L’ombra degli Etruschi – mostra a Palazzo Pretorio

Fino al 31 agosto 2016, Palazzo Pretorio di Prato ospita la mostra “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo tra pianura e collina”, voluta dalla Soprintendenza Archeologia della Toscana, dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze e dal Comune di Prato. 

Chissà perché ombra. Chissà perché gli Etruschi lasciano un’ombra. Oppure, forse, la frase va letta al contrario, come a dire che Prato sorge, e vive, all’ombra degli Etruschi. In effetti non tutti sanno, anzi in pochi tra gli stessi Pratesi ne sono coscienti, che in località Gonfienti è stato rinvenuto negli anni ’90 un emporio etrusco di VI-V secolo a.C.

La piana di Sesto, e di Prato, ha da sempre vocazione agricola e commerciale. L’area, nei pressi del fiume Bisenzio, si trovava lungo l’antica via del Ferro che attraversava gli Appennini: una direttrice, più che una strada, ecco, che permetteva al ferro proveniente dall’Elba di attraversare l’area tirrenica per arrivare oltre, fino al versante Adriatico. Marzabotto, la città etrusca sul versante bolognese dell’Appennino, ha molti punti in comune, urbanisticamente parlando, con Gonfienti.

La coppa del pittore Douris rinvenuta a Gonfienti

La coppa del pittore Douris rinvenuta a Gonfienti

Il sito di Gonfienti non è particolarmente attraente a vedersi per chi è poco avvezzo all’archeologia. Eppure a suo tempo fu un centro ricco, nel quale giravano merci pregiate e i contatti erano di gran livello. Una coppa del pittore Douris, a figure rosse, datata al 475-470 a.C., è la cifra sulla quale si misura il livello, evidentemente alto, degli scambi con il mondo Mediterraneo e inserisce Gonfienti in traffici molto ampi, che partivano dall’Attica e non si limitavano alle tavole (e alle tombe) dei Signori di Maremma, ma andavano oltre, fino a Gonfienti, dov’erano destinati a servire negli “ambienti di ricevimento di un edificio residenziale” (cito dalla didascalia). Rappresenta nell’interno un erote in volo che incorona un uomo barbato; la scena è un po’ consunta, ma ciò non ha impedito l’attribuzione.

La stele fiesolana di San Tommaso

La stele fiesolana di San Tommaso

Ma il grosso della mostra (che comunque si sviluppa in due sole sale) è occupato dalle stele fiesolane. Queste sono segnacoli funerari così chiamati perché rinvenuti principalmente nell’area di Fiesole, ma anche nel Mugello e nell’area di Sesto e di Prato/Artimino. Non si sa a quali tipi di tombe fossero associati, perché non sono mai stati ritrovati nella loro collocazione originaria (in giacitura primaria, direbbero gli archeologi), ma in altra sede, magari reimpiegati come il Cippo di San Tommaso, che era stato murato nella chiesa di San Tommaso a Firenze. Fatto sta che sono un documento importante della presenza etrusca in questa parte di Toscana. Pardon, di Etruria.

Le stele sono ben illuminate, a portata di sguardo e di osservazione a occhio nudo. La luce radente permette di cogliere le sfumature del rilievo, l’altezza giusta consente di non sforzarsi in pose da Juri Chechi (pratese, che a proposito ho visto ieri in pizzeria) per l’osservazione da vicino.

Sullo sfondo gigantografie di foto d’epoca, nelle quali è mostrato il bel Giardino archeologico del Museo Archeologico Nazionale di Firenze (non l’avete mai visto? Miiiii!!! è aperto il sabato mattina, ma prima telefonate direttamente in museo allo 055 23575, oppure contattatelo su twitter, è @MAF_Firenze, o in alternativa contattate me, fate come vi pare) quando ancora erano sistemate all’aperto sculture di epoca etrusca come la stele fiesolana di Larth Ninie, la più importante, perché riporta il nome del defunto, o altri cippi, che erano sistemati sopra o accanto alle ricostruzioni dei tumuli etruschi visibili tuttora nel giardino (Per saperne di più leggete qui sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze).

Foto d'epoca: il Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. In primo piano la stele di Larth Ninie

Foto d’epoca: il Giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. In primo piano la stele di Larth Ninie (credits: Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

Personalmente sono contenta che il Museo Archeologico Nazionale di Firenze esca dai suoi confini per creare un dialogo con il territorio circostante. La storia che la mostra accenna appena (è spiegata nel catalogo, ma non tutti lo acquistano, nonostante costi solo 15 €) è quella della visione di un direttore, il primo direttore del museo, Luigi Adriano Milani, il quale già aveva intuito che le stele fiesolane costituivano un insieme di documenti unici nel loro genere.

