E ora tocca a me: le mie impressioni a margine del Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia

Ed è giunto il momento di condividere le mie considerazioni a margine dell’evento. Non saranno esaustive né profonde, saranno più un flusso senza capo né coda, ma sono le riflessioni di un’archeologa blogger che si è avvicinata all’archeologia pubblica perché persegue un interesse: quello di un’archeologia legata a filo doppio con la società per il ruolo di comunicazione che deve svolgere verso chi la società la compone, cioè i cittadini. Perché la società non è un’entità astratta, ma concreta, fatta di persone con cui quotidianamente l’archeologia, anch’essa nelle sue manifestazioni concrete, si deve rapportare.

tagcloud archeologia pubblicaInizio pertanto le mie riflessioni citando Guido Vannini in chiusura di congresso: “L’archeologia pubblica in Italia non avrà un’etichetta, ma non parte certo da zero!”. È infatti la definizione stessa di Archeologia Pubblica che a me sta stretta. O per lo meno mi convince poco. Perché l’archeologia è per sua natura pubblica, ha insita nel suo stesso essere una funzione pubblica di utilità sociale. O almeno così dovrebbe essere. Già due anni fa, in occasione del workshop di archeologia pubblica in Toscana, che avevo seguito perché incuriosita da questa definizione, non mi era piaciuto dover specificare la qualità “pubblica”, creando quella che ai miei occhi era, ed è tuttora, una tautologia. Ma tant’è, siamo in un mondo in cui c’è bisogno di specificare per non rischiare di dare per scontato; perciò accolgo di buon grado la definizione anche se, come Vannini, ritengo che in Italia ci siano molti casi, per fortuna, di archeologia pubblica che passa semplicemente sotto il nome di archeologia. E basta vedere la nutrita serie di poster che è stata presentata e che mostra un’ampia gamma di attività, progetti, idee… Daniele Manacorda, nel suo discorso conclusivo alla prima giornata di congresso, diceva ad un certo punto che dobbiamo essere creativi, anzi, avere coraggio creativo. E io in molti dei poster ho visto proprio la creatività in azione, la scommessa e il mettersi in gioco; è un po’ un luogo comune, che è emerso in questi giorni, che per una fetta di non addetti ai lavori l’archeologia sia elitaria, l’archeologo chiuso nella sua torre d’avorio in cui studia e non rivela nulla di ciò che ha scoperto. Ma tutti questi progetti segnalati nei poster parlano invece di archeologi che scendono in mezzo alla gente, che lavorano confrontandosi con le persone, costruiscono progetti in collaborazione con le persone. E per tutti quelli che sono stati presentati tanti altri ne esistono, ne sono sicura.

Centrale, naturalmente, il ruolo della formazione, che ha suscitato un seppur minimo dibattito. Il problema della formazione, però, a mio parere, non è tanto l’organizzazione universitaria in 3+2 a confronto con la vecchia gloriosa laurea quadriennale, o la miriade di specializzazioni: queste casomai corrono il rischio di trasformare i laureati in tecnici con competenze troppo specifiche in un campo ristrettissimo che però poi rischiano di far perdere di vista la visione d’insieme. Ma non mi va di generalizzare. Il vero problema è, a mio parere, che ho ascoltato la mia prima lezione di comunicazione e la mia prima lezione di economia applicata ai BBCC rispettivamente da Chiara Bonacchi e da Massimo Montella nei loro interventi al Congresso. E questo è male, molto male. L’università dovrebbe offrire competenze in grado di affrontare il mondo reale non solo inteso come mondo del lavoro, ma come terreno del confronto quotidiano tra archeologi e persone. E l’altro problema, che riguarda la formazione, ma contro cui la formazione può poco, è il mondo del lavoro, che non riesce ad assorbire i laureati in materie archeologiche, né oggi con la formula del 3+2, né ieri quando gli anni di studio erano 4. Rimane sempre valida la frase che disse quella che sarebbe poi diventata la mia prof di Storia dell’Arte Greca e Romana a Genova quando, ormai 12 anni fa, neanche ancora matricola, andai alla presentazione del corso di laurea in Beni Culturali: disse che una volta laureati non avremmo trovato facilmente lavoro, ma che avremmo dovuto inventarci, piuttosto, non aspettarci nulla. La situazione del mondo del lavoro nei Beni Culturali è sempre stata questa, dunque, almeno da quando ci sono dentro io (12 anni non mi sembrano pochi!). Il problema del lavoro nei beni culturali è cronico. Forse per questo, però, sarebbe anche l’ora di risolverlo. Anche perché non si può dire che la generazione di archeologi cui appartengo non stia facendo sforzi per cambiare le cose. Questo va riconosciuto. Il coraggio creativo deve partire dalla base, allora, dal riuscire ad ottenere una situazione lavorativa stabile, degna di questo nome. E deve ottenere l’appoggio delle Istituzioni, perché di altre battaglie contro i mulini a vento non ne abbiamo bisogno.

