FIRENZE ROMANA si mostra ai suoi cittadini

Si sta svolgendo questa settimana, concludendosi domenica 28 febbraio 2010, la mostra descrittiva “Firenze romana“: la città romana, dal I secolo a.C. al V secolo d.C., viene illustrata attraverso 33 pannelli che ripercorrono la storia della città antica, la sua topografia con i principali monumenti rinvenuti e quelli verosimilmente individuati, le scoperte recenti.

La storia della “scoperta archeologica” di Firenze è per forza di cose legata all’archeologia urbana e/o preventiva: l’emergere di vestigia della città antica è sempre stata legata a situazioni contingenti, ai lavori pubblici, all’edilizia, dalla fine dell’Ottocento in avanti. Questo fa sì che non sia possibile avere nel centro storico, che ricalca la colonia fondata da Cesare, delle aree archeologiche a cielo aperto: i ritrovamenti sono stati per la maggior parte ricoperti, in qualche caso, ad esempio gli scavi di fine 800, prelevati e rimontati nel giardino del Museo Archeologico Nazionale, oppure, nei casi più recenti, lasciati a vista, come succede nel caso di un tratto delle mura di cinta venuto in luce in via del Proconsolo e lasciato a vista al di sotto del pavimento di una boutique (la quale ama definirsi “museum store“). L’unica possibilità per vedere tutta insieme, quindi, la città antica, è, più ancora che esibire in mostra dei reperti, affidarsi a pannelli esplicativi, alla portata di tutti per la chiarezza dei contenuti e al tempo stesso molto approfonditi nei testi, per dare un’immagine a 360° dell’antica Florentia.

Pannello dopo pannello scorrono davanti al visitatore i principali monumenti della città: dalla Porta Contra Aquilonem, porta settentrionale di accesso alla città, rinvenuta a fine 800 e il suo corrispettivo, la Porta Meridionale, all’angolo tra via Vacchereccia e via Por Santa Maria. Dall’una all’altra correva il cardine massimo. Nel punto di incontro tra cardine massimo e decumano massimo si apriva la piazza del foro, in corrispondenza dell’attuale piazza della Repubblica, dominata dal capitolium, del quale si sono documentate due fasi, l’una di età tardorepubblicana, l’altra di età adrianea, quando la città, integrata nel percorso della Via Cassia, divenne un centro importante nella regione. Come ogni città che si rispetti, Florentia era servita da un acquedotto del quale, ancora a metà ‘700 si potevano vedere alcune arcate. La costruzione della Fortezza da Basso le obliterò per sempre. E a proposito di acqua, a Florentia abbondavano le terme: le terme del capitolium, le terme di Piazza della Signoria e le terme di Capaccio, di cui è rimasta memoria nel toponimo di via delle Terme, sono i tre impianti termali, notevoli per dimensioni, della città (anche se le terme di Capaccio sono ormai fuori le mura). In piazza della Signoria, negli scavi dei primi anni ’80, venne in luce, oltre alle terme, una fullonica, un impianto di tintoria su scala industriale. Quanto all’edilizia privata, è da segnalare la grande domus venuta in luce al di sotto/accanto al Battistero di San Giovanni. E passiamo agli edifici da spettacolo: l’anfiteatro era localizzato fuori dalle mura, vicino a Santa Croce, esattamente al di sotto di quella serie di palazzi che hanno quello strano andamento curvo, totalmente in contrasto con il resto della viabilità cittadina; l’anomalia è presto spiegata: i palazzi medievali si impostano direttamente sui muri che costituivano l’ellisse dell’anfiteatro. Diversa sorte è capitata invece al teatro, che è stato totalmente obliterato, ma da un edificio di tutto rispetto: da Palazzo Vecchio; al di sotto di esso scavi archeologici ancora in corso stanno portando alla luce parti della cavea, con i suoi corridoi di accesso.  

Alcuni importanti pannelli, alla fine del percorso, sono dedicati alle recenti scoperte, scoperte di cui probabilmente nulla si saprebbe data la scarsa risonanza che gli scavi di archeologia urbana hanno sui media anche a livello locale. La realizzazione della tramvia, negli ultimi tempi, è stata l’occasione per interventi di archeologia preventiva che hanno portato in luce resti e testimonianze che vanno dalla Preistoria fino al V secolo d.C. Tra i tanti si segnalano le strutture relative ad un quartiere romano databile al II-III secolo d.C. in viale Nenni.

A completamento della mostra pannellistica, per chi vuole, c’è la possibilità di vedere alcuni documentari sull’archeologia della città. Inoltre è possibile acquistare la pubblicazione dei 33 pannelli: chi ha paura di ingurgitare troppe informazioni tutte insieme leggendoli in mostra può così rivederseli con calma a casa.

La mostra si svolge in un ambiente piuttosto intimo, fuori dai percorsi turistici: nella sede del Quartiere 5, in via Lambruschini 33. E’ una mostra dedicata innanzitutto ai fiorentini, come mi dice Ennio Pecchioni, Consigliere del Gruppo Archeologico Fiorentino che ha organizzato la mostra: “C’è richiesta da parte degli abitanti; vengono le scolaresche e in generale c’è una buona affluenza di pubblico. Non è la prima volta che il Gruppo Archeologico Fiorentino organizza eventi di questo tipo, e a marzo la mostra si replicherà.”

Il Gruppo Archeologico Fiorentino, mi racconta Pecchioni, nasce nel 1972, quando si decise di riunire insieme i vari gruppi archeologici operanti sul territorio. Già nel 1977 organizza una prima mostra su Firenze romana, mostra che replica altre volte nel corso degli anni. Nel 2005, invece, organizza visite guidate agli scavi archeologici del teatro sotto Palazzo Vecchio. Chiaramente non manca l’attività scientifica: è grazie al Gruppo Archeologico Fiorentino che viene redatta la Carta Archeologica di Fiesole, un utile strumento di conoscenza, e quindi di tutela, dei beni, non solo archeologici, che si trovano dislocati sul territorio. Un’importante realtà, quella del Gruppo Archeologico, una voce in grado di dialogare e di collaborare attivamente con le Istituzioni, la Soprintendenza per i Beni Archeologici, in vista di un fine comune: la tutela e la valorizzazione dei beni archeologici e quindi la diffusione della conoscenza del passato della città.  

Gli Horti Pompeiani al Giardino di Boboli

Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!

Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.

Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.

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I giardini della Casa dei Pittori e della Casa dei Vettii

Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.

Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.

Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.

Marina Lo Blundo

Questo articolo è pubblicato anche su Archeoblog