Cosa ho imparato su “I Social Media per la Cultura” a Firenze

Mercoledì 27 febbraio 2013 ho assistito al workshop “I Social Media per la cultura. Una risorsa per la crescita” tenutosi a Palazzo Strozzi a Firenze. Non sto a fare un report dell’evento, che potete leggere sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, ma approfitto di questo spazio per esprimere alcune mie riflessioni sorte a seguito dell’evento.

social media cultura

I relatori del workshop “I social media per la cultura”. Credits: Flod

Da blogger attiva sui social network – in prima persona su twitter – non posso non essere interessata ad approfondire il tema dei social media per la cultura: è da quando scrivo sui blog di archeologia che sono assolutamente convinta dell’importanza di seguire l’evoluzione della comunicazione online, che va molto più veloce di quanto possiamo immaginare. Da autodidatta quale sono, quello che finora ho imparato sui social media, sulla comunicazione online, sulla reputazione online mi è stato senza dubbio prezioso, ma non è sufficiente. Così, dato che sono un’archeologa che avrebbe la pretesa di parlare di comunicazione archeologica, ma che non ha una formazione in materie di comunicazione, posso solo aggiornarmi con ciò che la rete mi propone. La mia attuale esperienza col museo archeologico di Venezia mi ha dato lo stimolo ulteriore per approfondire l’argomento. Il workshop mi ha invece fatto notare quanta strada devo ancora fare per potermi definire un’esperta di social media per la cultura.

Per questo, più che il racconto delle buone pratiche o semplicemente delle esperienze nel ramo relative a Florens2012, a Fabbrica Europa, al Maggio Musicale Fiorentino e a Palazzo Strozzi, ho apprezzato tantissimo l’intervento di Andrea Maulini, che ha fatto una vera e propria lezione sulla social media communication, a partire dal sempre valido e sempre attuale Cluetrain Manifesto, passando a toccare il marketing virale, che non è una brutta malattia ma un fenomeno necessario al funzionamento del web marketing. Quindi ha fornito consigli pratici a chi gestisce pagine facebook di promozione culturale (come può essere quella del Museo Archeologico Nazionale di Venezia): less is more, innanzitutto: testi chiari, concisi, essenziali e comprensibili, immagini ben definite e video brevi e d’effetto. Ci spiega quali social network utilizzare per la cultura e con quale finalità: posto che Facebook, Twitter, Youtube sono importanti, mentre Instagram, Pinterest e Foursquare sono potenziali, la mappa di un sistema social si configura in questo modo:

mappa sistema social, social media

La mappa di un sistema social. Rielaborazione di una slide di A. Maulini

Gli altri relatori del workshop hanno enunciato vari concetti che mi trovano d’accordo e che riporto velocemente: M. Brighenti di Fabbrica Europa dice che l’interazione con il pubblico è centrale e che la comunicazione 2.0 dev’essere un mezzo e non un fine, deve poter creare un ponte; idem G. Vitali del Maggio Musicale Fiorentino, che vuole sfruttare i social media per portare a teatro una fetta di pubblico più giovane di quella che abitualmente frequenta la platea. Importante quello che dice E. Bettinelli di Palazzo Strozzi, che pone l’accento sul fatto che deve esistere un team interno all’ente di cultura che si occupi nello specifico della social media communication, personale dunque che abbia una professionalità e che sia pagato per esercitarla. Alexandra Korey enuncia gli elementi fondamentali di un engagement social di successo: conoscenza degli strumenti social e loro uso corretto, competenza sugli argomenti trattati, traduzione dei contenuti in un linguaggio adatto al mezzo, creatività e impegno giornalieri e infine, ultimo ma non ultimo, competenza linguistica per puntare ad un pubblico internazionale.

