3° Seminario di Archeologia Virtuale: comunicare in digitale

Si svolgerà i prossimi 19 e 20 giugno 2012 il 3° Seminario di Archeologia Virtuale, che quest’anno ha per oggetto il tema “comunicare in digitale” (di cui avevo dato qualche anticipazione qui).

seminario archeologia virtuale comunicare in digitale roma 2012

Fornisco di seguito il programma, che si può ricavare, anche in formato pdf, qui, così come rimando a questa pagina web, che poi è il sito web di Simone Gianolio, organizzatore del Seminario, per le informazioni più dettagliate relative all’evento, che comunque si compone di una giornata di laboratori sul GIS e il 3D per l’archeologia, e di una giornata di studi, che sarà registrata e andrà in onda in diretta streaming live.

Martedì 19 giugno 2012

09:15 – FreeLab GIS: i Sistemi Informativi Geografici per la comunicazione: ricostruire il paesaggio antico. Laboratorio di GIS per l’archeologia.
11:15 – Pausa
11:30 – FreeLab 3D: il 3D per la comunicazione: ricostruire un contesto antico. Laboratorio di modellazione tridimensionale e grafica virtuale per l’archeologia
13:30 – Discussione
14:00 – Chiusura dei laboratori

Mercoledì 20 giugno 2012

09:15 – Apertura dei lavori / Saluti istituzionali
10:00 – Archeologia e Blogosfera (M. Lo Blundo)
10:30 – La fotografia digitale per comunicare il Patrimonio Culturale (A. Corrao)
11:00 – Welcome Coffee Break
11:30 – 3D ed Archeologia: problemi aperti e future prospettive (S. Gianolio)
12:00 – Il Game Engine di Blender per la navigazione real time di ricostruzioni archeologiche 3D (I. Baldini – F. Frasca – A. Guidazzoli)
12:25 – Modelli interattivi 3D nei file PDF. Applicazioni in campo archeologico (A. Fiorini – V. Archetti)
12:50 – Premiazione concorso fotografia archeologica “Comunicare l’Archeologia”
13:00 – Pausa pranzo
15:00 – L’Archeologia tra nozionismo e divulgazione (J. Bogdani – E. Vecchietti)
15:25 – Multi sensor data fusion per la prototipazione di reperti archeologici (E. Faresin – A. Canci – G. Salemi)
15:50 – “Boni e il Genio”: la fotografia archeologica in Italia (L. Castrianni – E. Cella – P. Fortini)
16:15 – Pausa
16:30 – Il Patrimonio delle Conoscenze: Mappe Interattive Digitali per Pompei (F. Converti)
16:55 – L’integrazione di software high-cost ed open source nella documentazione archeologica (A. Arrighetti – E. Casalini – C. Nerucci – R. Pansini)
17:20 – HyperColumna. Uno sguardo sul passato (M. Alampi – S.G. Malatesta – F. Simonetti)
17:45 – Discussione
18:15 – Chiusura dei lavori

Non mi sto a dilungare nuovamente sull’importanza che eventi del genere rivestono per la comunicazione dell’archeologia. Fa piacere vedere che in Italia si parla sempre di più di tematiche legate all’archeologia e ai suoi rapporti con le nuove tecnologie nell’ottica di una sempre maggiore condivisione di dati e di comunicazione delle conoscenze: anche l’imminente ArcheoFOSS 2012, di cui ho dato conto qui, e l’incontro svoltosi ieri a Pisa sul Mappa Project (per il quale rimando alla pagina web di questo bel progetto) si occupano, a vario titolo e su vari fronti, di questi argomenti. 3 appuntamenti a poca distanza l’uno dall’altro per un’agenda fitta di appuntamenti. La carne al fuoco è tanta, la speranza è che oltre alle intenzionalità e alle progettualità ci sia la voglia e la possibilità di mettere in pratica, perché tutte queste belle idee non restino lettera morta.

