Quando un archeologo diventa un simbolo: Khaled Al Asaad

A 6 mesi dalla sua morte, ancora si parla di lui. E se ne parlerà ancora a lungo, nei mesi e negli anni a venire. Khaled Al Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira, in Siria, è stato barbaramente ucciso dagli uomini dell’ISIS nell’agosto del 2015. Dopo torture varie, quest’uomo di più di 80 anni è stato giustiziato sulla pubblica piazza, reo di non aver collaborato con gli uomini del Califfato che volevano trafugare i reperti del museo di Palmira. Per tutta risposta l’anziano archeologo è stato massacrato e con lui il sito di Palmira è stato barbaramente offeso, sia fisicamente, dato che alcuni suoi importanti monumenti sono stati letteralmente fatti saltare in aria, sia moralmente, dato che il grande teatro è diventato luogo di una memorabile esecuzione pubblica. Ne ho parlato già qui, per cui oggi non sto a ripetermi.

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell'ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Un riassunto per immagini di ciò che accade a Palmira: Kalhed al Asaad, La distruzione del tempio di Bel, il Festival dell’ISIS nel teatro romano. Fonte: Dailymail.co.uk

Oggi piuttosto voglio concentrarmi sulla figura di Khaled Al Asaad, o meglio, su quello che è diventato subito dopo la sua morte. Un archeologo tranquillo, o forse no, che svolgeva il suo lavoro con impegno e passione: questo era Al Asaad. Un archeologo come tanti ce ne sono al mondo, con i suoi pregi e senz’altro i suoi difetti, un essere umano come tutti. Era il direttore di Palmira, dunque non era il primo venuto. Era anche parecchio anziano, ma questo non lo ha minimamente turbato nell’ultimo periodo della sua vita, anzi.

Non conosciamo esattamente come sono andate le cose, perché molto ci sfugge in una nebulosa fatta di luoghi comuni, di sentito dire, di rimbalzato sui media e di propagandato dall’ISIS. Possiamo solo supporre come sia andata.

Allo scoppio della crisi in Medio Oriente le missioni archeologiche straniere sono state invitate a sospendere le proprie ricerche e ad andarsene (è ciò che è successo ad esempio ad Ebla); sono rimasti i preposti ai siti archeologici, che comunque vanno manutenuti, vanno preservati, vanno messi in salvo. Palmira, sito archeologico tra i più importanti del Vicino Oriente, è uno di questi. Alla sua guida, Khaled Al Asaad non ha dubbi sul da farsi. Mi immagino che abbia avuto qualche avvisaglia, magari lo ha avvertito qualche collega di altri siti, o magari vengono direttamente da lui gli emissari del Califfato, che con le buone cercano di farsi vendere o indicare i reperti archeologici più preziosi, e i loro depositi, dicendogli “in questa situazione di pericolo, è più prudente se li affidi a noi“. Immagino una situazione simile a quella che si verificò in Europa durante la II Guerra Mondiale, dove accanto all’occupazione nazista c’era la requisizione delle opere d’arte dei più importanti musei per farle confluire nella collezione del Fürher Museum. In questo caso, però, nessuna collezione si vuole arricchire, se non quella di collezionisti talmente malati da essere disposti a fare patti col diavolo (letteralmente) finanziando il terrorismo internazionale. Non è un segreto per nessuno: la notizia è risaputa ed è di dominio pubblico; anzi, si conoscono benissimo le dinamiche, come racconta quest’articolo del The Guardian, come funziona la domanda e l’offerta. Eppure non si costruisce ancora un’azione di contrasto efficace a questo mercato.

Immagino che Khaled Al Asaad abbia subodorato il pericolo e se già stava correndo ai ripari, si sia impegnato ancora di più per nascondere i reperti in un posto sicuro. E questo non è piaciuto al Califfato, che se vuole comprare armi ha bisogno di vendere sul mercato nero quante più opere d’arte antica possibile. I tentativi saranno diventati sempre più insistenti, le minacce anche, fino all’arresto, alla prigionia, alle torture. E niente. Khaled Al Asaad non parla, non rivela. Potrebbe essere il nonno di qualcuno dei ragazzetti armati che gli punta il fucile contro e che non ha manco idea di cosa sia Palmira. Trascinato sulla pubblica piazza, una volta appurato che l’archeologo non ha niente da perdere, che tanto sa che farà una brutta fine, e che forse il rimorso di tradire il suo credo di custode dell’antico e della memoria sarebbe peggio di qualunque altra cosa, viene barbaramente giustiziato.

