Pietre che raccontano storie

“Ma Professore’, so’ solo quattro sassi!”

“Non sono quattro sassi: qua sotto ci sta una città”

pietrecheraccontanostorieRicorderò per sempre questo scambio di battute di ormai dieci anni fa o più tra una signora del posto e la mia professoressa che voleva convincerla dell’importanza degli scavi archeologici che stavamo conducendo. Quei quattro sassi per la signora non avevano molto valore, forse anche perché nessuno glieli aveva mai spiegati, oppure perché per lei erano solo due muretti in croce di cui non vedeva l’utilità pratica. Dei muretti privi di significato, per lei; dei muretti importanti per noi; dei muretti ancora più importanti per me, che di essi ho studiato il perché e il per come sono stati abbattuti e distrutti, e perché della città si sono portati via anche i pavimenti dei templi.

Ma non voglio parlare della mia tesi di dottorato, non ancora per lo meno. Ho deciso che finalmente questo blog deve diventare quello che avrebbe sempre dovuto essere: un blog di archeologia, per l’appunto. E quindi un blog che parli davvero di archeologia, che faccia davvero comunicazione dell’archeologia. Su queste pagine, in questi anni, ho parlato per la maggior parte di come si fa comunicazione dell’archeologia (in particolare sui blog) senza però farne io stessa. Ebbene, è giunto il momento, dopo 8 anni di esistenza del blog (eh sì, eh già!), di far parlare attraverso la mia penna i siti archeologici. Siti o monumenti, quelle pietre che raccontano storie a chi le sa ascoltare o a chi le vuole cogliere.

La chiesa medievale costruita all'interno dell'arena dell'anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

La chiesa medievale costruita all’interno dell’arena dell’anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

L’ispirazione mi è venuta durante il mio ultimo viaggio in Spagna, poche settimane fa: ho visto e visitato siti, mi sono imbattuta in resti insperati, ho fatto foto, ho cercato inutilmente connessioni wi-fi per condividere con voi su snapchat in tempo reale l’esperienza che stavo vivendo e i luoghi in cui mi trovavo. Forse proprio snapchat mi ha aiutato a compiere questo passo: il dover/voler improvvisare una diretta video in cui parlare di archeologia mi ha fatto pensare quanto sarebbe bello, e importante, condividere con voi con tutti i mezzi possibili i siti. Su snapchat ancora devo crescere, sia come utenza che come possibilità di trasmissioni: il mio avanzatissimo smartphone non mi fa pubblicare i video se non sono in wifi, di conseguenza le mie dirette sono fortemente limitate. Il blog, certo, è meno diretto, è più tradizionale (cosa mi tocca dire!), ma forse è proprio questo il bello.

Voglio ricominciare a parlare di archeologia. Le pietre raccontano storie, proviamo ad ascoltarle, a trascriverle e a rileggerle. Non voglio fare niente di scientifico o di didascalico: non è nello spirito né nella mission del blog: voglio piuttosto fare una chiacchierata, un racconto appunto, personale ma curato, così come vorrei che fossero le mie pillole di archeologia su snapchat.

PS: per ora questa diventa una rubrica all’interno del blog. Ma chissà che un giorno non diventi qualcosa di più… ci penso e ci lavoro, vi faremo sapere!

Blogger per un giorno – 6) I menhir dei Vestini Cismontani

Questo post mi sembra particolarmente ben riuscito: si apre con una domanda che trascina subito il lettore all’interno del testo, contiene l’elemento personale e al tempo stesso fornisce un’informazione archeologica chiara e completa. 

Chi di voi ha avuto la preziosa occasione di poter visitare Il Parco Archeologico della Necropoli di Fossa vicino L’ Aquila?

É un privilegio per pochi, lo ammetto, se si considera il lungo e complesso iter burocratico che bisogna seguire per poter ricevere il nulla osta. Perseveranza e caparbietà, però, a volte premiano e così, dopo un lungo periodo di attesa, finalmente la Soprintendenza Archeologica dell’ Abruzzo ha aperto le porte per gli addetti ai lavori. Sotto il caldo sole di giugno, io ed i miei colleghi archeologici, storici dell’ arte ed architetti, abbiamo potuto visitare la “Città dei morti più monumentale d’ Abruzzo”, come recita il cartellone di benvenuto.

