Lux in arcana: ai Capitolini sono esposte pagine di storia

Non sei preparato, quando entri nella Sala degli Orazi e Curiazi di Palazzo dei Conservatori. Certo, sai indicativamente cosa troverai esposto, visto che hai scelto di visitare questa mostra, tuttavia non ti aspetti di trovarti lì davanti, primo documento che apre l’esposizione, nientemeno che l’abiura di Galileo, uno dei documenti più controversi della storia della Chiesa nei suoi rapporti con la scienza.

lux in arcana, abiura di Galileo

La firma di Galileo Galilei in calce all’abiura


Inizio d’impatto, dunque, per una mostra evento che espone per la prima volta fuori dalla Santa Sede i 100 documenti forse più importanti di tutto l’Archivio Segreto Vaticano. L’impatto mediatico è notevole fin dagli intenti (l’Archivio Segreto Vaticano, a 400 anni dalla sua costituzione nel 1612, è diventato una sorta di mito di massa da quando Dan Brown lo ha reso una location di uno dei suoi romanzi), quindi nel titolo, che sarà anche in latino, ma si fa capire benissimo: Lux in arcana, ovvero vengono esposti in pubblico documenti che finora erano custoditi gelosamente…; il buio nelle sale, poi, in realtà dovuto, come spiegato in mostra, alla sofferenza dei documenti nei confronti della luce, non fa altro che aumentare il clima di mistero che il pubblico ama tanto (o che si pensa che il pubblico ami tanto).

Dunque, si parte subito con Galileo, la cui abiura è posta, in un ben riuscito gioco di rimandi, sotto una grande statua di Urbano VIII, il papa che costrinse lo scienziato pisano a ritrattare le sue tesi astronomiche.

La mostra si articola in varie sezioni dedicate ai supporti e ai vari tipi di documenti, ai rapporti tra Chiesa e Impero/imperi/stati nazionali, ad alcune figure di donne, alla lotta alle eresie, ai rapporti con filosofi e scienziati, ai sigilli, espressione del potere. Documenti che hanno realmente scritto la storia della Chiesa e d’Europa sono esposti qui: oltre a Galileo c’è una lettera autografa di Michelangelo e una di Bernini, c’è una lettera completa di sigilli dei membri del parlamento inglese che chiedono al papa di annullare il matrimonio di Enrico VIII (dal rifiuto del papa deriverà la separazione della chiesa Anglicana); c’è la Regola di San Francesco d’Assisi bollata in un registro papale, un diploma imperiale di Federico Barbarossa, l’Editto di Worms di Carlo V contro Martin Lutero, nonché la scomunica a seguito della sua Riforma protestante…L’elenco è lungo, mi limito a nominare ancora il lungo rotolo del processo ai Templari di Francia negli anni 1309-1311, una lettera di Lucrezia Borgia a suo padre Alessandro VI e la bolla di indizione del Concilio di Trento.

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Una pagina del Registro dei giuramenti di fedeltà a papa Innocenzo VI imposti dal cardinale Gil de Albornoz alle città e ai feudi della Marca d’Ancona, 1356-1359


Ai documenti è affidata poi la spiegazione del conclave e delle sue regole: ciò che avviene a porte chiuse durante l’elezione del nuovo papa non è più un segreto, alla luce di queste testimonianze scritte, compresa una piantina della Cappella Sistina completa di note e dell’indicazione della porta da cui sono fatte entrare le vettovaglie, e, naturalmente, il primo documento che stabilisce le regole per l’elezione papale, risalente al 1273.

La mostra si sposta poi al piano superiore (un po’ macchinoso da trovare, ma per fortuna ben indicato). Qui, le ultime sezioni della mostra, tra cui una dedicata ai danni che possono subire i documenti e pertanto all’importanza del restauro e infine, con una bella ricostruzione di come è l’Archivio Segreto Vaticano al suo interno, veniamo ammessi all’ultima sezione, dedicata al cosiddetto “periodo chiuso”, che va dal 1939 ad oggi. Il nome deriva dal fatto che mentre il resto dell’Archivio è consultabile dagli studiosi, questa sezione, poiché riguardante anni troppo recenti, non è ancora accessibile. I documenti mostrati riguardano principalmente il periodo della II Guerra Mondiale, il bombardamento su Roma in primis, l’eccidio delle Fosse ardeatine fino ad una Madonna nera di Czestochowa donata al papa dalle detenute polacche di un campo di concentramento tedesco.

