Nasce ARCHEOLOGIAVIVA.TV: i documentari a portata di click

L’annuncio in anteprima era già stato dato al pubblico del VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva lo scorso 1 marzo 2009. Ora Archeologiaviva.tv, il primo canale web interamente dedicato all’archeologia apre i battenti.
La rivista Archeologia viva ha fatto il salto, andando ad aggiudicarsi un posto importante nel panorama dei media: internet.
La nuova TV-on line inaugurerà il 20 ottobre 2009 alle ore 11.30 presso GIUNTI Editore (Firenze, via Bolognese 165): per la prima volta il passato dell’uomo, dalla preistoria al medioevo, potrà essere rivissuto “in diretta” in casa propria grazie ai migliori documentari, ai servizi sulle ultime scoperte, a news su mostre e convegni, e ad interviste a tema.

Archeologiaviva.tv è una realizzazione di Archeologia Viva (Giunti Editore) e Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico (Museo Civico di Rovereto). Si tratta certamente di un interessantissimo esperimento che, mi auguro, funzionerà e richiamerà un buon successo di pubblico. Io, perlomeno, penso proprio che contribuirò a innalzare l’audience!

All’evento interverranno:
Sergio Giunti – editore
Guglielmo Valduga – sindaco di Rovereto
Piero Pruneti – direttore Archeologia Viva
Franco Finotti – direttore Museo Civico Rovereto
Dario Di Blasi – direttore Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico.

Una giornata particolare, il film di Archeologia Viva

Una giornata particolare” è il titolo del film/documentario presentato ieri dalla Rivista Archeologia Viva a Firenze, all’Auditorium della Regione Toscana. E’ il resoconto, filmato e documentato, di una giornata davvero particolare, quella del VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva (di cui ho parlato qui) svoltasi il I marzo 2009 e che richiamò un pubblico di 3000 persone provenienti da tutta Italia.

 
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Alcuni momenti del VII Incontro Internazionale di Archeologia Viva – I marzo 2009

Il film presentato ieri è stato occasione di incontro tra gli autori del film, i promotori dellìIncontro Nazionale e una parte di quel pubblico, ma è stato anche e soprattutto occasione di riflessione su un tema che in Italia sembra essere messo sotto banco ma che in realtà emerge con chiarezza: il bisogno di cultura, il bisogno di trasmetterla e soprattutto il bisogno di acquisirla. Ciò che emerge dal documentario, che altro non è se non il resoconto puntuale degli eventi di quella giornata, è esattamente questo: il bisogno di cultura e di conoscenza.

Si augura Dario Di Blasi, ospite ieri così come all’Incontro Nazionale oggetto del film, nonché Direttore della Rassegna del Cinema Archeologico che da 20 anni si svolge a Rovereto, che “Una giornata particolare” riesca ad avere una distribuzione nei circuiti televisivi. Di Blasi ha posto infatti l’accento sul problema della distribuzione e quindi dell’arrivo al grande pubblico dei film/documentari archeologici che in Italia hanno poco spazio in TV, per non parlare delle sale cinematografiche, dalle quali sono pressoché assenti. Sembrerebbe che in Italia, guardando ai media, non ci sia curiosità per la cultura (dirà il documentarista Folco Quilici nel film). Ma poi basta vedere la partecipazione di pubblico ad eventi quali l’Incontro Nazionale per capire che non è così. Il film, di fatto, dedica ampie riprese al pubblico: un pubblico attento, appassionato, gremito, che applaude agli interventi, si diverte, si documenta assaltando il bookshop nei momenti di pausa.