L’aspetto che mi interessa di più dell’archeologia pubblica è, naturalmente, la comunicazione. Da blogger, mi interessa imparare a svolgere un buon ruolo di comunicazione attraverso il web; da custode, vedo tutti i giorni come la comunicazione al pubblico viene disattesa puntualmente in museo. La comunicazione è il fulcro della nostra attività, perché l’archeologia nelle sue manifestazioni si incontra col pubblico comunicando con esso. Se non comunica è estranea e come tale verrà considerata, o incomprensibile, e come tale verrà evitata, anche osteggiata, visto che non se ne capisce il senso.

Oggi all’archeologia è richiesto più che in passato di essere comunicativa. È una domanda che viene non solo da chi l’archeologia la pratica, ma da chi l’archeologia la riceve: il pubblico, i pubblici dell’archeologia vogliono essere attori della comunicazione: per questo trovo bellissimo un progetto come quello di Calangianus “La strada che parla” per il quale le persone del luogo, intervistate, chiamate a raccontare la loro storia personale, si sono ritrovate ad essere parte di un racconto corale, che è il racconto della storia delle loro radici; per questo trovo importante che per il Centro Documentazione di Arcidosso si sia pensato di intervistare la popolazione per decidere in base alle risposte da quale livello base di informazione partire.

Oggi a chi pratica archeologia è richiesta una buona dose di autocritica. Autocritica che non deve scadere in quell’abitudine tutta italiana che consiste nel crogiolarsi nella propria presunta inferiorità di fronte ai paesi stranieri più avanzati di noi su determinate tematiche, ma che consiste nel prendere atto delle difficoltà che si incontrano nei lavori di archeologia: e così ho ammirato Paolo Peduto e la sua lucida ammissione di colpa nel dire che al Castello di Lagopesole si è lasciato sfuggire la situazione di mano, ed ho apprezzato Giovanna Bianchi che ha espresso le problematiche relative alla gestione del Parco Tecnologico delle Colline Metallifere. Mai perdere di vista il senso della realtà, né in una direzione né nell’altra.

Infine, voglio spendere una parola su Twitter e sul livetwitting che si è svolto in sala durante il Congresso. È stato importante, interessante, utile lo scambio con i presenti, l’interesse degli assenti e l’informazione passata in tempo reale. Importante ancora di più conoscere e scambiare due parole vere con le persone dietro i 140 caratteri. La partecipazione è stata sentita, i tweet numerosi e i retweet pure: finalmente abbiamo trovato il modo per comunicare tra noi… Forse i tempi sono maturi per uno scambio che sia una rete, un network di teste pensanti che da ogni parte d’Italia si trovano in una sala virtuale a discutere di archeologia e di comunicazione, di dati aperti (altro nodo importante e centrale), di condivisione e di buone pratiche; ma anche, perché no, di pratiche cattive: perché tutto è importante, e tutto fa esperienza.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della seconda mattinata di Congresso, 30/10/2012 – Seconda parte: Archaeonomics

Presiede la seconda sessione mattutina di questa seconda giornata del Congresso di Archeologia Pubblica – dal titolo Archaeonomics: dalla ricerca archeologica all’economia – Massimo Montella, che in pochi, pochissimi tratti ci regala una lezione di economia applicata ai Beni Culturali: i benefici materiali conseguono dai benefici immateriali, e parlando di valore immateriale parliamo del valore che al bene viene dato da chi ne usa. Valore può essere definito come utilità e in questo senso la bontà del prodotto la stabilisce non chi lo produce ma chi ne usa. Montella fa poi riflettere sul fatto che gli utenti dell’archeologia non sono semplicemente il pubblico generico, ma anche coloro che governano il territorio e, non ultime, le imprese commerciali.

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Prende la parola Silvia Guideri, che parla dell’esperienza della Parchi Val di Cornia, traccia la storia della sua costituzione ed enumera le condizioni essenziali: creazione di una cultura d’impresa – vera parola chiave di questa sessione del Congresso – nella gestione dei beni archeologici; integrazione e coordinamento tra le fasi di progettazione e gestione. Con volontà e sinergia tra i diversi attori è possibile creare un progetto vincente e, conclude con sicurezza, si può fare impresa in settori inediti come quelli connessi alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale.

Paul Burtenshaw dell’UCL parla di un metodo di lavoro che dovrebbe essere alla base di ogni progetto di archeologia pubblica, ovvero la misurazione dell’impatto dell’archeologia sulla popolazione locale, la valutazione dei benefici economici e sociali che essa può comportare e la raccolta di dati sui quali impostare un successivo progetto di ricerca e di archeologia pubblica. Un metodo, in sostanza, che parte dal pubblico per tornare ad esso.

