#uffiziarcheologia. La rivincita della Venere (Medici)

Voi che visitate gli Uffizi in lunghe code e, trascinati dalla corrente delle migliaia di visitatori, siete ora sbattuti davanti a Botticelli, ora a Leonardo, e che percorrete la grande Galleria velocemente, perché pare che i Botticelli e i Leonardo non possano aspettare un minuto di più senza di voi, e sfiorate, senza neppure vederla, una lunga schiera di volti e di personaggi che vi fissano immobili, ebbene sappiate che quella schiera di volti e di personaggi è la ragione stessa dell’esistenza degli Uffizi.

Pathos con vista - Uffizi, Galleria

Pathos con vista – Uffizi, Galleria

Passa la fiumana di gente. Passa vociando, chi a passo svelto, girando la testa di scatto da una parte e dall’altra per cercare di trovare per primo una sala, chi invece cammina più lento, lo sguardo in basso rivolto ad interrogare una guida sulla quale sono scritti numeri romani cui corrisponde qualcosa di imperdibile da vedere. Che ciurma indisciplinata di individui, tutti armati di macchina fotografica e telefonino, tante greggi di pecore che seguono il loro pastore con un’asta variopinta in mano, tutti vestiti alla stessa maniera: giacchetta antipioggia, cappellino antisole, scarpe comode da passeggio. Ogni tanto qualcuno ha l’ardire di guardare fuori dai finestroni: almeno costui vagamente capisce cosa sia la bellezza: e il panorama sul fiume, su Ponte Vecchio, su Oltrarno per qualche secondo strappano da questo fiume in piena di gente. Tutti i giorni così. La Galleria degli Uffizi è un corridoio di passaggio, illuminato con tante belle finestre e niente più.

Nessuno si accorge di noi.

Eppure noi sappiamo tutto di voi. Vi osserviamo attraverso i nostri sguardi immobili, scolpiti nel marmo; i nostri volti vi scrutano uno per uno, i nostri corpi inutilmente cercano di parlarvi. Niente, non ci vedete, non ci vedreste nemmeno se fossimo ancora a colori, figurarsi così, nel nostro immortale candore. Puri oggetti d’arredamento, anche meno, forse: ci considerate una schiera di teste tutte uguali, di dei ed eroi così lontani da voi da renderci tutt’altro che interessanti. Eh già, voi volete i colori. Voi volete la pittura rinascimentale. Per questo siete qui, agli Uffizi. Perché questo è il tempio della pittura rinascimentale.

Non sapete, invece, che gli Uffizi furono per prima cosa Galleria di antichità, proprio per ospitare noi, un esercito bianco e silente di imperatori, dee e principesse, di generali, di eroi e di sventurati, le cui gesta di offesa agli dei sono rimaste per sempre impresse nel marmo, a ricordo e insegnamento morale perenne: parlo di Marsia, che sfidò Apollo e fu scuoiato senza pietà, parlo dei Niobidi, figli di Niobe, che osò burlarsi della madre di Apollo e Diana, i quali senza pensarci su li uccisero a uno a uno, quei 14 figli. Sono riuniti in una sala, splendore dorato creato apposta per loro, per rendere eterna gloria e memoria agli dei, ma anche a quegli antichi che nel mito costruirono i fondamenti dell’antico vivere civile e che all’arte affidarono il compito di tramandarli nei secoli.

La sala dei Niobidi

La sala dei Niobidi

Non sapete che quello che voi chiamate Rinascimento avrebbe avuto un corso ben diverso se prima non vi fosse stata una certa “Rinascita dell’Antico”, un interesse antiquario verso tutte quelle antichità che la terra stava restituendo, a Roma e in Grecia, e che erano a detta di tutti capolavori di un’età dell’oro che non era più. Quel mondo antico, greco e romano, conosciuto fino allora solo attraverso i codici tramandati da secoli di trascrizioni degli autori antichi e attraverso le rovine di antichi monumenti che impressionavano per la loro resistenza al Tempo e che perciò incutevano una sorta di timore reverenziale, cominciò ad apparire non più solo fatto di voci e di pietre, ma anche di uomini, di personaggi, di artisti che sapevano infondere la vita ai blocchi di marmo che scolpivano.

Non sapete che senza la ri-scoperta della statuaria antica gli artisti rinascimentali non si sarebbero mai interrogati – o lo avrebbero fatto in altro modo – sull’uomo, sulla natura e sulle sue rappresentazioni; invece l’arte antica ha condizionato a tal punto la loro ispirazione da dare un nuovo corso all’arte del Quattrocento e del Cinquecento. Non sapete dunque che ciò che voi bramate di osservare, con i vostri occhi o attraverso lo schermo di una fotocamera, è il frutto di un’arte che guardava a noi, opere d’arte antica, come modelli di riferimento.

