A Paestum… un anno dopo

Intanto godetevi questo video (poi troverò il modo di incorporarlo, non so perché non mi riesca)

http://youtu.be/78cSeFvVMOw

La squadra degli archeoblogger l'anno scorso a Paestum. Quest'anno siamo ancora di più!

La squadra degli archeoblogger l’anno scorso a Paestum. Quest’anno siamo ancora di più!

L’anno scorso fu una festa. Una scommessa, un incontro, uno scambio. Il I Incontro degli Archeoblogger alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum 2013 è stato un momento di confronto tra i più attivi blogger di archeologia in Italia per fare il punto della situazione sulla nostra presenza nel web, sul perché e sul come porsi nei confronti del pubblico, su come affrontare la comunicazione dell’archeologia. L’entusiasmo per l’evento, prima durante e dopo, è stato grande e quel gruppo di blogger abitualmente si consulta e dialoga: abbiamo partecipato in forze al Day of Archaeology del 10 luglio 2014, per esempio, e ci stiamo coordinando per altre iniziative (che scoprirete più avanti). In sostanza, stiamo riuscendo a costruire una rete e a “fare cose” insieme. Ovvio, nei limiti delle nostre vite quotidiane e delle distanze: ma il bello di internet è proprio questo, che abbatte le distanze fisiche e geografiche e consente azioni, operazioni e collaborazioni unendo in un unico spazio virtuale tante esperienze fisicamente lontane. Così è stato più che naturale scoprire di essere invitati al II Incontro degli Archeoblogger, che quest’anno ha un titolo altisonante e dal sapore internazionale, “Social Media & Archaeological Heritage Forum“: e noi ci ritroviamo, più motivati che mai, a parlare di social media. Perché ormai il blog da solo non conta nulla, se non viene amplificato sui social network. E soprattutto il blogger ha bisogno di avere una voce più ampia, che esca dalle pagine del suo blog per andare ad arricchire il dibattito intorno ai temi che lo interessano. Il luogo dei social network diventa per il blogger la piazza dell’approfondimento, delle relazioni, delle reti di nuove conoscenze, della nascita di nuovi progetti. Guardate noi archeoblogger: tra molti non ci saremmo mai incontrati né conosciuti senza i social network, che sono sempre più fondamentali per creare, coordinare e portare avanti strategie comuni di azione, ma anche per darci man forte gli uni con gli altri. Siamo a tutti gli effetti una squadra, perché grazie ai social riusciamo a fare gruppo e ad aprirci ad altre realtà. Infatti quest’anno, rispetto all’anno scorso, la squadra è ampliata e rispetto ai soliti noti nuove voci verranno ad animare l’Incontro nella bella sede del Museo di Paestum.

Per quanto mi riguarda, darò sempre voce alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L’anno scorso avevo parlato del blog, quest’anno mi focalizzerò sul sistema social di Archeotoscana, in particolare su twitter che tante gioie mi/ci dà, e dialogherò con Stefano Rossi, mio collega della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che parlerà della sua realtà social. Faremo un confronto, mostreremo che due realtà sostanzialmente molto simili gestiscono in maniera differente la comunicazione perché in questa fase siamo ancora un po’ abbandonati a noi stessi, dato che ancora non esiste un coordinamento dei social a livello centrale, cosa che invece sarebbe auspicabile. E proprio su questo aspetto vorrei insistere, approfittando anche della presenza della Direttrice Generale per la Valorizzazione Buzzi: perché il censimento dei profili social del MiBACT che è stato voluto poco tempo fa non deve restare un’azione fine a se stessa, ma deve portare a qualcosa di concreto in termini di strategie di comunicazione. Ed ecco, vorrei proprio che la Buzzi ci dicesse qualcosa in merito e penso, spero anzi, che la sua partecipazione all’incontro sia proprio per questo, per rassicurarci sulle intenzioni del Ministero e per annunciarci qualche concreto progetto di comunicazione tra centro e periferia. Staremo a vedere.

