da Repubblica.it del 21.09.2010 un nuovo articolo sui custodi dei musei statali

Si continua a parlare di noi. Nel bene o nel male siamo, volenti o nolenti, sulla bocca di tutti. Questo l’articolo pubblicato ieri da Repubblica.it:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/09/21/news/vigilantes_laureati_musei-7267311/?ref=HREC2-6

Cito dal testo alcuni stralci, commentandoli:

“Peccato che, al primo concorso interno, le sale si svuoteranno di nuovo: perché i “vigilantes-dottori” cercheranno di fare una progressione di carriera verso il posto per cui hanno studiato anche dieci anni. Con buona pace dei semplici diplomati, che si sono visti superare al concorso dai candidati super ferrati.”

Naturale, direi: questo concorso è stato il naturale trampolino di lancio e anzi, speriamo che al più presto vi siano delle progressioni perché se qualcuno può storcere il naso a leggere che noi “vigilantes-dottori” come veniamo definiti vogliamo scappare dalle sale per andare a fare qualcosa di più stimolante e adatto alla nostra qualifica, venga a passare una giornata di lavoro in museo a Firenze, e capirà due cose: 1- per la “mole” di lavoro che si deve fare se la possono cavare benissimo da soli; 2- lobotomizzarsi il cervello per 6 ore di fila su una sedia o avanti e indietro per la sala è una tortura cinese peggio della goccia d’acqua per chi sa che potrebbe impiegare meglio il suo tempo.

“turni in sala e sicurezza, tanto che i neoassunti fanno anche un corso per il pronto intervento in caso di incendio.”

Un corso antiincendio? MAGARIIIII!!! E invece no, non se ne parla, non sappiamo come si aziona un estintore, né tantomeno quali sono le uscite di sicurezza. Non sappiamo neanche chi chiamare in caso di emergenza e non sappiamo cosa fare se qualche utente si sente male. La normativa sulla sicurezza l’abbiamo dovuta studiare per il concorso, ma ora pare totalmente disattesa. Sapete qual’è la cosa buffa? Che gli ispettori per la sicurezza vanno a fare i controlli alle ditte edili, private, e fanno loro il culo se non hanno tutto, e dico tutto in regola, ma da noi, nello Stato non ci vengono, e se vengono non dicono bau. Bel modo di lavorare, sì!

La situazione non è rosea. Lo so, abbiamo fatto un concorso da custodi e tale lavoro dobbiamo fare. Ma aldilà del fatto che il nostro ruolo è quello di Assistente alla vigilanza e non di addetto, presupponendo quindi una serie di altre mansioni che non ci vengono fatte fare, resta il problema che non esiste una direttiva chiara da Roma sul ruolo e sulle mansioni da farci ricoprire. La nostra specifica prevede una serie di mansioni che puntualmente vengono disattese. E la cosa più umiliante è che proprio perché non esiste una direttiva siamo alla mercé della più conveniente interpretazione da parte del soprintendente di turno. Così girano le palle ogni volta che, confrontandoci con colleghi in altri musei statali scopriamo che sì, stanno in sala anche loro, ma possono anche fare altro, come ad esempio creare pannelli e attività in vista delle giornate europee del patrimonio che si terranno a giorni.

Questo è tutto, per ora. Arrivederci alla prossima puntata.

LA SINGOLARE E DRAMMATICA STORIA DEL CUSTODE SAMURAI

Siccome, mi duole dirlo, in sala in Museo ho molto tempo a disposizione, sto leggendo parecchio, ultimamente, e mi sto documentando su alcuni argomenti che, per una volta, nulla hanno a che vedere con l’archeologia o con i viaggi, ma con l’altra mia grande passione, il té. Ho appena letto, per l’appunto, Lo Zen e la cerimonia del tè, di Kakuzo Okakura e, incredibile ma vero, ho trovato una storiella – tragica in realtà – che può in qualche modo riguardare il mio attuale lavoro. È la tragica storia del Custode Samurai, soggetto di un’opera teatrale giapponese da cui traspare il grande valore che i Giapponesi danno alle opere d’arte.

C’era una volta un Signore giapponese, un generale che, come molti altri generali del suo tempo, preferiva ricevere come premio per le proprie vittorie non terre né ricchezze, ma un’opera d’arte. Egli aveva ricevuto il ritratto di Daruuma (Bodidharma) eseguito dal grande artista Sesson e aveva imposto ad un samurai di sorvegliarlo. Un giorno però si sviluppa un incendio, per via della negligenza del Custode Samurai.