Il film è un racconto, un resoconto della giornata del I marzo. Inizia con il backstage, con la preparazione degli spazi il giorno precedente, prosegue con l’arrivo dei più mattinieri tra i visitatori e degli ospiti, finalmente inizia. Pochi stralci dell’intervento di ciascun relatore, giusto per ricordarne l’argomento, mentre ampio spazio è dato alle interviste a ciascuno dei protagonisti. E’ da queste che emerge il leit-motif del film che è anche il filo conduttore, poi, dell’Incontro Nazionale: bisogna saper raccontare. Saper raccontare l’archeologia, renderla attraente, non una serie di dati o di nozioni quanto mai sterili e privi di fascino. Perché l’archeologia è ricca di fascino. E’ il fascino della scoperta, della scoperta sia da parte dell’archeologo che dell’appassionato che ne viene messo a parte. Lo stimolo di scoprire qualcosa di nuovo vale sia per chi fa archeologia che per chi la vuole conoscere (Fratelli Castiglioni). Le persone hanno bisogno di racconti (Carandini), che se son veri piacciono ancora di più. E’ proprio questo il problema dei musei italiani: raramente raccontano. Ed è proprio questo lo scopo di “Una giornata particolare”: raccontare, a chi ve lo chiede, com’è stato l’Incontro Nazionale di Archeologia Viva, raccontare perché arrivano 3000 persone da tutta Italia per sentire dei ricercatori parlare, raccontare le impressioni, raccontare quell’aria profumata di cultura (Quilici) che inonda la sala gremita di gente. Gente di tutte le età, perché la cultura è di tutti, e dev’essere soprattutto dei giovani, che dovranno trasmetterla domani.

Il film conclude significativamente con alcune interviste alle persone del pubblico, tra cui Giulio Ciampoltrini, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Se i relatori hanno parlato di missioni italiane all’estero, o di monumenti, sul nostro suolo nazionale, che fanno notizia nel momento stesso in cui vengono citati (il Palatino, il Tempio della Concordia di Agrigento), ci sono personaggi che tutti i giorni sono impegnati in mezzo alla gente, spesso con scavi di emergenza che non sempre sono accolti con entusiasmo; forse, potrebbe loro venire da pensare, l’archeologia non riscuote tutto questo interesse. Ma Ciampoltrini chiude qualunque ragionamento rendendosi conto invece che da eventi come questo si capisce che l’interesse è alto. Ciò porta nuove motivazioni a chi tutti i giorni è impegnato sul campo a fare sempre di più e non per se stessi, ma per la società nella quale l’archeologo è calato e lavora. “E’ importante sapere che lavoriamo per qualcuno“, dice Ciampoltrini. E credo che migliore conclusione, che la consapevolezza che l’utilità del fare archeologia, del raccontarla e del trasmetterla al pubblico è il fine della nostra ricerca, non potrebbe esistere per questo film.

 

Marina Lo Blundo

“Il megalitismo nella Preistoria”: un convegno a Santa Fiora

Nell’ambito degli eventi organizzati in concomitanza della mostra multimediale “Le orme dei Giganti“, Santa Fiora (GR) ha ospitato il 29 giugno un convegno, organizzato dalla rivista Archeologia Viva, sul megalitismo in Italia.

Tema lungi dall’essere chiarito, sia per la molteplicità delle sue forme, sia per la sua diffusione, si potrebbe dire, a chiazze sul territorio italiano (come del resto su quello europeo), quello del megalitismo è un aspetto della preistoria cha da molto tempo affascina sia i ricercatori che i semplici appassionati con esiti, talvolta, fantasiosi e poco credibili (si pensi alla marea di teorie strampalate che circolano intorno a Stonehenge o agli allineamenti di Carnac…tutte teorie che rientrano in quello che io chiamo l’Effetto Voyager).

A fare il punto della situazione sulla ricerca in Italia sono intervenuti alcuni dei ricercatori maggiormente impegnati sul campo. Essi hanno presentato al pubblico, costituito dai più appassionati lettori di Archeologia Viva (per i quali la redazione a addirittura organizzato un autobus, una vera e propria gita!) e dagli abitanti di Santa Fiora, il quadro attuale delle nostre conoscenze in materia di megalitismo in Italia.

