Cos’è stato per me ARCHEOBLOG

Non è facilissimo tirare le fila di Archeoblog, l’incontro che per la prima volta ha visto riunirsi pubblicamente alcuni dei blogger di archeologia più attivi in Italia all’interno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum il 14 novembre 2013.

la "squadra fortissimi" degli archeoblogger alla BMTA 2013

la “squadra fortissimi” degli archeoblogger alla BMTA 2013

Non vi sto a raccontare nel dettaglio i singoli interventi: per questo potete tranquillamente guardare il video realizzato dall’ottimo Francesco Ripanti (@cioschi su twitter) sul canale youtube di Archeovideo. Dirò cosa è stato per me Archeoblog.

Partiamo da una premessa: prima del 14 novembre conoscevo di persona già Astrid D’Eredità, Stefano Costa, Giuliano De Felice e Francesco Ripanti, mentre solo di fama conoscevo Michele Stefanile e naturalmente Cinzia Dal Maso, l’ideatrice ed entusiasta ispiratrice dell’evento. Cosa vuol dire questo? Che ad animare il dibattito siamo i soliti noti? Può essere, anzi, è così senz’altro, ma sono orgogliosa di fare parte di un gruppo di persone che perseguono gli stessi scopi (ovvero cambiare il mondo dell’archeologia) e lo fanno con gli stessi mezzi, seppur nelle infinite declinazioni che essi offrono. Perché non tutti i blog di archeologia sono uguali. Ne ho già parlato in passato e altrove: c’è il blog di opinione, il blog di informazione, il blog di divulgazione: 3 modi diversi di parlare di archeologia, cui corrispondono 3 linguaggi differenti e 3 atteggiamenti differenti dell’autore nei confronti dei temi e nei confronti dei lettori.

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

La prima slide di presentazione del blog Archeotoscana immortalata da @Cioschi

Questo nel web 2.0 dei blogger per passione. Ma se vogliamo che quello dell’archeoblogger diventi un mestiere, un lavoro retribuito, allora le categorie di blog cambiano. Ci ritroveremo ad averne due: blog personale e blog istituzionale (o ufficiale, fate voi). Parlando di me, per esempio, il mio blog personale è questo che state leggendo: qui scrivo la mia opinione su temi vari di archeologia e di musei, spesso mi scaldo troppo, forse qualche volta scado nella retorica (ditemelo voi), ogni tanto mi diverto a ironizzare un po’ cinicamente su alcune situazioni, ma in ogni caso da qui faccio sentire la mia personalissima voce; scrivo poi per due blog istituzionali: e sono il blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia e Archeotoscana. E qui la musica cambia. Cambia lo stile, cambiano gli argomenti, cambia anche il rapporto con i lettori.

Giustamente Stefano fa notare che se il blogger nasce come opinionista e che il suo punto di forza è la spontaneità della scrittura, allora il blog istituzionale nasce fin dal principio con un vizio di forma, visto che i contenuti devono avere una voce ufficiale. Dove finisce allora la spontaneità del blogger archeologo che scrive per il tale museo o la tale soprintendenza (per la cronaca: esiste finora solo un blog di soprintendenza archeologica in Italia, ed è Archeotoscana)? Innanzitutto vale la pena di chiarire una cosa: lo scopo del blog istituzionale è ben diverso da quello del mio blog personale in quanto nasce con lo scopo di informare il pubblico, di far uscire il museo dalla sua dimensione di luogo chiuso e incapace di comunicare per andare nella direzione della comunicazione con i lettori. Questa la si fa non solo con il blog, ma anche con un integrato uso dei social network, perché un blog da solo oggi non basta per far sentire la propria voce, farsi conoscere in rete e acquisire così popolarità (che per i musei è importante perché può portare pubblico: io a NY ho visitato il Brooklyn Museum perché seguo il suo blog, per esempio.. lo so che sono un caso clinico, ma tant’é..). In questo contesto di ufficialità cosa può fare il blogger? Dà sicuramente il suo tocco personale – è per questo che vogliamo un archeologo a fare questo mestiere e non un mero esecutore espertissimo magari in social media marketing ma che non sa un accidente di archeologia o di musei – e lo fa arricchendo i contenuti, presentandoli in una nuova forma, cercando ogni volta nuove soluzioni per far arrivare il messaggio al pubblico.