Amjad Yaaqba presenta due progetti di cooperazione internazionale Italia-Giordania. Il primo riguarda la stabilità del Siq di Petra, la famosa gola scavata tra le rocce che sbuca davanti alla famosa tomba chiamata El Kahsné, il Tesoro, e che ogni giorno è solcata da migliaia di turisti da tutto il mondo. Siccome il Siq ha registrato alcuni problemi strutturali, si è reso necessario mettere in sicurezza questo corridoio naturale che costituisce con Petra il fondamentale richiamo turistico dell’intera Giordania. Il progetto scientifico, di monitoraggio sostenibile per la valutazione dell’instabilità dei versanti del Siq, nato per risolvere dunque un problema geologico, ha conseguenze sulla fruibilità del sito, in termini di valorizzazione archeologica e di economia. Il secondo progetto di cooperazione è quello che a Madaba prevede la trasformazione della Scuola di restauro musivo in Istituto parauniversitario. Questo crea un’opportunità di lavoro tanto che l’istituto riesce anche ad autofinanziarsi. L’intenzione, proposta da Yaaqba, è quella di creare una rete, un network tra l’istituto di Madaba e le università nell’ottica di collaborazione e scambio.

Paolo Giulierini ci riporta in Toscana, a Cortona, dove racconta l’esperienza del MAEC, Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, e di come si può valorizzare un sistema di beni culturali costituito da MAEC e da parco archeologico arrivando anche a realizzare mostre di respiro internazionale. In sostanza si tratta dell’iter seguito da Cortona e che ha portato dalle scoperte archeologiche degli ultimi anni nel territorio all’apertura di una nuova sezione, topografica, al MAEC dedicata a tali scavi, quindi ad uno studio del pubblico e infine alla realizzazione di mostre internazionali – l’ultima realizzata con materiali etruschi provenienti dal Louvre e “tornati” a casa. Gli eventi di calibro internazionale e di forte richiamo, avverte Giulierini, devono essere l’ultimo passaggio dopo la costruzione di un sistema funzionale e funzionante.

Giuliano Volpe illustra l’attività dell’Assessorato all’Assetto del Territorio e Beni Culturali della Puglia, che prevede la realizzazione di un Piano Paesaggistico Territoriale Regionale, il PPTR: lo slogan cita “ogni luogo è la tua storia, ogni luogo di Puglia è la tua identità, ogni luogo di Puglia ti appartiene”. Il piano ha una base conoscitiva solida basata sulla Carta dei Beni Culturali, che non è una carta archeologica, ma in essa tutte le componenti culturali hanno pari dignità e sono state portate alla scala del sito. A questi siti si aggiungono i contesti culturali stratificati. Con il PPTR, consultabile online, si intende sviluppare una coscienza di luogo attraverso la partecipazione nella costruzione della rete ecomuseale; non solo, ma i cittadini possono fare segnalazioni su ciò che riguarda i beni culturali e il territorio. E non c’è niente come la partecipazione attiva dei cittadini per comprendere il valore e il senso della funzione pubblica dei beni culturali e dell’archeologia.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto del primo pomeriggio del Congresso, 29/10/2012 – L’archeologia comunica con il pubblico

Chi meglio di Piero Pruneti, direttore della Rivista di divulgazione Archeologia Viva, potrebbe mediare la sessione pomeridiana? E Pruneti lancia subito la bomba: quei vecchi scavi in Piazza della Signoria, fatti ormai 30 anni fa, e mai pubblicati, che gridano vendetta al cospetto di dio (e colgono in pochi la battuta noir “gli scavi non pubblicati muoiono con chi li ha scavati”, riferendosi alla recente scomparsa di Giuliano De Marinis che all’epoca aveva seguito gli scavi).

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Il tema, L’archeologia comunica con il pubblico, è probabilmente il tema che mi interessa maggiormente di tutto il congresso, a partire dal primo intervento, quello di Chiara Bonacchi, la quale fa una vera e propria lezione teorica sul concetto di comunicazione: una lezione che se si facesse all’università in un insegnamento di comunicazione dell’archeologia ci risparmierebbe la fatica e gli errori propri degli autodidatti e formerebbe professionisti che vedano nella comunicazione una risorsa, un effetto imprescindibile della ricerca e non un peso o peggio ancora una cosa inutile, da deferire ad altre figure professionali. Importante, aggiunge Chiara Bonacchi in conclusione del suo intervento, capire innanzitutto il pubblico dell’archeologia – secondo un modello di lavoro già applicato in ambito di Public Archaeology in UK – e capire i benefici culturali, sociali ed economici che la comunicazione può produrre.

Paolo Liverani parla dell’AIAC, Associazione Internazionale di Archeologia Classica, e soprattutto dello strumento dei Fasti online, che sostituiscono ormai da qualche anno la pubblicazione cartacea, ma costosa, lenta e macchinosa, dei Fasti Archeologici. Liverani insiste sul valore pubblico dei dati – e finalmente, come viene fatto notare su twitter da @Lad_unifg, account del Laboratorio di Archeologia Digitale dell’Università di Foggia, si parla di opendata – potendo contare su un database che conta quasi 3000 siti archeologici in Italia.

