Pietre che raccontano storie

“Ma Professore’, so’ solo quattro sassi!”

“Non sono quattro sassi: qua sotto ci sta una città”

pietrecheraccontanostorieRicorderò per sempre questo scambio di battute di ormai dieci anni fa o più tra una signora del posto e la mia professoressa che voleva convincerla dell’importanza degli scavi archeologici che stavamo conducendo. Quei quattro sassi per la signora non avevano molto valore, forse anche perché nessuno glieli aveva mai spiegati, oppure perché per lei erano solo due muretti in croce di cui non vedeva l’utilità pratica. Dei muretti privi di significato, per lei; dei muretti importanti per noi; dei muretti ancora più importanti per me, che di essi ho studiato il perché e il per come sono stati abbattuti e distrutti, e perché della città si sono portati via anche i pavimenti dei templi.

Ma non voglio parlare della mia tesi di dottorato, non ancora per lo meno. Ho deciso che finalmente questo blog deve diventare quello che avrebbe sempre dovuto essere: un blog di archeologia, per l’appunto. E quindi un blog che parli davvero di archeologia, che faccia davvero comunicazione dell’archeologia. Su queste pagine, in questi anni, ho parlato per la maggior parte di come si fa comunicazione dell’archeologia (in particolare sui blog) senza però farne io stessa. Ebbene, è giunto il momento, dopo 8 anni di esistenza del blog (eh sì, eh già!), di far parlare attraverso la mia penna i siti archeologici. Siti o monumenti, quelle pietre che raccontano storie a chi le sa ascoltare o a chi le vuole cogliere.

La chiesa medievale costruita all'interno dell'arena dell'anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

La chiesa medievale costruita all’interno dell’arena dell’anfiteatro romano di Tarragona. Una di quelle storie che voglio raccontare

L’ispirazione mi è venuta durante il mio ultimo viaggio in Spagna, poche settimane fa: ho visto e visitato siti, mi sono imbattuta in resti insperati, ho fatto foto, ho cercato inutilmente connessioni wi-fi per condividere con voi su snapchat in tempo reale l’esperienza che stavo vivendo e i luoghi in cui mi trovavo. Forse proprio snapchat mi ha aiutato a compiere questo passo: il dover/voler improvvisare una diretta video in cui parlare di archeologia mi ha fatto pensare quanto sarebbe bello, e importante, condividere con voi con tutti i mezzi possibili i siti. Su snapchat ancora devo crescere, sia come utenza che come possibilità di trasmissioni: il mio avanzatissimo smartphone non mi fa pubblicare i video se non sono in wifi, di conseguenza le mie dirette sono fortemente limitate. Il blog, certo, è meno diretto, è più tradizionale (cosa mi tocca dire!), ma forse è proprio questo il bello.

Voglio ricominciare a parlare di archeologia. Le pietre raccontano storie, proviamo ad ascoltarle, a trascriverle e a rileggerle. Non voglio fare niente di scientifico o di didascalico: non è nello spirito né nella mission del blog: voglio piuttosto fare una chiacchierata, un racconto appunto, personale ma curato, così come vorrei che fossero le mie pillole di archeologia su snapchat.

PS: per ora questa diventa una rubrica all’interno del blog. Ma chissà che un giorno non diventi qualcosa di più… ci penso e ci lavoro, vi faremo sapere!

Cos’ho imparato ad Archeosocial

Sabato 20 febbraio, all’interno di TourismA2016, si è svolto Archeosocial, un workshop rivolto a quanti vogliono fare o già fanno comunicazione dell’archeologia nel web 2.0. Interventi su come funziona una pagina facebook, un account twitter, un profilo instagram, un blog, applicati all’archeologia, più due ottimi casi di studio e di applicazione: le Invasioni Digitali, ormai una realtà consolidata, e il docufilm archeologico “Tà gynakeia. Cose di donne“, che ha vinto la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

A seguire un workshop. E uno penserebbe: bene, un workshop su come si usano i social e i blog! mi faranno fare qualche esempio pratico, mi faranno produrre qualche contenuto.

E invece no. Nessun contenuto, ma ciò che dà forza ai contenuti. La strategia.

Perché diciamocelo: siamo buoni tutti a scrivere un post, un tweet, due, tre, un post per facebook, a pubblicare una bella foto su instagram. Ma se pubblichiamo tutto ciò senza un preciso progetto dietro, stiamo facendo il doppio della fatica per ottenere meno della metà del risultato che vorremmo.

La strategia è la parola chiave per definire il lavoro di chi si occupa di comunicazione dell’archeologia su social e su blog. Strategia che riguarda non solo i contenuti, ma anche la calendarizzazione. Quando pubblicare cosa? Cosa pubblicare quando? Chi siamo, per chi pubblichiamo? Cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere? Sono queste le domande esistenziali che muovono l’archeoblogger e l’archeosocialmedia content curator.

