Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? 😉

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

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Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

#uffiziArcheologia: le radici degli Uffizi, ovvero la Firenze nascosta che nessuno conosce

Con l’archeoblogtour #UffiziArcheologia siamo stati anche accompagnati a visitare in esclusiva l’area archeologica al di sotto della Chiesa di San Pier Scheraggio; meglio, ex-chiesa, che oggi è inglobata nel complesso degli Uffizi. Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci abbiamo potuto leggere un capitolo della storia antica di Firenze altrimenti dimenticato e ignoto ai più.

L'abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

L’abside longobarda della chiesa sotto San Pier Scheraggio

La storia archeologica di Firenze è complicata e legata ai lavori pubblici che in più occasioni hanno interessato a città nella sua storia più recente, ovvero da fine ‘800 ai primi anni ’80, dai grandi scavi per la realizzazione di Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, al grande cantiere di Piazza della Signoria (mai pubblicato del tutto), passando per gli scavi di Santa Reparata, sotto il Duomo, e davanti al Battistero, e ancora, in via del Proconsolo, lungo le mura, e da ultimo sotto Palazzo Vecchio, dove scavi recenti hanno portato in luce le strutture del teatro romano. E altri scavi nel corso dell’ultimo secolo e in anni recenti hanno dato tante informazioni sull’antica città romana di Florentia.

Firenze si è sviluppata su se stessa. Città a continuità di vita dall’età romana a noi, da un lato questa è stata la sua fortuna, perché si sono preservate, sotto la città che cresceva, si stratificava, diventava comune medievale, città signorile e capoluogo granducale, le vestigia della città romana del passato, almeno a livello di fondazione. In qualche caso il monumento ha condizionato lo sviluppo dell’urbanistica successiva, ed è il caso dell’area di via Torta, dove ancora oggi si intuisce la presenza dell’antico anfiteatro; altre volte sarebbe stato impossibile capire cosa vi fosse un tempo, ma per corsi e ricorsi storici un’area della città si è naturalmente riappropriata della sua naturale vocazione, ed è piazza della Repubblica, che un tempo era il foro di Florentia. In altri casi i ritrovamenti archeologici nascosti non stupiscono: è il caso di Santa Reparata, la prima cattedrale di Firenze, sotto il Duomo, o di un tratto di mura lungo via del Proconsolo, o ancora, della chiesa longobarda sotto San Pier Scheraggio.

Colonna affrescata all'interno di San Pier Scheraggio

Colonna affrescata all’interno di San Pier Scheraggio

Già bisognerebbe sapere cos’è San Pier Scheraggio. E sono sicura che molti fiorentini non la conoscono. San Pier Scheraggio è la chiesa in via della Ninna della quale voi individuate a mala pena qualche colonna sul lato esterno degli Uffizi. Da un lato della via si erge infatti Palazzo Vecchio, dall’altra si trova la Galleria degli Uffizi. Ebbene, gli Uffizi inglobano questa chiesa che oggi non è aperta, se non di rado, e che al suo interno ospita alcuni affreschi eccezionali, oltre all’Annunciazione del Botticelli. Il progetto di inglobare la chiesa risale fino al Vasari, progettista degli Uffizi.

Qui un tempo scorreva, a marcare la fine della città romana di Florentia, il torrente Scheraggio, che fu deviato nel XII secolo, ma del quale rimase il nome nella chiesa, San Pier Scheraggio, appunto. La chiesa era più ampia nel bassomedioevo, occupava anche una parte di via della Ninna, il cui nome si rifà alla ninnananna, ninnananna che una Madonna di scuola giottesca sembrava cantare al bambinGesù in grembo, e che era sita nella chiesa (oggi perduta). Ma la costruzione di Palazzo Vecchio, del palazzo comunale, sede del potere politico e civile, costrinse a una restrizione della chiesa nel XII secolo.

