Giornata Informativa sui Social Network del MiBACT? Mi piace! (ma con qualche appunto)

Twitter-DGValIeri si è svolta a Roma la Giornata Informativa sui social network del MiBACT. Promossa dalla Direzione Generale per la Valorizzazione, presieduta dalla Direttrice Generale A.M. Buzzi, ha visto partecipare quanti (non tutti) all’interno dei vari Istituti statali si occupano o vorrebbero occuparsi dell’aspetto social della promozione e della valorizzazione.

Sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia ho già raccontato di cosa si è trattato. Qui cercherò di approfondire ulteriormente la questione (magari con qualche spunto critico in più)

Dico da subito che aldilà dei problemi che ci sono e che sempre ci saranno, insiti in una struttura che fa fatica a recepire il nuovo anche perché retta principalmente da persone poco aperte al nuovo (nonché appartenenti ad un’altra generazione) io mi ritengo soddisfatta. E vi spiego subito perché:

    • E’ importante che si sia fatto, è importante che la sede centrale abbia deciso di guardare in faccia almeno una volta chi in periferia si occupa della comunicazione via social. E’ importante perché dato che non esiste (ancora) un coordinamento a livello centrale, almeno cominciamo a guardarci e a contarci, così magari smettiamo di essere tante isole sperdute che ignorano l’esistenza l’una dell’altra. Ma soprattutto, è importante che si sia fatto in modalità aperta! Streaming, livetwitting con un ashtag appositamente creato, #MIBACTsocial: è stato senza dubbio un importante segnale da parte del Ministero. Soprattutto perché non era scontato, anzi, sinceramente mai più l’avrei immaginato (troppi choc tutti insieme, poi: innanzitutto un incontro specifico sul tema social, poi il live, e pure il wifi aperto per i presenti in sala!)
    • Dunque finalmente ci riuniamo tutti insieme e la Direzione Generale per la Valorizzazione si prende in carico di incontrarci (più o meno) tutti. Ma c’è un ma: essendo partito tutto per iniziativa di singoli (parlo della presenza sui social da parte dei vari Istituti), nonostante una Direzione Generale per la Valorizzazione attiva su facebook dal 2009, che avrebbe potuto quantomeno suggerire ai vari Luoghi della Cultura di fare qualcosa in merito, sul territorio social ci sono forti disparità. Nella sala erano riunite insieme persone relativamente esperte e persone totalmente ignoranti in materia. La stessa Direttrice Generale Buzzi non dimostra di avere molto le idee chiare in merito.
    • Non sto a disquisire troppo sui contenuti dei due interventi di Giuseppe Ariano, l’ “uomo social” del MiBACT, e di Livia Iacolare di Twitter Italia (colei che, per capirci, ha seguito la #museumweek). Lei ha spiegato dall’ABC come si usa twitter dato che in molti tra i presenti non conoscevano lo strumento. Da Ariano mi sarei aspettata qualche esempio in più di buone pratiche dagli esempi già esistenti in Italia. Bello il video della serata al Louvre per i fans della pagina FB, ma siccome non siamo in Francia e molti qui non hanno neanche idea di cosa sia Facebook, forse poteva valere la pena di far vedere esempi semplici, da cui trarre magari qualche idea realizzabile per il futuro (tra l’altro, l’idea di Brera sui film ambientati nei musei è molto bella, chissà che non la riprendiamo a Firenze… 😉 ). Inoltre, vorrei far notare che dietro la pagina facebook del Louvre c’è una progettualità che noi manco ce la sogniamo. E torno a dire alla Direttrice Generale Buzzi che non possiamo “aprire aprire aprire” pagine facebook e account twitter come se piovesse, ma dobbiamo aprire con criterio, con cognizione di causa, sapendo fin dall’inizio cosa e a chi vogliamo comunicare.
    • Si è parlato di usare i social solo per promuovere. Ma la promozione è solo un aspetto della comunicazione, importante certo, ma non esclusivo. Per questo si deve occupare dei social personale interno, che conosce l’Istituto di cui parla, ma non solo: anche personale che conosca la materia (sì, sto parlando di quell’esercito di assistenti alla vigilanza ecc ecc di cui faccio parte anch’io, che sono più che formati nella loro disciplina e che sanno utilizzare questi strumenti). Il tema non è così banale: chi se ne occupa? Chi se ne deve occupare? E quale ruolo deve avere all’interno dell’Istituto? A chi diceva “mancano le risorse, manca il personale”, un’ottima Paola Villari rispondeva che le figure ci sono e sono proprio quei giovani assistenti alla vigilanza ecc ecc che sono stati assunti con l’ultimo concorso (e un’agghiacciante Buzzi chiedeva “Che concorso, scusi?”). Ma soprattutto nessuno in sala ha detto il nome della figura professionale che serve: il social media manager. Ma del resto non mi stupisco. Per fortuna ci ha pensato il pubblico a casa a ricordarlo…
  • Oggi si è parlato in generale, ma mancano delle linee guida e un coordinamento che va fatto. Va fatto perché siamo tutti istituti periferici che devono per forza di cose riferirsi ad un organo centrale. Quindi pur nella discrezionalità dei singoli, e nelle varie attività a livello periferico che ciascuno decide di promuovere, occorre che il @MiBACT dia delle direttive comuni, delle strategie, magari, soprattutto contribuisca a creare una rete, metta in collegamento per esempio tutti gli Istituti afferenti, che ne so, all’archeologia in modo che possano fare un determinato tipo di comunicazione, e colleghi dall’altra parte tutte le biblioteche, sempre per esempio: l’unione fa la forza, e questa è solo un’idea. Ma io non ho i mezzi per farlo, occorre che chi sta al centro coordini una rete di questo tipo.
  • è stata lanciata l’idea, che probabilmente avrà attuazione, di fare altri incontri di questo tipo, e che da informazione si passi a formazione. Personalmente proporrei che nel corso di questi incontri futuri si presentassero delle buone pratiche, degli esempi, si stabilissero quelle linee guida di cui c’è bisogno, si costruisse davvero il concetto di rete. Staremo a vedere. Ah, e visto che pare che il 30 ottobre a Paestum si parlerà di social network (così mi ha informato un tweet) non sarebbe pensata male di farsi vedere compatti e con un’idea.
  • Il bilancio comunque è positivo. Bene che se ne sia parlato, bene l’intenzione di rinnovare questi appuntamenti, bene che il tutto si sia svolto in modalità open. Il livetwitting (che ho raccolto in uno storify) non deve rimanere lettera morta: le conversazioni sviluppatesi nel corso della diretta streaming anche e soprattutto tra i non-MiBACT, ovviamente più critici, sono ricche di spunti di riflessione su cui sono convinta che la Direzione Generale per la Valorizzazione dovrebbe riflettere.