Per far questo dunque bisogna porsi degli obiettivi fin da subito: cosa vogliamo ottenere con la nostra comunicazione? Quale messaggio vogliamo veicolare? In che termini e in che tempi? Vogliamo costruire un discorso con la gente? Ma soprattutto a chi ci rivolgiamo? Perché si fa presto a dire pubblico. Abbiamo invece già detto in più occasioni (anche qui, a proposito di musei e TripAdvisor) che non c’è un solo pubblico, ma tanti pubblici, che formano l’insieme dei nostri lettori/followers/fans nel mondo 2.0, nonché di persone del mondo reale. Dobbiamo sempre tenere a mente, infatti, che il nostro scopo non è la comunicazione online fine a se stessa: quella è il mezzo. Il fine è sempre l’oggetto del messaggio: nel caso di un museo è la promozione e comunicazione di esso, delle sue collezioni, delle sue attività; nel caso di uno scavo è il progredire della ricerca e i nuovi ritrovamenti, il mestiere dell’archeologo e il legame con il territorio.

Una strategia che si rispetti sa scegliere con oculatezza i social giusti e gli strumenti da utilizzare, senza voler strafare. Non serve avere account su qualunque social. Bisogna sceglierne anche in maniera limitata, purché, però, ci si possa dedicare a tutti con lo stesso impegno e la stessa continuità.

Ecco che allora diventa importante, una volta scelti i social giusti, e/o il blog, stabilire un piano e una calendarizzazione. Scegliere giorno per giorno quali argomenti trattare e quali media impiegare, a che ora pubblicare e con quale frequenza. Al workshop abbiamo lavorato sul calendario di una settimana. Sono venute fuori idee interessanti, proposte innovative e intriganti, alla base delle quali, però, c’è stato un bel lavoro di riflessione e discussione. Ed è emerso evidente a tutti che si fa presto a essere social, ma che poi la ricerca di contenuti efficaci e la continuità nel fornirne sono tutt’altra cosa. Quindi, in sostanza, non solo basta esserci sui social, non solo basta essere attivi, ma bisogna lavorare in modo razionale, efficace, in modo che fin dall’inizio si focalizzino gli obiettivi, senza dispersione di energie, ma anzi concentrandole nella giusta direzione.

Per me, che sono tremendamente disordinata, anche mentalmente, che inizio una cosa e ne finisco altre 10 in contemporanea, questa scuola non può essere stata che utile. E infatti sono tornata a casa e ho cominciato a produrre tabelle su tabelle. Una per tutte, intanto, con la mia collega Silvia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, stiamo mettendo a punto la strategia per la #Museumweek, che a fine marzo tornerà ad invadere twitter. Meglio prepararsi per tempo, no? 😉

Se volete dare un’occhiata ai panels di Archeosocial che hanno preceduto il workshop, le trovate qui, su Professione Archeologo. Trovate anche il mio riguardante i Blog: come ti posto l’archeologia. Ma lì ho caricato una presentazione lievemente epurata. Non troverete, per esempio, la mia slide conclusiva, che è questa: perché comunicare l’archeologia è una cosa seria, ma io non mi prendo mai troppo sul serio.

Se invece volete il livetwitting di #archeosocial, che è stato partecipatissimo, andando in TT alla 6° posizione quasi subito, non dovete far altro che cercare #archeosocial su twitter e scorrervi tutta la conversazione: troverete foto e appunti in 140 caratteri, impressioni e telecronaca. E sembrerà come essere stati presenti.

Arriva TourismA in città. E questa volta è social!

Solo un anno fa, per la prima edizione di TourismA, Salone Internazionale dell’archeologia, a Firenze, parlavo con il direttore della rivista Archeologia Viva, nonché organizzatore dell’evento, Piero Pruneti, dell’importanza ormai innegabile dell’utilizzo della comunicazione social per promuovere non solo l’archeologia, ma anche eventi di archeologia, come appunto è TourismA.

Dopo un anno le favolose donne di Professione Archeologo Antonia Falcone, Paola Romi, Domenica Pate, e di Archeopop Astrid D’Eredità, hanno organizzato in seno a TourismA 2016 il workshop Archeosocial, che si svolgerà all’interno del Salone sabato 20 febbraio.

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Nel corso della giornata si parlerà di come comunicare l’archeologia attraverso i social media e i blog, si parlerà di esperienze positive quali le Invasioni Digitali, e del perché un film, “Ta gynakeia. Cose di donne” presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto abbia ricevuto la Menzione Speciale Archeoblogger, cosa aveva di più e di meglio rispetto agli altri film presentati.