Laura Longo dei Musei Civici Fiorentini parla del progetto di musealizzazione degli scavi di Palazzo Vecchio. Soprattutto, introduce il concetto di un percorso museale basato sul cloud museum; tutta l’area del centro storico di Firenze potrà condurre i visitatori che usano smartphone e tablet in un dialogo contino indoor-outdoor: il museo si connette alla città mostrando al visitatore cosa può incontrare visitandola; la città va verso il museo e suggerisce a cittadini e turisti nuovi percorsi museali. Un esempio per tutti? Riscoprire la Firenze che non c’è più, quella di età romana, per esempio, camminando per strada! Firenze applica il concetto di smartcity ai Beni Culturali, e in questo è decisamente innovativa. Il 4 novembre nell’ambito di Florens2012 il cloud museum verrà presentato ufficialmente al pubblico.

Maria Letizia Gualandi parla del Mappa Project, il primo archivio open data di informazione archeologica con la redazione di una carta predittiva del potenziale archeologico relativa al territorio di Pisa. La ricerca, dice la Gualandi, si alimenta con lo scambio di informazioni e la possibilità di accedere alle informazioni. La conoscenza del territorio è fondamentale e degli scavi pregressi anche, ma vi sono difficoltà pratiche nell’accedere agli archivi della Soprintendenza, vuoi perché la documentazione è andata perduta o non è mai stata raccolta, vuoi per la cronica (o comoda…) carenza di personale. Ci viene illustrato MOD, acronimo di Mappa Open Data: al momento conta 13 interventi archeologici dei quali è presente tutta la documentazione archeologica che diventa così a disposizione di tutti. Viene salutata con piacere la promulgazione del Decreto Legge Crescita 2.0/Agenda Digitale, che sancisce il concetto di open data anche per la Pubblica Amministrazione: e cosa sono i Beni Archeologici, se non beni pubblici?

Marinella Pasquinucci ci fa nuotare nel mare dei musei dedicati all’archeologia subacquea e della navigazione, facendoci notare come proprio questa branca di studi eserciti una forte attrazione sul pubblico, attratto in prima battuta dall’idea del tesoro sommerso, e secondariamente dalla possibilità di ricostruzioni di antiche navi da trasporto. Negli anni recenti è cresciuto il numero di mostre e musei dedicati all’argomento, nonché di rievocazioni, come il film sul viaggio di Rutilio Namaziano e la manifestazione itinerante che ha fatto seguito e che ha visto l’interesse e la partecipazione di abbondante pubblico. E se nel Mediterraneo l’interesse è alto, in Norvegia non è da meno, con le ricostruzioni di navi vichinghe e navigazioni su navi vichinghe ricostruite lungo antiche rotte di navigazione: qui le navi vichinghe esercitano un forte valore identitario sulla popolazione locale.

Tocca a Valerio Massimo Manfredi portare il suo contributo. Una comunicazione robusta e corretta, tuona, si impone perché questo momento di crisi sta falcidiando gli studi umanistici, ritenuti elitari e privi di ricaduta economica. Accenna alla fantarcheologia, ovvero ad un uso della comunicazione archeologica tra virgolette, ovvero fatta da chi archeologo non è e puntata alla spettacolarizzazione e al mistero a tutti i costi, ma molto seducente. Accenna poi alla difficoltà di comunicazione che si incontra nei musei, dove didascalie troppo difficili (quando non assenti: fate un giro al Museo Archeologico di Firenze, per esempio…) creano nel pubblico un senso di inadeguatezza che sfocia nel disagio e nella repulsione verso il prossimo museo. Infine parla di un caso che l’ha visto coinvolto in prima persona: il recupero del tempio G di Selinunte: alla sua proposta di reinnalzare con un’anastilosi parziale ma ben curata scientificamente e staticamente la parte recuperabile della peristasi del tempio si è opposta una levata di scudi clamorosa che in nome dello status quo ha preferito lasciar perdere piuttosto che lanciarsi in un’operazione coraggiosa e che avrebbe una portata internazionale in termini sia dell’interesse suscitato che di pubblico. Ed è stato interessante verificare a tal proposito, su Twitter, nel corso del livetwitting che si è tenuto durante il Congresso, che la proposta di Manfredi non è considerata così male: “il punto non è ricostruire o no, il punto è sempre il COME…serve sempre un “compromesso ragionevole e intelligente” scrive @AlexCarabia e @Lad_Fg scrive “si può anche fare, una buona anastilosi reale fa meno danni di una virtuale sbagliata (ma fa più notizia)”.