Stefano si chiede: “se il museo per cui gestisco il blog vuole pubblicizzare una mostra che a me personalmente non piace come faccio?”. Partendo dal presupposto che il blog del museo non deve fornire giudizi di merito sugli eventi da se stesso organizzati, e partendo dal presupposto che sempre qualunque mostra di qualunque museo sarà passibile di critiche (mi rifiuto di credere, anche se non l’ho visitata, che la tanto declamata – pure troppo demagogicamente – mostra su Pompei del British Museum sia perfetta sotto ogni punto di vista!), il ruolo del blogger sarà quello, piuttosto, di scovare ed evidenziare i punti di forza della mostra, fornendo dal suo spazio almeno uno strumento di lettura. La spontaneità del blogger si esprime allora attraverso la creatività, la capacità di creare contenuti scientificamente validi oltre che comprensibili per il pubblico. Lo scopo del blog del museo non è, anche se qualcuno potrebbe crederlo, fare pubblicità col solo scopo di portare pubblico nelle sale del museo reale, ma è soprattutto fornire uno strumento di comunicazione online per il pubblico che frequenta la rete. Comunicare con il pubblico anche al di fuori dello spazio fisico del museo.

Intervista

Problema: ma esiste in Italia la figura dell’archeoblogger o del museum blogger, dunque una figura professionale che lavora per un museo creando contenuti di comunicazione culturale per la rete? E qui casca l’asino, perché ci poniamo il problema etico di come dovrebbe lavorare un blogger per un’istituzione quando in Italia siamo in pochissimi: io e le mie colleghe per ArcheoToscana, ancora io per Venezia e Francesco Ripanti che ha creato il blog del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Francesco tra l’altro, ha proposto il blog quand’era tirocinante ad Ancona, ma ora che non lo è più i contenuti sono nelle mani dei vari tirocinanti che di mese in mese si susseguono. Per carità, benissimo (io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno) che l’attività continui, perché c’era il rischio che dopo Francesco tutto venisse abbandonato, ma non tutti i tirocinanti sono come Francesco, formati in archeologia e capaci a scrivere in italiano… Manca la professionalità, dunque. E sì, manca ancora in Italia la figura professionale riconosciuta come tale.

Astrid, un’altra che come me vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, ha detto giustamente che non bisogna tanto pensare che, rispetto ad altre situazioni all’estero, noi siamo indietro: piuttosto rendiamoci conto che invece, finalmente ne stiamo ragionando, stiamo arrivando anche noi a capire l’importanza della comunicazione culturale online fatta da professionisti della cultura, che come tali vanno retribuiti per il loro lavoro. Perché sì, signori, la comunicazione online è importante quanto quella offline e se ne deve occupare una figura professionale che sia in grado di farlo.

Giuliano, meno ottimista di noi, dal suo ruolo di ricercatore all’Università si rende conto che però l’Università non forma assolutamente gli studenti per un compito del genere: non per niente noi pochi che già lo facciamo ce lo siamo inventato da soli, nessuno di noi ha (ancora) seguito qualche corso di social media per la cultura o qualcosa di simile: ci siamo istruiti da soli, abbiamo accumulato un bagaglio di esperienza che accresciamo continuamente, certo, ma è ben diverso dall’essere formati in materia fin dal principio.

Se poi guardiamo in rete che cosa circola in fatto di informazione su temi di archeologia, ci si mette le mani nei capelli: Michele ci fa vedere alcuni esempi legati all’archeologia subacquea, la branca dell’archeologia italiana che più stimola la fantasia dei giornalisti, degli amanti del mistero e, ahimè, seduce il lettore medio. Vedendo questi esempi diventa ancora più importante riuscire a fare della comunicazione dell’archeologia online una professione, in modo che vi siano voci autorevoli riconosciute ufficialmente che possano controbattere la cattiva informazione in rete (questo tra l’altro è un mio vecchio cavallo di battaglia…)

In più, sembra che le istituzioni che dovrebbero essere più interessate ancora dormano sul fronte della comunicazione online. Siamo noi che stiamo urlando loro “Ehi! Nel sistema manca un servizio da fornire e manca una figura in grado di farlo! Avete bisogno di noi!”. Ma in pochi rispondono. E comunque, per un motivo o per l’altro, non pagano.