Qui trovate il programma. Personalmente sono molto contenta di essere stata invitata a partecipare. Parlerò di blog di archeologia, cercando di capire come si scrive di archeologia nel web 2.0 e mostrando esempi di come invece non si fa. Vorrei spiegare, e spero di riuscire a trasmettere questo concetto, che il blog di archeologia, o archeoblog, va soggetto come tutte le altre categorie di blog alle dure regole della SEO e dell’indicizzazione. Ma, a differenza di alcune categorie di blog, non deve sacrificare i propri contenuti in nome di dio Google. Il giusto equilibrio, e il corretto utilizzo di alcuni accorgimenti fanno sì che non solo pubblichiamo contenuti di qualità, ma anche facilmente rintracciabili in rete. E poi vorrei mostrare di cosa parla o dovrebbe parlare un blog di archeologia. Perché sotto quest’unica parola rientrano tante tematiche: attualità, lavoro, scoperte, distruzioni, istituzioni, musei, scavi, pubblicazioni, didattica, e poi le categorie “storiche”: archeologia classica, medievale, preistorica, egittologia, archeologia di uno specifico territorio, ecc. E ancora, ogni blogger sceglie il linguaggio e lo stile che più gli aggrada, il taglio che più gli si addice: per cui possiamo avere post (e blog) che fanno opinione, informazione, divulgazione, promozione. Il mondo dei blog di archeologia è in realtà molto più vasto di quanto non si creda. 

Parleremo di tutto questo a TourismA. E parleremo dell’importanza di fare rete. Intanto vi lascio l’intero programma dei tre giorni di manifestazione, che è ricchissimo di eventi e di incontri, a dimostrazione di quanto l’archeologia sia una branca di interessi tanto ampia e varia. Mi piace segnalare, proprio per questo motivo, gli eventi organizzati dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, che gioca in casa e che presenterà al pubblico le attività di ricerca e di tutela condotte dai suoi funzionari. Con la speranza, stante la recentissima riforma, che possano continuare a operare sul territorio nel migliore dei modi.

26° Rassegna del Cinema Archeologico. Il giudizio degli archeoblogger

Si è svolta n egli scorsi giorni la 26° Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, appuntamento annuale ormai imperdibile per gli amanti del docufilm di argomento archeologico.

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Non è semplice girare un video, figurarsi un documentario o un film. Quando poi si tratta di dover produrre qualcosa di divulgativo è ancora più difficile. Perché puoi avere un ottimo argomento, ma una regia povera, puoi avere un’ottima fotografia, ma un testo troppo scientifico; oppure puoi avere una semplice buca di palo e realizzarvi sopra un film da oscar. Tutto sta a saper combinare l’idea, il concept, con una buona regia, che si avvalga di una buona fotografia, di contenuti validi e soprattutto comprensibili al grande pubblico, che sappia dosare i tempi giusti, che sappia magari utilizzare sfondi musicali adatti, che riesca nell’intento di coinvolgere lo spettatore, che abbia quel guizzo in grado di farti dire “caspita che bel film!”. Non serve a niente mandare in onda 50 minuti di immagini accompagnate da un testo piatto e oscuro ai più: non è che perché siccome si tratta di un video allora è di per se stesso comunicativo. Ci vuole ben altro.

Non è facile girare docufilm archeologici e non è facile, mi sono resa conto in questi giorni, giudicarli. Ma è questa la sfida che è stata proposta agli archeoblogger per quest’edizione della Rassegna. Sfida che abbiamo accolto con entusiasmo, nonostante l’impegno che ha richiesto (vedere film in lingua originale, ad esempio) e che ci ha costretto sul serio, per una volta, a porci dal punto di vista del pubblico. Non a caso abbiamo avuto la responsabilità di aggiudicare la “menzione speciale archeoblogger” al film che a nostro parere meglio riesce a raggiungere il pubblico con un messaggio di valorizzazione e conservazione. E, torno a dirvi, non è stata impresa facile.

giuriaarcheoblogger2Ma noi archeoblogger, che amiamo le sfide, non ci facciamo certo impressionare. Ci siamo messi di buzzo buono per tirare fuori il documentario più comunicativo, quello che fa un miglior uso dello storytelling, per capirci, quello che semplicemente non mostra, ma racconta.

Ecco chi siamo:

Michele Stefanile di Archeologia Subacquea Blog

Marta Coccoluto, blogger per Il Fatto Quotidiano

Domenica Pate, Paola Romi e Antonia Falcone di Professione Archeologo

Astrid D’Eredità di Archeopop

Mattia Mancini di Djed Medu Blog di Egittologia

Alessandro Tagliapietra di Archeologia Subacquea

Siamo stati una squadra attiva e orgogliosa. Abbiamo giudicato i film tenendo conto di particolari criteri, insistendo però su tre punti fondamentali: la chiarezza di linguaggio, la presentazione accattivante dell’argomento e il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Un momento del lavoro di giurata: la visione di uno dei film con accanto la mia tazza di té