 

archeologia pubblica firenze

Passa la parola a Nicoletta Volante, che, cambiando genere, parla del rapporto tra archeologia pubblica e preistoria, o meglio delle esperienze di archeologia della preistoria applicata al pubblico. La cosa non è facile, dato che gli scavi preistorici non restituiscono emergenze monumentali, e se in Europa già da 50 anni almeno vengono realizzati parchi archeologici in cui sono ricostruiti villaggi preistorici, in Italia siamo ancora molto indietro. A maggior ragione bisogna formare, lamenta la Volante, archeologi che sappiano comunicare. Anche se, aggiungiamo noi dal pubblico, questa necessità serve per tutte le archeologie… L’archeologia sperimentale si configura come un ottimo strumento di comunicazione col pubblico, in base al principio del learning by doing. Accenna infine al progetto “Vietato non toccare”, che consiste nella creazione di un laboratorio all’Accessibilità universale a Buonconvento (SI) che lavora all’abbattimento delle barriere architettoniche e alla progettazione di percorsi di visita accessibili.

Ultimo intervento della sessione è quello di Marco Valenti che illustra l’attività del LIAAM (Laboratorio di Informatica Applicata all’Archeologia Medievale attraverso progetti per smartphone e tablet e di realtà aumentata. Si tratta di Wikitude, sistema leggero di valorizzazione con percorsi; Qr-Code, basato su sistemi di riconoscimento che permettono l’acquisizione di dati aggiuntivi sul particolare monumento corredato di pannello (dotato di Qr-Code da leggere); questo sistema è stato applicato, con successo, anche ai monumenti del FAI; Aurasma, che si basa sul riconoscimento di immagini cui corrispondono contenuti aggiuntivi; ma il progetto più spettacolare è il percorso di realtà aumentata con l’utilizzo di markers che permettono di visualizzare, sul marker che si tiene in mano, un edificio intero in 3D perfettamente riprodotto… Tutti questi lavori sono creati in seno a Archeotipo, uno spin-off dell’Università di Siena.

Si chiude qui la sessione sulla comunicazione dell’archeologia. Tocca a Daniele Manacorda tirare le fila della Giornata e dare nuovi spunti di riflessione. Questi non mancano di certo, anzi. E toccano tutti i concetti base sfiorati in questa giornata. Innanzitutto l’identità, che non è un dato storico da perimetrare, ma un processo, perché il passato non è statico, ma in movimento. Nell’antinomia tra passato e presente, continua Manacorda, l’archeologia corre il rischio di riconoscersi nel passato, mentre è la contemporaneità che regola e vuole le restituzioni di senso che l’archeologia deve fornire. Per chi lavora l’archeologo? Il rapporto tra archeologia e società si è fatto più intenso perché si riconosce un valore strategico ai Beni Culturali. L’uso pubblico della Storia ci stimola a coniugare il rigore delle indagini con il piacere del racconto. E la narrazione non investe solo il modo di comunicare, ma anche il modo di interpretare. Anche nei musei si dovrebbero fare livelli diversi di comunicazione: o si capisce che il pubblico, anzi i pubblici sono il nostro primo alleato e interlocutore o siamo destinati a scomparire, avverte Manacorda. Il futuro dell’archeologia dipende dagli archeologi. E con queste parole lapidarie ci rivela la parola chiave di tutto il suo discorso: innovare. Intanto per quanto riguarda la comunicazione, perché un’attenzione mirata ad essa cambia il metodo di fare ricerca. Nella filiera dell’archeologia, costituita da ricerca-tutela-valorizzazione, bisogna porre al centro della tutela il paesaggio, che contiene tutte le tracce stratificate del nostro passato. Di fatto si impone di innovare, ma non ribaltare, il sistema della tutela. Innovare è la parola chiave, la parola d’ordine di questo momento dell’archeologia: innovare modi e approcci, innovare la formazione dei singoli archeologi, innovare la sensibilità nel rapportarsi al passato, innovare il rapporto con le istituzioni e con la società, dialogare con essa, innovare è condividere conoscenza ed esperienze, sia tra archeologi che con il pubblico.

Le parole di Daniele Manacorda, qui indecorosamente riassunte, entusiasmano la platea. @Lad_Fg su twitter commenta, interpretando il sentimento popolare, “c’è più comunicazione e immaginazione nelle parole di Manacorda che in tanti progetti di “ricostruzione” archeologica”. E si chiude qui la prima giornata di Congresso.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – terza parte: l’archeologo oggi: figura e formazione

La seconda sessione si apre immediatamente, con Giuliano Volpe, rettore dell’Università di Foggia, nelle vesti di moderatore. La sua presenza è d’obbligo, dato il tema: L’archeologo oggi: figura e formazione. Vedremo come subito ci sia di che aprire un dibattito, di ahimè non facile soluzione, ovvero quello della formazione universitaria. Ma andiamo con ordine. Giuliano Volpe ripercorre le tappe storiche della formazione della figura professionale dell’archeologo. Tra gli altri, cita il convegno e lo slogan “La laurea non fa l’archeologo” che noi tutti conosciamo. Denuncia la pessima situazione dei neolaureati all’uscita dal sistema universitario organizzato nel famigerato 3+2. L’archeologo, avverte Volpe, è una figura di frontiera tra scienze umane, ricerca scientifica, comunicazione, impegno sociale e politico. Infine spende una parola, sul rapporto tra università e soprintendenze, fotografando con pochi tratti una situazione che non è esattamente felice.