La notizia fa il giro del mondo. E se dio vuole, Khaled Al Asaad diventa un martire. Un martire della cultura, il simbolo della difesa ad ogni costo del Patrimonio culturale mondiale. L’Italia da subito dichiara giornata di lutto nazionale, le occasioni di commemorazione si sprecano. Ma è bene che succeda. La gente deve sapere. Deve sapere che Khaled Al Asaad con la sua morte ci testimonia un evento che avviene sotto gli occhi di tutti, in continuazione: la distruzione di siti, opere archeologiche, monumenti, per camuffare l’esportazione di beni verso il mercato clandestino mondiale di opere d’arte. La favoletta dell’ideologia iconoclasta non ci incanta più. O meglio: è quella che fa presa sulle masse in Siria e in Iraq, per convincerle che il Califfato lotta anche contro gli Idoli del passato, blasfemi e corrotti. In realtà, l’ISIS ha proprio bisogno di quei beni, per poter mettere su un giro d’affari di migliaia, milioni di dollari, quelli necessari ad autofinanziarsi. Non si sa chi siano questi finanziatori. Paolo Matthiae, a TourismA, parlava di “tanti protagonisti occulti“.

Khaled Al Asaad in pochi mesi è diventato simbolo del patrimonio dell’umanità ferito, indifeso, stuprato, abbandonato, annientato alla cui distruzione noi restiamo impotenti, inebetiti, impietriti. Però, vuoi per coincidenza, vuoi per caso, da quando lui è stato ucciso qualcosa si è mosso: la proposta dei Caschi blu della cultura, che è diventata operativa pochi giorni fa, per esempio, è un primo passo. Ma un altro passo, importante, è l’informazione. Perché se circolano le notizie, se si sposta l’occhio dell’opinione pubblica su ciò che sta succedendo non solo in Siria, ma anche in Iraq, forse si riesce a fare una qualche azione di disturbo.

L’ICOM e l’UNESCO, ognuna per il suo specifico, stanno lavorando alacremente per trovare soluzioni. L’ICOM ha pubblicato una redlist dei materiali trafugati in Mesopotamia, dunque in Iraq, dove le distruzioni ai danni di Ninive/Mossul e di Nimrud sono sconcertanti. Il Califfato ha un suo ministero, Diwan-al-Rikaz, che letteralmente significa “Dipartimento delle cose preziose che vengono da sottoterra“: non ci vuole molto a capire che non si riferisce solo allo sfruttamento del petrolio, ma anche a ben altre “cose preziose“.

In un docufilm trasmesso a TourismA 2016, “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, Khaled Al Asaad lamentava il fatto che il patrimonio archeologico di Palmira è disperso nei vari grandi musei del mondo. Quella frase ascoltata oggi stona tantissimo. Se lui era dispiaciuto allora, chissà cos’ha provato quando neppure con la propria vita è riuscito a fermare la distruzione. Ormai lui non si può più opporre. Ma se il suo sacrificio è valso a qualcosa, ora tocca al mondo intero proteggere un patrimonio che non è solo palmireno, non è solo siriano, ma appartiene all’umanità tutta.

PS: questo post nasce a margine di TourismA 2016, durante il quale è stato dedicato più di un incontro alla situazione disastrosa del patrimonio culturale mediorientale.

Bene che se ne parli: “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità” a Paestum

All’indomani della distruzione del tempio di Bel a Palmira, ho reagito in maniera piuttosto accorata per i miei standard. Tanto è stato lo scoramento che non ho potuto fare a meno di scrivere così:

distruzione palmira

Quando è uscito il programma della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2015, ho deciso subito che avrei seguito l’evento “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità”: è un tema che ci tocca molto da vicino perché è attuale, intorno a noi, ora, e ci spinge a interrogarci sull’importanza del nostro patrimonio culturale mondiale e sul reale valore che hanno le culture e le civiltà dell’intero orbe terrarum. Nel passato intere civiltà sono state cancellate dall’odio e dalla pulizia etnica e culturale del più forte, del prevaricatore e del conquistatore. Ormai quelle distruzioni deliberate le possiamo assumere solo come fatti accaduti, storicizzati, li intendiamo pertanto come fatti storici, e come tali li studiamo. Mi riferisco ai Cristiani che distruggevano templi e statue di dei pagani, mi riferisco ai Conquistadores che distrussero forse anche non del tutto consapevolmente le civiltà mesoamericane, mi riferisco all’iconoclastia bizantina. Sono fatti avvenuti, non possiamo che prenderne atto, e imparare dalla storia.