Insomma, ci siamo dati da fare. E alla fine abbiamo decretato, in maniera piuttosto unanime, un vincitore: Cose di donne, uno splendido docufilm sulle donne di Sicilia, donne di oggi e di ieri. Antonia Falcone, moderatrice della nostra giuria, è andata a Rovereto a consegnare la Menzione speciale, ed ha letto la motivazione, che vi riporto qui:

Dal passato prossimo al passato remoto. Un viaggio al contrario che guarda a tutto tondo al mondo femminile. Per noi questo è Cose di Donne. Ci è piaciuto il suo sguardo innovativo sul passato, che percepisce la storia come patrimonio condiviso. I ricordi personali delle protagoniste rischiarano di una luce contemporanea, forte e capace di suscitare grande empatia, le testimonianze dei resti archeologici che si scrollano di dosso la loro polvere secolare e divengono vivi e attuali, comprensibili, segni tangibili di vite reali. Il documentario diventa così una storia corale, di ricerca e sacrificio, una continua domanda di senso, una riflessione aperta sulla donna di ieri e di oggi. Lo abbiamo molto amato: come archeologi e comunicatori crediamo che Cose di Donne rappresenti bene il senso di fare ricerca archeologica oggi ed incarni perfettamente le ragioni per cui la conservazione e la tutela del nostro patrimonio culturale sono di fondamentale importanza per la definizione stessa della nostra identità di cittadini e di società.

La continuità tra passato e presente è l’arma vincente di questo film: data come un dato di fatto, come un processo naturale, è la ragione dell’essere donna, in questo caso nella Sicilia di oggi. Le donne che si raccontano davanti alla telecamera sono solo alcune e danno voce con la loro testimonianza a tutte le donne, di ieri, di oggi e anche di domani. Così i reperti archeologici, che noi possediamo numerosi, ma non nella loro totalità, sono la testimonianza attraverso la quale possiamo conoscere la storia di tutte le donne, che attraverso gli oggetti della loro vita quotidiana di un tempo ancora oggi possono raccontare la loro storia a chi sia in grado di dare loro voce e la sappia trasmettere a noi tutti.

Vi consiglio vivamente di vedere il film non appena ne avrete l’opportunità (qui intanto trovate il trailer). Fare buona comunicazione, trasmettendo un messaggio sociale oltre che archeologico in senso stretto, è possibile. Cercare nuove vie per veicolare un messaggio, un messaggio che è antico e però quantomai attuale. Perseguiamo in questa direzione, è quella giusta.

Paestum Digital Storytelling School

Negli ultimi anni la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum ci ha abituato a confrontarci con i temi del digitale, della comunicazione social, della ricerca di nuovi modi per comunicare, anzi raccontare l’archeologia al pubblico globale, al pubblico sempre connesso, al pubblico che vuole e che chiede nuovi stimoli ad una disciplina che ha evidenze tanto affascinanti quanto, spesso e volentieri, mute. Gli incontri degli archeoblogger del 2013 e del 2014 sono ricordi ancora ben vividi nel mio cuore e nella mia mente. Ma c’è ancora tanto da fare. Ancora stamani ho mio malgrado assistito ad una conversazione da bar sport (con tutto il rispetto per i vari Bar Sport d’Italia) in cui si commentavano le distruzioni di Palmira dicendo “Sì che poi, se guardi bene, alla fine sono quattro pietre e poco più“. Il mio cuore ha sanguinato, perché è evidente che c’è tanto lavoro da fare, ma tanto, e non solo per trasmettere la bellezza e l’importanza del patrimonio archeologico che abbiamo sotto casa, ma anche di quello globale. Abbiamo ora più che mai bisogno di saper comunicare la nostra disciplina, il nostro lavoro, la nostra professione, certo, ma anche di saper raccontare i luoghi e gli oggetti, le storie che vi stanno dietro, che le hanno rese possibili. Per questo, se voglio raccontare le opere dei musei dei quali curo il blog, mi piace affrontare l’aspetto della “storia conservativa delle opere” (un progetto di Antonella Gioli di cui si parla qui), ovvero di come sono arrivate ad occupare quel posto in quella sala? Perché la descrizione nuda e cruda della Chimera “statua in bronzo di fattura etrusca, fusione a cera persa, fine V-inizi IV secolo a.C.” interessa il giusto, mentre molto più appassionante è raccontare le vicende della sua scoperta, del suo legarsi al destino di Firenze, del restauro che ha portato la sua coda ad assumere quella posa così strana, con la coda a testa di serpente che addenta il corno della testa di capra sul dorso dell’animale ormai morente. Solo così, forse, un abitante di Arezzo capirà perché non è vero che il museo archeologico nazionale di Firenze l’ha rubata alla sua città, come in molti credono.