Valorizzazione, norme e prassi. Tra il dire e il fare c’è di mezzo…

Si è svolto oggi a Roma un incontro sul tema della valorizzazione dei BBCC all’interno di un ciclo organizzato dal Dottorato in Storia e Conservazione dell’Oggetto d’arte e d’architettura (nella fattispecie dal mio collega di dottorato Mirco Modolo). L’incontro di oggi aveva per tema la valorizzazione nell’ordinamento giuridico tra norme e prassi. A parlare sono intervenuti M.Cammelli e P. Petraroia, a tirare le conclusioni, come sempre, il prof. Manacorda. Come per lo scorso incontro sulla valorizzazione, per il quale avevo preparato un breve intervento, anche questa volta ho fatto la mia parte. Ecco il testo delle mie riflessioni sull’aspetto della valorizzazione da questo nuovo punto di vista che, da ignorante quale sono in materia di diritto, ho reinterpretato sotto un’altra forma: per prepararmi all’incontro, infatti ho voluto leggere gli atti del Primo colloquio sulla Valorizzazione, svoltosi a ottobre 2011 e organizzato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del MiBAC. Quanto segue sono le riflessioni scaturite dalla lettura di quel testo:

valorizzazione,patrimonio culturale,valorizzazione patrimonio culturale,direzione generale valorizzazione,mibac,gestione integrata territorio