Vista Panoramica della Necropoli di Fossa (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Vista Panoramica della Necropoli di Fossa (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Siamo alle pendici dei rilievi del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, sulla riva settentrionale del fiume Aterno e in pieno territorio aquilano. La Necropoli è stata rinvenuta, in maniera casuale, durante l’ estate del 1992, in seguito alla rimozione del terreno per la realizzazione di impianti industriali. Per verificare la reale entità della scoperta, la Soprintendenza abruzzese fece seguire ad una prima fase di indagine, importanti campagne di scavo durate tutti gli anni Novanta (dal 1995 al 1999). Sino ad oggi sono state portate alla luce circa 500 sepolture, in un’ area esplorata di oltre 2000 mq, cronologicamente distribuite fra il IX sec. a.C. e il I sec. a.C. Grazie alla sua lunga storia, gli archeologi sono stati in grado di ricostruire le varie fasi di esistenza della comunità che la utilizzò per tutto questo tempo, comunità che si identifica con l’etnia che le fonti storiche in generale ci dicono abitante di questi territori: i  Vestini Cismontani, ovvero “al di qua del monte”, intendendo il Gran Sasso. I loro insediamenti erano collocati sulla cime dei monti e adeguatamente fortificati con mura, porte e fossati. Alle pendici di questi sorgevano le necropoli.

Tomba a Tumulo (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Tomba a Tumulo (Foto di Raffaella Claudia Mele)

Attraversando il Parco, resto affascinata dalla vastità e dalla preziosità del sito: il terreno è costellato da numerose tipologie funerarie appartenenti a differenti tipologie e periodi storici. Tumuli e fosse “terragne” dell’ età del ferro,  fosse semplici dell’ età orientalizzante ed arcaica, tombe a camera dell’ età ellenistica.

Sicuramente tra queste, la struttura funeraria che più stimola la curiosità dei visitatori, è rappresentata dal “tumulo d’ abruzzo”: una struttura circolare il cui diametro medio è compreso tra otto e quindici metri. Realizzati con cospicui ammassi di terra e sassi, a volte ricoperti da uno strato di pietrame, sono racchiusi da una “corona” di lastre infisse orizzontalmente nel terreno (definita tecnicamente “crepidine”).

Nel caso di tombe di maschi, alla crepidine che circondava i tumuli si associava un allineamento di pietre lunghe e strette, veri e propri menhir, infisse anch’esse nel terreno, in numero variabile e di dimensioni differenti, disposte in maniera decrescente dall’interno verso l’esterno. La stele più vicina al tumulo era inclinata verso di esso, appoggiata alle pietre di marginatura.

Cosa possono rappresentare questi menhir?

Una funzione astronomica-calendariale?

Una sintesi allegorica della vita umana?

Le ipotesi e le interpretazioni su questo segno sono numerose e ancora aperte.

E mentre la curiosità e il sapere scientifico degli studiosi continua ad elaborare teorie e a fornire letture storiche, i turisti e gli studenti continuano a conservare l’ immagine e il mistero di questa nuova “stonehenge”.

Raffaella Claudia Mele

Blogger per un giorno – 5) Crecchio, punto di partenza di una nuova visione museale

Questo post guarda al museo di Crecchio con un po’ di rimpianto. Dipinge la situazione senza essere una critica feroce; in più chiude con un augurio, che forse poteva trasformarsi in qualche proposta concreta. E non è detto che prima o poi ciò non arrivi…

Dalla visita al paese di Crecchio ho potuto notare come sul piano dei beni culturali l’Abruzzo sembri mancare di comunicazione e di capacità di fare rete con altri enti sul territorio.

All’arrivo sono rimasto molto colpito dal paese molto carino, davvero un gioiello con il suo castello sullo sfondo.

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All’interno del castello è ospitato un museo dell’Abruzzo bizantino e Medievale molto interessante ma purtroppo anche molto settoriale dato che vi sono poche didascalie e molti pannelli che forniscono informazioni al visitatore solo se egli ha già un’infarinatura del argomento: un esempio è l’immagine sottostante, dove vediamo esemplificata (si fa per dire) la ceramica microasiatica:

Il museo ha tutte le caratteristiche per far bene è molto interessante e con pezzi molto affascinanti, ma purtroppo l’allestimento e la sistemazione del museo lasciano molto a desiderare data l’assenza di un criterio metodologico nella visita (si passa dal Medioevo agli italici agli etruschi) e la presentazione poco accattivante.