E ne è ben consapevole Cinzia Dal Maso, l’ideatrice dell’Incontro, la quale lo dice senza mezze parole: “il comunicatore attende ancora il diritto di cittadinanza tra i professionisti della cultura”. Per questo ci ha riuniti qui, perché l’unione fa la forza e perché il confronto de visu è più immediato e coinvolgente che non uno scambio di commenti all’ennesimo post in cui si parla di questi argomenti. Vediamoci, parliamone, facciamoci sentire. Ed eccoci qua.

L'ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l'Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

L’ashtag #archeoblog è entrato nei trendtopic durante l’Incontro di Paestum. Qui solo alcuni dei primi tweet lanciati

Come al solito ho scritto un lenzuolo probabilmente senza capo né coda. Appunti sparsi sulla base di quello che ho ascoltato dagli altri blogger convenuti e rapportati alla mia personale esperienza.

Purtroppo all’Incontro non è seguito un dibattito, che sarebbe stato sicuramente interessante: in particolare mi sarebbe piaciuto sapere quale fosse l’opinione del pubblico in merito: perché era alquanto misto, dai più giovani agli anziani, non tutti esperti del settore. Avrei voluto sapere se secondo loro stavamo perdendo tempo, per esempio…

Lo scambio con i blogger non archeologi è stato interessante: Andrea Maulini, esperto di social media per la cultura, ha parlato principalmente di come usare correttamente i social network integrandoli insieme per aumentare la risonanza degli eventi culturali da lanciare: importante sentire il parere di un esperto per me che vado ancora a tentoni nel mondo dei social; Mariangela Vaglio, la “storica” (mi perdonerà!) Galatea, ha ribadito, tra le altre cose, che i differenti tipi di pubblico che blog, facebook e twitter necessitano di differenti tipi di approccio e di linguaggio; dice una cosa sacrosanta: bisogna parlare di marketing culturale, senza storcere la bocca, avere il coraggio di dirlo e di farlo! Lo scambio con loro è stato importante per avere una lezione di metodo da chi ha molta più esperienza di noi, vuoi per lavoro (Maulini), vuoi perché ha un blog dal 2003 (Galatea) e di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere parecchia.

Fabrizio Todisco ha raccontato l’esperienza delle Invasioni Digitali (di cui qui ho parlato spesso e volentieri), e il succo del discorso stringendo è “volere è potere”. Basta essere organizzati, fare rumore, tanto rumore, tanto da creare un’esplosione quasi, e i risultati arrivano: i risultati delle Invasioni sono andati ben oltre le aspettative e alcune piccole realtà culturali del nostro Paese, raccontava Fabrizio, hanno tratto giovamento dalla scossa al torpore che le Invasioni hanno provocato.

Allora dobbiamo trovare un modo per dare anche noi una scossa. Chissà che non lo stiamo già facendo in realtà.

archeoblog Paestum 2013

Per la cronaca: in genere non amo mettere sui miei blog foto che mi ritraggono. Ma questa volta è giusto fare un’eccezione. Perché il momento è propizio, ed è necessario che oltre a metterci la penna, noi archeoblogger ci mettiamo la faccia. In questa foto siamo io, Francesco Ripanti, Michele Stefanile, Fabrizio Todisco, Stefano Costa, Astrid D’Eredità e Giuliano De Felice

Cosa ho imparato su “I Social Media per la Cultura” a Firenze

Mercoledì 27 febbraio 2013 ho assistito al workshop “I Social Media per la cultura. Una risorsa per la crescita” tenutosi a Palazzo Strozzi a Firenze. Non sto a fare un report dell’evento, che potete leggere sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia, ma approfitto di questo spazio per esprimere alcune mie riflessioni sorte a seguito dell’evento.

social media cultura

I relatori del workshop “I social media per la cultura”. Credits: Flod

Da blogger attiva sui social network – in prima persona su twitter – non posso non essere interessata ad approfondire il tema dei social media per la cultura: è da quando scrivo sui blog di archeologia che sono assolutamente convinta dell’importanza di seguire l’evoluzione della comunicazione online, che va molto più veloce di quanto possiamo immaginare. Da autodidatta quale sono, quello che finora ho imparato sui social media, sulla comunicazione online, sulla reputazione online mi è stato senza dubbio prezioso, ma non è sufficiente. Così, dato che sono un’archeologa che avrebbe la pretesa di parlare di comunicazione archeologica, ma che non ha una formazione in materie di comunicazione, posso solo aggiornarmi con ciò che la rete mi propone. La mia attuale esperienza col museo archeologico di Venezia mi ha dato lo stimolo ulteriore per approfondire l’argomento. Il workshop mi ha invece fatto notare quanta strada devo ancora fare per potermi definire un’esperta di social media per la cultura.