Ma è con ciò su cui ci fa riflettere Melissa Pignatelli, autrice del blog La rivista culturale, che trovo molti punti in comune con il mio pensiero (non per niente è una blogger culturale, che condivide con gli archeologi blogger quantomeno una formazione di base umanistica e un comune sentire per le tematiche di comunicazione): innanzitutto che la cultura va intesa come un sapere da trasmettere, e che blog e social media sono strumenti ai quali bisogna adattare contenuti di qualità. In questo modo chi in rete parla di cultura deve farlo avendo dimestichezza col linguaggio dei social, che è poi il linguaggio che conoscono le nuove generazioni, le quali guardano sempre meno la tv e non leggono carta stampata (le stesse parole che mi ha detto Alberto Angela, per capirsi). La Pignatelli parla a proposito dei social media come di una rivoluzione culturale analoga a quella che a suo tempo si verificò con l’invenzione della stampa da parte di Gutemberg. Ora, io non so verificare se quest’affermazione possa essere realistica o esagerata, perché le rivoluzioni culturali vengono percepite come tali solo dopo che si sono compiute definitivamente, ma di sicuro ciò che sta avvenendo da 10 anni a questa parte è un fenomeno che non può più essere trattato con snobismo e diffidenza: la democratizzazione dei media che tanto fa inorridire i vari Andrew Keen e Geert Lovink, ormai è un fatto talmente penetrato nel nostro comune sentire da sembrarci totalmente naturale. È naturale, ormai, che la gente comunichi attraverso i social network e i blog, ed è naturale, allora, che chi vuole comunicare attraverso questi strumenti, ne impari i linguaggi e  le leggi, per non venire scalzato fuori dal mercato (per usare un termine da Cluetrain Manifesto).

Melissa Pignatelli dice ancora una cosa, importante, che sposo alla grande: noi blogger culturali (infilo nella categoria i blogger di archeologia) abbiamo il dovere di diffondere cultura. Bisogna restituire in termini comprensibili i risultati delle ricerche che si fanno. Questo è valido non solo per l’archeologia, ma per tutta la Ricerca.

Tutto ciò mi è perciò di stimolo a perseverare nella mia formazione nel campo dei social media, non solo nel mio impegno di blogger da questo blog e dal mio account twitter personale, ma anche per far crescere e far fruttare l’esperienza con i musei archeologici, che oggi più che mai hanno bisogno di dialogare col pubblico, di ristabilire un dialogo e di comunicare i loro contenuti culturali. All’esempio del Museo Archeologico Nazionale di Venezia seguiranno nuove esperienze, che sarà bello poter mettere in rete. Il grande occhio del MiBAC nel frattempo sta guardando anch’esso ai social media… la rivoluzione è iniziata, ma bisogna essere bravi a cavalcarla e a farla con criterio. In bocca al lupo a chi si getta nell’impresa.

3° Seminario di Archeologia Virtuale: il commento di una giornata

 

Si è svolto oggi il 3° Seminario di Archeologia Virtuale all’interno di Ediarché 2012.

 

Questa edizione, in particolare, è stata per me particolarmente importante, visto che sono intervenuta tra i relatori per parlare del tema, che a me sta molto a cuore, dei blog di archeologia in Italia. E devo dire che i feedback sono stati piuttosto positivi, segno che l’argomento interessa i convenuti: e come non potrebbe? Se parliamo di comunicazione, e di strumenti per fare comunicazione, non si può non guardare ai mezzi attraverso i quali veicolare la comunicazione e i blog sono un mezzo efficacissimo – anche se con tutte le insidie del caso – per fare comunicazione archeologica. Ma non sto qui a raccontare il mio intervento (è andato in onda stamattina in diretta streaming ed è stato registrato, quindi sarà disponibile a breve). Mi interessa invece riportare le mie considerazioni a margine di questa giornata.

Innanzitutto è stata una giornata di scambio, in cui lo scambio non si è limitato solo agli interventi dei relatori verso la platea, ma è proseguito dopo, in pausa, nel confronto e nel commento su ciò che si è detto, sulle idee che si condividono, sulla volontà di fare. Sono contenta, dunque, di aver finalmente conosciuto di persona Simone Gianolio, l’organizzatore dell’evento, Daniele Pipitone della redazione di Archeomatica e Simone Massi, il blogger di Archeologia 2.0. Ne sono contenta anche dal mio punto di vista di blogger (oggi sono proprio orgogliosa di definirmi tale!) perché essendo tutti e 4 blogger, ho cominciato a sentire nell’aria quel bel profumo di community archeologica che mi piacerebbe veder realizzata un giorno.