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell'abside della preesistente chiesa longobarda

Il sancta sanctorum della chiesa romanica è il raddoppio dell’abside della preesistente chiesa longobarda

Ciò che non si sapeva, e che venne invece in luce negli anni ’20-’30 del Novecento è che San Pier Scheraggio non era un luogo di culto scelto a caso, ma sorgeva a sua volta su una chiesa di età longobarda, epoca di Liutprando, per la precisione (VI secolo d.C.) della quale non è rimasto molto, solo un’abside in muratura. Successivamente, in età romanica, quest’abside non fu distrutta, ma anzi fu raddoppiata, dando vita ad un ambiente sotterraneo circolare nel quale si aprivano nicchie per ospitare le sante reliquie. Era il Sancta Sanctorum della chiesa di San Piero. La chiesa poi si sviluppa nelle forme attuali, con colonne dipinte alle navate, fino ad essere inglobate negli Uffizi; in tempi recenti ha costituito dapprima l’accesso al museo, poi è divenuto deposito di lusso per alcune opere. Insomma, occupa oggi una parte marginale degli Uffizi.

Ma torniamo al sancta sanctorum della chiesa romanica, e ancora prima alla chiesa longobarda. Le sue strutture si appoggiavano sui resti di un’antica domus della quale si è conservato davvero ben poco, ma importante: porzioni di decorazioni parietali dipinte, cose che noi solitamente attribuiamo giusto a Pompei e a Roma, ma che dobbiamo invece immaginare come pratica consolidata nelle domus di tutto l’impero: gli affreschi ricordavano un giardino, un viridarium, come quello, molto più noto, della Villa di Livia a Prima Porta ricostruito al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

frammento di pittura parietale con viridarium dalla domus romana sotto san Pier Scheraggio

Al di fuori della chiesa longobarda in tempi molto recenti è stato rinvenuto un vero e proprio cimitero (che ha fatto notizia, tra l’altro): sepolture veloci, disordinate, segno della necessità di seppellire tanti corpi nel più breve tempo possibile, indice, questo, di una probabile epidemia. Siamo fuori della città romana: le mura corrono appena al di là della chiesa, sul lato di Palazzo Vecchio, e appena fuori della città nel VI secolo si sviluppa dunque una necropoli di cui, col tempo, si perderà memoria. Così come della chiesa longobarda al di sotto di San Pier Scheraggio. Sotto gli Uffizi, dunque, fino all’Arno, si stendeva un cimitero.

Solo con gli scavi degli anni ’30 del Novecento viene in luce questa pagina di storia della città. Ma per forza di cose viene ricoperta e nuovamente dimenticata. Solo in anni recenti con gli scavi del teatro romano sotto Palazzo Vecchio (visitabili) si è ripensata la possibilità di un’apertura integrata degli scavi, per far percepire al visitatore interessato la complessità della stratificazione archeologica fiorentina, ma anche per riuscire a dare in 3D la sensazione di poter camminare in una Firenze veramente di altri tempi. E’ un’operazione molto difficile (e infatti ancora irrealizzata), e di difficile comunicazione, perché i resti archeologici da soli parlano poco e male. Ma la speranza è che, invece che dire “impossibile, non si può fare”, si studino delle soluzioni sostenibili sia in termini di fruizione che di comunicazione di un’area tanto piccola quanto significativa della città antica.

Immaginate infatti, in un solo colpo, di poter visitare nella stessa occasione il teatro romano con le sue successive modificazioni e stratificazioni (prima di diventare Palazzo Vecchio l’area divenne un quartiere abitativo con tanto di strade), la chiesa di Santa Reparata, che a sua volta sorgeva su un sistema di domus nell’area residenziale della città, nei pressi settentrionali delle mura (e che ebbe lunga vita, finché non fu letteralmente tagliata in due dalla decisione di costruire al di sopra l’attuale duomo) e infine la chiesa longobarda e poi romanica di San Pier Scheraggio. Segno di una città che, una volta terminata l’età romana, comunque sopravviveva e cresceva forte nel segno della fede cristiana.

