Valorizzazione, norme e prassi. Tra il dire e il fare c’è di mezzo…

Si è svolto oggi a Roma un incontro sul tema della valorizzazione dei BBCC all’interno di un ciclo organizzato dal Dottorato in Storia e Conservazione dell’Oggetto d’arte e d’architettura (nella fattispecie dal mio collega di dottorato Mirco Modolo). L’incontro di oggi aveva per tema la valorizzazione nell’ordinamento giuridico tra norme e prassi. A parlare sono intervenuti M.Cammelli e P. Petraroia, a tirare le conclusioni, come sempre, il prof. Manacorda. Come per lo scorso incontro sulla valorizzazione, per il quale avevo preparato un breve intervento, anche questa volta ho fatto la mia parte. Ecco il testo delle mie riflessioni sull’aspetto della valorizzazione da questo nuovo punto di vista che, da ignorante quale sono in materia di diritto, ho reinterpretato sotto un’altra forma: per prepararmi all’incontro, infatti ho voluto leggere gli atti del Primo colloquio sulla Valorizzazione, svoltosi a ottobre 2011 e organizzato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del MiBAC. Quanto segue sono le riflessioni scaturite dalla lettura di quel testo:

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Il volume è interessante perché accoglie lo stato dell’arte, al 2011, in materia di valorizzazione del patrimonio culturale, punto di partenza da cui prende le mosse l’attività della Direzione Generale per la Valorizzazione. Innanzitutto, la prima cosa che emerge, interessante a mio parere, è che un organo del ministero per i beni e le attività culturali non parla mai di beni culturali ma di patrimonio culturale, segno che è stata finalmente recepita – e infatti vi si fa spesso riferimento nei vari interventi che si susseguono – almeno nella teoria, una nuova definizione di patrimonio che non è costituita solo da beni materiali, ma anche da beni immateriali e dal territorio con il quale sono in relazione. Parlare di valorizzazione del patrimonio culturale diventa allora un tema molto ampio, dal punto di vista concettuale e teorico, che si deve però inevitabilmente scontrare con la quotidianità delle pratiche messe in atto in materia di valorizzazione. E qui il problema è quello della valorizzazione che è materia di legislazione condivisa, con tutto ciò che comporta in tema di dialogo tra le differenti istituzioni, l’amministrazione centrale nei suoi bracci periferici e gli enti territoriali, dialogo che spesso si risolve in un contrasto o in un nulla di fatto delle attività di gestione integrata del territorio.

Ritorno sul concetto di patrimonio nella sua accezione più larga così come finalmente è stata recepita, in seguito anche alla Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale del 2005 che è stata ratificata recentemente dall’Italia, perché interpreta il patrimonio culturale come fonte utile allo sviluppo umano. Così, il dibattito che si è sviluppato e che è tuttora in corso sulle strategie di valorizzazione integrata del patrimonio culturale vede attribuire ad esso un ruolo sempre più significativo nel quadro di modelli di sviluppo fondati sulle identità locali e sulla valorizzazione delle risorse dei territori. Il patrimonio culturale così delineato, come insieme di beni materiali, immateriali (intesi questi come saperi e creatività che creano una cultura materiale), contribuisce allo sviluppo sostenibile non solo producendo impatti economici, ma comportando benessere per la popolazione. Lo slogan, se così lo si può definire, della recente manifestazione di Florens, svoltasi a Firenze a novembre 2012 con lo scopo di coniugare bbcc ed economia, era per l’appunto “Cultura, qualità della vita”: e nell’ampio concetto di patrimonio culturale che anche in quell’occasione emergeva veniva inserita anche l’industria, in particolare della moda, in quanto frutto di creatività e saper fare che caratterizzano il made in Italy come un prodotto prettamente culturale.