Si potrebbe partire da questo gioiello immerso nella campagna abruzzese per una nuova campagna di sensibilizzazione verso il pubblico ed un nuova visione del museo, non più un mero contenitore destinato solo a chi conosce o un magazzino, ma un luogo di conoscenza dove imparare e dove scoprire cose sempre nuove, una realtà fluida sempre in grado di evolversi e di andare pari passo con i tempi moderni; un luogo di sinergie anche con altre realtà del luogo o anche fuori dall’Abruzzo, mentre invece ora gli altri enti sono visti come nemici e come minacce per il proprio lavoro. Ma per fare questo occorre mente pronta e libera ed è su questo punto che bisogna intervenire come prima cosa.

Luca Del Piano

Nasce ARCHEOLOGIAVIVA.TV: i documentari a portata di click

L’annuncio in anteprima era già stato dato al pubblico del VII Incontro Nazionale di Archeologia Viva lo scorso 1 marzo 2009. Ora Archeologiaviva.tv, il primo canale web interamente dedicato all’archeologia apre i battenti.
La rivista Archeologia viva ha fatto il salto, andando ad aggiudicarsi un posto importante nel panorama dei media: internet.
La nuova TV-on line inaugurerà il 20 ottobre 2009 alle ore 11.30 presso GIUNTI Editore (Firenze, via Bolognese 165): per la prima volta il passato dell’uomo, dalla preistoria al medioevo, potrà essere rivissuto “in diretta” in casa propria grazie ai migliori documentari, ai servizi sulle ultime scoperte, a news su mostre e convegni, e ad interviste a tema.

Archeologiaviva.tv è una realizzazione di Archeologia Viva (Giunti Editore) e Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico (Museo Civico di Rovereto). Si tratta certamente di un interessantissimo esperimento che, mi auguro, funzionerà e richiamerà un buon successo di pubblico. Io, perlomeno, penso proprio che contribuirò a innalzare l’audience!

All’evento interverranno:
Sergio Giunti – editore
Guglielmo Valduga – sindaco di Rovereto
Piero Pruneti – direttore Archeologia Viva
Franco Finotti – direttore Museo Civico Rovereto
Dario Di Blasi – direttore Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico.

Gli Horti Pompeiani al Giardino di Boboli

Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!

Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.

Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.

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I giardini della Casa dei Pittori e della Casa dei Vettii

Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.

Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.

Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.

Marina Lo Blundo

Questo articolo è pubblicato anche su Archeoblog

Memorie dal sottosuolo. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta.

ecco il testo di un mio articolo pubblicato su http://www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=4400&cat=Promozione-Valorizzaz.

 FIRENZE. Memorie dal sottosuolo. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta.

Era ormai da tempo che si sentiva l’esigenza di rendere finalmente pubbliche, e fruibili al pubblico, le scoperte archeologiche della Firenze romana. Uno per tutti, lo auspicava il compianto Riccardo Francovich sostenendo a gran voce che bisognava restituire l’antica Florentia ai suoi attuali cittadini, non svolgendo altro che quello che dovrebbe essere il compito primario dell’archeologia: oltre la ricerca, comunicare la scoperta.

Oggi un primo passo si sta compiendo nella direzione di rendere la Firenze romana accessibile a quanti sono intenzionati a conoscere l’aspetto della città antica. “Memorie dal sottosuolo”, una serie di visite guidate che si tengono ogni prima domenica del mese, da dicembre 2008 a giugno 2009, viene finalmente a colmare una lacuna, un vuoto nella conoscenza della storia della città.

Risultato: una Firenze così non si era mai vista. Una Firenze che per una volta non appare nella sua veste di culla del Rinascimento, ma che invece si presenta per come era alle origini: Florentia, colonia romana voluta da Cesare nel 59 a.C. ed effettivamente edificata tra il 30 e il 15 a.C. Di questa, che in età imperiale divenne una fiorente città, pochi conoscono le vicende, data l’importanza (anche mediatica) della sua fase rinascimentale.

