Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

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Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

Blogger per un giorno

Mi trovo oggi all’Istituto Mecenate di Pescara per tenere una lezione sull'”applicazione di nuovi strumenti comunicativi” (leggi: social media e blog) per la comunicazione dell’archeologia al corso in Esperto di Management dei Beni Archeologi promosso nell’ambito di Valore Abruzzo. Dire che è stata una lezione in realtà è poca roba, visto che ho annoiato gli studenti per una mattinata intera e per parte del pomeriggio con ben 4 presentazioni in pps. Li ho ammorbati dapprima con un’introduzione sul web 2.0 e i social media, poi ci siamo addentrati nel campo dell’applicazione delle piattaforme social ai beni archeologici, quindi siamo scesi più nello specifico a vedere come si possono sfruttare i social network per fare una buona comunicazione dei musei (e delle aree archeologiche). Poi per fortuna è finita la mattinata. E nel pomeriggio, in preda ad un abbiocco che ve lo raccomando (parlo di me, naturalmente), li ho intrattenuti con il mio cavallo di battaglia: usare i blog per comunicare l’archeologia.

Se dio vuole l’attività teorica finisce qui, ed ora, mentre riposo le mie corde vocali irrimediabilmente compromesse, ho dato agli studenti i compiti da fare: scrivere un blogpost relativo ad un argomento archeologico che hanno sviluppato durante il corso, tenendo conto dei consigli che hanno ascoltato poco prima. L’intento è quello di farli confrontare con l’approccio ad un linguaggio non scientifico, di farli familiarizzare con il concetto di storytelling, del quale abbiamo parlato stamani, e di farli riflettere sulla struttura e le componenti di un blogpost. La scelta delle parole chiave dovrà essere fatta con particolare attenzione, il titolo dovrà essere pertinente, magari accattivante, e le prime righe di testo dovranno esprimere fin dall’inizio il contentuto di ciò che leggeremo poi. Così i motori di ricerca faranno meno fatica a trovarci se qualche lettore cercherà proprio quell’argomento di cui trattiamo qui.

vignettablogDi loro solo una studentessa è una ex-blogger di storia dell’arte e un altro studente, nell’ambito di un corso che fece qualche anno fa, ha al suo attivo alcuni post ad argomento “patrimonio culturale”; per loro dunque non è una novità trovarsi a mediare da un linguaggio per addetti ai lavori ad un registro che si adatti a più tipi di pubblico. Per gli altri studenti invece è la prima volta che si confrontano col foglio bianco di wordpress.

Questa è un’esercitazione, e voglio ospitare sul mio blog i post che scriveranno, dopo che li avremo commentati insieme. Li ospito sul mio blog da qui in avanti come guestpost. Vi invito a leggerli, e perché no a commentarli fornendo un feedback alla fine della lettura; vogliamo sapere se siamo riusciti nell’intento di comunicare in maniera efficace i nostri contenuti: siamo riusciti a far arrivare il messaggio? Potevamo farlo meglio? Linguaggio troppo difficile? Troppo criptico? O al contrario troppo terraterra? Contenuto banale? Inconcludente? O al contrario molto circostanziato? Chiedo a voi di esprimere il vostro giudizio perché è a voi, lettori di blog, che ci rivolgiamo: non scriviamo per noi stessi, ma è a voi che vogliamo raccontare l’archeologia nei suoi vari aspetti. Il vostro giudizio è importante: ci aiuta a crescere, mi aiuta a capire dove dobbiamo ancora migliorare.

la classe di esperti in management dei beni archeologici, oggi occasionalmente "blogger per un giorno"

la classe di esperti in management dei beni archeologici, oggi occasionalmente “blogger per un giorno”

Tra i testi che leggerete la maggior parte è dedicata al castello/museo bizantino di Crecchio,che il gruppo di studenti ha visitato nel corso delle lezioni, uno è dedicato all’area archeologica di Fossa, altra meta delle visite effettuate durante il corso, uno è una introduzione al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio per chi non ha dimestichezza con la legislazione dei Beni Culturali italiani e però vuole capirne qualcosa in più.

Non mi resta che dirvi “buona lettura”!

