A chi serve la #museumweek

Si è conclusa la #museumweek. Direi anche finalmente. La mia è probabilmente una voce fuori dal coro, che molti giudicheranno pessimista e distruttiva. Pazienza, devo dire quello che penso.

museumweek 2016

Va bene che è un evento eccezionale, va bene che siamo tutti felici che i musei siano su twitter ed è bello vedere quanto questi musei twittino e cinguettino tutto il giorno senza posa. La domanda però è questa: sono davvero necessari tutti questi tweet?

La #museumweek è un evento mondiale, ormai. l’ashtag va in trendtopic in tre minuti. Non c’è bisogno di twittare cose inutili del tipo “Quant’è bella la #museumweek!” per fare un tweet in più: rivela mancanza di idee, mancanza di contenuti e soprattutto contribuisce a creare un sacco di inutile “rumore“, che rischia di trasformare un momento di dialogo e di comunicazione, di valorizzazione della propria istituzione, in caciara. Ho provato a seguire la conversazione #museumweek per 3 minuti, dopodiché sono fuggita. Se i tweet emettessero suoni, sarebbe stato il mercato del pesce, una confusione urlata da cui non si vede l’ora di fuggire. È vero che alla fine le statistiche riveleranno qual è il museo che ha avuto più interazioni e ha twittato di più, e ognuno ha la segreta ambizione di arrivare primo, ma serve a qualcosa? Davvero serve ritwittare la qualunque?

Fin dal primo anno la #museumweek è stata molto autoreferenziale. Ma in quel caso, tutto sommato, non fu un gran danno, anzi: molti musei strinsero legami in quella settimana e portarono avanti un dialogo, fecero rete insomma, riuscendo ad accrescere la qualità dei propri contenuti anche grazie al confronto e alla conoscenza con altri musei cinguettanti. Mancò allora l’interazione col pubblico, un pubblico ancora poco avvezzo a vedere i musei sui social.

talk+too+much+tweetQuest’anno se pure c’è stata più interazione col pubblico, essa è stata completamente travolta dal “rumore” che dicevo prima: una serie, mille serie di tweet autoreferenziali di un museo che tagga altri 9 musei sperando di farsi ritwittare, cui a ruota gli altri 9 musei rispondono però senza opporre un contenuto valido, ma solo un “che bello!” “oh, interessante!“, “Grazie del RT!“. Non sto inventando: andate a guardarvi #museumweek e incapperete in dialoghi di questo tipo. Se mi metto nei panni del cittadino di twitter che vuole capire cos’è la #museumweek e vuole seguire nello specifico l’attività di un museo che gli sta a cuore, rischia di incappare invece in un continuo rimando di retweet, risposte, ecc., che nulla hanno a che vedere con quel museo e quindi col significato della #museumweek.

Twitter è il luogo dell’instant message. Scorrono tweet sulla timeline di continuo. Tantissimi contenuti si disperdono nel nulla, semplicemente perché già coperti da altri migliaia di tweet lanciati nello stesso momento. Invece di continuare a ritwittare contenuti altrui (non sempre pertinenti, peraltro) occorrerebbe, a mio parere, curare i propri, o ritwittare, casomai, i contenuti in qualche modo pertinenti alla propria istituzione, per similarità di intenti, di interessi, di collezioni.

Non voglio fare quella ganza che spiega come si fa. Assolutamente no. E non voglio dire a nessuno “#museumweek: lo stai facendo nel modo sbagliato“. Non mi permetterei mai perché non mi ritengo un guru. Ma qualche idea me la sono fatta, e vi voglio dire come abbiamo lavorato io e Silvia per @MAF_Firenze.