Il volume è interessante perché accoglie lo stato dell’arte, al 2011, in materia di valorizzazione del patrimonio culturale, punto di partenza da cui prende le mosse l’attività della Direzione Generale per la Valorizzazione. Innanzitutto, la prima cosa che emerge, interessante a mio parere, è che un organo del ministero per i beni e le attività culturali non parla mai di beni culturali ma di patrimonio culturale, segno che è stata finalmente recepita – e infatti vi si fa spesso riferimento nei vari interventi che si susseguono – almeno nella teoria, una nuova definizione di patrimonio che non è costituita solo da beni materiali, ma anche da beni immateriali e dal territorio con il quale sono in relazione. Parlare di valorizzazione del patrimonio culturale diventa allora un tema molto ampio, dal punto di vista concettuale e teorico, che si deve però inevitabilmente scontrare con la quotidianità delle pratiche messe in atto in materia di valorizzazione. E qui il problema è quello della valorizzazione che è materia di legislazione condivisa, con tutto ciò che comporta in tema di dialogo tra le differenti istituzioni, l’amministrazione centrale nei suoi bracci periferici e gli enti territoriali, dialogo che spesso si risolve in un contrasto o in un nulla di fatto delle attività di gestione integrata del territorio.

Ritorno sul concetto di patrimonio nella sua accezione più larga così come finalmente è stata recepita, in seguito anche alla Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale del 2005 che è stata ratificata recentemente dall’Italia, perché interpreta il patrimonio culturale come fonte utile allo sviluppo umano. Così, il dibattito che si è sviluppato e che è tuttora in corso sulle strategie di valorizzazione integrata del patrimonio culturale vede attribuire ad esso un ruolo sempre più significativo nel quadro di modelli di sviluppo fondati sulle identità locali e sulla valorizzazione delle risorse dei territori. Il patrimonio culturale così delineato, come insieme di beni materiali, immateriali (intesi questi come saperi e creatività che creano una cultura materiale), contribuisce allo sviluppo sostenibile non solo producendo impatti economici, ma comportando benessere per la popolazione. Lo slogan, se così lo si può definire, della recente manifestazione di Florens, svoltasi a Firenze a novembre 2012 con lo scopo di coniugare bbcc ed economia, era per l’appunto “Cultura, qualità della vita”: e nell’ampio concetto di patrimonio culturale che anche in quell’occasione emergeva veniva inserita anche l’industria, in particolare della moda, in quanto frutto di creatività e saper fare che caratterizzano il made in Italy come un prodotto prettamente culturale.