primocolloquio.jpg&w=200&h=100&zc=1Tornando agli atti, si nota che, anche se si parla di patrimonio culturale in senso ampio, molta parte del discorso sulla valorizzazione viene ricondotta ai musei, o comunque ai singoli luoghi della cultura statali, che rimangono comunque la priorità del ministero. In particolare per quanto riguarda i musei, la direzione generale ha fatto avviare una serie di indagini di studio e di monitoraggio, nonché un recente sondaggio al pubblico dalla riuscita piuttosto discutibile, per capire in che direzione muoversi per la valorizzazione. È importante sottolineare che non emerge in modo chiaro tra gli stessi preposti alla valorizzazione, quale sia il significato operativo da attribuire a tale parola, visto che molti pensano ancora che valorizzare un museo si limiti ai famigerati servizi aggiuntivi, quando in realtà l’accoglienza è ben altra e maggiore cosa: è la capacità di comunicare al pubblico il museo. È fondamentale a tal proposito lo studio condotto da Ludovico Solima, che traccia un quadro del pubblico dei musei nel quale emerge chiaramente l’importanza di una comunicazione dentro il museo, attraverso i necessari supporti, una comunicazione che sia una narrazione, un racconto, e non abbia invece un approccio enciclopedico specifico sul singolo oggetto e slegato dal contesto. È cambiato l’interesse del pubblico nei confronti dell’oggetto nel museo, interessa il contesto, una storia, più che la descrizione e peggio ancora il nozionismo (che però è duro a morire). L’incontro col pubblico, poi, avviene ormai per la maggior parte via internet, dunque è questa via che va sviluppata ed è invece in questa via che i musei, archeologici soprattutto, sono carenti. Ma la domanda che mi pongo io, che lavoro in un museo archeologico nazionale, è: avuti i risultati di questa indagine, la Direzione Generale per la Valorizzazione che l’ha promossa, cosa fa nella pratica per far sì che le strutture museali statali si adeguino ai risultati di tale indagine? Mi sembra che manchi da parte dell’organo centrale un potere di controllo e di indirizzo concreto sull’operato delle sedi periferiche, per cui alla fine ringraziamo il professor Solima del suo lavoro, ma tutto resta come prima, o comunque lasciato alla singola discrezione di azione dei singoli luoghi della cultura.

Un’ulteriore nota che emerge, sempre leggendo gli atti, è che il Ministero, nei suoi bracci periferici, dunque le soprintendenze, non è in grado se non in rarissimi casi, di condurre progetti di valorizzazione territoriale: non per niente elementi presenti sul territorio come i musei diffusi, o le reti di musei, non sono mai statali, ma gestiti da enti locali. Raramente, poi, il progetto di valorizzazione di un sito archeologico è realizzato in modo da guardare anche all’esterno del recinto, ovvero al territorio che lo ospita: un recente convegno organizzato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna incentrato su progetti di valorizzazione da essa attuati mostrava in effetti delle buone pratiche che però sono poche isole felici in cui la valorizzazione è intesa non solo come nuovi pannelli all’interno dell’area archeologica, ma come costruzione di un sistema territoriale capace di far stringere un legame tra l’area archeologica e la popolazione che vi vive intorno, gettando i presupposti per lo sviluppo di un’identità locale. Accanto alle poche buone pratiche vi sono realtà dove invece, e sono la maggior parte, le soprintendenze non dialogano né con gli enti locali né con le altre soprintendenze insistenti sul territorio. Allora forse la Direzione Generale per la Valorizzazione, oltre a fare campagne pubblicitarie colorate o a concentrarsi sui social network, come fa ultimamente, dovrebbe piuttosto porsi come elemento di mediazione e di controllo nei progetti di valorizzazione territoriale integrata, che sono ormai l’esito naturale di quella nuova presa di coscienza che fa parlare di patrimonio culturale e non più soltanto di beni culturali.

Fin qui il testo del mio intervento che, ci tengo a sottolineare, riporta i contenuti  in soldoni degli atti senza sbilanciarsi troppo in considerazioni o critiche. Voglio solo sottolineare che quel convegno si poneva come punto di partenza per successive azioni, per il successivo lavoro della Direzione Generale della Valorizzazione e degli organismi preposti alla valorizzazione sul territorio coordinati dalla Direzione Generale. Il convegno si svolse nel 2011, gli atti sono stati pubblicati a fine 2012, siamo nel 2013 inoltrato. Non ho la competenza né le informazioni necessarie per stabilire se tra il dire e il fare ci sia stato  e ci sia di mezzo “e il”…

Mi piace poi soffermarmi su due concetti espressi da Daniele Manacorda nel suo intervento conclusivo: innanzitutto egli auspica che davvero nella pratica dei fatti si superi la distinzione in “beni archeologici”, “beni storicoartistici”, “beni architettonici” per arrivare ad un’unica concezione del Patrimonio che superi le specializzazioni delle soprintendenze e di conseguenze delle competenze troppo settorializzate che ormai stanno imbalsamando l’operatività sui beni culturali. Ma è il secondo concetto che esprime che mi ha fatto sorridere, vista l’attualità di ciò che sto seguendo con particolare attenzione in questi giorni: “la valorizzazione non è una funzione tecnica, ma culturale, ed è sociale, non pubblica. La valorizzazione è una funzione sociale che investe ciascuno di noi come membro della società, come privato cittadino”. E il pensiero corre, con un certo compiacimento, al “caso” delle invasioni digitali che si stanno spandendo a macchia d’olio, esponenzialmente giorno dopo giorno e che sono, come dicevo nello scorso post, proprio l’applicazione pratica di una società che si riappropria di luoghi che le appartengono e che le valorizza nel momento stesso in cui pone su di essi il proprio interesse riconoscendone il valore. E con questa benedizione accademica (e che benedizione accademica!) lascio la parola a voi, mentre io mi rivolgo ad una nuova avventura archeobloggogica di cui spero di potervi raccontare a breve, anzi brevissimo!