Arianna dormiente

Arianna dormiente

Siete rapiti dall’incanto e dall’aura di sacralità di certe madonne, e non vi rendete conto che furono gli scultori greci i primi a dare vita a volti perfetti nella loro bellezza, senza tempo, alle statue di dei e dee; siete attratti dall’estremo realismo nelle espressioni di certi condottieri, e non vi accorgete che ancora furono gli scultori greci i primi a concepire il ritratto in senso moderno nei volti di re, atleti, filosofi ed eroi nei quali infondevano non solo le caratteristiche fisiche, ma anche i sentimenti, il pensiero, il pathos. Restate ammaliati di fronte alla fisicità di certi corpi nudi, di certe muscolature tese fino allo spasmo, e ancora non vedete che gli scultori greci studiarono per primi l’anatomia umana e realizzarono corpi perfetti, muscolosi, atletici, trovando il canone nelle proporzioni del corpo e la posa più naturale per metterle in mostra.

L'atto finale del pancrazio. Corpi perfetti, muscoli tesi allo spasmo, pathos

L’atto finale del pancrazio. Corpi perfetti, muscoli tesi allo spasmo, pathos

Ma forse a voi non piace il bianco, vi annoia e non rende in fotografia. Forse voi cercate il colore. Il colore che solo i dipinti possono mostrare. Il colore che solo i pittori rinascimentali conoscevano talmente bene e dosavano in modulazioni di toni da mettere i brividi. Potreste perdere ore e ore ad osservare le singole pennellate su una tela (certo, se solo ne aveste il tempo), ad osservare la purezza dell’incarnato femminile, la palpabilità di certe vesti sontuose, la leggerezza dei veli delle madonne, la ruvidezza delle pelli di cui è vestito San Gerolamo, la vaghezza delle nuvole in cielo, la precisione dei fiori di un prato, le rapide pennellate che annunciano un paesaggio sullo sfondo… Non sapete, perché nessuno ve l’ha detto e perché è difficile che ve ne possiate accorgere, che un tempo eravamo dipinte anche noi, statue di marmo reso bianco dal tempo che scorre inesorabile sulla superficie, ma che non riesce ad intaccare la sostanza. Il mondo antico non è bianco come siete abituati a immaginarlo, ma al contrario vivace, colorato: i templi erano sgargianti, i ritratti avevano l’incarnato roseo, i capelli biondi o bruni, le labbra rosse, gli occhi azzurri, castani o neri, proprio come nei volti dei dipinti, proprio come nei volti degli esseri umani vivi. Anche i nostri abiti erano colorati, di indaco, di vermiglio, di ocra, di porpora, e non avevano nulla da invidiare alle tonalità che usano i pittori. Siete innamorati delle bionde chiome della Venere del Botticelli e non sapete che un’altra Venere agli Uffizi aveva capelli color dell’oro: la Venere Medici. Le tracce dorate le furono tolte, però, non più tardi di due secoli fa: non era credibile, all’epoca, che le statue antiche potessero essere colorate. L’antico è bianco, è marmo prezioso che esprime la lucentezza propria del suo candore. Il colore è per contro una corruzione: così dicevano eruditi e restauratori. E invece quale errore! Quanto della nostra forza espressiva questo candore ci toglie, fissandoci per sempre in qualcosa che nell’antichità non era, e che invece oggi è l’idea stessa di antico!

Venere Medici (credits: Antonia Falcone)

Venere Medici (credits: Antonia Falcone)

Venite qui per rendere omaggio alla Venere del Botticelli, per ammirarne le forme sinuose e perfette, la chioma dorata che si fa accarezzare dal vento, e non sapete, non sapete!, che ben altra Venere era un tempo l’oggetto del desiderio di chi veniva in visita qui, agli Uffizi: la Venere Medici, di nuovo lei torna sulla mia bocca, perché fu a lungo considerata, dalla sua scoperta a Roma nel Quattrocento, capolavoro indiscusso della scultura antica; era considerata perfetta, e quando i Medici la acquistarono e poi la posero negli Uffizi, non si limitarono a sistemarla in Galleria come noi altri comuni ritratti di marmo, no: fu posta nella Tribuna degli Uffizi, la sala più bella e inaccessibile, lo scrigno del palazzo. E all’interno dello scrigno non poteva che esserci la perla più preziosa, sotto una volta stellata di gusci d’ostrica che riflettono di madreperla. Era lei la Venere cui tutti tributavano il più alto omaggio e il più alto elogio; solo in un secondo tempo, molto vicino a voi, peraltro, quell’altra Venere, quella dipinta da Botticelli, è diventata il vostro idolo. Ma fino a due secoli fa la Venere Medici era considerata l’incarnazione della bellezza stessa, l’ideale femminile, sensuale e carnale, e al tempo stesso algido e inafferrabile, proprio quale è l’essenza di una dea, capace di fare impazzire gli uomini e di prendersi beffe dei sentimenti.