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Stefania Mazzoni parla di archeologi oltrefrontiera, ovvero della presenza di archeologi italiani richiesti in missioni archeologiche all’estero, soprattutto in Medio Oriente in situazioni d’emergenza. La Mazzoni ripete quasi come un mantra tre parole: eccellenza, modello italiano, professionalità. Questo getta sicuramente un’ondata di ottimismo sull’archeologia italiana, ottimismo che non guasta, visto quanto noi italiani per natura amiamo piangerci addosso senza saper valorizzare i nostri pregi. Ma, subito dopo, in chiusura di intervento, la Mazzoni sottolinea la grande varietà e abbondanza in Italia di corsi di laurea magistrale (30), master (19) e scuole di specializzazione (23, più la Scuola di Atene) per dire che nonostante questa dispersione di saperi, l’abbondanza e varietà nell’offerta formativa sono il punto di forza delle professionalità che vengono poi richieste anche in ambito internazionale. È evidente la disparità di vedute con Giuliano Volpe, e anche i presenti storcono il naso, io per prima, e lo esprimono su twitter. Perché il problema che interessa quotidianamente noi giovani del mondo dell’archeologia non è tanto andare all’estero in situazioni di emergenza che prevedono determinate professionalità, ma lavorare giorno dopo giorno, anno dopo anno, nel settore che abbiamo scelto con il nostro percorso formativo. Con questo non voglio dire che non sia importante che l’Italia sia riconosciuta a livello internazionale per l’eccellenza delle sue professionalità (per usare le parole chiave dell’intervento della Mazzoni), ma, e qui anticipo il dibattito che seguirà alla fine della sessione, l’università dovrebbe formare giovani pronti ad affrontare il mondo del lavoro così come si presenta nella pratica di tutti i giorni in Italia.

Segue Andrzej Buko parla del ruolo dell’archeologia in un territorio di frontiera com’è quella, lungo il fiume Bug, tra Polonia e Ucraina e di come il ritrovamento, lo scavo, la valorizzazione e la fruizione da parte del pubblico del Palazzo di Re Daniele di Galizia sia stato un caso di monumento che ha assunto per la popolazione un valore storico non polacco, non ucraino, ma sovranazionale, europeo: la frontiera in questo caso unisce, non divide, anche grazie all’archeologia e alla riscoperta di un passato comune.

Stefano Valentini parla di CAMNES e della creazione della SAHM, School of Archaeological Heritage Management, al fine di creare una figura professionale in grado di gestire con efficacia progetti archeologici disponendo di competenze di management. Infine Ettore Ianulardo, del Ministero degli Affari Esteri, illustra la presenza del ministero nel finanziamento di progetti archeologici all’estero anche in situazioni di emergenza come, recentemente, in Libia. Anche se si deve misurare con i tagli dei finanziamenti, il Ministero garantisce comunque il suo apporto per le missioni archeologiche all’estero.

A conclusione della mattinata s’apre il dibattito che, però, dovendo ricomprendere anche le riflessioni a margine della prima sessione, non può essere più di tanto approfondito. Tra le voci che intervengono dal pubblico quella del prof. Curatola, che insegna archeologia islamica all’Università di Udine, ma non al corso di laurea in archeologia! Un caso ridicolo, ma ahimè emblematico delle assurdità insite nella formazione universitaria italiana; Astrid d’Eredità, dell’Associazione Nazionale Archeologi accende l’attenzione sul poster presentato dall’ANA al Congresso nel quale si presentano i dati del II Censimento degli Archeologi in Italia condotto dall’Associazione. Infine si lamenta la mancanza di un laboratorio di confronto permanente tra professionisti e università proprio per colmare il divario tra formazione e mondo del lavoro, vero problema pratico per chi lavora nell’archeologia di tutti i giorni.