Come spesso ultimamente, con me verrà la Chimera, già protagonista del video di apertura insieme agli altri blogger. Le farò fare un bel tour di Paestum e del suo museo, le farò mangiare la mozzarella di bufala e probabilmente attraverso di lei vi racconterò, al nostro ritorno, com’è andata. Seguiteci in questa impresa, il 31 ottobre 2014 dalle 15 in avanti: ne vedrete e sentirete delle belle.

Giornata Informativa sui Social Network del MiBACT? Mi piace! (ma con qualche appunto)

Twitter-DGValIeri si è svolta a Roma la Giornata Informativa sui social network del MiBACT. Promossa dalla Direzione Generale per la Valorizzazione, presieduta dalla Direttrice Generale A.M. Buzzi, ha visto partecipare quanti (non tutti) all’interno dei vari Istituti statali si occupano o vorrebbero occuparsi dell’aspetto social della promozione e della valorizzazione.

Sul blog del Museo Archeologico Nazionale di Venezia ho già raccontato di cosa si è trattato. Qui cercherò di approfondire ulteriormente la questione (magari con qualche spunto critico in più)

Dico da subito che aldilà dei problemi che ci sono e che sempre ci saranno, insiti in una struttura che fa fatica a recepire il nuovo anche perché retta principalmente da persone poco aperte al nuovo (nonché appartenenti ad un’altra generazione) io mi ritengo soddisfatta. E vi spiego subito perché:

    • E’ importante che si sia fatto, è importante che la sede centrale abbia deciso di guardare in faccia almeno una volta chi in periferia si occupa della comunicazione via social. E’ importante perché dato che non esiste (ancora) un coordinamento a livello centrale, almeno cominciamo a guardarci e a contarci, così magari smettiamo di essere tante isole sperdute che ignorano l’esistenza l’una dell’altra. Ma soprattutto, è importante che si sia fatto in modalità aperta! Streaming, livetwitting con un ashtag appositamente creato, #MIBACTsocial: è stato senza dubbio un importante segnale da parte del Ministero. Soprattutto perché non era scontato, anzi, sinceramente mai più l’avrei immaginato (troppi choc tutti insieme, poi: innanzitutto un incontro specifico sul tema social, poi il live, e pure il wifi aperto per i presenti in sala!)
    • Dunque finalmente ci riuniamo tutti insieme e la Direzione Generale per la Valorizzazione si prende in carico di incontrarci (più o meno) tutti. Ma c’è un ma: essendo partito tutto per iniziativa di singoli (parlo della presenza sui social da parte dei vari Istituti), nonostante una Direzione Generale per la Valorizzazione attiva su facebook dal 2009, che avrebbe potuto quantomeno suggerire ai vari Luoghi della Cultura di fare qualcosa in merito, sul territorio social ci sono forti disparità. Nella sala erano riunite insieme persone relativamente esperte e persone totalmente ignoranti in materia. La stessa Direttrice Generale Buzzi non dimostra di avere molto le idee chiare in merito.
    • Non sto a disquisire troppo sui contenuti dei due interventi di Giuseppe Ariano, l’ “uomo social” del MiBACT, e di Livia Iacolare di Twitter Italia (colei che, per capirci, ha seguito la #museumweek). Lei ha spiegato dall’ABC come si usa twitter dato che in molti tra i presenti non conoscevano lo strumento. Da Ariano mi sarei aspettata qualche esempio in più di buone pratiche dagli esempi già esistenti in Italia. Bello il video della serata al Louvre per i fans della pagina FB, ma siccome non siamo in Francia e molti qui non hanno neanche idea di cosa sia Facebook, forse poteva valere la pena di far vedere esempi semplici, da cui trarre magari qualche idea realizzabile per il futuro (tra l’altro, l’idea di Brera sui film ambientati nei musei è molto bella, chissà che non la riprendiamo a Firenze… 😉 ). Inoltre, vorrei far notare che dietro la pagina facebook del Louvre c’è una progettualità che noi manco ce la sogniamo. E torno a dire alla Direttrice Generale Buzzi che non possiamo “aprire aprire aprire” pagine facebook e account twitter come se piovesse, ma dobbiamo aprire con criterio, con cognizione di causa, sapendo fin dall’inizio cosa e a chi vogliamo comunicare.
    • Si è parlato di usare i social solo per promuovere. Ma la promozione è solo un aspetto della comunicazione, importante certo, ma non esclusivo. Per questo si deve occupare dei social personale interno, che conosce l’Istituto di cui parla, ma non solo: anche personale che conosca la materia (sì, sto parlando di quell’esercito di assistenti alla vigilanza ecc ecc di cui faccio parte anch’io, che sono più che formati nella loro disciplina e che sanno utilizzare questi strumenti). Il tema non è così banale: chi se ne occupa? Chi se ne deve occupare? E quale ruolo deve avere all’interno dell’Istituto? A chi diceva “mancano le risorse, manca il personale”, un’ottima Paola Villari rispondeva che le figure ci sono e sono proprio quei giovani assistenti alla vigilanza ecc ecc che sono stati assunti con l’ultimo concorso (e un’agghiacciante Buzzi chiedeva “Che concorso, scusi?”). Ma soprattutto nessuno in sala ha detto il nome della figura professionale che serve: il social media manager. Ma del resto non mi stupisco. Per fortuna ci ha pensato il pubblico a casa a ricordarlo…
  • Oggi si è parlato in generale, ma mancano delle linee guida e un coordinamento che va fatto. Va fatto perché siamo tutti istituti periferici che devono per forza di cose riferirsi ad un organo centrale. Quindi pur nella discrezionalità dei singoli, e nelle varie attività a livello periferico che ciascuno decide di promuovere, occorre che il @MiBACT dia delle direttive comuni, delle strategie, magari, soprattutto contribuisca a creare una rete, metta in collegamento per esempio tutti gli Istituti afferenti, che ne so, all’archeologia in modo che possano fare un determinato tipo di comunicazione, e colleghi dall’altra parte tutte le biblioteche, sempre per esempio: l’unione fa la forza, e questa è solo un’idea. Ma io non ho i mezzi per farlo, occorre che chi sta al centro coordini una rete di questo tipo.
  • è stata lanciata l’idea, che probabilmente avrà attuazione, di fare altri incontri di questo tipo, e che da informazione si passi a formazione. Personalmente proporrei che nel corso di questi incontri futuri si presentassero delle buone pratiche, degli esempi, si stabilissero quelle linee guida di cui c’è bisogno, si costruisse davvero il concetto di rete. Staremo a vedere. Ah, e visto che pare che il 30 ottobre a Paestum si parlerà di social network (così mi ha informato un tweet) non sarebbe pensata male di farsi vedere compatti e con un’idea.
  • Il bilancio comunque è positivo. Bene che se ne sia parlato, bene l’intenzione di rinnovare questi appuntamenti, bene che il tutto si sia svolto in modalità open. Il livetwitting (che ho raccolto in uno storify) non deve rimanere lettera morta: le conversazioni sviluppatesi nel corso della diretta streaming anche e soprattutto tra i non-MiBACT, ovviamente più critici, sono ricche di spunti di riflessione su cui sono convinta che la Direzione Generale per la Valorizzazione dovrebbe riflettere.

In difesa dei “bradipi tecnologici”..

Stamattina ero (e sono tuttora) a lavoro con la mia collega/compagna di avventure 2.0 Silvia per Archeotoscana, il blog della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che curiamo ormai da maggio 2013. Mentre pubblichiamo un aggiornamento del blog, smartphone alla mano, mi arriva la notizia di un articolo pubblicato su LaStampa.it: I Musei? Bradipi tecnologici “Cinguettano” poco e male. Interrompo la redazione del prossimo post che verrà pubblicato sul blog e mi dedico alla lettura.

Molti probabilmente, leggendo quest’articolo diranno “eh, sì, già, vedi? come al solito! Abbiamo il patrimonio più grande del mondo e lo curiamo poco e male” e altri luoghi comuni di questo tipo. Ma chi è interessato ad articoli su questi temi si sarà stufato di leggere sempre le stesse cose, no? Io per esempio, che sono abbastanza addentro al tema, potrei dire di aver letto le stesse identiche cose un anno fa. Di nuovo nell’articolo c’è infatti solo la citazione di @paolina_BB, opera d’arte twittante tra le più famose in questo momento in Italia (tra l’altro, grazie di esistere!).

