Blogger per un giorno – 1) Uno sguardo al diritto della cultura

Il primo post dei blogger per un giorno che propongo è quello di Annaida Mari, che tesse un’introduzione teorica semplice ed efficace al Codice Urbani, legge che regolamenta i Beni Culturali Italiani. A mio parere fonde bene l’immediatezza del messaggio con un certo rigore del linguaggio che pur ricorrendo a termini tecnici, necessari in un campo com’è quello legislativo, riesce comunque ad esporre con chiarezza la ratio sottesa alla redazione del Codice. E voi che ne pensate?

La cultura è un diritto fondamentale dei cittadini ed è un dovere dello Stato garantirla per favorire la crescita economica e l’inclusione sociale, spesso però si sottovaluta il contributo che la cultura può arrecare al diritto e il soddisfacimento che la legge predispone alle esigenza della cultura.

clipart lexLa lenta e graduale presa di coscienza dell’importanza del patrimonio culturale, a livello mondiale, ha recentemente sensibilizzato i cittadini al desiderio di promuoverlo, preservarlo e valorizzarlo, nel rispetto delle principali norme giuridiche.

Nella Costituzione italiana, la Cultura ha da sempre assunto un ruolo importante, all’articolo 9 infatti, si legge: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

L’esigenza di conservare e garantire la fruizione da parte della collettività delle cose di interesse storico e artistico giustifica l’adozione di particolari misure di tutela, che si realizzano attraverso i poteri della pubblica amministrazione, previsti dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Nato come strumento per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, il Codice, conosciuto anche come Codice Urbani, è entrato in vigore il 1 maggio 2004, con attuazione del decreto legislativo n.42 del 22 gennaio dello stesso anno.

L’emanazione di un “codice” esprime la volontà di attribuire ad un intero settore un assetto stabile e duraturo, con principi e regole chiari, costanti e coerenti. Racchiuso in 184 articoli, il Codice Urbani si suddivide principalmente in tre settori: – Disposizioni generali – Beni culturali – Beni paesaggistici.

Con la definizione di bene culturale si fa riferimento a tutte le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11 del Codice, presentano interesse storico, artistico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e alle altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.

In Italia, l’uso della dicitura “bene culturale” è riconducibile alla Commissione Franceschini (1967) che definisce come tale l’insieme dei beni che costituiscono testimonianza materiale della civiltà di una Nazione. Nell’ordinamento giuridico, l’espressione “beni culturali” appare invece per la prima volta nella legge n. 5 del 1975, che ha istituito il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali.

Sono beni paesaggistici invece, gli immobili e le aree indicati all’articolo 134 del Codice Urbani, costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio, e gli altri beni individuati dalla legge o in base alla legge.

I beni paesaggistici insieme ai beni culturali costituiscono poi il patrimonio culturale, di cui la tutela, la conservazione e la valorizzazione sono i principali obiettivi che, attraverso le norme contenute nel Codice Urbani, lo Stato, le Regioni, gli Enti territoriali e qualsiasi altro soggetto in possesso di un bene culturale o paesaggistico, sono chiamati a perseguire.

Con l’attività di tutela si intende ogni attività diretta a riconoscere, proteggere e conservare un bene del  patrimonio culturale affinché possa essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi.

 La conservazione ha invece lo scopo di mantenere l’integrità, l’identità e l’efficienza funzionale di un bene culturale, in maniera coerente, coordinata e programmata, mentre la valorizzazione è ogni attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e di conservazione del patrimonio culturale e ad incrementarne la fruizione pubblica, così da trasmettere i valori di cui tale patrimonio è portatore. E’ bene ricordare che mentre
la tutela è di competenza esclusiva dello Stato, volta a  dettare le norme ed emanare i provvedimenti amministrativi necessari per garantirla; la valorizzazione è svolta in maniera concorrente tra Stato e regione, e prevede anche la partecipazione di soggetti privati.

Per tutti coloro che vogliono approfondire la realtà giuridica in ambito culturale, il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio rappresenta un valido strumento di conoscenza ed analisi.

Annaida Mari

Comunicare per conservare

Con grande piacere ospito un testo (non nasce come post per un blog) di un mio collega di dottorato a RomaTre, Mirco Modolo, il quale sta curando una serie di incontri sul tema della Valorizzazione, al quale si collega il mio precedente post. Il dibattito che proprio quel post ha suscitato su questo blog mi fa capire quanto la tematica della valorizzazione legata alla comunicazione sia molto sentita non solo dagli addetti ai lavori della mia generazione, ma anche all’esterno, dai diretti interessati dalla comunicazione, ovvero i visitatori. Ascoltare anzi le loro esigenze sarebbe il primo punto da cui partire per organizzare un adeguato progetto di comunicazione. Come dicevo nello scorso post, ed è anche il pensiero di Mirco che qui vi riporto sotto forma di guestpost, la valorizzazione di un museo e della sua collezione si attua nel momento in cui avviene un’adeguata trasmissione del messaggio, ovvero nel momento in cui il visitatore/pubblico comprende il valore dell’oggetto/collezione che ha davanti. Sta quindi a noi impegnarci a vedere nella comunicazione il principale, se non l’unico obiettivo finale del nostro fare ricerca da un lato, e dell’esercizio della conservazione dall’altro. Inutile conservare, se nessuno ne capisce il senso.