Abbiamo programmato. Abbiamo studiato i temi giornata per giornata, abbiamo trovato i contenuti adeguati, abbiamo preparato le foto, i testi e programmato i tweet. Li abbiamo organizzati per argomenti, secondo un filo logico, in modo che chi avesse voluto seguirci lo avrebbe potuto fare secondo un ordine sensato. Abbiamo organizzato i contenuti in modo anche da poterli sfruttare in occasioni future: non vogliamo che il lavoro vada perso, per cui per ogni tema, o almeno per alcuni, sfrutteremo i contenuti per costruire post per il blog del Museo. Durante le varie giornate abbiamo tratto volta volta uno storify con i soli nostri tweet in modo che anche i lettori del blog possano vedere di cosa si è parlato su twitter. Insomma, lavorando per la #museumweek abbiamo lavorato per noi. Questa è stata la nostra strategia.

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

La tweetdeck di @MAF_Firenze durante la #museumweek: colonna della home, delle notifiche e dei tweet già programmati

Durante le giornate abbiamo interagito solo con musei e istituzioni che avessero una qualche attinenza con il Museo Archeologico Nazionale di Firenze: con il Museo Egizio di Torino, dato che ospitiamo un Museo Egizio, con la Chiesa della SS.Annunziata, con la quale siamo vicini di casa, col Louvre per via della comune origine di una parte della loro collezione egizia, per dirne tre. Abbiamo interagito, ovviamente, con le persone che ci hanno contattato direttamente per avere chiarimenti in merito a qualche tweet appena trasmesso. Non abbiamo ritwittato i millemila tweet in cui eravamo taggati non perché ce la tiriamo, ma perché ai fini del nostro modo di intendere la #museumweek non ci è sembrato né utile né pertinente. Forse avremo sbagliato, e mi piacerebbe conoscere le ragioni di un punto di vista diverso dal mio (scatenatevi nei commenti), ma ci è sembrato più funzionale e più in sintonia col senso generale della #museumweek agire come abbiamo agito. Non ci ripagherà in termini di numeri e di statistiche, ma penso che abbiamo fatto la nostra parte.

Naturalmente, dopo aver criticato, un po’ di sana autocritica non guasta: ho capito, guardando gli altri tweet e le loro interazioni, e un articolo sull’Espresso, che ai followers, intesi come persone, non come musei, piace vedere i volti dietro le istituzioni, piace sapere che interagiscono con persone e non con un’entità indistinta. Il lato umano del museo è la chiave del successo della #museumweek, e noi come @MAF_Firenze l’abbiamo sfruttata molto poco, quasi nulla. Il lato umano è importante. Ma certo, non dev’essere l’unica cosa da mostrare.

Comunicare per conservare

Con grande piacere ospito un testo (non nasce come post per un blog) di un mio collega di dottorato a RomaTre, Mirco Modolo, il quale sta curando una serie di incontri sul tema della Valorizzazione, al quale si collega il mio precedente post. Il dibattito che proprio quel post ha suscitato su questo blog mi fa capire quanto la tematica della valorizzazione legata alla comunicazione sia molto sentita non solo dagli addetti ai lavori della mia generazione, ma anche all’esterno, dai diretti interessati dalla comunicazione, ovvero i visitatori. Ascoltare anzi le loro esigenze sarebbe il primo punto da cui partire per organizzare un adeguato progetto di comunicazione. Come dicevo nello scorso post, ed è anche il pensiero di Mirco che qui vi riporto sotto forma di guestpost, la valorizzazione di un museo e della sua collezione si attua nel momento in cui avviene un’adeguata trasmissione del messaggio, ovvero nel momento in cui il visitatore/pubblico comprende il valore dell’oggetto/collezione che ha davanti. Sta quindi a noi impegnarci a vedere nella comunicazione il principale, se non l’unico obiettivo finale del nostro fare ricerca da un lato, e dell’esercizio della conservazione dall’altro. Inutile conservare, se nessuno ne capisce il senso.

