Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della seconda mattinata di Congresso, 30/10/2012 – Prima parte: Archeologia e sviluppo del territorio

Se la giornata di ieri è stata molto intensa dal punto di vista dei contenuti, delle esperienze e delle problematiche sollevate, la giornata di oggi non sembra da meno. Anzi, se ieri i temi erano più improntati sul sociale, oggi si affronteranno temi di ordine politico-economico, necessari per poter sviluppare tutto il ventaglio di elementi che concorrono alla realizzazione di opere di archeologia pubblica.

L’introduzione alla prima giornata è a cura di Marco Bellandi, Prorettore dell’Università di Firenze, il quale vede che l’archeologia pubblica, soprattutto quella esercitata in seno all’università, rientra a pieno titolo in quella che egli definisce “la terza missione dell’università”, ovvero il trasferimento tecnologico e lo scambio nella ricerca a fini di innovazione e sviluppo: questo grazie al suo agire nel portare conoscenza e sviluppo economico e sociale, e per la sua forte relazione col pubblico. Per promuovere lo sviluppo territoriale, dice Bellandi, bisogna saper sfruttare una trama locale di specializzazioni produttive complementari fra centri imprenditoriali privati e pubblici distinti, in modo da stimolare la creatività e il dialogo; bisogna anche sviluppare competenze manageriali. Vedere nell’archeologia pubblica, dal punto di vista economico, semplicemente un modo per portare turismo è una visione limitata e limitante, perché c’è di più, in quanto l’archeologia pubblica va a recuperare i valori del territorio, andando a costruire, meglio, forse, a restituire, l’identità della comunità.

archeologia pubblica firenze

La prima sessione della Giornata, Archeologia e sviluppo del territorio, è presieduta da Isabella Lapi Ballerini, Direttore Regionale della Toscana. Il territorio è il tessuto connettivo che lega i nostri BBCC, dice da subito la Lapi Ballerini, e ciò che troviamo nei nostri musei si riverbera nel territorio. L’archeologia, che è inserita nel territorio ha anche legislativamente un valore paesaggistico.

Il primo intervento è quello di Michele Nucciotti, che presenta due casi di studio, esemplificativi del rapporto tra archeologia e sviluppo territoriale. Il primo caso è quello ormai celebre della collaborazione con la Giordania e che ha portato dapprima, nel 2009, alla mostra alla Limonaia di Palazzo Pitti “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera,”: questa può essere considerata a tutti gli effetti una mostra di archeologia pubblica, in quanto si è condotto in contemporanea allo svolgimento della mostra stessa uno studio sui visitatori attraverso interviste con questionario, l’analisi dei commenti, ma anche conducendo uno studio in termini di impatto economico sulla città. Strettamente collegato è il progetto Liaisons for Growth all’interno di EU-ENPI Ciudad Italia-Giordania che ha previsto la creazione di un Masterplan turistico per sviluppare il settore turistico di Shawbak e dintorni. L’altro progetto di ricerca che viene presentato riguarda il monte Amiata: a partire dallo studio degli insediamenti di questo areale geografico è stato elaborato un Atlante dell’Edilizia Medievale che ha migliorato il governo locale del patrimonio. L’atlante è un modo per comunicare con gli amministratori locali, ed è stato assunto come strumento obbligatorio dalla comunità montana per i piani strutturali dei centri storici. Anche sull’Amiata, ad Arcidosso, si sta lavorando nella direzione dello sviluppo turistico, con, tra le altre cose, la realizzazione di un Centro di Documentazione che è stato preceduto da una serie di interviste alla popolazione locale per calibrare il livello informativo del museo, per non rischiare, in sostanza, di dare per scontate alcune informazioni base che però non tutti conoscono. Nel progetto iniziale erano, e sono, già intese strategie di valorizzazione.