Per questo, più che il racconto delle buone pratiche o semplicemente delle esperienze nel ramo relative a Florens2012, a Fabbrica Europa, al Maggio Musicale Fiorentino e a Palazzo Strozzi, ho apprezzato tantissimo l’intervento di Andrea Maulini, che ha fatto una vera e propria lezione sulla social media communication, a partire dal sempre valido e sempre attuale Cluetrain Manifesto, passando a toccare il marketing virale, che non è una brutta malattia ma un fenomeno necessario al funzionamento del web marketing. Quindi ha fornito consigli pratici a chi gestisce pagine facebook di promozione culturale (come può essere quella del Museo Archeologico Nazionale di Venezia): less is more, innanzitutto: testi chiari, concisi, essenziali e comprensibili, immagini ben definite e video brevi e d’effetto. Ci spiega quali social network utilizzare per la cultura e con quale finalità: posto che Facebook, Twitter, Youtube sono importanti, mentre Instagram, Pinterest e Foursquare sono potenziali, la mappa di un sistema social si configura in questo modo:

mappa sistema social, social media

La mappa di un sistema social. Rielaborazione di una slide di A. Maulini

Gli altri relatori del workshop hanno enunciato vari concetti che mi trovano d’accordo e che riporto velocemente: M. Brighenti di Fabbrica Europa dice che l’interazione con il pubblico è centrale e che la comunicazione 2.0 dev’essere un mezzo e non un fine, deve poter creare un ponte; idem G. Vitali del Maggio Musicale Fiorentino, che vuole sfruttare i social media per portare a teatro una fetta di pubblico più giovane di quella che abitualmente frequenta la platea. Importante quello che dice E. Bettinelli di Palazzo Strozzi, che pone l’accento sul fatto che deve esistere un team interno all’ente di cultura che si occupi nello specifico della social media communication, personale dunque che abbia una professionalità e che sia pagato per esercitarla. Alexandra Korey enuncia gli elementi fondamentali di un engagement social di successo: conoscenza degli strumenti social e loro uso corretto, competenza sugli argomenti trattati, traduzione dei contenuti in un linguaggio adatto al mezzo, creatività e impegno giornalieri e infine, ultimo ma non ultimo, competenza linguistica per puntare ad un pubblico internazionale.

Ma è con ciò su cui ci fa riflettere Melissa Pignatelli, autrice del blog La rivista culturale, che trovo molti punti in comune con il mio pensiero (non per niente è una blogger culturale, che condivide con gli archeologi blogger quantomeno una formazione di base umanistica e un comune sentire per le tematiche di comunicazione): innanzitutto che la cultura va intesa come un sapere da trasmettere, e che blog e social media sono strumenti ai quali bisogna adattare contenuti di qualità. In questo modo chi in rete parla di cultura deve farlo avendo dimestichezza col linguaggio dei social, che è poi il linguaggio che conoscono le nuove generazioni, le quali guardano sempre meno la tv e non leggono carta stampata (le stesse parole che mi ha detto Alberto Angela, per capirsi). La Pignatelli parla a proposito dei social media come di una rivoluzione culturale analoga a quella che a suo tempo si verificò con l’invenzione della stampa da parte di Gutemberg. Ora, io non so verificare se quest’affermazione possa essere realistica o esagerata, perché le rivoluzioni culturali vengono percepite come tali solo dopo che si sono compiute definitivamente, ma di sicuro ciò che sta avvenendo da 10 anni a questa parte è un fenomeno che non può più essere trattato con snobismo e diffidenza: la democratizzazione dei media che tanto fa inorridire i vari Andrew Keen e Geert Lovink, ormai è un fatto talmente penetrato nel nostro comune sentire da sembrarci totalmente naturale. È naturale, ormai, che la gente comunichi attraverso i social network e i blog, ed è naturale, allora, che chi vuole comunicare attraverso questi strumenti, ne impari i linguaggi e  le leggi, per non venire scalzato fuori dal mercato (per usare un termine da Cluetrain Manifesto).

Melissa Pignatelli dice ancora una cosa, importante, che sposo alla grande: noi blogger culturali (infilo nella categoria i blogger di archeologia) abbiamo il dovere di diffondere cultura. Bisogna restituire in termini comprensibili i risultati delle ricerche che si fanno. Questo è valido non solo per l’archeologia, ma per tutta la Ricerca.