Ricostruzione della Firenze romana (fonte: Firenzeonline)

Ripeto, non è facile riuscire a costruire un sistema del genere. Ma bisogna farlo, per voi. E perché altrimenti non ha senso che un gruppo di archeobloggers l’abbia visto in esclusiva per poi raccontarvelo. Raccontare non è lo stesso che vedere con i propri occhi. Mi auguro perciò che quello che oggi è solo un sogno, un’idea, possa al più presto essere realizzato, nel migliore dei modi.

#bronzifirenze: Il primo blogtour per archeoblogger

Sono molto contenta di essere stata coinvolta nell’organizzazione e realizzazione del primo blogtour per archeoblogger che sia mai stato pensato per la blogosfera archeologica italiana. L’iniziativa è partita da Palazzo Strozzi, che nelle persone di Giulia Sabbatini e Benedetta Scarpelli ha voluto coinvolgere me e la mia collega Silvia Bolognesi in quanto blogger di Archeotoscana, il museumblog della ormai Soprintendenza Archeologia della Toscana, per organizzare un evento dedicato agli archeoblogger per far scoprire loro le mostre attualmente in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Museo Archeologico Nazionale, “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico” e “Piccoli Grandi Bronzi“: due facce diverse, in grande e in piccolo, della stessa medaglia, che è ben riassunta nell’ashtag #bronziFirenze, con il quale entrambe le mostre vengono descritte fin dalla loro apertura lo scorso marzo. Le due mostre hanno infatti per oggetto la scultura in bronzo di età ellenistica: Palazzo Strozzi, con un taglio decisamente più spettacolare e di forte richiamo mediatico, ha puntato sulla scultura di grandi dimensioni, mentre il MAF (che a Palazzo Strozzi ha prestato 4 dei suoi “Grandi Bronzi”: l’Arringatore, la Minerva di Arezzo, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi appositamente restaurata e l’Idolino di Pesaro) si è dedicato alla scultura in bronzo di piccole dimensioni, che però altro non è che uno strumento, per gli studiosi di arte antica, per risalire alle iconografie e ai modelli di sculture in bronzo di grandi dimensioni. Si pone dunque il problema della copia, dell’originale e del modello, delle varianti iconografiche, ma anche e soprattutto del collezionismo, perché le piccole sculture in mostra al MAF appartengono tutte alla vastissima collezione medicea e lorenese di antichità etrusche, greche e romane.

Che Palazzo Strozzi sia attento all’aspetto della comunicazione non è una novità: già in passato ha dato prova anzi di voler promuovere le proprie iniziative ed attività attraverso gli strumenti che il web 2.0 e i social consentono: aderì alla prima edizione delle Invasioni Digitali e, qualche tempo dopo, organizzò un’attività specifica per blogger fiorentini. L’evento per gli archeoblogger si inserisce dunque in questa serie ed è giustificato dal tema della mostra, l’arte antica, intimamente legata con l’archeologia dato che buona parte delle sculture esposte provengono da ritrovamenti archeologici talora fortuiti, come il Generale Romano rinvenuto nel mare di Brindisi.

Così #bronziFirenze è stato l’ashtag utilizzato lo scorso 30 aprile in occasione del blogtour, che ha visto riuniti insieme alcuni blogger di archeologia italiani. Alcuni, anzi la maggior parte, sono anche tra gli autori di Archeostorie, il Manuale non convenzionale di archeologia vissuta di cui vi ho parlato nello scorso post.