primocolloquio.jpg&w=200&h=100&zc=1Tornando agli atti, si nota che, anche se si parla di patrimonio culturale in senso ampio, molta parte del discorso sulla valorizzazione viene ricondotta ai musei, o comunque ai singoli luoghi della cultura statali, che rimangono comunque la priorità del ministero. In particolare per quanto riguarda i musei, la direzione generale ha fatto avviare una serie di indagini di studio e di monitoraggio, nonché un recente sondaggio al pubblico dalla riuscita piuttosto discutibile, per capire in che direzione muoversi per la valorizzazione. È importante sottolineare che non emerge in modo chiaro tra gli stessi preposti alla valorizzazione, quale sia il significato operativo da attribuire a tale parola, visto che molti pensano ancora che valorizzare un museo si limiti ai famigerati servizi aggiuntivi, quando in realtà l’accoglienza è ben altra e maggiore cosa: è la capacità di comunicare al pubblico il museo. È fondamentale a tal proposito lo studio condotto da Ludovico Solima, che traccia un quadro del pubblico dei musei nel quale emerge chiaramente l’importanza di una comunicazione dentro il museo, attraverso i necessari supporti, una comunicazione che sia una narrazione, un racconto, e non abbia invece un approccio enciclopedico specifico sul singolo oggetto e slegato dal contesto. È cambiato l’interesse del pubblico nei confronti dell’oggetto nel museo, interessa il contesto, una storia, più che la descrizione e peggio ancora il nozionismo (che però è duro a morire). L’incontro col pubblico, poi, avviene ormai per la maggior parte via internet, dunque è questa via che va sviluppata ed è invece in questa via che i musei, archeologici soprattutto, sono carenti. Ma la domanda che mi pongo io, che lavoro in un museo archeologico nazionale, è: avuti i risultati di questa indagine, la Direzione Generale per la Valorizzazione che l’ha promossa, cosa fa nella pratica per far sì che le strutture museali statali si adeguino ai risultati di tale indagine? Mi sembra che manchi da parte dell’organo centrale un potere di controllo e di indirizzo concreto sull’operato delle sedi periferiche, per cui alla fine ringraziamo il professor Solima del suo lavoro, ma tutto resta come prima, o comunque lasciato alla singola discrezione di azione dei singoli luoghi della cultura.

Un’ulteriore nota che emerge, sempre leggendo gli atti, è che il Ministero, nei suoi bracci periferici, dunque le soprintendenze, non è in grado se non in rarissimi casi, di condurre progetti di valorizzazione territoriale: non per niente elementi presenti sul territorio come i musei diffusi, o le reti di musei, non sono mai statali, ma gestiti da enti locali. Raramente, poi, il progetto di valorizzazione di un sito archeologico è realizzato in modo da guardare anche all’esterno del recinto, ovvero al territorio che lo ospita: un recente convegno organizzato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna incentrato su progetti di valorizzazione da essa attuati mostrava in effetti delle buone pratiche che però sono poche isole felici in cui la valorizzazione è intesa non solo come nuovi pannelli all’interno dell’area archeologica, ma come costruzione di un sistema territoriale capace di far stringere un legame tra l’area archeologica e la popolazione che vi vive intorno, gettando i presupposti per lo sviluppo di un’identità locale. Accanto alle poche buone pratiche vi sono realtà dove invece, e sono la maggior parte, le soprintendenze non dialogano né con gli enti locali né con le altre soprintendenze insistenti sul territorio. Allora forse la Direzione Generale per la Valorizzazione, oltre a fare campagne pubblicitarie colorate o a concentrarsi sui social network, come fa ultimamente, dovrebbe piuttosto porsi come elemento di mediazione e di controllo nei progetti di valorizzazione territoriale integrata, che sono ormai l’esito naturale di quella nuova presa di coscienza che fa parlare di patrimonio culturale e non più soltanto di beni culturali.

Fin qui il testo del mio intervento che, ci tengo a sottolineare, riporta i contenuti  in soldoni degli atti senza sbilanciarsi troppo in considerazioni o critiche. Voglio solo sottolineare che quel convegno si poneva come punto di partenza per successive azioni, per il successivo lavoro della Direzione Generale della Valorizzazione e degli organismi preposti alla valorizzazione sul territorio coordinati dalla Direzione Generale. Il convegno si svolse nel 2011, gli atti sono stati pubblicati a fine 2012, siamo nel 2013 inoltrato. Non ho la competenza né le informazioni necessarie per stabilire se tra il dire e il fare ci sia stato  e ci sia di mezzo “e il”…