Le "quattro pietre e poco più" del tempio di Bel a Palmira fatte saltare in aria. Dobbiamo davvero rimboccarci le maniche, cari storytellers (credits: Archeomatica)

Le “quattro pietre e poco più” del tempio di Bel a Palmira fatte saltare in aria. Dobbiamo davvero rimboccarci le maniche, cari storytellers (credits: Archeomatica)

Mi rendo conto che ci vuole ben altro per comunicare adeguatamente il nostro patrimonio. Bisogna sviluppare una sensibilità ed una capacità più diffusa a raccontare storie di archeologia. Se non è l’Università a farlo, perché nessuno nasce imparato, allora è bene che qualcuno si prenda la briga di insegnarlo. E Paestum è il terreno giusto per cominciare.

La Chimera a Paestum

La Chimera a Paestum 2014

Nasce quest’anno la Paestum Digital Storytelling School, nome internazionale e altisonante per un corso che è stato ideato dalla giornalista nonché archeoblogger Cinzia Dal Maso e dall’archeologo (anch’egli archeoblogger) Giuliano De Felice per stimolare gli archeologi – ma anche operatori culturali, insegnanti, ricercatori, artisti, curiosi – ad osservare con occhi nuovi, a porsi domande e a pensare “out of the box”, e produrre un “racconto storico digitale”. Paestum offrirà l’ispirazione, le lezioni frontali indagheranno le tecniche di narrazione del passato attraverso l’uso combinato di testi e immagini, e poi tutti i partecipanti saranno messi alla prova con penne, matite, pennelli (virtuali), e computer, foto e videocamera. I risultati del loro lavoro, che li vedrà impegnati tra i templi di Paestum, le mura di Velia e il santuario di Hera Argiva, saranno presentati ufficialmente alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico durante l’incontro Rocking the way for revolution: Archeostorie e l’archeologia pubblica italiana (Museo archeologico di Paestum, sabato 31 ottobre alle ore 17). Il corso è promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in collaborazione con Associazione M(u)ovimenti. Proprio a questo link sul sito di M(u)ovimenti trovate la scheda di iscrizione. Potete iscrivervi fino al 15 ottobre. Ragazzi, studenti che state ultimando o frequentando l’università, professionisti,  non perdete quest’occasione. Perché se da grandi vorrete lavorare per l’archeologia, raccontare il vostro lavoro e trasmetterne il senso attraverso le evidenze archeologiche e/o i materiali esposti in un museo sarà il fattore fondamentale del vostro successo e della vostra soddisfazione personale (che non è da sottovalutare): non basta sapere le cose, bisogna saperle spiegare, usando gli strumenti giusti nel modo corretto.

La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice

L’invasione dei blogger a Paestum 2013

Ho scritto questo post per il blog della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013. Quest’anno per la prima volta a Paestum si riuniranno alcuni tra i più attivi blogger di archeologia in Italia, in un incontro organizzato apposta per loro e dal titolo “Archeoblog” che non lascia spazio a fraintendimenti di sorta. Cinzia Dal Maso del blog Filelleni ci ha chiamato alle armi, noi abbiamo risposto. Ma prima di incontrarci di persona cominciamo a fare un po’ di casino qua e là in rete. Perché di cose da dire ne abbiamo, e molte.

Archeoblog, Paestum 2013

Saremo agguerriti. Soprattutto saremo entusiasti. Perché per la prima volta in Italia i blogger di archeologia si incontrano per presentarsi, per raccontare se stessi e le proprie esperienze, per condividere idee e proposte, per riconoscersi come categoria: non semplicemente archeoblogger, ma Cultural Heritage Blogger, per accogliere la definizione che ha creato per noi Cinzia Dal Maso, colei che, blogger e giornalista, ha promosso l’incontro Archeoblog alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum 2013. La situazione è questa: l’Italia, il nostro patrimonio culturale, ha bisogno di essere raccontato; per farlo c’è bisogno di figure che lo conoscano e lo capiscano, che ne conoscano l’importanza e la sappiano trasmettere agli altri. Oggi il maggiore scambio di notizie avviene online, in rete, attraverso i social network e i blog ed è questo il luogo in cui bisogna insistere per promuovere il nostro patrimonio, sempre più abbandonato a se stesso per croniche e sempre più aggravate carenze di fondi e di progettualità. Ma soprattutto abbandonato perché non se ne parla, o se ne parla demagogicamente o soltanto quando il danno è ormai irreparabile. Se la situazione nei media è questa, nel web è ancora peggio: mancano voci coordinate che promuovano il patrimonio, che contribuiscano alla diffusione della sua conoscenza. Le voci ci sono, oggi, e sono quelle dei blogger, ma sono spesso troppo slegate tra loro, e per quanto vedano le stesse problematiche e siano mosse dagli stessi interessi, non hanno ancora la forza (o la consapevolezza) di formare una corporazione. Come i travelblogger sono ormai una realtà che detta legge nel mondo del turismo, così gli archeoblogger, anzi, i cultural heritage blogger, devono riuscire a imporsi nel mondo della comunicazione online, divenendo figure necessarie nel campo della comunicazione culturale, e dare vita ad una nuova figura professionale, della quale da più parti si sente ormai il bisogno: perché chi conosce è il miglior promotore, e noi archeologi per troppo tempo abbiamo demandato e delegato altri per la comunicazione del nostro patrimonio. Dobbiamo dunque riprenderci questo spazio che ci appartiene. I presupposti ci sono, alcuni esempi, per quanto pochi, si trovano in Italia, e sono i blog dei musei che impiegano personale qualificato per promuovere le proprie attività e le proprie collezioni. Al momento, però, sono ancora troppo pochi i giovani che riescono a fare del blogging culturale una professione, ma la domanda c’è ed è questo il momento di fare fronte comune per far sentire la nostra esistenza, la nostra presenza e la nostra attenzione.
Il 14 novembre 2013 a Paestum discuteremo di questo e di altro, ognuno dei blogger porterà la propria esperienza, si confronterà con gli altri, non solo blogger di archeologia, vedrà, in sostanza, che non è solo. Facciamo rete: è un’esortazione, ed è la parola chiave di Archeoblog.