Ecco a voi “Il museo che vorrei”

Stamattina sono stati resi noti i risultati della consultazione pubblica indetta su internet lo scorso novembre dalla Direzione Generale del MiBAC per valutare eventuali nuove tendenze e desiderata da parte del pubblico dei musei statali in termini di accessibilità, orari e biglietti.

I risultati di “Il museo che vorrei” sono interessanti. Rispetto a qualche pronostico che avevo azzardato a fare io qui, basato principalmente sulla mia esperienza limitata ad un solo museo statale, le risposte sono diverse e aprono la strada a riflessioni e nuove idee da parte del ministero.

 

Lascio perdere i numeri, che potete reperire sul file messo a disposizione direttamente dal ministero, mentre mi voglio soffermare su alcune riflessioni che sorgevano a me e a quei pochi altri che hanno seguito il livetwitting su twitter con l’ashtag #ilmuseochevorrei e @MI_BAC. Ieri avevo chiesto tramite twitter se ci sarebbe stata una diretta streaming. Mi hanno detto di no e lì per lì ci sono rimasta male; poi però, vedendo stamattina la scarsa partecipazione di pubblico di twitter (assenti ad esempio le strutture statali che hanno twitter, Museo Archeologico di Venezia escluso [ma lì c’è il barbatrucco]), mi sono detta che effettivamente non aveva senso montare un video per farlo vedere a me e a pochi altri nullafacenti. Peccato però, perché i direttori delle varie strutture statali dovrebbero essere i primi ad essere interessati a questi argomenti.

Tra i vari risultati, mi sembra degna di qualche riflessione la proposta di aprire gratuitamente i musei una domenica al mese (nel questionario proponevano la prima, adesso A.M. Buzzi dice che sarà l’ultima): in questo modo si invitano i cittadini a visitare il museo, più ancora che i turisti. E questo è bene, perché va bene pensare al turismo culturale, ma spesso si rischia di perdere di vista la comunità civica espressione della cui identità storica il museo è portavoce per concentrarsi solo sul turismo di massa, con il pericolo, già evidente nei centri storici, che i cittadini si allontanino da un luogo che non sentono più loro perché snaturato. Una domenica del mese gratuita non parla dunque (solo) ai turisti, ma soprattutto agli abitanti. C’è un però: e riguarda la politica di gestione del personale di custodia che il MiBAC conduce e che per carenza di fondi si vede costretto a tagliare. Signori, parliamoci chiaro: il Ministero non ha i soldi per tenere i custodi a lavorare di domenica; d’altrocanto, però, il Ministero vuole incrementare i visitatori della domenica, probabilmente auspicando un servizio quanto migliore possibile. La direzione generale per la valorizzazione non parla con la direzione generale che si occupa del bilancio e della gestione del personale; ovvero, la mano destra non sa che fa la sinistra. Ora, mentre alcune realtà museali di un certo livello, come gli Uffizi ad esempio, possono reggere una situazione del genere, musei più piccoli o con meno personale, che tutte le domeniche lottano con la carenza di personale, rischiano invece di strozzarsi e di non offrire un servizio adeguato: domenica gratuita ma mezzo museo chiuso! Bell’affare! Forse varrebbe la pena che le due direzioni generali si mettessero a un tavolo e discutessero bene prima di prendere decisioni di questo tipo.

Da qui dipende un altro risultato: il pubblico vuole i musei aperti la sera e il ministero concederà qualcosina ma, avverte la Direttrice Generale Buzzi, siccome (vedi sopra) non ci sono fondi per il personale interno al ministero, la proposta è di far fare i custodi a dei volontari. Nulla contro il volontariato, per carità, ma è il primo passo per fornire un alibi al blocco delle assunzioni (la graduatoria dell’ultimo concorso deve ancora finire di scorrere) e un modo per sfruttare gratuitamente giovani – perché poi di loro si tratterebbe. Non mi piace, non mi piace per niente.

La Settimana della Cultura verrà spostata a data da destinarsi, in un periodo però di magra turistica: ottima idea, effettivamente il periodo scelto di solito è un macello in termini di affluenza di pubblico, per cui dirottare eventi gratuiti di questo tipo su periodacci come novembre o febbraio può essere un modo efficace per evitare il sovraffollamento nei soliti noti musei e per riempire le sale dei musei più “disgraziati” in tempi di carestia.