Ognuno di essi ha osservato le mostre dal proprio punto di vista: chi più interessato agli aspetti museografici, chi alla comunicazione e all’accessibilità, chi a particolari tipologie di opere esposte. I blogger presenti hanno vissuto l’esperienza del blogtour vivendolo alla luce della propria personalissima sensibilità e formazione. Gli archeologi non sono tutti uguali, ognuno ha la propria specializzazione. E gli archeoblogger, che sono archeologi al pari degli altri (anzi, con un interesse per la comunicazione particolarmente sviluppato), hanno anch’essi ciascuno la propria specializzazione, seguono le proprie naturali inclinazioni ed esprimono la propria personalità attraverso i post che pubblicano in rete. Leggere i loro post sull’evento è senz’altro interessante per vedere attraverso i loro occhi le due mostre, ma anche per capire, prendendoli tutti insieme, quanto vasti possano essere gli interessi e gli sguardi degli archeologi, quanto tutti insieme riescano a costruire un racconto corale.

Intanto un assaggio di questa pluralità di voci e di sguardi si può cogliere scorrendo lo storify dell’evento. Dopodiché ci sono i post: e vi propongo intanto quelli che sono già stati pubblicati:

Archeotoscanahttps://archeotoscana.wordpress.com/2015/05/06/gli-archeoblogger-a-firenze/

Archeokidshttp://archeokids.tumblr.com/post/119264622399/che-cosa-ci-fanno-un-falsario-un-collezionista-e

Professione Archeologohttp://www.professionearcheologo.it/bronzifirenze-impressioni-di-una-archeoblogger/

Liberarcheologiahttp://liberarcheologia.altervista.org/bronzo-e-non-solo/

DjedMeduhttps://djedmedu.wordpress.com/2015/05/07/legitto-di-provincia-i-bronzi-ellenistici-di-palazzo-strozzi-e-del-museo-archeologico-nazionale-di-firenze/

Un blogtour dedicato ad una categoria speciale di blogger automaticamente riconosce quella categoria di blogger! Dunque l’evento di Firenze è tanto più importante in quanto finalmente si parla di archeoblogger che partecipano ad eventi appositamente creati per loro. Finalmente si comincia a vedere un po’ di quella “notorietà di ritorno” che molti blog di vario tipo acquisiscono nel momento in cui si parla di loro anche al di fuori della rete. Il fatto che il Direttore di Palazzo Strozzi sia venuto appositamente a salutarci implica che è riconosciuto il valore degli archeoblogger come comunicatori culturali al pari dei giornalisti e anzi, con una marcia in più: la competenza in materia.

Non posso far altro che augurarvi buona lettura dei post che vi ho linkato. E arrivederci al prossimo archeoblogtour!

Alla fine dell'evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF

Alla fine dell’evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF: sono Francesco RIpanti, Mattia Mancini, Paola Romi, Domenica Pate.

A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

Blogger, Archeoblogger, Museumblogger

Il 23 maggio a Pisa si svolgerà Opening The Past 2014, il cui tema è ben espresso nelle prime due righe di presentazione :“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

Tema che mi interessa da sempre, quello della comunicazione dell’archeologia. Mi ha fatto quindi molto piacere ricevere da Gabriele Gattiglia di Mappa Project l’invito a partecipare: il mio intervento, come recita il programma, sarà un autobiografico racconto di come da blogger ho cominciato a scrivere di archeologia e di come da archeoblogger sono diventata museumblogger. Si tratta di 3 anime che convivono in me, ognuna necessaria, perché ognuna scaturisce dall’esperienza di quella precedente e non avrebbe forza né efficacia senza quella precedente.

In questi giorni concitati in cui, tra l’altro, sto chiudendo la tesi di dottorato, devo dunque riordinare le idee per preparare un intervento che sia sensato e possibilmente non autocelebrativo (a tal proposito, portatevi i pomodori da tirarmi se comincio a dire troppe volte “io io io”); mi metto al lavoro ahimè nei ritagli di tempo (ma anche, perché no, in sala in museo…). E capita, giusto giusto, a rintuzzare il fuoco un intervento radiofonico di Alessandro-Alex O’love che parla di archeoblogger come figura professionale cui però manca un mercato del lavoro, cui fa seguito un’animata discussione su facebook, lanciata da Cinzia Dal Maso, che si conclude con un post di Alex O’love che vuole chiarire la sua posizione sulle definizioni, ammesso che ce ne sia bisogno, di archeoblogger e museumblogger (cui segue un bello scambio di commenti con Cinzia, cui vi rimando).