Stele fiesolana di Sant'Ansano (Firenze, villa medicea di Castello)

Stele fiesolana di Sant’Ansano (Firenze, villa medicea di Castello)

Palazzo Pretorio, nel suo recente allestimento, risalente al 2014, è a tutti gli effetti il museo della città di Prato, costruito proprio in modo da raccontare, attraverso le opere, ma non solo, le vicende più importanti legate alla città. Da palazzo pubblico di Prato, ne custodisce l’identità e la storia. Come quella della Sacra Cintola della Madonna, che anche se è custodita in Duomo, è però un bene parimenti caro alla Chiesa e al Comune, tanto che sia il vescovo che il sindaco posseggono le chiavi della teca (ma ve lo racconterò un’altra volta). E se Palazzo Pretorio è credibile come museo della città, allora è perfettamente pertinente la scelta di esporre qui il capitolo della sua storia più antico.

Apprezzo la scelta della location e l’esito. Forse avrei affidato alle sale qualche spiegazione in più, ma va detto che è scaricabile gratuitamente, mediante qrcode, la guida della mostra. Forse avrei approfondito di più il tema Gonfienti, che varrebbe la pena davvero di raccontare per bene al pubblico dei Pratesi (e non solo): un centro così importante, e a indirizzo commerciale così come Prato, segno di una vocazione territoriale che non ha tempo, che scavalca i millenni. Qualche tempo fa gli instagramers di Prato, il gruppo di utenti pratesi attivi su Instagram, aveva organizzato e condotto un instameet, dunque un evento fotografico ribattuto sui social, proprio a Gonfienti. Ma bisogna fare di più. Gonfienti è Prato. Gonfienti è l’ombra di Prato. E viceversa.

Stele Fiesolane: ecco dove sono state rinvenute

Stele Fiesolane: ecco dove sono state rinvenute

Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere e gli Etruschi dall’Asia Minore

Da qualche tempo mi imbatto, vuoi casualmente, vuoi perché me la vado anche un po’ a cercare, nell’annosa questione dell’origine degli Etruschi, una domanda esistenziale alla quale molti cercano di dare risposta. Nelle puntate precedenti segnalavo che in mostra a Sydney  (Etruscans, a classical fantasy) gli Etruschi sono presentati come certamente originari dell’Asia Minore sulla base di risultati di analisi sul DNA di cui si parla in un articolo del Guardian del 2007; del resto anche in una piccolissima sezione della mostra Homo Sapiens, a Roma, si fa riferimento a questa teoria dandola quasi per certa rispetto alla tradizionale teoria che sostiene l’autoctonia degli Etruschi e la derivazione (sto semplificando, ovviamente) dai Villanoviani che vivevano nel Centro Italia nel IX-VIII secolo a.C. Storicamente, a sostegno della tesi che vorrebbe gli Etruschi provenienti dall’Asia Minore, si è sempre chiamata in causa la stele di Lemno (sulla quale non mi sto a dilungare) e il problema dell’alfabeto e della lingua etrusca.

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La stele di Lemno

 

Oggi la possibilità di affrontare nuovamente il problema, e di sperare di dargli una soluzione, è offerta dagli studi di genetica. Pare che ultimamente in molti si siano messi a studiare l’origine degli Etruschi e non solo, visto che una ricerca, condotta dall’Università di Pavia, ha riguardato anche i buoi toscani, ed ha concluso – almeno così hanno riportato le varie testate giornalistiche che hanno dato la notizia – che essi provengono dall’Asia Minore (qui il riferimento). Un’altra indagine ha stabilito che gli Etruschi stessi hanno più punti di contatto con il DNA delle popolazioni dell’Asia Minore che non con i Toscani attuali. Qui trovate un sintetico resoconto delle vicende genetiche.

Evidentemente la questione è abbastanza intricata, né io ho la competenza di un genetista per poter esprimere la mia opinione su ricerche di questo tipo. In sostanza si sostiene che siccome nel DNA toscano c’è una forte somiglianza (non conosco neanche bene i termini tecnici) col DNA delle popolazioni dell’Asia Minore, allora si suppone che davvero, come racconta Erodoto, gli Etruschi sarebbero partiti dall’Asia Minore (peraltro portandosi dietro le loro vacche) alla volta dell’Italia centrale dove, insediatisi in una terra abitata ancora dai bifolchi Villanoviani, avrebbero portato la scrittura, le città e forme più compiute di socialità. Io per esempio, così a sentimento, direi invece che la genetica mi dice da quali ceppi è formato il mio DNA e dove si localizzano geograficamente, ma non mi dice quando tali ceppi si sono formati. Voglio dire: se la genetica mi dice che gli Etruschi hanno un DNA che si riscontra nelle popolazioni microasiatiche, non mi può dire in quale momento della storia dell’uomo si è formato tale DNA. Non so se ho reso l’idea. La storia dell’uomo è piena zeppa di migrazioni e di spostamenti, e francamente non so come sono state condotte queste indagini: si è preso DNA etrusco, toscano attuale e dell’Asia Minore attuale? O dell’Asia Minore contemporanea alla presunta migrazione dei futuri Etruschi?                                                                                                              