Voi che passate davanti all’Arianna dormiente mentre aspetta invano il suo Teseo e puntate diritto verso il Tondo Doni: è chiaro che ancora una volta il colore vi attrae; altrimenti almeno uno sguardo lo dedichereste a questa fanciulla che dorme: e invece siete voi che dormite, che non notate la sublime bellezza, l’abbandono di questa fanciulla che sembra così reale, così vero! Nulla, passate oltre anche se è in mezzo alla stanza, e non vi interessa neanche sapere chi sia, questa eroina del mito. Già, i miti: gli Uffizi sono zeppi di narrazioni mitologiche; e non mi riferisco solo al mito di Arianna, o a Eracle che uccide Nesso, o ad Apollo e Marsia, o ai Niobidi, o al Laocoonte divorato da un mostro marino o al bagno di Venere rappresentati nelle sculture antiche. Perché di miti greci è impregnata la pittura rinascimentale: e torna ancora una volta la nascita di Venere, nella quale la dea che esce dalla spuma del mare non è altro che la trasposizione pittorica rinascimentale di un mito greco. Cosa sarebbe la cultura occidentale senza i miti greci? Senza Zeus, Eracle, la Guerra di Troia, Ulisse e la sua Odissea? Sarebbe cosa ben diversa, e ben più povera. È dunque importante guardare ai miti antichi con attenzione, con partecipazione, con curiosità: andando oltre la favoletta per bambini scoprirete tante basi del vostro comune pensiero quotidiano. Il vostro comune sentire, che vi piaccia o no, affonda le sue radici nella cultura greca e romana, di cui noi, statue rese pallide dal tempo, ma non per questo inespressive, siamo testimoni perenni. Interrogateci: sono tante le storie che possiamo raccontarvi.

Arianna dormiente

Arianna dormiente

Oggi vi ho raccontato tutto questo perché vi fermiate a guardarci, la prossima volta che attraversate la Galleria. Non camminate ad occhi bassi o con lo sguardo già proiettato sul prossimo dipinto. Fermatevi a guardare anche noi, a scoprire le nostre storie, i nostri perché, ad andare oltre la fredda perfezione del marmo. Ne ricaverete un tesoro, un tesoro che oggi vi è stato svelato.

Quest’invenzione nasce in seguito all’archeoblogtour #uffiziarcheologia al quale ho preso parte insieme ad altri blogger archeologi alla scoperta delle collezioni di antichità degli Uffizi, che sono l’essenza stessa del Museo, ma cui nessuno presta mai veramente attenzione. #Uffiziarcheologia è stata anche l’occasione per presentare il progetto Gold Unveiled, un progetto di ricerca che studia le tracce di colore sulle statue antiche, a partire proprio dai marmi degli Uffizi e dalla Venere Medici, che a suo tempo fu la vera icona del museo (qui trovate proprio i risultati delle ricerche sul colore della Venere). Oggi è un’altra Venere l’icona degli Uffizi, ma questo non vuol dire che dobbiamo dimenticare o mettere da parte l’altra: al contrario è riscoprendo la vera ragione dell’esistenza degli Uffizi, che possiamo apprezzarli nella loro interezza.

Grazie a Cristiana Barandoni e Fabrizio Paolucci per la splendida opportunità data a noi archeoblogger. Buon lavoro a Gold Unveiled!