Ma che racconta quest’articolo, tanto da spingermi a scrivere una risposta?

Semplicemente racconta che i musei italiani sono gli ultimi degli ultimi per quanto riguarda la promozione in rete e nel mondo dei social media, che gli esempi americani come al solito sono al passo coi tempi mentre in Italia siamo pessimi. Qualche dato alla mano alquanto triste, certamente, le eccellenze (e menomale, almeno quelle) che però afferiscono ai musei di arte contemporanea e quindi per vocazione più sensibili alle formule “nuove” di interazione e di engagement col pubblico. E poi si spara sulla croce rossa, ovvero nominando i casi più noti: e il @polomuseale di Firenze, e i musei Vaticani (che non sono Italia!), e Pompei (ma come, cade a pezzi [altro luogo comune] e pretendete che abbia twitter?) e il povero Museo Egizio di Torino che ha 128 followers e neanche un tweet.

Orbene, per un museo egizio che non twitta e per un polo museale che non sta dietro ai suoi mille-e-passa followers, esistono una serie di realtà più piccole, ma non per questo meno importanti, di musei su twitter. Musei che evidentemente l’autrice dell’articolo de La Stampa non conosce. Musei che però sono attivi e utilizzano i social media perché alle spalle hanno persone che credono che sia questa la frontiera NON della promozione, ma proprio della COMUNICAZIONE. Altrimenti a che pro creare conversazioni, inserirsi qua e là, rispondere ai followers, comunicare con musei anche dall’altra parte del mondo? Mica solo per promuoversi. Fosse tutto lì, sarebbe molto triste e limitato. E chi usa twitter con questo mero scopo non ha capito nulla.

Il motivo per cui mi sono sentita punta nel vivo è che io ne gestisco due di account di musei (archeologici e statali, tra l’altro) su twitter, mica uno! E con la mia collega (e con la collaborazione delle altre mie colleghe della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana) gestiamo anche la pagina Facebook e Pinterest. Che non mi sembra poco. Quindi parlo a ragion veduta di cose che la giornalista de La Stampa evidentemente conosce poco. Senza presunzione, né polemica, le spiego come lavoriamo per Archeotoscana.

Archeotoscana è un sistema che si compone di blog, di pagina facebook e di Pinterest, dedicato alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Ad essi si aggiunge la fondamentale presenza di @MAF_Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, su twitter. Dico fondamentale non perché son ganza io, ma perché twitter è il luogo migliore in cui si riesce a fare comunicazione e a stringere conversazioni e relazioni con tutti i tipi di utenza. All’account twitter del MAF si aggiunge, certo non ufficiale, ma molto importante, l’account della @chimeraMAF (e questo non è un fake). I risultati li abbiamo, e sono a mio parere molto positivi: perché se tramite la rete che costruiamo nei social riusciamo a portare anche uno solo dei nostri followers a visitare il museo reale, fosse soltanto per vedere quella chimera che twitta in continuazione.. beh, abbiamo raggiunto il nostro scopo. Il nostro scopo è portare gente a visitare i musei, non avere un milione di followers!

Twitter è un mezzo, non è un fine, così come il blog è un mezzo, così come la pagina facebook è un mezzo. Serve a poco twittare se poi il museo reale non è accogliente. Di questo sono assolutamente convinta. Per questo lavoro ogni giorno e in questo credo. Non mi piace, poi, leggere sempre notizie negative: maledizione, ci sono le pratiche positive, perché non si parla mai di quelle? Perché piace per forza fare polemica? Perché dover dire per forza che le cose non vanno? Perché invece non dire che ci sono delle realtà che funzionano, o che per lo meno si sforzano di funzionare, perché non dire che ci sono dei buoni esempi in giro? Perché non dovrebbero far notizia le buone pratiche? Leggeremo mai un articolo che invece di intitolarsi “Musei italiani bradipi tecnologici cinguettano poco e male” si intitoli “Il risveglio dei musei italiani riempie la rete di cinguettii“?