Tutto ciò mi è perciò di stimolo a perseverare nella mia formazione nel campo dei social media, non solo nel mio impegno di blogger da questo blog e dal mio account twitter personale, ma anche per far crescere e far fruttare l’esperienza con i musei archeologici, che oggi più che mai hanno bisogno di dialogare col pubblico, di ristabilire un dialogo e di comunicare i loro contenuti culturali. All’esempio del Museo Archeologico Nazionale di Venezia seguiranno nuove esperienze, che sarà bello poter mettere in rete. Il grande occhio del MiBAC nel frattempo sta guardando anch’esso ai social media… la rivoluzione è iniziata, ma bisogna essere bravi a cavalcarla e a farla con criterio. In bocca al lupo a chi si getta nell’impresa.

3° Seminario di Archeologia Virtuale: il commento di una giornata

 

Si è svolto oggi il 3° Seminario di Archeologia Virtuale all’interno di Ediarché 2012.

 

Questa edizione, in particolare, è stata per me particolarmente importante, visto che sono intervenuta tra i relatori per parlare del tema, che a me sta molto a cuore, dei blog di archeologia in Italia. E devo dire che i feedback sono stati piuttosto positivi, segno che l’argomento interessa i convenuti: e come non potrebbe? Se parliamo di comunicazione, e di strumenti per fare comunicazione, non si può non guardare ai mezzi attraverso i quali veicolare la comunicazione e i blog sono un mezzo efficacissimo – anche se con tutte le insidie del caso – per fare comunicazione archeologica. Ma non sto qui a raccontare il mio intervento (è andato in onda stamattina in diretta streaming ed è stato registrato, quindi sarà disponibile a breve). Mi interessa invece riportare le mie considerazioni a margine di questa giornata.

Innanzitutto è stata una giornata di scambio, in cui lo scambio non si è limitato solo agli interventi dei relatori verso la platea, ma è proseguito dopo, in pausa, nel confronto e nel commento su ciò che si è detto, sulle idee che si condividono, sulla volontà di fare. Sono contenta, dunque, di aver finalmente conosciuto di persona Simone Gianolio, l’organizzatore dell’evento, Daniele Pipitone della redazione di Archeomatica e Simone Massi, il blogger di Archeologia 2.0. Ne sono contenta anche dal mio punto di vista di blogger (oggi sono proprio orgogliosa di definirmi tale!) perché essendo tutti e 4 blogger, ho cominciato a sentire nell’aria quel bel profumo di community archeologica che mi piacerebbe veder realizzata un giorno.

3° seminario di archeologia virtuale, comunicare in digitale, public archaeology, blog archeologia, comunicazione archeologica, PDF 3D, 3D in archeologia, app archeologia

Uno scatto pubblicato su twitter da @archeologo, Simone Massi di archeologia 2.0

 

E veniamo ai temi affrontati nel corso del seminario. Innanzitutto il 3D in archeologia, nell’intervento di S. Gianolio, con tutte le problematiche aperte che comporta, a partire dalla sua produzione fino al suo utilizzo pratico, tenendo sempre presente che va usato per valorizzare, divulgare, comunicare ma, in prima battuta, per fare ricerca. Non è, cioè, un giocattolino per ammaliare il pubblico, ma uno strumento che opportunamente utilizzato serve per produrre conoscenza innanzitutto per gli stessi ricercatori. Interessanti i flash lanciati su alcune app di archeologia per verificare l’utilizzo dei prodotti 3D, osservando quindi un’applicazione pratica che in tanti casi però non risponde ai criteri di scientificità del dato archeologico (in particolare l’app di I-Mibac Voyager cui da tanto ho promesso di dedicare un post che a questo punto diventa necessario pubblicare quanto prima): un vero peccato, un’occasione sprecata, che però fa vedere la differenza tra il pensare un prodotto 3D solo ed esclusivamente per il mercato (di massa, aggiungo) e il pensarlo invece innanzitutto come strumento di ricerca e poi di comunicazione.