Hanno aperto il convegno Fulvia Lo Schiavo, Emanuela Paribeni, Paola Perazzi, Elena Sorge della Soprintenenza per i Beni Archeologici della Toscana, le quali hanno presentato un aggiornamento sulla riceca relativa alle statue-menhir/statue-stele della Lunigiana. Fenomeno conosciutissimo, al quale è dedicato un intero museo a Pontremoli (MS), quello delle statue-stele è uno studio che procede via via che si fanno nuovi ritrovamenti. L’ultima ipotesi, suffragata dal ritrovamento di una serie di 7 statue-stele rinvenute a Groppoli, fa propendere per il loro impiego lungo gli assi viari, piuttosto che in connessione con usi funerari. Le statue stele, statue antropomorfe sia maschili che femminili, realizzate a partire dall’apparizione dei Metalli, si classificano tradizionalmente in 3 gruppi, a seconda del trattamento della testa rispetto al resto del corpo: nel gruppo A, più antico, la testa non si differenzia dal resto del corpo, ma è separato da esso solo da una linea incisa; nel gruppo B, invece, la testa assume la caratteristica forma “a cappello di gendarme” e nel gruppo C, infine, la testa diviene tonda. Le statue stele più antiche in qualche caso vengono rilavorate e quindi riutilizzte nell’età del Ferro dalle comunità dei Liguri che vivono nella Lunigiana. In qualche caso la sopravvivenza di una qualche forma di culto o di funzione legata alle statue stele giunge fino all’età tardo-romana, ed è infine col Cristianesimo che l'”uso” scompare definitivamente. Un progetto di valorizzazione del territorio volto a focalizzare l’attenzione delle statue stele lunigianesi consta di un percorso lungo i siti interessati dai ritrovamenti, sistemando, nel luogo del rinvenimento o della loro giacitura originaria delle copie degli originali che si trovano, per motivi di tutela, ma del tutto decontestualizzati, dislocate nei vari musei, tra cui in particolare Pontremoli.

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Sebastiano Tusa della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia ha illustrato la presenza del megalitismo in Sicilia. Si tratta di una presenza piuttosto scarsa, anzi, marginale, legata a fenomeni di ipogeismo, con le cosiddette tombe a grotticella artificiale. La cultura di Castelluccio in particolare sviluppa questa forma, realizzando anche facciate monumentali di ingresso alla tomba. Giusto l’isola di Pantelleria offre qualche dato in più. Su di essa si trova l’unico caso di allineamento di menhir, che sembra puntare verso un punto preciso, non astronomico come in genere succede, ma dell’isola, dove si verificano emissioni di gas. Oltre a questa evidenza, l’architettura megalitica di Pantelleria realizza i Sesi, tombe molto articolate costruite in elevato, che potrebbero essere la trasposizione su terra ferma della tomba a grotticella artificiale ipogeica della Sicilia. Gli antichi abitanti di Pantelleria, giunti qui dalla Sicilia, non avendo trovato le stesse caratteristiche geomorfologiche per scavare tombe sotterranee ne rifecero il modello in elevato, dando vita a strutture che se dall’esterno possono somigliare ai nuraghe sardi, in realtà non hanno niente a che vedere.

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A Lucia Sarti dell’Università di Siena tocca fare alcune riflessioni sul megalitismo, in particolare sull’assenza di fenomeni megalitici in Italia centrale. Non solo, ma viene posto l’accento sulla diversità delle forme che vengono di volta in volta raccolte sotto il nome di megalitismo. In sostanza c’è ancora molto da studiare, da capire e da cercare, per avere una visione completa del problema.

Dopo questa pausa di riflessione Raffaella Poggiani Keller della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha portato il caso di studio dei Santuari megalitici della Lombardia, in particolare della Valtellina. I numerosi santuari della regione vengono realizzati secondo caratteri comuni: la topografia tipica è quella del complesso collinare, su terrazze di versante che affacciano sul fiume Adda e collegate tra loro da percorsi antichi. Il terrazzo viene spianato artificialmente: l’uomo interviene sul territorio, lo modifica e lo costruisce. I santuari sono siti di culto la cui funzione permane nei millenni: un santuario dell’età del Rame viene rifrequentato nell’età del Ferro e in qualche caso nei pressi sorge un’edicola votiva cristiana. La continuità va quindi dall’epoca megalitica fino ad oggi, si potrebbe dire! La Lombadia è famosa anche e soprattutto per i famosi massi istoriati della Val Camonica, alcuni dei quali sono stati rinvenuti proprio in questi santuari megalitici.