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Aggiungo una cosa: siamo in un momento in cui da più parti si sente la necessità di svegliare i musei italiani dal loro torpore, meglio, dal loro arroccamento in un’istituzione chiusa e che considera se stessa come già da sé giustificatrice di fare cultura. Molti sono i musei che pensano (li personifico nei loro direttori) che basti che il museo esista con i suoi reperti sistemati nelle vetrine, per fare cultura. Questo non andava bene già nell’800, figuriamoci ora! Il museo, in quanto calato nella società deve evolversi con essa. Progetti molto belli come #svegliamuseo e le invasioni digitali sono esempi di scosse date dall’esterno ai musei, ma che molti musei stanno recependo. Non sarà il @poloMuseale a recepirli, pazienza, ma in Italia, se dio vuole, non ci sono solo gli Uffizi.

Detto questo, e concludo, non voglio incensare il mio lavoro: io non faccio altro che mettere in pratica per i musei idee che mi sono fatta osservando la rete e traendo le mie conclusioni. Voglio solo sottolineare che non è tutto così negativo in Italia. Al contrario, è tutto molto fluido. Ed è bello che sia così.

Musei e social network. A che punto è l’Italia?

Leggevo stamani un articolo tratto da Kulturize.com dedicato ai 3 social network indispensabili per un museo. Articolo interessante, suggerisce che ogni sito web di museo dovrebbe essere arricchito, oltre che dai consueti, ormai quasi vetusti, Facebook e Twitter, anche da una propria pagina su Flickr per le immagini, Youtube o Vimeo per i video e infine una propria pagina su Pinterest.

Tutto molto bello, ma c’è un ma: qui si sta dando per scontato che ogni museo abbia il suo specifico sito web. Ma siamo sicuri che sia sempre così?

La realtà è ben diversa e più arretrata. Pochi sono i musei dotati di un autonomo sito web; molto più facile è trovare il caso di musei che occupano una pagina web all’interno di un sito più ampio (un sistema museale, il sito di una soprintendenza, un’associazione che gestisce musei); può capitare, ma è raro, che il museo abbia un blog al posto di un sito web: più facile da gestire, non pretende competenze informatiche di sorta. Molti musei hanno un proprio profilo su Facebook, mentre molto scarso è il numero degli account twitter: giusto il MAXXI di Roma, il MART di Rovereto, dunque due musei improntati all’arte contemporanea, il Museo Ferrari e Musei in Comune Roma. Gli Uffizi, per dirne uno, sono i grandi assenti da twitter, mentre musei internazionali di pari livello come il Louvre, il British Museum, la Tate sono attivi con i loro cinguettii. Questo mi permette di aggiungere un’altra osservazione: che mentre il MiBAC ha una Direzione Generale per la Valorizzazione molto attiva sui social network, almeno Facebook e Twitter, contribuendo in qualche misura a diffondere comunicazione e informazione di livello nazionale a livello centrale, non così si può dire dei luoghi della cultura specifici, i musei per l’appunto, che ahimé spesso versano in condizioni disastrose dal punto di vista della comunicazione. Ora, sempre per tornare agli Uffizi, il Museo più importante di Firenze dà il nome al sito web del Polo Museale Fiorentino, con una mossa strategica che consente a chi cerca su Google nello specifico gli Uffizi, di trovare sul sito notizia anche degli altri musei del Polo. Quando però si passa a cercare gli Uffizi su FB troviamo una pagina raramente aggiornata dal gestore e della quale non si sa se sia una pagina ufficiale, dunque un organo ufficiale di comunicazione (nel qual caso ne fa ben poca) oppure se sia stata creata da un appassionato che la tiene nel tempo libero. Quindi la situazione per gli Uffizi è la seguente:

MUSEO sito web sito web autonomo pagina facebook account twitter
Uffizi No non ufficiale (?) No