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Uno scatto pubblicato su twitter da @archeologo, Simone Massi di archeologia 2.0

 

E veniamo ai temi affrontati nel corso del seminario. Innanzitutto il 3D in archeologia, nell’intervento di S. Gianolio, con tutte le problematiche aperte che comporta, a partire dalla sua produzione fino al suo utilizzo pratico, tenendo sempre presente che va usato per valorizzare, divulgare, comunicare ma, in prima battuta, per fare ricerca. Non è, cioè, un giocattolino per ammaliare il pubblico, ma uno strumento che opportunamente utilizzato serve per produrre conoscenza innanzitutto per gli stessi ricercatori. Interessanti i flash lanciati su alcune app di archeologia per verificare l’utilizzo dei prodotti 3D, osservando quindi un’applicazione pratica che in tanti casi però non risponde ai criteri di scientificità del dato archeologico (in particolare l’app di I-Mibac Voyager cui da tanto ho promesso di dedicare un post che a questo punto diventa necessario pubblicare quanto prima): un vero peccato, un’occasione sprecata, che però fa vedere la differenza tra il pensare un prodotto 3D solo ed esclusivamente per il mercato (di massa, aggiungo) e il pensarlo invece innanzitutto come strumento di ricerca e poi di comunicazione.

E a proposito di 3D come non citare quella che per me ignorante in materia è stata una rivelazione: l’esistenza dei PDF 3D: ovvero file PDF che supportano elementi tridimensionali sui quali si può giocare col mouse. Non è meraviglioso? Il PDF diventa così un testo interattivo, in cui il fruitore finale può decidere quanto e come approfondire il suo livello di conoscenza dell’oggetto rappresentato, si tratti anche di un sito archeologico o di un edificio. Naturalmente, non occorre che lo dica, alla base c’è la normale prassi di lavoro che porta alla costituzione innanzitutto del modello 3D, ovvero un rilievo in fotogrammetria stereoscopica a nuvole di punti preciso a livello infinitesimale. La trasposizione del modello 3D nel file pdf avviene poi in un secondo momento, nel momento in cui dall’utilizzo del 3D come strumento di ricerca si passa al 3D come strumento di comunicazione sia ai fini di una pubblicazione scientifica (online) che per un pubblico anche di non addetti ai lavori.

Mi piace constatare che molti dei progetti presentati sono nati in seno alle strutture universitarie, da lavori di tesi di laurea o di specializzazione: questo dato non è banale, perché presuppone che anche in ambito accademico, solitamente più restio ad accogliere innovazioni di questo tipo, qualcosa finalmente si muove: per carità, l’università di Siena da anni ci ha abituato ad essere la capofila nel settore, ma mi sembra che l’utilizzo di tecnologie digitali per uno studio di archeologia dell’architettura (così come presentato da alcuni progetti dell’università di Siena e di Bologna) oppure di archeologia dei resti umani (come presentato da due progetti, di Siena e di Padova) si stia ritagliando uno spazio di un certo livello all’interno dei laboratori di archeologia. Il grosso del lavoro, poi, mi pare di capire, non è tanto il risultato finale, quanto cercare di comprendere quale strada percorrere per ottenerlo, quale software usare, come usarlo, quanto usarlo, con quale altro integrarlo. Siamo in una feconda fase di sperimentazione nel campo delle applicazioni digitali per l’archeologia e per la comunicazione archeologica.

A E. Vecchietti il compito di farci riflettere su che cos’è la Public Archaeology, nuova definizione che ha invaso il nostro vocabolario, ma di cui pochi conoscono il significato (sorvolando sul fatto che, come già una volta scrissi sul compianto blog di Comunicare l’Archeologia – a proposito di un convegno sull’Archeologia Pubblica in Italia svoltosi a Firenze il 12 luglio 2010 e di cui sono disponibili gli atti su Google Libri – l’archeologia dovrebbe già essere di per se stessa pubblica, non dovrebbe aver bisogno di una tale specificazione nel nome, ma se questo serve per porre l’accento sul ruolo sociale dell’archeologia allora vada per “archeologia pubblica”):la Public Archaeology ha per oggetto il rapporto tra archeologia e pubblico, quindi di fatto considera tutti gli aspetti della comunicazione archeologica. Bisogna a tal fine intendere il pubblico come consumatore di prodotti culturali, la cui reazione genera opinione pubblica. Se questa è la teoria e la nozione di Public Archaeology, la realtà dei fatti si scontra con una situazione non proprio rosea nel panorama italiano, in cui gli archeologi di oggi scontano le colpe degli archeologi di ieri, tutti arroccati nel proprio territorio, senza preoccuparsi di pubblicare, nel senso di rendere pubbliche, cioè condivisibili da tutti, le scoperte relative ad un determinato sito, scavo urbano o simili. Inoltre la nuova generazione di archeologi, quella che si sta formando ora in Università, non trova nei corsi di laurea in archeologia modo di apprendere le metodologie proprie della comunicazione, della divulgazione e della didattica, col risultato che continua a non saper parlare col pubblico, a restare slegato da esso e dalle sue esigenze (a meno che, ovviamente, non cerchi da se stesso una strada). Verifichiamo così che se i corsi di laurea si stanno aprendo all’apporto delle nuove tecnologie, delle tecnologie digitali per la ricerca e per la comunicazione, manca ancora, comunque, quel passaggio ulteriore che possa mettere davvero l’archeologo in condizioni di comunicare con il pubblico. Pubblico che è tutta la cittadinanza, tutta la popolazione interessata dalla ricerca archeologica. L’interesse dell’opinione pubblica è alto, sta aumentando, piano piano la sensibilità sta crescendo, per questo bisogna sfruttare questo seme ottimisticamente e sperare che metta radici profonde nell’opinione pubblica.