Archeologia Virtuale: la metodologia prima del software – Parte seconda

Come non detto. E sono felice di poterlo affermare. La seconda giornata del Seminario di Archeologia Virtuale: la metodologia prima del software ha affrontato i temi e le problematiche che ho rilevato ieri. Sono emerse le mie stesse perplessità, che avevo segnalato qui, prima tra tutte la centralità della ricostruzione storica alla base di ogni progetto di archeologia virtuale e in secondo luogo la comunicazione della scoperta quale presupposto e non mero complemento accessorio delle applicazioni di archeologia virtuale. Si è inoltre amaramente registrato il fatto che sia per l’archeologia virtuale che per la comunicazione archeologica sia riservato ben poco spazio nelle università italiane e che proprio l’archeologia virtuale è per sua natura la più vicina a comprendere le problematiche della comunicazione archeologica, soprattutto perché prima di spendere tempo, energie e denaro in una ricostruzione virtuale occorre sapere bene per quale scopo essa è realizzata, a chi si rivolge e di quali mezzi si avvale.

Infine, posso ritenermi soddisfatta di ciò che ho ascoltato, di ciò che, diciamo pure, ho appreso in questi due giorni. Perché continuerò a non saper usare nessuno dei programmi supersofisticati presentati al seminario, ma almeno so che esistono e già questo mi pare abbastanza, soprattutto se quando sarò grande mi passerà qualche possibilità di un buon progetto per le mani e vorrò avvalermi di qualcuna di queste tecnologie per approfondire lo studio e per avere un bel – oltre che buon – risultato finale, da poter proporre al pubblico. A mio parere, vale in questo campo lo stesso discorso che si fa per l’archeometria: l’archeologo, quello che l’università ha formato come tale, conosce le potenzialità degli esami scientifici approfonditi e vi ricorre secondo ciò di cui ha bisogno. Non è l’archeologo, ma il tecnico, che fa le analisi minero-petrografiche su una sezione sottile. Anche se uno dei convenuti, il prof D’Andrea dell’università di Napoli, ha fatto un efficace confronto tra i medici che in sala operatoria devono saper utilizzare strumentazioni sofisticate mentre fino a 50 anni fa andavano avanti col bisturi e poco altro, mentre l’archeologo – intendendo una figura generica –  non evolve le sue competenze, non alza, per così dire, la testa dallo strato. Confronto efficace, senz’altro provocatorio, e che sicuramente deve far riflettere.

È giusto, è importante che l’apertura verso le nuove tecnologie entri nella testa di tutti gli archeologi, dagli Accademici agli strutturati nella compagine ministeriale, ma non si può pretendere, a mio parere, che tutti i futuri archeologi imparino ad utilizzare software di ricostruzione virtuale, 3D, fotogrammetria e quant’altro. Questo starà piuttosto alla buona volontà e all’interesse di ognuno, come del resto già avviene, sperando però, questo sì, che sia data più pubblicità al valore scientifico dell’archeologia virtuale in modo che se ne parli sempre di più e che circoli più informazione tra gli addetti ai lavori.

Infine, mi sia concesso farlo, un grande BRAVO e un enorme GRAZIE  a Simone Gianolio, preparatissimo organizzatore dell’evento: si è presentato come un dottorando. Beh, sono una dottoranda anch’io, ma non sono degna di legargli le scarpe, e non solo perché non so usare nessuno dei programmi che lui utilizza con la stessa facilità con cui io gioco a Farmville su Facebook, ma perché si è rivelato un capace moderatore, preparato su più fronti, in grado di orientare gli argomenti e la discussione e di colloquiare con le figure professionali e professioniste che si sono alternate al microfono in questi due giorni.