Personalmente sono un po’ delusa dalla scarsa risposta al questionario: 7043 adesioni sono poche rispetto al pubblico dei musei e rispetto agli utenti di internet. il Mibac dice di essere soddisfatto perché ha condotto un’efficace campagna pubblicitaria in rete attraverso i social network. Ma non mi sembrano numeri così alti per un sondaggio condotto su scala nazionale da un ministero. Sapete dove si è rotto l’ingranaggio? Esatto: proprio nel momento in cui l’informazione doveva essere trasmessa al pubblico reale dei musei da parte dei musei reali. Musei che però, come dicevo prima, oggi non hanno seguito la discussione dei risultati. I principali interessati da questo sondaggio sono quelli che non hanno veicolato il messaggio. E il risultato è che la consultazione pubblica nazionale si basa su 7000 risposte, checché ne abbia detto oggi G. Amassari: “La consultazione è uno strumento utile e democratico, di partecipazione!” 

Eppure il MiBAC è così contento di come utilizza i social network! In realtà, mi faceva notare Simone Gianolio, la visione del social media da parte del ministero è un po’ limitata o di parte, se vogliamo: viene considerata social una comunicazione che parte dal museo e arriva al pubblico, non il contrario, e non tra pubblico e pubblico in museo. Non considera, il MiBAC, che social network implica condivisione, condivisione anche di immagini, di immagini anche di opere d’arte, reperti e monumenti… caro Ministero, che vogliamo fare? Ci decidiamo ad esprimerci chiaramente in materia di riproduzioni fotografiche di Beni Culturali?

Non è “social” una comunicazione univoca da uno a molti, ma è social la comunicazione da molti a molti, che è alla base del web 2.0 nel quale i social network sono nati. Non si può parlare di fare social media solo perché si usa limitatamente uno o due social network (MiBAC lo sai che esiste Insagram? E Pinterest? Chi ha paura del lupo cattivo?).

Concludo con un suggerimento alla Direzione Generale per la Valorizzazione: da organo centrale cerchi di coordinare gli istituti periferici non semplicemente ordinando loro di aprire gratuitamente l’ultima domenica del mese, ma chiedendo quali sono i problemi, le difficoltà, le intenzioni. Riguardo l’utilizzo dei social media, lo sa il ministero quante sono le strutture statali che ne usufruiscono? Forse dovrebbe indicare degli standard minimi, delle linee guida. Fermo restando, però, che è inutile fare promozione in ambiente virtuale, quando il museo reale ha già delle lacune di comunicazione, accessibilità, informazione al pubblico. Prima il ministero vigili perché si risolvano i problemi reali, poi si occupi di quelli virtuali.

I-Archaeology: una nuova versione per I-mibac top 40

I-Mibac top 40, l’app del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dedicata ai luoghi della cultura statali in Italia, finalmente si migliora e si completa. Non parla più soltanto dei 40 musei o siti più visitati d’Italia (quelli che potenzialmente hanno meno bisogno di pubblicità), ma di tutti i luoghi della cultura statali.

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Nuova grafica, nuova impostazione, rimane la classifica dei 40 “top”, ma accanto, alla voce Luoghi, fornisce per ogni regione l’elenco completo dei luoghi della cultura, e di ciascun “luogo” mostra una breve scheda tecnica, completa di orari, indirizzo e prezzo del biglietto: informazioni pratiche accanto alla breve presentazione, ad una mappa per la localizzazione, la possibilità di aggiungere il singolo “luogo” tra i propri Preferiti e di pubblicarlo su Facebook (che fa molto social). Tra i Luoghi si individuano anche i “Percorsi”, ad uso e consumo dei turisti/visitatori per costruire un itinerario culturale che completi la visita di musei e siti statali.

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Palazzo Farnese a Caprarola è uno dei tanti Luoghi della Cultura statali ignoti ai più

E’ questa senza dubbio l’innovazione più grossa dell’app, che continua però a non essere disponibile su Google Play per Android. L’altra bella e utile innovazione è la rubrica “Altro”, in cui trovano posto gli eventi e le fiere del momento (Art&Tourism a Firenze, per esempio), le principali mostre, le curiosità (a random su luoghi della cultura in varie città d’Italia), un focus sulla Notte dei Musei del 19 maggio 2012 (aprendo il quale si segnalano i principali eventi correlati regione per regione), altre app correlate al Mibac (i-MiBAC Cinema Venezia, Torino e Roma e 150Italiamobile).