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Vecchie e nuove tecnologie per prendere appunti durante il Seminario…

Bilancio assolutamente positivo per questa giornata; tanta la carne al fuoco, infiniti gli spunti di riflessione su cui lavorare per il futuro. La prossima edizione del Seminario di Archeologia Virtuale sarà dedicata alla gestione digitale del dato archeologico, e nel frattempo la notizia che tutti noi nuovi fans di instagram aspettavamo: parte un concorso di fotografia archeologica, per partecipare basta fotografare un soggetto archeologico, divertirsi con i filtri di instagram e taggare lo scatto con l’ashtag #archeogram. Ci sarà da divertirsi!

I-Archaeology: una nuova versione per I-mibac top 40

I-Mibac top 40, l’app del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dedicata ai luoghi della cultura statali in Italia, finalmente si migliora e si completa. Non parla più soltanto dei 40 musei o siti più visitati d’Italia (quelli che potenzialmente hanno meno bisogno di pubblicità), ma di tutti i luoghi della cultura statali.

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Nuova grafica, nuova impostazione, rimane la classifica dei 40 “top”, ma accanto, alla voce Luoghi, fornisce per ogni regione l’elenco completo dei luoghi della cultura, e di ciascun “luogo” mostra una breve scheda tecnica, completa di orari, indirizzo e prezzo del biglietto: informazioni pratiche accanto alla breve presentazione, ad una mappa per la localizzazione, la possibilità di aggiungere il singolo “luogo” tra i propri Preferiti e di pubblicarlo su Facebook (che fa molto social). Tra i Luoghi si individuano anche i “Percorsi”, ad uso e consumo dei turisti/visitatori per costruire un itinerario culturale che completi la visita di musei e siti statali.

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Palazzo Farnese a Caprarola è uno dei tanti Luoghi della Cultura statali ignoti ai più

E’ questa senza dubbio l’innovazione più grossa dell’app, che continua però a non essere disponibile su Google Play per Android. L’altra bella e utile innovazione è la rubrica “Altro”, in cui trovano posto gli eventi e le fiere del momento (Art&Tourism a Firenze, per esempio), le principali mostre, le curiosità (a random su luoghi della cultura in varie città d’Italia), un focus sulla Notte dei Musei del 19 maggio 2012 (aprendo il quale si segnalano i principali eventi correlati regione per regione), altre app correlate al Mibac (i-MiBAC Cinema Venezia, Torino e Roma e 150Italiamobile).

I-Mibac top 40 oggi non ha niente a che vedere con la prima versione, della quale avevo parlato qui. Al contrario di quella, la nuova versione è un’applicazione “smart”, mi si passi il termine, un’applicazione che ha un’effettiva utilità pratica, messa in mano ad un turista o semplicemente ad un italiano che vuole vedere qualcosa di nuovo e di diverso. L’Italia è ricca di luoghi della cultura sorprendentemente belli e interessanti; molti di essi sono di competenza statale, ma non vengono pubblicizzati con la stessa verve  che si usa per i VIP del nostro patrimonio (mi riferisco a Uffizi, Colosseo e Pompei, tanto per citarne tre), col risultato che le masse di visitatori vengono convogliate nei grandi Luoghi (nei top 40), mentre la minor parte va oltre, a scoprire anche il patrimonio più nascosto e meno pubblicizzato.