Ma, incredibilmente, non è (solo) questo l’oggetto di questo post. Perché a corredo delle indagini genetiche, che evidentemente invece di risolvere la questione l’hanno solo complicata, si fanno avanti tutti quei bei castelli archeoastrofantalogici che quando li leggo mi fanno salire il sangue al cervello. A maggior ragione se sono pubblicati su riviste che si fregiano di essere scientifiche. Mi riferisco ad un articolo (anzi due) pubblicato sul primo numero (e sul secondo) della rivista di recente creazione Automata, edita da L’Erma di Bretschneider che riguarda proprio l’origine degli Etruschi alla luce delle recenti scoperte di genetica e, purtroppo, non solo di quelle. L’articolo nello specifico è Leonardo Magini, L’origine degli Etruschi e le recenti acquisizioni della scienza, Automata 1, 2006 (segue su Automata 2, 2007). Mi sono imbattuta in questo articolo per caso, come spesso succede, e mi sono messa a leggerlo, proprio con la curiosità di aggiornarmi sui nuovi risultati di cui parlavo più sopra. Ma… negli anni ho imparato che quando si infila un’immagine o un riferimento a Stonehenge dove non c’entra niente bisogna alzare un sopracciglio e diffidare… e invece l’articolo in questione si apre proprio con Stonehenge e con il riferimento ad un archeogeometra (tal Ranieri, una mia vecchia conoscenza…) che avrebbe scoperto che nella costruzione di Stonehenge come orologio solare i suoi costruttori avrebbero utilizzato le terne pitagoriche (sto semplificando) che però, all’epoca della costruzione di Stonehenge non erano sicuramente canonizzate come tali. Ammesso che sia vero, ovvero che i costruttori di Stonehenge avessero tali conoscenze matematiche e geometriche – delle quali invece ci dicono le fonti che furono scoperte dagli Egizi e/o nel Mediterraneo orientale – cosa si vorrebbe supporre? Non ci viene detto, ma l’aggancio ai druidi inglesi serve per introdurre l’altro popolo presso cui le terne pitagoriche e il teorema di Pitagora in sé non doveva essere noto e invece pare proprio che lo fosse, come parrebbe (parrebbe…) dalle proporzioni del tempio di Giove di Marzabotto e, udite udite, dall’organizzazione della società romana fatta dal re di Roma, ma etrusco, Servio Tullio, pochi anni prima che Pitagora canonizzasse il suo teorema. Senza starmi a perdere nei numeri (rimando all’articolo di Magini, sul quale è tutto spiegato), praticamente parrebbe (di nuovo: parrebbe…) che il numero totale di centurie che Servio Tullio volle (secondo la versione tradita da Dionigi di Alicarnasso), 193, sarebbe un numero pitagorico non casuale, in quanto 193 è la somma del quadrato di 12 più il quadrato di 7. Numeri simbolici di per sé, dato che 12 sono i segni zodiacali e 7 i corpi celesti erranti. Ammesso e non concesso che lo zodiaco e i corpi celesti erranti siano davvero stati chiamati in causa (cosa di cui per mia natura dubito), la domanda che sorge spontanea è: se Pitagora ha canonizzato conoscenze matematiche note nell’Oriente Mediterraneo, dove le ha apprese Servio Tullio prima dell’avvento di Pitagora? La risposta non ci viene data subito, come in una telenovela, ma è lì che bussa alla porta, si fa strada strisciando, serpeggiando lentamente tra le righe dell’articolo che ora va avanti, a cercare coincidenze tra il calendario romano e quello babilonese (su cui definitivamente taccio)…

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Automata, la rivista che ospita l’articolo in questione

 

La risposta ovvia ed evidente è una e una soltanto: gli Etruschi ne vengono dall’Asia Minore. Lì appresero le nozioni matematiche, geometriche, religiose che consentirono agli abitanti di Marzabotto di costruire un tempio a forma di tempio (cioè con 4 angoli retti… non saprei, è così difficile per un muratore costruire una casa con 4 lati e 4 angoli retti senza necessariamente conoscere il teorema di Pitagora? Ho troppa fiducia nelle capacità empiriche degli uomini di ogni tempo, evidentemente…) e a Servio Tullio di dare i numeri con le centurie di Roma.