I-Mibac top 40 oggi non ha niente a che vedere con la prima versione, della quale avevo parlato qui. Al contrario di quella, la nuova versione è un’applicazione “smart”, mi si passi il termine, un’applicazione che ha un’effettiva utilità pratica, messa in mano ad un turista o semplicemente ad un italiano che vuole vedere qualcosa di nuovo e di diverso. L’Italia è ricca di luoghi della cultura sorprendentemente belli e interessanti; molti di essi sono di competenza statale, ma non vengono pubblicizzati con la stessa verve  che si usa per i VIP del nostro patrimonio (mi riferisco a Uffizi, Colosseo e Pompei, tanto per citarne tre), col risultato che le masse di visitatori vengono convogliate nei grandi Luoghi (nei top 40), mentre la minor parte va oltre, a scoprire anche il patrimonio più nascosto e meno pubblicizzato.

Oggi mi sento buona, la sorpresa della nuova versione di I-mibac top 40 è stata decisamente piacevole; i miei commenti sono pertanto positivi: finalmente si fa qualcosa di sensato per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, qualcosa al passo coi tempi e coi mezzi, qualcosa di non campato in aria. L’augurio è che questo sia l’inizio di una lunga serie di iniziative di valorizzazione, iniziative non fini a se stesse, ma inserite in un quadro generale di avvicinamento del pubblico (non solo, ma soprattutto italiano) al nostro importante patrimonio culturale.

Ottime notizie per i tombaroli! Arriva il condono sui Beni Archeologici

Ottime notizie per tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti! Così scriveva nel 2004 Salvatore Settis dalle pagine di Repubblica scagliandosi contro la proposta della parlamentare Carlucci dell’allora Forza Italia, che voleva proporre un condono, una sanatoria per chi possiede beni archeologici mai denunciati. Per beni archeologici mai denunciati si intendono collezioni di monete antiche, statue e sculture in genere, siano esse in pietra, in terracotta, in marmo, in bronzo, vasi antichi, siano essi in bucchero, ceramica attica a figure nere e/o rosse, anfore e vasellame di età romana, ecc., gioielli antichi – collane, pendenti, orecchini, fibule, torques -, gemme e cammei, devo continuare? Tutto ciò che proviene dal sottosuolo italiano e che sia di dubbia provenienza, ovvero non sia possibile accertarne il possesso da prima dell’entrata in vigore della legge del 1909, che per prima sancì che il possesso di tutto ciò che viene trovato sottoterra è dello Stato, ebbene, tutto ciò rientra nella categoria dei beni archeologici mai denunciati.

Poverini i collezionisti di antichità clandestini, costretti a vivere nell’ombra e nell’ombra costretti a godere della propria collezione. Mi viene in mente ad esempio la triste vicenda di quel collezionista di Serrapetrona, nelle Marche, morto da solo in casa nel suo personale museo perché temeva che si scoprisse il suo tesoro. Poverini i tombaroli, costretti a prendere tutte quelle precauzioni per non farsi beccare con le mani nel vaso non di marmellata, ma di Euphronios! Ma oggi forse non dovranno più temere, potranno uscire alla luce del sole! Perché di nuovo si torna alla carica, con una nuova proposta di condono che chiede ai collezionisti di denunciare il posseduto e di pagare una multa, così in cambio potranno tenersi il vaso che gli piace tanto. 

Qui la notizia, segnalatami, come sempre, da Lorenz:

http://www.repubblica.it/economia/2010/06/29/news/condono_beni_archeologici-5237458/?ref=HREC1-5

Vorrei capire il senso di questo condono: al governo c’è qualche collezionista che sente odore di Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che gli alitano sul collo? Si pensa così di risanare le povere casse dello Stato o del MiBAC? Aldilà del fatto che non credo che sarebbero molti i collezionisti pronti a pagare una multa che ammonta ad un terzo del valore dei beni da loro posseduti, non vedo efficace questa norma nella lotta al traffico illecito di beni culturali, non solo archeologici. Non solo, ma vanificherebbe il lavoro dei Carabinieri e dei Finanzieri coinvolti nella caccia ai traffici clandestini. Mi immagino costoro che indagano sulla ricerca dell’antico vaso, e stanno per prendere finalmente, dopo molto dispendio di tempo, energie e risorse, il famigerato collezionista clandestino il quale, all’indomani della legge si fa condonare pagando la multa e dice “tiè” agli inquirenti. Non è un bel gesto. E in questo modo poi cosa si fa? Nei confronti di musei e istituzioni straniere intendo: si condona anche a loro? Si va dal signor Paul Getty e gli si dice “Guarda, tu hai beni archeologici italiani per un valore di 100 milioni di euro: dacce li sordi“?. Questa proposta di legge mi lascia molto, ma molto perplessa.