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Il bene culturale non è e non è mai stato un valore assoluto, e sarebbe inutile sfoggio di retorica sostenerlo. Può apparire di per sé un’affermazione dal tono provocatorio, ma così non è. La percezione del valore infatti muta a seconda dei parametri di valore che ogni società porta con sé nel tempo. Lo testimonia la fortuna discontinua di artisti come Caravaggio, o il ruolo subalterno delle memorie medievali rispetto ad un classicismo considerato come modello ideale nell’ideologia fascista. L’eredità culturale in altre parole necessita di essere continuamente e criticamente rimotivata, e più tale valore giungerà ad essere condiviso, meglio saremo in grado di garantire la sopravvivenza stessa del patrimonio culturale e la trasmissione alle future generazioni, in quanto siamo portati inevitabilmente a conservare ciò che oggi consideriamo degno.

Ma la percezione del valore di ciò che consideriamo un bene identitario e l’apprezzamento che ne deriva sono possibili davvero solo se se riusciamo a trasmetterne il senso, cioè a comunicarlo in modo adeguato per essere inteso. Solo così la società si accorgerà che quel bene è davvero tale e che dunque vale la pena di conservarlo. La comunicazione è il pilastro di qualsiasi fruizione dei beni culturali, ed è veicolo per la trasmissione dei contenuti culturali elaborati della ricerca scientifica, anche universitaria.

Musei e siti archeologici hanno prima di tutto una funzione civile, che è quella di comunicare dei significati per il tramite di significanti che siano resi comprensibili ai visitatori. Può sembrare cosa ovvia e banale nella teoria, come testimoniano gli oceani di inchiostro che si sono riversati sull’argomento. Ma paradossalmente è cosa molto meno ovvia nella prassi, se pensiamo, per fare solo un solo esempio eclatante, all’imbarazzante mutismo di fronte al turismo internazionale di un’area centralissima a Roma  come il Foro e il Palatino.

Vorrei citare a questo proposito l’impegno nella comunicazione culturale di Francesco Antinucci, che non a caso non è né archeologo né storico dell’arte, ma esperto di psicologia cognitiva, disciplina specializzata nello studio di quei meccanismi che rendono possibile e facilitano la comunicazione, anche nei musei. Sono due le tendenze che generano un vero e proprio ‘cortocircuito comunicativo’, per usare le parole di Antinucci. Esse investono sia i contenuti che la forma nella trasmissione di un qualunque messaggio: spesso infatti, pur di fronte ad un contenuto culturale di tutto rispetto, colpisce l’indifferenza riservata al lessico dei pannelli informativi scritti in ‘storiadellartichese’, un linguaggio che sembra riflettere, nello sconcerto dei visitatori comuni, solo lo snobismo intellettuale dei curatori dell’allestimento, più che una genuina volontà di fare comprendere alcunché. Oppure all’opposto si preferisce ricorrere ad effetti speciali e allestimenti spettacolari, come nel caso del Museo Egizio di Torino, spesso come alibi per mascherare la povertà di contenuti culturali di un museo per attirare turisti, più che per educarli. Non stupiamoci allora se la gente preferisce ai musei le mostre temporanee, che trovano la loro carta vincente in quella narratività che spesso latita nei musei.  E’ sull’efficacia di comunicazione che dobbiamo investire, prima ancora che sul marketing (pure importante) o sul mero calcolo dei biglietti venduti, che di per sé non postulano affatto il raggiungimento delle finalità civili e culturali proprie di un museo. Ma per investire sulla comunicazione è necessario puntare sulla formazione di personale specializzato nella comunicazione che deve essere presente in ogni museo, che sappia esattamente ciò che deve fare e come farlo. Personale che dovrà avere familiarità sia con il contenuto culturale sia con le forme tecnologiche con cui si dispiega la comunicazione di tali contenuti. 

Sono figure professionali nuove, che per esistere dovrebbero essere istituzionalizzate in ogni museo e capaci di instaurare un dialogo costruttivo con la direzione dei musei. La formazione si intreccia dunque necessariamente con un sistema normativo e istituzionale capace di accogliere tali figure. Ed questa è la sfida che dovrà affrontare nell’immediato, e non in un improbabile futuro, la politica dei beni culturali.

Mirco Modolo

Ed ora ripasso la parola a voi…