Giovanna Bianchi chiede in apertura del suo intervento quale dev’essere il compito dell’archeologo nello sviluppo del territorio? L’archeologo solitamente tende ad occuparsi dello sviluppo culturale, ma lo sviluppo economico è l’altra faccia, insieme allo sviluppo culturale, della valorizzazione, dunque non dev’essere lasciato da parte durante l’elaborazione di un progetto. La Bianchi porta l’esempio del Parco Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere (LI), ne narra la genesi – un progetto di ricerca territoriale costituito da una complessa serie di indagini che ha portato a capire che tutti i siti sono parte di un unico giacimento archeologico. Creato il parco, e dunque il progetto culturale, c’è ancora molto lavoro da fare, però per creare un indotto economico, lamenta la Bianchi. Si avverte l’esigenza che l’archeologo diventi un interlocutore fondamentale con un ruolo di gestione economica e manageriale al di sopra dello spezzettamento di competenze dei vari comuni gravitanti sul parco. Il Parco, peraltro, ha un suo comitato di gestione all’interno del quale, però, non c’è una figura proveniente dall’ambiente della Ricerca. E questo non è un segnale positivo.

Sabino Silvestri ci porta in Puglia, a Canosa, per parlarci della Fondazione Archeologica Canosina, e della sua attività ormai ventennale di collaborazione con la Soprintendenza: si tratta, in sostanza, di una fruttuosa collaborazione tra pubblico e privato che nel corso degli anni ha fatto il miracolo: ha trasformato l’archeologia a Canosa da “ospite indesiderato” – e titolava una mostra sull’archeologia urbana a Canosa – a fattore di sviluppo economico. La cultura e l’archeologia sono oggi a Canosa fattori di crescita evidenti: il turismo, aumentato negli ultimi anni proprio grazie all’apporto culturale, è a tutti gli effetti il fattore di crescita economica della città. In 20 anni è avvenuto a Canosa un totale ribaltamento, in positivo, dei valori: da giacimento archeologico frequentato dai tombaroli, quello di Canosa è divenuto un giacimento archeologico frequentato da visitatori e turisti.

Paolo Peduto parla invece delle alterne vicende nella gestione culturale del Castelo di Lagopesole (PZ) lungo l’itinerario federiciano e conclude il suo discorso con un mea culpa: non è soddisfatto, infatti, di come si è gestito l’intero iter che dalla ricerca è passato alla valorizzazione e alla fruizione; non è soddisfatto perché non si dovrebbero gestire i BBCC lasciandoli in mano ai non addetti ai lavori; non è soddisfatto perché non è riuscito a far capire che sono i contenuti che contano, che non si può accettare una banalizzazione del sapere. Evidentemente, conclude, non è riuscito a fare una buona comunicazione. Anche se in questo caso si può parlare di un mezzo fallimento dell’archeologia pubblica, è però importante riuscire ad ammettere dove si è sbagliato e perché. Un applauso al coraggio di Peduto, che non ha avuto problemi ad ammettere le mancanze del suo team di lavoro.

La parola passa poi a Chiara Molducci, archeologa e assessore alla cultura di San Casciano Val di Pesa, dunque un’archeologa impegnata in politica. Ci parla di comune e valorizzazione dei Beni Archeologici. A livello normativo l’ente locale garantisce la valorizzazione dei Beni Archeologici. Ciò è tanto più importante se si pensa al valore identitario che il patrimonio archeologico ha per la comunità locale. Per favorire la valorizzazione sono fondamentali elementi strutturali per recuperare spazi pubblici da destinare a luoghi della cultura (anche se il patto di stabilità, dice la Molducci riportandoci nel mondo reale, ha bloccato investimenti per attività di questo tipo). Il caso di San Casciano segna un esempio i buone pratiche nel campo della valorizzazione da parte di un ente locale: dal recupero di un edificio dismesso per farne biblioteca e museo civico al recupero di un percorso nel territorio, fino alla partecipazione ad una rete com’è il sistema museale di Chianti Musei; a queste si aggiungono la promozione e il sostegno di attività didattiche, la cooperazione tra enti pubblici e gruppi volontari come l’Associazione di Volontariato Archeologico.