#bronzifirenze: Il primo blogtour per archeoblogger

Sono molto contenta di essere stata coinvolta nell’organizzazione e realizzazione del primo blogtour per archeoblogger che sia mai stato pensato per la blogosfera archeologica italiana. L’iniziativa è partita da Palazzo Strozzi, che nelle persone di Giulia Sabbatini e Benedetta Scarpelli ha voluto coinvolgere me e la mia collega Silvia Bolognesi in quanto blogger di Archeotoscana, il museumblog della ormai Soprintendenza Archeologia della Toscana, per organizzare un evento dedicato agli archeoblogger per far scoprire loro le mostre attualmente in corso a Firenze a Palazzo Strozzi e al Museo Archeologico Nazionale, “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico” e “Piccoli Grandi Bronzi“: due facce diverse, in grande e in piccolo, della stessa medaglia, che è ben riassunta nell’ashtag #bronziFirenze, con il quale entrambe le mostre vengono descritte fin dalla loro apertura lo scorso marzo. Le due mostre hanno infatti per oggetto la scultura in bronzo di età ellenistica: Palazzo Strozzi, con un taglio decisamente più spettacolare e di forte richiamo mediatico, ha puntato sulla scultura di grandi dimensioni, mentre il MAF (che a Palazzo Strozzi ha prestato 4 dei suoi “Grandi Bronzi”: l’Arringatore, la Minerva di Arezzo, la Testa di Cavallo Medici-Riccardi appositamente restaurata e l’Idolino di Pesaro) si è dedicato alla scultura in bronzo di piccole dimensioni, che però altro non è che uno strumento, per gli studiosi di arte antica, per risalire alle iconografie e ai modelli di sculture in bronzo di grandi dimensioni. Si pone dunque il problema della copia, dell’originale e del modello, delle varianti iconografiche, ma anche e soprattutto del collezionismo, perché le piccole sculture in mostra al MAF appartengono tutte alla vastissima collezione medicea e lorenese di antichità etrusche, greche e romane.

Che Palazzo Strozzi sia attento all’aspetto della comunicazione non è una novità: già in passato ha dato prova anzi di voler promuovere le proprie iniziative ed attività attraverso gli strumenti che il web 2.0 e i social consentono: aderì alla prima edizione delle Invasioni Digitali e, qualche tempo dopo, organizzò un’attività specifica per blogger fiorentini. L’evento per gli archeoblogger si inserisce dunque in questa serie ed è giustificato dal tema della mostra, l’arte antica, intimamente legata con l’archeologia dato che buona parte delle sculture esposte provengono da ritrovamenti archeologici talora fortuiti, come il Generale Romano rinvenuto nel mare di Brindisi.

Così #bronziFirenze è stato l’ashtag utilizzato lo scorso 30 aprile in occasione del blogtour, che ha visto riuniti insieme alcuni blogger di archeologia italiani. Alcuni, anzi la maggior parte, sono anche tra gli autori di Archeostorie, il Manuale non convenzionale di archeologia vissuta di cui vi ho parlato nello scorso post.

Ognuno di essi ha osservato le mostre dal proprio punto di vista: chi più interessato agli aspetti museografici, chi alla comunicazione e all’accessibilità, chi a particolari tipologie di opere esposte. I blogger presenti hanno vissuto l’esperienza del blogtour vivendolo alla luce della propria personalissima sensibilità e formazione. Gli archeologi non sono tutti uguali, ognuno ha la propria specializzazione. E gli archeoblogger, che sono archeologi al pari degli altri (anzi, con un interesse per la comunicazione particolarmente sviluppato), hanno anch’essi ciascuno la propria specializzazione, seguono le proprie naturali inclinazioni ed esprimono la propria personalità attraverso i post che pubblicano in rete. Leggere i loro post sull’evento è senz’altro interessante per vedere attraverso i loro occhi le due mostre, ma anche per capire, prendendoli tutti insieme, quanto vasti possano essere gli interessi e gli sguardi degli archeologi, quanto tutti insieme riescano a costruire un racconto corale.

Intanto un assaggio di questa pluralità di voci e di sguardi si può cogliere scorrendo lo storify dell’evento. Dopodiché ci sono i post: e vi propongo intanto quelli che sono già stati pubblicati:

Archeotoscanahttps://archeotoscana.wordpress.com/2015/05/06/gli-archeoblogger-a-firenze/

Archeokidshttp://archeokids.tumblr.com/post/119264622399/che-cosa-ci-fanno-un-falsario-un-collezionista-e

Professione Archeologohttp://www.professionearcheologo.it/bronzifirenze-impressioni-di-una-archeoblogger/

Liberarcheologiahttp://liberarcheologia.altervista.org/bronzo-e-non-solo/

DjedMeduhttps://djedmedu.wordpress.com/2015/05/07/legitto-di-provincia-i-bronzi-ellenistici-di-palazzo-strozzi-e-del-museo-archeologico-nazionale-di-firenze/

Un blogtour dedicato ad una categoria speciale di blogger automaticamente riconosce quella categoria di blogger! Dunque l’evento di Firenze è tanto più importante in quanto finalmente si parla di archeoblogger che partecipano ad eventi appositamente creati per loro. Finalmente si comincia a vedere un po’ di quella “notorietà di ritorno” che molti blog di vario tipo acquisiscono nel momento in cui si parla di loro anche al di fuori della rete. Il fatto che il Direttore di Palazzo Strozzi sia venuto appositamente a salutarci implica che è riconosciuto il valore degli archeoblogger come comunicatori culturali al pari dei giornalisti e anzi, con una marcia in più: la competenza in materia.