Oggi mi sento buona, la sorpresa della nuova versione di I-mibac top 40 è stata decisamente piacevole; i miei commenti sono pertanto positivi: finalmente si fa qualcosa di sensato per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, qualcosa al passo coi tempi e coi mezzi, qualcosa di non campato in aria. L’augurio è che questo sia l’inizio di una lunga serie di iniziative di valorizzazione, iniziative non fini a se stesse, ma inserite in un quadro generale di avvicinamento del pubblico (non solo, ma soprattutto italiano) al nostro importante patrimonio culturale.

I-Archaeology: viaggio nel mondo delle apps di archeologia: I-mibac top 40

Come promesso nel precedente articolo, inizia con oggi una rassegna delle applicazioni per I-Phone e I-Pad relative all’archeologia e ai musei.

Oggi l’attenzione è rivolta alle applicazioni prodotte sotto gli auspici del Mibac, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e in particolare dalla Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale in collaborazione con il Ministero del Turismo.

I-Mibac top 40 è l’applicazione con la quale il Ministero fa conoscere all’utente I-Phone i 40 musei e luoghi della cultura – siti e parchi archeologici, complessi monumentali – a suo giudizio più importanti d’Italia. La selezione è effettuata col criterio del successo di pubblico: sono segnalati gli Istituti che registrano un maggiore afflusso di visitatori, con la conseguenza che mancano all’appello molti illustri assenti, primo tra tutti il Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

L’app è disponibile su app-store da luglio 2010: è stata tra le prime in Italia e questo è senz’altro un punto a suo favore, dimostrando l’attenzione di almeno una parte, seppur piccola, del Ministero all’innovazione tecnologica che si sta compiendo nel campo della comunicazione e cavalcandone dunque l’onda. Nella generale atmosfera di penuria di fondi e di tagli alla cultura, la Direzione Generale per la Valorizzazione costituisce senza dubbio un esempio positivo di idee e di proposte culturali a livello centrale.

Anche se su App-store I-Mibac Top 40 è classificato nella categoria “viaggi”, l’applicazione potrebbe ben rientrare in una categoria “cultura” (ammesso che esista), dato che di fatto parla di musei e di aree archeologiche. Ognuna delle 40 voci è corredata da una scheda descrittiva, da una galleria fotografica e dalla mappa. L’app funziona sia non in linea, per la semplice consultazione, che on line. In questo secondo caso è possibile, allora, consultare le News, relative agli eventi promossi dal Mibac su scala nazionale e Mobile Ticket, che consente di acquistare il biglietto di Colosseo-Foro Romano-Palatino direttamente dall’I-Phone fino a 24 ore prima dell’ingresso. Un buon modo per evitare la coda alla biglietteria! Rispetto a quando è stata lanciata ormai quasi 2 anni fa, I-Mibac top 40 si è evoluta costantemente. Oggi la sua homepage si compone di 9 possibili percorsi visuali: una mappa che funziona in modalità in linea, la pagina dei Musei e quella dei Monumenti, per un totale di 40 siti, una pagina dei percorsi, che nuovamente funziona con rete internet, una pagina per l’acquisto dei biglietti del Circuito Colosseo-Palatino-Foro Romano, una sezione Morphing, che andrà sviluppata, al momento limitata a solo 3 importanti siti di interesse: il Cenacolo di Leonardo da Vinci, mostrato in 3 immagini prima, durante e dopo il restauro, la villa romana di Sirmione, di cui è offerta l’immagine attuale, una foto del 1953 e una ricostruzione delle strutture al I secolo d.C. e infine le Terme di Caracalla, di cui nuovamente si fornisce una foto attuale, un’incisione del 1765 e una ricostruzione del complesso al 212-217 d.C. Infine la sezione top secret e la sezione audio e a chiudere la sezione news, consultabile solo con connessione internet. In alto, il numero 40 indica i 40 siti più visitati d’Italia, con i dati per i visitatori riferiti al 2009.

I-mibac top 40

L’applicazione, interessante vetrina per i Musei e le aree archeologiche di pertinenza statale d’Italia, non funziona così bene come dovrebbe: carica lentamente, molto lentamente le pagine consultabili senza bisogno di rete internet – eccetto la pagina “morphing”, col risultato che l’utente cambia app prima di aver consultato il museo oggetto del suo interesse. Anche le news non sono particolarmente aggiornate. La sezione Top Secret poi è talmente secret che non la si riesce a leggere perché, di nuovo, carica molto lentamente. Un’applicazione, in sostanza, perfettibile.

