al femminile di Leonardo. Già solo per questo a Leonardo dovrebbero rizzarsi i lunghi e canuti capelli che il suo ritratto (quello vero) ci mostra. 

ecco qui il link alla notizia, apparsa su Lastampa.it: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201001articoli/51581girata.asp

La notizia è decisamente imbarazzante. Non mi vengono altre parole per definire un’idea del genere. Ragioniamoci su: riesumare il corpo di (meglio: attribuito a) Leonardo da Vinci per verificarne la somiglianza con i tratti del volto della Monnalisa. Ora, per quanto Leonardo fosse un genio, la Monnalisa non è una radiografia! Quindi mi spiegate cosa si spera di ottenere analizzando le spoglie del povero genio, mai come ora incompreso?

beatriev.jpg

Mi auguro che questa sia solo una trovata pubblicitaria che permetta di far su due soldi per fare ricerca (seria) ai nostri beneamati studiosi italiani. Ma se così non fosse, in ogni caso, non è tanto grave che costoro abbiano avuto l’idea (ma poi, siamo sicuri che sia un’idea loro? Perché a vederla così sembra tanto degna figlia di Voyager…): ben più grave sarebbe se i francesi custodi delle venerabili spoglie acconsentissero alla riesumazione. Allora sì che il povero Leonardo si rivolterebbe nella tomba! Occhio però, cari ricercatori: perché se il Genio si rivolta troppo vorticosamente (cosa che potrebbe capitare davvero!) poi rischia, con l’attrito, di smussarsi naso, mento e zigomi. A quel punto il nostro eroe non somiglierebbe più alla cara Gioconda, non trovate?

Ma se i soldi in Italia si spendessero per ricerche più serie? O, per esempio, per assicurare migliori condizioni di salute al nostro Patrimonio Culturale, come ci sarebbe bisogno, viste le tristi vicende di Pompei degli scorsi giorni?