La discussione capita proprio a fagiolo, perché siccome Alessandro cita proprio la mia esperienza (a proposito, grazie Ale, ne sono onorata!), questo mi permette di riflettere meglio su chi sono io: blogger, archeoblogger o museumblogger? Una, nessuna, centomila? Tutte e tre le cose o nessuna delle tre? E’ necessario distinguere? O le distinzioni sono pura semantica, come dice Alessandro? Per quanto riguarda la mia esperienza, infatti, non potrei scrivere per blog di musei se non fossi prima di tutto archeoblogger. Ma non potrei essere la blogger di archeologia che sono se non fossi nata come blogger di tutt’altro genere. Ho studiato e monitorato blog di archeologia per un sacco di tempo, proprio perché mi interessava il mondo nel quale ero e sono immersa, e ho tratto le mie conclusioni.

scrivere_sul_blog

Il mondo dei blog è talmente fluido che è impossibile fare delle classificazioni: non siamo frammenti ceramici da ricondurre ad una forma, siamo esseri umani pensanti e dotati di ingegno, creatività, voglia di comunicare. Ognuno è blogger, e archeoblogger, a modo suo, chi fa pura opinione, chi fa divulgazione, chi informazione, chi fa tutte e tre le cose. Lo fa con i propri contenuti, le proprie idee, si assume la responsabilità di ciò che scrive, sceglie i temi da affrontare e lo stile con cui affrontarli.

E chi gestisce un blog museale? Non fa forse la stessa cosa? Certo, ha dei limiti, dettati dall’istituzione stessa per cui scrive, sia a livello di scelta dei temi: non posso parlare dei crolli a Pompei dal blog del Museo Archeologico di Venezia, mentre dovrò scrivere a proposito della tale mostra o della tale iniziativa che il museo propone. Devo scrivere del museo e di ciò che gli ruota intorno. Il blog museale, poi, ovviamente, non è un blog in cui si fa opinione, ma è un luogo di comunicazione, di informazione, di incontro con i lettori/visitatori. Ma per il resto, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, la scelta dei contenuti, o meglio di come trattare i contenuti, è mia, così come mio è lo stile e il taglio che dò ad ogni singolo post. Perché anche se sul blog di museo pubblico un comunicato stampa, faccio in modo che quel comunicato venga ampliato, spiegato, contestualizzato e arricchito. Non solo, ma il mio essere archeoblogger esce fuori nel momento in cui scelgo le parole chiave con cui far rintracciare su Google il post, nel momento in cui dò visibilità attraverso i canali social del museo, nel momento in cui stabilisco online e offline una serie di contatti con altri blogger, creando una rete che mi porta visibilità, nel momento in cui, e questa è la parte più difficile, organizzo eventi o iniziative che uniscono insieme il museo reale e il museo virtuale. In questo senso allora l’archeoblogger sviluppa una professionalità, che non è solo quella di comunicare contenuti culturali attraverso una pagina web, ma è ben più ampia.

La figura del blogger che scrive nel suo spazio personale sperando che qualcuno lo legga è superata. In molti nascono ancora così, aprono un blog per il puro desiderio di scrivere, ma poi la voglia di farsi leggere, di scambiare opinioni aumenta, e il blogger sviluppa alcune capacità, uno stile, riconosce il suo pubblico. E il pubblico è proprio la chiave per capire la differenza nella mia attività di archeoblogger e di museumblogger. Perché il pubblico che legge questa pagina confusa di appunti e di idee che non ha né un capo né una coda non è lo stesso che legge i blog dei musei per i quali scrivo. Questo è il luogo della riflessione, dello studio, della formazione anche, sui temi della comunicazione in archeologia, mentre i blog museali sono i luoghi in cui le idee che mi sono fatta in merito trovano il loro compimento.