Archeologia Virtuale: la metodologia prima del software

Si sta svolgendo, oggi 5 aprile e domani 6 aprile 2011 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme il Seminario di Archeologia Virtuale: la Metodologia prima del software, momento di incontro tra archeologi impegnati in prima linea in ambito universitario e negli enti di ricerca (totalmente assenti le soprintendenze, ma del resto non sono quelle le sedi preposte alla ricerca, quanto piuttosto alla tutela) su progetti di ricerca archeologica svariati per tipologia, risultati e obbiettivi, che impiegano le tecnologie più avanzate per la realizzazione sia di banche dati sempre più complete che di rilievi sempre più precisi, in vista di una ricostruzione virtuale che unisca all’esattezza dell’informazione scientifica e archeologica la sua capacità di essere fruibile da parte del pubblico nella sua accezione più ampia. È per questo che ho voluto prendervi parte, oltre che per il fatto che sono totalmente ignorante in materia di tecnologie applicate all’archeologia (a malapena smanetto – e male – su autocad e lo stesso dicasi di photoshop), ma soprattutto perché mi interessa l’aspetto della comunicazione del risultato, che di fatto dovrebbe essere alla base di ogni progetto di ricerca archeologica. L’impressione invece è, almeno giunti a metà dei lavori, che la comunicazione, quindi l’elaborazione di un prodotto pensato per la fruizione, sia in molti casi solo un complemento accessorio. D’accordo, non è questa la sede per parlare di comunicazione, qui si parla di progetti di ricerca, di applicazioni pratiche di tecnologie nuove (soprattutto per chi come me di alcune di esse non ha proprio sentito parlare), di gettare le basi per poter parlare di una metodologia valida caso per caso. Siamo, è vero, ancora in una fase sperimentale, e non si tratta qui di elaborare un metodo universale com’è il metodo stratigrafico per lo scavo, per fare un esempio, ma come giustamente si faceva notare oggi, l’importante è sapere cosa si cerca e cosa si vuole ottenere. L’archeologo ha sempre delle domande: qual è la tecnologia che mi risponde?

Il problema dell’utilizzo delle tecnologie – uso il termine generico per parlare di tutti i software che concorrono a realizzare dati digitali, dalla fotogrammetria al 3D – è che sono per molti ma non per tutti. Il problema ha cominciato ad emergere già oggi, e penso verrà sviluppato domani, e non è secondario, perché se il futuro dell’archeologia è tecnologico, allora in molti sono decisamente indietro da questo punto di vista. Oppure in pochi sono pionieri, almeno in Italia. Due sono i motivi per cui ancora in pochi si avvalgono delle tecnologie: innanzitutto i costi, perché sì, esistono parecchi software open-source, ma i programmi tradizionali, più consolidati e per i quali eventualmente esistono dei manuali o dei corsi (parlo per me, ovviamente) costano, e molto. Oppure, se sono a costo zero i software, lo stesso non si può dire delle apparecchiature: perché una fotocamera di buon livello o una stazione totale non si scaricano gratuitamente dal web. L’altro motivo è lo scarso spazio lasciato in università all’utilizzo delle nuove tecnologie. Così si creano delle oasi felici – Siena, per esempio – mentre altri atenei – Genova, sempre per esempio – stanno a guardare. Oppure – sempre Genova per esempio – non è il dipartimento di archeologia che si occupa di tecnologie applicate ai Beni Culturali. Motivo? Non ci sono docenti in grado di farlo e gli studenti non vengono messi in condizioni di richiedere invece corsi di questo tipo, né di cercarli altrove, o di essere interessati a farlo. Ricordo con affetto, ma con un brivido, il corso di Autocad che feci anni fa all’università: era la prima, pionieristica edizione e noi 15 studenti avevamo a disposizione appena un computer su cui a turno andavamo a tracciare polilinee. Chi ha voluto approfondire l’argomento l’ha fatto al di fuori di quel corso, specializzandosi poi nel rilievo con stazione totale e oltre. Gli altri, che all’epoca non ne hanno compreso l’importanza, sono rimasti con una semplice infarinatura di base. Ma ho divagato. Quello che volevo dire è che questo contrasto tra università che utilizzano le nuove tecnologie con laboratori attrezzati e università che non lo fanno alla lunga porterà ad un divario sempre più vasto tra la presentazione dei risultati secondo il metodo dell’archeologia virtuale (chiamiamo le cose col loro nome) e quello dell’archeologia tradizionale. Non vorrei che ad un certo punto, troppo presto, si decidesse che l’archeologia tradizionale è insufficiente e che assolutamente sono necessarie le applicazioni di archeologia virtuale sempre e comunque. È questo il rischio che temo. E parlo di rischio perché una cieca fiducia nella tecnologia rischia di far perdere di vista il lavoro che c’è alla base di tutto, e cioè la domanda di ricostruzione storica. L’archeologia virtuale è il mezzo, non il fine.