A tutto questo si aggiungono poi le novità apportate dalla genetica, su cui mi sono già dilungata in apertura. La conclusione, inconfutabile, secondo l’autore dell’articolo, è una e inequivocabile: gli Etruschi sono originari dell’Asia Minore, e gli etruscologi che vanno ancora dietro alla teoria pallottiniana e nazionalista (sic!) dell’origine autoctona dovranno, volenti o nolenti, accettare questa nuova verità.

Dall’inizio alla fine l’articolo sembra più un post su un blog, come potrebbe essere questo, che non un articolo scientifico: Magini esprime una sua opinione, con toni spesso più colloquiali che scientifici, ma la esprime su una rivista scientifica, ed è questa la cosa grave. Non c’è ricerca dietro il suo articolo, c’è solo il commento ad alcune teorie e la citazione degli studi di genetica, che meriterebbero però, se si vuole seriamente affrontare il tema, più di una veloce lettura.

Lo so, lo ammetto, sono partita prevenuta e rimango sulle mie posizioni. Ma le argomentazioni portate a favore della provenienza dall’Asia Minore non mi sembrano convincenti. Mi sembra piuttosto, in qualche passaggio, di aver letto il copione di una puntata di Voyager.

Signori di Maremma. Quando la mostra è mutaSignori di Maremma. Quando la mostra è muta

Ha inaugurato a ottobre al Museo Archeologico Nazionale di Firenze la mostra “Signori di Maremma. Elites etrusche tra Populonia e Vulci. Quelle che seguono sono critiche che ormai non si vorrebbero più fare, perché rivelano che purtroppo non a tutti coloro che allestiscono mostre di archeologia è chiaro che esporre l’oggetto da solo non basta, ma occorre contestualizzarlo, agli occhi di un visitatore. L’esposizione si presenta più come un cabinet des merveilles che come una mostra scientifica: corredi tombali eccezionali, come quelli della tomba dei Flabelli di Populonia, e delle tombe del Duce e degli Avori a Marsiliana d’Albegna sono sistemati in tutto il loro splendore nelle vetrine, pezzi fondamentali dell’Etruscologia quali la Fibula Corsini da Marsiliana, il Carro di Populonia, la statua dal tumulo della Pietrera di Vetulonia ecc., sono esposti, sì, ma non spiegati. Stringate e incomprensibili ai più, le didascalie inizialmente poste in trasparenza (un’altra sfida per il visitatore, dal quale si pretendeva che in una vetrina in cui si affastellano oggetti eterogenei per forma, funzione e materiale, sapesse distinguere una kotyle da un kyathos, sapesse cos’è un alare, sapesse riconoscere in un tubolino metallico un affibbiaglio a pettine; sapesse soprattutto cos’è un affibbiaglio a pettine), da qualche mese a questa parte sono state sostituite da un micropannellino con le sagome degli oggetti e i numerini di riferimento. Poche, pochissime righe di spiegazione in più e non sempre, nella convinzione che siano gli oggetti a parlare, e che ogni spiegazione sia superflua.

Quindi non un pannello a illustrazione, anche parziale, della mostra, solo alcune gigantografie che focalizzano l’attenzione su alcuni oggetti e alcune citazioni di fonti classiche, come Posidonio di Apamea a proposito del banchetto. Per il resto nulla. Un diorama che rievoca la guerra, con clangore di spade in sottofondo, e due schermi che trasmettono a ripetizione immagini di reperti e di ambienti etruschi sono due concessioni al multimediale: ma non basta la rievocazione di un campo di battaglia per rendere moderno un allestimento. Gli oggetti nelle vetrine sono muti, non comunicano nulla al visitatore se non la loro bellezza. Ma siamo in un museo non ad una sfilata di moda, e il visitatore che si stupisce del bello forse vorrebbe sapere chi ha fatto l’oggetto e perché, chi lo possedeva e quando e come era utilizzato. Le pareti bianche tra una vetrina e l’altra sono ancora più vuote al pensiero di cosa poteva essere detto, e non è stato fatto, per favorire il visitatore nella comprensione. Oggetti muti, con cui il visitatore non può e non riesce a dialogare.

Esposizione fine a se stessa, ci si chiede a chi sia destinata. A quale pubblico si rivolge? Per chi è stata ideata, concepita e allestita questa mostra? Qual è il suo scopo? Chi progetta una mostra dovrebbe porsi queste domande e non darle per scontate. Altrimenti il risultato è quello della mostra di Firenze, in cui gli oggetti, belli ma muti, suscitano solo meraviglia, ma non conoscenza.