Comunicare per conservare

Con grande piacere ospito un testo (non nasce come post per un blog) di un mio collega di dottorato a RomaTre, Mirco Modolo, il quale sta curando una serie di incontri sul tema della Valorizzazione, al quale si collega il mio precedente post. Il dibattito che proprio quel post ha suscitato su questo blog mi fa capire quanto la tematica della valorizzazione legata alla comunicazione sia molto sentita non solo dagli addetti ai lavori della mia generazione, ma anche all’esterno, dai diretti interessati dalla comunicazione, ovvero i visitatori. Ascoltare anzi le loro esigenze sarebbe il primo punto da cui partire per organizzare un adeguato progetto di comunicazione. Come dicevo nello scorso post, ed è anche il pensiero di Mirco che qui vi riporto sotto forma di guestpost, la valorizzazione di un museo e della sua collezione si attua nel momento in cui avviene un’adeguata trasmissione del messaggio, ovvero nel momento in cui il visitatore/pubblico comprende il valore dell’oggetto/collezione che ha davanti. Sta quindi a noi impegnarci a vedere nella comunicazione il principale, se non l’unico obiettivo finale del nostro fare ricerca da un lato, e dell’esercizio della conservazione dall’altro. Inutile conservare, se nessuno ne capisce il senso.

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Il bene culturale non è e non è mai stato un valore assoluto, e sarebbe inutile sfoggio di retorica sostenerlo. Può apparire di per sé un’affermazione dal tono provocatorio, ma così non è. La percezione del valore infatti muta a seconda dei parametri di valore che ogni società porta con sé nel tempo. Lo testimonia la fortuna discontinua di artisti come Caravaggio, o il ruolo subalterno delle memorie medievali rispetto ad un classicismo considerato come modello ideale nell’ideologia fascista. L’eredità culturale in altre parole necessita di essere continuamente e criticamente rimotivata, e più tale valore giungerà ad essere condiviso, meglio saremo in grado di garantire la sopravvivenza stessa del patrimonio culturale e la trasmissione alle future generazioni, in quanto siamo portati inevitabilmente a conservare ciò che oggi consideriamo degno.

Ma la percezione del valore di ciò che consideriamo un bene identitario e l’apprezzamento che ne deriva sono possibili davvero solo se se riusciamo a trasmetterne il senso, cioè a comunicarlo in modo adeguato per essere inteso. Solo così la società si accorgerà che quel bene è davvero tale e che dunque vale la pena di conservarlo. La comunicazione è il pilastro di qualsiasi fruizione dei beni culturali, ed è veicolo per la trasmissione dei contenuti culturali elaborati della ricerca scientifica, anche universitaria.

Musei e siti archeologici hanno prima di tutto una funzione civile, che è quella di comunicare dei significati per il tramite di significanti che siano resi comprensibili ai visitatori. Può sembrare cosa ovvia e banale nella teoria, come testimoniano gli oceani di inchiostro che si sono riversati sull’argomento. Ma paradossalmente è cosa molto meno ovvia nella prassi, se pensiamo, per fare solo un solo esempio eclatante, all’imbarazzante mutismo di fronte al turismo internazionale di un’area centralissima a Roma  come il Foro e il Palatino.