I-Archaeology: l’informazione e la comunicazione archeologica nell’era dello smart phone

Nell’era dell’I-Phone la parola d’ordine è “applicazione”. Ma esistono applicazioni che trattano di archeologia? E sono validi strumenti per chi li acquista su App Store oppure no? Inizia un’indagine nel mondo delle apps disponibili su Apple Store relative al mondo dell’archeologia e dei musei per scoprire il punto della situazione in Italia.

iPhoneAppStore.png

 

Esiste un’applicazione per tutto: così recitava uno degli slogan di I-Phone, per dirci che qualsiasi cosa è a portata di mano, qualsiasi contenuto, dal gioco al libro, all’enciclopedia e al dizionario, passando dalla bussola al “testa o croce” fino al GPS e alla calcolatrice scientifica. “Esiste un’applicazione per tutto”. Sì è vero: esistono apps anche di archeologia. Ma si tratta di validi strumenti di informazione e/o comunicazione archeologica, oppure sono semplici virtuosismi tecnologici? Prima di affrontare il tema, occorre qualche riflessione di partenza.

Innanzitutto le applicazioni in generale. Il problema delle apps è che esse sono riservate solo ai clienti Apple e in generale a coloro che usufruiscono di smart-phone, si rivolgono quindi ad un pubblico limitato: questo l’avvertimento di Tim Berners-Lee, padre del web e strenuo sostenitore della rete come diffusione della conoscenza per tutti e luogo dove più di ogni altro si manifesta la democrazia (Lunga vita al web, pubblicato su Le Scienze, febbraio 2011): per lui infatti App Store limita fortemente il suo concetto di libertà di accesso ai contenuti a chi non è cliente Apple. Naturalmente la tendenza attuale è che lo smart-phone sia il telefono del futuro, che quindi in un futuro abbastanza vicino soppianterà il buon vecchio cellulare, ma al momento, di fatto, è per pochi, non certo per tutti. Le apps infatti offrono contenuti diversi da ciò che si trova in internet, per cui oggi un’ampia fetta di utenti della rete rimane esclusa da essi. La grande potenzialità del web, d’altro canto, è che chiunque in qualunque luogo del mondo può avere accesso ad una pagina web, ad un articolo, ad un blog, ad un video Youtube o ad una voce di Wikipedia. C’è anche l’altro aspetto della medaglia: creare un’app è più difficile dell’aprire, gestire e amministrare un blog, di conseguenza non tutti hanno voglia, o competenza, o interesse, a creare un’applicazione. Nel caso dell’archeologia, questo vuol dire che chi crea un’app ha, naturalmente in linea teorica, uno scopo scientifico e di utilità sociale, differentemente dal blogger che, sempre in linea generale e teorica, per la facilità a creare contenuti propria della piattaforma blog,  non necessariamente è un addetto ai lavori, per cui tende spesso a non curarsi troppo della scientificità e completezza dei propri contenuti, con la conseguente difficoltà, da parte degli utenti del web, di saper discernere tra informazioni esatte e bufale archeologiche.

Ci si aspetta dunque che le apps di archeologia rispondano ad un requisito essenziale ma non scontato nell’era dello smart phone: l’esattezza, la completezza e la scientificità dell’informazione fornita. Ci si può interrogare a questo punto sui modi della comunicazione, ovvero sul linguaggio dei testi, sull’interattività, sulla facilità di navigazione.

Vi propongo, da oggi, un viaggio nel mondo, abbastanza limitato effettivamente, delle applicazioni di archeologia in Italia concepite per I-Phone/I-Pod Touch e per I-Pad.

Innanzitutto, come trovare un’applicazione di archeologia? La scelta della parola chiave è fondamentale. Per questa ricerca condotta nell’App-Store ho scelto le parole “archeologia”, ovviamente, “storia antica”, “storia romana”, “antica Roma”, “preistoria”, “musei”.

All’interno della scelta offerta, si può decidere per le apps gratuite – la maggior parte – o a pagamento. Cliccando sull’icona relativa alla singola applicazione, per saperne di più, si apre la pagina che ne illustra le funzionalità e la grafica, arricchita dai commenti di chi prima di noi ha fatto l’acquisto.

Dal prossimo articolo sull’argomento passerò in rassegna alcune delle apps per I-phone e I-pad gratuite relative all’archeologia. Inizierò con quelle più istituzionali, realizzate sotto gli auspici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: I-Mibac top 40 e I-Mibac Voyager.