Non posso far altro che augurarvi buona lettura dei post che vi ho linkato. E arrivederci al prossimo archeoblogtour!

Alla fine dell'evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF

Alla fine dell’evento, alcuni archeoblogger posano con la Chimera al MAF: sono Francesco RIpanti, Mattia Mancini, Paola Romi, Domenica Pate.

Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice

3° Seminario di Archeologia Virtuale: il commento di una giornata

 

Si è svolto oggi il 3° Seminario di Archeologia Virtuale all’interno di Ediarché 2012.

 

Questa edizione, in particolare, è stata per me particolarmente importante, visto che sono intervenuta tra i relatori per parlare del tema, che a me sta molto a cuore, dei blog di archeologia in Italia. E devo dire che i feedback sono stati piuttosto positivi, segno che l’argomento interessa i convenuti: e come non potrebbe? Se parliamo di comunicazione, e di strumenti per fare comunicazione, non si può non guardare ai mezzi attraverso i quali veicolare la comunicazione e i blog sono un mezzo efficacissimo – anche se con tutte le insidie del caso – per fare comunicazione archeologica. Ma non sto qui a raccontare il mio intervento (è andato in onda stamattina in diretta streaming ed è stato registrato, quindi sarà disponibile a breve). Mi interessa invece riportare le mie considerazioni a margine di questa giornata.

Innanzitutto è stata una giornata di scambio, in cui lo scambio non si è limitato solo agli interventi dei relatori verso la platea, ma è proseguito dopo, in pausa, nel confronto e nel commento su ciò che si è detto, sulle idee che si condividono, sulla volontà di fare. Sono contenta, dunque, di aver finalmente conosciuto di persona Simone Gianolio, l’organizzatore dell’evento, Daniele Pipitone della redazione di Archeomatica e Simone Massi, il blogger di Archeologia 2.0. Ne sono contenta anche dal mio punto di vista di blogger (oggi sono proprio orgogliosa di definirmi tale!) perché essendo tutti e 4 blogger, ho cominciato a sentire nell’aria quel bel profumo di community archeologica che mi piacerebbe veder realizzata un giorno.

3° seminario di archeologia virtuale, comunicare in digitale, public archaeology, blog archeologia, comunicazione archeologica, PDF 3D, 3D in archeologia, app archeologia

Uno scatto pubblicato su twitter da @archeologo, Simone Massi di archeologia 2.0

 

E veniamo ai temi affrontati nel corso del seminario. Innanzitutto il 3D in archeologia, nell’intervento di S. Gianolio, con tutte le problematiche aperte che comporta, a partire dalla sua produzione fino al suo utilizzo pratico, tenendo sempre presente che va usato per valorizzare, divulgare, comunicare ma, in prima battuta, per fare ricerca. Non è, cioè, un giocattolino per ammaliare il pubblico, ma uno strumento che opportunamente utilizzato serve per produrre conoscenza innanzitutto per gli stessi ricercatori. Interessanti i flash lanciati su alcune app di archeologia per verificare l’utilizzo dei prodotti 3D, osservando quindi un’applicazione pratica che in tanti casi però non risponde ai criteri di scientificità del dato archeologico (in particolare l’app di I-Mibac Voyager cui da tanto ho promesso di dedicare un post che a questo punto diventa necessario pubblicare quanto prima): un vero peccato, un’occasione sprecata, che però fa vedere la differenza tra il pensare un prodotto 3D solo ed esclusivamente per il mercato (di massa, aggiungo) e il pensarlo invece innanzitutto come strumento di ricerca e poi di comunicazione.

E a proposito di 3D come non citare quella che per me ignorante in materia è stata una rivelazione: l’esistenza dei PDF 3D: ovvero file PDF che supportano elementi tridimensionali sui quali si può giocare col mouse. Non è meraviglioso? Il PDF diventa così un testo interattivo, in cui il fruitore finale può decidere quanto e come approfondire il suo livello di conoscenza dell’oggetto rappresentato, si tratti anche di un sito archeologico o di un edificio. Naturalmente, non occorre che lo dica, alla base c’è la normale prassi di lavoro che porta alla costituzione innanzitutto del modello 3D, ovvero un rilievo in fotogrammetria stereoscopica a nuvole di punti preciso a livello infinitesimale. La trasposizione del modello 3D nel file pdf avviene poi in un secondo momento, nel momento in cui dall’utilizzo del 3D come strumento di ricerca si passa al 3D come strumento di comunicazione sia ai fini di una pubblicazione scientifica (online) che per un pubblico anche di non addetti ai lavori.