Per concludere Roberto Maggi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria ha presentato il caso anomalo della Liguria, che al confine Ovest ha lo straordinario caso delle incisioni rupestri del Monte Bego, mentre all’estremità orientale, la Lunigiana, ha il caso delle già citate statue stele. In mezzo non c’è nessuna espressione di megalitismo propriamente inteso. Ma sul territorio si leggono chiaramente i segni dello sfuttamento e della trasformazione del paesaggio. Così intorno a 3800 anni prima di Cristo in Val Lagorara (SP) viene sfruttato un giacimento di diaspro rosso, utile per le punte di freccia usate all’epoca, così come nello stesso periodo nell’interno di Genova inizia lo sfruttamento di miniere di rame. Non solo, ma gli abitanti dell’attuale Liguria riuscirono a trasformare, grazie all’uso controllato del fuoco, ampi tratti di bosco in zone di pascolo per gli armenti, quegli stessi armenti che vengono rappresentati così numerosi (37% del totale di 32mila incisioni) sul Monte Bego. Provocatoriamente Maggi suggerisce che la grandezza dei gruppi umani dell’epoca non stia solo nel realizzare grandi opere in pietra, ma anche nel saper trasformare a proprio vantaggio il territorio. Allora è giusto chiamare “Giganti” quei gruppi umani che oltre a saper realizzare monumenti esagerati in pietra, avevano il saper fare necessario per realizzare laghetti artificiali, per sfruttare le miniere, per crere pascoli…insomma, per trasformare il paesaggio, che è la base per lo sviluppo ulteriore dell’evoluzione umana verso sempre più evolute forme di civiltà.

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Infine Luigi Biondo della Soprintendenza per i Beni Culturali di Trapani, ha introdotto la visita alla mostra “Le orme dei Giganti“, spiegando da dove nasce il progetto, ovvero l’importanza di far conoscere i Sesi al di fuori di Pantelleria e insieme di spiegare unitariamente un fenomeno che invece è quanto mai vario e ricco di sfaccettature. Infine, la scelta della sede, la Chiesa di Sant’Agostino a Santa Fiora, vuole essere l’inaugurazione di un nuovo spazio espositivo in un paese, Santa Fiora, appunto, immensamente interessato alla diffusione della cultura in tutte le sue forme.

Marina Lo Blundo

 

“Le orme dei Giganti” a Santa Fiora

Conclude purtroppo oggi una mostra multimediale sul megalitismo in Europa. Questo fenomeno, sviluppatosi in Europa tra il IV e il III millennio a.C. è noto ai più nelle forme di Stonehenge, dei dolmen e degli allineamenti di Carnac. Ma pochi sanno quali e quante sono le varietà di costruzioni megalitiche in Europa e nel Mediterraneo in particolare. La mostra “Le orme dei Giganti” aiuta a fare chiarezza su questo aspetto del nostro comune passato di uomini, che da poco usciti dall’età della pietra e divenuti coltivatori, stanno per scoprire i Metalli e gettare le basi del futuro sviluppo dell’umanità.

Portare Pantelleria fuori da Pantelleria.

Spiegare la peculiarità dei Sesi, le monumentali tombe megalitiche pantesche, all’interno del Megalitismo mediterraneo ed europeo. Mostrare come in ogni regione del Mediterraneo le popolazioni megalitiche abbiano dato vita ad esiti volta per volta diversi.

Ma come portare in mostra un sese di Pantelleria? Come confrontarlo con un tempio maltese, con una Tomba dei Giganti sarda, con un tumulo irlandese, con gli allineamenti di Carnac?

Data l’impossibilità evidente di riunire fisicamente in uno stesso luogo i singoli monumenti, la soluzione che i due curatori, il prof. Sebastiano Tusa della Soprintendenza del Mare e l’arch. Luigi Biondo della Soprintendenza per i Beni Culturali di Trapani, hanno trovato è stata quella di realizzare una mostra multimediale, “Le orme dei Giganti“.

Due maxischermi sovrapposti ma sfalsati. Uno, suggestivo ed evocativo ci riporta gli appunti di viaggio dell’archeologo che per la prima volta sull’isola di Pantelleria si imbatte nei Sesi, strutture megalitiche in pietra, all’interno delle quali si aprono più celle funerarie. Vediamo i rilievi del sese fatti a mano dall’archeologo, e gli appunti che egli segna, mentre scorre il giorno al suono di una musica magica. 

Questo è lo sfondo su cui si gioca poi la mostra multimediale vera e propria, l’apparato didattico/didascalico in forma di video tripartito. Su di esso scorrono i principali monumenti megalitici delle varie aree del Mediterraneo e dell’Europa interessate da tale fenomeno. Oltre ai Sesi impariamo così a conoscere e a distinguere i templi maltesi, le Tombe dei Giganti e i complessi nuragici della Sardegna, le statue stele dell’Italia Settentrionale, i monumenti delle Baleari, gli allineamenti di Carnac e i tumuli, tra cui quello famosissimo di NewGrange in Irlanda. Di ogni singolo monumento viene fornita una rapida descrizione, ne vengono delineate in pochi tratti le particolarità. Poco testo denso di informazioni: questa è la formula, mentre le immagini scorrono via con una certa velocità, per cercare di mantenere alta l’attenzione.