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Il bene culturale non è e non è mai stato un valore assoluto, e sarebbe inutile sfoggio di retorica sostenerlo. Può apparire di per sé un’affermazione dal tono provocatorio, ma così non è. La percezione del valore infatti muta a seconda dei parametri di valore che ogni società porta con sé nel tempo. Lo testimonia la fortuna discontinua di artisti come Caravaggio, o il ruolo subalterno delle memorie medievali rispetto ad un classicismo considerato come modello ideale nell’ideologia fascista. L’eredità culturale in altre parole necessita di essere continuamente e criticamente rimotivata, e più tale valore giungerà ad essere condiviso, meglio saremo in grado di garantire la sopravvivenza stessa del patrimonio culturale e la trasmissione alle future generazioni, in quanto siamo portati inevitabilmente a conservare ciò che oggi consideriamo degno.

Ma la percezione del valore di ciò che consideriamo un bene identitario e l’apprezzamento che ne deriva sono possibili davvero solo se se riusciamo a trasmetterne il senso, cioè a comunicarlo in modo adeguato per essere inteso. Solo così la società si accorgerà che quel bene è davvero tale e che dunque vale la pena di conservarlo. La comunicazione è il pilastro di qualsiasi fruizione dei beni culturali, ed è veicolo per la trasmissione dei contenuti culturali elaborati della ricerca scientifica, anche universitaria.

Musei e siti archeologici hanno prima di tutto una funzione civile, che è quella di comunicare dei significati per il tramite di significanti che siano resi comprensibili ai visitatori. Può sembrare cosa ovvia e banale nella teoria, come testimoniano gli oceani di inchiostro che si sono riversati sull’argomento. Ma paradossalmente è cosa molto meno ovvia nella prassi, se pensiamo, per fare solo un solo esempio eclatante, all’imbarazzante mutismo di fronte al turismo internazionale di un’area centralissima a Roma  come il Foro e il Palatino.

Vorrei citare a questo proposito l’impegno nella comunicazione culturale di Francesco Antinucci, che non a caso non è né archeologo né storico dell’arte, ma esperto di psicologia cognitiva, disciplina specializzata nello studio di quei meccanismi che rendono possibile e facilitano la comunicazione, anche nei musei. Sono due le tendenze che generano un vero e proprio ‘cortocircuito comunicativo’, per usare le parole di Antinucci. Esse investono sia i contenuti che la forma nella trasmissione di un qualunque messaggio: spesso infatti, pur di fronte ad un contenuto culturale di tutto rispetto, colpisce l’indifferenza riservata al lessico dei pannelli informativi scritti in ‘storiadellartichese’, un linguaggio che sembra riflettere, nello sconcerto dei visitatori comuni, solo lo snobismo intellettuale dei curatori dell’allestimento, più che una genuina volontà di fare comprendere alcunché. Oppure all’opposto si preferisce ricorrere ad effetti speciali e allestimenti spettacolari, come nel caso del Museo Egizio di Torino, spesso come alibi per mascherare la povertà di contenuti culturali di un museo per attirare turisti, più che per educarli. Non stupiamoci allora se la gente preferisce ai musei le mostre temporanee, che trovano la loro carta vincente in quella narratività che spesso latita nei musei.  E’ sull’efficacia di comunicazione che dobbiamo investire, prima ancora che sul marketing (pure importante) o sul mero calcolo dei biglietti venduti, che di per sé non postulano affatto il raggiungimento delle finalità civili e culturali proprie di un museo. Ma per investire sulla comunicazione è necessario puntare sulla formazione di personale specializzato nella comunicazione che deve essere presente in ogni museo, che sappia esattamente ciò che deve fare e come farlo. Personale che dovrà avere familiarità sia con il contenuto culturale sia con le forme tecnologiche con cui si dispiega la comunicazione di tali contenuti. 

Sono figure professionali nuove, che per esistere dovrebbero essere istituzionalizzate in ogni museo e capaci di instaurare un dialogo costruttivo con la direzione dei musei. La formazione si intreccia dunque necessariamente con un sistema normativo e istituzionale capace di accogliere tali figure. Ed questa è la sfida che dovrà affrontare nell’immediato, e non in un improbabile futuro, la politica dei beni culturali.

Mirco Modolo

Ed ora ripasso la parola a voi…