Vorrei citare a questo proposito l’impegno nella comunicazione culturale di Francesco Antinucci, che non a caso non è né archeologo né storico dell’arte, ma esperto di psicologia cognitiva, disciplina specializzata nello studio di quei meccanismi che rendono possibile e facilitano la comunicazione, anche nei musei. Sono due le tendenze che generano un vero e proprio ‘cortocircuito comunicativo’, per usare le parole di Antinucci. Esse investono sia i contenuti che la forma nella trasmissione di un qualunque messaggio: spesso infatti, pur di fronte ad un contenuto culturale di tutto rispetto, colpisce l’indifferenza riservata al lessico dei pannelli informativi scritti in ‘storiadellartichese’, un linguaggio che sembra riflettere, nello sconcerto dei visitatori comuni, solo lo snobismo intellettuale dei curatori dell’allestimento, più che una genuina volontà di fare comprendere alcunché. Oppure all’opposto si preferisce ricorrere ad effetti speciali e allestimenti spettacolari, come nel caso del Museo Egizio di Torino, spesso come alibi per mascherare la povertà di contenuti culturali di un museo per attirare turisti, più che per educarli. Non stupiamoci allora se la gente preferisce ai musei le mostre temporanee, che trovano la loro carta vincente in quella narratività che spesso latita nei musei.  E’ sull’efficacia di comunicazione che dobbiamo investire, prima ancora che sul marketing (pure importante) o sul mero calcolo dei biglietti venduti, che di per sé non postulano affatto il raggiungimento delle finalità civili e culturali proprie di un museo. Ma per investire sulla comunicazione è necessario puntare sulla formazione di personale specializzato nella comunicazione che deve essere presente in ogni museo, che sappia esattamente ciò che deve fare e come farlo. Personale che dovrà avere familiarità sia con il contenuto culturale sia con le forme tecnologiche con cui si dispiega la comunicazione di tali contenuti. 

Sono figure professionali nuove, che per esistere dovrebbero essere istituzionalizzate in ogni museo e capaci di instaurare un dialogo costruttivo con la direzione dei musei. La formazione si intreccia dunque necessariamente con un sistema normativo e istituzionale capace di accogliere tali figure. Ed questa è la sfida che dovrà affrontare nell’immediato, e non in un improbabile futuro, la politica dei beni culturali.

Mirco Modolo

Ed ora ripasso la parola a voi…

Il museo muto

Questo che pubblico è il testo di un mio intervento che avrei dovuto fare – e non ho fatto – oggi a RomaTre, in occasione di un incontro con Francesco Antinucci dal titolo “Ripensare la valorizzazione attraverso la comunicazione nei musei”. In realtà i contenuti della relazione di Antinucci, per quanto interessanti, hanno esulato dal tema previsto, perciò queste mie riflessioni sono rimaste tra me e me. Ma siccome con qualcuno dovevo condividerle, eccole qui:

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Nella mia esperienza ormai triennale di assistente alla vigilanza in un museo archeologico statale, vedo tutti i giorni le necessità dei visitatori che cercano di capire il senso di ciò che osservano esposto nelle vetrine, e dall’altra parte vedo come essi siano totalmente abbandonati a se stessi, lasciati da soli a cercare di capire cosa hanno davanti. La comunicazione, intesa come chiave di lettura e di interpretazione delle opere esposte e del senso della collezione esposta, dovrebbe essere un obbligo imprescindibile per ogni museo esistente. Se questo avviene, con esiti più o meno efficaci, nei musei di nuova costituzione, non altrettanto si può dire di musei di antica creazione, le cui collezioni ormai storicizzate e cristallizzate non solo non vengono toccate per paura o per pigrizia, ma non vengono neanche spiegate, con grave danno per il rapporto con il visitatore. Lavoro in un museo nel quale mancano le didascalie agli oggetti esposti e in cui la scarsa illuminazione alle opere principali, che sono poste in una sala buia, colpite da un fascio di luce che a mala pena ne illumina una porzione, ma non consente di coglierne i dettagli, è fatta in modo da far apparire l’opera come un simulacro più che come un oggetto di cultura, che vorrebbe suscitare, nelle intenzioni, un senso di contemplazione estatica dell’opera, ma che nella realtà produce una serie di lamentele da parte dei visitatori, che denunciano il buio. Un museo organizzato in questo modo, senza didascalie né tantomeno pannellistica, per non parlare di supporti multimediali, è un museo muto.

Ma è un museo muto anche quello che alle opere pone didascalie recanti tecnicismi comprensibili solo agli addetti ai lavori; è un museo muto un qualsiasi museo che dà per scontate le informazioni primarie, come la collocazione geografica di una particolare cultura o civiltà, che non mette il visitatore in condizioni di comprendere i criteri espositivi e la natura degli oggetti; è muto un museo nel quale non si tenga conto del pubblico di lingua straniera, ormai sempre più presente nelle nostre città che se dio vuole vivono di turismo culturale. È muto un museo che crea smarrimento nel visitatore, è muto un museo che non attira l’attenzione del visitatore, è muto un museo che permette che il visitatore pensi che una fibula servisse nell’antichità per praticare l’infibulazione alle donne, è muto un museo in cui il visitatore davanti agli specchi etruschi si chiede se sono padelle… e potrei continuare.