La location di questa mostra, che ahimé conclude oggi, è la Chiesa di Sant’Agostino a Santa Fiora, paese medievale ricco di tradizioni arroccato sui monti dell’Amiata, che merita senz’altro una visita. La scelta di Santa Fiora quale sede di questa mostra è tutt’altro che scontata: in questa parte della Toscana e in generale nell’Italia Centrale sono molto poche – per non dire nulle –  le manifestazioni di megalitismo. Ma non c’è sfida più bella che portare un’informazione particolare laddove nessuno se l’aspetta. E’ così che un argomento così estraneo ai monti dell’Amiata improvvisamente vi viene catapultato con esiti senza dubbio interessanti.

Da una collaborazione tra le soprintendenze interessate della Sicilia (che hanno realizzato la mostra), la cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze (che ha dato l’idea di Santa Fiora quale location), la rivista Archeologia Viva (che si è preoccupata di promuovere l’evento,  organizzando anche un convegno che si è svolto ieri) e il comune di Sant Fiora (che si è dimostrato particolarmente attento alla conservazione e alla promozione della cultura) è nata quindi questa mostra, innovativa nei metodi – il multimediale totale – e nei luoghi – la sede in un luogo totalmente estraneo all’argomento.

Sarebbe bello, però, se questa mostra diventasse itinerante, se fosse cioè possibile esportarla in altre parti d’Italia, anche in quelle città, paesi o regioni interessate da fenomeni megalitici, dove non guasterebbe se chi vi vive ne potesse sapere qualcosa in più.

 

Marina Lo Blundo

“Patrimonio in prima linea. La Palestina. In ricordo di Michele piccirillo e Fabio Maniscalco”

In guerra tutto è permesso: anche distruggere i segni del passato di un popolo per annientarne l’identità e la coscienza di sé“.

Con queste parole ha avuto inizio sabato 4 aprile 2009 a Firenze, presso la Limonaia di Villa Strozzi, un incontro organizzato da Archeologia Viva dal titolo “Patrimonio in Prima Linea. La Palestina. In ricordo di Michele Piccirillo e Fabio Maniscalco“.

Occasione di incontro e di conoscenza, ma anche e soprattutto di ricordo di due eminenti personalità tutte italiane che hanno fatto dell’archeologia non solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Una missione di pace.

Si parla infatti di Fabio Maniscalco e di Padre Michele Piccirillo. Il primo, candidato al Nobel per la pace nel 2008, è morto di tumore, contratto per l’esposizione all’uranio impoverito, prima di poter sapere se avrebbe vinto o meno; il secondo, frate francescano sul Monte Nebo, in Giordania, si è spento, nuovamente a causa di tumore, pochi mesi fa, dopo aver consacrato l’intera vita alla ricerca delle tracce della cristianizzazione in Palestina e Giordania.

Entrambi consideravano l’archeologia e la salvaguardia di essa come un mezzo per non distruggere l’identità di un popolo. Uccidere la memoria storica del nemico è il primo passo per sottometterlo definitivamente. Così entrambi lottavano con i mezzi a loro disposizione, ovvero l’archeologia, per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla gravità delle distruzioni ai danni dei Beni Culturali nelle situazioni di rischio, distruzioni che vanno ben oltre il singolo oggetto, ma che sono distruzioni “simboliche” della cultura della nazione colpita.

Non vengono rasi al suolo i monumenti, ma con essi anche la civiltà e la cultura che li ha prodotti, cancellando il passato di un popolo. E chi non ha passato, raramente ha valori per tenersi agganciato al presente.

Gli interventi della giornata, dedicati in particolare alla Palestina e quindi di grande attualità e richiamo per il pubblico, hanno avuto per filo conduttore la Palestina appunto e le due figure di Maniscalco e di Piccirillo che qui si incrociarono in vista di un fine comune.