#bronzifirenze: Il primo blogtour per archeoblogger

Sono molto contenta di essere stata coinvolta nell’organizzazione e realizzazione del primo blogtour per archeoblogger che sia mai stato pensato per la blogosfera archeologica italiana. L’iniziativa è partita da Palazzo Strozzi, che nelle persone di Giulia Sabbatini e Benedetta Scarpelli ha voluto coinvolgere me e la mia collega Silvia Bolognesi in quanto blogger di Archeotoscana, il museumblog della ormai Soprintendenza Archeologia della Toscana, per organizzare un evento dedicato agli archeoblogger per far scoprire loro le mostre attualmente in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Museo Archeologico Nazionale, “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico” e “Piccoli Grandi Bronzi“: due facce diverse, in grande e in piccolo, della stessa medaglia, che è ben riassunta nell’ashtag #bronziFirenze, con il quale entrambe le mostre vengono descritte fin dalla loro apertura lo scorso marzo. Le due mostre hanno infatti per oggetto la scultura in bronzo di età ellenistica: Palazzo Strozzi, con un taglio decisamente più spettacolare e di forte richiamo mediatico, ha puntato sulla scultura di grandi dimensioni, mentre il MAF (che a Palazzo Strozzi ha prestato 4 dei suoi “Grandi Bronzi”: l’Arringatore, la Minerva di Arezzo, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi appositamente restaurata e l’Idolino di Pesaro) si è dedicato alla scultura in bronzo di piccole dimensioni, che però altro non è che uno strumento, per gli studiosi di arte antica, per risalire alle iconografie e ai modelli di sculture in bronzo di grandi dimensioni. Si pone dunque il problema della copia, dell’originale e del modello, delle varianti iconografiche, ma anche e soprattutto del collezionismo, perché le piccole sculture in mostra al MAF appartengono tutte alla vastissima collezione medicea e lorenese di antichità etrusche, greche e romane.

Che Palazzo Strozzi sia attento all’aspetto della comunicazione non è una novità: già in passato ha dato prova anzi di voler promuovere le proprie iniziative ed attività attraverso gli strumenti che il web 2.0 e i social consentono: aderì alla prima edizione delle Invasioni Digitali e, qualche tempo dopo, organizzò un’attività specifica per blogger fiorentini. L’evento per gli archeoblogger si inserisce dunque in questa serie ed è giustificato dal tema della mostra, l’arte antica, intimamente legata con l’archeologia dato che buona parte delle sculture esposte provengono da ritrovamenti archeologici talora fortuiti, come il Generale Romano rinvenuto nel mare di Brindisi.

Così #bronziFirenze è stato l’ashtag utilizzato lo scorso 30 aprile in occasione del blogtour, che ha visto riuniti insieme alcuni blogger di archeologia italiani. Alcuni, anzi la maggior parte, sono anche tra gli autori di Archeostorie, il Manuale non convenzionale di archeologia vissuta di cui vi ho parlato nello scorso post.

Ognuno di essi ha osservato le mostre dal proprio punto di vista: chi più interessato agli aspetti museografici, chi alla comunicazione e all’accessibilità, chi a particolari tipologie di opere esposte. I blogger presenti hanno vissuto l’esperienza del blogtour vivendolo alla luce della propria personalissima sensibilità e formazione. Gli archeologi non sono tutti uguali, ognuno ha la propria specializzazione. E gli archeoblogger, che sono archeologi al pari degli altri (anzi, con un interesse per la comunicazione particolarmente sviluppato), hanno anch’essi ciascuno la propria specializzazione, seguono le proprie naturali inclinazioni ed esprimono la propria personalità attraverso i post che pubblicano in rete. Leggere i loro post sull’evento è senz’altro interessante per vedere attraverso i loro occhi le due mostre, ma anche per capire, prendendoli tutti insieme, quanto vasti possano essere gli interessi e gli sguardi degli archeologi, quanto tutti insieme riescano a costruire un racconto corale.

Intanto un assaggio di questa pluralità di voci e di sguardi si può cogliere scorrendo lo storify dell’evento. Dopodiché ci sono i post: e vi propongo intanto quelli che sono già stati pubblicati:

Archeotoscanahttps://archeotoscana.wordpress.com/2015/05/06/gli-archeoblogger-a-firenze/

Archeokidshttp://archeokids.tumblr.com/post/119264622399/che-cosa-ci-fanno-un-falsario-un-collezionista-e

Professione Archeologohttp://www.professionearcheologo.it/bronzifirenze-impressioni-di-una-archeoblogger/

Liberarcheologiahttp://liberarcheologia.altervista.org/bronzo-e-non-solo/

DjedMeduhttps://djedmedu.wordpress.com/2015/05/07/legitto-di-provincia-i-bronzi-ellenistici-di-palazzo-strozzi-e-del-museo-archeologico-nazionale-di-firenze/

Un blogtour dedicato ad una categoria speciale di blogger automaticamente riconosce quella categoria di blogger! Dunque l’evento di Firenze è tanto più importante in quanto finalmente si parla di archeoblogger che partecipano ad eventi appositamente creati per loro. Finalmente si comincia a vedere un po’ di quella “notorietà di ritorno” che molti blog di vario tipo acquisiscono nel momento in cui si parla di loro anche al di fuori della rete. Il fatto che il Direttore di Palazzo Strozzi sia venuto appositamente a salutarci implica che è riconosciuto il valore degli archeoblogger come comunicatori culturali al pari dei giornalisti e anzi, con una marcia in più: la competenza in materia.