Ok, ho buttato giù queste righe sconclusionate perché spero che mi aiutino a presentare qualcosa di più coerentemente organizzato ad Openingh The Past 2014. Vi chiedo però, se siete riusciti ad arrivare fino in fondo con la lettura, di dirmi la vostra su questo tema. Sarà importante leggervi, e sarà bello rispondervi il 23 maggio.

Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice

L’invasione dei blogger a Paestum 2013

Ho scritto questo post per il blog della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013. Quest’anno per la prima volta a Paestum si riuniranno alcuni tra i più attivi blogger di archeologia in Italia, in un incontro organizzato apposta per loro e dal titolo “Archeoblog” che non lascia spazio a fraintendimenti di sorta. Cinzia Dal Maso del blog Filelleni ci ha chiamato alle armi, noi abbiamo risposto. Ma prima di incontrarci di persona cominciamo a fare un po’ di casino qua e là in rete. Perché di cose da dire ne abbiamo, e molte.

Archeoblog, Paestum 2013

Saremo agguerriti. Soprattutto saremo entusiasti. Perché per la prima volta in Italia i blogger di archeologia si incontrano per presentarsi, per raccontare se stessi e le proprie esperienze, per condividere idee e proposte, per riconoscersi come categoria: non semplicemente archeoblogger, ma Cultural Heritage Blogger, per accogliere la definizione che ha creato per noi Cinzia Dal Maso, colei che, blogger e giornalista, ha promosso l’incontro Archeoblog alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum 2013. La situazione è questa: l’Italia, il nostro patrimonio culturale, ha bisogno di essere raccontato; per farlo c’è bisogno di figure che lo conoscano e lo capiscano, che ne conoscano l’importanza e la sappiano trasmettere agli altri. Oggi il maggiore scambio di notizie avviene online, in rete, attraverso i social network e i blog ed è questo il luogo in cui bisogna insistere per promuovere il nostro patrimonio, sempre più abbandonato a se stesso per croniche e sempre più aggravate carenze di fondi e di progettualità. Ma soprattutto abbandonato perché non se ne parla, o se ne parla demagogicamente o soltanto quando il danno è ormai irreparabile. Se la situazione nei media è questa, nel web è ancora peggio: mancano voci coordinate che promuovano il patrimonio, che contribuiscano alla diffusione della sua conoscenza. Le voci ci sono, oggi, e sono quelle dei blogger, ma sono spesso troppo slegate tra loro, e per quanto vedano le stesse problematiche e siano mosse dagli stessi interessi, non hanno ancora la forza (o la consapevolezza) di formare una corporazione. Come i travelblogger sono ormai una realtà che detta legge nel mondo del turismo, così gli archeoblogger, anzi, i cultural heritage blogger, devono riuscire a imporsi nel mondo della comunicazione online, divenendo figure necessarie nel campo della comunicazione culturale, e dare vita ad una nuova figura professionale, della quale da più parti si sente ormai il bisogno: perché chi conosce è il miglior promotore, e noi archeologi per troppo tempo abbiamo demandato e delegato altri per la comunicazione del nostro patrimonio. Dobbiamo dunque riprenderci questo spazio che ci appartiene. I presupposti ci sono, alcuni esempi, per quanto pochi, si trovano in Italia, e sono i blog dei musei che impiegano personale qualificato per promuovere le proprie attività e le proprie collezioni. Al momento, però, sono ancora troppo pochi i giovani che riescono a fare del blogging culturale una professione, ma la domanda c’è ed è questo il momento di fare fronte comune per far sentire la nostra esistenza, la nostra presenza e la nostra attenzione.
Il 14 novembre 2013 a Paestum discuteremo di questo e di altro, ognuno dei blogger porterà la propria esperienza, si confronterà con gli altri, non solo blogger di archeologia, vedrà, in sostanza, che non è solo. Facciamo rete: è un’esortazione, ed è la parola chiave di Archeoblog.