Osama Hamdan, Università di Gerusalemme, ha presentato “Beni culturali in area di crisi: il caso palestinese” ponendo l’accento sulle difficoltà per la Palestina di salvaguardare il proprio patrimonio culturale, a causa della mancanza di strutture accademiche, di specialisti, ma anche di una strategia governativa e quindi di una legge che possa tutelare i Beni Culturali. Il tutto aggravato dall’emorragia di beni culturali sottratti illecitamente dal Paese per traffici clandestini e per furti su commissione. La situazione politica dell’area della Cisgiordania e dei contrasti con Israele di sicuro non aiuta la situazione, anzi è la causa prima dell’abbandono e dell’incuria cui i beni culturali sono sottomessi. Michele Piccirillo aveva a tal proposito più volte denunciato come la costruzione del Muro sia stata del tutto arbitraria e abbia rotto degli equilibri territoriali di relazioni tra siti archeologici e villaggi tradizionali.

Lorenzo Nigro, dell’Università La Sapienza, ha voluto invece portare una ventata di speranza, o meglio di aria fresca, parlando della ripresa degli scavi a Gerico, uno dei siti archeologici più importanti del mondo, dato che Gerico è la città più antica del mondo. Presentando Gerico egli ha posto l’accento sull’eccezionalità dell’importanza dell’area palestinese nella storia dell’umanità, cui contrasta, invece lo stato attuale di guerra che non aiuta né la ricerca né la tutela né tantomeno la valorizzazione di quest’area geografica.

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L’Oasi di Gerico vista dal Monte Nebo. Da qui la vedeva Padre Michele Piccirillo

Maria Rosaria Ruggiero Maniscalco ha presentato l’uomo, Fabio Maniscalco, capace con la sua sola vita di sensibilizzare il mondo intero sul problema dei Beni Culturali in aree di rischio. Questi, per i quali furono presi specifici accordi dagli Stati firmatari della Conferenza dell’Aja del 1954, sono puntualmente disattesi nelle aree di guerra. Maniscalco cominciò la sua attività nei Balcani, denunciando la situazione di forte degrado dei monumenti bosniaci all’indomani della Guerra in Jugoslavia. Fondò l’Osservatorio internazionale sui Beni culturali in area di Crisi e si distinse per essere riuscito ad apporre lo scudo bianco e blu a Nablus in Palestina come simbolo contro la distruzione dei Beni Culturali di quella regione e per sensibilizzare il popolo palestinese dell’importanza delle proprie testimonianze storiche. Nel volume “Word Heritage and war” egli dettò le linee guida per la tutela dei beni culturali in area di crisi, anche al fine di prevenire le archeomafie, ovvero quelle organizzazioni internazionali che come sciacalli si lanciano nelle aree di crisi per saccheggiare i beni culturali abbandonati a loro stessi.  

Uscirà a breve un libro fotografico, “Civiltà in trincea. Omaggio a Fabio Maniscalco“, reportage di immagini di guerra e distruzione scattate da Maniscalco ai beni culturali disastrati dai bombardamenti e dalle razzie.

Guido Vannini presenta l’altro protagonista della giornata, Padre Michel Piccirillo, uomo di chiesa nonché insigne archeologo che dalla sua sede nel monastero francescano del Monte Nebo, studiò per anni la cristianizzazione nel Medio Oriente. Il suo impegno scientifico ha fruttato notevoli studi, ma non gli ha impedito di impegnarsi in prima persona contro la distruzione dei Beni Culturali Palestinesi dei quali lui meglio di chiunque intuiva l’importanza. Vannini ha poi preso spunto per presentare la fortezza crociata di Shawbak, in Giordania, inserita in un sistema territoriale il cui fulcro doveva essere Petra, e alla quale sarà dedicata una mostra a Firenze a partire da giugno 2009.

A degna conclusione della giornata è stato poi proiettato il film “Tessere di pace in Medio Oriente“.

Ottimo l’intento dell’incontro, di grandissima attualità, sia nel richiamare alla mente del pubblico la Palestina e la sua situazione sotto un punto di vista diverso, sia per presentare due figure di archeologi un po’ fuori le righe e che hanno fatto a loro modo, con i mezzi di cui erano capaci, una grande operazione di pace.