 

Comunicare l’archeologia in digitale: 3° seminario di archeologia virtuale

Il 19 e 20 giugno 2012 si terrà a Roma il 3° Seminario di Archeologia Virtuale sul tema della comunicazione archeologica nell’era digitale: si presenteranno le modalità digitali per mettere a disposizione del grande pubblico le conoscenze archeologiche. Progetti, ipotesi di lavoro, idee… insomma, lo stato dell’arte su un argomento che mai come in questi anni è attuale e che costituisce uno dei campi di applicazione più sviluppati e più in fieri, soprattutto dal punto di vista degli sbocchi lavorativi: se il campo (lavorativamente parlando, naturalmente) della ricerca archeologica tout court è riservato alla solita cerchia ristretta dei soliti noti, quantomeno la richiesta da parte del pubblico, quindi del mercato, di una diffusione della conoscenza delle scoperte archeologiche ha fatto sì che si sviluppassero nuove idee, nuovi programmi, nuovi approcci alla comunicazione dell’archeologia. E la comunicazione archeologica, con buona pace di chi ancora non ne apprezza le potenzialità, è da un lato una potente arma di conoscenza per un pubblico che – dicono i sondaggi – ogni anno si riversa sempre più numeroso nei musei e nelle aree archeologiche, ma è anche una potenziale opportunità di lavoro per i giovani archeologi che non potendo essere pagati per fare ricerca, almeno possono studiare e vendere prodotti che ne restituiscano il prodotto finito.

Non è solo un discorso di opportunità lavorative, perché dietro l'”invenzione” di un prodotto di comunicazione, sta comunque, deve stare, un grande lavoro di studio, di ricerca su fronti anche diversi dall’archeologia, come la comunicazione, nonché delle tecnologie più efficaci a colpire l’immaginazione e la concentrazione del pubblico che riceve il prodotto, che altro non è se non l’informazione archeologica.

Col progredire delle tecnologie, devono necessariamente adeguarsi anche le tecniche di approccio al pubblico, di comunicazione, di corretta comunicazione dell’archeologia. La correttezza è il valore fondamentale e imprescindibile, ma per essere completa, la comunicazione, qualunque sia il prodotto che la supporta, deve essere accattivante per un pubblico sempre più immerso nelle nuove spettacolari tecnologie.

Per questo nasce l’esigenza di parlare di comunicazione archeologica in digitale. Per questo sono chiamati a presentare i loro lavori quanti si occupano di archeologia virtuale e di comunicazione archeologica. Ad essi è stato chiesto di presentare i propri prodotti, spiegare che cosa li rende efficaci davanti al pubblico, quali tecnologie sfruttano, quale interattività sviluppano col pubblico, quale tipo di applicazione, se multimediale o meno.

Io sono ancora troppo indietro. Per me il massimo della comunicazione archeologica nell’era digitale è occuparmi di blog. Studio il fenomeno dei blog di archeologia da qualche anno, vedo che sono un fenomeno in espansione e che, fortunatamente, sta crescendo il numero di quelli degni di essere frequentati dal pubblico che vuole essere aggiornato seriamente sulle conoscenze archeologiche. Non ho ancora trovato dove e come poter pubblicare da qualche parte uno studio di questo tipo. Di sicuro non è adatto al 3° seminario di archeologia virtuale, dove ben altro tipo di comunicazione archeologica è il tema.

Mi iscriverò comunque in veste di uditore (da oggi sono aperte le iscrizioni, mente i call for papers sono aperti fino al 15 aprile 2012), perché il tema mi affascina, naturalmente, e perché qualcuno dovrà riportarne i risultati in rete, o no? 😉

All’organizzatore dell’evento da 3 anni a questa parte, Simone Gianolio, vanno ancora una volta i miei ringraziamenti e complimenti per avere la voglia, l’idea e la possibilità di mettere in piedi eventi del genere, che in Italia sono ancora molto scarsi. Il tema, poi, non è di quelli che vengono trattati in aula all’Università: è grazie a seminari del genere che gli studenti possono allora scoprire che esiste un universo sconosciuto oltre lo sterile nozionismo fine a se stesso che si rischia di imparare ancora oggi sui manuali, ahimé. Perciò grazie, a nome mio, ma anche a nome di chi si affaccia al mondo del lavoro senza avere la più pallida idea di cosa lo aspetta. Per fortuna c’è chi si pone il problema di colmare la lacuna…