Il primo di questi appuntamenti con Florentia, appuntamenti organizzati dall’Assessorato alla Cultura di Firenze in collaborazione con la Cooperativa Archeologia , si è svolto domenica 7 dicembre. I visitatori, cui è fornita bibliografia e materiale informativo utile per rielaborare con calma, per conto proprio, le informazioni che riceveranno, cominciano il loro percorso al museo storico-topografico “Firenze com’era” dove, dinanzi al plastico di Florentia, rappresentante la città sulla base delle scoperte archeologiche fatte nel corso del tempo, sono invitati a riconoscere e individuare i principali monumenti che saranno poi oggetto di visita virtuale e reale. Ecco che il museo diviene parte attiva della visita: non un mero contenitore di oggetti archeologici, ma punto di partenza per un viaggio nel tempo in cui quegli stessi oggetti archeologici trovano la loro contestualizzazione.

La visita prosegue nella città moderna, calcando le strade percorse ogni giorno dai turisti che visitano invece la Firenze rinascimentale. Si arriva in Piazza San Giovanni: qui mentre i turisti ammirano il Battistero e il Duomo di Santa Maria del Fiore, i visitatori di “Memorie dal sottosuolo” sono invitati a posizionare l’antico tracciato delle mura, la porta Contra Aquilonem e il cardine massimo che da essa partiva, e la bella domus il cui impluvium è conservato, insieme ad uno stipite della porta Contra Aquilonem, nel Cortile dei Florentini del Museo Archeologico di Firenze. Si scopre così che il centro della città rinascimentale coincide con la città romana e che nel corso del tempo gli assi viari principali si sono mantenuti pressoché inalterati. Si scopre quindi che l’ampia piazza della Repubblica un tempo era il Foro della città e che accanto al grosso arco che oggi la delimita sorgeva il Capitolium (di cui peraltro è rimasta traccia toponomastica nel nome della vicina Via del Campidoglio). Piazza della Signoria invece conserva al di sotto dell’attuale pavimentazione una spettacolare stratificazione archeologica completamente chiusa e sigillata e perciò tanto più preziosa. Gli scavi degli anni ’80 del Novecento hanno portato in luce un grande complesso termale e una fullonica dal carattere quasi industriale per le dimensioni che fa indurre la suggestiva ipotesi che già l’antica Florentia si distinguesse per la lavorazione dei tessuti.

Via del Proconsolo, dietro Palazzo Vecchio, nasconde nel manto stradale un indizio del passaggio delle mura al di sotto di essa: sull’asfalto è tracciata, proprio di fronte al museo del Bargello, l’impronta di una delle torri circolari che costellavano le mura: una traccia messa lì a disposizione di tutti ma che pochi in realtà notano o comprendono…ed ecco che la visita guidata serve ad interpretare e a leggere segni altrimenti incomprensibili o mai individuati.

Un’altra torre delle mura è a vista al di sotto di un pavimento in vetro all’interno di un palazzo che affaccia sempre su via del Proconsolo.

Di fronte, il ristorante “Le Murate” che occupa l’antica sede dell’Arte dei Giudici e Notai, sulle cui pareti si trovano, tra gli altri, i ritratti di Dante e Boccaccio, nasconde nel proprio piano interrato i resti di un edificio esterno alle mura del quale è rimasta una palificazione in legno perfettamente conservata.

Punto centrale e d’arrivo di tutta la visita, in questo viaggio nel tempo e in questo clima di scoperte, è la visita agli scavi tuttora in corso a Palazzo Vecchio, dove giorno dopo giorno emergono nuovi dati relativi al teatro romano, che qui sorgeva, alle sue fasi d’abbandono e di ripresa in età medievale, con la costruzione di edifici e di una strada, fino all’edificazione di Palazzo Vecchio che ha obliterato per sempre (o quasi) tutto quanto. Qui si può toccare con mano la complessa stratificazione dell’area di una città che ha avuto un’ininterrotta frequentazione dall’età romana ai giorni nostri. Non solo, ma qui il visitatore viene a contatto con quello che è nella realtà di tutti i giorni un cantiere archeologico in corso, e può così rendersi conto di cosa voglia dire fare il mestiere dell’archeologo.