La comunicazione in un museo non è cosa banale. Richiede una progettualità, progettualità che deve riguardare il percorso museale, gli strumenti da fornire al visitatore per la corretta interpretazione delle opere e degli oggetti, il linguaggio da utilizzare, i supporti da destinare e non ultima la selezione delle informazioni da trasmettere. Ma prima di tutto richiede uno sforzo di volontà da parte di chi gestisce il museo, che deve spendere risorse, tempo ed energie nell’ideazione del progetto di comunicazione. La pigrizia è il principale nemico della comunicazione nei musei. Non basta lavarsi la coscienza sistemando un video davanti a due o tre opere o all’ingresso del museo per fare comunicazione: il visitatore va accompagnato, in modo che in qualunque momento egli sia messo in condizioni di capire ciò che sta osservando. Così come non è per forza obbligatorio ricorrere a spettacolari ricostruzioni virtuali o effetti speciali: il virtuale o altri tipi di tecnologie applicate ai beni culturali, di cui ultimamente tanto si parla e che vanno anche abbastanza di moda, devono essere un mezzo per produrre comunicazione, non il fine, e devono anch’esse rientrare in un progetto di comunicazione che investa l’intero percorso museale, non una sola porzione. Progetto che non è evidentemente fatto solo di soluzioni tecniche, ma è un progetto culturale!

Un museo che sappia comunicare adeguatamente con il pubblico automaticamente attua la sua valorizzazione. Il rapporto tra comunicazione e valorizzazione è di causa/effetto ed è direttamente proporzionale: più efficacemente viene comunicato il bene, più efficacemente esso sarà valorizzato. Stesso discorso vale per i musei, che sono contenitori di beni. Più efficacemente comunicano con il pubblico, meglio svolgono la loro funzione di trasmissione di cultura, più il pubblico ne riconosce il valore. Ogni progetto di comunicazione museale ha come fine la valorizzazione del museo stesso e della sua collezione attraverso la trasmissione di conoscenza che avviene verso il pubblico. È un’azione rivolta al pubblico, che porta il pubblico a riconoscere il museo come luogo di cultura. Ed è dalla relazione che si instaura col pubblico all’atto della comunicazione, e nella risposta che si ha da parte del pubblico in termini di riconoscimento del valore del bene che si attua il circolo virtuoso della valorizzazione.  

Un museo muto è anche un museo che non si promuove, che non pubblicizza se stesso al di fuori delle sue mura, che non attira il pubblico ad entrare. Fermo restando che è necessario prima di tutto rendere fruibile e quindi comprensibile il percorso museale se si vuole invitare il pubblico ad entrare, la promozione di sé è un’operazione che un museo, soprattutto se piccolo o se oscurato da altri musei ben più noti nella stessa città, deve mettere in conto. Per farlo, è oggi più che mai necessario mettersi al passo coi tempi, sfruttando canali che ancora in molti purtroppo considerano frivoli passatempi, ma nei quali invece è racchiuso il futuro della comunicazione: parlo dei social media e della comunicazione online, che giorno dopo giorno sta coinvolgendo anche chi si occupa di cultura, nell’ottica non soltanto di autopromuoversi, ma di interagire con gli utenti. Nel caso dei musei, infatti, gli utenti che si interfacciano online attraverso i social media sono potenziali visitatori, oppure visitatori che vogliono restare aggiornati sulle attività del museo e che potrebbero essere intenzionati a tornarvi. I social media stanno aiutando a far vedere i musei non più come contenitori statici e chiusi di cultura, ma come organismi vivaci e vitali, capaci di coinvolgere i diversi tipi di pubblico e di farli diventare addirittura protagonisti dell’attività museale. Anche per la comunicazione online ci vuole una progettualità, né si può pensare di andare a tentoni per il solo gusto di dire che “il museo è social”, espressione che va tanto di moda ma di cui pochi conoscono davvero il significato. È però un fatto che la valorizzazione dei musei, intesa in questo caso come promozione, ormai passa anche dalla rete, e soprattutto dal web 2.0, nel quale si creano relazioni e interazione ad una scala mai vista, dove si possono coinvolgere direttamente gli utenti e creare partecipazione, sfruttando tutte le potenzialità della comunicazione.

Non entro nel merito dei contenuti del discorso di Antinucci – che poi sono ripresi pari pari dai suoi due volumi “Comunicare nel museo” e “Musei virtuali”. Sottolineo solo che Antinucci sta curando il riallestimento del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano. Un riallestimento che, almeno per le prime realizzazioni che ci ha presentato, non è niente di esageratamente eclatante: poche soluzioni, in qualche caso ben riuscite, in qualche altro caso non così irresistibili. Ma quello che le rende buone è il lavoro di studio del pubblico e dei suoi comportamenti che è stato condotto all’inizio e che è parte integrante di quella progettualità che dovrebbe stare alla base di qualsiasi progetto di riallestimento, o di comunicazione, di un museo verso i visitatori. Una buona pratica di cui tenere conto.