Anna Patera parla invece del tema caldo dell’archeologia preventiva: è questo un tema caldo sia sul piano lavorativo che su quello legislativo, dato che la legge che lo regolamenta ha parecchi punti oscuri. L’archeologia preventiva riguarda poi l’identità culturale, la formazione, la comunicazione, lo sviluppo del territorio, la ricerca scientifica e l’economica. Il Codice dei Beni Culturali 42/2004 mette per iscritto per la prima volta quella che era comunque già una prassi consolidata, ovvero la possibilità per il Soprintendente di chiedere interventi di scavo preventivi. Tra le varie problematiche che la legge sull’Archeologia Preventiva solleva vi è quella, non indifferente, del finanziamento, per cui in passato e ancora in larga parte ora i soldi stanziati per i lavori archeologici spariscono con la fine degli scavi, mentre ben altro denaro andrebbe stanziato per il postscavo, per la ricerca e per la conseguente attività di comunicazione e di pubblicazione. Un accordo MiBAC-stazione appaltante prevede nel quadro economico, per far fronte a questa situazione, che una somma non inferiore del 10% del totale destinato agli scavi sia riservata alla documentazione, al postscavo e alla pubblicazione. L’archeologia preventiva, chiude la Patera, è assolutamente di interesse pubblico.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – terza parte: l’archeologo oggi: figura e formazione

La seconda sessione si apre immediatamente, con Giuliano Volpe, rettore dell’Università di Foggia, nelle vesti di moderatore. La sua presenza è d’obbligo, dato il tema: L’archeologo oggi: figura e formazione. Vedremo come subito ci sia di che aprire un dibattito, di ahimè non facile soluzione, ovvero quello della formazione universitaria. Ma andiamo con ordine. Giuliano Volpe ripercorre le tappe storiche della formazione della figura professionale dell’archeologo. Tra gli altri, cita il convegno e lo slogan “La laurea non fa l’archeologo” che noi tutti conosciamo. Denuncia la pessima situazione dei neolaureati all’uscita dal sistema universitario organizzato nel famigerato 3+2. L’archeologo, avverte Volpe, è una figura di frontiera tra scienze umane, ricerca scientifica, comunicazione, impegno sociale e politico. Infine spende una parola, sul rapporto tra università e soprintendenze, fotografando con pochi tratti una situazione che non è esattamente felice.

congresso archeologia pubblica in italia firenze

Stefania Mazzoni parla di archeologi oltrefrontiera, ovvero della presenza di archeologi italiani richiesti in missioni archeologiche all’estero, soprattutto in Medio Oriente in situazioni d’emergenza. La Mazzoni ripete quasi come un mantra tre parole: eccellenza, modello italiano, professionalità. Questo getta sicuramente un’ondata di ottimismo sull’archeologia italiana, ottimismo che non guasta, visto quanto noi italiani per natura amiamo piangerci addosso senza saper valorizzare i nostri pregi. Ma, subito dopo, in chiusura di intervento, la Mazzoni sottolinea la grande varietà e abbondanza in Italia di corsi di laurea magistrale (30), master (19) e scuole di specializzazione (23, più la Scuola di Atene) per dire che nonostante questa dispersione di saperi, l’abbondanza e varietà nell’offerta formativa sono il punto di forza delle professionalità che vengono poi richieste anche in ambito internazionale. È evidente la disparità di vedute con Giuliano Volpe, e anche i presenti storcono il naso, io per prima, e lo esprimono su twitter. Perché il problema che interessa quotidianamente noi giovani del mondo dell’archeologia non è tanto andare all’estero in situazioni di emergenza che prevedono determinate professionalità, ma lavorare giorno dopo giorno, anno dopo anno, nel settore che abbiamo scelto con il nostro percorso formativo. Con questo non voglio dire che non sia importante che l’Italia sia riconosciuta a livello internazionale per l’eccellenza delle sue professionalità (per usare le parole chiave dell’intervento della Mazzoni), ma, e qui anticipo il dibattito che seguirà alla fine della sessione, l’università dovrebbe formare giovani pronti ad affrontare il mondo del lavoro così come si presenta nella pratica di tutti i giorni in Italia.