Segue la pausa pranzo, durante la quale chi vuole può guardare i pannelli presentati per l’occasione, che trattano di casi di archeologia pubblica applicati in Italia. Peccato non ci sia modo di poterli commentare coralmente… magari domani…

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – seconda parte: Archeologia e identità culturale

Le parole conclusive di Flick traghettano direttamente alla I Sessione della mattinata, il cui tema è Archeologia e identità culturale. Apre Guido Vannini, mediatore di questa prima tavola rotonda, o talk show, ribadendo che questo Congresso è un punto di partenza, non di arrivo, nel corso del quale verranno esposte le buone pratiche già attive, i buoni progetti già in corso, ma anche le problematiche che emergono nel momento in cui la ricerca archeologica si deve rapportare con realtà diversificate e non sempre di facile gestione. Sicuramente l’Archeologia Pubblica è uno strumento in grado di restituire un terreno comune per le comunità locali di confronto civile e di mutuo riconoscimento. All’archeologia Pubblica si può riferire ciò che diceva Benedetto Croce a proposito della Storia: se è autentica, di qualunque epoca sia, è sempre contemporanea. E con questa dotta citazione, Vannini dà il via alle comunicazioni dei congressisti.

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Prende la parola Serge Noiret, che parla di un ambito disciplinare diverso dall’archeologia pubblica, ma ad esso in qualche misura complementare, se non altro perché gli obiettivi, e probabilmente anche i metodi, sono gli stessi: la Public History, che nasce ad Oxford negli anni ’70 dalla presa di coscienza che la Storia deve dialogare con il presente, con le comunità. Negli USA la Public History è una disciplina che, rispondendo all’esigenza dell’incontro con la contemporaneità, sviluppa nuove professionalità al di fuori dell’Università.

Khairieh ‘Amr ci porta ad Amman, al Jordan Museum, che vede nei visitatori degli ospiti, ai quali dunque si vuole offrire il meglio, e per i quali si è pensata un’attività che si svolge non tanto in museo, quanto all’aperto; è il museo che va incontro ai visitatori, non viceversa. Questo avviene attraverso l’organizzazione di laboratori e di programmi educativi per bambini e giovani.

Angela Corolla ci racconta invece come un personaggio storico possa assumere un valore identitario a tal punto da condizionare totalmente la vita di una città. È il caso di Arechi II a Salerno, la cui fortuna è emersa nel momento in cui, a seguito di scavi archeologici condotti nel centro storico, area popolare con sacche di marginalità sociale, è venuto in luce uno spaccato della città che dall’età romana passava poi ad epoca longobarda. Il centro storico si è trasformato in centro vitale, e non solo per quanto riguarda il recupero archeologico del centro, attraverso visite all’area di San Pietro a Corte. Protagonista assoluto di questo orgoglio cittadino è Arechi II, vero personaggio identitario, tanto che il valore identitario della città medievale investe la città attuale e la sua immagine.

Passa la parola poi a Carlo Lippolis, che ritorna in Medio Oriente, per la precisione in Iraq, dove l’archeologia è stata strumentalizzata a fini politici in passato, e ne paga ora le conseguenze, con quello che viene chiamato “Negative Heritage”, ovvero patrimonio negativo, o perché ha acquisito per la popolazione un valore negativo, o perché è stato distrutto o depredato. Il caso di Babilonia è emblematico: assurta a civiltà simbolo dell’identità nazionale nel regime di Saddam Hussein ora è invece addirittura attraversata da un oleodotto, mentre sono troppo frequenti e incontrollabili gli scavi clandestini che vanno ad alimentare il mercato mondiale del traffico illecito di antichità. L’archeologia nel Medio Oriente si trova ad avere a che fare con un attore instabile, che è la difficile situazione sociopolitica di questa delicata area geografica.

Si ritorna in Italia, per la precisione in Sardegna, con Lidia Decandia, che ci racconta il progetto La strada che parla: un vecchio tratto ferroviario dismesso in Gallura che attraversa un territorio apparentemente vuoto, ma che invece nasconde molteplici che possono essere raccontati. E il racconto lo può fare solo chi ha sempre vissuto lì, attraverso i propri ricordi, le memorie. Il lavoro, condotto con Studio Azzurro, ha portato a realizzare nelle vecchie stazioni della ferrovia un archivio digitale con le memorie della popolazione locale. Una mostra ha poi restituito alla popolazione le conoscenze collettive. La popolazione gioca dunque il duplice ruolo di attore fondamentale, ma anche e soprattutto recettore finale di questo progetto della conoscenza.

Hamlet Petrosyan ci porta a Tigranakert, città ellenistica che sorge nell’attuale Nagorno Karabak, repubblica che non è riconosciuta a livello internazionale. Si pone dunque il problema dell’archeologia e del suo rapporto con la politica in situazioni di particolare crisi come questo del Nagorno Karabak. Tigranakert assume il valore identitario per uno stato che in realtà non esiste, e per questo, per il filo doppio con cui ricerca archeologica, riscoperta delle proprie radici e politica sono legate, la ricerca stessa ne risente in termini di cooperazione anche nei confronti della popolazione stessa.