Rimane allora l’antica vecchia idea, che sorge sempre sugli scavi quando lavi i troppi coccetti insignificanti di pareti di ceramica comune che sembrano non finire mai: perché non mettiamo su una bancarella fuori dallo scavo su cui vendiamo questi inutili frammentini? Almeno tiriamo su qualche soldo senza fare danni al patrimonio archeologico e possiamo autofinanziarci la campagna di scavo! La gente acquisterebbe sicuramente un coccetto ricordo dello scavo vicino a casa sua, non farebbe danno alla ricerca scientifica (naturalmente a meno che lo scopo dell’indagine non sia quantificare i framenti di parete di ceramica comune, questo è ovvio) e farebbe anzi un’opera meritoria: ve l’immaginate? Magari con quei soldi si potrebbe dare un obolo di partecipazione ai ragazzi volontari sugli scavi universitari, oppure si potrebbe fornire loro adeguata strumentazione, che è sempre troppo poca, oppure si potrebbe pagare la benzina per gli spostamenti. eh? non sarebbe poi così male!

Io la proposta l’ho fatta (in realtà è di Lorenz, ma la condivido in pieno). E adesso non datemi addosso perché ho espresso quest’opinione: non mi sembra molto peggio del condono che il nostro governo vuole approvare…

 

Se avete a cuore questo problema, e volete far sì che l’archeocondono non abbia luogo nè domani nè mai, firmate la petizione che dice NO ALL’ARCHEOCONDONO!

http://www.petizionionline.it/petizione/appello-contro-larcheocondono/1591

citando il MiBAC, la cultura è di tutti, partecipa  – e salvaguardala – anche tu!!

Bondi dice “I professori in esubero lavorino nei musei”. Sì, e i laureati in Beni culturali in esubero?

Su Corrieredellasera.it di oggi si può leggere la seguente notizia: http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Cronache/2010/02/07//professori-esubero-musei.conti_full.shtml

Bondi dice propone di risolvere il problema degli insegnanti in esubero proponendo di farli lavorare nei musei, dove invece scarseggia il personale. Non solo, ma per risolvere ulteriormente il problema propone di destinare 2000 volontari del servizio civile proprio ai musei, data la scarsità, ulteriormente ribadita, di personale.

Probabilmente il ministro scherza. Forse non si rende conto di come stanno e di come dovrebbero stare le cose.

Ecco una serie di punti che spiegano perché la proposta del ministro è priva di senso:

  1. insegnanti in esubero. Il ministro dice di impiegare nei musei gli insegnanti in esubero, previo il loro accordo e d’intesa col Ministero della Pubblica Istruzione. Bene. Il Ministro non sa che molti insegnanti in esubero sono ex-studenti di beni culturali che non riuscendo ad entrare a lavorare in un museo, si sono rivolti all’insegnamento. Andate a chiedere alla maggior parte dei neo-insegnanti che cercano con tutto il cuore di entrare in una scuola: molti l’hanno fatto perché non sono riusciti a trovare un impiego nel campo dei Beni Culturali.
  2. personale qualificato. La proposta del Ministro non fa riferimento ad una categoria in particolare di insegnanti (per esempio di storia dell’arte e simili). Quindi, in teoria, un professore in esubero di educazione tecnica o di matematica (con tutto il rispetto chiaramente), potrebbe finire a lavorare in un museo archeologico. E che ci azzecca? che ne sa? quale valore aggiunto potrebbe dare alla struttura museale rispetto ad un laureato in beni culturali – disoccupato perché il ministro pensa di soffiargli il posto dandolo ad un insegnante? Forse il ministro ignora i dettami dell’ICOM, International Council Of Museums, che sostengono che il personale museale debba essere qualificato, ovvero debba sapere che cosa è esposto nel museo, sia un po’ più di un semplice custode che sfoglia stancamente riviste su una sedia e che possa fornire un aiuto al pubblico.
  3. concorsi in corso. Prima di dare il posto agli insegnanti in esubero, il ministro dovrebbe risolvere la questione del concorso, bandito il 18 luglio 2008 e ancora in corso di espletamento (!) per il quale non sono ancora state aperte le assunzioni. Il concorso è per 500 nuovi assunti di cui 397 per strutture museali statali. Quando finalmente i 500 vincitori saranno assunti, c’è poi una graduatoria infinitamente lunga di concorsisti risultati idonei e che piano piano dovrebbero essere integrati nel sistema. Quindi 500 assunti più almeno altri 500 idonei su tutto il territorio nazionale. C’è una bella lista di individui prima di poter aprire le porte agli insegnanti in esubero.
  4. a ciascuno il suo mestiere. Tutti i ragazzi che hanno svolto il concorso hanno dovuto sostenere un programma di studio che spazia dal Patrimonio Culturale della Regione per cui hanno concorso a varie branche del Diritto, all’Inglese, all’Informatica. In sostanza hanno dovuto dimostrare di doversi sudare il posto. Forse hanno dovuto dimostrare una preparazione più elevata di quella realmente necessaria. Ma è proprio questo il punto: il livello del concorso è stato altissimo, fior di laureati e laureandi, dottorati e dottorandi, specializzati e specializzandi in materie afferenti ai Beni Culturali. I nuovi assunti avranno quindi un bagaglio culturale notevole; loro sì che daranno valore aggiunto alle strutture museali statali. E poi che si fa? Si torna indietro con gli insegnanti in esubero?
  5. niente contro gli insegnanti, ma… Naturalmente non sono contro gli insegnanti, ci mancherebbe. Ma credo che molti di loro, molti di quelli che credono che l’insegnamento sia una vocazione oltre che un mestiere, siano decisamente contro questa proposta. E poi una cosa: in che modo gli insegnanti entrerebbero a lavorare nei musei? Perché per lavorare nello Stato ci vogliono i concorsi..e  che si fa? Un concorso riservato agli insegnanti per andare a lavorare nei musei? Prevedo una mobilitazione nazionale dei laureati in Beni Culturali…  
  6. tirocini e servizio civile. Il propostone del ministro, l’idea che non c’era: far fare ai neo-laureati di beni culturali (almeno spero) un periodo di uno o due anni di tirocinio in soprintendenza o museo. wow! come se già non esistesse una cosa del genere! uno o due anni di tirocinio post-lauream consentono ai nostri bravi ragazzi di lavorare gratuitamente per lo stato. Poi vorrei sapere come si concilia questo modo per allungare il limbo prima di trovare un lavoro con l’ideona di Brunetta di cacciare di casa i ragazzetti a 18 anni. E con che cosa in mano se non hanno un lavoro che si possa considerare tale? tirocini post-laurea per 1 o 2 anni…ma siamo matti? E poi c’è l’idea del servizio civile, per la quale se da un lato posso essere d’accordo (anch’io ho provato a fare servizio civile in museo ma mi è andata male [cioè la parola museo sul Progetto era uno specchietto per le allodole]) dall’altro lato non risolve la situazione della carenza perenne di personale nei musei.

Il punto è, caro ministro che non leggerai mai né questo post né le proteste degli addetti ai lavori, che nei musei ci vuole personale qualificato, preparato questo mestiere, così come gli insegnanti dovrebbero fare il loro mestiere, ovvero insegnare. Per ogni mestiere ci vuole una preparazione, fanno i corsi professionali persino gli imbianchini! Perché in museo ci può lavorare chi ha scelto per la propria vita di fare tutt’altro? Ci rifletta caro ministro, ci rifletta. Lavorare nel campo dei beni culturali non è come farne il ministro…un conto è la politica, un conto è la vita vera e le sue vere esigenze. 

A San Valentino, innamorati dell’arte!

Ogni tanto qualche buona notizia! Anche perché altrimenti io stessa mi annoierei a leggere questo blog pieno solo di critiche e di anatemi contro malarcheologia, Voyager e simili. come se questa generazione di archeologi sapesse solo criticare il prossimo e basta. Quando ci sono delle buone notizie vanno segnalate. Quando il MiBAC propone un evento, è giusto dargli il necessario risalto.

Mi chiedevo giusto ieri sera, se potesse valere la pena di proporre per questo blog un post sulla rappresentazione dell’amore nell’arte antica e meno antica, proponendovi magari un itinerario italiano per andare a cogliere, almeno virtualmente, quelle grandi opere d’arte, famose in tutto il mondo, che hanno immortalato per sempre il sentimento più nobile.

Questa mattina vedo che il MiBAC propone l’evento “A San Valentino, innamorati dell’arte.“: un percorso questa volta reale, attraverso le aree e musei statali d’Italia per invitare il pubblico a passare una giornata di San Valentino in modo diverso, all’insegna della cultura. Naturalmente l’invito è una promozione: il 13 e il 14 febbraio le coppie che visiteranno aree e musei statali pagheranno un solo ingresso invece che due. Che aspettatge allora? scegliete l’itinerario che più vi aggrada! Qui trovate, direttamente alla pagina web del Mibac, l’elenco dei Luoghi della Cultura Statali che aderiscono all’iniziativa.