Segue Andrzej Buko parla del ruolo dell’archeologia in un territorio di frontiera com’è quella, lungo il fiume Bug, tra Polonia e Ucraina e di come il ritrovamento, lo scavo, la valorizzazione e la fruizione da parte del pubblico del Palazzo di Re Daniele di Galizia sia stato un caso di monumento che ha assunto per la popolazione un valore storico non polacco, non ucraino, ma sovranazionale, europeo: la frontiera in questo caso unisce, non divide, anche grazie all’archeologia e alla riscoperta di un passato comune.

Stefano Valentini parla di CAMNES e della creazione della SAHM, School of Archaeological Heritage Management, al fine di creare una figura professionale in grado di gestire con efficacia progetti archeologici disponendo di competenze di management. Infine Ettore Ianulardo, del Ministero degli Affari Esteri, illustra la presenza del ministero nel finanziamento di progetti archeologici all’estero anche in situazioni di emergenza come, recentemente, in Libia. Anche se si deve misurare con i tagli dei finanziamenti, il Ministero garantisce comunque il suo apporto per le missioni archeologiche all’estero.

A conclusione della mattinata s’apre il dibattito che, però, dovendo ricomprendere anche le riflessioni a margine della prima sessione, non può essere più di tanto approfondito. Tra le voci che intervengono dal pubblico quella del prof. Curatola, che insegna archeologia islamica all’Università di Udine, ma non al corso di laurea in archeologia! Un caso ridicolo, ma ahimè emblematico delle assurdità insite nella formazione universitaria italiana; Astrid d’Eredità, dell’Associazione Nazionale Archeologi accende l’attenzione sul poster presentato dall’ANA al Congresso nel quale si presentano i dati del II Censimento degli Archeologi in Italia condotto dall’Associazione. Infine si lamenta la mancanza di un laboratorio di confronto permanente tra professionisti e università proprio per colmare il divario tra formazione e mondo del lavoro, vero problema pratico per chi lavora nell’archeologia di tutti i giorni.

Segue la pausa pranzo, durante la quale chi vuole può guardare i pannelli presentati per l’occasione, che trattano di casi di archeologia pubblica applicati in Italia. Peccato non ci sia modo di poterli commentare coralmente… magari domani…

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – seconda parte: Archeologia e identità culturale

Le parole conclusive di Flick traghettano direttamente alla I Sessione della mattinata, il cui tema è Archeologia e identità culturale. Apre Guido Vannini, mediatore di questa prima tavola rotonda, o talk show, ribadendo che questo Congresso è un punto di partenza, non di arrivo, nel corso del quale verranno esposte le buone pratiche già attive, i buoni progetti già in corso, ma anche le problematiche che emergono nel momento in cui la ricerca archeologica si deve rapportare con realtà diversificate e non sempre di facile gestione. Sicuramente l’Archeologia Pubblica è uno strumento in grado di restituire un terreno comune per le comunità locali di confronto civile e di mutuo riconoscimento. All’archeologia Pubblica si può riferire ciò che diceva Benedetto Croce a proposito della Storia: se è autentica, di qualunque epoca sia, è sempre contemporanea. E con questa dotta citazione, Vannini dà il via alle comunicazioni dei congressisti.

congresso archeologia pubblica firenze

Prende la parola Serge Noiret, che parla di un ambito disciplinare diverso dall’archeologia pubblica, ma ad esso in qualche misura complementare, se non altro perché gli obiettivi, e probabilmente anche i metodi, sono gli stessi: la Public History, che nasce ad Oxford negli anni ’70 dalla presa di coscienza che la Storia deve dialogare con il presente, con le comunità. Negli USA la Public History è una disciplina che, rispondendo all’esigenza dell’incontro con la contemporaneità, sviluppa nuove professionalità al di fuori dell’Università.