Rimanendo in ambito di musei statali, un esempio, per fortuna, positivo, è invece quello del Museo di Antichità di Torino, museo nazionale che ha un proprio sito web autonomo, ben fatto e aggiornato, cui corrisponde una pagina su Facebook aggiornata. Ogni tanto un buon esempio, ma ancora indietro stando agli standard internazionali. Dunque, riassumendo:

MUSEO sito web sito web autonomo pagina facebook account twitter

Museo di Antichità

di Torino

no

Anche nei musei civici la comunicazione è importante. Segnalo il caso, perché lo conosco bene, del Museo Civico di Palazzo del Parco di Diano Marina, piccola ma interessante realtà, che insieme alla Biblioteca Civica di Diano Marina forma un’importante fulcro culturale per questa cittadina del Ponente Ligure. Il Museo Civico di Diano Marina ha un proprio sito web, anche se non autonomo, una pagina facebook aggiornata, un account twitter un po’ meno aggiornato e un album su Flickr un po’ miserino. Di fatto però, è presente nell’ambiente social.

MUSEO sito web

sito web

autonomo

pagina facebook account twitter Album Flickr

Museo Civico

Diano Marina

no

E mentre sempre oggi leggevo un articolo sull’idea di inserire la figura del Social Media Manager negli Uffici Pubblici, dunque anche nelle Soprintendenze, mi tornava in mente, più che mai a proposito e con una fitta al cuore, uno scambio di battute cui ho assistito poche sere fa, tra una visitatrice del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e un dipendente della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana: al termine dello spettacolo di Archeologia Narrante tenutosi nell’ambito delle Notti dell’Archeologia, la signora diceva al dipendente che gli avrebbe fatto avere dei video della serata da mettere online sul sito web del museo. Il dipendente diceva che no, il museo non ha un sito web. “Ah”, rispondeva la signora, che proponeva allora di metterli online almeno sul sito della Soprintendenza; ma no, rispondeva il dipendente, perché il sito web viene aggiornato molto di rado. “Ah”, rispondeva nuovamente la signora, “ma almeno una casella di posta elettronica ce l’avete?”. Si può continuare, come musei, ad essere ciechi davanti alle nuove frontiere della comunicazione, soprattutto se non si presta tanta attenzione neanche alla comunicazione tradizionale. Ma c’è una richiesta, da parte del pubblico, che non va sottovalutata, e che muove nella direzione della consultazione del web per informarsi. Ormai siamo in un mondo dell’informazione per cui, se cercando nel web, non si trova una struttura museale, quella struttura semplicemente non esiste.

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Lo screenshot della pagina dedicata all’Archeologico di Firenze sul sito web

della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

Ho portato davvero pochi esempi, quindi senz’altro questo post pecca di incompletezza. A questi casi che ho citato sicuramente corrispondono esempi di buone, ottime pratiche. E si può discutere sull’utilità per un museo di avere un account twitter (perché l’account twitter ha senso se si vogliono comunicare eventi, attività, novità relative ad un’istituzione, e se l’istituzione non fa mai nulla di nuovo ha poco senso effettivamente…). Mi sono focalizzata poi, con l’eccezione degli Uffizi, sui musei archeologici che sono una realtà che conosco meglio; i musei di arte contemporanea stanno un passo avanti, se non altro, ed è già qualcosa. Ma non è abbastanza.

Altro che musei e social network. Prima di tutto bisogna chiedersi: a che punto è l’Italia quanto a musei e siti web? E la risposta, il caso di Firenze lo conferma, è che c’è ancora molto da lavorare, prima di poter parlare seriamente di musei “social”.

A conclusione di questa riflessione, una nota a margine: inutile, naturalmente, voler a tutti i costi che i musei siano presenti su quanti più social network possibili se poi non hanno tempo, risorse, capacità, per gestire al meglio quei social network e i rapporti che dovrebbero comportare con gli utenti/potenziale pubblico dei musei stessi. A far riflettere quest’aspetto è il post del blog MuseumsNewspaper che ritrasmette un articolo di Jim Richardson sul sito Museumnext proprio su quest’argomento. Per completare il quadro della situazione.