A San Valentino, se amate l’arte, non mettetela da parte! 🙂

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 Un’ultima considerazione riguarda la locandina: non la trovate meravigliosa?

A breve la nuova Riorganizzazione del MIBAC

Quante modifiche quante novità!

risale appena al novembre 2007 l’emanazione del Regolamento di riorganizzazione del MIBAC, DPR 233/2007, con il quale il Ministero risultava organizzato in un Segretariato Generale, 9 Direzioni Generali, 17 Direzioni Regionali a capo delle rispettive Soprintendenze di settore ecc ecc.

E’ di oggi la notizia che è stato approvato il nuovo regolamento. Ecco cosa dice l’ufficio stampa del ministero:

La seduta odierna del Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità in via definitiva, su proposta del Ministro Sandro Bondi, la riorganizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il testo, improntato a misure di maggiore razionalizzazione, efficienza ed economicità della Pubblica Amministrazione, introduce significative innovazioni mirate a esaltare l’azione di tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale nazionale e al contempo restituisce centralità alla salvaguardia del paesaggio nel contesto più generale delle belle arti. Tra le principali novità, infatti, vi è l’istituzione della Direzione Generale per la valorizzazione del Patrimonio Culturale, che consentirà maggiore incisività nella promozione e nello sviluppo di questo settore, con lo scopo di garantire una maggiore conoscibilità e fruibilità dei beni culturali.  Importante anche la costituzione della Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanee.
Il nuovo regolamento del Ministero diventerà efficace dopo la registrazione della Corte dei Conti e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Speriamo solo che la Gazzetta Ufficiale sarà pubblicata DOPO l’orale del concorso MIBAC….

Lettera aperta al ministro Bondi

Fornisco qui il link ad una lettera aperta al ministro Bondi scritta da una mia collega (mi sento di poterla definire così) archeologa specializzanda, quindi con un curriculum di studi pari alla sua esperienza di attività sul campo, quindi con un CV che continua a riempire, arricchendolo continuamente di nuove righe, ormai più per tenere il conto a memoria di quello che ha fatto che non in vista di un reale utilizzo. Il CV si allunga, si allunga sempre più, perché tante sono le esperienze effimere, di uno o due mesi, esperienze lavorative, o di stage, o di volontariato puro per l’università…come conosco tutto ciò… come mi riconosco in tutto ciò!

Perciò, se inserire il link qui può voler significare dare una maggiore visibilità alla lettera, che, ripeto, interpreta il sentimento popolare e il malcontento generale, lo faccio più che volentieri.

Nonostante i luoghi comuni in cui per forza incappa (l’Italia ha il patrimonio culturale più grande del mondo, necessità di concorsi pubblici – che peraltro in un modo o nell’altro si stanno svolgendo -, tagli di milioni e milioni di euro ai finanziamenti al Ministero), apprezzo soprattutto i toni assolutamente non polemici, pacati, tranquilli, come se davvero stesse seduta accanto a Bondi con una tazza di té in mano. Bello, mi ha colpito. Siamo sempre pronti ad accusare e ad aggredire, ma questa volta no. E questo mi piace.

Ecco il link:

http://www.chronica.it/2009/01/28/lettera-aperta-al-senatore-sandro-bondi-ministro-per-i-beni-e-le-attivita-culturali/

E Bondi farebbe cosa gradita a dare un cenno. Tanto sicuramente qualcuno del suo entourage gliela segnalerà. 

dai che ci siamo quasi!

IL 16 GENNAIO STA ARRIVANDO!

e finalmente sapremo la verità!

Il 16 gennaio 2009 finalmente il MIBAC che se l’è presa comoda, metterà on-line i risultati della pre-selezione al concorso per 500 posti ecc ecc.

Già su questo blog si era scatenata una piccola discussione in seguito a questo mio post: http://generazionediarcheologi.myblog.it/archive/2008/12/17/allora-sto-concorso.html

All’epoca, e si tratta di un mese fa, speravamo tutti che i risultati uscissero entro il 2008. Quale errore!

E così eccoci, ancora a guardarci negli occhi tutti i giorni, noi, popolo di archeologi senza un lavoro fisso, molti direttamente senza un lavoro, a sperare che il MIBAC ci dia un segno. Si sta creando un’attesa incredibile, quasi che fosse il risultato dell’intero concorso. E invece no, è solo di quella stupida e totalmente inadatta pre-selezione. Personalmente mi sono buttata nel concorso “anima e core”, per questo continuo ad insistere su questo punto.

Spero davvero che l’attesa-agonia il 16 gennaio finisca. E che dal MIBAC ci sappiano dire che dobbiamo fare della nostra vita.