Mi piace poi soffermarmi su due concetti espressi da Daniele Manacorda nel suo intervento conclusivo: innanzitutto egli auspica che davvero nella pratica dei fatti si superi la distinzione in “beni archeologici”, “beni storicoartistici”, “beni architettonici” per arrivare ad un’unica concezione del Patrimonio che superi le specializzazioni delle soprintendenze e di conseguenze delle competenze troppo settorializzate che ormai stanno imbalsamando l’operatività sui beni culturali. Ma è il secondo concetto che esprime che mi ha fatto sorridere, vista l’attualità di ciò che sto seguendo con particolare attenzione in questi giorni: “la valorizzazione non è una funzione tecnica, ma culturale, ed è sociale, non pubblica. La valorizzazione è una funzione sociale che investe ciascuno di noi come membro della società, come privato cittadino”. E il pensiero corre, con un certo compiacimento, al “caso” delle invasioni digitali che si stanno spandendo a macchia d’olio, esponenzialmente giorno dopo giorno e che sono, come dicevo nello scorso post, proprio l’applicazione pratica di una società che si riappropria di luoghi che le appartengono e che le valorizza nel momento stesso in cui pone su di essi il proprio interesse riconoscendone il valore. E con questa benedizione accademica (e che benedizione accademica!) lascio la parola a voi, mentre io mi rivolgo ad una nuova avventura archeobloggogica di cui spero di potervi raccontare a breve, anzi brevissimo!

Il museo che vorrei: meglio di niente, però…

Da pochi giorni il MiBAC – Direzione Generale per la Valorizzazione – ha indetto una consultazione pubblica con la quale si chiede agli utenti della rete di compilare un questionario sulle politiche di accesso ai luoghi della cultura dello Stato. Finalmente il Ministero scende in mezzo alla gente, chiede un parere al pubblico con l’intenzione di raccogliere i risultati, analizzarli, renderli pubblici e valutare le future strategie per una migliore accoglienza nei luoghi della cultura, in primis musei e aree archeologiche.

Da dipendente MiBAC non posso che essere favorevole all’iniziativa, che getta un ponte verso i visitatori utilizzando un sistema veloce, ancora più rapido dell’eventuale questionario che alcuni musei propongono a fine percorso di visita, e propositivo, perché non chiede un parere su una situazione di fatto, ma chiede proposte. O meglio, chiede quale tra le proposte presentate sembra la migliore. E qui arrivano le mie perplessità. Perché le domande non sono esattamente quelle cui mi aspetterei di dover rispondere per valutare l’accesso ai luoghi della cultura.

Questo il link al questionario: http://www.valorizzazione.beniculturali.it/consultazioneonline.html  e questo l’ashtag: #museochevorrei 

logo-mibac2.jpg

Vediamo le domande:

1. Secondo lei è giusto pagare un biglietto di ingresso nei luoghi della cultura statali?

Immagino la risposta dell’italiano medio. Siamo in tempi di crisi, la maggior parte dei votanti dirà di no! Già assisto quotidianamente a scene patetiche di visitatori che venderebbero la madre per entrare gratuitamente in un museo il cui biglietto è di 4 euro (e per contro vedo anche scene pietose dall’altra parte per non concedere il gratuito…)

2. Secondo la sua esperienza ritiene che il prezzo dei biglietti sia mediamente adeguato rispetto a quanto è offerto in termini di proposta culturale?

Ma che domanda è? Dipende dal museo! O meglio, dal punto di vista del visitatore il prezzo del museo è giusto se rapportato alla qualità del museo e del percorso espositivo! I soldi del biglietto degli Uffizi sono ben spesi, assolutamente! Il “marchio” Uffizi è una garanzia, ha lo stesso valore di una grande firma della moda: uno è disposto a spendere soldi per un prodotto che sa essere valido. Ma se il prodotto non è valido (leggi: pessimo percorso espositivo, poco chiaro, e possibilmente totale assenza di spiegazioni, di pannellistica quando addirittura di didascalie), anche se il biglietto è di soli 4 euro, il visitatore giustamente potrebbe rivolerli indietro, perché il museo non è stato in grado di trasmettere niente di ciò che il visitatore giustamente si aspettava.