Non posso far altro che augurarvi buona lettura dei post che vi ho linkato. E arrivederci al prossimo archeoblogtour!

Alla fine dell'evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF

Alla fine dell’evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF: sono Francesco RIpanti, Mattia Mancini, Paola Romi, Domenica Pate.

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum

La Chimera ha scoperto che le piace viaggiare. Ha scoperto che le piace andare in tournée, però mica per stare esposta in mostra, che poi dalla sua postazione non si può muovere e anzi deve stare in posa a farsi ammirare da torme di visitatori. No, a lei piace andare in giro, ogni volta che può chiacchierare con qualcuno. Da quando è su twitter è diventata una chiacchierona incredibile, non la si tiene più. E così è voluta venire a Paestum con me, a controllare quello che avrei raccontato al Social Media & Heritage Forum, un’occasione molto importante di scambio e confronto tra social media manager di istituzioni pubbliche (io per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e Stefano Rossi per la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria), osservatori attenti (Alessandro d’Amore per SvegliaMuseo, Astrid D’eredità con la sua grande esperienza in materia) e soprattutto la Direttrice Generale per la Valorizzazione A.M. Buzzi, dirigente del MiBACT, anzi, di quella fetta di MiBACT che si occupa di Social Media.
20141030_155252_1In vista della partecipazione della Buzzi la Chimera si era lisciata il pelo e rifatta le unghie, mentre io le avevo affilate: insieme a Stefano Rossi volevo far passare il messaggio che il nostro lavoro di comunicatori social delle rispettive soprintendenze è importante e non può essere fatto nei ritagli di tempo. Del resto Stefano ha mostrato come da mansionario del ministero sia prevista la figura di funzionario per la promozione e la comunicazione (e già l’assistente alla vigilanza, che entrambi ricopriamo, ha nel suo ruolo una mansione di comunicazione). Mi permetto di sottolineare che la Buzzi continua a non aver proprio chiarissimo il problema (che non è un problema, ma un’opportunità!) in tutte le sue sfaccettature, ma che il solo fatto che sia stata presente e abbia partecipato al dibattito mettendosi in gioco è stata una cosa assolutamente positiva. Bene così. Peccato che il vero uomo social del MiBACT sia arrivato quando ormai io e Stefano avevamo ultimato le nostre comunicazioni, perché rappresentando lui il centro e noi la periferia, forse poteva svilupparsi un dibattito più concreto, portato sulle vere problematiche di tutti i giorni. Comunque mi consola sapere che anche lui come me è costretto ad utilizzare i propri devices e il proprio pacchetto dati internet dato che al ministero hanno bloccato facebook (e su questo lascio a voi ogni commento…).
Apro una parentesi: è stato molto bello l’incontro casuale, la mattina dopo, con Fernanda Bruni, sempre del MiBACT, la quale mi ha espresso l’entusiasmo per quello che stiamo facendo e le perplessità per come a livello centrale viene gestita la cosa. Mi ha anche spronato a darci da fare dalle periferie perché è necessario (parole sue) che le soprintendenze si dotino di personale veramente comunicatore e che la comunicazione non sia lasciata ai tecnici informatici con la scusa che sanno usare il pc e (eventualmente, aggiungo io) i social, ma ci sia personale davvero in grado di farlo. “Abbiamo risorse interne, non vedo perché pagare un ufficio stampa esterno (avercelo, un ufficio stampa, signora mia!)”. Insomma, è stata una bella chiacchierata, insieme alla Soprintendente della Campania la quale raccontava dei suoi sforzi per la valorizzazione di Paestum al grido di “Il giardiniere di un cimitero non lo voglio fare”.