E a proposito di 3D come non citare quella che per me ignorante in materia è stata una rivelazione: l’esistenza dei PDF 3D: ovvero file PDF che supportano elementi tridimensionali sui quali si può giocare col mouse. Non è meraviglioso? Il PDF diventa così un testo interattivo, in cui il fruitore finale può decidere quanto e come approfondire il suo livello di conoscenza dell’oggetto rappresentato, si tratti anche di un sito archeologico o di un edificio. Naturalmente, non occorre che lo dica, alla base c’è la normale prassi di lavoro che porta alla costituzione innanzitutto del modello 3D, ovvero un rilievo in fotogrammetria stereoscopica a nuvole di punti preciso a livello infinitesimale. La trasposizione del modello 3D nel file pdf avviene poi in un secondo momento, nel momento in cui dall’utilizzo del 3D come strumento di ricerca si passa al 3D come strumento di comunicazione sia ai fini di una pubblicazione scientifica (online) che per un pubblico anche di non addetti ai lavori.

Mi piace constatare che molti dei progetti presentati sono nati in seno alle strutture universitarie, da lavori di tesi di laurea o di specializzazione: questo dato non è banale, perché presuppone che anche in ambito accademico, solitamente più restio ad accogliere innovazioni di questo tipo, qualcosa finalmente si muove: per carità, l’università di Siena da anni ci ha abituato ad essere la capofila nel settore, ma mi sembra che l’utilizzo di tecnologie digitali per uno studio di archeologia dell’architettura (così come presentato da alcuni progetti dell’università di Siena e di Bologna) oppure di archeologia dei resti umani (come presentato da due progetti, di Siena e di Padova) si stia ritagliando uno spazio di un certo livello all’interno dei laboratori di archeologia. Il grosso del lavoro, poi, mi pare di capire, non è tanto il risultato finale, quanto cercare di comprendere quale strada percorrere per ottenerlo, quale software usare, come usarlo, quanto usarlo, con quale altro integrarlo. Siamo in una feconda fase di sperimentazione nel campo delle applicazioni digitali per l’archeologia e per la comunicazione archeologica.

A E. Vecchietti il compito di farci riflettere su che cos’è la Public Archaeology, nuova definizione che ha invaso il nostro vocabolario, ma di cui pochi conoscono il significato (sorvolando sul fatto che, come già una volta scrissi sul compianto blog di Comunicare l’Archeologia – a proposito di un convegno sull’Archeologia Pubblica in Italia svoltosi a Firenze il 12 luglio 2010 e di cui sono disponibili gli atti su Google Libri – l’archeologia dovrebbe già essere di per se stessa pubblica, non dovrebbe aver bisogno di una tale specificazione nel nome, ma se questo serve per porre l’accento sul ruolo sociale dell’archeologia allora vada per “archeologia pubblica”):la Public Archaeology ha per oggetto il rapporto tra archeologia e pubblico, quindi di fatto considera tutti gli aspetti della comunicazione archeologica. Bisogna a tal fine intendere il pubblico come consumatore di prodotti culturali, la cui reazione genera opinione pubblica. Se questa è la teoria e la nozione di Public Archaeology, la realtà dei fatti si scontra con una situazione non proprio rosea nel panorama italiano, in cui gli archeologi di oggi scontano le colpe degli archeologi di ieri, tutti arroccati nel proprio territorio, senza preoccuparsi di pubblicare, nel senso di rendere pubbliche, cioè condivisibili da tutti, le scoperte relative ad un determinato sito, scavo urbano o simili. Inoltre la nuova generazione di archeologi, quella che si sta formando ora in Università, non trova nei corsi di laurea in archeologia modo di apprendere le metodologie proprie della comunicazione, della divulgazione e della didattica, col risultato che continua a non saper parlare col pubblico, a restare slegato da esso e dalle sue esigenze (a meno che, ovviamente, non cerchi da se stesso una strada). Verifichiamo così che se i corsi di laurea si stanno aprendo all’apporto delle nuove tecnologie, delle tecnologie digitali per la ricerca e per la comunicazione, manca ancora, comunque, quel passaggio ulteriore che possa mettere davvero l’archeologo in condizioni di comunicare con il pubblico. Pubblico che è tutta la cittadinanza, tutta la popolazione interessata dalla ricerca archeologica. L’interesse dell’opinione pubblica è alto, sta aumentando, piano piano la sensibilità sta crescendo, per questo bisogna sfruttare questo seme ottimisticamente e sperare che metta radici profonde nell’opinione pubblica.