Khairieh ‘Amr ci porta ad Amman, al Jordan Museum, che vede nei visitatori degli ospiti, ai quali dunque si vuole offrire il meglio, e per i quali si è pensata un’attività che si svolge non tanto in museo, quanto all’aperto; è il museo che va incontro ai visitatori, non viceversa. Questo avviene attraverso l’organizzazione di laboratori e di programmi educativi per bambini e giovani.

Angela Corolla ci racconta invece come un personaggio storico possa assumere un valore identitario a tal punto da condizionare totalmente la vita di una città. È il caso di Arechi II a Salerno, la cui fortuna è emersa nel momento in cui, a seguito di scavi archeologici condotti nel centro storico, area popolare con sacche di marginalità sociale, è venuto in luce uno spaccato della città che dall’età romana passava poi ad epoca longobarda. Il centro storico si è trasformato in centro vitale, e non solo per quanto riguarda il recupero archeologico del centro, attraverso visite all’area di San Pietro a Corte. Protagonista assoluto di questo orgoglio cittadino è Arechi II, vero personaggio identitario, tanto che il valore identitario della città medievale investe la città attuale e la sua immagine.

Passa la parola poi a Carlo Lippolis, che ritorna in Medio Oriente, per la precisione in Iraq, dove l’archeologia è stata strumentalizzata a fini politici in passato, e ne paga ora le conseguenze, con quello che viene chiamato “Negative Heritage”, ovvero patrimonio negativo, o perché ha acquisito per la popolazione un valore negativo, o perché è stato distrutto o depredato. Il caso di Babilonia è emblematico: assurta a civiltà simbolo dell’identità nazionale nel regime di Saddam Hussein ora è invece addirittura attraversata da un oleodotto, mentre sono troppo frequenti e incontrollabili gli scavi clandestini che vanno ad alimentare il mercato mondiale del traffico illecito di antichità. L’archeologia nel Medio Oriente si trova ad avere a che fare con un attore instabile, che è la difficile situazione sociopolitica di questa delicata area geografica.

Si ritorna in Italia, per la precisione in Sardegna, con Lidia Decandia, che ci racconta il progetto La strada che parla: un vecchio tratto ferroviario dismesso in Gallura che attraversa un territorio apparentemente vuoto, ma che invece nasconde molteplici che possono essere raccontati. E il racconto lo può fare solo chi ha sempre vissuto lì, attraverso i propri ricordi, le memorie. Il lavoro, condotto con Studio Azzurro, ha portato a realizzare nelle vecchie stazioni della ferrovia un archivio digitale con le memorie della popolazione locale. Una mostra ha poi restituito alla popolazione le conoscenze collettive. La popolazione gioca dunque il duplice ruolo di attore fondamentale, ma anche e soprattutto recettore finale di questo progetto della conoscenza.

Hamlet Petrosyan ci porta a Tigranakert, città ellenistica che sorge nell’attuale Nagorno Karabak, repubblica che non è riconosciuta a livello internazionale. Si pone dunque il problema dell’archeologia e del suo rapporto con la politica in situazioni di particolare crisi come questo del Nagorno Karabak. Tigranakert assume il valore identitario per uno stato che in realtà non esiste, e per questo, per il filo doppio con cui ricerca archeologica, riscoperta delle proprie radici e politica sono legate, la ricerca stessa ne risente in termini di cooperazione anche nei confronti della popolazione stessa.

Emerge, da questa prima sessione, che l’archeologia, in questa sua accezione pubblica in particolare (che poi l’archeologia è pubblica di per sé, ma questa è un’altra storia…), e la politica sono fortemente intrecciate. Quella dell’archeologia pubblica è una strada in salita nella quale la progettualità è imprescindibile, così come la ricerca. Progettualità è una parola ricorrente, oggi, e che tornerà anche nei prossimi interventi. Una parola chiave da avere sempre a mente.

Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – Prima parte

Oggi, 29 ottobre, in una mattinata decisamente fredda, nella splendida cornice di Palazzo Vecchio, Sala d’Arme, si è tenuta la prima giornata del Primo Congresso Nazionale di Archeologia Pubblica in Italia. Annunciato negli scorsi giorni dalle pagine di questo blog, seguito in tempo reale da chi non poteva essere presente grazie ad un livetwitting piuttosto partecipato grazie all’utilizzo dell’ashtag #archpub da parte dei presenti in sala e non, il Congresso si è rivelato fin dalle prime battute ricco di spunti e di riflessioni sul ruolo dell’Archeologia Pubblica. A contrastare il freddo nella sala sono stati più che graditi i temi caldi della giornata… Quello che segue è un resoconto dei contributi dei congressisti, dei quali, vi ricordo, potete ancora scaricare gli abstract al sito web Archeopubblica2012.

archpub1.jpg

Apre il Congresso l’Assessore Sergio Givone che sottolinea come quello dell’Archeologia Pubblica sia un tema innovativo (in Italia, per lo meno…) nel segno di una ricerca volta al passato ma proiettata in un futuro del quale spetta a noi gettare le basi. La parola passa poi al Rettore dell’Università di Firenze, ente promotore e organizzatore dell’evento, Alberto Tesi, che ricorda il Workshop di Archeologia Pubblica in Toscana del 2010 e sottolinea che se il tema è nuovo per l’Italia al contrario non lo è per la Gran Bretagna, dove la disciplina è fortemente sentita e coltivata e dà i maggiori sbocchi occupazionali ai laureati in archeologia.

E dopo i saluti di rito, aprono finalmente  i lavori i curatori dell’evento, Chiara Bonacchi e Michele Nucciotti (Università di Firenze). Chiara Bonacchi illustra gli step che hanno portato all’organizzazione del Congresso, a partire dalla costituzione di un Comitato Scientifico i cui membri appartengono a differenti ambiti professionali e accademici, dunque a differenti realtà geografiche e istituzionali. È la cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze che dal 2008 approfondisce il tema dell’Archeologia Pubblica, la prima in Italia ad occuparsi di questo ambito. L’archeologia pubblica, ricorda Chiara Bonacchi, mira a sviluppare usi della ricerca che portino alla crescita economica, sociale, e culturale delle comunità di volta in volta coinvolte. I suoi punti di forza sono l’intendere l’archeologia innanzitutto come ricerca, la contestualizzazione dell’archeologia nel mondo contemporaneo e la comunicazione come fattore imprescindibile.

Michele Nucciotti sottolinea che la positiva interazione tra ricerca archeologica e sviluppo economico è sottovalutata in questo momento di crisi, e questo è male: bisogna invece ripresentare la figura dell’archeologo alla società civile perché l’archeologia fa fronte ad un bisogno presente: la cultura è infatti uno dei fattori di sviluppo economico secondo i Millennium Development  Goals stilati dalle Nazioni Unite nel 2010. Dunque a cosa serve e a cosa può ancora servire l’archeologia? Il patrimonio archeologico è la prova tangibile, la più evidente del nostro passato ed è il medium più efficace per sperimentare il passato. Non solo, ma l’archeologia può essere un modo per recuperare un common ground per le comunità contemporanee, per riattualizzare gli spazi storici della convivenza civile.

La parola passa poi a Giovanni Maria Flick, già Presidente della Corte Costituzionale, che sottolinea il suo essere profano alla disciplina: ma forse proprio per questo può gettare uno sguardo fresco e spunti di riflessione da un punto di vista diverso, quello, nel suo caso, di un giurista nei confronti del nostro Patrimonio. In particolare si sofferma sulla Costituzione e sull’Art. 9 secondo il quale la Repubblica tutela il patrimonio artistico e storico della nazione e il paesaggio. Paesaggio e patrimonio culturale sono intimamente legati: se si tutela l’uno si tutela l’altro, ma se si degrada l’uno, anche l’altro risulta danneggiato. Flick riflette poi su quanto la modifica del Titolo V della Costituzione abbia portato confusione, anzi contrasto, nella gestione dei beni culturali, affidando la tutela al solo Stato e la valorizzazione alle Regioni. Tutela e valorizzazione sono invece due facce di una stessa medaglia, assolutamente complementari, senza l’una non sussiste l’altra e viceversa. E, in vista della fruizione, la tutela non dev’essere una tutela di conservazione statica, né un ostacolo. L’archeologia Pubblica, conclude Flick, è fondamentale per la promozione sociale e l’identità culturale.

Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia: il comunicato stampa

Riporto su questo blog il comunicato stampa relativo all’ormai imminente Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia, che si svolgerà a Firenze il 29 e 30 ottobre. In un altro post riporterò invece il programma aggiornato dei due giorni di talk show – questa la formula usata – ma soprattutto segnalo la cosa più importante: sono online, scaricabili in formato pdf dalla homepage del sito www.archeopubblica2012.it, gli abstract degli interventi di ciascuna delle sessioni nelle quali si articoleranno le due giornate.

AP_LOGO_01.jpg


Ecco di seguito il comunicato stampa, che non ha bisogno di ulteriori commenti da parte mia: 

Come far rendere il nostro patrimonio… archeologico

1° congresso nazionale di Archeologia pubblica

Lunedì 29 e martedì 30 ottobre, nella splendida cornice di Palazzo Vecchio a Firenze, si svolgerà il 1° Congresso Nazionale di Archeologia Pubblica. Organizzato dall’Università di Firenze, Cattedra di Archeologia Medievale, e dal Comune di Firenze, il congresso rappresenta la prima occasione di incontro e discussione scientifica in Italia, sul rapporto tra archeologia e società. Nato dalla necessità di ottimizzare al meglio l’immenso patrimonio artistico-archeologico nazionale, come sicuro veicolo di sviluppo non solo economico, l’appuntamento intende offrire un solido punto di riferimento per Comuni, Regioni ed istituzioni pubbliche sulle potenzialità di questo settore. Il dibattito, che negli ultimi anni ha coinvolto svariati soggetti pubblici e privati sulla necessità di “mettere in produzione” l’immenso patrimonio culturale italiano, fino ad oggi non è infatti andato oltre le dichiarazioni programmatiche. In questo contesto, dove emergono evidenti limiti del nostro sistema sulle capacità di management e competenze progettuali nella gestione dei beni archeologici, si inserisce il primo Congresso Nazionale di Archeologia Pubblica. L’obiettivo è quello di fornire  strumenti culturali e manageriali per ripensare e reimpostare la gestione dei beni archeologici italiani, attraverso innovazioni di processo che consentano nel medio periodo di sostenere la ricerca archeologica e di incrementare i benefici economici, sociali e culturali per residenti e turisti. Circa cinquanta relatori, amministratori dello Stato, rappresentanti di Enti Locali, direttori di Musei, giornalisti e professionisti, prenderanno parte al congresso con un programma articolato in 6 sessioni tematiche dal modus operandi originale e dinamico. Sei tavole rotonde talk shows distribuite per argomento nei due giorni, della durata singola di circa 1h e 30m, alla conclusione delle quali si terrà un dibattito moderato da un personaggio pubblico legato all’archeologia. Tra i relatori saranno presenti anche Valerio Massimo Manfredi, archeologo, scrittore e presentatore televisivo, e il giornalista Gian Antonio Stella che solo un anno fa ha pubblicato un’illuminante inchiesta sul sistema dei BBCC dal titolo “Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia”.

I lavori saranno inoltre aperti da Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte Costituzionale, che dedicherà un keynote speech al rapporto tra Archeologia Pubblica e Costituzione. Curatori del Congresso saranno Chiara Bonacchi e Michele Nucciotti, archeologi ed esperti del settore.

Per info: www.archeopubblica2012.it

 nucciotti@unifi.it (347 0829469)

 chiara.bonacchi@gmail.com (333 3409813)

stiano@hotmail.it (328 8695496) Uff. Stampa