la Chimera a Paestum

la Chimera a Paestum

Ma ritorniamo all’Incontro degli Archeoblogger. L’incontro, come era prevedibile, è stato molto interessante e partecipato. Naturalmente il dibattito sui social media e il Ministero è stato il più vissuto, forse perché mi interessava di più, forse perché l’intervento istituzionale della Buzzi ha dato il senso del “non ce la cantiamo e suoniamo, ma il dibattito arriva laddove deve arrivare”. E questo, nel bene e nel male, è fondamentale. La sessione sui blog ha gettato elementi di novità rispetto all’anno scorso: mostra una blogosfera archeologica viva, attiva e soprattutto matura. La più matura di tutti è naturalmente Galatea, Mariangela Vaglio, la quale è blogger dal 2005 e quindi ha sicuramente dei consigli da dare a chi è più nuovo del mestiere. Intanto le metriche sono importanti (e già Gabriele Gattiglia ce l’ha detto, che è importante conoscere il nostro pubblico per capire come e quanto investire in comunicazione e social); poi fa una riflessione sul pubblico dei blog, che è cambiato negli anni, diventando più massificato. E allora il pensiero che sorge è che non necessariamente ad avere molto pubblico corrisponde avere un pubblico di qualità. E con pubblico di qualità intendo il pubblico che legge perché realmente interessato, il pubblico che porta a popolarità al di fuori della rete le tematiche che vengono trattate nel blog. E poi, ancora, proclama la legge fondamentale dei social media: sui social la comunicazione dev’essere emozionale. E i musei devono lavorare sempre di più in questa direzione. E ancora, ad Antonia Falcone che, presentando il blog di Professione Archeologo, si stupiva che la pagina più letta fosse “Chi siamo” risponde che l’autorevolezza del blogger è fondamentale; le fa eco Cinzia Dal Maso, che ribadisce il concetto. E ciò tra l’altro è a maggior ragione importante per blog di settore quale il nostro, dove è facile incappare in mistificazioni e in archeobaggianate. Conclude Cinzia Dal Maso spendendo una parola sull’importanza della tempestività nel fornire le notizie, caratteristica che i blogger devono avere in comune con i giornalisti, e soprattutto sull’avere uno sguardo globale e non provinciale. Tendiamo a chiuderci entro le quattro mura di casa nostra, senza guardare all’esterno, e all’estero. Sbagliato: apriamo gli occhi e guardiamo cosa c’è la fuori.
Va detto che l’abbiamo fatto: quest’estate, per esempio, abbiamo guardato fuori dall’Italia e siamo approdati in massa al Day of Archaeology. L’abbiamo fatto talmente bene che ci hanno dedicato una categoria a sé, per ritrovarci tutti, per fare community. E l’abbiamo fatto con tanto entusiasmo e trasporto, oltreché con la serietà professionale che ci contraddistingue, che da lì a decidere di scrivere un libro sui mestieri dell’archeologo il passo è stato breve. Il Day of Archaeology serve infatti per far conoscere il lavoro degli archeologi in tutte le sue sfaccettature. Anche noi archeoblogger italiani dunque abbiamo raccontato il nostro lavoro, e abbiamo deciso che chi meglio degli studenti di archeologia all’università dovrebbero sapere cosa li aspetta una volta laureati? Così presto fatto, e nasce Archeostorie, che sarà pubblicato a marzo, ma che è stato presentato in anteprima ieri. A cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti, vede la partecipazione di molti di noi archeoblogger, e vuole essere uno strumento di orientamento per i giovani futuri archeologi che ancora non sanno cosa faranno da grandi. A tal proposito ricorderò sempre cosa disse a Genova la mia futura docente di storia dell’arte greca e romana all’incontro di orientamento cui partecipai prima ancora di immatricolarmi, nell’ormai lontano 2000. Disse “Nel settore non ci sono molti sbocchi occupazionali, se davvero avete intenzione di diventare archeologi, sappiate che dovrete inventarvi il lavoro.” Non fu proprio incoraggiante, ma fu sincera. Apprezzai il consiglio, ma mi buttai ugualmente nella mischia. Alla fine, credo proprio di averlo seguito, il suo consiglio, e di essermi inventata se non un lavoro, quantomeno un’esperienza e una professionalità in un settore che per l’archeologia è ancora poco sfruttato nelle sue enormi potenzialità, quello della comunicazione 2.0 e social per i musei. Archeostorie può aiutare i giovani studenti di oggi, futuri archeologi di domani, a capire e a riconoscere le loro potenzialità, in un ambiente universitario che è ancora scollato dal mondo reale (come ha detto Giuliano De Felice, l’università forma bravissimi potenziali ricercatori, che rimangono però potenziali).
La Chimera è molto soddisfatta di Archeostorie: nel libro c’è anche lei, perché in qualche modo è stata la musa ispiratrice della mia strada. Ed è molto soddisfatta del suo viaggio a Paestum, dove è stata accolta come mascotte degli archeoblogger. Ora le toccherà partecipare sempre alle nostre conventions. Ma non penso proprio che le dispiacerà… 😉

chimeramicrofono

A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

L’Italia e il “Day of Archaeology”