Marina Lo Blundo

VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva

Come ogni 2 anni, si è svolto ieri, 1 marzo 2009, a Firenze al Palazzo dei Congressi, il VII INCONTRO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA VIVA, da anni vetrina della ricerca archeologica in Italia e all’estero che, dedicata interamente ai lettori della rivista e agli appassionati di archeologia, strizza sempre un occhio alla divulgazione e ad una efficace comunicazione dell’archeologia.

Già sfogliando il programma si può avere un’idea della tendenza della Giornata all’interesse per la comunicazione. Per citare Dario Di Blasi, direttore della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico – Museo Civico di Rovereto, comunicare l’archeologia attraverso le immagini è una tendenza che avrà senz’altro grande seguito nel futuro e di cui pian piano si stanno scoprendo le potenzialità. Grande spazio è infatti stato riservato ai documentari e ai cartoni animati di archeologia. Si sono alternati così sul palco i Fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni (di cui presto sarà possibile leggere un’intervista che ho rivolto loro al blog Comunicare l’archeologia), che hanno presentato un loro lavoro relativo ad operazioni di salvataggio di rocce con graffiti dal deserto nubiano (che presto sarà sommerso da un lago artificiale in seguito alla costruzione di una diga sulla IV cateratta del Nilo), Folco Quilici, storico documentarista che ha presentato un lavoro sui 50 anni della missione archeologica italiana a Hierapolis di Frigia (Turchia) e Syusy Blady, la conduttrice di “Turisti per caso” occasionalmente imprestata all’archeologia.  Accennavo ai cartoons come ultima frontiera della comunicazione dell’archeologia attraverso le immagini: se ne sono sperimentate le potenzialità con la visione di un dvd che è già utilizzato presso la Casa-Museo di Dante a Firenze per l’attività didattica ai bambini delle scuole; non solo, ma sono stati presentati due cartoons rivolti, almeno a mio parere, ad un pubblico più adulto, in cui però si è ben vista la profonda differenza tra il documentario, che presenta immagini vere, al limite con ricostruzioni virtuali, ma pur sempre ancorate al reale, e il cartone animato, che consente invece di far parlare gli oggetti, di animarli e di farli esprimere in modi del tutto “fantasiosi” e “fantastici”.

Gli altri interventi, pur se decisamente più “accademici” e tradizionali, con la semplice presentazione in power point e il relatore che parla, hanno comunque avuto il merito di ancorarsi all’attualità: sottolineo ad esempio l’intervento di Emanuele Greco, Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, che ha subito e sta subendo le conseguenze dei tagli dei fondi alla ricerca, rischiando letteralmente di chiudere i battenti… Ben venga quindi un intervento di sensibilizzazione sui problemi, del tutto privi di qualunque romanticismo, che attanagliano la Ricerca in Italia, ovvero la perenne costante e atavica carenza di fondi. L’altro intervento che si può definire di attualità è stato quello ad opera di Andrea Carandini, da pochi giorni, tra l’altro, Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, il quale ha parlato, sulla scia dello scalpore che fece lo scorso anno la scoperta del contrastato “Lupercale” sul Palatino, della Casa di Augusto sul colle famoso di Roma, inserendola topograficamente e storicamente nel contesto degli scavi e dell’architettura di uno degli angoli più importanti dell’archeologia mondiale. Altro nome di richiamo è stato poi quello di Valerio Massimo Manfredi, che pur essendo archeologo, è venuto semplicemente a presentare il suo ultimo romanzo, “Idi di marzo”, tenendo una bella lezione sulla differenza tra History, la storia vera e propria, da Story, la storia intesa come racconto, come narrativa (qui). Fondamentale distinzione per far capire al pubblico dove finisce la Storia e dove inizia il romanzo storico.

Impressioni senza dubbio positive da questa giornata, che come ogni anno e anzi, ogni anno di più, si rivolge al pubblico di appassionati e si dedica interamente ad esso. Rispetto alle prime edizioni, in cui i relatori esponevano i loro argomenti e il power point era quasi un’eccezione, oggi, dopo 15 anni dalla prima edizione, le cose sono ben cambiate: tutti sanno ormai che se si vuole abbandonare il linguaggio accademico e portare “in strada”, fuori dalle Università e dalle Soprintenze, insomma fuori dai luoghi degli addetti ai lavori, i risultati delle proprie indagini archeologiche, la strada è quella dell’utilizzo delle immagini, e più parlano le immagini, meglio è. 

 

Marina Lo Blundo