Vero percorso di scoperta, “Memorie dal sottosuolo”  riesce nell’intento di rendere finalmente consapevoli i fiorentini della loro storia più antica. Chi conclude la visita ha la sensazione di essere venuto a parte di un segreto che pochi conoscono. L’obiettivo è però quello di rendere quanto più possibile pubbliche le scoperte, perché la conoscenza del proprio passato deve essere alla portata di tutti.

Finalmente si comincia a parlare di fruizione, musealizzazione e valorizzazione delle scoperte archeologiche fatte negli ultimi 20 anni e tuttora in corso. Un patrimonio, quello archeologico di Firenze, che finalmente comincia a destare interesse in una città in cui, dal punto di vista della valorizzazione dei Beni Culturali, conta soprattutto il Rinascimento.

Info: MEMORIE DAL SOTTOSUOLO. Visite guidate a una Firenze inconsueta e sconosciuta. Visite guidate la prima domenica di ogni mese: 4 gennaio 2009 – 1 febbraio 2009 – 1 marzo 2009 – 5 aprile 2009 – 3 maggio 2009 – 7 giugno 2009. Orari: 10-11.30; 11-12.30; 12-13.30

Costo del biglietto: 7 euro

Prenotazioni presso il Museo dei Ragazzi di Firenze:

tel. 055 2768224, 055 2768558 – www.comune.firenze.it  

http://www.comune.firenze.it/opencms/export/sites/retecivica/materiali/hp_citta/sottosuolo.pdf                               

Marina Lo Blundo

15/12/2008

 

Articoli sullo stesso argomento, trattato di volta in volta secondo diverse prospettive, sono stati pubblicati anche su archeoblog

http://archeoblog.net/2008/memorie-dal-sottosuolo-visite-guidate-a-una-firenze-inconsueta-e-sconosciuta/

e su comunicarel’archeologia http://comunicarelarcheologia.megablog.it/item/una-firenze-cosi-non-l-avete-mai-vista/category/recensioni

 

L’argomento merita perché finalmente a Firenze viene dato risalto all’epoca romana e non più soltanto al Rinascimento. Una nuova prospettiva per conoscere la città.

perché gli archeologi sono considerati una casta?

Riporto qui un mio articolo che a maggio ha fatto scalpore sulle pagine web di archeoblog, sul tema della percezione che il pubblico ha degli archeologi. Davvero siamo una casta? Quella che segue è un’analisi del motivo per cui è nata questa visione, una sorta di mea culpa che tutti gli archeologi che lavorano sul territorio forse dovrebbero fare.. Per chi ancora non l’ha letto… 

La prima immagine che viene in mente a chiunque quando si parla di archeologi è quella di Indiana Jones che affronta avventure incredibili e fa scoperte eccezionali, cerca tesori nascosti e svela misteri. I “Wow!” e i “Che bello!” che di volta in volta mi sono rivolti quando dico che sono un’archeologa non si contano, ma quando poi dico dove lavoro, allora l’espressione estatica scompare e anche il discorso dopo poco viene lasciato cadere. La figura dell’archeologo in astratto è avvolta nel mito, ma nel concreto è apprezzata molto meno perché in Italia, tolte giusto Roma, Pompei e poco altro, il lavoro dell’archeologo non è molto considerato.

La concezione dell’archeologia è ancora “romantica”, legata alle scoperte importanti e ai ritrovamenti eclatanti, mentre quando si tratta di fare “piccola archeologia”, archeologia locale, cioè quegli interventi di archeologia urbana che accompagnano (per legge) i lavori pubblici nei centri storici e nelle aree già sottoposte a vincolo, l’atmosfera cambia, e improvvisamente l’archeologo diventa colui che fa rallentare il cantiere per pulire con il pennellino quelle quattro pietre. Come mai questa differenza nell’atteggiamento? Semplice: il nostro lavoro non viene capito. E di chi è la colpa? Nostra, ovviamente! È evidentemente nostra, perché non abbiamo saputo e non sappiamo trasmettere il perché del nostro lavoro, non sappiamo spiegare perché è necessario affiancare i lavori pubblici, scavando sotto le nostre città, e soprattutto, e questo è ancora più grave, non spieghiamo ciò che viene trovato. In sostanza, non siamo capaci di “pubblicizzare” il nostro lavoro, di renderlo pubblico. La trafila di uno scavo tutto sommato è semplice: si scava, si studia ciò che si è scavato, si pubblica ciò che si è studiato. È proprio questo il punto: chi pubblica lo fa su pubblicazioni scientifiche per addetti ai lavori, scritte in un linguaggio poco comprensibile a chi non è del mestiere. E così uno scavo fatto nella città X comporta ai cittadini solo disagi, perché non conoscendo il motivo dello scavo, e non riuscendo a capire cosa sono quei quattro sassi che vedono, essi leggono tutto come un’inutile perdita di tempo e vedono negli archeologi un gruppo di persone che fa un lavoro inutile e che ruba soldi allo Stato (come mi è stato detto una volta!).

