La Casa dei Casti Amanti apre al pubblico

Quel che è giusto è giusto.

Siccome pochi giorni fa ho sparato a zero contro la malarcheologia e i danni dovuti all’incuria o all’imperizia, per via di un articolo letto su l’unità.it, riguardo la Casa dei Casti Amanti, a Pompei, oggi mi sembra doveroso dover riportare quanto dichiarato sul sito della Soprintendenza archeologica di Pompei.

A breve, entro febbraio, la Casa dei Casti Amanti sarà aperta al pubblico. I visitatori potranno vedere gli antichi resti di una delle case più significative di Pompei con l’interessante opportunità di vedere gli archeologi al lavoro. Una cosa, questa, che di solito accade sui cantieri urbani, quando il pubblico, peraltro, non è poi così contento di avere gli archeologi tra le scatole. Qui invece la situazione è ribaltata e sono sicura che saranno in molti i visitatori attratti dall’idea. Qui di seguito il link all’articolo di cui vi sto parlando:

http://www.pompeiisites.org/Sezione.jsp?titolo=Apre%20la%20Casa%20dei%20Casti%20Amanti%20con%20un%20cantiere%20”trasparente”&idSezione=2217&idSezioneRif=2122

La notizia è stata resa nota dopo l’allarme che si era creato negli scorsi giorni per via del crollo di cui ho già parlato altrove. Pare che la situazione non sia così drammatica come prospettato inizialmente. La cosa mi fa piacere e posso solo sperare che corrisponda al vero. In ogni caso è sempre una buona cosa sapere che apre un cantiere al pubblico. Vuol dire creare un legame più intenso con i visitatori, renderli più partecipi, coinvolti e interessati.

Speriamo che la Casa dei Casti Amanti apra i battenti in tempo per San Valentino…sarebbe un’occasione più che giusta…

E dopo il Vesuvio…la gru!

Non era bastata l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.  Quella, anzi, da un punto di vista prettamente archeologico, è stata una vera “fortuna”, dato che ha permesso di restituire una città, Pompei, perfettamente conservata, imbalsamata alla prima età imperiale. Ma laddove il Vesuvio non ha distrutto, anzi ha preservato, coprendo totalmente di lava che poi è stata asportata nel corso degli scavi archeologici, ha potuto la malarcheologia italiana: è del 23 gennaio 2010 la notizia, apparsa su L’Unità.it e condivisa all’infinito su facebook (che quanto a catalizzatore di cattive notizie è insuperabile) che una gru sarebbe accidentalmente caduta sulla Casa dei Casti Amanti.

Com’è potuta accadere una cosa del genere? Soprattutto, quali saranno le conseguenze? Qualcuno dovrà pagare, oltre al Patrimonio archeologico italiano. E oltre il danno la beffa: che figura ci facciamo davanti al mondo intero? Già mi immagino le prossime trattative che il MiBAC condurrà per ottenere la restituzione dell’ennesimo capolavoro dell’arte antica rubatoci da qualche Metropolitan o Getty Museum: ci rideranno in faccia! Ci faranno notare che non siamo in grado di mantenere in salute le cose che già abbiamo, come possiamo garantire di tenere meglio di loro le opere che rivogliamo indietro? Abbiamo una bella faccia tosta, non c’è che dire!

Un’altra bella sberla al nostro Patrimonio, questa volta inflitta non da nemici esterni alle Istituzioni, ma dalle Istituzioni stesse, che hanno permesso che potesse accadere una cosa del genere. Il danno non è né più né meno analogo al crollo di una scuola (ovviamente senza alunni dentro): vanno cercati, trovati, inquisiti i responsabili, perché il danno alla cultura non è meno grave di un danno alle opere pubbliche.

 

 

Gli Horti Pompeiani al Giardino di Boboli

Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!

Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.

Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.

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I giardini della Casa dei Pittori e della Casa dei Vettii

Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.

Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.

Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.

Marina Lo Blundo

Questo articolo è pubblicato anche su Archeoblog