È passata ormai qualche settimana, anzi, quasi un mese, dall’evento archeologico 2.0 più importante di tutti i tempi: il Day of Archaeology. Per chi non lo conoscesse, si tratta nientepopodimenochè un blog (alla faccia di coloro che ancora non ci credono) che raccoglie in una giornata, quest’anno è stato l’11 luglio, una serie di post che raccontano “what archaeologist really do“: il progetto è quanto di più semplice e geniale allo stesso tempo si possa concepire: sono chiamati a raccolta potenzialmente tutti gli archeologi da tutto il mondo a raccontare il loro lavoro, la loro formazione, la loro esperienza, la loro quotidianità, le soddisfazioni o al contrario le frustrazioni di questo che è il mestiere più bello ma più difficile da praticare del mondo. E gli archeologi che partecipano vengono davvero da tutto il mondo: scorrendo l’homepage ci si imbatte negli Stati Uniti, nel Messico, nella Turchia, nella Finlandia, nella Macedonia, ovviamente nella Gran Bretagna, dove questo progetto è nato nel 2011 – e dov’è molto sentita l’Archeologia Pubblica come branca dell’archeologia fondamentale nell’accompagnare lo sviluppo della ricerca – e nell’Italia. Anzi, va detto che l’Italia quest’anno ha partecipato in forze, riuscendo a costituire una categoria di post a sé stante perché, se lo scopo del DayofArch è raccontare il lavoro dell’archeologo all over the world, agli archeologi italiani preme far sapere in giro che si combina a casa nostra, quali sono le tante sfaccettature del nostro mestiere, quali sono le difficoltà e quali le soddisfazioni, quali sono gli sbocchi professionali anche se di lavoro ce n’è poco…

dayofarch

Il merito di riunire gli archeologi, partendo da quelli che hanno più confidenza con i blog, ovvero gli archeoblogger, è stato Francesco Ripanti in arte @Cioschi di Archeovideo, supportato dal grande entusiasmo trascinatore di Cinzia Dal Maso di Filelleni che come un generale ha dettato i tempi e i modi e ci ha decisamente spronato ad esserci. E infatti abbiamo partecipato in forze, nonostante la difficoltà, almeno per me, di scrivere in inglese. Comunque è stata una bella esperienza sia scrivere che trovarsi lì riuniti, ed è stato importante soprattutto perché finalmente cominciamo a fare qualcosa in quella direzione che Cinzia è già da un anno che accarezza, di costituire veramente un gruppo di archeoblogger in grado di far rumore, di farsi sentire, di avere una voce squillante. Siamo partiti con il DayofArch, ma andremo avanti, perché grandi cose bollono in pentola…

Qui trovate il link a tutti i post della categoria Italy al Day of Archaeology 2014. La panoramica, come vi dicevo, è piuttosto ampia: si va dalla didattica all’archeologia digitale, passando dalla vita sul cantiere di scavo, da progetti di ricerca all’archeologia urbana, quindi ai video e alla radio, con i ragazzi di Let’s Dig Again, il canale radiofonico dedicato proprio all’archeologia.

Vi invito a dare un’occhiata per farvi un’idea. Soprattutto se siete studenti di archeologia alla ricerca di una vostra collocazione nel mondo, forse vi farà bene vedere quali sbocchi, ma anche quali difficoltà si incontrano quotidianamente in questa professione. Eh sì, perché la nostra è una professione, riconosciuta a tutti gli effetti. Finalmente.

PS: se siete curiosi di scoprire cosa ho raccontato per il Day of Archaeology, lo trovate qui. Oppure, andatevelo a cercare nella categoria Italy… e soffermatevi a leggere gli altri post… ne vale la pena!

Blogger, Archeoblogger, Museumblogger

Il 23 maggio a Pisa si svolgerà Opening The Past 2014, il cui tema è ben espresso nelle prime due righe di presentazione :“Aprire il passato significa raccontarlo. Alla comunità scientifica sì, ma soprattutto alla comunità dei cittadini cui il lavoro degli archeologi e, più in generale, degli operatori dei beni culturali deve rivolgersi.”.

Tema che mi interessa da sempre, quello della comunicazione dell’archeologia. Mi ha fatto quindi molto piacere ricevere da Gabriele Gattiglia di Mappa Project l’invito a partecipare: il mio intervento, come recita il programma, sarà un autobiografico racconto di come da blogger ho cominciato a scrivere di archeologia e di come da archeoblogger sono diventata museumblogger. Si tratta di 3 anime che convivono in me, ognuna necessaria, perché ognuna scaturisce dall’esperienza di quella precedente e non avrebbe forza né efficacia senza quella precedente.