4. Quale di questi aspetti/servizi ritiene più interessanti per la fruizione dei luoghi della cultura?

Questa è finalmente una domanda ben congegnata: si parla di percorsi espositivi, opere esposte, materiali informativi, visite guidate; ma anche di cortesia e riconoscibilità del personale, di orari di apertura, di luoghi per la sosta e per il riposo. Cosa volete che vi offra un museo quando lo visitate? Questa dovrebbe essere la prima domanda da porre, il resto a mio parere viene dopo.

5. Quali dei seguenti requisiti riterrebbe più importanti per essere indotta/o a visitare musei/aree archeologiche, ecc?

Questa domanda non può avere risposta univoca! Le opzioni sono possibilità di arrivare con mezzi pubblici e privati (ma prendiamo gli Uffizi: impossibile raggiungerli con mezzi pubblici né con mezzi privati, biciclette a parte); orari di apertura estesi, festivi e serali (e qui però se mancano i fondi ministeriali per pagare i festivi o gli orari serali come si può sperare di estendere gli orari?); presenza di materiale illustrativo gratuito (ma perché, me lo devi pure chiedere? Ah, sì, sono tantissimi i musei statali che non hanno nulla di tutto ciò!); presenza di caffetteria/ristorante/bookshop (ma…è così fondamentale avere un bar in cui il caffé costa 3 euro?); vicinanza di altri luoghi di interesse culturale (non è una condizione né necessaria né sufficiente: prendiamo Piazza Armerina, per esempio…).

Insomma, domanda a mio parere piuttosto inutile; quale valore poter dare alle risposte? Ogni luogo della cultura ha caratteristiche sue particolari, impossibile cercare di generalizzare così tanto!

6. Quali, tra queste politiche di incentivazione tariffaria ritiene più interessanti per favorire un maggiore avvicinamento ai luoghi della cultura da parte del pubblico?

Le proposte di risposta sono la gratuità la prima domenica del mese, la gratuità in determinate occasioni, come San Valentino o la Settimana della Cultura, la gratuità a fasce particolari d’età. Ora, considerato che tranne la gratuità nella prima domenica del mese, le altre sono già pratiche consolidate, penso che la prossima innovazione che verrà introdotta sarà la gratuità la prima domenica del mese. Poi però non lamentatevi se il museo è mezzo chiuso perché non c’è sufficiente personale a coprire i festivi… Ah, volevo ricordarvi che è gratuito l’ingresso ai musei statali anche nel giorno del vostro compleanno. Solo che non lo sa nessuno, spesso neanche in biglietteria… Stesso approccio la domanda riserva alle riduzioni: in quali casi vorreste il biglietto ridotto? Invito a riflettere su come è formulata la domanda: “per favorire un maggiore avvicinamento ai luoghi della cultura..”: è questo che non va, è il fatto di pensare che la gente non va a visitare i musei perché i musei sono a pagamento; la gente non va a visitare i musei perché non è stimolata a farlo! Ma che siamo, nel periodo dei saldi, che ribassiamo i prezzi per invitare la gente a entrare? Venghino siori venghino? Una triste immagine davvero. E’ l’immagine di base che il museo deve cambiare di sé, non il prezzo: se i musei sapessero porsi meglio nei confronti dei visitatori, forse non ci sarebbe bisogno di ricorrere a mezzucci da saldi di fine stagione…

7. Quali categorie di visitatori, tra quelle indicate, dovrebbero poter usufruire di ingresso gratuito o tariffe agevolate?

Qui si vorrebbero ridiscutere le categorie di gratuità per fasce d’età. Di diverso dalla situazione attuale vedo la fascia d’età dai 19 ai 29 anni, categoria che oggi è limitata ai 26 anni con tariffazione ridotta, mentre è gratuita per gli studenti universitari in grado di esibire il certificato di iscrizione all’anno in corso (certe litigate all’epoca!). Ma cosa succede se la maggior parte dei compilatori del questionario decide che gli over 65 anni devono pagare il biglietto? Che verrà messo a pagamento? Dài, non è politicamente corretto! 😉

8. Per le sue abitudini e i suoi ritmi giornalieri, quale è la fascia oraria più adeguata per la vista a un museo?

Questa è una domanda interessante, perché se desse delle risposte piuttosto omogenee ci sarebbe di che rivedere l’orario di molte strutture statali che oggi continuano ad aprire fino alle 19 nonostante non si veda più il becco di un visitatore dalle 17, o che aprono alle 8.30 nonostante il primo visitatore arrivi alle 10. Peccato che poi anche in questo caso le soluzioni vanno valutate caso per caso, lette alla luce delle particolari esigenze e peculiarità del museo o del sito: è evidente che un’area archeologica d’inverno non può stare aperta fino alle 19, quindi se questa domanda serve per rendere più omogeneo il servizio “statale”, gli scogli da superare sono aguzzi e numerosi… 

9. Per le sue necessità riterrebbe utile l’apertura dei musei con orario prolungato in fasce notturne, a pagamento?

Necessità… bisogna vedere quali sono queste necessità… poi bisogna vedere di che museo stiamo parlando: a Firenze in particolari periodi gli Uffizi e l’Accademia hanno delle serate di apertura, quantomeno nel periodo estivo. Ma, di nuovo, si torna a bomba: per garantire un’apertura serale bisogna avere innanzitutto la possibilità economica di condurre un’operazione del genere. E in tempi come questi ciò non è poi così facile. 

Colosseo3.jpg

uffizi-gallery-florence1.jpg

In conclusione, il questionario non è forse una meraviglia, ma è già qualcosa. Il mio invito è di accogliere la chiamata, di partecipare, di dire la nostra, anche se è una “nostra” un po’ veicolata e molto parziale. Perché, ribadisco, le domande cui mi piacerebbe rispondere in un questionario sui musei statali non riguardano il prezzo, e non perché io entro gratis (!) ma perché non è questo il problema importante dei musei statali! Cosa volete voi dai luoghi della cultura statali in termini di accesso e accessibilità? Io vorrei degli standard minimi (perché spesso non ci sono neanche quelli!) di comunicazione, didascalie comprensibili, pannellistica chiara e completata magari anche da supporti multimediali funzionali e degni di questo nome (non un televisore che manda in continuazione un video muto con immagini più o meno evocative degli Etruschi, per esempio), un percorso espositivo chiaro, un’illuminazione adeguata delle opere… Il visitatore deve essere messo in condizioni da solo di comprendere che cos’ha davanti, non può sentirsi costretto a chiedere chiarimenti o aiuto al custode di sala e non perché il custode non sa rispondere (perché il custode invece spesso sa rispondere, tié!), ma  perché per molti è un disagio dover ammettere che non si è capito cosa si sta guardando. 

Infine, e davvero concludo, è importante aver coinvolto il pubblico della rete: ormai tutto passa da internet, attraverso i social network, l’informazione online, i blog e i siti web istituzionali. Bene che il ministero se ne sia accorto, bene che utilizzi la rete a fini di studio e ricerca, oltre che per autopromozione.

La Direzione Generale per la Valorizzazione è un organo che mi sembra faccia un ottimo lavoro a livello centrale: ha tante idee, progetti, usa molto la rete e i social network, (twitter, per esempio) dà l’immagine di un ministero che vuole essere attivo. Ma a tutta questa attività non corrisponde un’analoga risposta da parte degli organi periferici, che sono poi le soprintendenze che dovrebbbero recepire certe pratiche per applicarle nei luoghi della cultura che amministrano direttamente. Per esempio, se la Direzione Generale per la Valorizzazione è molto attiva e promuove l’attività sui social, non fa fare altrettanto ai luoghi periferici del Ministero, cosìcché tutto è lasciato all’iniziativa dei singoli. Ci vorrebbero standard da applicare su tutto il territorio nazionale. E non venitemi a dire che nelle soprintendenze non c’è sufficiente personale né personale in grado di occuparsi di cose di questo tipo. Sono stufa di sentire queste scuse. E anche di spiegare perché.