Ma ciò che accade nel presente no. Abbiamo l’obbligo morale di impedire che ciò accada. Siamo testimoni del nostro tempo e assistere impassibili alla distruzione della memoria storica e del passato di un popolo è cosa che non si può più tollerare. Bisogna intervenire. Già a livello di UNESCO si inizia a parlare, relativamente ai crimini contro l’Umanità, dell’obbligo di salvaguardare la vita umana e le “pietre”. E se ancora qualcuno pensa che quei “4 sassi” siano inutili, ora vi racconto perché non è così.

A Paestum, all’incontro che si è tenuto il 30 ottobre nella Basilica Paleocristiana, non c’erano persone comuni, “personaggetti” che si sciacquano la bocca lanciando vuoti proclami e opinionisti della domenica. Non era un talk show quello cui abbiamo assistito; c’erano, piuttosto i protagonisti veri, le voci più in capitolo per poter parlare delle distruzioni perpetrate dall’Isis a Palmira e agli altri siti archeologici e non solo siriani. Mohamad Saleh mi ha colpito particolarmente: un uomo alto, magro, negli occhi una tristezza indicibile, nella voce una commozione che solo chi ha vissuto e vive quotidianamente un dramma può provare: Saleh è stato l’ultimo Direttore per il Turismo di Palmira: ha lavorato fianco a fianco per anni con Kalhed Al-Ashaad, per dire; ha vissuto da molto vicino le paure reali e i tormenti che hanno ucciso il suo collega. Nel suo intervento cerca di essere il più distaccato possibile. Ma al tempo stesso ogni coppia di immagini che mostra è uno strazio: mostra Palmira prima e dopo: il tempio di Bel nella sua interezza e la sequenza delle immagini che ne mostrano la distruzione; mostra il Road Silk Festival che si svolgeva ogni anno nel Teatro di Palmira e un nuovo festival, dell’Isis, celebrato quest’anno. Non ce lo racconta subito, ci viene svelato dopo, in un video che fa tremare: l’ISIS festival è un’esecuzione multipla eseguita da un plotone di soldati bambini. Il tutto avviene appunto nel teatro romano di Palmira, davanti agli occhi non solo del pubblico presente, ma di tutta la comunità internazionale che può godersi lo spettacolo su youtube.

"ISIS Festival" a Palmira. Fonte: https://themuslimissue.wordpress.com

“ISIS Festival” a Palmira. Fonte: themuslimissue.wordpress.com

Tornando all’archeologia, dopo queste incredibili immagini, non è solo Palmira ad essere stata distrutta: Palmira è il sito che fa notizia, il più noto a livello mondiale, ma quanti altri siti sono stati distrutti e saccheggiati, nel silenzio più totale perché, essendo sconosciuti ai più, non interessano alla comunità internazionale. Mohamad Saleh però ce li mostra, ci mostra anche le 5 mummie di Palmira, bruciate per la strada con un disprezzo che non è solo per l’oggetto archeologico, ma anche per gli esseri umani che queste mummie un tempo erano.

La scusa dietro la quale si nascondono i militanti dell’ISIS che distruggono è l’integralismo religioso. Ma quale religione!, risponde Mohamad Saleh: costoro hanno distruttto persino la Casa del Profeta, di Maometto, in Siria! Saleh è molto duro, non crede minimamente all’integralismo o al fanatismo religioso: ha visto con i propri occhi troppe contraddizioni. È disincantato, è duro, è arrabbiato. E non accetta la giustificazione religiosa. C’è altro.