In questi giorni concitati in cui, tra l’altro, sto chiudendo la tesi di dottorato, devo dunque riordinare le idee per preparare un intervento che sia sensato e possibilmente non autocelebrativo (a tal proposito, portatevi i pomodori da tirarmi se comincio a dire troppe volte “io io io”); mi metto al lavoro ahimè nei ritagli di tempo (ma anche, perché no, in sala in museo…). E capita, giusto giusto, a rintuzzare il fuoco un intervento radiofonico di Alessandro-Alex O’love che parla di archeoblogger come figura professionale cui però manca un mercato del lavoro, cui fa seguito un’animata discussione su facebook, lanciata da Cinzia Dal Maso, che si conclude con un post di Alex O’love che vuole chiarire la sua posizione sulle definizioni, ammesso che ce ne sia bisogno, di archeoblogger e museumblogger (cui segue un bello scambio di commenti con Cinzia, cui vi rimando).

La discussione capita proprio a fagiolo, perché siccome Alessandro cita proprio la mia esperienza (a proposito, grazie Ale, ne sono onorata!), questo mi permette di riflettere meglio su chi sono io: blogger, archeoblogger o museumblogger? Una, nessuna, centomila? Tutte e tre le cose o nessuna delle tre? E’ necessario distinguere? O le distinzioni sono pura semantica, come dice Alessandro? Per quanto riguarda la mia esperienza, infatti, non potrei scrivere per blog di musei se non fossi prima di tutto archeoblogger. Ma non potrei essere la blogger di archeologia che sono se non fossi nata come blogger di tutt’altro genere. Ho studiato e monitorato blog di archeologia per un sacco di tempo, proprio perché mi interessava il mondo nel quale ero e sono immersa, e ho tratto le mie conclusioni.

scrivere_sul_blog

Il mondo dei blog è talmente fluido che è impossibile fare delle classificazioni: non siamo frammenti ceramici da ricondurre ad una forma, siamo esseri umani pensanti e dotati di ingegno, creatività, voglia di comunicare. Ognuno è blogger, e archeoblogger, a modo suo, chi fa pura opinione, chi fa divulgazione, chi informazione, chi fa tutte e tre le cose. Lo fa con i propri contenuti, le proprie idee, si assume la responsabilità di ciò che scrive, sceglie i temi da affrontare e lo stile con cui affrontarli.

E chi gestisce un blog museale? Non fa forse la stessa cosa? Certo, ha dei limiti, dettati dall’istituzione stessa per cui scrive, sia a livello di scelta dei temi: non posso parlare dei crolli a Pompei dal blog del Museo Archeologico di Venezia, mentre dovrò scrivere a proposito della tale mostra o della tale iniziativa che il museo propone. Devo scrivere del museo e di ciò che gli ruota intorno. Il blog museale, poi, ovviamente, non è un blog in cui si fa opinione, ma è un luogo di comunicazione, di informazione, di incontro con i lettori/visitatori. Ma per il resto, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, la scelta dei contenuti, o meglio di come trattare i contenuti, è mia, così come mio è lo stile e il taglio che dò ad ogni singolo post. Perché anche se sul blog di museo pubblico un comunicato stampa, faccio in modo che quel comunicato venga ampliato, spiegato, contestualizzato e arricchito. Non solo, ma il mio essere archeoblogger esce fuori nel momento in cui scelgo le parole chiave con cui far rintracciare su Google il post, nel momento in cui dò visibilità attraverso i canali social del museo, nel momento in cui stabilisco online e offline una serie di contatti con altri blogger, creando una rete che mi porta visibilità, nel momento in cui, e questa è la parte più difficile, organizzo eventi o iniziative che uniscono insieme il museo reale e il museo virtuale. In questo senso allora l’archeoblogger sviluppa una professionalità, che non è solo quella di comunicare contenuti culturali attraverso una pagina web, ma è ben più ampia.

La figura del blogger che scrive nel suo spazio personale sperando che qualcuno lo legga è superata. In molti nascono ancora così, aprono un blog per il puro desiderio di scrivere, ma poi la voglia di farsi leggere, di scambiare opinioni aumenta, e il blogger sviluppa alcune capacità, uno stile, riconosce il suo pubblico. E il pubblico è proprio la chiave per capire la differenza nella mia attività di archeoblogger e di museumblogger. Perché il pubblico che legge questa pagina confusa di appunti e di idee che non ha né un capo né una coda non è lo stesso che legge i blog dei musei per i quali scrivo. Questo è il luogo della riflessione, dello studio, della formazione anche, sui temi della comunicazione in archeologia, mentre i blog museali sono i luoghi in cui le idee che mi sono fatta in merito trovano il loro compimento.

Ok, ho buttato giù queste righe sconclusionate perché spero che mi aiutino a presentare qualcosa di più coerentemente organizzato ad Openingh The Past 2014. Vi chiedo però, se siete riusciti ad arrivare fino in fondo con la lettura, di dirmi la vostra su questo tema. Sarà importante leggervi, e sarà bello rispondervi il 23 maggio.

Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice