Valorizzazione, norme e prassi. Tra il dire e il fare c’è di mezzo…

Si è svolto oggi a Roma un incontro sul tema della valorizzazione dei BBCC all’interno di un ciclo organizzato dal Dottorato in Storia e Conservazione dell’Oggetto d’arte e d’architettura (nella fattispecie dal mio collega di dottorato Mirco Modolo). L’incontro di oggi aveva per tema la valorizzazione nell’ordinamento giuridico tra norme e prassi. A parlare sono intervenuti M.Cammelli e P. Petraroia, a tirare le conclusioni, come sempre, il prof. Manacorda. Come per lo scorso incontro sulla valorizzazione, per il quale avevo preparato un breve intervento, anche questa volta ho fatto la mia parte. Ecco il testo delle mie riflessioni sull’aspetto della valorizzazione da questo nuovo punto di vista che, da ignorante quale sono in materia di diritto, ho reinterpretato sotto un’altra forma: per prepararmi all’incontro, infatti ho voluto leggere gli atti del Primo colloquio sulla Valorizzazione, svoltosi a ottobre 2011 e organizzato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del MiBAC. Quanto segue sono le riflessioni scaturite dalla lettura di quel testo:

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Il volume è interessante perché accoglie lo stato dell’arte, al 2011, in materia di valorizzazione del patrimonio culturale, punto di partenza da cui prende le mosse l’attività della Direzione Generale per la Valorizzazione. Innanzitutto, la prima cosa che emerge, interessante a mio parere, è che un organo del ministero per i beni e le attività culturali non parla mai di beni culturali ma di patrimonio culturale, segno che è stata finalmente recepita – e infatti vi si fa spesso riferimento nei vari interventi che si susseguono – almeno nella teoria, una nuova definizione di patrimonio che non è costituita solo da beni materiali, ma anche da beni immateriali e dal territorio con il quale sono in relazione. Parlare di valorizzazione del patrimonio culturale diventa allora un tema molto ampio, dal punto di vista concettuale e teorico, che si deve però inevitabilmente scontrare con la quotidianità delle pratiche messe in atto in materia di valorizzazione. E qui il problema è quello della valorizzazione che è materia di legislazione condivisa, con tutto ciò che comporta in tema di dialogo tra le differenti istituzioni, l’amministrazione centrale nei suoi bracci periferici e gli enti territoriali, dialogo che spesso si risolve in un contrasto o in un nulla di fatto delle attività di gestione integrata del territorio.

Ritorno sul concetto di patrimonio nella sua accezione più larga così come finalmente è stata recepita, in seguito anche alla Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale del 2005 che è stata ratificata recentemente dall’Italia, perché interpreta il patrimonio culturale come fonte utile allo sviluppo umano. Così, il dibattito che si è sviluppato e che è tuttora in corso sulle strategie di valorizzazione integrata del patrimonio culturale vede attribuire ad esso un ruolo sempre più significativo nel quadro di modelli di sviluppo fondati sulle identità locali e sulla valorizzazione delle risorse dei territori. Il patrimonio culturale così delineato, come insieme di beni materiali, immateriali (intesi questi come saperi e creatività che creano una cultura materiale), contribuisce allo sviluppo sostenibile non solo producendo impatti economici, ma comportando benessere per la popolazione. Lo slogan, se così lo si può definire, della recente manifestazione di Florens, svoltasi a Firenze a novembre 2012 con lo scopo di coniugare bbcc ed economia, era per l’appunto “Cultura, qualità della vita”: e nell’ampio concetto di patrimonio culturale che anche in quell’occasione emergeva veniva inserita anche l’industria, in particolare della moda, in quanto frutto di creatività e saper fare che caratterizzano il made in Italy come un prodotto prettamente culturale.

primocolloquio.jpg&w=200&h=100&zc=1Tornando agli atti, si nota che, anche se si parla di patrimonio culturale in senso ampio, molta parte del discorso sulla valorizzazione viene ricondotta ai musei, o comunque ai singoli luoghi della cultura statali, che rimangono comunque la priorità del ministero. In particolare per quanto riguarda i musei, la direzione generale ha fatto avviare una serie di indagini di studio e di monitoraggio, nonché un recente sondaggio al pubblico dalla riuscita piuttosto discutibile, per capire in che direzione muoversi per la valorizzazione. È importante sottolineare che non emerge in modo chiaro tra gli stessi preposti alla valorizzazione, quale sia il significato operativo da attribuire a tale parola, visto che molti pensano ancora che valorizzare un museo si limiti ai famigerati servizi aggiuntivi, quando in realtà l’accoglienza è ben altra e maggiore cosa: è la capacità di comunicare al pubblico il museo. È fondamentale a tal proposito lo studio condotto da Ludovico Solima, che traccia un quadro del pubblico dei musei nel quale emerge chiaramente l’importanza di una comunicazione dentro il museo, attraverso i necessari supporti, una comunicazione che sia una narrazione, un racconto, e non abbia invece un approccio enciclopedico specifico sul singolo oggetto e slegato dal contesto. È cambiato l’interesse del pubblico nei confronti dell’oggetto nel museo, interessa il contesto, una storia, più che la descrizione e peggio ancora il nozionismo (che però è duro a morire). L’incontro col pubblico, poi, avviene ormai per la maggior parte via internet, dunque è questa via che va sviluppata ed è invece in questa via che i musei, archeologici soprattutto, sono carenti. Ma la domanda che mi pongo io, che lavoro in un museo archeologico nazionale, è: avuti i risultati di questa indagine, la Direzione Generale per la Valorizzazione che l’ha promossa, cosa fa nella pratica per far sì che le strutture museali statali si adeguino ai risultati di tale indagine? Mi sembra che manchi da parte dell’organo centrale un potere di controllo e di indirizzo concreto sull’operato delle sedi periferiche, per cui alla fine ringraziamo il professor Solima del suo lavoro, ma tutto resta come prima, o comunque lasciato alla singola discrezione di azione dei singoli luoghi della cultura.

Un’ulteriore nota che emerge, sempre leggendo gli atti, è che il Ministero, nei suoi bracci periferici, dunque le soprintendenze, non è in grado se non in rarissimi casi, di condurre progetti di valorizzazione territoriale: non per niente elementi presenti sul territorio come i musei diffusi, o le reti di musei, non sono mai statali, ma gestiti da enti locali. Raramente, poi, il progetto di valorizzazione di un sito archeologico è realizzato in modo da guardare anche all’esterno del recinto, ovvero al territorio che lo ospita: un recente convegno organizzato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna incentrato su progetti di valorizzazione da essa attuati mostrava in effetti delle buone pratiche che però sono poche isole felici in cui la valorizzazione è intesa non solo come nuovi pannelli all’interno dell’area archeologica, ma come costruzione di un sistema territoriale capace di far stringere un legame tra l’area archeologica e la popolazione che vi vive intorno, gettando i presupposti per lo sviluppo di un’identità locale. Accanto alle poche buone pratiche vi sono realtà dove invece, e sono la maggior parte, le soprintendenze non dialogano né con gli enti locali né con le altre soprintendenze insistenti sul territorio. Allora forse la Direzione Generale per la Valorizzazione, oltre a fare campagne pubblicitarie colorate o a concentrarsi sui social network, come fa ultimamente, dovrebbe piuttosto porsi come elemento di mediazione e di controllo nei progetti di valorizzazione territoriale integrata, che sono ormai l’esito naturale di quella nuova presa di coscienza che fa parlare di patrimonio culturale e non più soltanto di beni culturali.

Fin qui il testo del mio intervento che, ci tengo a sottolineare, riporta i contenuti  in soldoni degli atti senza sbilanciarsi troppo in considerazioni o critiche. Voglio solo sottolineare che quel convegno si poneva come punto di partenza per successive azioni, per il successivo lavoro della Direzione Generale della Valorizzazione e degli organismi preposti alla valorizzazione sul territorio coordinati dalla Direzione Generale. Il convegno si svolse nel 2011, gli atti sono stati pubblicati a fine 2012, siamo nel 2013 inoltrato. Non ho la competenza né le informazioni necessarie per stabilire se tra il dire e il fare ci sia stato  e ci sia di mezzo “e il”…

Mi piace poi soffermarmi su due concetti espressi da Daniele Manacorda nel suo intervento conclusivo: innanzitutto egli auspica che davvero nella pratica dei fatti si superi la distinzione in “beni archeologici”, “beni storicoartistici”, “beni architettonici” per arrivare ad un’unica concezione del Patrimonio che superi le specializzazioni delle soprintendenze e di conseguenze delle competenze troppo settorializzate che ormai stanno imbalsamando l’operatività sui beni culturali. Ma è il secondo concetto che esprime che mi ha fatto sorridere, vista l’attualità di ciò che sto seguendo con particolare attenzione in questi giorni: “la valorizzazione non è una funzione tecnica, ma culturale, ed è sociale, non pubblica. La valorizzazione è una funzione sociale che investe ciascuno di noi come membro della società, come privato cittadino”. E il pensiero corre, con un certo compiacimento, al “caso” delle invasioni digitali che si stanno spandendo a macchia d’olio, esponenzialmente giorno dopo giorno e che sono, come dicevo nello scorso post, proprio l’applicazione pratica di una società che si riappropria di luoghi che le appartengono e che le valorizza nel momento stesso in cui pone su di essi il proprio interesse riconoscendone il valore. E con questa benedizione accademica (e che benedizione accademica!) lascio la parola a voi, mentre io mi rivolgo ad una nuova avventura archeobloggogica di cui spero di potervi raccontare a breve, anzi brevissimo!

Valorizzare le antiche città abbandonate. Non solo parole, ma buone pratiche

Si è svolto ieri 2 febbraio 2013 a Bologna, alla Pinacoteca Nazionale, il Convegno “Antiche città abbandonate a confronto: problematiche, progetti ed esempi di valorizzazione”. Sotto l’egida della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna – Filippo Maria Gambari, il Soprintendente, ha svolto il ruolo di mediatore – e sotto la spinta dell’Associazione Civitas Claterna, alla quale si deve l’opera di valorizzazione degli scavi di Claterna (Ozzano dell’Emilia, BO) degli ultimi anni, è stato organizzato un convegno dedicato ai progetti in corso di realizzazione per la valorizzazione di alcune città antiche abbandonate principalmente in Emilia Romagna, ma con uno sguardo a casi eccellenti di altre regioni del Nord Italia.

Apre il convegno Gambari, spiegando il perché della scelta di stringere l’attenzione su un patrimonio archeologico specifico, qual è quello dei centri antichi abbandonati, oggi aree archeologiche fuori dalle città attuali: le città abbandonate costituiscono un potenziale informativo vastissimo per chi le studia, perché consentono di fotografare una città antica così com’è, senza le stratificazioni proprie delle città a continuità di vita. Le città abbandonate, però, oggi rischiano un nuovo abbandono, perché la nostra società, che sta perdendo il contatto con la cultura in tutte le sue forme, sta allentando la presa sulla gestione del patrimonio, col risultato concreto che mancano le risorse per la manutenzione; la sfida, poi, sempre più impellente, è quella di trovare il modo di far comprendere le rovine. Ancora negli anni ’80, dice Gambari, si pensava che il solo fatto di vedere delle rovine e contemplarle facesse cultura e conoscenza di per sé. Oggi un simile ragionamento non è più tollerabile; per questo la valorizzazione delle città abbandonate è oggetto di grande attenzione da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna.

I primi interventi sono dedicati a Claterna e ai progetti di valorizzazione in atto. Progetti che hanno visto la luce a partire da preventive indagini archeologiche, ma soprattutto, ancora prima, dalla ricerca di fondi. Fondi che sono stati forniti da un’azienda della zona perché, come dice il proprietario, nonché presidente dell’Associazione Civitas Claterna D. Vacchi, nella concezione della cultura d’impresa è forte la sensibilità verso la comunità nella quale l’impresa ha sede e se il progetto archeologico ha finalità sociale (ad esempio con l’organizzazione di attività didattiche) allora ben venga una sponsorizzazione da parte dell’impresa, che si sente coinvolta nella crescita culturale della comunità.

AssociazioneCivitasClaterna140x140.jpgA P. Desantis della SBAER e a C. Negrelli dell’Associazione Civitas Claterna spetta il compito di raccontare la città romana e le indagini archeologiche eseguite e da portare avanti: città che sorge lungo la via Emilia, viene abbandonata durante il IV secolo anche se si hanno segni di riutilizzo sporadico durante il VI secolo. Il progetto di valorizzazione del parco archeologico prevede di realizzare, tra le altre cose, un “Centro per la valorizzazione delle vocazioni tecniche e scientifiche in Emilia Romagna”; si punta molto sull’attività didattica e sui laboratori per le scuole. Fondamentale l’apporto proveniente dal volontariato. Il progetto “Scoprire Claterna” è fortemente voluto e sentito dall’amministrazione comunale di Ozzano dell’Emilia, che ha capito quanto la valorizzazione di un’area archeologica possa fruttare in termini culturali, sociali e di indotto economico.

Da Claterna si passa alle altre città dell’Emilia Romagna per le quali sono in corso progetti di valorizzazione. P. Desantis (SBAER) parla di Marzabotto, mostrando come le successive scoperte all’interno della città abbiano volta volta costretto a modificare i percorsi di visita. La sfida attuale è quella di costruire un percorso che colleghi la città con la sua acropoli, che sia in grado di spiegare ai visitatori le emergenze archeologiche senza che ci sia per forza bisogno di una visita guidata: il che è complicato, se ci si pensa, perché le strutture sono conservate appena al livello di fondazione. Ma l’importanza strategica di un sito come Marzabotto è evidente: è l’unica città etrusca abbandonata visitabile che abbiamo (Gonfienti, PO, non è aperta al pubblico, le altre hanno tutte avuto continuità di vita fino ai giorni nostri), e questo messaggio va sicuramente trasmesso. Naturalmente lo studio dei percorsi è l’ultimo step di un progetto di ricerca (“Marzabotto: nuova vita per l’antica Kainua) che parte da indagini archeologiche mirate, da studio del materiale pregresso, da fondamentali restauri delle strutture a vista e da ipotesi di lavoro per la futura fondamentale manutenzione ordinaria.

A. Gottarelli (UNIBO) si sposta dalla pianura alla montagna: Monte Bibele non è così distante da Bologna né da Marzabotto, ma è un abitato protostorico di montagna. Gottarelli per primo parla in termini di Distretto Archeologico: in pochi km quadrati si trovano alcuni siti archeologici fondamentali per la storia più antica dell’Italia, non del solo hinterland bolognese. Se invece di pensare al singolo sito, si creasse un network di valorizzazione territoriale ne guadagnerebbe tutto il territorio, con benefici che investono non solo il lato culturale, ma anche economico e sociale dell’areale geografico. Per quanto riguarda Monte Bibele, comunque, molto viene fatto in materia di valorizzazione del territorio, non del solo sito: con l’utilizzo di fondi europei FESR, per progetti che puntino a risollevare l’economia locale, si è montato un progetto di valorizzazione archeologica e paesaggistica. Innanzitutto si è sottoposta l’area, boschiva, a vincolo archeologico. L’Università di Bologna ha poi condotto indagini archeologiche mirate a meglio comprendere l’insediamento celtico in vista dello studio dei percorsi di visita nel sito; la natura del luogo, fa sì che rivesta un interesse non solo archeologico, ma anche escursionistico, per questo il valore paesaggistico è fondamentale e l’attenzione al paleoambiente è uno degli aspetti principali del lavoro di valorizzazione. La scommessa di sfruttare un sito archeologico per ricevere fondi europei stanziati per riqualificare economicamente una località è stata vinta.

C Guarnieri (SBAER) ci porta a Classe, dove ci presenta un progetto ampio (di cui era già stato presentato qualcosa a Florens2012) di valorizzazione di un sito importante e che presenta alcuni problemi di non facile soluzione, come la regimazione delle acque onde evitare allagamenti. Fondamentale porsi alcuni problemi, in vista della valorizzazione: cosa privilegiare in un sito pluristratificato come Classe? Cosa interrare? Come restaurare e conservare? Emerge anche a Classe un interesse che anche per Marzabotto e Monte Bibele è importante: l’attenzione al paleoambiente, con l’individuazione delle essenze autoctone, da preservare, e di quelle infestanti, da eliminare, in vista della sistemazione del parco.

M. Miari e D. Locatelli (SBAER) presentano il caso di Veleia, piccola città romana abbandonata alle pendici dell’Appennino, che pone il problema non indifferente di valorizzare un sito che sorge in una zona piuttosto isolata e priva di strutture ricettive: il parco deve diventare dunque motore trainante di un risollevamento del territorio. Uno dei primi problemi da affrontare, però, è risolvere le situazioni pregresse di vecchi restauri da rivedere, vecchie coperture talmente basse da non consentire di vedere i pavimenti che dovrebbero proteggere, un allestimento museale obsoleto; a seguire, anche qui lo studio della vegetazione è importante, ma interessante è l’attenzione alla creazione di un percorso per disabili, non solo motori – per i quali è stato creato un percorso che permette di vedere dall’alto le rovine – ma anche ciechi e ipovedenti, attraverso la realizzazione di una pannellistica in braille. È stata studiata, in vista di una migliore comunicazione, una veste grafica che sia omogenea per tutto, dall’allestimento museale alla pannellistica all’aperto, all’informazione, ai depliant. Veleia già ospita alcune manifestazioni volte a portare i cittadini all’interno dell’area archeologica; su questa scia continuerà la sua attività, per far sì che l’antica città abbandonata diventi un luogo familiare agli abitanti della regione.

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La sessione pomeridiana si apre con Aquileia, città che pone alcune problematiche non di poco conto: la situazione vede la presenza di una serie di aree archeologiche disposte a macchia di leopardo nel tessuto urbano moderno: si rende necessaria quanto difficile un’integrazione tra le varie voci e gli enti attivi ad Aquileia in campo culturale: solo grazie all’intesa tra queste voci può farsi strada la costituzione di un parco archeologico.

Area-archeologica-di-Libarna1.jpgTocca poi a M. Venturino Gambari portare l’esempio di Libarna, nel basso Piemonte. La città romana è tagliata in due dal passaggio della ferrovia Milano-Genova, il che ha portato negli anni a contrasti con la RFI. In particolare il rumore dei numerosi treni che passano su questa linea trafficata rende difficile qualsiasi attività didattica o di visita guidata all’aperto. Il progetto di valorizzazione di Libarna prevede gli step obbligati che si sono visti anche per le altre città abbandonate: studio della situazione pregressa, della vegetazione, indagini archeologiche funzionali e mirate alle istanze della valorizzazione, quindi restauro e realizzazione di un centro visitatori. Tra le operazioni di valorizzazione va segnalata la giornata dei cantieri di restauro aperti durante le Giornate Europee del Patrimonio, durante le quali il pubblico ha potuto vedere i restauratori e gli archeologi all’opera e ha potuto chiedere informazioni, esaudire sue curiosità, vedere un lavoro che normalmente non si vede. Interessante poi la sponsorizzazione da parte dell’Outlet di Serravalle Scrivia e ancora di più il legame col territorio che si sta instaurando con piccoli semplici ma significativi gesti: un vino chiamato Terre di Libarna e un cioccolatino chiamato Heroes Libarna Chocolate mostrano che in realtà non esiste tutta questa dicotomia tra vita di tutti i giorni e recupero dell’antico.

L. Gervasini e M. Mancusi presentano invece il progetto “Grande Luna”, che a partire dall’area archeologica di Luni, vuole costituire un grande parco archeologico che coinvolga anche le cave di marmo delle Alpi Apuane e altri attori del territorio, nell’ottica di un risollevamento dell’economia locale nel nome del recupero di tradizioni e di storia della regione. In sostanza, vuole essere promotore di uno sviluppo territoriale di cui sia il marchio, e per far questo si sta realizzando il completamento del sistema museale, scavi archeologici, l’ampliamento dei percorsi di visita. E un’idea interessante: un accesso all’area archeologica direttamente dall’autostrada.

Infine viene presentato il caso di Altino, città romana abbandonata nel IV secolo che per secoli fornì materiale da costruzione a Venezia. Fondamentali ad Altino, e imprescindibili prima di ogni intervento di valorizzazione della città romana abbandonata, le indagini di fotointerpretazione e telerilevamento, i cui risultati hanno portato, unitamente alla raccolta dei dati pregressi e dei ritrovamenti sporadici, alla redazione di una carta archeologica.

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Fin qui la presentazione dei progetti di valorizzazione, città per città. Importanti i temi emersi nel corso della giornata, a partire dal concetto di distretto archeologico per parlare di valorizzazione territoriale e non limitata al singolo sito: prevedere dunque dinamiche di sviluppo su aree più vaste, creazione di percorsi più ampi e di offerta culturale, di conseguenza, maggiore. A livello di pratica della messa in opera dei progetti, si riscontrano delle costanti: la conoscenza dei restauri pregressi e il progetto per i restauri nuovi; la scelta di cosa valorizzare e cosa invece addirittura interrare perché se rimanesse a vista solleverebbe soprattutto problemi di manutenzione; lo studio della vegetazione, nell’ottica da un lato di eliminare le piante infestanti e diminuire dunque l’incidenza di esse nel degrado delle strutture archeologiche, ma soprattutto per dare un valore anche paesaggistico alla rovina: per Monte Bibele questo è fondamentale, dato che si tratta di un sito archeologico in montagna e in mezzo al bosco, ma per le altre città abbandonate non è così scontato, eppure ormai viene preso in considerazione.

Interessante, e confortante, il fatto che si vogliano valorizzare aree archeologiche la cui storia delle scoperte risale piuttosto indietro nel tempo: evidentemente si sta facendo strada l’idea che è inutile mantenere uno status quo quando quello status quo non è funzionale. La pigrizia delle amministrazioni pubbliche fa sì che l’area archeologica che già esiste non dev’essere toccata perché tanto funziona – o non funziona – già così com’è. Non c’è niente di più sbagliato e pericoloso: perché gli esempi portati al convegno dimostrano che nel corso del tempo è cambiato il modo di approcciarsi alle rovine, non solo da parte dei visitatori, ma anche e soprattutto a livello di problematiche e di studio da parte dei funzionari preposti a tutelarle. Nascono le idee, i progetti, si procacciano fondi e investimenti, si ragiona, non si lasciano le cose così come sono, ci si dà da fare perché le cose cambino. Ognuna nel suo piccolo, le realtà presentate al convegno mostrano un’Italia che lavora sul passato, che investe sul passato e lo vuole rendere attuale, lo vuole fare motore e promotore di sviluppo economico territoriale. Ormai si sente ripetere come un mantra che i BBCC sono il motore dell’Italia, che bisogna investire su di essi e farli diventare la leva da cui far ripartire lo sviluppo. Ma chi lo dice parla in generale, parla più per demagogia o per retorica che per intima convinzione. Il convegno di Bologna, però, dice che si può fare, si può partire davvero dal sito archeologico per costruire un modello di sviluppo territoriale: basta avere un buon progetto e trovare i finanziamenti adeguati, non importa se pubblici o privati. Soprattutto, però, ci vuole una mente illuminata alla base, ci vuole la volontà di guardare la propria realtà archeologica e dire “va bene così? Cosa si può fare per migliorare la situazione?”. È la voglia di fare che salverà i nostri BBCC dallo sfacelo. Quelli presentati a Bologna sono piccoli isolati casi in un mare di situazioni di stallo in cui versa la maggior parte delle aree archeologiche italiane. Piccole gocce, ma importanti, perché potranno, forse, fare da apripista per nuove idee, nuovi progetti di valorizzazione di aree archeologiche stantie.

È importante infatti sottolineare che si tratta di progetti che intervengono su aree già esistenti, aperte al pubblico da decenni e cristallizzate nei loro percorsi dissestatisi nel tempo, con i pannelli resi illeggibili dall’esposizione alle intemperie, con la vegetazione che ha preso il sopravvento rendendo il tutto un incolto che non ha nulla di romantico ma molto di abbandonato. Dunque non si tratta di aprire nuove aree al pubblico, ma di valorizzare quelle già note, di adeguare quelle già note al pubblico, un pubblico che non è più visto come passivo visitatore, ma come cittadino attivo all’interno di un sistema sociale, culturale ed economico.

E le istanze della tutela e della valorizzazione non sono mai state così legate…

I-Archaeology: una nuova versione per I-mibac top 40

I-Mibac top 40, l’app del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dedicata ai luoghi della cultura statali in Italia, finalmente si migliora e si completa. Non parla più soltanto dei 40 musei o siti più visitati d’Italia (quelli che potenzialmente hanno meno bisogno di pubblicità), ma di tutti i luoghi della cultura statali.

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Nuova grafica, nuova impostazione, rimane la classifica dei 40 “top”, ma accanto, alla voce Luoghi, fornisce per ogni regione l’elenco completo dei luoghi della cultura, e di ciascun “luogo” mostra una breve scheda tecnica, completa di orari, indirizzo e prezzo del biglietto: informazioni pratiche accanto alla breve presentazione, ad una mappa per la localizzazione, la possibilità di aggiungere il singolo “luogo” tra i propri Preferiti e di pubblicarlo su Facebook (che fa molto social). Tra i Luoghi si individuano anche i “Percorsi”, ad uso e consumo dei turisti/visitatori per costruire un itinerario culturale che completi la visita di musei e siti statali.

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Palazzo Farnese a Caprarola è uno dei tanti Luoghi della Cultura statali ignoti ai più

E’ questa senza dubbio l’innovazione più grossa dell’app, che continua però a non essere disponibile su Google Play per Android. L’altra bella e utile innovazione è la rubrica “Altro”, in cui trovano posto gli eventi e le fiere del momento (Art&Tourism a Firenze, per esempio), le principali mostre, le curiosità (a random su luoghi della cultura in varie città d’Italia), un focus sulla Notte dei Musei del 19 maggio 2012 (aprendo il quale si segnalano i principali eventi correlati regione per regione), altre app correlate al Mibac (i-MiBAC Cinema Venezia, Torino e Roma e 150Italiamobile).

I-Mibac top 40 oggi non ha niente a che vedere con la prima versione, della quale avevo parlato qui. Al contrario di quella, la nuova versione è un’applicazione “smart”, mi si passi il termine, un’applicazione che ha un’effettiva utilità pratica, messa in mano ad un turista o semplicemente ad un italiano che vuole vedere qualcosa di nuovo e di diverso. L’Italia è ricca di luoghi della cultura sorprendentemente belli e interessanti; molti di essi sono di competenza statale, ma non vengono pubblicizzati con la stessa verve  che si usa per i VIP del nostro patrimonio (mi riferisco a Uffizi, Colosseo e Pompei, tanto per citarne tre), col risultato che le masse di visitatori vengono convogliate nei grandi Luoghi (nei top 40), mentre la minor parte va oltre, a scoprire anche il patrimonio più nascosto e meno pubblicizzato.

Oggi mi sento buona, la sorpresa della nuova versione di I-mibac top 40 è stata decisamente piacevole; i miei commenti sono pertanto positivi: finalmente si fa qualcosa di sensato per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, qualcosa al passo coi tempi e coi mezzi, qualcosa di non campato in aria. L’augurio è che questo sia l’inizio di una lunga serie di iniziative di valorizzazione, iniziative non fini a se stesse, ma inserite in un quadro generale di avvicinamento del pubblico (non solo, ma soprattutto italiano) al nostro importante patrimonio culturale.