Cos’è l’ “altro” lo dice Mounir Bouchenaki, UNESCO, che parla da subito del mercato illegale sempre più fiorente in quanto è una delle forme di autofinanziamento dell ISIS. In sostanza le distruzioni dei siti archeologici sono la punta di iceberg di un progetto di distruzione del patrimonio più vasto, che vede nel commercio clandestino di oggetti d’arte e d’archeologia il business maggiore. Bello schifo direte voi. E lo dico anch’io, perché un conto è pensare che un gruppo fanatico distrugge secondo un’ideologia malata che vede nelle testimonianze del passato un’idolatria da distruggere e nelle immagini di esseri viventi l’intento di sostituirsi a dio, unico fautore di tutte le cose animate; un altro conto è invece vendere al miglior offerente oggetti dei quali evidentemente il valore almeno economico è riconosciuto. Siamo tutti colpevoli, allora, tutti conniventi di questo sistema. Perché da dove credete che provengano i collezionisti disposti a pagare milioni per una statua della dea Ishtar? Dall’Occidente, quello stesso Occidente che condanna, senza però intervenire, le distruzioni.

Nel centro Mohamad Saleh, all'estrema destra Mounir Bouchenaki - foto BMTA

Nel centro Mohamad Saleh, all’estrema destra Mounir Bouchenaki – foto BMTA

L’UNESCO si impegna, racconta Bouchenaki, per salvare il salvabile, per educare i direttori delle antichità e dei musei e per sensibilizzare l’Interpol e attraverso di essa le polizie locali a contrastare il mercato illecito. Stante che omai le distruzioni sono state perpetrate, poi, quantomeno bisogna iniziare a pensare al dopo, al restauro. Per questo i Caschi Blu della Cultura, proposti dall’Italia, sono stati accolti con favore. Per ora sono una proposta, non c’è nulla di concreto, ma è già qualcosa.

Chi pensa che sarebbe più utile preoccuparsi degli uomini piuttosto che delle “pietre” è bene che abbia ben presente che quelle pietre sono il simbolo identitario della cultura di una nazione (nello specifico, quella siriana). Distruggendo quelle si distrugge la memoria, l’identità culturale, si cancella il concetto stesso di nazione. Per dirla con le parole di Paolo Matthiae, altro ospite ben informato sui fatti presente alla Borsa, si fa tabula rasa della memoria e della cultura. L’idea alla base è quella di creare un uomo nuovo, senza passato, senza legami, totalmente manovrabile. E questo dovrebbe fare tanta più paura. Matthiae racconta la sua esperienza come archeologo che dopo quasi 50 anni di lavoro a Ebla è stato costretto ad allontanarsi per la situazione della Siria e che ogni giorno guarda con preoccupazione ad una terra che sente sua.

Anche la testimonianza di Ivan Grozny è importante: lui, reporter di guerra, non ci parla dei beni culturali distrutti, ma in poche brevi pennellate ci dipinge un quadro della situazione in Siria: e capiamo che quello del Patrimonio Culturale è solo uno degli aspetti di questa distruzione di massa del popolo siriano. E allora torna la necessità di salvaguardare la vita umana, certo, ma anche le “pietre”, se vogliamo preservare l’identità di una nazione.

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

A sinistra Ben Moussa, direttore del Museo del Bardo. Foto BMTA

Il tema della distruzione del Patrimonio archeologico da parte dell’ISIS è, giustamente, particolarmente sentito. La Borsa di Paestum ha dedicato anche un premio a Kalhed Al-Ashaad, l’archeologo di Palmira morto “martire” per la difesa della città antica. L’Italia, è stato ricordato, è stato l’unico Paese a reagire alla notizia della sua morte: giornata di lutto nazionale, bandiere a mezz’asta. Un segnale forte di cordoglio nazionale perché evidentemente abbiamo riconosciuto nell’inutile uccisione di questo archeologo tutta la barbarie di questo conflitto.

E ancora: un incontro della Borsa è stato dedicato all’attentato al Museo del Bardo di Tunisi. L’evento è stato intitolato #pernondimenticare. E infatti è giusto avere sempre ben in mente cos’è successo e perché è grave un attentato in un museo, soprattutto quando quel museo è simbolo del passato di una nazione. A parlare c’era il direttore del Bardo, Moncef Ben Moussa, il quale ancora non si capacita di un tale atto di violenza, sottolineando il ruolo storico e culturale della Tunisia quale ponte tra l’Africa e l’Europa attraverso il Mediterraneo: storicamente e archeologicamente parlando, la Tunisia è terra di tolleranza e accoglienza e il Museo del bardo ne è testimonianza. Nonostante il dolore per il dramma nel quale il museo del Bardo è stato coinvolto, Ben Moussa ha portato un messaggio di speranza, concludendo che “Cultura ed educazione sono le uniche armi pacifiche per evitare la guerra”.