Ripeto: è colpa nostra. Colpa nostra che non abbiamo ancora imparato a comunicare agli abitanti di X cosa stiamo facendo. Basterebbe così poco! Eppure non ci rendiamo conto che il nostro atteggiamento attuale da un lato ci “ghettizza”, mentre dall’altro tende a fare di noi una “casta” di persone chiuse in se stesse, del cui lavoro non si sa nulla. Così facendo, questa casta-ghetto esclude gli abitanti di X dal loro territorio, non rendendoli partecipi di scoperte e quindi di informazioni storiche che invece spettano loro di diritto. Ritengo che sia questo il motivo principale per cui il lavoro dell’archeologo è visto con sospetto e diffidenza, come un’invasione della propria terra, che chissà, magari porta allo scoperto chissà quali tesori che poi vengono tenuti nascosti (e così si verificano quegli spiacevoli episodi di scavi clandestini e di buchi dei “tombaroli” col metal detector che non danno altro risultato se non rovinare la stratigrafia del sito e rallentare ulteriormente il lavoro dell’archeologo).

Ritengo sia giunto il momento di comunicare in tempo reale agli abitanti di X ciò che viene scoperto nella loro città, che cosa si sa di più di giorno in giorno sulla loro storia. Non solo. Occorre farlo con un linguaggio semplice, dove semplice vuol dire “non specialistico”. Il pubblico è interessato alla propria storia, all’archeologia, ma non sempre ha i mezzi per poterla capire e comprendere a fondo. Credo che sia significativo in tal senso il fatto che uno dei libri più venduti sotto Natale e anche ora nel 2008 sia “Una giornata nell’antica Roma” di Alberto Angela (di cui ho scritto una recensione sul blog di Comunicare l’archeologia, che invito a leggere): il pubblico è interessato e legge un’opera di divulgazione come solo Angela, che non è archeologo, può scrivere. Eppure quanti volumi sono stati scritti sulla vita quotidiana a Roma? Non hanno avuto lo stesso successo. Alberto Angela sa comunicare col pubblico, sa solleticare le corde giuste della curiosità e dell’attenzione, e per questo il suo libro ha fortuna: un archeologo avrebbe trattato lo stesso argomento impostando il lavoro in maniera ben diversa. E, ci scommetto, avrebbe pubblicato un’opera forse più corretta e dettagliata sotto il profilo scientifico, ma meno divulgativa, quindi più difficile e noiosa. Sono stata contenta di sapere che molti archeologi hanno letto il libro di Angela: e se dalla lettura possono nascere spunti per migliorare il nostro rapporto con il pubblico, ben venga. Personalmente, ritengo che il libro di Angela sia più utile agli archeologi che a tutto il resto del pubblico: la mia è una provocazione, ma sono seriamente convinta che se gli archeologi iniziassero a scrivere come lui, sarebbe un bel passo in avanti per tutta la categoria. Comunicare l’archeologia è il passo che dobbiamo compiere per uscire dalla condizione di “ghetto-casta” che molti ci attribuiscono. Scrivere sui giornali quando si apre un cantiere di scavo nella città X, preparare dei pannelli che spieghino il lavoro in quel cantiere, coinvolgere gli abitanti organizzando incontri con la popolazione, conferenze, servizi sulle TV locali e, perché no?, organizzare visite guidate a fine scavo se il sito lo consente… sono questi i primi passi che si possono compiere per avvicinarci di più al pubblico, anche perché fondamentalmente il nostro non è un lavoro fine a se stesso, ma è un servizio reso alla società, cui restituiamo un pezzo della sua storia.

 

Quest’articolo è anche on-line alla pagina web http://archeoblog.net/2008/perche-gli-archeologi-sono-considerati-una-casta/