Emerge, da questa prima sessione, che l’archeologia, in questa sua accezione pubblica in particolare (che poi l’archeologia è pubblica di per sé, ma questa è un’altra storia…), e la politica sono fortemente intrecciate. Quella dell’archeologia pubblica è una strada in salita nella quale la progettualità è imprescindibile, così come la ricerca. Progettualità è una parola ricorrente, oggi, e che tornerà anche nei prossimi interventi. Una parola chiave da avere sempre a mente.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – Prima parte

Oggi, 29 ottobre, in una mattinata decisamente fredda, nella splendida cornice di Palazzo Vecchio, Sala d’Arme, si è tenuta la prima giornata del Primo Congresso Nazionale di Archeologia Pubblica in Italia. Annunciato negli scorsi giorni dalle pagine di questo blog, seguito in tempo reale da chi non poteva essere presente grazie ad un livetwitting piuttosto partecipato grazie all’utilizzo dell’ashtag #archpub da parte dei presenti in sala e non, il Congresso si è rivelato fin dalle prime battute ricco di spunti e di riflessioni sul ruolo dell’Archeologia Pubblica. A contrastare il freddo nella sala sono stati più che graditi i temi caldi della giornata… Quello che segue è un resoconto dei contributi dei congressisti, dei quali, vi ricordo, potete ancora scaricare gli abstract al sito web Archeopubblica2012.

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Apre il Congresso l’Assessore Sergio Givone che sottolinea come quello dell’Archeologia Pubblica sia un tema innovativo (in Italia, per lo meno…) nel segno di una ricerca volta al passato ma proiettata in un futuro del quale spetta a noi gettare le basi. La parola passa poi al Rettore dell’Università di Firenze, ente promotore e organizzatore dell’evento, Alberto Tesi, che ricorda il Workshop di Archeologia Pubblica in Toscana del 2010 e sottolinea che se il tema è nuovo per l’Italia al contrario non lo è per la Gran Bretagna, dove la disciplina è fortemente sentita e coltivata e dà i maggiori sbocchi occupazionali ai laureati in archeologia.

E dopo i saluti di rito, aprono finalmente  i lavori i curatori dell’evento, Chiara Bonacchi e Michele Nucciotti (Università di Firenze). Chiara Bonacchi illustra gli step che hanno portato all’organizzazione del Congresso, a partire dalla costituzione di un Comitato Scientifico i cui membri appartengono a differenti ambiti professionali e accademici, dunque a differenti realtà geografiche e istituzionali. È la cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze che dal 2008 approfondisce il tema dell’Archeologia Pubblica, la prima in Italia ad occuparsi di questo ambito. L’archeologia pubblica, ricorda Chiara Bonacchi, mira a sviluppare usi della ricerca che portino alla crescita economica, sociale, e culturale delle comunità di volta in volta coinvolte. I suoi punti di forza sono l’intendere l’archeologia innanzitutto come ricerca, la contestualizzazione dell’archeologia nel mondo contemporaneo e la comunicazione come fattore imprescindibile.

Michele Nucciotti sottolinea che la positiva interazione tra ricerca archeologica e sviluppo economico è sottovalutata in questo momento di crisi, e questo è male: bisogna invece ripresentare la figura dell’archeologo alla società civile perché l’archeologia fa fronte ad un bisogno presente: la cultura è infatti uno dei fattori di sviluppo economico secondo i Millennium Development  Goals stilati dalle Nazioni Unite nel 2010. Dunque a cosa serve e a cosa può ancora servire l’archeologia? Il patrimonio archeologico è la prova tangibile, la più evidente del nostro passato ed è il medium più efficace per sperimentare il passato. Non solo, ma l’archeologia può essere un modo per recuperare un common ground per le comunità contemporanee, per riattualizzare gli spazi storici della convivenza civile.

La parola passa poi a Giovanni Maria Flick, già Presidente della Corte Costituzionale, che sottolinea il suo essere profano alla disciplina: ma forse proprio per questo può gettare uno sguardo fresco e spunti di riflessione da un punto di vista diverso, quello, nel suo caso, di un giurista nei confronti del nostro Patrimonio. In particolare si sofferma sulla Costituzione e sull’Art. 9 secondo il quale la Repubblica tutela il patrimonio artistico e storico della nazione e il paesaggio. Paesaggio e patrimonio culturale sono intimamente legati: se si tutela l’uno si tutela l’altro, ma se si degrada l’uno, anche l’altro risulta danneggiato. Flick riflette poi su quanto la modifica del Titolo V della Costituzione abbia portato confusione, anzi contrasto, nella gestione dei beni culturali, affidando la tutela al solo Stato e la valorizzazione alle Regioni. Tutela e valorizzazione sono invece due facce di una stessa medaglia, assolutamente complementari, senza l’una non sussiste l’altra e viceversa. E, in vista della fruizione, la tutela non dev’essere una tutela di conservazione statica, né un ostacolo. L’archeologia Pubblica, conclude Flick, è fondamentale per la promozione sociale e l’identità culturale.