Mi piace constatare che molti dei progetti presentati sono nati in seno alle strutture universitarie, da lavori di tesi di laurea o di specializzazione: questo dato non è banale, perché presuppone che anche in ambito accademico, solitamente più restio ad accogliere innovazioni di questo tipo, qualcosa finalmente si muove: per carità, l’università di Siena da anni ci ha abituato ad essere la capofila nel settore, ma mi sembra che l’utilizzo di tecnologie digitali per uno studio di archeologia dell’architettura (così come presentato da alcuni progetti dell’università di Siena e di Bologna) oppure di archeologia dei resti umani (come presentato da due progetti, di Siena e di Padova) si stia ritagliando uno spazio di un certo livello all’interno dei laboratori di archeologia. Il grosso del lavoro, poi, mi pare di capire, non è tanto il risultato finale, quanto cercare di comprendere quale strada percorrere per ottenerlo, quale software usare, come usarlo, quanto usarlo, con quale altro integrarlo. Siamo in una feconda fase di sperimentazione nel campo delle applicazioni digitali per l’archeologia e per la comunicazione archeologica.

A E. Vecchietti il compito di farci riflettere su che cos’è la Public Archaeology, nuova definizione che ha invaso il nostro vocabolario, ma di cui pochi conoscono il significato (sorvolando sul fatto che, come già una volta scrissi sul compianto blog di Comunicare l’Archeologia – a proposito di un convegno sull’Archeologia Pubblica in Italia svoltosi a Firenze il 12 luglio 2010 e di cui sono disponibili gli atti su Google Libri – l’archeologia dovrebbe già essere di per se stessa pubblica, non dovrebbe aver bisogno di una tale specificazione nel nome, ma se questo serve per porre l’accento sul ruolo sociale dell’archeologia allora vada per “archeologia pubblica”):la Public Archaeology ha per oggetto il rapporto tra archeologia e pubblico, quindi di fatto considera tutti gli aspetti della comunicazione archeologica. Bisogna a tal fine intendere il pubblico come consumatore di prodotti culturali, la cui reazione genera opinione pubblica. Se questa è la teoria e la nozione di Public Archaeology, la realtà dei fatti si scontra con una situazione non proprio rosea nel panorama italiano, in cui gli archeologi di oggi scontano le colpe degli archeologi di ieri, tutti arroccati nel proprio territorio, senza preoccuparsi di pubblicare, nel senso di rendere pubbliche, cioè condivisibili da tutti, le scoperte relative ad un determinato sito, scavo urbano o simili. Inoltre la nuova generazione di archeologi, quella che si sta formando ora in Università, non trova nei corsi di laurea in archeologia modo di apprendere le metodologie proprie della comunicazione, della divulgazione e della didattica, col risultato che continua a non saper parlare col pubblico, a restare slegato da esso e dalle sue esigenze (a meno che, ovviamente, non cerchi da se stesso una strada). Verifichiamo così che se i corsi di laurea si stanno aprendo all’apporto delle nuove tecnologie, delle tecnologie digitali per la ricerca e per la comunicazione, manca ancora, comunque, quel passaggio ulteriore che possa mettere davvero l’archeologo in condizioni di comunicare con il pubblico. Pubblico che è tutta la cittadinanza, tutta la popolazione interessata dalla ricerca archeologica. L’interesse dell’opinione pubblica è alto, sta aumentando, piano piano la sensibilità sta crescendo, per questo bisogna sfruttare questo seme ottimisticamente e sperare che metta radici profonde nell’opinione pubblica.

3° seminario di archeologia virtuale, comunicare in digitale, public archaeology, blog archeologia, comunicazione archeologica, PDF 3D, 3D in archeologia, app archeologia

Vecchie e nuove tecnologie per prendere appunti durante il Seminario…

Bilancio assolutamente positivo per questa giornata; tanta la carne al fuoco, infiniti gli spunti di riflessione su cui lavorare per il futuro. La prossima edizione del Seminario di Archeologia Virtuale sarà dedicata alla gestione digitale del dato archeologico, e nel frattempo la notizia che tutti noi nuovi fans di instagram aspettavamo: parte un concorso di fotografia archeologica, per partecipare basta fotografare un soggetto archeologico, divertirsi con i filtri di instagram e taggare lo scatto con l’ashtag #archeogram. Ci sarà da divertirsi!