Lux in Arcana, così come l’archivio di cui vuole illustrare i pezzi di pregio, attraversa più di mille anni di storia (il più antico in mostra è un formulario di cancelleria del IX secolo d.C.). La scelta del percorso, però, non è di tipo cronologico, ma per tematiche.

Ero curiosa di visitare la mostra sia per il richiamo mediatico che ha suscitato e al quale non sono stata immune, sia perché ero curiosa di capire come gli allestitori avrebbero potuto rendere accattivante una mostra che per quanto esponga vere e proprie “pagine di storia” già di per sé attira-pubblico, ha sempre comunque a che fare con fogli di carta scritti e spesso e volentieri quasi indecifrabili.

La scelta è stata quella di affidare a schermi con testi brevi a tempi di lettura prestabiliti, la spiegazione del documento, il suo contesto, le informazioni accessorie che possono sempre servire. Avere la pazienza, però, di leggere per ognuno dei 100 documenti tutti i testi, aspettando che scorra il tempo necessario, non è impresa da poco, considerando anche il fatto che lo schermo scorre a prescindere dal visitatore che vi capita davanti; il quale rischia di iniziare la lettura senza sapere che il tempo a sua disposizione sta finendo e che dovrà sorbirsi tutto quanto il testo per poter concludere la frase rimasta in sospeso. Proprio perché non segue un andamento cronologico, poi, sarebbe stato utile dare più risalto alle date, che poi sono la prima cosa che il visitatore frettoloso guarda insieme al nome del documento. Invece la data è scritta in piccolo, al buio, non fa parte del testo che scorre nello schermo accanto al singolo documento.

Più da vicino i testi non li potremmo vedere: ci separa soltanto la teca di vetro che li protegge; noi non possiamo far altro che guardarli, indovinare le firme, laddove possibile, ammirare i sigilli, dove presenti, ammirare le miniature, nei pochi, ma superbi, testi miniati che vengono proposti. Non so, forse mi aspettavo più interazione con i testi: mi aspettavo di poter giocare di più a recitare la parte dell’archivista o dello storico che per la prima volta può toccare con mano (beh, forse con mano no) questi fondamentali oggetti scrivendo i quali è stata scritta la Storia.

lux in arcana, archivio segreto vaticano

Onore al merito per il catalogo: 14 euro per un volume interamente a colori; altro che quei cataloghi che costano tanto oro quanto pesano cui ci hanno abituato le grandi mostre in Italia!

Avrei voluto in questa sede parlare anche dell’app appositamente prodotta per la mostra, si chiama anch’essa Lux in arcana, che si scarica gratuitamente sia su dispositivi IOS che Android, e che accompagna il visitatore lungo il percorso espositivo spiegandogli i documenti come e meglio che in mostra. Peccato però che mi consenta di effettuare il download solo in presenza di wifi, cosa di cui io non dispongo! Vorrà dire che per ora mi accontento della visita reale, e rimando la visita virtuale ad un altro momento. Allora valuterò se l’app aggiunge qualcosa alla mostra reale o meno. Da un lato spero di sì, visto che altrimenti non saprei quale possa essere lo scopo di un’applicazione per smartphone o per tablet nel contesto di una mostra in cui bisogna guardare oggetti reali (forse per prepararsi alla visita? Forse per serbare un ricordo dei documenti una volta che si è visitata? Se così fosse allora ben venga; perché in mostra io preferirei vedere l’oggetto reale che non attraverso il medium del mio dispositivo), dall’altro spero di no perché allora vorrebbe dire che invece che utilizzare la tecnologia a favore di tutti, si fa una selezione tra chi può e chi non può, e si favorisce chi ha la possibilità di usufruirne più per un fattore di moda che non di reale necessità: perché la necessità è fare una comunicazione per tutti, non solo per molti.

Infine, segnalo la recensione della mostra da parte dell’Osservatorio Mostre e Musei della Scuola Normale Superiore di Pisa, soprattutto per la critica che solleva: sfruttare e sacrificare gli spazi di uno splendido palazzo qual è Palazzo dei Conservatori per una mostra che per quanto prestigiosa non permettersi di oscurare a questi livelli il suo contenitore. Un tema, questo, sul quale vale la pena di riflettere.