Quand’egli si accorge del fuoco è ormai tardi per salvarsi e portare in salvo il dipinto, ma lui è pronto a tutto per portare a termine la missione affidatagli: mentre le fiamme lo lambiscono da ogni parte lui, pensando solo al dipinto, si apre il corpo con la spada e infila l’opera nella ferita aperta. Quando l’incendio viene domato, è rinvenuto il corpo carbonizzato del Custode Samurai, ma l’opera, custodita all’interno del suo corpo, è illesa. Missione compiuta, il Custode Samurai si è immolato per la salvezza dell’opera d’arte!

Lascio a voi le riflessioni ulteriori sulla dedizione degli attuali custodi mussali al proprio lavoro, e la loro consapevolezza riguardo l’importanza delle opere che custodiscono. Chiaro che io non mi squarterei mai per proteggere l’antico vaso, ma, ecco, mi guardo bene dal fare scoppiare l’incendio! Ciò che voglio dire è che non occorre fare gli eroi, ma casomai tante volte un pizzico di menefreghismo in meno e di cura in più non guasterebbe…

Il boccone amaro del custode

Qualcuno potrebbe dire “Ma che cavolo ti lamenti? Hai vinto il concorso? Sì, sei entrata in servizio? Sì, e allora che cacchio pretendi?”

Rispetto.

Sì, pretendo rispetto per me e le mie colleghe, neoassunte come me, che come me hanno dato l’anima per vincere il concorso e che, come e più di me, sono persone titolate e altamente qualificate che potrebbero aspirare a ben altro. Il rispetto che pretendo non è quello dei colleghi, non è quello dei visitatori del museo. Pretendo rispetto dai miei superiori, in particolare dal Superiore dei superiori, colui che pur sapendo da dove veniamo ha deciso ugualmente di farci fare i meri custodi, nonostante il profilo nel quale siamo stati assunti indichi anche altre più stimolanti competenze.

Nulla contro il ruolo del custode: lo svolgiamo con dignità e con la serietà che richiede, anzi, ci dispiace non poter essere più attive. Nel nostro piccolo contribuiamo alla buona riuscita del Museo.

Vuole farci fare i meri custodi? Va bene. E quando qualche giorno fa il Museo ha ospitato un convegno, e noi eravamo lì presenti – a custodire – e abbiamo giustamente salutato i convenuti, nostri amici e docenti con i quali abbiamo in passato collaborato, il Superiore dei superiori ci ha subito ricordato il nostro ruolo, dicendo a chiare lettere ai convenuti “se dovete andare alla toilette, fatevi accompagnare dai custodi” guardandoci direttamente negli occhi.

Abbiamo vinto il concorso per accompagnare al cesso gente con cui fino a qualche mese fa scavavamo fianco a fianco, o con cui ci consultavamo per le nostre ricerche.

Ecco il boccone amaro: l’umiliazione. Sembra volerci dire “Vedete i convenuti qui presenti? Loro sì che sono archeologi: loro fanno ricerca, consacrano la loro vita a questo e per questo stanno su un gradino più alto della mia considerazione. Voi avete vinto un concorso per custodi, questo siete e ve lo dovete ricordare. Custodi siete e tali restate.” Potremmo obiettare che la metà dei presenti ha probabilmente tentato il concorso senza riuscirvi, e potremmo obiettare che solo i docenti lì dentro fanno ricerca per lavoro (retribuito). Gli altri appartengono al grande calderone dei precari dell’archeologia, quello da cui noi ci siamo sganciati (e già solo per questo meriteremmo ben più alta o comunque diversa considerazione).

Per noi il boccone amaro, per i convenuti l’imbarazzo. Ci chiedono “scusa, mi dispiace” quando devono andare in bagno, ma lo sanno perché siamo lì e ci rispettano, loro, e ci fanno i complimenti perché ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo fatta, sì, ma a quale prezzo: l’umiliazione da parte del Superiore dei superiori, colui che proprio per il suo ruolo dovrebbe tenere a noi, giovani forze piene di buona volontà e competenti e che invece per chissà quale assurdo motivo ci mortifica.

E ingoiamo questo boccone amaro. Non è il primo, e non sarà neanche l’ultimo.