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Vecchie e nuove tecnologie per prendere appunti durante il Seminario…

Bilancio assolutamente positivo per questa giornata; tanta la carne al fuoco, infiniti gli spunti di riflessione su cui lavorare per il futuro. La prossima edizione del Seminario di Archeologia Virtuale sarà dedicata alla gestione digitale del dato archeologico, e nel frattempo la notizia che tutti noi nuovi fans di instagram aspettavamo: parte un concorso di fotografia archeologica, per partecipare basta fotografare un soggetto archeologico, divertirsi con i filtri di instagram e taggare lo scatto con l’ashtag #archeogram. Ci sarà da divertirsi!

3° Seminario di Archeologia Virtuale: comunicare in digitale

Si svolgerà i prossimi 19 e 20 giugno 2012 il 3° Seminario di Archeologia Virtuale, che quest’anno ha per oggetto il tema “comunicare in digitale” (di cui avevo dato qualche anticipazione qui).

seminario archeologia virtuale comunicare in digitale roma 2012

Fornisco di seguito il programma, che si può ricavare, anche in formato pdf, qui, così come rimando a questa pagina web, che poi è il sito web di Simone Gianolio, organizzatore del Seminario, per le informazioni più dettagliate relative all’evento, che comunque si compone di una giornata di laboratori sul GIS e il 3D per l’archeologia, e di una giornata di studi, che sarà registrata e andrà in onda in diretta streaming live.

Martedì 19 giugno 2012

09:15 – FreeLab GIS: i Sistemi Informativi Geografici per la comunicazione: ricostruire il paesaggio antico. Laboratorio di GIS per l’archeologia.
11:15 – Pausa
11:30 – FreeLab 3D: il 3D per la comunicazione: ricostruire un contesto antico. Laboratorio di modellazione tridimensionale e grafica virtuale per l’archeologia
13:30 – Discussione
14:00 – Chiusura dei laboratori

Mercoledì 20 giugno 2012

09:15 – Apertura dei lavori / Saluti istituzionali
10:00 – Archeologia e Blogosfera (M. Lo Blundo)
10:30 – La fotografia digitale per comunicare il Patrimonio Culturale (A. Corrao)
11:00 – Welcome Coffee Break
11:30 – 3D ed Archeologia: problemi aperti e future prospettive (S. Gianolio)
12:00 – Il Game Engine di Blender per la navigazione real time di ricostruzioni archeologiche 3D (I. Baldini – F. Frasca – A. Guidazzoli)
12:25 – Modelli interattivi 3D nei file PDF. Applicazioni in campo archeologico (A. Fiorini – V. Archetti)
12:50 – Premiazione concorso fotografia archeologica “Comunicare l’Archeologia”
13:00 – Pausa pranzo
15:00 – L’Archeologia tra nozionismo e divulgazione (J. Bogdani – E. Vecchietti)
15:25 – Multi sensor data fusion per la prototipazione di reperti archeologici (E. Faresin – A. Canci – G. Salemi)
15:50 – “Boni e il Genio”: la fotografia archeologica in Italia (L. Castrianni – E. Cella – P. Fortini)
16:15 – Pausa
16:30 – Il Patrimonio delle Conoscenze: Mappe Interattive Digitali per Pompei (F. Converti)
16:55 – L’integrazione di software high-cost ed open source nella documentazione archeologica (A. Arrighetti – E. Casalini – C. Nerucci – R. Pansini)
17:20 – HyperColumna. Uno sguardo sul passato (M. Alampi – S.G. Malatesta – F. Simonetti)
17:45 – Discussione
18:15 – Chiusura dei lavori

Non mi sto a dilungare nuovamente sull’importanza che eventi del genere rivestono per la comunicazione dell’archeologia. Fa piacere vedere che in Italia si parla sempre di più di tematiche legate all’archeologia e ai suoi rapporti con le nuove tecnologie nell’ottica di una sempre maggiore condivisione di dati e di comunicazione delle conoscenze: anche l’imminente ArcheoFOSS 2012, di cui ho dato conto qui, e l’incontro svoltosi ieri a Pisa sul Mappa Project (per il quale rimando alla pagina web di questo bel progetto) si occupano, a vario titolo e su vari fronti, di questi argomenti. 3 appuntamenti a poca distanza l’uno dall’altro per un’agenda fitta di appuntamenti. La carne al fuoco è tanta, la speranza è che oltre alle intenzionalità e alle progettualità ci sia la voglia e la possibilità di mettere in pratica, perché tutte queste belle idee non restino lettera morta.